Seduta n. 33 del 16/7/1996

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Discussione del documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 1997-1999 (Doc. LVII, n.1) (ore 9,07).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 1997-1999.

MARCO TARADASH. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARCO TARADASH. Desidero sollevare una questione che ritengo di una certa gravità e sulla quale vorrei che il Presidente della Camera riflettesse e desse il suo contributo per una riflessione comune.
Al Senato, sulla materia di cui al documento che stiamo per discutere, è stata presentata una risoluzione dalla maggioranza che contiene un punto sulla cui ammissibilità vorrei che la Camera ed anche i colleghi della maggioranza, prima che ne venga presentata una analoga in questa sede, potessero esprimere...

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Taradash: questo documento è stato presentato alla Camera dei deputati?

MARCO TARADASH. Proprio perché sarà presentato un documento...

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Taradash.

MARCO TARADASH. Vorrei chiedere...

PRESIDENTE. Onorevole Taradash, non è possibile sindacare...

MARCO TARADASH. Le pongo una questione in termini problematici.

PRESIDENTE. Onorevole Taradash, mi consenta! Non appena...

MARCO TARADASH. Non sto sindacando; volevo chiedere al Presidente della Camera di riflettere sull'ammissibilità di un testo che contiene il rinvio a provvedimenti collegati alla legge finanziaria di qualsiasi provvedimento di natura finanziaria venga presentato dal Governo. Dato che si sta discutendo in termini politici di statuti delle opposizioni, vorrei che questa ferita al nostro ordinamento non venisse procurata dalla presentazione di una risoluzione.
Mi sono permesso di sottoporre all'attenzione della Presidenza ed anche della maggioranza tale questione in termini problematici e seri, proprio in vista dell'ammissibilità di una risoluzione nell'altro ramo del Parlamento.

PRESIDENTE. Onorevole Taradash, lei sa meglio di me che non è possibile sindacare attività che si svolgono nell'altro ramo del Parlamento. Non appena il documento sarà presentato alla Camera, verrà esaminato. D'altro canto, alle ore 9,30 (cioè fra venti minuti) è convocata la Conferenza dei presidenti di gruppo e in quella sede sarà possibile far presente al Presidente della Camera quanto ella ha ora sostenuto.
Dichiaro aperta la discussione.
Comunico che, secondo quanto previsto nella riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo del 2 luglio scorso, il tempo disponibile per la discussione, detratte due ore per gli interventi


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dei relatori e del Governo, è di sei ore e trenta minuti, cui si aggiunge un intervento per gruppo per dichiarazione di voto. Il tempo per gli interventi in dissenso è complessivamente di trenta minuti.
A norma del comma 7 dell'articolo 119, richiamato dal comma 2 dell'articolo 118-bis del regolamento, il tempo complessivo per la discussione è stato così ripartito fra i gruppi:
sinistra democratica-l'Ulivo: 30 minuti .011 32 minuti .029 1 ora e 2 minuti;
forza Italia: 30 minuti .011 23 minuti .029 53 minuti;
alleanza nazionale: 30 minuti .011 17 minuti .029 47 minuti;
popolari e democratici-l'Ulivo: 30 minuti .011 12 minuti .029 42 minuti;
lega nord per l'indipendenza della Padania: 30 minuti .011 12 minuti .029 42 minuti;
rifondazione comunista-progressisti: 30 minuti .011 7 minuti .029 37 minuti;
CCD-CDU: 30 minuti .011 6 minuti .029 36 minuti;
misto: 30 minuti .011 6 minuti .029 36 minuti;
rinnovamento italiano: 30 minuti .011 5 minuti .029 35 minuti.

Totale: 4 ore e 30 minuti .011 2 ore .029 6 ore e 30 minuti.

Ha facoltà di parlare il ministro del tesoro e del bilancio e della programmazione economica, dottor Ciampi.

CARLO AZEGLIO CIAMPI, Ministro del tesoro e del bilancio e della programmazione economica. Signor Presidente, ritenevo che l'intervento del Governo avvenisse in un secondo momento!

PRESIDENTE. La tradizione vuole che sul documento di programmazione economico-finanziaria il primo intervento sia quello del Governo, che illustra brevemente le linee generali del documento. Tuttavia, se lo ritiene, può intervenire in sede di replica.

CARLO AZEGLIO CIAMPI, Ministro del tesoro e del bilancio e della programmazione economica. Mi riservo di intervenire in sede di replica, Presidente.

PRESIDENTE. Sta bene, dottor Ciampi.
Ha facoltà di parlare il relatore per la maggioranza, onorevole Cherchi.

SALVATORE CHERCHI, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, nel documento di programmazione economico-finanziaria il Governo ha proposto al Parlamento le linee essenziali della propria azione in funzione degli obiettivi dell'ingresso dell'Italia nell'unione monetaria, della crescita dell'economia in un contesto non inflazionistico, della lotta alla disoccupazione. Il graduale e rigoroso risanamento dei conti pubblici è condizione necessaria per il perseguimento degli obiettivi annunciati. Il consenso delle parti sociali è assunto come essenziale per il successo del programma delineato nel documento. Il Governo riconosce esplicitamente che all'accordo del luglio del 1993 sulla politica dei redditi e su altri obiettivi di politica economica è dovuto in primo luogo il progresso che il paese ha compiuto verso il risanamento e la stabilità. Conseguentemente, viene riproposto il rilancio della politica di tutti i redditi con una sottolineatura, sin dalla premessa del documento, non solo della indispensabilità di questa politica, ma anche degli obiettivi di equità distributiva che occorre perseguire.
Il Consiglio europeo di Madrid dello scorso anno ha confermato che il terzo stadio dell'unione economica e monetaria avrà inizio il 1^ gennaio 1999; il Governo conferma la scelta della partecipazione dell'Italia alla nuova fase dell'unione economica e monetaria e propone espressamente l'obiettivo che ciò possa accadere sin dal 1^ gennaio 1999. Questa scelta strategica corrisponde ad un interesse non solo economico: la realizzazione dell'unione monetaria crea maggiori opportunità di sviluppo e di occupazione, costituisce


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un passo necessario anche verso l'unione politica dell'Europa. Condizioni per la partecipazione sono il rientro tempestivo della lira nell'accordo di cambio europeo e il rispetto degli obiettivi di convergenza dei parametri economico-finanziari previsti dal Trattato di Maastricht.
Negli ultimi anni il paese ha ottenuto rilevanti risultati nel risanamento della finanza pubblica grazie ad uno sforzo davvero notevole. Nel corso del decennio, soprattutto a partire dal 1992, sono state effettuate manovre correttive per un importo complessivo di 426 mila miliardi di lire, con una correzione dell'andamento tendenziale del rapporto debito-prodotto interno lordo di circa ventiquattro punti. Riforme strutturali sono state adottate ai fini del contenimento della spesa corrente; nel settore statale il disavanzo corrente è avviato verso l'azzeramento, mentre l'avanzo primario già supera il 4 per cento del prodotto interno lordo. Il rapporto fabbisogno-PIL del settore statale è sceso in quattro anni di cinque punti; il debito netto del paese verso l'estero è sceso in tre anni di sei punti in rapporto al prodotto interno lordo. Risultati positivi emergono nella evoluzione del differenziale dei tassi di interesse a lungo termine e dei tassi di inflazione.
Alla verifica della convergenza l'Italia potrà presentarsi in regola relativamente ai parametri dei tassi di inflazione e del tasso di interesse. Quanto ai disavanzi eccessivi, l'Italia è decisamente lontana dal parametro di riferimento per un rapporto debito-prodotto interno lordo, ma questo rapporto conosce una evoluzione positiva, mentre il rapporto ottimale fabbisogno-PIL verrà conseguito programmaticamente nel corso del 1998, tanto nel settore statale che nelle pubbliche amministrazioni, come rileva ai fini del Trattato di Maastricht.
La scelta della politica di bilancio per il triennio 1997-1999 prevede la conferma dei tempi di riaggiustamento dei conti pubblici approvati dal Parlamento con la sessione di bilancio per il 1996-1998. La conferma dei tempi è un obiettivo comunque fortemente impegnativo, alla luce della negativa evoluzione della congiuntura economica e di alcuni parametri finanziari riscontrata nella prima parte dell'esercizio in corso.
Il documento esclude altresì l'accelerazione dei tempi del riaggiustamento attraverso una politica specifica, diretta alla riduzione del rapporto fabbisogno-PIL al valore del 3 per cento entro il 1997. Tale scelta è opportuna, tenuto conto che la manovra correttiva di finanza pubblica articolata in due tempi è già particolarmente severa, comportando un intervento per oltre 50 mila miliardi di lire nel 1998, ed avviene in un contesto di forte avanzo primario e di quadro economico mutato in negativo. Gli effetti depressivi sull'economia, conseguenti ad una manovra tale da portare il deficit sotto il 3 per cento del PIL già nel 1997, sono stati illustrati anche dal governatore della Banca d'Italia, che ha sconsigliato l'adozione di una manovra di quelle dimensioni.
Il documento contiene la riserva della verifica in autunno dell'evoluzione della congiuntura economica e dei mercati finanziari, in relazione alla possibilità dell'accelerazione dei tempi della convergenza. Tale possibilità appare inequivocabilmente ed essenzialmente legata al miglioramento, auspicabile ma anche definito insperato dal ministro del tesoro in una audizione parlamentare, della congiuntura economica e del differenziale dei tassi di interesse. Il giudizio sull'ammissione alla terza fase dell'unione economica e monetaria avverrà peraltro su una base che considera parametri e tendenze come espressamente previsto dal Trattato. I risultati conseguiti e gli obiettivi proposti dal documento del Governo consentono al paese di presentarsi degnamente all'appuntamento con decisioni particolarmente delicate per il futuro politico dell'Europa.
L'ulteriore miglioramento dei risultati importanti già conseguiti nel percorso di riequilibrio della finanza pubblica è condizione necessaria ma non sufficiente per il risanamento complessivo. La crescita stabile dell'economia in un contesto non inflazionistico, la crescita dell'occupazione e la riduzione degli squilibri settoriali e territoriali sono elementi altrettanto necessari.


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A ben vedere, crescita dell'occupazione, riduzione degli squilibri e stabilità dei prezzi sono obiettivi irrinunciabili dell'azione di politica economica, non solo perché positivi e desiderabili in sé, ma anche perché, in mancanza di questi elementi, lo stesso processo di risanamento della finanza pubblica perde di credibilità. Infatti, date le dimensioni raggiunte dal debito pubblico, la politica di bilancio sarà obbligata ad un rilevante avanzo primario per molti anni. Sarebbe davvero difficile mantenere un avanzo primario di quelle dimensioni in una economia che non cresce, che accumula squilibri, che non dà sufficienti occasioni di lavoro.
Lo scenario macroeconomico internazionale ed europeo propone un trend di crescita economica piuttosto moderato. La disoccupazione ha assunto in Europa dimensioni rilevanti e strutturali. Da esse discendono anche insicurezze e disintegrazione sociale che gli studiosi delle scienze sociali segnalano come fattori tendenzialmente sempre più preoccupanti di squilibrio della stessa democrazia della società occidentale. La disoccupazione strutturale deriva innanzitutto dal disaccoppiamento in atto tra crescita economica e crescita dell'occupazione conseguente all'incremento di produttività indotto dall'innovazione e dalla globalizzazione. Peraltro, anche in conseguenza di politiche restrittive, l'espansione dell'economia è stata in Europa inferiore all'incremento della produttività.
Desta preoccupazione a tale proposito la relativa povertà di risultati concreti del recente Consiglio europeo di Firenze proprio in materia di contrasto della disoccupazione. Nell'Europa comunitaria sembra aver perso slancio lo stesso piano Delors, il piano più concreto e significativo elaborato a livello comunitario in tema di contrasto della disoccupazione. È necessario che l'Unione europea non affidi la lotta alla disoccupazione solamente alla pur necessaria unione monetaria, all'unificazione del mercato e alla politica degli Stati membri; occorre che l'Unione sviluppi proprie specifiche politiche mediante l'attuazione del piano Delors, la realizzazione degli obiettivi di cooperazione e prosperità condivisa nell'area euromediterranea, l'armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali in funzione della creazione di nuovi posti di lavoro.
Per il nostro paese è decisamente insoddisfacente l'espansione dell'occupazione discendente dalle ipotesi di crescita del prodotto. Il documento propone uno scenario tendenziale di riduzione della disoccupazione a fine 1999 pari a meno di un punto percentuale. La disoccupazione è preminentemente concentrata nel sud essendo le differenze o meglio, l'abisso tra i tassi di disoccupazione del nord e del sud pari al 16,6 per cento. Nello scenario tendenziale la disoccupazione del Mezzogiorno sfonderebbe ancora a fine secolo il livello del 20 per cento; questa prospettiva deve essere sostanzialmente modificata. Occorre dire che la crisi nel Mezzogiorno è divenuta più acuta anche a causa della vera e propria rimozione dal dibattito politico della complessa questione meridionale, confusa in una generica questione delle aree depresse. Il documento enuncia una nuova politica per il Mezzogiorno con propositi rilevanti e condivisibili di riforma istituzionale l'autogoverno responsabile e di efficienza amministrativa, di lotta alla criminalità organizzata e di impulso ad un modello di sviluppo endogeno ed autopropulsivo, in sintonia con le richieste della nuova leva di amministratori emersa nel sud.
Occorre però fare di più in tema di occupazione e Mezzogiorno. A tale riguardo, i limiti riscontrati possono essere colmati durante il dibattito sul documento e nella conclusiva risoluzione parlamentare, preliminare all'assunzione di un obiettivo più apprezzabile di crescita dell'occupazione e di riduzione della disoccupazione. Importanti risultati possono essere ottenuti mobilitando effettivamente tutte le risorse comunitarie e nazionali già disponibili e favorendo l'espansione degli investimenti privati. A tal fine è necessario migliorare sostanzialmente la capacità di realizzazione delle amministrazioni deputate. Occorre altresì promuovere un piano che segnali uno sforzo straordinario ed un impegno


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aggiuntivi per gli investimenti pubblici e per l'occupazione nei settori ad alta intensità di lavoro, finanziato con un volume di risorse non inferiore, nell'arco del triennio, ad un punto percentuale del prodotto interno lordo. È questa la proposta che avanzo a nome della Commissione, in modo tale che l'annunciata conferenza sull'occupazione del prossimo settembre produca decisioni operative.
L'accordo sulla concertazione sottoscritto dal Governo con le parti sociali nel luglio 1993 ha prodotto risultati positivi per il paese. La politica dei redditi, in particolare, ha costituito per riconoscimento diffuso uno dei pilastri del risanamento. A tal fine occorre, prendendo atto dei risultati positivi, rilanciare la politica della concertazione attuando innanzitutto l'accordo in tutte le sue parti. Conservare la vitalità della politica dei redditi è interesse generale. La vitalità si mantiene se viene assicurato che si tratta di politica di tutti i redditi e se c'è equità distributiva. Nel corso dell'ultimo triennio si è verificata una redistribuzione del reddito sfavorevole per le retribuzioni e per le famiglie. La tendenza potrebbe proseguire, secondo il documento, anche nell'immediato futuro, ancorché in termini più attenuati. È stata saggia la scelta, operata con la legge finanziaria per il 1996, di salvaguardare la politica dei redditi riconoscendo la fondatezza del recupero del potere di acquisto perso dalle retribuzioni in conseguenza dello scostamento tra inflazione reale e inflazione programmatica. Vi fu polemica anche allora.
Questa esigenza deve essere tenuta presente, tutelata ora che viene proposto dal Governo un obiettivo in se auspicabile e condiviso sottolineo «auspicabile-condiviso» cioè di fissare l'inflazione programmata al 2,5 per cento per il 1997 e al 2 per cento per gli anni successivi.
Sono in corso i rinnovi contrattuali di importanti categorie di lavoratori. Questi contratti seguono quelli già rinnovati per altre categorie di lavoratori su una base di tasso programmatico di inflazione pari al 3 per cento.
Occorre inoltre tenere presente che il DPEF prende atto che nel 1996 l'inflazione reale supererà quella programmata lo scorso anno.

PRESIDENTE. Le chiedo scusa, onorevole relatore. Onorevole Masi, ho già pregato di non parlare nell'emiciclo.

SALVATORE CHERCHI, Relatore per la maggioranza. Grazie, signor Presidente.
In questo contesto, il Governo deve attuare la politica di concertazione delle parti sociali favorendo il rinnovo dei contratti di lavoro in corso di definizione in termini non sperequati rispetto a quelli già conclusi. Occorre altresì che nel momento in cui vengono fissati obiettivi di contenimento dell'inflazione molto severi, e per altro necessari e condivisi, il Governo venga impegnato a definire misure di politica economica e distributiva atte a garantire il potere di acquisto delle retribuzioni nella deprecata ipotesi che in corso d'anno si registrasse uno scostamento dall'obiettivo indicato nella lotta per l'inflazione.
La Commissione a maggioranza ha condiviso questo approccio, avendo presenti le dinamiche sperequative in atto nella distribuzione del reddito e la necessità di salvaguardare sul piano sostanziale la politica dei redditi. La Commissione ha anche manifestato la necessità che il Governo esprima un'azione e una posizione non agnostica nell'ambito della politica di concertazione con le parti sociali. Quest'azione non lede l'autonomia delle parti sociali ma si iscrive dentro la concertazione, di cui il Governo è attore primario.
Signor Presidente, per una più dettagliata trattazione e illustrazione degli scenari macroeconomici, degli obiettivi di politica economica e della proposta di finanza pubblica rimando alla relazione scritta. Mi limito, in questa breve introduzione, a sottolineare alcuni aspetti essenziali.
Quanto all'economia, l'obiettivo posto dal documento è conciliare il riequilibrio dei conti pubblici con la ripresa dell'attività produttiva in un contesto non inflazionistico.


