Seduta n. 321 del 9/3/1998

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Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 2 febbraio 1998, n. 7, recante disposizioni urgenti per fronteggiare l'eccezionale carenza di disponibilità abitativa (4525) (ore 16,30).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 2 febbraio 1998, n. 7, recante disposizioni urgenti per fronteggiare l'eccezionale carenza di disponibilità abitativa.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 4525)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che il presidente del gruppo parlamentare di forza Italia ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazione nelle iscrizioni a parlare, ai sensi del comma 2 dell'articolo 83 del regolamento.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Zagatti.

ALFREDO ZAGATTI, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, con il presente disegno di legge si chiede la conversione in legge del decreto-legge 2 febbraio 1998, n. 7, che dispone la proroga al 31 ottobre 1998 del termine relativo alla concessione dell'assistenza della forza pubblica ai fini dell'esecuzione dei provvedimenti di rilascio di immobili urbani adibiti ad uso abitativo.
Su questa materia sono già intervenuti, a partire dal 1988, numerosi decreti-legge: la norma originaria è infatti contenuta nel decreto-legge 30 dicembre 1988, n. 551, recante misure urgenti per fronteggiare l'eccezionale carenza di disponibilità abitative, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 1989, n. 61 che, all'articolo 3, comma 5, ha disposto, per l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio indicati all'articolo 1 del medesimo decreto-legge, che l'assistenza della forza pubblica dovesse essere concessa entro un


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periodo non superiore ai 48 mesi con decorrenza non successiva al 1 gennaio 1990. Successivamente tale termine è stato più volte prorogato, da ultimo, dal decreto-legge 19 giugno 1997, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 luglio 1997, n. 240 che - come già accennato - ha previsto l'applicazione della medesima disciplina fino al 31 gennaio 1998.
Ho inteso ricordare l'origine della norma che proponiamo di prorogare ulteriormente anche perché spesso questo tipo di provvedimento è stato erroneamente definito «blocca sfratti». Vale la pena di richiamare la normativa di origine per ricordare che ciò che stabilisce questo provvedimento di proroga è, appunto, la proroga della normativa vigente che prevede la possibilità di deroga da parte dei prefetti, assistiti da apposite commissioni prefettizie, per la graduazione degli sfratti, in modo particolare per quanto riguarda le aree ad alta tensione abitativa e gli sfratti definiti per finita locazione. Ho fatto tale precisazione perché ritengo giusto richiamare il contenuto della norma stessa e ricordare come in questi anni, pur in presenza di tale normativa, una parte degli sfratti sia stata comunque eseguita, in modo particolare quelli definiti per ragioni di necessità.
Si era pensato che quella prevista fino al 31 gennaio 1998 dovesse essere l'ultima proroga disposta in materia, tenuto conto che erano in corso iniziative per la predisposizione di un nuovo quadro normativo, volto a rilanciare definitivamente il mercato delle locazioni e a definire regole in grado di restituire certezza agli operatori in merito all'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili.
A tale progetto di riforma sta lavorando l'VIII Commissione della Camera, presso la quale è in corso l'esame in sede referente di numerose proposte di legge (A.C. 790 e abbinate), presentate dai diversi gruppi. Tuttavia solo di recente, con l'approvazione della manovra di finanza pubblica per il 1998, sono state fugate le incertezze in merito alle risorse disponibili ai fini della copertura finanziaria della nuova normativa, che costituisce una premessa indispensabile per la messa a punto della riforma, con la quale dovranno essere previste misure di sostegno al mercato delle locazioni attraverso la concessione di agevolazioni fiscali e l'erogazione di contributi volti a facilitare l'accesso alle abitazioni in locazione.
La legge finanziaria per il 1998 ha infatti previsto un accantonamento pari a 500 miliardi nel biennio 1999-2000, cui dovrebbero aggiungersi consistenti risorse prelevate dal gettito dei contributi ex-Gescal, che le regioni metterebbero a disposizione per finanziare la riforma. Appena ha cominciato a delinearsi con maggiore certezza tale quadro finanziario, l'VIII Commissione ha ripreso con estrema celerità l'esame delle predette proposte di legge, giungendo alla definizione di un testo unificato, adottato come testo base per il seguito dell'esame nella seduta del 15 gennaio scorso, la cui impostazione trova concorde anche il Governo, come risulta dalla relazione al decreto-legge di cui stiamo discutendo.
È ragionevole quindi ipotizzare che, entro il termine di scadenza della nuova proroga prevista dal decreto-legge in esame, sarà possibile, con il comune impegno del Parlamento e del Governo, giungere alla definitiva approvazione della nuova normativa.
Ho voluto richiamare il nesso tra la conversione in legge di questo decreto-legge e l'approvazione, che io auspico possibile nei tempi più brevi, di una nuova normativa in materia di locazione privata, anche perché questo, di fatto, è stato l'oggetto della discussione che si è svolta in Commissione, nel corso della quale più volte è stato sottolineato, come ho appena ricordato, che rispetto ad una discussione che dura ormai da diversi mesi, la possibilità di contare su risorse finanziarie adeguate, messe a disposizione dall'ultima finanziaria per la copertura delle normative previste dalla nuova legge sulle locazioni, consente una discussione non astratta, ma concreta, quindi la possibilità reale di arrivare alla definizione di una nuova normativa entro termini previsti dalla proroga stessa.

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Sono queste le tematiche sulle quali si è incentrato il dibattito in Commissione, anche in relazione alla conversione in legge di questo decreto-legge. Voglio infine far riferimento all'osservazione contenuta nel parere favorevole espresso dal Comitato per la legislazione ed anche dalla I Commissione affari costituzionali in sede consultiva. L'osservazione comune è stata richiamata anche nel dibattito in Commissione e riguarda il meccanismo previsto dall'articolo 2 del provvedimento, che pone l'entrata in vigore del decreto-legge al 2 febbraio 1998, mentre la precedente proroga scade il 31 gennaio 1998, determinando quindi un giorno di vacanza legislativa.
Abbiamo cercato di capire se fosse possibile e in qualche misura utile intervenire per sopperire a questo problema; di fatto abbiamo raccolto l'osservazione sia del Comitato per la legislazione sia della I Commissione affari costituzionali, che nel sollevare la questione affermavano anche giustamente che non sembrava porre particolari problemi la lacuna di un giorno, peraltro festivo, mentre intervenire in sede di disegno di legge di conversione avrebbe comunque consentito difficilmente di sanare questo errore tecnico, che tuttavia vale la pena di segnalare anche per richiamare il Governo ad una maggiore accuratezza nella stesura dei decreti-legge, al fine di evitare inconvenienti di questo genere.
Per queste ragioni auspico una rapida conversione del decreto-legge, che mi sembra atto necessario ed anche coerente con le deliberazioni assunte in passato dal Parlamento in questa materia; deliberazioni che non hanno mai fatto diventare definitiva questa normativa, in quanto si è ritenuto che la stessa debba essere superata da un provvedimento legislativo più organico, ma al tempo stesso le Camere hanno deciso diverse volte di mantenere questa normativa in deroga, finché non fosse approvata una legge organica.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GIANNI FRANCESCO MATTIOLI, Sottosegretario di Stato per i lavori pubblici. Il Governo si riserva di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Donato Bruno. Ne ha facoltà.