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Il Governo e l'autorità monetaria hanno insistito molto, in questa prima fase di avvio della legislatura, sull'obiettivo di abbattimento dell'inflazione, e ciascuno per le rispettive responsabilità opera per conseguire tale obiettivo.
L'abbattimento dell'inflazione e il contemporaneo accrescimento dell'avanzo primario influiranno sulla discesa dei tassi, riducendo così la dimensione degli interventi correttivi necessari al riequilibrio e rendendo disponibili maggiori risorse ad un costo più basso per gli investimenti privati, mentre lo Stato potrà compiere sforzi maggiori di quelli attuali per gli investimenti pubblici e l'occupazione.
Quanto agli obiettivi di finanza pubblica, partendo dai risultati positivi del 1995 e del 1996, il documento fa propri gli obiettivi programmatici di fabbisogno indicati per il 1997 e per il 1998 con il precedente documento di programmazione economico-finanziaria, che prevedevano un'incidenza sul PIL di tale aggregato pari, rispettivamente, al 4,5 e al 3 per cento nei due anni, e propone, per il 1999, un valore del 2,8 per cento.
La manovra correttiva necessaria per rispettare gli obiettivi programmatici è stata articolata in due tappe scandite dai provvedimenti varati nello scorso giugno, e attualmente all'esame del Parlamento, e dai provvedimenti che verranno discussi nella prossima sessione di bilancio.
Per quanto riguarda, in particolare, il 1997, la manovra annunciata nel documento di programmazione economico-finanziaria è pari a 32 mila 400 miliardi, con una ripartizione dell'articolazione in rapporto di due a uno fra riduzione della spesa e aumento delle entrate.
Nel dibattito in Commissione sono state avanzate da più parti perplessità ed interrogativi sull'opportunità di codificare in un rigido rapporto di due a uno la ripartizione della manovra fra tagli di spesa ed aumenti di entrata, tenuto conto che le proposte di articolazione della manovra non sono state ancora compiutamente definite (ci si chiede, come interrogativo, se non sia più congrua una forte indicazione di sicura e robusta prevalenza dei tagli di spesa).
Sul versante delle entrate, l'azione programmatica è finalizzata, da un lato, al recupero dei fenomeni di elusione ed evasione fiscale, dall'altro, alla razionalizzazione della struttura del prelievo, alla semplificazione degli adempimenti a carico del contribuente e al decentramento dei poteri impositivi, contemporaneamente a quello dei poteri di spesa e delle funzioni di servizio ai cittadini ed alle imprese.
Nel corso delle audizioni preliminari in Commissione bilancio, da molte parti si è insistito (e sottolineo, per l'autorevolezza del richiamo, quello del Governatore della Banca d'Italia) ancora una volta sull'ampiezza dell'evasione fiscale. Il recupero di quote di evasione consente di assumere, dal lato delle entrate, un obiettivo più consistente senza pesare sui contribuenti onesti, di ripartire più equamente il carico fiscale e finanziario e di espandere gli investimenti pubblici.
Sul versante della spesa pubblica, il documento indica nella sua riduzione l'azione fondamentale per il risanamento finanziario. La prevedibile discesa dei tassi di interesse (conseguente all'abbattimento dell'inflazione) e la correlata riduzione delle spese per interessi non hanno rilievo nell'azione di riequilibrio, anche se gli obiettivi programmati di inflazione avrebbero consentito di incorporare da subito le ricadute positive sul costo del debito. Gli interventi correttivi del saldo tendenziale verranno concentrati sulla spesa corrente primaria, mentre è previsto un leggero incremento della spesa in conto capitale. I risparmi verranno conseguiti operando in via prioritaria attraverso interventi di razionalizzazione, di recupero di efficienza, di riduzione dell'area dei servizi gratuiti, di revisione delle misure di sostegno ai settori produttivi, di una maggiore responsabilizzazione finanziaria dell'amministrazione pubblica. Gli spazi per avere una pubblica amministrazione che lavori meglio e costi meno sono importanti. Il documento sottolinea che la ricerca di nuove misure di contenimento è orientata verso i


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risparmi legati al successo delle azioni di ammodernamento dell'amministrazione pubblica. D'altra parte, sono esaurite le opportunità di interventi correttivi facili. La Corte dei conti ha sottolineato che il documento contiene, peraltro, una sorta di clausola di salvaguardia, che è più di una mera ipotesi, secondo la quale, ove non apparissero conseguibili i risparmi ipotizzati, dovrebbero essere attivate misure aggiuntive in quei comparti della spesa pubblica che assorbono le quote maggiori della spesa statale.
Alla specificazione delle linee della riforma fiscale, incluso il federalismo fiscale, il documento accompagna l'enunciazione degli indirizzi di modernizzazione dell'azione amministrativa, di riforma della struttura del bilancio dello Stato, di trasferimento o delega di poteri e funzioni agli enti territoriali, come anticipazione, a Costituzione invariata, della riforma dello Stato in senso federale. Tali riforme (e vengo ad un punto che sarà oggetto del nostro dibattito e che è già stato sottoposto all'attenzione di questa Assemblea) sono indispensabili anche per il risanamento strutturale, l'efficienza e la riduzione delle spese nel medio periodo. Conseguentemente, in relazione a questi obiettivi di risanamento strutturale, di efficienza e di riduzione delle spese nel medio periodo nell'arco del triennio il Governo chiede che i disegni di legge relativi a queste azioni di riforma abbiano natura di provvedimenti collegati.
In proposito occorre chiarire che hanno sicuramente carattere di provvedimenti collegati quelli che sono esplicitamente rivolti a riportare le grandezze della finanza pubblica entro gli obiettivi di riduzione del fabbisogno e del disavanzo di competenza previsti dalla manovra di bilancio per il 1997. È del pari opportuno, ad avviso del relatore per la maggioranza, che vengano dichiarati come provvedimenti collegati i disegni di legge di riforma finalizzati ad obiettivi di risanamento strutturale e che, come tali, determinano effetti finanziari concorrenti con gli obiettivi proposti dal documento di programmazione economico-finanziaria. Tali provvedimenti dovrebbero essere presentati e discussi, possibilmente, antecedentemente alla sessione di bilancio, ai fini dell'ordinato svolgimento dei lavori parlamentari e del più celere dispiegarsi delle riforme deliberate.
In conclusione, signor Presidente, la politica economica e finanziaria enunciata dal documento di programmazione propone obiettivi di grande significato, corrispondenti agli interessi generali del paese, e le strategie sono coerenti con gli obiettivi.
La Commissione bilancio, apprezzando il contenuto del documento, ha manifestato grande sensibilità verso l'equità distributiva. Del pari, ha chiesto che il Governo profonda il più grande impegno nella lotta alla disoccupazione e che a tal fine vengano mobilitate tutte le risorse disponibili e ne vengano assegnate di nuove. La ripresa dell'occupazione non può prescindere dall'andamento della finanza pubblica; anche per questo fine è quindi indispensabile un'azione giusta e rigorosa. Gli obiettivi di riaggiustamento dei conti pubblici devono, dunque, essere conseguiti. Dato questo vincolo, la maggiore crescita della spesa proposta per occupazione e investimenti dovrà essere finanziata con risorse rivenienti dalla più attenta impostazione della legge finanziaria in funzione di questo obiettivo e con una maggiore crescita delle entrate.
Un incremento delle entrate rispetto a quanto previsto dal documento può derivare dal recupero di aree di evasione ed elusione. Occorre sottolineare una volta di più che il mantenimento di una situazione inefficiente e non equa sul lato delle entrate provocherà, dato il vincolo sui saldi, una crescente incapacità di assicurare sostegno allo sviluppo, che certo è affidato innanzitutto alla iniziativa degli imprenditori privati sul mercato, ma del quale lo Stato e gli operatori pubblici devono assicurare le condizioni di base sia in termini di regole sia in termini di servizi e di infrastrutture efficienti.
È rilevante, a questo riguardo, proseguire con impegno con il processo delle privatizzazioni e il riordino delle partecipazioni


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pubbliche, intese come strumento utile non per soli, ancorché importanti, obiettivi finanziari ma per promuovere la modernizzazione del sistema produttivo e del mercato.
A tal fine è necessario completare il quadro di regole di soggetti regolatori, in assenza dei quali non è possibile avviare concretamente i più importanti programmi indicati nel documento. Occorre altresì che questi programmi perseguano effettivamente l'obiettivo di allargare la base produttiva ed occupazionale e di sviluppare la concorrenza.
L'azione di razionalizzazione della spesa corrente deve essere indirizzata innanzitutto alla eliminazione degli sprechi e delle inefficienze; non solo lo Stato ma anche gli enti territoriali devono concorrere a questo obiettivo. D'altra parte il contenimento della spesa corrente deve tener conto del fatto che non sarebbe accettabile la rinuncia agli obiettivi prioritari di politica sociale né lo scadimento della qualità dei servizi pubblici, che sarebbe difficilmente tollerato dai cittadini che sopportano una elevata pressione fiscale.
In conclusione, è indispensabile ottenere rilevanti risultati nel contenimento della spesa corrente, ma ottenere anche maggiori risultati sul lato delle entrate. La strategia proposta richiede l'introduzione di innovazioni; in questo senso le proposte di modernizzazione dell'amministrazione, della riforma del bilancio sono apprezzabili, come le proposte di riforma che vanno nella direzione del federalismo che, nella forma compiuta, sarà possibile solo dopo le riforme costituzionali.
È però possibile compiere oggi una prima innovazione istituzionale puntando ad una effettiva autonomia decisionale delle regioni e degli enti locali sui due lati del vincolo del bilancio; solo un'effettiva e rilevante possibilità di scegliere sul prelievo e sulla spesa, attribuita a livelli decentrati di Governo, può porre le basi di quel rinnovamento del rapporto tra cittadini ed istituzioni democratiche che è una delle condizioni per il successo della complessa strategia di risanamento della finanza pubblica e dell'economia, delineata nel documento. È una strategia certamente complessa e difficile, ma possibile; per attuarla il Governo ha chiesto il sostegno del Parlamento.
La Commissione bilancio, avendo ampiamente discusso il documento, mi ha conferito il mandato di riferire favorevolmente all'Assemblea per chiedere alla stessa di condividere gli obiettivi strategici del documento e di dare al Governo il sostegno necessario per attuare la politica economica e finanziaria posta alla base del programma che ha ottenuto la fiducia del Parlamento.
Preannuncio che nel corso del dibattito sarà presentata una risoluzione di maggioranza coerente con queste conclusioni (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, onorevole Pagliarini.

GIANCARLO PAGLIARINI, Relatore di minoranza. Come prima cosa, noto che l'unica relazione di minoranza e di opposizione è stata presentata dal gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania.
Con questo DPEF nel 1997 i saldi tendenziali della finanza pubblica miglioreranno di circa 33 mila miliardi: di questa cifra solo due terzi verranno ottenuti grazie ai tagli alle spese e ben un terzo sarà dovuto a nuove tasse.
Dopo questo miglioramento il rapporto del fabbisogno sul prodotto interno lordo sarà del 5,45 per cento invece del 3 per cento, che è il massimo previsto dal Trattato di Maastricht; dunque, se tutto andrà bene, supereremo dell'82 per cento il massimo consentito.
Il rapporto del debito sul prodotto interno lordo sarà del 123,9 per cento invece del 60, previsto dal Trattato; dunque saremo ad oltre il doppio del massimo consentito. Questi sono i numeri!
Mi meraviglia molto leggere nel DPEF che questa scelta non implica che il Governo abbia rinunciato a presentare l'Italia come candidato all'ingresso nell'unione monetaria. Certo, a questo mondo tutto è


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possibile, ma con dei parametri che superano non dico del 5 o 6 per cento ma di oltre l'80 per cento i dati del Trattato, a me pare che ci voglia un bel coraggio a presentare l'Italia come candidato.
Incidentalmente, questa è stata una delle domande che ho rivolto al dottor Fazio, Governatore della Banca d'Italia, nel corso dell'audizione del 9 luglio presso le Commissioni riunite bilancio della Camera e del Senato. La domanda, come risulta dal resoconto stenografico, era: «Non le sembra illogico presentare come candidato un paese che supera del doppio i parametri fondamentali?». Non so dirvi cosa ne pensi la Banca d'Italia perché non ha risposto né a questa né alle altre mie domande. Una riguardava il tanto decantato risanamento di questi anni: ho fatto notare che dal 1992 ad oggi il debito pubblico è aumentato del 46 per cento e che il rapporto tra debito e PIL è passato da 106 a 124 ed ho chiesto se questi debbano considerarsi validi risultati, ma la Banca d'Italia non ha risposto.
E ancora: Fazio ha detto che bisognava privilegiare gli investimenti in grado di contribuire maggiormente alla crescita. Allora ho chiesto se i soldi che il Governo vuole spendere per il Banco di Napoli o per il Giubileo aumentino la produttività del paese, ma ancora una volta la Banca d'Italia non ha risposto. Invece di farlo, il dottor Fazio si è messo a discutere di quanto sia aumentato il debito pubblico quando io ero ministro del Governo Berlusconi. Poi si è inventato di sana pianta una domanda che nessuno si era sognato di rivolgergli, dicendo: cosa pensa, che potessimo scendere al 60 per cento? E successivamente si è dato la risposta, obiettando: come si fa, si prepara una manovra da un milione di miliardi? Ha concluso che si trattava di una domanda assurda.
Naturalmente il giorno dopo qualche giornale, invece di riportare quello che era successo, ha scritto che i parlamentari della lega nord per l'indipendenza della Padania fanno domande assurde e non conoscono i conti dello Stato.
Spero che in sede di replica il Governo avrà la bontà di commentare queste domande, alle quali la Banca d'Italia non ha voluto rispondere.
La morale dell'audizione, che ha scandalizzato anche altri colleghi oltre al sottoscritto, mi sembra questa. Primo: siamo in molti ad avere l'impressione che in questo paese, giorno dopo giorno, si stia formando un vero e proprio regime sull'informazione.

ILARIO FLORESTA. Bravo!

GIANCARLO PAGLIARINI, Relatore di minoranza. Stiamo diventando un paese senza verità, ed un paese senza verità è destinato a diventare anche un paese senza libertà.
Secondo: altro che autorevolezza della Banca d'Italia! Mi sembra una vergogna che un'istituzione come questa non risponda alle legittime domande di un parlamentare. È una grave mancanza di rispetto verso il Parlamento: i Presidenti di Camera e Senato dovrebbero appurare se questa mancanza di rispetto sia riconducibile ad un sentimento diffuso nell'istituzione Banca d'Italia oppure se sia riconducibile solamente al dottor Fazio.
Come abbiamo visto, il documento di programmazione economico-finanziaria prevede altri aumenti delle tasse, che vanno ad aggiungersi a quelli della cosiddetta manovra di giugno. Il documento di programmazione economico-finanziaria prevede che le entrate tributarie tendenziali aumenteranno di 9.500 miliardi nel 1997 e di altri 2.300 nel 1998. Siamo convinti che vi siano spazi per significativi tagli a spese produttive e di mero assistenzialismo e per questo motivo ci dichiariamo assolutamente contrari a nuove tasse.
Passiamo alla questione dell'importanza dell'unione monetaria. Le migliori leggi approvate dal nostro Parlamento negli ultimi anni sono quelle che hanno recepito le direttive comunitarie e le grandi occasioni che abbiamo perso sono riconducibili al mancato recepimento di principi comunitari. L'unione monetaria darà un grande contributo al senso di appartenenza ad una entità unica dei cittadini europei,


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ma la nostra esclusione che, a nostro parere, con questo documento di programmazione economico-finanziaria è sicurissima, avrà temo proprio il significato opposto.
Questo documento era l'occasione per dire la verità agli italiani e per far capire ai nostri concittadini che la vera solidarietà è quella verso le generazioni future, che non possiamo continuare a spendere oggi le tasse che i nostri figli dovranno pagare domani, senza avere in cambio assolutamente niente dallo Stato, ma solo per pagare i debiti che stiamo accumulando. Questo dibattito doveva essere l'occasione per discutere pubblicamente e con trasparenza se i debiti che abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti debbano essere pagati da noi a prezzo di grandi sacrifici o se debbano essere ripartiti su due o più generazioni (con sacrifici immediati minori ma ad un costo complessivo più alto) oppure se ai debiti che abbiamo ereditato dobbiamo semplicemente aggiungere qualcosa di nostro e trasferire cinicamente il tutto ai nostri figli (esattamente come hanno fatto con noi i nostri padri e come abbiamo fatto anche noi in questi anni). Era questa l'occasione buona per far capire agli italiani che un elevato disavanzo di bilancio genera disoccupazione ed è pericoloso sotto il profilo economico e sociale.
La partecipazione all'unione monetaria significa perdere definitivamente la possibilità di lasciare svalutare la moneta, ma significa anche e soprattutto eliminare il rischio di cambio ed eliminare i differenziali dei tassi d'interesse; in questo modo avremmo la garanzia che le nostre imprese ed anche lo Stato si potranno finanziare alle stesse condizioni degli altri Stati membri dell'unione monetaria. In realtà, tutti sanno che, con il paese organizzato in questo modo, la situazione dei conti pubblici è insostenibile e continuerà sicuramente a peggiorare, a meno che questo Governo, questi sindacati, questa maggioranza non abbiano già deciso di fare ricorso ad imposte patrimoniali straordinarie ed a qualche operazione straordinaria sul debito pubblico e stiano solo aspettando il momento migliore per imporre le proprie scelte economiche alla popolazione, naturalmente dopo aver messo sotto controllo i mezzi di informazione. Come ho detto poco fa, un paese senza verità è destinato a diventare anche un paese senza libertà.
Anche se il Governo realizzerà tutti gli obiettivi indicati nel documento di programmazione economico-finanziaria, al 31 dicembre 1999 il rapporto tra il debito pubblico ed il prodotto interno lordo sarà, se tutto va bene, a quota 117,76; saremo ancora sostanzialmente a più del doppio del massimo consentito o giù di lì. Con questo trend arriveremo al 60 per cento in altri otto anni, nel 2007, ma a quel punto l'Europa sarà lontana anni luce perché i nostri concittadini europei avranno fatto investimenti, avranno aziende competitive, saranno su altri pianeti e l'Italia sarà divisa in due, ma non si tratterà di una divisione tra nord e sud; l'Italia sarà divisa in due perché la metà dei cittadini italiani sarà formata da disoccupati e da pensionati, mentre l'altra metà sarà costituita da dipendenti dello Stato. Gli stipendi degli statali, le pensioni, la cassa integrazione saranno tutti pagati con il debito pubblico finché non salterà tutto per aria.
Questa è la fine inevitabile di un modo di fare politica che non affronta mai i problemi, ma continua a nasconderli e a rinviarne la soluzione. Fino ad un minuto prima dello scoppio del caos economico e dell'inflazione, ci sarà ancora qualcuno che dirà che a lui il federalismo sta bene, ma la secessione no, che inviterà a stare tranquilli perché dopo tutto abbiamo un saldo primario positivo, che sosterrà l'opportunità di privatizzare senza svendere, che affermerà la necessità di bonificare finalmente Bagnoli, di salvare il banco di Napoli e quanti lo seguiranno, che dirà infine che dobbiamo essere solidali e continuare a pagare le false pensioni di invalidità ai nostri 7 milioni e 200 mila invalidi, eccetera. C'è un sacco di eccetera, ve ne è almeno un centinaio e li potete leggere tutti nel debolissimo documento di programmazione economico-finanziaria che stiamo discutendo.