DONATO BRUNO. Voglio innanzitutto dichiarare che il gruppo parlamentare di forza Italia non è disponibile a concedere altre proroghe in materia di esecuzione di sfratti. Ricordo a me stesso, ma soprattutto ai colleghi, anche della maggioranza, ed al rappresentante del Governo, che l'ultimo decreto-legge di proroga degli sfratti è stato sbandierato come definitivo dall'allora ministro Di Pietro, il quale dichiarò in Commissione che quello sarebbe stato, appunto, l'ultimo provvedimento di proroga. Abbiamo accettato quell'orientamento perché ritenevamo che all'inizio della legislatura occorresse dimostrare buona volontà anche da parte dell'opposizione. In effetti, pur consapevoli che non vi era stato il tempo di approvare una legge organica di riforma delle locazioni, manifestammo grande riserva. Ricordo anche che all'epoca era stato presentato ed approvato un ordine del giorno nel quale quella proroga era ritenuta - ripeto - l'ultima, ma il Governo ha disatteso il suo impegno e ciò deve essere evidenziato anche a proposito della data del decreto-legge oggi in esame, come ha rilevato l'onorevole Zagatti. Ci si ricorda infatti del problema quando i termini sono ormai scaduti ed è chiaro che, come si è soliti fare, il Governo interviene mettendo una «pezza»; ma discutiamo di proroga impropriamente, perché tale non è, a mio modesto avviso.
Entrando nel merito del provvedimento, ho la sensazione che, ancora una volta, si voglia enfatizzare il problema, come dimostra il titolo adottato, dove si fa riferimento alla eccezionale carenza di disponibilità abitativa. In Commissione abbiamo avuto modo, già un anno fa, di audire i vari rappresentanti delle diverse realtà (associazioni di inquilini, di proprietari,


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di piccoli proprietari e quant'altro) e non ci è parso che il problema rivestisse i caratteri dell'eccezionalità. Credo che il fenomeno degli sfratti viaggi fortunatamente su un binario normale ed è solo in questa sede che restiamo ancorati a talune aggettivazioni che ci portano lontano. Vogliamo cioè far intendere ai cittadini che il problema abitativo è ancora grandissimo e che non si può risolvere.
Noi riteniamo invece che il problema, soprattutto nelle grandi città, dove non è affatto vero che vi sono carenze di immobili da destinare ad uso abitativo, si possa risolvere in maniera diversa. In questo senso vogliamo rivolgere una leggera critica al lavoro che sta svolgendo l'VIII Commissione della Camera sul provvedimento in materia di sfratti. Voglio ricordare che l'Italia, ormai dal 1950, vive in un regime di proroga; sono cinquant'anni che vive in un regime vincolistico, in un regime di proroga e tutto viene deciso a scapito soprattutto delle categorie medie che con sacrificio cercano di realizzare quello che in Italia viene ritenuto un bene rifugio: la casa per sé e probabilmente per qualche figlio. Da parte del legislatore si cerca invece di frapporre tutta una serie di lacci e lacciuoli al fine di limitarne il godimento e creare insoddisfazione e lotta tra l'inquilino ed il proprietario, soprattutto il piccolo proprietario. Questo certamente giova a qualcuno, ma non va nel senso che noi riteniamo equo e, a distanza di cinquant'anni, credevamo giusto che determinati provvedimenti venissero adottati. E allora delle due l'una: o il Governo, così come la maggioranza che lo sostiene, si rende conto che il mercato va liberalizzato e che quindi sarebbe sufficiente applicare la normativa dettata dal codice civile in materia, perché il regime transitorio, quello che si ritiene essere un regime speciale, deve cessare, oppure - non voglio fare l'avvocato del diavolo - questa sarà l'ennesima proroga che viene concessa ed il 31 ottobre 1998 discuteremo di un'ulteriore proroga. Le commissioni prefettizie non hanno mai operato e sono state criticate da tutte le parti politiche; di fatto esistono ma non lavorano, lasciando tutti insoddisfatti, sia gli inquilini sia i proprietari e coloro che vorrebbero avvicinarsi al mercato immobiliare. Pertanto, riteniamo che tale stato di cose non sia ulteriormente procrastinabile e voteremo contro questa proroga.
Una riforma organica avrebbe sicuramente potuto e dovuto essere varata tempestivamente, perché c'è stato il tempo per farlo. Si è invece «palleggiata» la responsabilità tra il Ministero dei lavori pubblici e quello delle finanze e non ci è stata data risposta circa l'eventuale somma che essi ritenevano di iscrivere nel bilancio in corso al fine di stabilire quale «ticket» e quali benefici dovessero essere concessi a coloro che certamente hanno diritto di ottenerli, cioè le classi che non possono ricorrere al libero mercato, così come possono farlo altri che hanno redditi più elevati.
Dunque, se si fosse voluto provvedere sicuramente c'erano tutti i presupposti affinché la riforma delle locazioni potesse essere varata. Non lo si è fatto ed il Governo ha la sua responsabilità. Noi riteniamo che non possiamo, per così dire, togliere le castagne delle responsabilità dei Ministeri dei lavori pubblici e delle finanze; è questa una concertazione che in taluni casi ha funzionato, ma non nel caso delle locazioni, non so per quali motivi (eventualmente ce li spiegherà nella sua replica il sottosegretario qui presente).
Dobbiamo però registrare che il provvedimento che oggi ci si chiede di convertire non è quello che i cittadini probabilmente aspettano. I cittadini attendono una riforma giusta delle locazioni e quella in discussione, a nostro modo di vedere, è carente. Certamente, coloro che ormai dal 1988 sono in sede di esecuzione non si aspettano una proroga ulteriore.
Mi auguro pertanto che l'Assemblea trovi ragione di quanto ho qui esposto e che, a maggioranza, possa respingere la conversione del provvedimento in esame. Il gruppo di forza Italia voterà in questo senso.

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PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fongaro. Ne ha facoltà.

CARLO FONGARO. È opportuno fare una premessa sulla scadenza del decreto-legge in esame. Infatti, sottovalutare la questione del termine del 1 febbraio, che sarà pure una domenica ma è pur sempre un giorno dell'anno (ed io credo che le leggi valgano 365 giorni l'anno), mi pare sia eccessiva leggerezza. Si dica chiaramente che si è sbagliato, mentre mi pare non vi sia nemmeno la volontà di correre ai ripari, come al limite aveva chiesto anche la I Commissione. Questa maggioranza spesso accusa le altre forze politiche di barbarie o di non essere pronte a governare, ma dimenticare un giorno dell'anno non va certamente a suo favore. È una grave mancanza, diciamolo pure. Come si rimedierà? A farlo sarà la giurisprudenza: ci saranno una serie di sentenze che stabiliranno che effettivamente questa mancanza è ininfluente, certo tutto ciò non andrà a merito di questo Governo che ha dimostrato - come giustamente il relatore ha fatto notare - un po' di trascuratezza nella formulazione del decreto.
Possiamo chiamare il provvedimento in tanti modi, ad esempio proroga degli sfratti, oppure proroga nella concessione dell'assistenza della forza pubblica per l'esecuzione degli sfratti per finita locazione, ma, di fatto, questa normativa impedisce ai proprietari di un immobile, che hanno legittimamente ottenuto un provvedimento di sfratto, di rientrare in possesso (non certamente nei termini giusti, perché sappiamo benissimo quali sono i tempi del giudizio) del loro immobile dopo averlo regolarmente affittato.
Di fatto si tratta, dunque, di un esproprio camuffato, perché si impedisce al legittimo proprietario di godere del suo immobile. È pertanto un provvedimento odioso ed illegittimo, peraltro contrario a quanto stabilito dalla Carta costituzionale che, all'articolo 42 recita: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge». Come si fa, dunque, a sostenere che questo provvedimento è conforme al disposto costituzionale, quando esso di fatto impedisce il godimento della proprietà privata da parte dei legittimi proprietari?
Diciamo chiaramente che, se non si concede l'uso della forza pubblica per ottenere il rilascio degli immobili, non si vede di quale altro mezzo disponga il proprietario per rientrarne in possesso, oltre all'assalto. Di fatto, dovrà dunque lasciare l'immobile in uso all'inquilino.
L'articolo 42 della Costituzione stabilisce poi che sia la legge a determinare i limiti della proprietà privata, allo scopo di assicurarne la funzione sociale. Ciò vuol dire che, se esistono questi provvedimenti - come avviene ormai da quaranta-cinquant'anni -, il legislatore riconosce al bene casa una funzione sociale. Fin qua potremmo anche essere d'accordo, ma non capiamo perché tale funzione sociale non venga riconosciuta quando si devono pagare le tasse. Qui non si tratta di edilizia convenzionata o sovvenzionata, per la quale i proprietari fruiscono al momento dell'acquisto di un aiuto statale, quanto piuttosto di edilizia privata: sono cittadini che vanno sul libero mercato, pagano le imposte - IVA o imposte di registro - a tariffa piena, ma ai quali nel momento in cui diventano legittimamente proprietari dell'immobile viene detto che esso ha una funzione sociale che comporta una serie di limiti.
Sempre l'articolo 42 della Costituzione italiana prevede che la proprietà privata possa essere, salvo indennizzo, espropriata qualora vi siano motivi di interesse generale. È sicuramente motivo di interesse generale che non vi siano sulla strada decine di migliaia di persone, ma mi domando: l'indennizzo dov'è?
Il ritardo nella consegna di un immobile rappresenta senz'altro un danno. Non vedo dunque perché lo Stato non si senta in dovere di garantire un risarcimento per la ritardata restituzione dell'immobile ai legittimi proprietari, imputabile non certo alla noncuranza di questi ultimi, i quali si sono attivati diligentemente presso le