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Non bisogna solo criticare. Nel documento di programmazione economico-finanziaria di due anni fa, quando eravamo al Governo, avevamo inserito subito, all'inizio, nella premessa, che la linea di intervento più importante consisteva nell'avvio di un processo di decentramento dello Stato in senso federale. Ma poi non ci fu niente da fare: una buona parte di quella maggioranza voleva, se possibile, uno Stato centrale ancora più forte. Nella proposta di risoluzione presentata al documento di programmazione economico-finanziaria dell'anno scorso ci abbiamo riprovato e dopo lunghissime discussioni siamo riusciti a far approvare a quella maggioranza il principio della centralità, nell'ambito della politica di bilancio per il prossimo triennio, nonché della più generale azione governativa, dei temi dell'occupazione e del decentramento dello Stato in senso federale, ma ancora una volta non c'è stato niente da fare: nella finanziaria del Governo Dini non c'era praticamente alcuna seria e significativa proposta di decentramento ed i parlamentari che avevano firmato con noi la proposta di risoluzione hanno poi bocciato in aula tutti i nostri emendamenti.
Oggi è probabilmente troppo tardi. Tra poco ci troveremo in piena recessione e il paese ci sembra ormai condannato a restare fuori dall'Europa, a non investire, a perdere quote di mercato, alla disoccupazione ed ai disordini sociali.
A nostro parere il Governo dovrebbe impegnarsi perché vengano realizzati con assoluta priorità questi obiettivi: in primo luogo, mero decentramento finché non sarà modificata la Costituzione, ma questo vuol dire che dovranno essere decentrate quasi tutte le funzioni operative istruzione, sanità, fisco e dovrà essere soppressa la maggior parte dei ministeri, delle aziende autonome e degli enti con organizzazione centralista. Al Governo centrale dovrebbero restare poche funzioni operative come la difesa finché non avremo l'esercito europeo, come la politica estera finché anche questa non avrà una dimensione europea, oltre agli importanti compiti di coordinamento e di controllo.
In secondo luogo, occorre far partire al più presto i lavori per realizzare, attraverso il federalismo, la concorrenza anche nella politica, perché dove c'è concorrenza c'è sempre più efficienza. Questo vuol dire che gli Stati federati dovranno avere piena indipendenza e di conseguenza avranno assoluta capacità legislativa, naturalmente nel rispetto di principi generali approvati dal Parlamento nella capitale federale. In prospettiva noi ci auguriamo che questo sarà lo schema dell'Europa delle regioni. Ciò vuol dire che, a regime, i principi generali non saranno quelli di Roma ma quelli di Bruxelles.
In terzo luogo, proponiamo l'inversione dei flussi fiscali, nel senso che gli Stati federati tratterranno sostanzialmente tutte le imposte pagate dai soggetti residenti: le tasse pagate nelle regioni della Padania resteranno in quelle regioni, quelle pagate in Sicilia resteranno in Sicilia e così via. In tal modo si realizzeranno le condizioni per combattere veramente l'evasione fiscale e responsabilizzare e controllare la pubblica amministrazione.
In quarto luogo, chiediamo trasferimenti trasparenti per le spese generali dello Stato federato. Gli Stati federati dovranno trasferire al Governo centrale una percentuale delle loro tasse, per pagare le spese generali dello Stato, come l'esercito, le grandi infrastrutture federali, per rimborsare alle loro scadenza naturali le quote del vecchio debito pubblico, e così via.
In quinto luogo, chiediamo trasferimenti trasparenti per la solidarietà. Gli Stati federati trasferiranno al Governo federale centrale una percentuale delle loro tasse per la perequazione e la solidarietà. Tale trasferimento dovrà avvenire con la massima trasparenza; il fondo di perequazione e di solidarietà sarà immediatamente ripartito tra gli Stati federati meno sviluppati economicamente e in questo modo la solidarietà sarà pagata dai cittadini, senza essere trasferita alle generazioni future con il meccanismo del debito pubblico, come è stato fatto finora.
Penso che gli unici a non voler realizzare questo progetto dovrebbero essere i


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burocrati di Roma e pochi, ma potentissimi, altri detentori del potere perché questa riforma, oltre a cambiare la cultura del paese, cambierebbe anche la mappa del potere. È purtroppo evidente che gli attuali detentori del potere non hanno nessuna intenzione di rinunciarvi, anche a costo di mandare a picco il paese. Infatti il paese sta entrando in una fase acutissima di crisi finanziaria: giorno dopo giorno lo Stato non c'è più o, peggio, c'è e assume una nuova ed inquietante fisionomia, quella di un'organizzazione lontana dai cittadini che cerca solo di incassare più tasse per pagare i debiti che ci stiamo trasferendo di padre in figlio, per pagare gli stipendi alla sua burocrazia mentre le risorse finanziarie per dare servizi ai cittadini (per l'istruzione, la sanità, la giustizia, eccetera) sono sempre di meno.
Questo documento di programmazione economico-finanziaria non propone soluzioni strutturali; da parte nostra abbiamo avanzato varie proposte, ma il Governo e la maggioranza continuano a non voler aprire gli occhi. Così purtroppo si continua a perdere del tempo prezioso e ogni giorno che passa rende più difficile il processo di cambiamento.
Nel documento di programmazione economico-finanziaria è scritto che la situazione del Mezzogiorno è preoccupante e ormai insostenibile. Colleghi, leggendo il documento si capisce che la situazione del Mezzogiorno diventerà sicuramente sempre più preoccupante e sempre più insostenibile perché si continuerà a favorire la crescita dei consumi senza innestare uno sviluppo autonomo capace di sostenersi da solo. Che si tratti della cultura di questa maggioranza purtroppo è confermato dalle decisioni prese dal Parlamento nei giorni scorsi. Basti pensare al Banco di Napoli, alle modalità di intervento per la bonifica di Bagnoli, alle spese per il Giubileo e via dicendo. Ricordo che nella sua replica al Senato il Presidente Prodi aveva detto che bisogna trasferire attività economiche e produttive dal nord al sud, ma aveva evidentemente dimenticato che per aprire a Melfi la FIAT ha chiuso e ha generato disoccupazione e disperazione a Chivasso.
Questi trasferimenti funzioneranno solo se saranno figli del mercato e di una onesta competizione, ma certamente non funzioneranno se saranno drogati da incentivi o da altri interventi del Governo centrale di Roma. Per il sud la soluzione deve essere nel mercato. Secondo noi, per accelerare il processo volto a rendere il Mezzogiorno compatibile dal punto di vista produttivo e finanziario con le altre regioni d'Europa, è necessario dotarlo di una sua moneta e della possibilità di effettuare svalutazioni competitive. Così il Mezzogiorno potrà far concorrenza alla Padania ed al resto dell'Europa anche utilizzando lo strumento della svalutazione competitiva; il risultato consisterà in una maggiore responsabilizzazione degli amministratori del Mezzogiorno e nella fine della disoccupazione, anche perché arriveranno investimenti veri e lavoro vero.
Le imprese del nord, dal loro canto, potranno fare più investimenti in ricerca e sviluppo e diventeranno sicuramente più competitive.
Voglio qui ricordare un articolo di Giuseppe Turani, molto critico nei confronti della lega nord per l'indipendenza della Padania e di Umberto Bossi, pubblicato su la Repubblica ed intitolato «Due monete e due miserie», dove era scritto che, in presenza di due monete, il sud rinascerebbe a nuova vita; dotato a quel punto di una moneta svalutatissima, diventerebbe di colpo un esportatore formidabile ed un territorio molto interessante per gli imprenditori; diventerebbe così forte economicamente da poter progettare nel giro di qualche anno una sorta di riconquista del nord ormai abbattuto e in rovina.
Voglio ricordare che in Italia quasi tutti continuano a dire che è necessario salvare il Mezzogiorno ed affrontare il problema della sua occupazione. Ebbene, l'unico modo per raggiungere questo obiettivo è quello di una separazione consensuale. In Padania utilizzeremmo come moneta l'euro, la moneta unica europea, mentre i nostri concittadini europei del Mezzogiorno utilizzerebbero tale divisa dopo qualche anno, dovendo prima sistemare


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il loro sistema economico produttivo.
In conclusione, speriamo che la proposta di risoluzione che verrà approvata in quest'aula impegnerà il Governo a modificare in modo significativo la struttura portante del documento di programmazione economico-finanziaria, identificando come obiettivo prioritario per il paese l'assoluta necessità di modificare al più presto la Costituzione in senso federale ma con le caratteristiche che ho indicato poco fa, non con altre con la conseguente radicale modifica dell'organizzazione del paese, ovvero in alternativa di realizzare una separazione consensuale e senza tensioni tra la Padania, la quale ha ormai le carte in regola per far parte immediatamente dell'unione monetaria, e il resto del paese, che, potendo contare sulla solidarietà della Padania, sui fondi strutturali europei e soprattutto sullo strumento della svalutazione competitiva della sua moneta, sarà presto in grado di sconfiggere la disoccupazione, riorganizzare la struttura produttiva e subito dopo chiedere di essere ammesso all'unione monetaria (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi ricordo che sono ora iscritti a parlare 39 deputati, per ciascuno dei quali è fissato un tempo contingentato. Per dare regolarità alla discussione odierna, la Presidenza avverte fin da ora, al fine di evitare contestazioni durante la seduta, che non sono ammesse né sostituzioni né inversioni nell'ordine delle iscrizioni a parlare.
La Presidenza è questa la regola durante i dibattiti su argomenti particolari comunicherà all'inizio di ogni intervento il tempo assegnato a ciascun oratore; un minuto prima della sua scadenza avvertirà con un suono di campanello; un secondo suono di campanello segnalerà che mancano 15 secondi; a tempo scaduto sarà tolta la parola. Nessuno si potrà sentire offeso, avendo annunciato questo modo di procedere all'inizio della seduta.
Constato l'assenza dell'onorevole Peretti, primo iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunciato.
È iscritto a parlare l'onorevole Villetti. Ne ha facoltà.
Onorevole Villetti, le ricordo che ha a disposizione tredici minuti.

ROBERTO VILLETTI. Signor Presidente, colleghi deputati, il documento di programmazione economico-finanziaria costituisce una buona base per portare avanti l'opera di risanamento iniziata dal Governo Amato e proseguita da quelli Ciampi e Dini per creare nuove condizioni per lo sviluppo e per avvicinare l'Italia all'Europa.
Allo stato delle cose gli obiettivi del documento di programmazione economico-finanziaria non sono modesti, ma ambiziosi. Tuttavia, i contrasti che si sono creati nella maggioranza sull'interpretazione da dare al documento hanno praticamente vanificato nell'immediato gli effetti positivi che il DPEF poteva avere sui mercati. L'ostruzionismo, che ha bloccato i lavori del Parlamento, ha contribuito ad accrescere le difficoltà che si sono create nella maggioranza.
Si sta diffondendo sui mercati l'impressione che l'Italia non abbia acquisito, neppure dopo il voto del 21 aprile, una solida stabilità politica e che la transizione italiana sia destinata a prolungarsi all'infinito. Quanto è accaduto in relazione al dibattito sul DPEF è stato visto all'estero come manifestazione di debolezza del Governo e come anticamera di nuovi ed incerti equilibri politici. La caduta di ieri della Borsa, le sofferenze accusate dalla lira e dai BTP, dovute soprattutto ad investitori stranieri anche se in parte attribuibili ad una contingenza sfavorevole internazionale, sono sintomi del fatto che dall'estero si ritorna a guardare alle sorti politiche dell'Italia con preoccupazione.
Per quanto si possa condurre un'azione rigorosa di risanamento dei conti pubblici, è del tutto evidente che il bene più prezioso per cercare di avvicinare l'Italia alla moneta unica europea è rappresentato dalla stabilità politica. È noto che nella determinazione dei differenziali reali dei nostri


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tassi, rispetto a quelli dei principali partner europei, è incluso un aggravio rappresentato dal rischio Italia dovuto non solo alla mole dello stock del nostro debito pubblico, ma anche e soprattutto dalla sensazione di un'endemica instabilità del nostro paese. Il rischio Italia non è tanto riferito alla natura dei Governi, ma al fatto che non ci siano mai Governi e maggioranze stabili. Questo è il nodo politico ed istituzionale che sta di fronte al Parlamento, alla vigilia di un impegnativo dibattito sulle riforme istituzionali.
Ma questo tema della stabilità è del tutto pertinente anche nel nostro attuale dibattito sul DPEF. Se non vi saranno condizioni di stabilità politica, non sarà possibile, per quanti sforzi si potranno fare, fare approdare l'Italia alla moneta unica europea.
Il ministro Maccanico ha aperto un confronto che può contribuire a definire nuove regole certe tra maggioranza e opposizione; da tale questione non si sfugge. Il rischio che va evitato da tutti, dalla maggioranza come dalle opposizioni, è l'instaurarsi di un clima di instabilità permanente, politica ed istituzionale. L'onorevole Mussi ha posto in termini nudi e crudi come nasce concretamente la questione: con una maggioranza di sette voti non si può prescindere da un accordo con la minoranza. Alle opposizioni non si può chiedere, né alcuno lo chiede, di far opera di soccorso verso il Governo. Mi domando, invece, se, a condizione che la maggioranza rispetti appieno i diritti delle minoranze, si possa chiedere alle opposizioni di non ricorrere all'ostruzionismo, alla guerra sul numero legale e al filibustering.
L'onorevole Casini ha osservato: «Per l'opposizione l'ostruzionismo è un atto di disperazione, non una scelta politica». Ebbene, è possibile uscire da questo vicolo cieco che attanaglia maggioranza e opposizioni? Se queste condizioni permarranno, sarà veramente difficile dare ai mercati la sensazione che l'Italia goda di stabilità politica.
Quali sono i termini di un corretto rapporto tra maggioranza ed opposizione sulle riforme istituzionali, ma anche sui temi della politica di bilancio, in vista dell'approdo alla moneta europea?
Sotto l'incubo di non ricadere nel consociativismo, maggioranza ed opposizione rischiano di non assumersi assieme i pesi e le responsabilità dei propri diversi ruoli. Il confronto aperto, la convergenza su aspetti vitali della vita nazionale, le garanzie di pluralismo per tutti, lo scambio preventivo di informazioni, il comune interesse a evitare instabilità ed ingovernabilità, l'assunzione di incisivi poteri di controllo e di ispezione da parte dell'opposizione possono offrire all'opinione pubblica ed ai mercati internazionali un'immagine positiva dell'Italia, dove il confronto politico è aspro ma corretto. Senza tale quadro istituzionale nessuna politica economica e finanziaria, anche diversa e più severa da quella proposta nel DPEF, può raggiungere i suoi scopi. È giusto che l'opposizione si dia l'obiettivo di mettere in crisi il Governo, ma non può avere quello dell'ingovernabilità permanente, dell'instabilità continua e del perenne vuoto politico ed istituzionale.
Il DPEF ha incontrato nel suo cammino com'é giusto riconoscere difficoltà nella maggioranza. Rifondazione comunista fa parte della maggioranza con lo scopo principale di sbarrare l'accesso al Governo alla destra, mentre esprime continuamente e pubblicamente riserve, perplessità e dissensi sul programma del Governo. Tale anomalia rende indubbiamente debole la maggioranza, ma non l'annulla, almeno fino a quando rifondazione comunista darà il suo sostegno al Governo.
Rifondazione comunista richiama Governo ed opposizione ad una maggiore tutela del mondo del lavoro, dei pensionati e dei ceti più deboli. La Commissione d'indagine sulla povertà e sull'emarginazione ha rilevato che nel sud una famiglia su cinque e nel nord una su venti ha un consumo medio pro capite di 572 mila lire al mese, cioè è in condizioni di pura sopravvivenza. Il tasso di disoccupazione, già elevato nazionalmente, al sud arriva al 22 per cento. Nessuno può ignorare tale stato di


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cose e rimanere inerte, tanto meno lo può fare un Governo di centrosinistra.
Le differenze con rifondazione comunista non stanno in un diverso apprezzamento delle disuguaglianze esistenti e crescenti, aggravate dai processi in atto di mondializzazione, ma nelle diversità delle soluzioni su temi essenziali come quelli del lavoro, delle privatizzazioni, della liberalizzazione e della concorrenza nei mercati.
Nella risoluzione che la maggioranza si appresta a presentare vi sarà un forte richiamo al Governo sui temi dell'occupazione. Il Governo ha annunciato un piano straordinario per l'occupazione, ma è necessario comprendere meglio, nei limiti dei saldi e dei vincoli prefissati nel DPEF, come saranno reperite le risorse spendibili.
Chiedo su tale punto un chiarimento esplicito al Governo, qui, alla Camera.
Ulteriori passi verso gli obiettivi di Maastricht , al di là di quanto è previsto nel DPEF, forse potranno essere compiuti solo se migliorerà nettamente l'andamento del quadro macroeconomico.
La strada che attende l'Italia è in salita. Tutti ne sono consapevoli. Tuttavia, il bene prezioso per continuare ad operare per il risanamento, lo sviluppo e l'avvicinamento all'Europa resta la stabilità politica. Il DPEF al quale diamo il nostro consenso come rinnovamento italiano e, in esso, come deputati socialisti, fissa un itinerario difficile da seguire, ma assolutamente indispensabile per l'Italia che vuole a pieno titolo essere europea (Applausi dei deputati dei gruppi di rinnovamento italiano e della sinistra democratica-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Apolloni. Ne ha facoltà.
Onorevole Apolloni, le ricordo che le sono stati assegnati dieci minuti di tempo.

DANIELE APOLLONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la prospettiva scaturita da un'attenta ed obiettiva analisi del documento di programmazione economico-finanziaria, argomento clou di questi accesi giorni di politica interna, mi ha lasciato quanto mai allarmato; forse sconcertato è il termine che più si addice, alla luce di un progetto palesemente inattendibile ed inadeguato.
Non mi dilungherò particolarmente su premesse ed introduzioni varie per iniziare a dipingere il catastrofico quadro economico in cui versa questa disgraziata Italia, un quadro che lei, signor Presidente, e noi tutti conosciamo fin troppo bene.
La crescita del PIL sarà probabilmente inferiore ai calcoli. Nel primo trimestre la crescita è stata pressoché nulla ed è quindi abbastanza improbabile che a fine anno si possa raggiungere l'1,2 per cento previsto dal Governo.
Il DPEF è un documento generale che consente di fare poco in termini valutativi ed un maggior dettaglio sugli interventi che si vogliono realizzare consentirebbe una valutazione più approfondita. Comunque, l'ISTAT ha fatto alcune previsioni sulla crescita del PIL: le simulazioni indicano che la ripresa del secondo semestre 1996 non sarà così forte e quindi vi è un rischio anche per i conti del 1997.
In presenza di tassi reali molto alti una ripresa della fiducia potrebbe essere rinviata al 1997 e, quindi, la seconda parte del 1996 potrebbe non essere così ottimistica come viene stimata. Catastrofico è infatti il tasso di crescita del prodotto interno lordo e la dinamica del fabbisogno dell'insaziabile settore statale (basti solo pensare che nel giugno del 1995 ci si attendeva un incremento del PIL del 3 per cento nel 1996 e del 3,1 sia nel 1997 sia nel 1998, con conseguenti fabbisogni programmatici di 109 miliardi nel 1996, di 87 miliardi nel 1997 e di 63 miliardi nel 1998); in questo settore statale invece bisognerebbe concentrare i maggiori risparmi, occorrerebbe verificare e definire gli organigrammi ottimali e poi adeguare il personale, un settore in cui tutti coloro che si trovano in uno stato di esubero devono essere subito messi in mobilità ed assegnati ai lavori socialmente utili.
Catastrofica è la previsione di realizzare i tagli di spesa decisi con la «manovrina»