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competenti sedi giudiziarie, ma alle disposizioni normative che impediscono loro di rientrarne in possesso.
Il Governo giustifica questa proroga, sostenendo che essa è necessaria perché, quanto prima, verrà approvata la riforma del regime delle locazioni. Addirittura mi pare che vi sia una sorta di critica nei confronti del Parlamento che, se ho ben capito, non si sarebbe adeguatamente attivato per pervenire a tale riforma. Mi risulta però che l'VIII Commissione abbia ampiamente svolto il suo compito: caso mai, se vi sono stati ritardi, essi sembrerebbero imputabili al fatto che l'accantonamento delle risorse per le agevolazioni non è mai stato garantito, se non nella finanziaria del 1998, e ai contrasti gravi e forti esistenti all'interno della maggioranza sulla riforma delle locazioni. Tali contrasti mi paiono assolutamente insanabili, poiché vi sono posizioni diversissime.
La riforma delle locazioni sarà fatta sicuramente con alcuni «pezzi» della maggioranza (non vedo infatti come l'attuale maggioranza possa far quadrare posizioni che sono assolutamente inconciliabili), qualora essa dovesse trovare una «stampella» in qualche gruppo politico che la aiuti ad approvarla. Anticipo fin da adesso che la lega nord per l'indipendenza della Padania non farà da stampella alla maggioranza su nessun provvedimento e tanto meno su quello relativo alla riforma delle locazioni.
Un discorso a parte è quello che riguarda le commissioni prefettizie. Un altro effetto non accettabile del provvedimento in esame è che esso prolunga nel tempo una misura - la competenza delle commissioni prefettizie - che era stata adottata in un momento di emergenza e con caratteristiche di temporaneità. In Italia siamo sempre in emergenza e tutte le cose che sono temporanee finiscono poi per essere le più durature. Nulla di nuovo sotto questo sole, dunque.
Le commissioni prefettizie sono state istituite nel 1982 (alla faccia della temporaneità: l'emergenza c'è ancora!) e dovevano solamente fornire indicazioni ai pretori sulla situazione abitativa del territorio, affinché essi potessero disporre di elementi aggiuntivi di giudizio per valutare le procedure di rilascio degli immobili. La legge n. 708 del 1986 ha ampliato le competenze di queste commissioni e le ha prorogate al 31 dicembre 1993. Dal 1993 ad oggi abbiamo assistito ad un susseguirsi di decreti fino al 31 gennaio 1998 e adesso si arriva al 31 ottobre 1998. Il ricorso alle commissioni prefettizie è negativo perché comporta l'introduzione di un organo politico di governo, il prefetto, in problematiche afferenti il processo civile, ritardando in tal modo il normale corso dei provvedimenti di sfratto e rinviando la restituzione della competenza sugli sfratti alla magistratura ordinaria, che tutti si augurano avvenga a parole ma che di fatto non avviene.
In conclusione, la lega nord per l'indipendenza della Padania è fortemente contraria ad un provvedimento che è sicuramente illiberale e che va contro gli interessi non dei proprietari ma di coloro che cercano casa. Infatti, non assicurare ai proprietari la certezza del rientro nel possesso del proprio immobile alla data stabilita vuol dire scoraggiare la locazione, quindi togliere dal mercato delle locazioni un bene che serve a chi cerca casa.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Riccio. Ne ha facoltà.

EUGENIO RICCIO. Signor Presidente, signor sottosegretario, ci troviamo di fronte all'ennesima proroga nell'esecuzione degli sfratti. Per l'ennesima volta, infatti, il Governo promette che si tratta dell'ultima proroga, ma probabilmente non sarà così.
Non c'è peggior sordo di chi non vuole ascoltare le ragioni che proprietari ed inquilini sostengono per creare nel mercato delle locazioni quella situazione di certezza senza la quale tale mercato è destinato al fallimento totale. Questo è il punto fondamentale per il quale alleanza nazionale si è battuta negli anni scorsi ed anche in questa legislatura avanzando proprie proposte. Si è battuta anche


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all'indomani della bocciatura da parte di questo Parlamento del decreto-legge n. 443 del 1996. La bocciatura di tale decreto-legge doveva pure significare qualcosa, invece l'allora ministro Di Pietro scelse la via demagogica ed andò in televisione a denunciare ai cittadini la situazione drammatica che veniva a crearsi per milioni e milioni di famiglie. Ricordo che all'indomani di quella bocciatura alleanza nazionale presentò una propria proposta di legge per un'ulteriore proroga che fosse però condizionata da un lato dall'approvazione della legge di riforma delle locazioni e dall'altro dall'eliminazione delle commissioni prefettizie e dalla restituzione alla competenza del giudice ordinario che alleanza nazionale individuava nel giudice di pace e non nel pretore come previsto nel codice di procedura civile. In quell'occasione si volle mostrare senso di responsabilità. Il Governo incassò la proroga ma si guardò bene per un verso dal sottrarre alle commissioni prefettizie i poteri che via via si erano creati e per l'altro dall'avviare davvero un dibattito sulla riforma delle locazioni. Il punto è proprio questo: si vuole o no la riforma del regime delle locazioni? Si vuole o no proseguire su quella strada che era già stata indicata nel 1978 (sono passati ormai vent'anni), che i patti in deroga avevano ulteriormente disegnato e che avrebbe dovuto portare alla liberalizzazione del mercato delle locazioni?
Non voglio entrare nel merito del testo che è stato proposto in Commissione in tema di riforme, lontano anni luce proprio da quella direzione che i cittadini richiedono. Ecco perché le difficoltà della maggioranza, le difficoltà del Governo non consentono che si possa giungere davvero ad una riforma del regime delle locazioni, ma tutt'al più di arrivare in tempi brevi a mettere una pezza alla situazione, che ormai appare insostenibile per il mercato.
Alleanza nazionale si è fatta promotrice di una propria proposta di legge in materia. Alleanza nazionale ha lungamente chiesto che si procedesse in tempi brevi sulla via della riforma, ma cosa è accaduto? Dall'11 giugno 1997 la discussione in Commissione sulle norme in materia di riforme è ripresa il 18 dicembre 1997.
L'11 giugno, cioè alla vigilia della scadenza dell'ennesima proroga, si decise di prorogare per un ulteriore breve periodo, ossia per altri sei mesi, assicurando che nel frattempo si sarebbe giunti davvero all'approvazione della nuova normativa: la Commissione, però, si riunì per la prima volta soltanto il successivo 18 dicembre, cioè alla vigilia delle feste natalizie ed anche della nuova scadenza. Con ciò si dimostrò che non vi era la volontà di procedere lungo la strada maestra. Non si può nemmeno sostenere che il ritardo fosse motivato dal fatto che nel frattempo si era dovuta approvare la legge finanziaria e prevedere - come è stato fatto - l'accantonamento di una certa somma per l'istituzione di un fondo sociale a favore delle famiglie meno abbienti, creato il quale si sarebbe potuto davvero procedere alla riforma. Vorrei far infatti osservare che un fondo sociale era già previsto dalla legge n. 392 del 1978 ed era finalizzato alla realizzazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica: ebbene, a tutt'oggi il Governo non ha condotto alcuna politica precisa in questo senso. In che modo, per esempio, sono stati utilizzati i fondi Gescal? Mi domando in che modo si possa oggi prevedere una parziale riutilizzazione di tali fondi, cioè una vera politica per la casa, tendente davvero non solo all'attuazione dell'articolo 42, che è stato richiamato, ma anche dell'articolo 47 della Costituzione, che incentiva il risparmio volto al conseguimento di questo bene primario che è, appunto, la casa, una casa per tutti i cittadini. Ebbene, il Governo in proposito continua ad essere totalmente inadempiente.
Noi sollecitiamo il ritorno alla normalità, alle leggi ordinarie e, in definitiva, allo stesso codice civile, il quale già contiene una disciplina della materia, per cui non vi sarebbe bisogno d'altro, se non di una normativa di attuazione. Mentre il ministro Di Pietro parlava di milioni - milioni! - di famiglie buttate sul lastrico,