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introdotta dal decreto-legge n.323 del 20 giugno scorso ed ormai incorporata nelle previsioni tendenziali sull'economia italiana dal DPEF 1997-1999, i cui valori vedono circa 18 mila miliardi nel 1997 e 16 mila miliardi nel 1998. Catastrofico è l'effettivo grado di operatività e di duratura efficacia degli effetti dell'articolo 1 del decreto-legge n.323 per il particolare metodo di applicazione del prezzo di riferimento dei farmaci in esso definito. La non indifferente contrazione della spesa farmaceutica, conseguentemente stimata dal Governo in 815 miliardi nel 1996, 1.660 miliardi nel 1997 e 1.440 miliardi successivamente, è completamente a rischio nella misura in cui è ottenuta scaricando l'intero onere dell'intervento sui prezzi di riferimento solo su alcune delle parti interessate, sulle imprese farmaceutiche e soprattutto sulle famiglie, senza alcuna distinzione per condizioni di reddito e di età, e non anche sulle aziende distributrici e sulle unità locali socio-sanitarie.
Non è dunque concepibile pensare che il Governo proponga una manovra aggiuntiva di 32 mila 400 miliardi nel 1997 di cui 21 mila costituiti da tagli alla spesa e 11 mila di aumento delle entrate di 54 miliardi nel 1998 e di 51 miliardi nel 1999, il tutto attraverso un tasso di inflazione programmato del 2,5 per cento nel 1997 e del 2 per cento nel successivo biennio, con tagli di spesa concentrati sulla sola parte corrente e con una pressione tributaria mantenuta pressoché costante.
Una pressione tributaria che definire mal distribuita è dire poco onerosa per dipendenti e società di capitali e assai meno per i soggetti che danno luogo ad un livello di evasione assai superiore allo standard europeo.
Rafforzata la lira, caduta la domanda europea, finiti gli effetti della legge Tremonti, sta rallentando in maniera improvvisa e vistosa la produzione delle imprese italiane. Nel 1996 il tasso di crescita dell'economia scenderà sotto l'1 per cento: siamo quindi in piena recessione e molte aziende guardano al futuro con preoccupazione per l'uso di questo termine che si va diffondendo.
Per evitare un simile rischio le strade da seguire per avere una consistente riduzione del debito pubblico non sono quindi molte: riduzione delle spese correnti dello Stato e degli enti locali nel loro complesso; accelerazione dei processi di privatizzazione che possono ridurre l'ammontare dello stock del debito, ma che man mano che interessano aziende complesse e redditizie contrarranno le entrate correnti; liquidazione del patrimonio immobiliare dello Stato che rappresenterebbe, sulla base di stime, un terzo dell'intero ammontare del debito; federalismo, nel senso stretto della parola, decentrando ai comuni e alle attuali regioni tutte le funzioni operative; abbassamento dei tassi di interesse.
Ebbene, mentre l'inflazione cala, cresce il costo del lavoro. Nel 1996 l'inflazione sta scendendo sotto il 4 per cento e l'obiettivo del 1997 è del 2 per cento. Contemporaneamente, però, il costo del lavoro sta crescendo del 6 per cento, mettendo a terra l'economia produttiva.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la verità, a proposito dell'Europa, è che l'Italia rimane lontana dall'unione monetaria e ne resterà fuori ancora per molto. L'Italia resta lontana anni luce oserei dire se pensiamo al rapporto tra il deficit della pubblica amministrazione e il PIL e tra il debito e il PIL rispetto agli altri paesi europei: quello dell'Italia sarà forse anche due volte superiore al deficit dei nostri partner.
I parametri di Maastricht dovevano essere rispettati già trent'anni fa; così facendo, non avremmo lasciato in eredità ai nostri figli il catastrofico debito pubblico divenuto ormai insostenibile.
Per dare un'idea sintetica del peso del debito pubblico nel nostro paese, senza ricorrere a cifre stratosferiche di milioni di miliardi, basta ricordare che l'erario paga in interessi l'equivalente di quattro milioni di lire l'anno per ogni italiano, che è un po' meno di quello che spende per l'assistenza e la previdenza sociale per ciascuno di noi. Dopo le manovre che il Governo vuole attuare, il rapporto dei debiti delle pubbliche amministrazioni sul PIL sarà di


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circa il 124 per cento invece del 60 per cento massimo previsto dal Trattato di Maastricht.
Un ammontare così cospicuo del debito pubblico è stato una caratteristica solo italiana. Col passare degli anni il nostro paese, che non ha saputo ancora mettere in atto misure efficaci, sta diventando la pecora nera dei paesi sviluppati e per questo aspetto può fare invidia a numerosi paesi in via di sviluppo.
Gran parte della riduzione del debito pubblico operata nei paesi che, come l'Italia, avevano questo problema si pensi alla Gran Bretagna, alla Francia e agli Stati Uniti ha colpito le spese assistenziali, sanitarie e previdenziali. Indubbiamente, si tratta di capitoli di spesa più massicci nei bilanci degli stati moderni e tali, se ridotti, da permettere cospicue economie. Le spese sociali, tuttavia, presentavano e presentano ancora in quei paesi livelli di efficienza, soprattutto in campo sanitario e previdenziale, enormemente superiori a quelli raggiunti a parità di spesa in Italia.
Ne consegue che con l'attuale Governo queste economie in tali settori non verranno mai adottate. La verità è che il nostro rimane un paese mal gestito e di questo passo, con questo documento di programmazione economico-finanziaria così poco attendibile e senza riforme strutturali che meglio di qualunque altro esempio chiariscono in che condizioni siamo ridotti in Europa non ci andiamo!
In Europa non ci andiamo perché non andiamo nemmeno in Italia! Non è una battuta, la mia, bensì una tragica realtà. Nel documento di programmazione economico-finanziaria, per la disastrosa situazione del Mezzogiorno, si capisce perfettamente che si vorrà continuare a favorire la crescita di consumi senza tuttavia voler finalmente dar vita ad un sistema atto a favorire la crescita degli stessi: uno sviluppo autonomo. Ecco un'altra malnata caratteristica del suo malnato Governo, dottor Ciampi!
Ne volete sentire altre? Nulla di più semplice: in primis il Giubileo, in secundis ci sarebbe addirittura l'imbarazzo della scelta tra il vostro tentativo di salvare il disgraziato Banco di Napoli, che a mio avviso doveva essere svenduto, e le modalità di intervento per la bonifica di Bagnoli.
Occorrono soluzioni, signor ministro, come quella, auspicata, del federalismo, un federalismo vero, che trasformi una volta per tutte ogni singola regione in un vero e proprio Stato federale a sé stante, autonomo, mantenendo dunque autonomi anche i pagamenti di tasse e imposte. Si tratta di Stati federali che comunque trasferirebbero in maniera trasparente al Governo centrale una percentuale delle proprie tasse, per pagare le cosiddette spese generali dello Stato e dunque anche il fondo di perequazione e solidarietà.
Concludendo, ritengo sia di primaria importanza che il Governo chiarisca l'articolazione degli interventi che la legge finanziaria dovrà effettuare. Le profonde incertezze che stanno attualmente impedendo ai nostri tassi di interesse di scendere ulteriormente sarebbero infatti in questo modo superate (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Morgando, al quale ricordo che ha quindici minuti a disposizione. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, signor ministro, il documento di programmazione economico-finanziaria è stato negli ultimi giorni al centro di un dibattito politico che ha in parte contribuito ad allontanare l'attenzione dal merito complessivo del provvedimento che oggi viene esaminato dall'Assemblea. Pur non negando importanza ai chiarimenti avviati e all'approfondimento di alcuni problemi specifici che ne è derivato, il gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo vuole tornare ai contenuti del documento, alle linee e alle strategie che esso evidenzia. Lo riteniamo essenziale per sottolineare la corrispondenza tra il programma che la coalizione di maggioranza ha sottoposto agli elettori e l'impostazione di politica economica oggi proposta dal Governo,


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per evidenziarne la coerenza interna e la capacità di rispondere ai grandi problemi del paese, per confermare l'ambizione di una azione di Governo equilibrata e duratura.
Riteniamo significativo che sui punti qualificanti di questo programma si sia realizzata, attraverso il confronto, la convergenza di tutte le forze politiche che sostengono il Governo. Vorremmo però sottolineare che non ci troviamo di fronte a ricatti o cedimenti, ma a convergenze su obiettivi importanti, come la conferma della scelta dell'ingresso nell'unione monetaria europea, l'obiettivo di un tasso di inflazione programmata capace di creare aspettative positive, la tutela del potere di acquisto delle retribuzioni, la sottolineatura della centralità del problema dell'occupazione. I risultati del dibattito sul documento di programmazione e gli orientamenti che ne emergono vanno pertanto valutati nel loro complesso, per le cose che dicono e non per le interpretazioni politiche che se ne danno.
Il documento di programmazione individua, nel capitolo di premessa, la lotta alla disoccupazione come obiettivo fondamentale dell'azione di Governo, da perseguire attraverso la ripresa della crescita economica. Per rendere possibile il raggiungimento di questo risultato, esso conferma la politica di risanamento del bilancio pubblico e di contenimento del tasso di inflazione, presupposto necessario per la riduzione significativa dei tassi di interesse. Risultato di questa strategia e insieme condizione per la sua realizzazione è l'ingresso nell'unione monetaria europea.
Questo è lo schema logico del documento, come del resto era stato anticipato dal ministro del tesoro in una audizione del 20 giugno scorso in Commissione bilancio. Nei confronti di tale impostazione non sono state proposte alternative. Si è polemizzato sull'attendibilità delle cifre e delle previsioni macroeconomiche, si è evidenziata una eccessiva timidezza in ordine ai tempi del risanamento, si è criticato il mancato rispetto formale e numerico dei criteri di convergenza di Maastricht: nulla che facesse pensare a quel grande respiro riformatore invocato da qualche intervento svolto in Commissione bilancio.
Siamo convinti che la credibilità del documento stia nel suo equilibrio, nella proposta di un rigore praticabile, nella conferma di un andamento virtuoso dei parametri della nostra economia. Sappiamo che Maastricht, prima di essere un obbligo da rispettare, è una straordinaria ed irripetibile occasione che ci viene offerta da una Europa di cui abbiamo grande bisogno ma che ha anch'essa un grande bisogno di noi. Abbiamo trovato larghe conferme a questa impostazione nelle audizioni condotte dalla Commissione bilancio. Tra queste richiamo la valutazione del Governatore della Banca d'Italia. Occorre procedere alla politica di risanamento con la massima rapidità consentita dall'andamento dell'economia. Manovre troppo forti inciderebbero negativamente sulle prospettive di crescita e vanificherebbero gli effetti positivi determinati dai guadagni di fiducia e dall'abbassamento dei tassi di interesse.
Il documento di programmazione economico-finanziaria lega il raggiungimento degli obiettivi di risanamento dei conti pubblici e di ripresa dello sviluppo dell'economia alla realizzazione di riforme strutturali nell'organizzazione dello Stato e della pubblica amministrazione, alla riforma del fisco, alla riorganizzazione dei poteri tra i livelli di governo, all'avvio del federalismo. A me pare che si collochi a questo livello la sfida delle grandi trasformazioni che stanno attraversando l'occidente. La globalizzazione dell'economia, la crisi degli Stati nazionali nella loro forma centralistica e burocratica, la crisi fiscale e organizzativa dello Stato sociale possono essere affrontate soltanto con una coraggiosa iniziativa riformatrice, che non potrà limitarsi ai provvedimenti collegati alla manovra finanziaria, ma che da essa dovrà prendere avvio.
Non posso ovviamente entrare nel merito dei singoli punti trattati nel documento. Mi limito ad insistere sulla necessità di fondare sulle sue indicazioni una strategia di grande respiro per dare risposta


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alle attese, alle speranze, alle preoccupazioni ed anche alla paure di una società ansiosa del suo futuro. Penso alla necessità di un patto tra le generazioni che aiuti a creare lavoro per i giovani; ad un patto tra le parti sociali che assicuri consenso alle strategie di politica economica; ad un patto tra la pubblica amministrazione e le categorie produttive che aiuti a dare efficienza al sistema; penso infine alla necessità di definire consensualmente sacrifici e vantaggi legando questi ultimi al raggiungimento degli obiettivi condivisi. In questo senso mi sembra molto importante il richiamo esplicito del documento di programmazione alla politica di concertazione, la sua valorizzazione, nonché la suggestione, emersa nel dibattito in Commissione, di una nuova stagione della concertazione con obiettivi, ambizioni e modalità innovative.
Le riforme strutturali e l'innovazione delle forme di intervento non possono limitarsi agli ambiti istituzionali e della pubblica amministrazione. Se come io penso e come sostengono autorevoli correnti del pensiero contemporaneo l'equilibrio della società è uno degli elementi che concorrono al suo sviluppo complessivo e quindi anche alla sua crescita economica, occorre porre particolare attenzione ad alcune questioni richiamate nella proposta di risoluzione presentata dai capigruppo della maggioranza. Mi riferisco in particolare ai punti relativi alle politiche del lavoro ed alle politiche sociali. La scommessa della difesa dello Stato sociale oggi è tutta collocata nella capacità di riformarlo secondo criteri di efficienza e di solidarietà, superando un'impostazione che, per l'urgenza dei vincoli economici derivanti dal risanamento, ha caratterizzato la razionalizzazione secondo la tecnica dei tagli. Non si è perseguito l'obiettivo di riprogettare lo Stato sociale, ma ci si è limitati a riforme parziali con interventi determinati essenzialmente dalle esigenze di bilancio. Tutto questo mentre all'interno della società italiana permangono e si aggravano condizioni di disagio che tendono a diventare strutturali e permanenti.
La riforma dello Stato sociale è un'occasione per ripensare il rapporto tra i bisogni e le forme di tutela garantite dall'intervento pubblico, per individuare le categorie veramente deboli, per proporre una strategia moderna di equità, per evitare come ha scritto un autorevole commentatore di oscillare tra la generosità irresponsabile di ieri e un'altrettanto irrazionale sequela di interventi restrittivi senza che mai venga posto il problema di adeguare lo Stato sociale alle effettive esigenze di una società profondamente mutata. Al rifiuto di una acritica ipotesi di restituire al mercato una larga parte delle forme di produzione e di erogazione di servizi, nella convinzione che la concorrenza tra più soggetti produca anche per i bisogni sociali risposte diffuse ed efficienti, occorre accompagnare la capacità di superare il semplice meccanismo dell'intervento pubblico. Occorre allora recuperare la famiglia come soggetto capace di fornire risposte flessibili ai bisogni dei suoi membri e costruire un'imprenditorialità solidale rielaborando logiche e strumenti della cultura aziendale al servizio di obiettivi di promozione sociale. Programmazione, marketing, budget, controllo di gestione, qualità non possono più restare concetti estranei al modo di operare della solidarietà organizzata. È il tema del no profit, del terzo settore, su cui è stata annunciata una imminente iniziativa legislativa e che noi consideriamo un tassello non secondario della stessa politica economica del Governo.
La drammaticità delle cifre fornite dal documento di programmazione sui problemi del lavoro e sulle prospettive dell'occupazione ci richiama all'altra grande questione cui voglio accennare: la questione del lavoro, che si pone oggi, in Italia e in Europa, come la vera discriminante tra politica economica e conservatrice di mero risanamento finanziario e politiche riformiste popolari orientate alla crescita e alla solidarietà.
La proposta del Governo si muove secondo una linea che ci pare condivisibile: accelerazione del risanamento per creare le condizioni della ripresa dello sviluppo;


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intervento sulle regole del mercato del lavoro per ridare flessibilità ed efficienza allo stesso. È un approccio credibile, che vorremmo integrato da una convinta consapevolezza della necessità di interventi attivi, di politiche attive. In questo senso, sono d'accordo con l'idea contenuta nella risoluzione di un piano straordinario per gli investimenti pubblici e l'occupazione. Non credo ai grandi interventi organici ed a una certa retorica miracolistica che sovente li caratterizza, ma so che oggi dobbiamo dare un segnale, indicare una strada, confermare una consapevolezza.
È lo stesso sforzo che ci viene richiesto sul versante degli investimenti. Cito ancora una volta quanto è stato detto nel corso delle audizioni in Commissione bilancio; abbiamo bisogno di spostare risorse dalla spesa corrente a quella per gli investimenti; abbiamo bisogno di una lotta incisiva all'evasione fiscale per destinare le risorse agli investimenti; non possiamo accettare una previsione rinunciataria sulle grandezze relative alla diminuzione della disoccupazione.
A noi sembrano queste alcune delle questioni con cui si devono confrontare il dibattito sul documento di programmazione economico-finanziaria e, soprattutto, le strategie della sua attuazione.
Signor ministro, nella sua audizione del 20 giugno, lei ci ha ricordato che l'Italia ha compiuto progressi importanti per il risanamento della sua economia; ha dimostrato una non comune coesione interna, ha realizzato un avanzo primario senza confronti in Europa. Si è trattato di uno sforzo enorme che ci fa intravedere, oggi, la conclusione di un processo e la possibilità di avviare una nuova fase. Per questo, il documento del Governo ha il consenso pieno e convinto del gruppo dei popolari e democratici (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rasi. Ne ha facoltà.

GAETANO RASI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il complesso delle manovre triennali ora al nostro esame è depressivo e per di più si innesta in un ciclo congiunturale in maniera gravemente pericolosa per la sua negatività: negatività per l'economia reale, per gli investimenti e per l'occupazione.
Tutti gli indicatori economici sono concordi nel dichiarare che il nostro paese è colpito da una fase recessiva. Prometeia ha affermato, appena una settimana fa, che il 1996 si chiuderà con un tasso di crescita del prodotto interno lordo dello 0,9 per cento, contro il tasso di crescita del 3 per cento che si è avuto nel 1995. L'altro giorno l'ufficio studi della Confindustria ha stimato tale crescita già ridotta allo 0,7 per cento, ossia una crescita che è poco più di metà di quella dell'1,2 per cento prevista nel documento di programmazione economico-finanziaria che il Governo ci sottopone.
Secondo un recentissimo rapporto della camera di commercio di Milano, la produzione della città lombarda si è ridotta più della media italiana: «A Milano», si afferma testualmente, «la disoccupazione aumenta e il tessuto imprenditoriale si assottiglia». Per i prossimi mesi anche le previsioni della Federazione delle associazioni industriali piemontesi indicano un peggioramento delle prospettive economiche. Nel comunicato della scorsa settimana si dice che sulla produzione e sugli ordini vi sono attese pessimistiche, come pure arranca l'export, a causa della perdita di competitività dei prodotti italiani.
Dal Mezzogiorno, signor Presidente, onorevoli colleghi, giungono altre dolorose statistiche, non solo sull'aumento della disoccupazione, ma anche sull'aumento delle dichiarazioni di fallimento di imprese: nel 1995 vi è stata una crescita dei fallimenti pari al 3,6 per cento rispetto al 1994.
Dalla fascia adriatica e dal nord-est della penisola la protesta si arricchisce di un altro argomento: «Se la pressione fiscale aumenta di pari passo con l'andamento di sopravvalutazione della lira», dicono molti imprenditori locali, «saremo costretti a delocalizzare la produzione». In altre parole, veneti, emiliani, romagnoli e marchigiani andranno a produrre nell'est


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europeo o nell'est asiatico. Per converso, ci si domanda perché un investitore estero dovrebbe venire in Italia, se il rapporto delle entrate pubbliche rispetto al prodotto interno lordo sale dal 45,6 per cento dell'anno scorso al 47,5 previsto per il 1996. Chi ha convenienza ad intraprendere in Italia, se già in partenza sa che quasi il 50 per cento dei guadagni gli sarà tolto, mentre negli altri paesi la pressione fiscale è del 40 o spesso del 30 per cento?
Sottolineiamo, dunque, la pericolosità dell'indirizzo espresso dal documento di programmazione economico-finanziaria perché, mentre tutti gli indici sociali ed economici oggi ci indurrebbero a considerare come necessità l'adozione di misure anticicliche, ossia di immediato sostegno alle attività produttive, invece ci si esprime fin dalle premesse del testo che ci viene sottoposto nel senso di un mero contenimento della disoccupazione, dando come scontato che essa continuerà ad aggravarsi. Rivelatrice è infatti, signor Presidente, onorevoli colleghi, la frase che troviamo al primo capoverso del documento, la quale afferma: «Obiettivo fondamentale dell'azione di Governo è la lotta alla disoccupazione», non l'iniziativa in favore di nuova occupazione.
Due elementi della recessione in atto debbono essere, a mio avviso, considerati attentamente: i consumi e gli investimenti. L'andamento dei consumi interni delle famiglie nel corso di quest'anno è più che dimezzato rispetto all'anno scorso; si conferma, poi, la variazione negativa nei consumi collettivi. Per quanto riguarda gli investimenti in macchinari ed attrezzature, si è scesi addirittura dall'11,5 per cento del 1995 al 3,3 del 1996. Nel complesso, quindi, va sottolineato che la percentuale di variazione della domanda totale nel 1996 è stata addirittura di un quarto rispetto al 1995.
Per quanto riguarda le esportazioni, per le quali vi è una grande disparità tra zona e zona, come è ben noto, va sottolineato che nel complesso del sistema nazionale anch'esse hanno subito un pesante dimezzamento: nel 1996 sono aumentate del 5,6 per cento, mentre nell'anno precedente erano aumentate dell'11,5 per cento. Nella realtà, in questo documento l'asserito obiettivo fondamentale dell'occupazione è stato posto come pretesto, così come la ripresa degli investimenti reali privati e pubblici appare del tutto secondaria.
La quadratura contabile e finanziaria del bilancio dello Stato è doverosa, ma più importante, ampio e decisivo è il bilancio degli italiani, inteso come sistema economico e sociale globale. I conti della pubblica amministrazione sono parte dei conti della nazione; non deve mai essere dimenticato che è l'intera economia italiana, ossia l'insieme dell'economia pubblica e di quella privata, che si confronta con le altre economie. Ogni impresa italiana ingloba nel suo prodotto, oltre che i costi interni, anche i costi esterni delle infrastrutture e della pubblica amministrazione.
Se le reti infrastrutturali e le gestioni pubbliche sono inefficienti, con costi non competitivi, i prodotti italiani non saranno competitivi; insomma non bisogna mai dimenticare il costo del sistema complessivo nazionale. Di questo sono ben consapevoli tutte le categorie produttive: quelle del lavoro autonomo e quelle del lavoro dipendente, le categorie imprenditoriali e quelle delle libere professioni. Da qui il generale rigetto, nel documento di programmazione economico-finanziaria, della parte più numerosa, più viva e più progrediente della nostra economia.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, una sola confederazione, dopo un primo sussulto, si è acquietata: è stata la CGIL. Non poteva essere altrimenti! È ben noto infatti che questo sindacato si preoccupa solo dei lavoratori già occupati e non dei disoccupati: non si preoccupa di coloro che saranno disoccupati domani o che già oggi, giovani o meno giovani, non hanno prospettive per il futuro. Queste forme di rigidità sociale si sposano con sostanziali comportamenti di egoismo sociale e di staticità economica.
Ebbene, signor Presidente, onorevoli colleghi, a parer nostro l'analisi di tutto il documento deve proprio partire dalla frase rivelatrice che ho citato: la politica


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del Governo non è rivolta a creare nuova occupazione né a porre le condizioni per l'aumento degli investimenti e della produzione.
Lo stesso obiettivo dell'inflazione programmata al 2,5 per cento, che si presenta virtuoso solo sotto il profilo teorico, non può, allo stato attuale degli andamenti, essere ritenuto realistico. D'altra parte, le riserve degli ambienti vicini alla Banca d'Italia, relativamente alla credibilità di tale obiettivo, sono connesse anche alla preoccupazione che la riduzione sotto il livello del 3 per cento del tasso di inflazione conduca sia ad una depressione della capacità di spesa dei cittadini sia ed anche di più ad una diminuzione della capacità produttiva del paese.
La manovra che stiamo esaminando nel suo sviluppo triennale insiste nel proporre misure restrittive, pure in mancanza, fin da ora, anzi da anni, di una domanda interna sostenuta. L'espansione della domanda può avvenire solo, come sappiamo tutti, dalla ripresa diffusa della produzione e dalla vendita di beni materiali e immateriali, nonché dal loro scambio, purché vi sia un effettivo valore aggiunto.
In questo intervento, signor Presidente, onorevoli colleghi, ritengo si debba dare spazio adeguato alle soluzioni da adottare per ovviare alle difficoltà che vengono alle piccole e medie imprese per il pesante calo degli investimenti realizzati da enti pubblici. Non si tratta di effettuare una riflessione solo dal lato dell'approccio «vetero-keynesiano» relativo ad una creazione di domanda aggiuntiva in momenti recessivi, ma di ben altro.
Nella moderna economia sono necessari continui investimenti infrastrutturali per l'efficienza delle imprese e la riduzione dei loro costi esterni, spesso trascurati nel calcolo delle convenienze a produrre. Questo è stato spesso il caso delle imprese del nord-est: alleanza nazionale ne segue attentamente lo sviluppo.
Riassumendo, dunque, signor Presidente, onorevoli colleghi, nel documento di programmazione economico-finanziaria non si ravvisa alcun effettivo intento di diminuire la pressione fiscale o di utilizzare la leva fiscale ai fini di una politica economica di sviluppo. Non si può solo pensare alla politica fiscale in relazione alle entrate: bisogna tener presente anche la produzione e l'occupazione, perché solo dall'ampliamento della base produttiva e contributiva può venire, come sappiamo tutti, un ampliamento delle entrate dello Stato.
Quanto alla politica regionale, dobbiamo dire che in questo documento non vi è collegamento organico con gli indirizzi generali della politica economica e si rischia, quindi, di creare disparità nelle condizioni dello sviluppo territoriale del nostro paese.
L'Italia deve entrare in Europa tutta intera, in una fase di sviluppo e non in una fase recessiva e quindi di debolezza concorrenziale.
Se la moneta unica deve essere uno degli strumenti per lo sviluppo delle nazioni europee, l'Italia deve avere una lira forte in quanto ha una economia forte. Realizzare una lira ricca solo per coloro che operano transazioni finanziarie e lucrano sui differenziali degli investimenti in valuta non può risolvere i problemi della creazione di nuovi posti di lavoro e di nuovo valore aggiunto. Solo con l'espansione produttiva può aver luogo una ripresa nella distribuzione dei redditi.
I dati esposti concludo, signor Presidente e le riflessioni conseguenti portano ad esprimere totale contrarietà su questo documento. Non è, a nostro avviso, attraverso le misure in esso contenute che si pongono le premesse per favorire lo sviluppo del paese e per determinare la sua partecipazione con pari dignità con gli altri partner europei alla costruzione...

PRESIDENTE. Onorevole Rasi, la prego di concludere!

GAETANO RASI. ... dell'unione economica e monetaria (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale e di forza Italia Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Scozzari. Ne ha facoltà.


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Onorevole Scozzari, le ricordo che per il suo intervento dispone di cinque minuti.

GIUSEPPE SCOZZARI. Noi deputati della rete-l'Ulivo non abbiamo preso parte in Commissione al voto sul documento di programmazione economico-finanziaria, intendendo con ciò dare un preciso segnale al Governo.
Nel momento della redazione di tale documento è mancato un coordinamento con i deputati della rete e sono venute meno le condizioni perché potessimo sentirci parte integrante della maggioranza in Commissione. Noi vogliamo essere parte attiva e proprio per questo oggi siamo qui e desideriamo, nel ristretto tempo che ci è stato concesso, ribadirlo.
Abbiamo sottolineato la necessità che vi sia un legame stretto ed ora stiamo lavorando insieme al Governo per superare i problemi di metodo che purtroppo nella fase iniziale hanno inciso negativamente.
Siamo stati critici quanto al merito e lo abbiamo detto in un incontro con i rappresentanti del Governo. Abbiamo appreso che nella discussione extraparlamentare sono stati apportati alcuni correttivi ed introdotte garanzie che oggi ci inducono ad assumere una posizione favorevole nei confronti del Governo.
Abbiamo appreso con grande soddisfazione che sono state date delle garanzie in merito ai contratti, come chiesto da noi e da una parte della sinistra. Infatti, nel caso di aumento dell'inflazione si prevede un aumento delle retribuzioni del 2-3 per cento ed altre garanzie per i salari stessi.
È importante che in Italia si vari un forte piano per la programmazione economica che ridia dignità ad alcune aree del paese e a determinate classi sociali. Proprio per questo intendo incentrare il mio breve intervento sul sud e sulle aree depresse del paese. Sappiamo che il Governo ha predisposto un piano di interventi straordinari, del quale non abbiamo preso visione, cosa che gradiremmo fare al più presto, però già il solo fatto che questo piano per il sud esista è per noi motivo di conforto. Ne chiederemo una copia al Governo per discuterne nell'ambito della coalizione.
Signori ministri, chiediamo garanzie per il salario. Nel sud e nelle aree depresse del paese una delle questioni più importanti è proprio quella salariale. Per tale ragione attribuiamo notevole importanza al decreto-legge n.300 all'esame del Senato, concernente i lavori socialmente utili per interventi a sostegno del reddito e nel settore previdenziale. Ci troviamo di fronte ad un tipo di contratti, assimilabili ai contratti di solidarietà, che rappresentano uno strumento valido per fare in modo che i lavoratori, o coloro che lo sono stati, rendano un servizio alla collettività, percepiscano di un salario e siano quindi in grado di mantenere la loro famiglia.
Chiediamo anche una politica delle infrastrutture, volta a dotare di servizi più moderni il Mezzogiorno. Questo infatti ha straordinarie risorse naturali e potenzialità, ma le stesse non vengono spesso sfruttate in modo adeguato per la notevole carenza di servizi e di strutture che consentano una più celere circolazione delle merci ed agevolino la comunicazione con le isole e con gran parte del Mezzogiorno.
Chiediamo inoltre al Governo di intervenire nella politica del credito perché l'Italia oggi registra due diversi sistemi di politica del credito, dal momento che nel meridione le banche agiscono in un modo totalmente diverso dalle banche che operano al nord. Infatti, gli interessi passivi praticati al sud sono in media cinque o sei punti più alti rispetto a quelli praticati al nord e questo penalizza enormemente l'artigiano, il commerciante, l'imprenditore ed il professionista del sud.
Sono questi gli interventi che chiediamo per consentire a tutta l'Italia di entrare in Europa (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Marzano, al quale sono stati assegnati quindici minuti di tempo. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARZANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il documento di


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programmazione economico-finanziaria è o dovrebbe essere uno degli atti più solenni ed importanti del Governo. Costituisce un impegno verso gli italiani e contiene le premesse del Governo in materia economica per il triennio che verrà.
Il giudizio sul documento può essere espresso in base a tre valutazioni: se siano attendibili le previsioni che ne costituiscono lo scenario, se le priorità perseguite dal Governo corrispondano alle attese dei cittadini, se le vie per realizzare quelle priorità siano le più efficaci.
Sul punto delle previsioni contenute nel documento suscitano molte perplessità quelle relative al tasso di sviluppo, al tasso di inflazione ed all'occupazione. Se le tendenze spontanee dell'economia restano come sono e se l'azione programmatica rimane quella che è, i tassi di sviluppo per il 1997-1999 saranno inferiori al previsto, di poco nel 1997, ma di circa od oltre mezzo punto nel 1998-1999. L'obiettivo di un'inflazione al due e mezzo per cento per il 1997, che il governatore della Banca d'Italia nella sua audizione ha definito difficile ma non impossibile, ci pare sottovalutato di poco meno di un punto. E altrettanto sottostimata è l'inflazione prevista dal Governo per il 1998-1999 che difficilmente andrà sotto il 3 per cento.
Quanto alla disoccupazione, considerati i più modesti tassi di sviluppo che noi prevediamo, difficilmente potrà ridursi. Capita talvolta agli economisti di sperare di sbagliare; è questo il nostro caso: se le nostre previsioni si rivelassero corrette, allora gli italiani sperimenteranno nel prossimo triennio uno sviluppo minore, un'inflazione maggiore ed una disoccupazione più diffusa del previsto.
Qualcosa non va nella politica economica programmata, e dirò tra breve cosa è, ma devo aggiungere che, causa delle tre discordanze ora denunciate sviluppo, inflazione, disoccupazione anche le previsioni relative alla finanza pubblica devono essere poste in dubbio.

PRESIDENTE. Le chiedo scusa, onorevole Marzano. Onorevole Lucchese, onorevole Delfino, per cortesia, non parlate nell'emiciclo.

ANTONIO MARZANO. Il fabbisogno del settore statale difficilmente raggiungerà i livelli previsti dal documento; in particolare prevediamo che la percentuale di tale fabbisogno sul PIL, prescritta nel 3 per cento a Maastricht, potrà essere raggiunta più verosimilmente nel 1999, anziché nel 1998 e in tale data sarà un po' maggiore del 4 per cento.
In secondo luogo, quanto alle priorità perseguite dal Governo, è noto che esso punta prima di ogni altra cosa alla riduzione del tasso di inflazione. Raggiungibile o meno che sia l'obiettivo del 2,5 per cento nel 1997 o addirittura del 2 per cento nel biennio successivo, questo aspetto merita qualche riflessione. Siamo i primi a riconoscere l'importanza del controllo dell'inflazione, se il suo calo provoca minori tassi di interesse e così rilancia l'economia; altra cosa sarebbe ridurre l'inflazione attraverso una recessione. Per rilanciare l'economia vogliamo inoltrarci in una recessione? Sarebbe chiaramente contraddittorio; ecco perché riteniamo che puntare tutto sull'inflazione sia pericoloso.
Abbiamo assistito ad un confronto duro all'interno della maggioranza che sostiene il Governo perché l'inflazione programmata ai fini delle contrattazioni salariali fosse del 3 per cento, anziché del 2,5 per cento. Gli italiani cioè hanno assistito ad una lite su mezzo punto di inflazione. Vi pare questa la priorità su cui discutere? A noi sembra che le priorità siano altre; pensiamo che gli italiani tengano soprattutto all'Europa, allo sviluppo e all'occupazione. Se è così, allora questo Governo sta tradendo le speranze degli italiani. Infatti, perfino dando per buone le previsioni del Governo, l'Italia non rispetterà nel 1997 il requisito europeo relativo al fabbisogno finanziario pubblico. Noi ci siamo detti per primi delusi da ciò; alle nostre sono seguite le delusioni espresse da Mario Monti che ci sembra meglio in grado, per la sua attuale professione, di interpretare il clima che oggi aleggia a Bruxelles,


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clima che non è di accondiscendenza verso i Governi inadempienti.
Quanto alle altre due priorità sentite dagli italiani, il tasso di sviluppo programmato dal Governo si colloca ai minimi storici. Negli ultimi venticinque anni solo cinque volte il tasso di sviluppo è stato inferiore o uguale a quello programmato dal Governo per il successivo triennio. Circa la disoccupazione, essa è notoriamente ai suoi massimi storici e tale si manterrà, così restando le cose, nel prossimo triennio. Le principali speranze degli italiani sono destinate dunque a venire deluse da questo Governo. Solo per il desiderio di non infierire mi astengo dal ricordare che quelle aspettative erano state ben corteggiate nel programma dell'Ulivo dove in particolare l'Europa era stata indicata come la priorità e il Polo delle libertà additato come antieuropeista: entrambe le cose erano il contrario del vero.
In terzo luogo restano da considerare le vie che si vogliono seguire per la correzione della finanza pubblica. Com'è noto, per il 1997-1998 la correzione è affidata per circa un terzo all'aumento delle entrate e per due terzi al contenimento della spesa. Quanto alle spese c'è da temere che gli interventi saranno di tipo del tutto tradizionale, cioè la consueta politica di tagli più o meno occasionali che integrano aumenti di natura fiscale dannosi per l'economia, accompagnati dalle ormai abitudinarie dichiarazioni di guerra all'evasione e all'elusione.
Noi pensiamo che il raggio d'azione della politica economica non dovrebbe immiserirsi solo in questo tipo di manovre. Per essere moderna ed efficace la politica economica dovrebbe essere ben diversa da questa. La correzione della finanza pubblica andrebbe ottenuta anche attraverso politiche di sostegno allo sviluppo, con leggi come quella varata dal Governo Berlusconi per la detassazione degli utili reinvestiti, per le incentivazioni alla nascita di nuove imprese e l'assunzione di nuova manodopera, insomma con un fisco per lo sviluppo e non contro lo sviluppo.
Si può stimare che un punto in più come tasso di sviluppo consenta, ai tassi di inflazione da noi previsti, un miglioramento del bilancio pubblico che va dai 10 ai 15 mila miliardi; senza gravi sacrifici per la nostra collettività ci si potrebbe avvicinare di più alla meta europea. Al tempo stesso, una politica per lo sviluppo costituisce il prerequisito per la creazione aggiuntiva di posti di lavoro. Lo sviluppo è dunque la chiave di volta per la soluzione dei nostri problemi.
L'altra sono le riforme, a cominciare da quella dello Stato sociale che, come ha osservato il governatore nella sua audizione, dovrebbe comportare un ripensamento dei requisiti di accesso alle prestazioni. In una logica di riforme dovrebbe essere in particolare rivisitato il settore della sanità, dove il costo della spesa ospedaliera è tra i più alti d'Europa, il settore previdenziale dove occorrerebbe elevare l'età pensionabile, il settore della scuola dove dovrebbe essere introdotto il buono scuola (altro che «scuola chiavi in mano», ministro Berlinguer!), il settore delle prestazioni a tutela della disoccupazione dove gli istituti sono troppo numerosi e mal congegnati.
Meccanismi di natura riformatrice dovrebbero essere anche introdotti per restituire al mercato, attraverso le privatizzazioni, funzioni che le sono proprie e per accrescervi la concorrenza, per evitare inoltre che lo Stato continui a sopportare l'onere di una moltitudine di microtrasferimenti a favore di istituti ed enti la cui utilità sociale è spesso minima e talvolta nulla, quasi sempre incognita, per ridare al mercato del lavoro la flessibilità necessaria, aprendola ad ogni forma di contratti atipici (altro che conferenza sull'occupazione!).
Nulle o rare sono le tracce che di questa politica per lo sviluppo e per le riforme chiavi di volta per il risanamento della nostra finanza e della nostra economia è dato trovare nel documento governativo. Ciò non accade a caso: questo Governo si regge su una maggioranza ispirata più alla conservazione dello statu quo che alla sua riforma, più all'esigenza di redistribuire che a quella di creare ricchezza, più alla tutela dei già occupati che a quella dei


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disoccupati, più all'egoismo generazionale che alla preoccupazione per i giovani.
Queste ispirazioni che non condividiamo, che combattiamo sono destinate ad incidere sull'azione di questo Governo più di quanto ci aspettassimo fino a ieri, ed era già tanto. Infatti l'Ulivo ha per un altro aspetto importante, oltre a quello relativo all'Europa, smentito i propri impegni verso gli elettori. Non aveva il Presidente Prodi dichiarato loro che questo programma era diverso da quello di rifondazione comunista e che non ne sarebbe stato contagiato? Invece l'11 luglio 1996 sarà da ricordare come la data in cui il patto di desistenza si è trasformato in un accordo di maggioranza con rifondazione comunista, tra l'altro secondo una richiesta che secondo i numeri è del tutto legittima da parte di quest'ultima.
Concludo: inattendibilità delle previsioni, addio all'Europa, vetustà degli indirizzi di politica economica, rinuncia ad una moderna politica di sostegno allo sviluppo, impossibilità politica di dare avvio alle necessarie riforme e, da ultimo, accresciuta influenza del partito comunista sull'azione futura di questo Governo ci paiono seri argomenti più che sufficienti per dichiarare la nostra disapprovazione a questo documento di programmazione economico-finanziaria (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale e del CCD-CDU Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guerra. Ne ha facoltà.

MAURO GUERRA. Ho a disposizione 10 minuti, signor Presidente?

PRESIDENTE. Sì, 10 minuti.