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solo pochi giorni dopo lo stesso Governo forniva indicazioni le quali chiarivano che gli sfratti per i quali era stato chiesto l'uso della forza pubblica erano in Italia 43 mila, comprensivi di quelli relativi alle zone ad alta tensione abitativa. Si trattava, quindi, di un numero non stratosferico, anche se indubbiamente elevato e giustamente meritevole di essere preso in considerazione, che tuttavia non giustifica il titolo che è stato dato al decreto-legge al nostro esame, recante «disposizioni urgenti per fronteggiare l'eccezionale carenza di disponibilità abitativa».
Forse, signor sottosegretario, su questa contrapposizione si continua purtroppo a fare della demagogia e direi anche - mi si consenta - del classismo. Non è consentito questo. Non è consentito soprattutto creare negli inquilini, nelle fasce meno abbienti, delle aspettative, delle tensioni che il Governo sarebbe in grado di risolvere sol che ne avesse la volontà. Oggi non si può prevedere, ad esempio, di ulteriormente prolungare, come si pensa, la durata del contratto di locazione, che la legge sull'equo canone, la n. 392, ha fissato in quattro anni per le locazioni ad uso abitativo. Oggi, nella bozza propostaci, in pratica la durata dei contratti di locazione, in condizioni che dovrebbero essere migliori dal punto di vista sociale, viene surrettiziamente portata a quattro più quattro più due anni, ovvero sia a dieci anni! Ed è questo un progresso rispetto alla norma del 1978, che già avrebbe dovuto essere temporanea? Quella norma era temporanea perché prevedeva appunto l'equo canone, che per un certo periodo di tempo avrebbe dovuto fungere da calmieratore, per poi addivenire davvero alla riforma liberalizzatrice, che tutti si attendono.
Ecco perché io sostengo che questo decreto-legge non ha proprio i caratteri della necessità e dell'urgenza. Come è stato rilevato, esso è stato raffazzonato all'ultimo momento, tant'è che si è errato anche sulla data di inizio. È un decreto-legge che, nei fatti e negli intenti del Governo, è incapace di scegliere tra le richieste dei cittadini inquilini e proprietari e i ricatti di una parte della maggioranza, che questa riforma evidentemente non vuole. È questo il vero dilemma, il vero problema: ecco perché nella mia introduzione dicevo che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Questo Governo, se avesse davvero la volontà, in quindici giorni - dico in quindici giorni! - sarebbe in grado di varare, anche in Commissione, concedendo la sede legislativa, la riforma delle locazioni, quella che tutti attendono.
In questo senso, alleanza nazionale esprime le proprie remore, le proprie perplessità di fronte ad un provvedimento che non vede motivato sotto alcun aspetto.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Cesaris. Ne ha facoltà.

WALTER DE CESARIS. Cari colleghi, signor rappresentante del Governo, come è stato ricordato anche dai colleghi che mi hanno preceduto, siamo chiamati nuovamente a pronunciarci sulla conversione in legge del decreto-legge che proroga le commissioni prefettizie di graduazione degli sfratti. Si tratta effettivamente di un'ennesima proroga, questa volta fino al 31 ottobre del corrente anno.
Chiarito nuovamente - lo ha già fatto con efficacia il relatore - che il provvedimento non riguarda il blocco degli sfratti in corso, bensì esclusivamente la proroga delle competenze delle commissioni prefettizie che graduano l'esecuzione degli sfratti (il che, com'è ovvio, non impedisce l'esecuzione di alcune migliaia di sfratti, in particolare per necessità del locatore e per morosità dell'inquilino), io credo - mi sembra che questo sia l'oggetto principale della discussione che stiamo conducendo oggi qui in aula - che possa essere utile in questa sede verificare se e come sia nelle possibilità concrete del Parlamento di porre fine a questo regime di proroga, intervenendo quindi, come viene suggerito dai colleghi, con un'organica riforma nel comparto delle locazioni.
Credo - e ciò è dinanzi a tutti noi - che sul terreno di una nuova politica per la casa si sia aperto un percorso riformatore


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dal quale non è possibile, almeno a nostro avviso, tornare indietro. Con ciò intendo riferirmi ad almeno due vicende significative: il protocollo d'intesa che fu sottoscritto presso il Ministero dei lavori pubblici dalla stragrande maggioranza delle associazioni degli inquilini e della proprietà; la piattaforma unitaria di tutte le organizzazioni sindacali degli inquilini, ma anche dei sindaci dei grandi comuni e di tante altre città italiane, che dette vita, nell'aprile scorso, ad una imponente manifestazione nazionale e che vide l'adesione di centinaia di parlamentari. Effettivamente in quella occasione migliaia e migliaia di cittadini del nostro paese si espressero chiaramente per una certa direzione di marcia.
Ebbene, noi ci sentiamo vincolati a quel percorso riformatore e crediamo quindi che la nuova legge che il Parlamento deve approvare debba dare una risposta convincente, ossia una risposta positiva alle speranze, alle attese che sono di milioni di famiglie italiane, alle richieste di un arco vasto di forze sociali, sindacali, delle autonomie locali e di realtà del territorio.
Di cosa parlano queste attese? Quali esigenze esprimono? A quali problemi siamo chiamati a dare una risposta? Queste domande, queste richieste, queste attese parlano, cari colleghi, di una sofferenza vera, legata fortemente al vivere in città; parlano di una condizione urbana che è precaria; parlano di nuove sofferenze e di nuove esclusioni. Parlano cioè della difficoltà di veder garantito, per una fascia consistente della popolazione urbana, il diritto all'alloggio ad un prezzo che sia compatibile con i salari e le pensioni.
In grandi città, ad esempio, Roma o Milano - i dati statistici sono a disposizione di tutti i colleghi, per ultimo quelli del CRESME - l'affitto di un alloggio di 60 metri quadri (circa due camere e cucina), in una semiperiferia, raggiunge e supera il milione di lire al mese e non esiste possibilità per la carenza e il degrado del patrimonio abitativo pubblico di poter ottenere un alloggio a canone sociale. Questa è la situazione!
Nel resto d'Europa non è così e non mi riferisco solo alle recenti e coraggiose proposte che sono state avanzate dal Governo francese nel quadro di una più generale iniziativa per lo Stato sociale, anche in materia di abitazioni. Mi riferisco invece alla generale situazione europea; l'offerta di alloggi pubblici, nel nostro paese, è tra un sesto e un decimo di quella europea. Si guardi, ad esempio, all'Inghilterra, alla Germania, per non parlare dei paesi del nord Europa, in particolare dell'Olanda: ovunque c'è una offerta di alloggi a canone sociale maggiore che da noi. Ripeto, la nostra offerta è tra un sesto e un decimo di quella europea.
Eppure in questi ultimi anni, in Italia la politica è andata nel senso opposto all'esigenza concreta. Da un lato, attraverso l'introduzione, nel 1992, dei patti in deroga, si è di fatto liberalizzato il canone nel nostro paese svuotando quindi, da questo punto di vista, di contenuto l'equo canone; dall'altro, si è aperta la strada, a mio avviso, ad una dissennata operazione di dismissione del patrimonio pubblico.
Si sono così sommate due contraddizioni con due conseguenze negative che si sono sovrapposte: da un lato, l'aumento degli affitti ha spinto sempre più nella disperazione e nell'esclusione settori sempre più vasti della popolazione; la contrazione dell'offerta pubblica, dall'altro lato, ha impedito di poter dare una risposta alternativa a tale bisogno. Sono così aumentate le emarginazioni e le esclusioni, specialmente nelle grandi aree urbane dove sono più forti le tensioni abitative.
Istituti di ricerca hanno valutato che nel solo triennio 1992-1995 il monte affitti, nel nostro paese, è lievitato complessivamente di almeno 11 mila miliardi. Non dicono nulla i dati forniti dal Ministero dell'interno sulla questione degli sfratti? Non dice nulla, ad esempio, che nel 1997, per la prima volta, nelle sentenze di sfratto emesse la morosità è

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diventata la prima voce sopravanzando la finita locazione, mentre la necessità del locatore rappresenta ancora meno del 2 per cento nell'ambito delle sentenze emesse? Ciò vuol dire chiaramente che fette sempre più ampie della società non riescono a sostenere le regole del cosiddetto mercato, vale a dire la spinta della rendita immobiliare. Non dicono nulla i dati recenti sulla crescita della povertà, sulla estensione di questa oltre i settori tradizionali, quelli dei disoccupati e degli anziani?
Il fenomeno della povertà coinvolge, infatti, strati di lavoratori e famiglie monoreddito, estendendo i confini della precarietà e della esclusione sociale. Sono questi i problemi che abbiamo di fronte ed ai quali un Governo, sostenuto da una maggioranza che si pone l'obiettivo di aprire una stagione di riforme e quindi di aprire una fase nuova nelle politiche sociali, deve dare risposta.
Affermiamo allora con chiarezza che anche per noi questa deve essere l'ultima proroga. Anche noi vogliamo che abbia fine la politica del rinvio. Non siamo affatto interessati a difendere lo statu quo. Non siamo cioè interessati a mantenere un regime di continua proroga delle commissioni prefettizie accanto ad una legislazione che mantiene un regime ultraliberista sui canoni. Non siamo interessati ad uno scambio tra canoni selvaggi e sfratti al contagocce, perché non ci interessa.
Bisogna cambiare: siamo noi a dirlo e lo facciamo per primi. Bisogna cambiare ora: questa è la nostra tesi e chiediamo al Governo coerenza con gli impegni assunti, così come domandiamo agli altri gruppi, a partire da quelli del centro-sinistra, di effettuare un confronto serrato, costruttivo e chiarificatore.
Il punto nodale, infatti, è rappresentato dalla direzione del cambiamento, perché mi sembra che sulla necessità di cambiare siamo tutti d'accordo. Il problema quindi è come cambiare, quale sia la direzione di marcia. È evidente che non è questa la sede per approfondire il tema, che viene invece affrontato in Commissione, che si trova ormai in una fase di discussione avanzata. Come sapete, infatti, sono stati presentati degli emendamenti al testo, che sono stati esaminati e che devono essere votati.
In questa sede mi interessa esclusivamente ribadire che, almeno secondo il nostro punto di vista, non si torni indietro. Il percorso riformatore, quindi, deve essere segnato da passaggi fondamentali, come quelli che ho ricordato in precedenza, vale a dire quello del protocollo di intesa, della piattaforma del 12 aprile. Vogliamo che non si torni indietro rispetto a quella impostazione, ma che si dia una coerente risposta riformatrice.
È pertanto necessario riformare il sistema delle locazioni per fare in modo che, attraverso lo strumento dello sgravio fiscale, attraverso una diminuzione delle imposte nel settore delle locazioni, si realizzi una moderazione dei canoni. Ciò si potrebbe ottenere attraverso un incrocio delle agevolazioni fiscali per i proprietari che accettano canoni contrattati collettivamente e per gli inquilini con redditi medio-bassi, anche per far emergere l'enorme evasione fiscale presente nel settore delle locazioni. Quello dell'evasione fiscale, infatti, è un fenomeno di grandissima portata, come ha messo in evidenza qualche indagine che è stata effettuata negli scorsi anni, l'ultima delle quali a Napoli. Si calcola che tale evasione ammonti a circa 15 mila miliardi l'anno.
Dunque l'uso della leva fiscale può essere decisivo per sconfiggere l'evasione e per svolgere un ruolo attivo di sostegno e di indirizzo al mercato. Si potrebbe quindi diminuire il prelievo per coloro che accettano canoni contrattati, come dicevo, secondo il principio di una funzione sociale della locazione, e togliere ogni forma di agevolazione per coloro che, al contrario, intendono realizzare la massima redditività possibile dal mercato contribuendo, quindi, ad alimentare quel mercato delle locazioni che è già pesantemente drogato.
Inoltre, si potrebbe vincolare l'azione di rilascio alla regolarità fiscale dell'alloggio e si potrebbero penalizzare fiscalmente

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solo le case tenute sfitte, anche per combattere i canoni irregolari e per far emergere il nero. Sappiamo benissimo, infatti, che è questo l'ambito in cui si nasconde gran parte dell'evasione e dell'elusione fiscale, specialmente nelle grandi città.
Sulla questione dei rilasci solleviamo un'ultima questione. Occorre, secondo noi, distinguere nettamente la necessità, o i motivi della giusta causa, dall'istituto della finita locazione. Infatti, con l'entrata in vigore dei patti in deroga, la finita locazione ha cambiato natura e svolge oggi una nuova funzione: non è più legata alla finalità di avere indietro l'alloggio, bensì serve a ricontrattare a nuove condizioni i canoni, cioè ad ottenere un aumento derivante dalla massima valorizzazione possibile della rendita. L'istituto della finita locazione ha svolto e sta svolgendo, dopo i patti in deroga, sempre più una funzione economica: è divenuto, cioè, uno strumento per la lievitazione degli affitti. Patti in deroga e finita locazione si sono quindi alimentati in una spirale perversa. Si è inventata, nel gergo degli addetti ai lavori, una nuova forma di sfratto, chiamato «sfratto dormiente»: esso non ha lo scopo di avere indietro l'alloggio, ma quello di fungere come arma per ricontrattare l'aumento del canone.
Ecco perché, mentre bisogna - lo dico con estrema chiarezza - avere tempi certi e regole chiare nei rilasci, più chiare di oggi per quanto riguarda tutte le motivazioni di giusta causa, al tempo stesso occorre regolare diversamente lo sfratto per finita locazione, per giungere, secondo noi, ad uno suo progressivo superamento. Vi è quindi uno strettissimo rapporto tra questione dei rilasci e riforma delle locazioni; quando affermiamo che siamo stanchi di continue proroghe vogliamo dire che, dopo sei anni di fallimenti e di nuove ingiustizie determinati dai patti in deroga, è più che mai necessaria una riforma nel settore delle locazioni.
Quanto alla possibilità di realizzarla entro il 31 ottobre, noi diciamo di sì: non si tratta di un auspicio, bensì di un impegno da parte nostra. È questo l'impegno di tutti i gruppi? Ebbene, si voti presto in Commissione, dove sono stati presentati degli emendamenti ed il lavoro sta procedendo. Ma è davvero questo l'interesse reale di tutti i gruppi? Mi sembra del tutto legittimo che oggi la minoranza annunci che voterà contro questo decreto-legge: vi è infatti una posizione ultraliberista, che chiede il canone libero, una durata del contratto addirittura inferiore a quella prevista dall'equo canone e massima facilità di sfratto; mi sembra che si tratti di una prospettiva chiara sia nel dibattito sia agli occhi del paese, che noi avversiamo apertamente.
Ci assumiamo pertanto l'onere di giungere al più presto al momento della verità, del voto in Commissione e poi in Assemblea sulla riforma del sistema delle locazioni: abbiamo chiara la prospettiva cui vogliamo tendere ed intendiamo realizzare la massima unità possibile tra tutti i gruppi che perseguono una vera riforma di tale sistema nel nostro paese invece di proseguire su una linea - che ritengo sbagliata e del tutto perversa - di un'ulteriore liberalizzazione.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Teresio Delfino. Ne ha facoltà.

TERESIO DELFINO. Signor Presidente, signor sottosegretario, riteniamo che questo decreto-legge segni sostanzialmente un grave ritardo del Governo e dimostri le divisioni e le difficoltà della maggioranza a pervenire ad una risposta legislativamente efficace rispetto ad un nuovo provvedimento volto a mantenere le disposizioni vigenti in ordine ai provvedimenti di rilascio di immobili urbani adibiti ad uso abitativo.
Signor Presidente, essendo il CDU-CDR un gruppo di nuova costituzione, vogliamo togliere subito dall'angoscia, dall'ambascia o dal sospetto gli amici dell'opposizione che pensano che abbiamo dato vita a tale iniziativa politica per supportare il Governo: il nostro è un gruppo che intende chiaramente fare opposizione al Governo, sia rilevando i passi positivi dello stesso,