MAURO GUERRA. Lo scorso 21 aprile gli italiani hanno dato la maggioranza ad una speranza interpretata da un'impresa politica difficile: proseguire sulla stretta via del risanamento della finanza pubblica intrecciandola a politiche di sostegno allo sviluppo e di crescita occupazionale e, salvaguardando l'impianto universalistico di un rinnovato stato sociale, portare in Europa un paese vitale, protagonista di una stagione di grande riforme. L'Ulivo prima di tutto e poi la più ampia maggioranza che ha accordato la fiducia al Governo Prodi si sono assunti l'intera responsabilità di perseguire quest'impresa e di non deludere quella speranza.
Ha cercato di farlo il Governo, presentando il documento di programmazione economico-finanziaria; ha cercato di farlo la maggioranza in queste settimane ed oggi in questo passaggio parlamentare, indicando una condivisione profonda, ma anche non tacendo le esigenze di correzioni, affinamenti, sottolineature e precisazioni. Lo abbiamo fatto attraverso un dibattito serio, franco e trasparente, che ha investito forze politiche, grandi forze sociali e sindacali, economisti, organismi internazionali.
Lo si è fatto, peraltro, con una stampa che ha spesso interpretato il tutto come una sorta di corrida, con alcune posizioni del Governo che a volte sono sembrate essere troppo sorde rispetto alla propria stessa maggioranza e reciprocamente con posizioni a volte di malintesa sfida di componenti della maggioranza verso il Governo e in presenza di atteggiamenti spesso solo strumentali delle opposizioni, al punto che Berlusconi ha potuto dire di essere d'accordo nelle critiche al Governo sia con Monti che con Cofferati.
Ciascuno ha tratto e trarrà qualche lezione da questa vicenda; personalmente continuo a ritenere che l'intesa che ci consentirà di varare la risoluzione parlamentare, per il carattere largamente condiviso delle questioni che integreranno il DPEF, si sarebbe potuta raggiungere prima e meglio, evitando atteggiamenti e situazioni che non hanno giovato al difficile lavoro comune che stiamo svolgendo.
Verrò poi al merito dei temi, ma il punto politico reso visibile, anche se non avrebbe dovuto esservene bisogno in queste giornate, è che vi deve essere un rapporto più attento tra Governo e maggioranza, una solidarietà più matura e consapevole della gravità del compito; che per la maggioranza rilevano e richiedono capacità preventiva di confronto le posizioni di tutte le sue componenti; che tra queste vi sono innanzitutto le forze dell'Ulivo e vi è


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anche rifondazione e che d'altro canto rifondazione deve essere invitata a praticare da subito, e non nella contrattazione successiva del giorno per giorno, il confronto programmatico con indicazione di posizioni e con relative assunzioni di responsabilità con le forze dell'Ulivo. Diversamente, il rischio è che si logori la tenuta della maggioranza, aprendo la via a tentazioni diverse, nessuna delle quali utile alla sinistra.
Oggi ci avviamo così ad approvare una risoluzione parlamentare che assume gli obiettivi strategici indicati dal Governo nel DPEF in una situazione non facile. Dico non facile perché già in questi anni lo sforzo è stato straordinario: dal 1990 ad oggi sono state realizzate manovre di risanamento finanziario per complessivi 426 mila miliardi di lire; il rapporto debito-PIL è stato ridotto rispetto all'andamento tendenziale e questo, onorevole Pagliarini, segna lo sforzo di circa 24 punti. Vantiamo inoltre un avanzo primario che non ha paragoni; la nostra spesa pubblica, al netto degli interessi, è ora sensibilmente inferiore rispetto a tutti i nostri principali partner commerciali. Insomma, l'azione in controtendenza è stata eccezionale ed oggi i margini per ulteriori interventi sono sempre più ridotti, se non si vogliono, come non vogliamo, intaccare i diritti sociali essenziali.
Ma vi è dell'altro, purtroppo: il trend della crescita è sensibilmente rallentato; la disoccupazione mostra tutto il suo carattere strutturale feroce; il paese è spaccato. I pericoli dell'innescarsi, anziché di circoli virtuosi, di spirali deflattive e recessive sono oggi più di ieri di fronte a noi ed anche ad altri paesi in Europa. Ci appare anche per questo stucchevole, o pregiudiziale, o provocatoria, o socialmente feroce, la polemica di chi giudica insufficientemente rigorosa la conferma di obiettivi di risanamento dati pur in presenza di un peggioramento della congiuntura economica internazionale. I suoi colleghi dell'opposizione probabilmente non hanno ascoltato abbastanza, onorevole Rasi, le considerazioni che lei ha svolto questa mattina.
Ha ragione il Presidente del Consiglio: non possiamo arretrare nello sforzo di portare l'Italia in Europa, ma ci dobbiamo portare un paese vivo, non stremato. È una porta stretta, ma è quella che dobbiamo aprire. Non esistono due tempi: prima quello del risanamento finanziario e della lotta all'inflazione, poi quello di un equa redistribuzione e quello dello sviluppo e dell'occupazione; prima quello dei tagli e poi quello della giustizia sociale, delle grandi riforme di settore. Il tempo è uno solo, le politiche devono essere compatibili e intrecciate. La risoluzione deve indicare questa possibilità e questo percorso, e cioè il lavoro, la politica dei redditi, le riforme.
La crescita va sostenuta, orientata in modo sostenibile, qualificato, ambientalmente compatibile, attivando misure anticicliche, facendo dell'occupazione una priorità assoluta dalla quale dipende una scelta di civiltà e di società, dell'inclusione contro quella dell'esclusione.
A ciò serve uno Stato che regoli ed orienti l'economia, facendo la sua parte strategica nelle infrastrutture, nei servizi che gli competono, nella formazione, nella ricerca, nella creazione di un ambiente favorevole alla nascita di nuove imprese e di nuovo lavoro, per produrre nuovi beni e soddisfare nuovi bisogni al fine di conseguire una diversa qualità della vita.
La crescita di per sé non produce nuova occupazione; occorrono politiche attive, strategie, risorse da mobilitare e da orientare. Le politiche, poi, devono saper guardare ad un paese che ha necessità diverse, a partire dal 22 per cento di disoccupazione nel Mezzogiorno. Occorre saper scegliere, indicare priorità, costruire uno sforzo complessivo capace di dare risposte articolate nella promozione degli investimenti e dei settore sui quali puntare, nel lavorare ad una riduzione degli orari di lavoro, nel perseguire lavori di pubblica utilità anche dal punto di vista sociale ed ambientale.
Per tutto ciò occorrono politiche e risorse, cercando di mobilitare anche quelle private e quelle europee.


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La scommessa, da indicare nella risoluzione, sta anche nel piano straordinario per il lavoro, una risposta forte alle tendenze della congiuntura.
Vi sono poi la politica dei redditi e l'equità distributiva: bisogna salvaguardare le fasce più deboli, il potere d'acquisto reale delle retribuzioni. Queste non sono solo e sarebbe già tutto ragioni di equità dopo il contributo straordinario venuto dai redditi da lavoro al risanamento. Sono anche condizioni per una crescita equilibrata dei consumi interni; sono condizioni di civiltà e di sviluppo.
Sulla salvaguardia del potere reale dei salari e degli stipendi e sulla necessità di non discriminare tra contratti già chiusi e quelli ancora aperti, la maggioranza ed il Governo non hanno fatto un «balletto», colleghi dell'opposizione, hanno lavorato intensamente ad una questione molto seria. È in gioco la credibilità del metodo della concertazione tra le parti sociali.
Vi sono poi le riforme del fisco, dei poteri locali in senso federalista, della pubblica amministrazione, della formazione. Sono le grandi riforme che rendono moderna una nazione, che garantiscono diritti sociali di cittadinanza, che rifondano un patto di fiducia tra Stato e cittadini, che danno alla politica il passo ed il respiro dei valori e delle grandi trasformazioni. Da ciò potranno venire, in termini non ragionieristici, risparmi importanti, efficienza ma anche equità, solidarietà, senso della comune appartenenza; potranno venire inoltre risorse tolte all'evasione ed all'elusione fiscale, nonché all'eliminazione di sprechi. Si tratta di scelte di priorità capaci di sottrarci alla secca alternativa tra la conservazione dell'esistente ed i tagli indiscriminati che intaccherebbero diritti essenziali.
Su tutto ciò e non su qualche a priori si determinerà il rapporto tra entrate e risparmi di spesa nella manovra finanziaria e nell'ulteriore sforzo di risanamento. È una strada stretta ma appassionante, di grande innovazione, da tracciare già oggi con la risoluzione della maggioranza; una strada alla quale la sinistra democratica vuole portare il suo contributo; vuole portarlo alla maggioranza, all'Ulivo ed al suo Governo.
Alle opposizioni la scelta: accettare di impegnarsi in una sfida alta e forte o perseguire, con ostruzionismi di ogni tipo e su tutto, il blocco istituzionale.
Siamo chiamati a condurre una nuova Italia in una nuova Europa: questa è una responsabilità che tutti portiamo sulle spalle e nessuno di noi, al Governo e nella maggioranza, si può permettere di dimenticarlo (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Teresio Delfino. Ne ha facoltà.

TERESIO DELFINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro del bilancio, il nostro dissenso sul DPEF è coerente con l'impegno assunto al momento della fiducia al Governo Prodi. Avevamo annunciato un'opposizione attenta ed incalzante, protesa a verificare la puntualità dei provvedimenti dell'esecutivo rispetto alle dichiarazioni programmatiche rese dal Presidente del Consiglio.
La nostra tradizione di Governo e la nostra moderazione ci impedivano, allora come oggi, di collocarci insieme ai sostenitori del «tanto peggio, tanto meglio».
Avevamo raccolto un elenco di obiettivi, anche ambiziosi, che però erano stati enunciati senza alcuna indicazione sulla compatibilità tra mezzi finanziari e fini.
Il DPEF rappresenta la prima vera occasione di confronto parlamentare, a due mesi dall'insediamento del Governo, per verificare se le dichiarazioni allora rese sarebbero state un vincolo impegnativo per la maggioranza. Purtroppo dobbiamo constatare che le molte promesse del Presidente Prodi sono oggi come le foglie autunnali, che un piccolo venticello disperde nell'aria. È stato sufficiente che rifondazione comunista alzasse un po' la voce per mandare al macero il programma dell'Ulivo e per introdurre nel DPEF quelle formule riformiste della sinistra, che generano inevitabilmente un appesantimento della finanza pubblica.


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Il DPEF già presenta nei suoi elementi fondamentali (tassi di crescita del PIL, di inflazione, di disoccupazione) ampi margini di incertezza, sui quali le risultanze macroeconomiche non offrivano alcuna sicurezza rispetto agli obiettivi di un'azione di risanamento e di sviluppo adeguata ad agganciare l'unione monetaria fin dal gennaio 1999.
Le modifiche introdotte con l'accordo tra rifondazione comunista e l'Ulivo obbligheranno il Governo al varo di una finanziaria sempre meno rigorosa e meno coerente con le solenni dichiarazioni programmatiche del 22 maggio scorso. «In ogni caso il Governo» dichiarava il Presidente Prodi «si impegna a raggiungere gli obiettivi di contenimento dell'inflazione, del fabbisogno pubblico e dei tassi di interesse prima che l'unione monetaria prenda il via nel gennaio 1999 (...). In tal modo la nostra economia recupererà l'ancora della stabilità»: parole impegnative, certamente condivisibili, per il perseguimento di una strategia basata sull'abbattimento dell'inflazione, sul risanamento dei conti pubblici, sull'aumento dell'occupazione e sul rilancio del Mezzogiorno, sostenuta diceva ancora il Presidente Prodi «dalla precisa volontà dell'Italia di partecipare attivamente all'integrazione europea». Parole, appunto, ma non fatti!
La manovra correttiva per il 1996 ed il DPEF sono provvedimenti, proposte che tengono l'Italia fuori dall'unione monetaria europea. Le loro previsioni confliggono con i parametri di Maastricht ed i partner europei non ci faranno sicuramente sconti.
Il processo di modernizzazione del paese è ancora lontano da un suo efficace compimento ed un coerente impegno per rispettare i parametri di Maastricht rappresenta un elemento indispensabile per una sua accelerazione. C'è bisogno, secondo noi, di un forte spirito di innovazione, di una profonda consapevolezza della necessità, indifferibile ed urgente, di un cambiamento. Secondo noi il DPEF non coglie queste esigenze ed è privo del necessario, grande respiro.
Anche l'enunciazione delle forti trasformazioni contenute nel DPEF è fredda, sotto tono, quasi timorosa di offrire scenari ampi, capaci di mobilitare entusiasmi forti e coinvolgenti.
Eppure sono grandi i problemi, sono storiche le esigenze che il paese deve affrontare: la lotta alla disoccupazione, il Mezzogiorno, lo sviluppo, le riforme economiche e sociali evocano necessariamente uno sforzo comune e convinto di tutto il paese. Viviamo tutti maggioranza ed opposizione un momento significativo nella storia del nostro paese. Ci attendevamo conseguentemente atteggiamenti più responsabili, più determinati, più consapevoli della necessità di agganciare l'unione monetaria sin dal suo nascere. Chi pensa di saltare sul treno europeo già in corsa ha in mente un obiettivo che ha pochissime possibilità di realizzarsi, se non a costi altissimi.
Il Governo non si può fare illusioni al riguardo e deve evitare, secondo noi, di ingenerare nell'opinione pubblica la convinzione che si tratti di un'impresa facilmente conseguibile in tempi successivi.
Manca altresì nel DPEF una chiara volontà di riprogettare il paese, i rapporti tra mercato e Stato, lo Stato sociale. Con la sua impostazione il documento esprime, nell'approccio al problema cardine del nostro paese, un'approssimazione, una sottovalutazione ed una reticenza che non sono condivisibili. Il paese deve sapere che se la nostra partecipazione all'unione monetaria non avverrà sin dall'inizio, sulla nostra economia incomberà la minaccia di un pericoloso avvitamento del debito pubblico, con gravi rischi per la tenuta economica e sociale dell'Italia.
I grandi paesi europei hanno tutti saputo affrontare, con coraggio e senso di responsabilità, la gravità della loro situazione economica, impostando azioni correttive adeguate, con una determinazione tale da sfidare perfino i tabù della concertazione sociale con un confronto serrato e duro con le organizzazioni sindacali. Qui invece si preferisce una strategia di corto respiro, privilegiando il dialogo con la CGIL e con la sinistra comunista più velleitaria e più demagogica.
Oggi dobbiamo constatare che il Governo è privo di consapevolezza e di autorevolezza,


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prigioniero di un'opzione politica sempre più orientata a sinistra, impossibilitato a perseguire le azioni che pure lei, ministro Ciampi, aveva esposto con efficacia nelle audizioni parlamentari, confermandosi custode del necessario rigore finanziario ed esperto calibratore degli interventi correttivi. Certamente, era mosso non da un astratto attaccamento ai parametri di Maastricht, ma dalla convinzione di dover salvare il ruolo e la competitività dell'economia italiana, nonché il futuro delle nuove generazioni.
Signor Presidente, noi guardiamo con molta preoccupazione a questa inclinazione a sinistra degli attuali orientamenti del Governo, perché temiamo, per benefici molto modesti (per non dire irrisori), che si riproponga la spirale inflazione-salari, che è stata una delle cause dello sfascio dell'economia italiana.
Il lavoro di quattro anni di sacrifici rischia di assumere i connotati della mitica fatica di Sisifo, con danni sociali ed economici per i ceti popolari.
A settembre verrà il momento della verità perché la legge finanziaria dovrà andare oltre le parole generiche e fumose del documento di programmazione economico-finanziaria e chiarire nei vari aspetti il progetto del Governo. Dovrà fare un inventario completo delle cose fatte e non fatte nel passato, dei soldi stanziati e non spesi, dell'impegno del ministro Ciampi di non dare altri soldi a chi non è in grado di spendere quelli già disponibili. Apparirà allora evidente la difficoltà di effettuare tagli per 22 mila miliardi quando si è escluso di intervenire sul 75-80 per cento dell'attuale spesa statale.
Oggi abbiamo un documento con il quale il Governo lascia tutto nel vago, sperando che il Parlamento approvi una risoluzione nella quale il come e il dove reperire i fondi restino imprecisati. È un'impostazione lontana dall'esigenza di trasparenza e di rigore, anche contabile, che dovrebbe caratterizzare l'attuale Governo. Rinunciando a mettere subito in luce le contraddizioni e a risolverle attraverso una risoluzione parlamentare impegnativa per l'esecutivo e per il Parlamento il Governo «vivacchierà» fino a settembre, quando è una previsione facile i problemi scoppieranno in modo fragoroso perché si toccheranno settori molto sensibili della spesa.
La nostra impostazione sollecita invece un approccio più realistico agli indicatori fondamentali del documento di programmazione economico-finanziaria per sviluppare il percorso del risanamento su itinerari più certi e più concreti. La suggestione del sottosegretario di Stato per il tesoro, professor Cavazzuti, sulla loro funzione meramente indicativa simile a quella delle carte geografiche ci fa temere che, anziché far rotta verso il centro dell'Europa, il nostro paese potrebbe risvegliarsi al Polo nord con un'economia gelata da provvedimenti totalmente inadeguati.
Sugli interventi settoriali altri colleghi prenderanno la parola; il gruppo del CCD-CDU rileva che il Governo ha ignorato interi comparti, mancando di una visione strategica nel ridefinire il ruolo dello Stato nell'economia e nel ripensare ad una profonda riforma dello Stato sociale.
Signor ministro, lei sa molto bene che la differenza tra entrare fin dall'inizio a far parte dell'unione monetaria e non parteciparvi è rilevante, con oneri pesanti per il paese in caso negativo. Per questo motivo, noi cristiani democratici ci appelliamo alle sue convinzioni più profonde e più intime per rivendicare una radicale riscrittura del documento di programmazione economico-finanziaria nelle parti che negano gli obiettivi di Maastricht.
In conclusione chiedendo alla Presidenza di autorizzare la pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna di alcune considerazioni integrative al mio intervento dichiaro che il nostro voto contrario sul documento di programmazione economico-finanziaria esprime l'auspicio, la volontà di garantire, senza impoverire gli italiani di oggi, una vera ed autentica speranza di sviluppo per il futuro dei nostri giovani (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD-CDU, di forza Italia e di alleanza nazionale).


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PRESIDENTE. La Presidenza autorizza la pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna delle sue considerazioni integrative, onorevole Delfino.
È iscritto a parlare l'onorevole Tremonti. Ne ha facoltà.