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sia denunciando - come in questo caso - i gravi ritardi che la maggioranza ha accumulato in materia. Né vale dire - me lo consenta il relatore - che tali ritardi sarebbero giustificati dalle incertezze esistenti sulle reali risorse disponibili, dalla trattativa sullo Stato sociale e dall'esigenza di ricercare una disponibilità di risorse certe. I passi compiuti in due anni da questa maggioranza e soprattutto gli impegni, le assicurazioni, le certezze e gli annunci dati rispetto alla capacità di trovare una risposta ai problemi in esame - sulla quale potremo essere favorevoli o contrari: vedremo quale sarà l'esito dell'iter parlamentare della riforma del mercato delle locazioni e degli immobili ad uso abitativo - vanno bene; tuttavia, riteniamo che sia quanto mai strumentale e meschino sostenere che tutti i provvedimenti presi in materia - la responsabilità dei quali ricade in primo luogo sulla facoltà di indirizzo, sulle decisioni e sulle responsabilità della maggioranza - siano giustificati da quegli elementi che ho sinteticamente richiamato.
Riteniamo quindi che questo ulteriore decreto rappresenti sostanzialmente una vergogna per il Governo in carica! Sosteniamo tale punto di vista non riguardo alla protezione che si intende garantire eventualmente alle persone e alle famiglie deboli che versano in una situazione di necessità abitativa, ma rispetto all'azione di un Governo di centro-sinistra, di sinistra, che voleva qualificarsi soprattutto per l'attenzione e per la priorità che dava alla risoluzione dei problemi dei ceti più deboli della società. Questo è quindi un dato inoppugnabile sul quale credo che necessiterebbe un minimo di obiettività.
Nella proroga in esame ravvisiamo sostanzialmente anche la conferma ed il rischio di creare scompensi nel mercato delle locazioni. Ogni qualvolta, infatti, si richiama l'esigenza di avere nella politica della casa un margine più ampio di libertà economica sembra che tale posizione non si debba configurare in altro modo se non in quello di un liberismo sfrenato, caratterizzato dalla volontà - a detta di chi sostiene tale tesi - di cacciare tutti i poveri e tutte le famiglie in stato di povertà dalle abitazioni dove vivono. È singolare che dopo due anni di Governo delle sinistre crescano le aree del disagio e della povertà: ciò dimostra che, se i fatti sono questi (e lo dicono i rapporti degli osservatori a ciò preposti), il Governo in carica non solo non risolve il problema del disagio abitativo, ma che esso porta avanti complessivamente una politica economica che crea maggiore disoccupazione (questo è un dato che rileviamo dalla lettura delle statistiche) e l'aumento della povertà; crea, quindi, la necessità di ulteriori interventi di tipo vincolistico - come la proroga al nostro esame - o assistenzialistico, che sono l'esatto contrario di una politica economica in grado, con la crescita della ricchezza, di alleviare veramente i bisogni degli strati più disagiati della popolazione.
A tale proposito cogliamo anche l'occasione per rappresentare al Governo, alla maggioranza e soprattutto a quelle forze a noi più vicine come ispirazione e collocazione, che c'è una reale inadeguatezza nella politica del Governo e che anche la politica della casa non si sottrae a provvedimenti molto contraddittori. È vero o no, signor sottosegretario, che noi abbiamo la più alta pressione fiscale sulla casa, comunque tra le più alte rispetto agli altri paesi europei? Giustamente si rilevava - non ho elementi per mettere in discussione questo dato - che la nostra quota di edilizia residenziale pubblica è inferiore alla media europea. E allora se c'è una carenza, anche in questo caso dobbiamo essere in grado di liberare le risorse esistenti e non imporre - come dicevo in una recente seduta della Commissione bilancio al sottosegretario Giarda - ulteriori vincoli di cassa che limitano l'azione delle aziende territoriali per la casa, e dare risposta a questo tipo di fabbisogni.
C'è quindi una contraddizione nella politica della casa in generale, perché mentre da un lato la pressione fiscale aumenta a livelli assurdi, dall'altro si tende, con l'ultima finanziaria, a dare incentivi alle ristrutturazioni, a nuovi acquisti.

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Sono infatti stati presentati progetti di legge per cercare di dare alloggi alle nuove coppie, quindi provvedimenti sui quali in linea generale noi potremmo anche convenire e dare un apporto costruttivo. Tuttavia, a fronte di questo problema, a fronte della funzione sociale della casa e della grande aspirazione che è nel cuore, nella mente e nell'azione di larghissima parte delle famiglie italiane, cioè quella di poter disporre di una casa, vi è una politica che non è coerente, che va in una direzione che sovente tende a nostro giudizio ad alimentare questioni gravi nella loro entità. Mi riferisco alla richiesta delle classi sociali più deboli di una più forte tutela della loro esigenza abitativa, alla quale si risponde con una normativa che, anziché essere adeguata nella risposta, tende veramente ad imprigionare la complessiva capacità dinamica dell'economia, dell'edilizia, impedendo così di mettere a disposizione del paese una più ampia disponibilità di abitazioni.
Questa è la politica del Governo che noi non condividiamo, questa è la ragione che ci rende assolutamente scettici anche rispetto alla possibilità, emersa in questo dibattito, di arrivare entro il 31 ottobre all'approvazione della riforma del mercato delle locazioni ad uso abitativo. Riteniamo che rispetto a tale questione ci sia all'interno della maggioranza e nel Governo una disparità di vedute che sarebbe corretto e lineare chiarire, al fine di consentire un confronto maggioranza-opposizione che permetta di dare effettivamente una risposta celere e definitiva secondo le potenzialità del settore dell'edilizia abitativa del nostro paese.
C'è quindi l'esigenza di una riflessione più ampia, che noi avevamo già stimolato con diversi passaggi anche nella finanziaria per il 1997 e nell'ultima per il 1998.
C'è l'esigenza - lo dico con forza - di respingere da parte nostra una specie di controinformazione che tenderebbe ad addossare alla responsabilità del Parlamento la mancata approvazione della riforma del mercato delle locazioni. C'è il bisogno di individuare le questioni ancora nodali rispetto ad un'articolazione non pienamente convergente all'interno della maggioranza, affinché su di esse si possa coagulare una risposta efficace da parte di chi ha la responsabilità di Governo, certamente con il contributo critico dell'opposizione per risolvere il problema in termini adeguati.
Non ho molto da aggiungere alle puntuali osservazioni dei colleghi membri della Commissione ambiente, se non ribadire che, nell'ambito dell'iter vuoi di approvazione di questo provvedimento, vuoi soprattutto di riforma del mercato delle locazioni, il nostro gruppo parlamentare non farà mancare il contributo di riflessione e le proposte emendative per dare effettivamente risposta ad un problema, onorevole relatore, in campo ormai da dieci anni, rispetto al quale i tempi oggi sono assai più maturi che in passato. Mi riferisco alla possibilità di evitare scontri di tipo ideologico su questioni che possono essere affrontate in termini positivi, perché allo stato attuale il dato culturale è più forte e capace di mettere insieme tutti coloro che in Parlamento vogliono dare una risposta definitiva al problema.
I colleghi membri della Commissione ambiente, che oggi non hanno potuto partecipare al dibattito, esprimeranno compiutamente durante l'esame del provvedimento la posizione del gruppo CDU-CDR.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Saraca. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO SARACA. Il decreto-legge oggi in esame interviene in una materia assai complessa e delicata, materia che sostanzialmente non è stata mai disciplinata da una legge organica, ma che a partire dal 1988 è stata oggetto a varie riprese di numerosi decreti-legge, alcuni dei quali convertiti in legge; ognuno però prevedeva una proroga relativa alla concessione dell'assistenza della forza pubblica nell'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili. In particolare, la legge 4 novembre 1996, n. 566, recante disposizioni in materia di rilascio di immobili


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urbani ad uso abitativo e disposizioni di sanatoria, ha previsto una sospensione dei provvedimenti di rilascio degli immobili in base ai titoli e alle zone contemplati dall'articolo 1 della legge n. 551 del 1988, la prima che ha disciplinato parzialmente la materia. Nello specifico, in base al disposto di questa legge, i titoli legittimanti l'esecuzione di tali provvedimenti sono le sentenze di condanna al rilascio di immobili urbani adibiti ad uso abitazione per cessazione del contratto, le ordinanze di convalida di sfratto e quelle di rilascio per finita locazione in base agli articoli del codice di procedura civile.
Le zone nelle quali opera la sospensione sono costituite dai comuni di maggiore dimensione, a più alta densità abitativa, quelli individuati nella delibera CIPE 152 dell'8 aprile 1987, ed i comuni terremotati della Campania e della Basilicata.
In base alla legge n. 566 è stata prevista un'ulteriore sospensione dell'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili a partire dal 1 gennaio 1994 per un periodo di 42 mesi, cioè fino al 30 giugno 1997. Con l'ulteriore decreto-legge 19 giugno 1997, n. 172, convertito in legge, tale termine è stato differito al 31 gennaio 1998, termine considerato sufficiente dal Governo e dalla maggioranza quale ultima data di applicazione della disciplina provvisoria in materia di sfratti. Peraltro, entro tale scadenza si sarebbe dovuto procedere alla definizione conclusiva della legge di riforma del mercato delle locazioni. Il termine del 31 gennaio 1998 è poi risultato, come si era ampiamente annunciato, ottimistico, al punto che ci troviamo nuovamente di fronte all'abusato strumento della proroga. In questo caso la maggioranza cerca di sottolineare come il provvedimento al nostro esame non contenga una proroga indiscriminata di tutto il sistema degli sfratti, bloccando tutte le azioni tese al rilascio degli immobili, bensì una proroga delle competenze delle commissioni prefettizie in merito alla concessione dell'assistenza della forza pubblica per l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio. Ciò non toglie che ancora una volta viene scelta la via più semplice per ovviare a scelte errate, mi si consenta di dire, del Governo, adottando disposizioni di proroga più volte utilizzate negli ultimi anni con identica formulazione, venendo addirittura a formare prassi applicative ed interpretative ormai consolidate. Inoltre, in occasione dell'emanazione del precedente decreto-legge in materia, il Governo aveva ufficialmente dichiarato, anche nella relazione di accompagnamento al provvedimento, che quella sarebbe stata l'ultima proroga della disciplina relativa alle competenze delle commissioni prefettizie. Tutto ciò, inevitabilmente, porterà disagio ad una copiosa quantità di cittadini che aspettano da molto, troppo tempo una disciplina organica del settore.
Sulla latitanza di tale disciplina organica è necessario inoltre che si sappia che la commissione non è stata messa nelle condizioni di definire il provvedimento base della riforma delle locazioni, in quanto il Governo per lungo tempo non ha fornito i dati richiesti, soprattutto per quanto riguarda la copertura finanziaria. Invece, i rappresentanti del Governo hanno dichiarato che mentre l'esecutivo ha fatto il possibile per giungere alla definizione di una legge di riforma in materia, il Parlamento non ha fatto altrettanto. Quindi, al solito, da parte del Governo vi è stata inerzia, inefficienza e forse anche maligna disinformazione.
Le forze di maggioranza che sostengono il Governo intendono far passare questa normativa come un provvedimento-ponte fino all'approvazione del più generale progetto di riforma della disciplina della materia all'esame della Commissione. Nella relazione governativa che accompagna il disegno di legge di conversione si sottolinea che il Ministero dei lavori pubblici concorda sostanzialmente con il testo unificato delle proposte di legge n. 790 ed abbinate proposto dal relatore Zagatti ed adottato come testo base dall'VIII Commissione. Tuttavia, lo stesso relatore, in alcune recenti interviste ha costruttivamente enunciato alcuni

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principi relativi al progetto di riforma che, pur sembrando conformi al testo adottato dalla Commissione, in maniera contraddittoria ne rimette in discussione alcuni aspetti assai significativi. Emerge in questo contesto una discrepanza tra le dichiarazioni rese alla stampa e gli intendimenti del Governo, forse foriere di importanti modifiche del testo già adottato dalla Commissione, con le ovvie e naturali conseguenze di tipo politico e formale. Discrepanza evidente, inoltre, anche per quanto asserito da parte del ministro dei lavori pubblici il quale, in qualità di consigliere comunale di Venezia, mi sembra abbia reso in materia dichiarazioni contrastanti con quanto affermato dal medesimo in veste di ministro.
Siamo preoccupati per il clima che si sta creando a seguito di tali dichiarazioni tendenti a responsabilizzare il Parlamento e la Commissione lavori pubblici per la mancata approvazione della riforma delle locazioni. Piuttosto esiste una forte perplessità circa l'impostazione del provvedimento in esame, relativo alla gestione dell'edilizia residenziale pubblica. Più volte abbiamo proposto di istituire anche una Commissione di inchiesta in materia, in quanto gli alloggi di edilizia residenziale pubblica dovrebbero essere messi a disposizione delle fasce più deboli, mentre attualmente spesso sono assegnati a soggetti che vantano qualche volta ben altri titoli.
Nel paese ci sono un numero sufficiente di abitazioni che devono essere identificate e destinate a soddisfare i fabbisogni delle fasce meno abbienti, dal momento che non deve essere più tollerato che alloggi costruiti con denaro pubblico vengano talora attribuiti a persone che non hanno titolo per abitarvi. Annunciamo fin da ora che assumeremo un atteggiamento rigoroso nei confronti del progetto di riforma delle locazioni, poiché il testo unificato adottato dalla Commissione finisce per creare nuovamente un regime vincolistico.
Ancora una volta, quindi, confusione, conflitto di posizioni e, soprattutto, inerzia di fronte ad uno dei tanti irrisolti problemi del paese, che certamente non avrà soluzione né troverà miglioramento alcuno con il provvedimento al nostro esame come, viceversa, si vuole indurre i cittadini a credere. Per tale motivo la nostra posizione è chiaramente contraria alle proroghe, che nulla concedono allo stato di salute di questo comparto, ammalato senza speranze.

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Testa, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.

AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, colleghi deputati, intervengo per esprimere per questo decreto di proroga una soddisfazione moderata. Ciò per due motivi: innanzitutto perché si tratta di un provvedimento parziale, che non è risolutivo dei problemi esistenti in materia di affitto e di politica della casa e, in secondo luogo, perché, comunque, le procedure adottate in questi anni per l'effettuazione degli sfratti non hanno garantito del tutto le famiglie.
In ogni caso, si tratta di un provvedimento importante che ci consente di evitare una drammatica accelerazione dei tempi degli sfratti, che metterebbe in serie difficoltà migliaia di famiglie italiane. Peraltro dobbiamo rilevare che quelle che arrivano all'ultimo stadio del procedimento di sfratto e per le quali si richiede poi l'intervento della forza pubblica sono solitamente quelle che hanno maggiori difficoltà economiche e sociali. Sono famiglie monoreddito, di pensionati, numerose.
Non potrei non condividere le argomentazioni del collega Zagatti e quindi ritengo importante che il Parlamento approvi quanto prima il provvedimento. Mi pare però che questo dibattito ci offra l'occasione per approfondire alcuni aspetti della situazione abitativa nel nostro paese.
Vorrei cogliere l'occasione per far presente al Parlamento e al Governo che in alcune aree la tensione abitativa è ancora