GIULIO TREMONTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il documento che siamo chiamati a discutere in questa sede è una molto equilibrata sintesi di «ovviomi» e di numeri casuali. Non si tratta di un testo sintetico, ma di un testo sincretico, perfetta espressione economica della maggioranza politica che si fa per dire! sostiene il Governo.
Il documento di programmazione economico-finanziaria dovrebbe avere a monte una manovra correttiva e a valle una finanziaria conclusiva; ma non vi è né l'una né l'altra. La manovra correttiva dovrebbe valere per circa 16 mila miliardi: vale, a stento, per 3 mila miliardi. Esclusa la sanità, per la quale è evidente un certo obiettivo «furore nel rigore», la parte relativa ai tagli non comporta tagli ma solo e soprattutto rinvii di spesa.
La gente non si è accorta dei tagli, ma non per la loro giustizia sociale, bensì per la loro inesistenza sostanziale. In realtà, in termini economici e non contabili, i rinvii di spesa valgono solo per poche centinaia di miliardi; in specie, valgono solo in termini di risparmio di spesa semestrale per interessi e sul capitale che è trattenuto (si spera lo sia) in tesoreria e non investito in opere pubbliche. Dunque, è risparmio puramente finanziario, che tra l'altro va depurato del conseguente effetto recessivo.
La parte tasse è fatta da entrate creative, da entrate, per così dire, «una pocum» e da entrate una tantum. «Una pocum» sono, per esempio, i 2 mila miliardi di entrate inesigibili che il ministro delle finanze si è impegnato ad esigere entro dicembre; s'impegni col Parlamento a riferirci, in questa sede, a dicembre (se ci arriverà, a dicembre!) quanti ne ha davvero riscossi e come li ha riscossi. Poi ci sono entrate una tantum, come, per esempio, gli oltre 2 mila miliardi di inasprimento delle ritenute sui certificati di deposito bancario. La manovra sul comparto finanziario ha in realtà causato solo una colossale nominale ristrutturazione dei portafogli; i certificati con tassazione inasprita si sono infatti trasformati (o si stanno trasformando) in obbligazioni con tassazione invariata. Mai un fenomeno del genere si era prodotto su così vasta scala e ad una così alta velocità nell'Europa del dopoguerra!
Il maggior gettito (se c'è) non è dunque prodotto da una nuova forma di imposizione strutturale, ma solo occasionale. È prodotto dal versamento di acconto che le banche devono calcolare fingendo che vi siano ancora certificati che invece non esistono più, con conseguente contestuale ed equivalente origine di crediti per rimborsi. Si tratta di una forma di prelievo che è, ripeto, solo una tantum, che di sicuro ha solo la sua sostanziale e morale incostituzionalità.
A valle dovrebbe poi esserci la legge finanziaria. Nel documento è una astrazione materializzata da un nome. Ci sono circa 20 mila miliardi di tagli: ma il «lodo Bertinotti» esclude interventi in materia sanitaria e previdenziale. Sarebbe, io credo, grazioso, e non solo doveroso verso il Parlamento, che il Governo ci informasse in ordine alle sue idee circa l'esistenza e la collocazione dei campi alternativi dove pensa di coltivare il rigore nell'esercizio della pubblica spesa. E poi ci sono 10 mila miliardi di nuove tasse. Su questo campo mi limito a rilevarlo si stende una cortina di sinistra omertà contabile.
Una sola considerazione a proposito dell'IRAP, la nuova progettata imposta regionale sulle attività produttive. Avverto che introdurla sarà come gettare benzina sul fuoco della secessione; se c'è il federalismo, possono esserci le relative imposte. Ma non si fa il federalismo con le imposte: solo un pensiero centralista debole può supporlo.
In questi termini, il deficit per il 1996 e preoccupa molto prevederlo va oltre i 147 mila miliardi. È lo stesso Governo che, più o meno obliquamente, ha già annunciato la terza manovra. Io noto che le crisi finanziarie non si manifestano tanto


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sul piano dimensionale quanto su quello temporale, con l'accelerazione progressiva nel ritmo degli interventi. Ormai le finanziarie si confondono con le manovre e le manovre con le finanziarie. Né la conversione del Governo alla fede avventista basta per sperare nell'avvento di effetti esterni con portata miracolosa. Non ci sarà, io credo, l'atteso aiuto esterno, che alcuni forse speravano fosse denominato in marchi. Non ci sarà il calo dei tassi: infatti lo spread tra titoli italiani e titoli esteri è già ai minimi storici, e se la struttura dei tassi scendesse ancora, in alternativa ai titoli pubblici italiani converrebbe comprare titoli di Stato esteri, o bond, con effetti progressivi di default. Non ci sarà, infine, un ciclo economico positivo; all'opposto di una politica che ideologicamente non capitalizza ma penalizza lo sviluppo, il ciclo economico negativo è ulteriormente accentuato.
Nessuno pensava di entrare in Europa senza fare sacrifici, ma nessuno, tranne forse il Governo, pensa che abbia senso fare sacrifici senza neppure entrare in Europa. Questo è il capolavoro politico che si sta compiendo: un Governo che dice esso stesso di non essere capace di realizzare il suo programma. Avete vinto le elezioni dichiarando di essere più competenti tecnicamente e più affidabili europeisticamente; alla prima prova dei fatti si vede che non è vera né l'una né l'altra cosa. In realtà il Governo pensa che sia possibile limitarsi a gestire l'esistente, servire il debito pubblico, risanare i conti pubblici. Sono tre proposizioni incompatibili. Il vostro deficit non è solo un deficit economico, ma politico. Voi avete vinto con il 43 per cento, e questo non è grave. Grave è che voi ragionate con il 43 per cento, governate al 43 per cento: è troppo poco dato ciò che richiede l'interesse del paese (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale e del CCD-CDU Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Benvenuto, al quale ricordo che ha dieci minuti di tempo a disposizione. Ne ha facoltà.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, colleghi, desidero in particolare sottolineare due aspetti, anche perché per il resto mi richiamo all'intervento svolto dall'onorevole Morgando.
La prima questione è quella del potere di acquisto del mondo del lavoro nonché della soluzione corretta trovata nel DPEF nel traguardo dell'inflazione e nella necessità di non introdurre discriminazioni per i contratti in corso. Mi auguro che da parte del Governo, ma soprattutto del mondo imprenditoriale, non si compia alcuna strumentalizzazione e che il contratto dei metalmeccanici, in discussione in queste ore, possa essere agevolmente rinnovato. Sottolineo anche al Governo e ai ministri competenti la necessità di individuare soluzioni che consentano, accanto alla difesa del salario e ad un impegno per la produttività (tra le altre di questi giorni ricordo le sollecitazioni e le giuste osservazioni del professor Sylos Labini nel senso di non limitarsi ad un puro e semplice contenimento salariale, ma di realizzare un forte impegno sul terreno della produttività), di tenere conto della relazione del Governatore della Banca d'Italia ed in particolare dell'osservazione circa la sostanziale diminuzione negli ultimi anni del potere di acquisto dei lavoratori e dei pensionati e nonché circa il fatto che i profitti realizzati dalle imprese non sono andati tutti verso investimenti per innovazioni tecnologiche e nuova occupazione.
Mi auguro che con il DPEF e la legge finanziaria vengano adottate misure che, attraverso dissuasione e persuasione, realizzino un concerto per la realizzazione della riduzione dell'inflazione, in modo da contribuire tutti all'entrata in Europa.
Una seconda osservazione mi meraviglio che da parte dell'opposizione non sia venuto un contributo in tale direzione è relativa ai problemi del lavoro e dell'occupazione con riferimento alla Conferenza che si svolgerà a Napoli ed alla necessità che quest'ultima introduca elementi di discontinuità. Ribadisco che mi meraviglia il fatto che da parte dell'opposizione non sia finora venuta alcuna indicazione in proposito. Sottolineo che nell'ambito della


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Conferenza di Napoli è necessario che emerga un'idea nuova di economia di mercato basata sulla convinzione che di essa c'è spazio anche per un'economia civile che generi beni collettivi. Chiedo esplicitamente al Governo un'iniziativa per il terzo settore, accanto alle imprese private e all'economia pubblica; occorre prestare attenzione al settore no profit, che può realizzare lavoro e occupazione per i giovani nei settori della sanità, dei servizi sociali, dell'educazione, della ricerca nonché dell'attività ricreativa, sportiva e culturale.
Voglio ricordare che in Italia, in una situazione di notevole arretratezza rispetto agli altri paesi, vi sono 52 mila associazioni e che in questo terzo settore già oggi operano 418 mila occupati e 272 mila volontari. Per questa realtà così grande, la cui dimensione, per quanto riguarda gli occupati, è il doppio della FIAT, ritengo che debba essere compiuto un grande sforzo e che essa meriti un adeguato spazio nella Conferenza sull'occupazione. In concreto, chiedo che la legge sul terzo settore e su quello no profit possa essere collegata alla legge finanziaria.
Inoltre, al ministro Ciampi chiedo anche che vengano date indicazioni precise per quanto riguarda la banca etica, la possibilità di realizzare una leva di banchieri sociali e che le stesse fondazioni bancarie possano riscoprire le loro origini e rispondere alle domande della società civile, che oggi attengono non solo al credito ma alla cultura, alla sanità e alla ricerca scientifica.
Voglio ricordare rapidamente che le tormentate vicende della XII legislatura hanno portato l'Italia, nel semestre di Presidenza europea, a non impegnarsi in questo settore, come era già avvenuto durante il semestre di Presidenza della Francia e della Spagna. Voglio altresì ricordare che l'anno scorso, in questo settore, si sono realizzati 120 mila posti di lavoro nuovi in Francia e 100 mila in Spagna. Vorrei, in quest'ottica, che in Italia venga prestata una particolare attenzione anche a questo nuovo settore, dove fervono molte iniziative, dove vi è una grande disponibilità del mondo giovanile.
Sentivo prima il collega Tremonti commentare la legge finanziaria snocciolando tutta una serie di dati, di numeri molto freddi e quasi spietati. Forse, il tempo non è stato sufficiente per il collega Tremonti e, forse, non lo è per me, ma voglio comunque esprimere un giudizio: sono stati tanti i numeri, ma quando essi non si spiegano, collega Tremonti, e ci si limita solo ad elencarli, non si fornisce un contributo concreto all'obiettivo che noi ci proponiamo.
Infine, un'osservazione che voglio rivolgere a tutti noi ed al Governo: dobbiamo vedere di superare una unilateralità, e dobbiamo farlo con il DPEF, nella preparazione della legge finanziaria e nelle iniziative portate avanti. Qual è l'unilateralità? È che noi ragioniamo fortemente condizionati dall'andamento della Borsa e del cambio, per cui basta uno «starnuto» o un «raffreddore» della Borsa per fare delle scelte o trarre conseguenze politiche. Per carità, nessuno intende sottovalutare l'importanza di quegli indicatori, ma voglio ricordare a tutti noi che ve ne sono altri che dobbiamo tenere presenti e che nella predisposizione del DPEF come a me sembra si faccia da parte del Governo non vi è solo l'attenzione a quei parametri ma anche ad altri, cioè a quelli dell'occupazione e, come abbiamo letto in questi giorni e come leggiamo oggi, degli indici di povertà. Sono importanti i vincoli economici, ma è anche importante fornire soluzioni sociali (Applausi dei deputati del gruppo della sinistra democratica-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Roscia. Ne ha facoltà.

DANIELE ROSCIA. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi deputati, all'indomani di un confronto elettorale che ha visto vittorioso l'Ulivo, le asserzioni del nostro movimento, la lega nord per l'indipendenza della Padania, hanno dimostrato come le due polarizzazioni rappresentassero, nella sostanza, un identico intento: quello di evitare di entrare in Europa, quello di scambiarsi


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promesse fasulle, che poi hanno avuto le gambe corte.
In questo documento di programmazione economico-finanziaria c'è la sintesi del fallimento e della perseverazione di uno Stato che investe ancora in illusioni a cui i mercati finanziari ormai guardano con estrema attenzione. L'esame ed il giudizio espresso in questi giorni e in queste ore sul documento di programmazione economico-finanziaria la dicono lunga sull'essenza del documento stesso. D'altra parte, un Governo che dimostra con le cifre come sia impossibile credere ai propri mezzi è l'inevitabile conseguenza della volontà di non credere a certe possibilità e ad un quadro politico in grado di sostenere le promesse che sono state fatte.
Conosciamo tutti le evoluzioni che vi sono state in questi giorni ed in particolare il sostegno dato alla maggioranza da rifondazione comunista, che dovrebbe chiarire tale ruolo di sostegno ibrido ad un programma che presenta indicazioni, più o meno blasonate, relative alle privatizzazioni, al sostegno al potere di acquisto dei salari e degli stipendi. Torno a ripeterlo: è un quadro di promesse elettorali dettate dalla voglia di conquista del potere, ma che non tengono conto di un processo cui il collega Tremonti ha accennato poc'anzi. Collega Tremonti, la secessione è un processo storico che ormai non si può più fermare e che ha preso il via da considerazioni lontane, dai governi Craxi, da quei governi che indicavano il sistema Italia come la quinta potenza mondiale mentre creavano le premesse per un debito pubblico che ormai ci ha portati all'ultimo gradino, tra i paesi europei, quanto a rapporto tra debito e prodotto interno lordo.
Così si disconosce la forte dualità del sistema socioeconomico nazionale e non si vuol riconoscere che si sta perseverando in un processo fasullo di correzione tendenziale e di spese incontrollabili. Siamo infatti arrivati a questo punto grazie al perseverare in simili azioni ed il ministro Ciampi sicuramente porta grandi responsabilità, che gli derivano anche dagli anni passati, quando c'erano altri governi, quando si diceva «vedrete, speculatori, che avrete le unghie tagliate», mentre abbiamo visto che sono stati soprattutto misconosciuti gli interessi dei risparmiatori, in particolare di quelli del nord, i quali hanno creduto in questo Stato nazionale che li ha, sì, ricompensati con riscontri monetari elevati, ma che sta compromettendo il rimborso stesso dei loro risparmi.
Bisogna avere la forza di dire con chiarezza queste cose, altrimenti ci troveremo un domani di fronte ad uno scontro che avrà anche caratteri di pericolosità. La lega nord, che fa della questione settentrionale l'elemento fondamentale del suo movimento, porta avanti le ragioni di tanti imprenditori, soprattutto piccoli e medi, che magari ancora adesso credono in una possibilità di ristoro politico, di fronte ad un Governo Prodi che fallisce già prima dello scadere dei suoi primi cento giorni.
È questa la valutazione del documento di programmazione economico-finanziaria, che rinvia al terzultimo anno la possibilità di correggere la pressione fiscale, di ridurre le aliquote fiscali e contributive. Cosa dovremmo dire ai nostri operatori economici che, nel nord, hanno guardato ai salari e ai loro compensi non solo sotto l'aspetto formalistico di stipendi, ma come possibilità di mantenimento di un reddito sicuro per il futuro? Abbiamo già le avvisaglie dello «squagliarsi» di un tessuto economico ricco che sta guardando oltre frontiera. Agli operatori, a questo tessuto economico a cui facciamo riferimento, dobbiamo dare delle risposte politiche che mancano nel documento di programmazione economico-finanziaria.
Vengono indicate delle correzioni di rotta che sono formalistiche: i due terzi della manovra correttiva riguardano tagli di spesa; ma se questi ultimi vengono fatti sulla base dei tagli introdotti nella manovra correttiva, nei prossimi anni potremo allora riscontrare come tale manovra fosse sulla carta, cioè incapace, nella sostanza, di modificare le fonti di spesa che si stanno incrementando sempre di più. Ma ci sono tanti altri iceberg che ci stanno dinanzi (è sufficiente pensare al mancato risanamento dell'IRI); tanti nuovi «scogli»


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che si profilano, ai quali non si fa riferimento in questo documento. In altre parole, si naviga a vista; si cerca di calmare chi protesta di più e di dare delle risposte in tema di occupazione, che sono ancora di puro assistenzialismo. Questi strumenti di sostegno, questi lavori socialmente utili sicuramente non daranno un grande e duraturo respiro all'occupazione, ma andranno ad allargare il baratro profondo tra i popoli della Padania ed il resto del paese.
A questi popoli della Padania dobbiamo dare una grande risposta; non possiamo permettere che la nostra nazione emergente possa essere emarginata dal resto d'Europa; a questi popoli, che stanno sopportando per intero i sacrifici nazionali, dobbiamo dare una risposta che consenta l'ingresso in Europa. Ed allora il percorso verso la secessione diventa la naturale conseguenza, l'unica risposta che è possibile dare ad un Governo che è sordo a qualsiasi cambiamento di fondo.
Abbiamo assistito a dichiarazioni eclatanti anche da parte del ministro del tesoro; si parlava di riformare la pubblica amministrazione e di ricorrere anche ai licenziamenti. Le dichiarazioni roboanti che abbiamo letto sulla stampa non sono profuse in questo documento? Sappiamo benissimo che la situazione di una pubblica amministrazione che ha 4 milioni e 300 mila dipendenti, che produce inefficienza su inefficienza, oltre a dati di spesa insostenibili, non può ulteriormente protrarsi. Con questa maggioranza, signor ministro, non si fanno le riforme, non si corregge il divario tra entrate ed uscite del sistema previdenziale!
Dove andrete a pescare i 21 mila e 200 miliardi? Tagliando gli acquisti di beni e servizi? In Commissione, nel corso di audizioni, autorevoli rappresentanti hanno già sottolineato l'impossibilità di correggere queste uscite in forma così pesante.
Ed allora, signori miei, quando arriverà il prossimo settembre la finanziaria ed avremo un quadro programmatico analitico, capiremo se la maggioranza sarà in grado di sostenere questa che è una manovra modesta ed insieme troppo grande per una maggioranza che non vuole assolutamente modificare in termini corretti un quadro nazionale insostenibile (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.

VALDO SPINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro del tesoro, vorrei che in questo dibattito non mancasse fino in fondo la sensazione che ci troviamo dinanzi ad una grande questione nazionale che ci riguarda tutti; certo, riguarda anche la lega alla quale se me la perdonerà vorrei rivolgere una battuta. Se il divorzio consensuale tra nord e sud venisse a costare al nostro paese quanto il divorzio, anch'esso consensuale, tra Carlo e Diana, staremmo freschi! Si sa che i divorzi sono sempre costosi (Applausi polemici dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania)!
Venendo al tema di oggi, sappiamo che il Consiglio europeo di Madrid ha fissato per il 1^ gennaio 1999 la data di inizio dell'Unione europea. Ma sappiamo di più: sarà nel 1998 che verrà presa la decisione in ordine ai paesi in grado di partecipare. Questo alla luce dei risultati che verranno conseguiti alla fine del 1997.
Siamo dunque alla vigilia di un appuntamento di grandissimo rilievo che, certamente ci riguarda tutti, maggioranza ed opposizioni. Sono d'accordo con l'onorevole Tremonti che sarebbe paradossale se, dopo tutti i sacrifici fatti dal 1992 ad oggi e che il nostro popolo ha dovuto senz'altro sentire profondamente, non dovessimo poi essere in grado di realizzarne l'aspetto positivo, e cioè l'ingresso in Europa. Devo dire, peraltro, che l'ironia sui parametri di Maastricht non è venuta dall'attuale maggioranza, ma spesso da esponenti dell'attuale opposizione.
Dico questione nazionale e dico questione che riguarda Governo ed opposizioni anche alla luce di una considerazione di fondo. Siamo in un paese che intende e riesce a conseguire un avanzo primario e dunque un attivo tra ricavi e


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spese che assomma al 4,5 per cento rispetto al prodotto interno lordo. Questo naturalmente al netto del pagamento degli interessi sul nostro ingente debito pubblico.
Sorge una domanda: quali sono i gradi di libertà nella politica di bilancio, cioè della disponibilità delle risorse, di un paese che si autoimpone un obiettivo così severo e che non può che essere tale, se è vero come è vero che, nonostante tale severità, l'ammontare del nostro debito rispetto al prodotto interno lordo di un anno è comunque sempre pari al 124 per cento rispetto ad un parametro di Maastricht che assomma, addirittura, al 60 per cento?
Non possiamo dunque mettere il piede sul freno rispetto a tale dato: dobbiamo comunque conseguire l'avanzo primario ed esso non può che essere frutto di grandi sacrifici.
Ecco perché parlo di responsabilità nazionale: un paese che si pone questo vincolo sa benissimo che contestualmente si pone un grossissimo vincolo in relazione ai gradi di libertà delle proprie politiche di bilancio, i quali sono sicuramente affidati alla possibilità di effettuare riforme. Non può cioè pensare di avere risorse aggiuntive, ma deve ridislocare risorse da una parte all'altra del sistema economico nazionale. Ecco il federalismo, cioè ridislocarle nella periferia a livello regionale e locale; ecco i problemi delle riforme settoriali, cioè ridislocarle a livello delle varie riforme.
Credo dunque che il dibattito dovrebbe concentrarsi su queste due alternative e tutte le forze politiche responsabili dovrebbero prendere atto che tali traguardi, tali soglie devono essere proprie di tutto il paese. Se, per assurdo, non conseguissimo l'ingresso nell'Unione europea, non vedo francamente cosa potrebbe raccattare un'eventuale opposizione, quale paese potrebbe gestire.
In questo senso mi permetto, allora, di avanzare qualche suggerimento al Governo e poi di trarre una conclusione. Forse il mio ragionamento è paradossale, ma mi piacerebbe vi fosse nel documento di programmazione economico-finanziaria un capitolo intitolato: «sprechi da recuperare». Uno grande come una casa glielo segnalo subito (e parlo come presidente della Commissione difesa della Camera, oltre che come rappresentate del gruppo della sinistra democratica): riguarda la cessione di beni, sia fabbricati sia terreni, che il Ministero della difesa ha dismesso o sta dismettendo ma che non riesce a consegnare all'amministrazione finanziaria. Sono 350 i beni, tra terreni e fabbricati, che l'amministrazione della Difesa ha già dismesso e che l'amministrazione del demanio non ha ancora acquisito. Ne stanno per essere messi a disposizione altri duemila, che speriamo non facciano la fine dei precedenti (le parlo, signor ministro del tesoro, di almeno centinaia di miliardi!).
Senza un'assunzione di responsabilità interministeriale tale questione, che consentirebbe di risolvere tanti problemi urbanistici, territoriali e sociali, anche di bilancio della pubblica amministrazione, non potrà essere affrontata.
Colgo l'occasione per chiedere un impegno del Governo nel suo complesso perché è necessario sottolineare in modo esemplare, di fronte all'opinione pubblica, non solo la capacità di programmare tagli alle spese e nuove entrate, ma anche di gestire meglio l'esistente.
Quello della politica economica e finanziaria è un sentiero molto stretto, come dicevo in precedenza, però lascia un margine di libertà. Mi riferisco proprio alla mia esperienza di ministro con il Governo che lei, ministro Ciampi, ha presieduto ed al quale ho avuto l'onore di partecipare. Quel Governo riuscì a conseguire un abbassamento dei tassi di interesse di tre punti, il che significò un risparmio di 60 mila miliardi al momento dell'approvazione della legge finanziaria; infatti, ogni punto di abbassamento del tasso di interesse comporta un risparmio di 20 mila miliardi nel nostro bilancio. In altre parole, siamo noi stessi padroni dei sacrifici che dovremo affrontare.
Leggevo su un giornale del quale non si usa fare il nome per non fare pubblicità,