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molto alta, ai massimi livelli e ciò determina in taluni casi situazioni anche drammatiche sul piano sociale, soprattutto nelle grandi aree metropolitane.
Mi riferisco, in particolare, alla situazione dell'area metropolitana romana, anche se non credo che il problema riguardi solo la nostra città. Ve ne sono anzi alcune come Venezia, Napoli ed altre ancora nelle quali i problemi sono drammatici e vanno tenuti in considerazione.
Ho sentito dire da alcuni colleghi nel corso di questo dibattito che il provvedimento al nostro esame non sarebbe così necessario, perché la situazione della casa in Italia si è andata normalizzando. Non credo sia così, per lo meno non lo è in tutte le parti del paese.
Voglio fornire alcuni dati sulla città di Roma che si riferiscono agli ultimi dodici anni (ma la situazione si è mantenuta costante): da allora le richieste di esecuzione di sfratto nella nostra città sono state 278 mila 127; le sentenze emesse 177 mila 535 e gli sfratti eseguiti con forza pubblica ben 42 mila 080. Nel corso del 1996 - quindi in regime di proroga di queste procedure - sono stati comunque eseguiti 2 mila 645 sfratti con forza pubblica ed altrettanti probabilmente - il movimento è costante - si sono determinati nel 1997, anno per il quale non abbiamo il consuntivo.
Non siamo dunque ancora nella normalità e quindi le situazioni devono essere affrontate con determinazione, anche perché, per esempio, presso la prefettura di Roma sono al momento ancora giacenti 4.500 richieste di sfratto e delle 4 mila richieste di intervento della forza pubblica 1.500 sono motivate da necessità. Quindi prima o poi, anche se si confronterà la situazione economica e sociale di chi sfratta con quella di chi è sfrattato, se non interverranno modifiche della situazione sia sul piano normativo sia su quello degli interventi degli enti locali, 1.500 famiglie verranno sfrattate.
Questi sono dunque i casi più drammatici, ma rappresentano la punta di un iceberg molto più grande: infatti sono complessivamente 140 mila gli sfratti pendenti in una città come Roma.
Credo sia superfluo sottolineare cosa ciò significhi per migliaia di famiglie romane. La situazione però, lo ripeto, riguarda anche altre città, in cui il rapporto tra case di proprietà e case in affitto è diverso rispetto alle medie nazionali. Nelle grandi città, ad esempio a Roma, il mercato dell'affitto interessa più del 31 per cento delle famiglie; considerando la popolazione di questa città, ciò vuol dire che il problema riguarda migliaia e migliaia di famiglie. Se inoltre consideriamo che le case date in affitto sono stimate in circa 422 mila e se raffrontiamo questo dato con quelli precedenti relativi agli sfratti, ciò significa che più del 42 per cento delle famiglie romane che vivevano in affitto si sono viste consegnare negli ultimi anni l'avviso di sfratto. In alcuni casi lo sfratto si è realizzato, in altri si è in attesa e in altri ancora è stato avviato il processo; si tratta, comunque, del 42 per cento delle famiglie che vivono in affitto. Se questa percentuale viene considerata non rispetto a tutte le case in affitto ma rispetto all'affitto in alloggi privati (perché lo sfratto avviene in misura più consistente quando il rapporto intercorre tra privati), il rapporto in questione sale al 68,7 per cento dei casi.
Se i dati sono questi (sono dati che parlano da soli e non hanno bisogno di tanti commenti), non credo che il problema sia rientrato in un binario normale e che il provvedimento in esame sarebbe superfluo perché il mercato da solo potrebbe soddisfare la domanda di abitazioni in affitto e il bisogno alloggiativo delle famiglie italiane. Credo invece che sia vero il contrario, cioè che questo decreto-legge sia soltanto un provvedimento-ponte per affrontare nella sostanza il problema in maniera definitiva, perché la situazione esistente in alcune aree del paese non è normale e non è degna di un paese civile quale vorremmo che fosse il nostro.

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La situazione è preoccupante anche se guardiamo al futuro di una città che più di ogni altra è interessata ai programmi di dismissione degli ex enti pubblici privatizzati e a quelli degli enti previdenziali. Queste operazioni sono importanti; le abbiamo volute e le sosteniamo. Esse daranno a migliaia di famiglie l'opportunità di acquistare un bene fondamentale come la casa, che dà sicurezza perché garantisce un tetto alla famiglia. Ma sono operazioni che possono comportare rischi se vengono gestite male e in alcuni casi a Roma (ma anche in altre zone del paese) esse sono state o stanno per essere gestite male.
Voglio parlare ancora una volta in quest'aula (ci siamo occupati di questo argomento diverse volte) della vendita di alcuni blocchi di alloggi dell'ENI, che oggi pretende di vendere i suoi alloggi al di fuori delle norme di tutela previste dal Parlamento nella finanziaria 1997, che riguardano la vendita degli alloggi degli enti privatizzati. Ciò avviene nonostante in materia vi sia un provvedimento legislativo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e nonostante vi siano pareri ed interpretazioni chiare da parte del Ministero del tesoro in relazione a tale provvedimento. È evidente che, se queste operazioni non vengono gestite con adeguata accortezza, esse possono determinare altri problemi sul piano della tensione alloggiativa.
Nella capitale abbiamo assistito a circa 4 mila vendite di alloggi negli ultimi anni, delle quali solo 2 mila si sono concluse con l'acquisto dell'alloggio da parte dell'interessato che vi abitava, nonostante i mutui CEE e le agevolazioni esistenti. Occorre quindi fare attenzione con riferimento ai piani di dismissione sia degli enti previdenziali sia degli altri enti. Da questo punto di vista, devo dare atto che il ministro Treu e al Ministero del lavoro stanno seguendo con la necessaria attenzione questi processi. Alcuni interventi sono stati fatti ma ritengo che tutto il Parlamento debba essere attento sull'argomento e che da parte del Governo debba essere garantita la massima attenzione.
Quando si svolse il dibattito sulle case degli enti si parlò molto sui giornali delle case dei VIP, dei giornalisti e dei politici, ma non del fatto che soprattutto nelle grandi aree urbane la grande maggioranza degli alloggi degli enti è abitata da famiglie di lavoratori dipendenti e di pensionati che spesso hanno anche figli disoccupati e non sono sempre nelle condizioni di poter decidere di comprare una casa.
È necessaria gradualità. Bisogna individuare i patrimoni da alienare sulla base di un'analisi attenta del tipo di patrimonio e della composizione sociale di chi lo abita; altrimenti potremmo incontrare ulteriori difficoltà che renderebbero ancora più difficile e drammatica la questione della casa. Anche perché, ammesso che qualcuno debba abbandonare quel tipo di alloggio, è oggi difficile, considerato il mercato degli alloggi nelle grandi città, che una famiglia normale (una famiglia di lavoratori dipendenti) possa accedere ad un affitto. Sulla base degli studi che sono stati fatti in tema di costo degli affitti nelle grandi città emerge innanzitutto che oltre il 50 per cento dei contratti va addirittura oltre i patti in deroga attraverso una serie di sotterfugi, che consentono di affittare al di fuori delle norme (spesso i contratti non sono neppure registrati), elevando i canoni ben oltre la portata di una famiglia media. Il costo degli affitti sul mercato privato ammonta a 1 milione e 300-1 milione e 500 mila lire e difficilmente una famiglia media può impegnare più del 50 per cento del proprio reddito per pagare l'affitto.
Tutto questo, colleghi, Presidente, rappresentante del Governo, per dire che la proroga va bene, è importante che vi sia e rappresenta un atto opportuno e doveroso; è tuttavia fondamentale che ci diciamo con chiarezza - è un aspetto che abbiamo sollevato in tanti - che questa proroga deve essere l'ultima. In queste condizioni, infatti, non possiamo non assumerci, tutti, la responsabilità di giungere al più presto ad una nuova legge sugli affitti che dia certezze a tutti: ai proprietari, a coloro che investono sul bene immobiliare, i quali devono avere la

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certezza che questo bene non gli comporti un deficit, una certezza sia normativa sia di reddito del bene immobiliare; ma soprattutto a coloro che devono prendere un alloggio in affitto ai quali devono essere garantiti canoni sostenibili. Occorrono incentivazioni per chi dà in affitto una casa ma anche sostegni per le famiglie più disagiate, che non sempre trovano alternative alla necessità di dover affittare una casa sul mercato privato.
Oggi, con le condizioni che anche questo Governo e questa maggioranza hanno creato, non si capisce più per quale motivo non si arrivi ad una normativa. Le risorse sono state individuate nella legge finanziaria, esiste un testo base largamente condiviso e credo sia dunque questo il momento per giungere ad un provvedimento definitivo. Naturalmente dobbiamo sapere che questa non sarebbe la soluzione del problema della casa. Vi è infatti bisogno del rilancio dell'edilizia abitativa e dell'edilizia residenziale pubblica sia per diversificare l'offerta - condivido le affermazioni del collega De Cesaris ed occorre un'offerta di affitto pubblica e non soltanto privata - sia perché ci sono le famiglie disagiate.
Il collega Delfino attribuiva l'aumento delle fasce di sofferenza sociale ad un anno e mezzo di governo dell'Ulivo. Mi sembra che le cose non stiano effettivamente così. Le recenti denunce del CNEL, ma anche le denunce che spesso sono state pubblicizzate dalla commissione per lo studio sui fenomeni di povertà ci dicono ben altro.
Sono processi che vengono da lontano, che riguardano tutto il continente europeo ed anche gli Stati Uniti e che, semmai, in Italia sono più contenuti rispetto ad altri paesi tecnologicamente ed industrialmente sviluppati. Queste fasce di disagio e di povertà, comunque, esistono, quindi un'edilizia residenziale pubblica che realizzi case popolari è importante. Pur in un clima in cui si vuole rivalorizzare il mercato e far sì che il mercato stesso dia risposte anche su questo piano, le case popolari non possono essere considerate come un qualcosa che appartiene all'archeologia urbana: sono una concreta necessità dei nostri tempi.

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Casinelli, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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