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ma è facile capirlo le dichiarazioni del premio Nobel dell'economia, professor Modigliani, secondo il quale il problema non sarebbe tanto rappresentato dalla questione della definizione salariale, richiesta ed ottenuta nell'ambito di questo documento di programmazione economico-finanziaria, la quale è compatibile con gli obiettivi che si vogliono perseguire, bensì dall'esistenza o meno di un patto chiaro e preciso antinflazione perché è la riduzione dell'inflazione che consente di far scendere i tassi di interesse e che apre qualche margine di libertà nella politica economica e finanziaria. Altrimenti siamo legati come dei salami, perché parliamo di talune questioni senza riuscire ad alleggerire il nodo scorsoio in cui siamo stretti.
Su questo punto, rispetto al quale si può esercitare un effettivo grado di libertà, dovremmo soffermare la nostra attenzione nel dibattito in corso, trarre elementi conclusivi e chiedere al Governo che rilanci una politica di concertazione con le imprese e con il sindacato, quella politica iniziata nel 1993, che mi sembra la vera carta vincente di uno schieramento di centro-sinistra, il quale è più in grado di altri di perseguire risultati del genere, ma deve essere capace di farlo con la dovuta efficienza.
Nessuno gode nel prevedere delle vicende che poi si verificano, ma vorrei ripetere quanto ho già detto nel corso della discussione sulla fiducia al Governo. Affermai allora che, se il Governo avesse presentato subito un programma per i primi cento giorni della sua attività con chiarezza e nettezza, anche il dibattito sul documento di programmazione economico-finanziaria sarebbe stato più produttivo di risultati evidenti ed immediati (Applausi del deputato Taradash). Ma siamo giunti a questo dibattito e credo che del documento al nostro esame dobbiamo apprezzare la sua idoneità a tener testa ai grandi obiettivi da affrontare in prospettiva dell'ingresso nell'unione monetaria.
Tuttavia è necessario fare una precisazione: ci aspettiamo grandi risultati dalla conferenza sull'occupazione e da quanto converranno le parti sociali sul punto, ma dobbiamo renderci anche conto che non possiamo pensare a provvedimenti occupazionali che in qualche modo non si autofinanzino. Sono però convinto, e lo sosterrò fino allo stremo delle forze, che vi sono dei provvedimenti occupazionali che si possono autofinanziare, solo che non mi sembra di aver ancora ricevuto una risposta convincente sul punto, ma spero che questa giungerà a settembre.
Parlo per esperienza diretta in materia di ambiente, rispetto al quale sono stati presentati dei progetti di legge. Ebbene, vi è la possibilità di effettuare la manutenzione di determinati ambienti penso in particolare al manto boschivo oggi di grande attualità purtroppo a causa degli incendi che sono in grado di autofinanziarsi sia perché oggetto di contributi europei sia perché fruiscono dei proventi dell'IVA sul legno che la stessa manutenzione del bosco determina.
Vi sono anche provvedimenti e con ciò mi avvio alla conclusione nel campo dei beni culturali che si autofinanziano...

PRESIDENTE. Onorevole Spini, non si avvii alla conclusione, ma per piacere concluda.

VALDO SPINI. Essendo presidente della Commissione difesa, mi metto sugli attenti e sbatto i tacchi.
In conclusione, vorrei dire che il punto è politico. Domenica scorsa mi trovavo in Francia, dove apro regolarmente i giornali italiani ma sono portato a commentarli in francese, trovandomi in quel paese. Ebbene, ho letto un'intervista del Presidente del Consiglio che avrei sintetizzato nell'espressione: «Tout va bien, madame la marquise», tutto va bene nel Governo, madama la marchesa!
Poi leggo un'intervista del ministro delle poste e autorevole esponente dell'esecutivo dell'Ulivo che dice: «O si apre un ombrello o c'è il diluvio».
Ebbene, mi auguro che la notte scorsa il Governo si sia messo d'accordo per fare incrociare le due analisi perché è molto importante anche per la politica economica di oggi: una politica antinflazione seria


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la si fa solo se si è in grado di dare al Governo compattezza, dignità e capacità di efficienza (Applausi).

PRESIDENTE. Non ho sentito sbattere i tacchi, onorevole Spini...!
È iscritto a parlare l'onorevole Colletti. Ne ha facoltà.

LUCIO COLLETTI. Signor Presidente della Camera, onorevoli colleghi, tre mesi fa, quando la campagna elettorale era ancora in corso, tutte le forze politiche erano già in possesso dei dati essenziali circa lo stato dell'economia e della finanza pubblica del nostro paese. Sapevamo tutti che la fase espansiva stava declinando e che la nuova congiuntura presentava un profilo più basso; sapevamo già da allora che, per poter ottemperare a quel parametro di Maastricht, che vuole il deficit non superiore al 3 per cento del prodotto interno lordo, sarebbe stata necessaria una finanziaria per il 1997 non inferiore ai 60 mila miliardi; sapevamo inoltre fin da allora che, avendo il Governo Dini lasciato un buco imprevisto nelle casse dello Stato di 10-15 mila miliardi, la manovra complessiva tra prima e seconda tranche non avrebbe potuto essere inferiore agli 80 mila miliardi. Ciò nonostante, l'Ulivo non battè ciglio, si candidò anzi come l'unica forza che fosse in grado di far fronte alla bisogna; l'onorevole D'Alema andava ripetendo dovunque: «Noi siamo seri, noi non promettiamo miracoli ma obiettivi certi e realizzabili». E poiché la vicenda risale appena a tre mesi fa, tutti ricorderanno come il principale obiettivo di cui l'Ulivo si facesse garante fosse allora quello di portare l'Italia in Europa, cioè al traguardo dell'unità monetaria nel tempo stabilito e nel gruppo di testa. Ahimè! Solo chiacchiere, parole al vento, millantato credito! Dopo appena tre mesi il documento di programmazione che il Governo presenta prospetta uno scenario radicalmente diverso: l'ingresso in Europa è differito non si sa bene a quando, il deficit per il 1997, che è l'anno in base al quale si deciderà nel 1998 chi è dentro e chi è fuori, non è al 3 per cento del PIL, bensì al 4,5 per cento. Anzi, previsioni più realistiche suggerite da fonti del ministro del tesoro e del bilancio lo collocano al 5,4, come dire: «Addio Europa, addio ingresso trionfale dell'Italia nel gruppo di testa!».
La maggioranza, cioè l'Ulivo più rifondazione (trovatevi poi un nome: l'Ulivo con la quercia dentro più rifondazione, diciamo il boschetto), infligge così un colossale scacco storico al paese giacché, come tutti sanno, i parametri per chi accede in ritardo sono assai più gravi e severi che per chi entri in tempo. Circa l'ingresso dell'Italia nessuna data è peraltro certa. Tutti i dati di previsione contenuti nel documento programmatico sono aleatori, per non dire fittizi.
L'inflazione per il 1997 è prevista per esempio al 2,5 ed io, che non sono un economista, vorrei chiedere alla perspicacia teorica dell'onorevole Prodi che fondamento abbia una tale previsione quando molti milioni di contratti di lavoro saranno rinnovati nel frattempo calcolando l'inflazione al 3 per cento.
Il Presidente del Consiglio nutre tuttavia fiducia, ma si tratta di una fiducia nella clemenza dei partner maggiori Germania e Francia che, non si sa bene per quali motivi, dovrebbero accogliere l'Italia nella barca comune malgrado il dissesto della nostra finanza pubblica. Temo che l'onorevole Prodi confidi troppo nella solidarietà e dimentichi che nelle relazioni internazionali ben più della solidarietà valgono i rapporti di forza e gli interessi.
In breve, uno schieramento eterogeneo ed arlecchinesco, senza intima forza e senza vera determinazione tale e non altro è la maggioranza ha rinunciato ad esercitare un minimo di rigore rendendo pubblica la propria inadeguatezza ad affrontare il problema storico che è da anni all'ordine del giorno in Europa: il ridimensionamento dello Stato sociale (ascoltino bene gli onorevoli colleghi giacché nessuno pensa seriamente all'azzeramento). Così si è coniata la ridicola teoria che, usando il necessario rigore, il nostro paese sarebbe entrato in Europa esausto, mezzo morto, in camera di rianimazione, mentre invece prendendo tempo, differendo, restando


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fuori dall'euromoneta e con la lira magari esposta alla speculazione internazionale tutto procederebbe per il meglio.
Il commissario europeo Mario Monti ci ha messo sull'avviso del resto, se non l'avesse fatto lui, ciò sarebbe avvenuto sulla base di normali considerazioni ma, secondo l'arrogante dichiarazione dell'onorevole Prodi, egli ci parlerebbe non dall'Europa ma dalla luna, sebbene i dati di fatto siano a disposizione di tutti.
Insomma, noi italiani possiamo continuare a fare i furbi: in Danimarca si va in pensione a 67 anni, in Germania si sta decidendo di spostare l'età di quiescenza a 65, in Francia essa è prevista per i 60 anni, da noi invece, «Marcantoni» di 51-52 anni, nel pieno vigore delle forze, godono già di quella che, per un singolare paradosso, si chiama pensione di anzianità.
Il buon senso direbbe che così non si va da nessuna parte, ma la «Trimurti» sindacale, quella che dispone veramente della politica economica del nostro paese in luogo e nelle veci di questo Parlamento, sebbene oggi appaia divisa al proprio interno, non ammette che si modifichi nulla.
Nel giudicare questo Governo chi vi parla non ha nutrito fin dall'inizio nessuna illusione; facevo solo un'eccezione per Carlo Azeglio Ciampi. In lui lo confesso avevo riposto qualche speranza; non mi ha stupito quindi che egli alludesse alla necessità per la finanziaria del 1997 di porre mano ad una terza fase; mi ha stupito invece vi lascio immaginare quanto vederlo rientrare disciplinatamente nei ranghi dopo un richiamo all'ordine e ad una reprimenda dell'onorevole D'Alema. Non esistono veramente più né uomini di carattere, né decoro (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia Congratulazioni).

PRESIDENTE. Avverto che, per rispettare scrupolosamente il programma, in modo tale che nessuno sostenga di non essere informato, dopo l'intervento dell'onorevole Scalia sospenderò la seduta, che riprenderà alle 14.
È iscritto a parlare l'onorevole Scalia, al quale ricordo che ha a disposizione 10 minuti. Ne ha facoltà.

MASSIMO SCALIA. Signor Presidente, signor ministro, colleghi, il documento che stiamo esaminando si presenta con una significativa continuità, almeno per la sua impostazione di fondo, con documenti dei precedenti governi, una continuità che non apprezziamo particolarmente perché è all'insegna di quella macroeconomia la cui fragilità è a tutti nota. L'economia ha già i suoi problemi, soprattutto per quel che riguarda le capacità «predittive» in ordine ai parametri che determinano le dinamiche economiche: la macroeconomia, con i suoi modelli non particolarmente scientifici, con le sue previsioni per così dire «sulle ginocchia di Giove», si presta poi alle simpatiche battute che spesso il sottosegretario Giarda fa in ordine al verificarsi o meno di certe aspettative!
Noi apparteniamo a quella scuola di pensiero che non nutre fiducia e non ha alcun buon motivo per farlo nei calcoli della macroeconomia, negli «obiettivi tendenziali». Tuttavia, il documento di programmazione economico-finanziaria non è, per fortuna, soltanto questo, configurando, appunto, obiettivi programmatici e prevedendo proposte sull'occupazione che, da un empireo astratto e molto provvisorio, qual'è appunto quello della macroeconomia, ci fanno scendere ai problemi concreti del paese.
Ho ascoltato il collega Colletti le physique du rĂle! impegnarsi in un'analisi particolarmente catastrofista della situazione economica italiana, distribuendo non solo voti ma giudizi estremamente pesanti alla compagine governativa. Conosco e stimo molto il professor Mario Monti anche per la spregiudicatezza che contraddistingue certe sue analisi economiche e ritengo che le sue argomentazioni, delle quali più o meno implicitamente si faceva araldo il collega Colletti, abbiano trovato una risposta convincente quando il Governatore della Banca d'Italia è venuto alla Camera a spiegarci come una manovra più pesante e più rigida avrebbe forse curato


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del tutto il malato, nel senso di estinguere la sua esistenza.
Ritengo, pertanto, che il documento ci ponga di fronte ad obiettivi possibili, perseguibili, alla grande sfida che ha dinnanzi questo Governo ma che avrebbe qualunque altro Governo -, quella cioè di agganciarsi certo all'Europa ed entrarvi ma, appunto, lungo quel crinale assai difficile che al tempo stesso contempera il mantenimento di uno stato sociale e, potremmo dire, lo sviluppo compatibile di un'economia, soprattutto dal punto di vista occupazionale.
Non ripeterò i ragionamenti di altri colleghi, in particolare l'ampia relazione dell'onorevole Cherchi, per indirizzarmi invece direttamente ad alcuni aspetti relativi a quella che è poi la vera indicazione che dovrà fornire l'Assemblea, vale a dire una risoluzione che configuri, accanto al documento, gli indirizzi rivolti al Governo per procedere.
Vi è un tema su cui si è molto discusso in queste settimane e che mi sembra abbia trovato, com'era naturale, una soluzione che era facile a priori, vale a dire quello del recupero salariale, del rispetto degli accordi del luglio 1993. Per tre anni questi accordi hanno giovato molto al sistema delle imprese e non credo che ora si possa scaricare sulle spalle dei lavoratori, che devono concludere i loro contratti di lavoro e sono molti milioni, quanto quell'accordo non prevede. Anzi, al contrario, credo che il Governo debba assumere appieno quella funzione è uno dei tre vertici del triangolo Confindustria, Confederazioni sindacali e, appunto, Governo proprio per garantire che quell'accordo funzioni anche oggi nel momento in cui si tratta di salvaguardare il potere di acquisto dei lavoratori.
Ripeto: ritengo che questo fosse un punto risolvibile a priori. Si è fatto molto chiasso forse è stato fatto molto rumore per nulla, come direbbe Shakespeare -, mentre ci sono altri due aspetti, che stanno molto a cuore dei verdi, sui quali ritengo si debba insistere.
Credo che le indicazioni sull'occupazione contenute nel documento debbano essere integrate da un impegno solenne: la Camera chiede al Governo di presentarsi alla Conferenza nazionale sul lavoro, prevista per il settembre di quest'anno, con un piano straordinario per l'occupazione, tema cardine nel nostro paese, sul quale l'Ulivo ed il Presidente Prodi si sono impegnati fin dalla campagna elettorale.
Voglio essere più preciso: si tratta di individuare le risorse suppletive in termini di un 1 per cento annuo del prodotto interno lordo e di circa 15 mila miliardi per il piano triennale. Ma si tratta anche di definire molto bene ciò che deve essere contenuto in questo piano per l'occupazione.
Come accennato dal collega Spini, va detto con molta chiarezza che bisogna avere il coraggio di una politica economica innovativa. Non si parla più di grandi opere pubbliche e di vaste infrastrutture; esse hanno già i finanziamenti. Da questo punto di vista il Libro bianco del ministro Dini può essere un'utile silloge.
Noi vogliamo affermare con grande chiarezza l'esigenza di un piano per l'occupazione che privilegi gli investimenti pubblici nei settori ad alta intensità occupazionale e non i consueti investimenti per settori ad alta intensità di capitale.
En passant, considerato che è presente il rappresentante del Governo, voglio ricordare con estrema determinazione che i verdi sono irriducibili ad ogni proposta che contempli la «variante di valico» o, ancor meno credibilmente il ponte sullo Stretto. Ma ciò atterrà probabilmente ad altra stagione.
Per restare alla richiesta di un piano straordinario per l'occupazione, voglio ricordare ai colleghi che si tratta di lavoro produttivo quando noi, come proponiamo da anni, facciamo riferimento ad un piano per il restauro dei centri urbani ed il recupero delle periferie degradate; a quella vera e propria economia che può essere costruita a partire dalla tutela delle aree protette, dei parchi; ad un contenimento del dissesto idrogeologico ed a tutte le opere, diciamo così, soft, che si possono realizzare sulle coste fluviali; a quella vera e propria industria che attiva e valorizza il


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tesoro di beni monumentali, artistici e culturali del paese; a quella innovazione tecnologica che vede la Germania da tempo giocare un ruolo di punta, in quei settori uso efficiente dell'energia e fonti energetiche rinnovabili che purtroppo nel nostro paese sono trascurati.
Ho citato solo alcune voci per fare un esempio chiaro di un piano straordinario per l'occupazione in grado, al tempo stesso, di rispondere alla domanda di lavoro senza comportare un impatto negativo sull'ambiente e sul territorio, consentendo all'Italia un positivo inserimento nelle tecnologie avanzate ed innovative.
Vi è un altro aspetto al quale i verdi tengono molto: la fiscalità ambientale. Sia perché essa tende a promuovere atteggiamenti virtuosi volti a disincentivare consumi eccessivi e sprechi di materie prime e di energia, sia perché non colpisce gruppi sociali determinati. Anzi, una fiscalità ambientale diffusa può essere pensata ne abbiamo esempi in tutta Europa con la salvaguardia dei gruppi sociali più deboli. Tale fiscalità si rivela poi fondamentale per consentire una minore rigidità dell'indicazione di un terzo di prelievo fiscale e due terzi di riduzione delle spese, che anima l'intero documento di programmazione economico-finanziaria. Ho calcolato che basterebbe un 2,5 per mille di variazione della pressione fiscale per consentire l'entrata di molte migliaia di miliardi. Comunque, ove si ritenesse di mantenere, come una sorta di dogma, l'invarianza della pressione fiscale, più per motivi di immagine che di sostanza mi si consenta di affermarlo -, con provvedimenti immediati e diretti soprattutto nei confronti dell'elusione fiscale, oltre che dell'evasione fiscale, sarebbero recuperabili risorse in grado di garantire l'invarianza della pressione fiscale, e avviare il circuito virtuoso connesso alle cosiddette tasse ecologiche.
Sulla fiscalità ambientale ci attendiamo che il Governo predisponga una proposta con la quale confronteremo le nostre linee di proposta già a partire dalle prossime settimane (Applausi).

PRESIDENTE. Sospendo la seduta fino alle 14.

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