Seduta n. 321 del 9/3/1998

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(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 4525)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Zagatti.

ALFREDO ZAGATTI, Relatore. Signor Presidente, svolgerò soltanto qualche considerazione.
In primo luogo ritengo che non dobbiamo dividerci su di un tema che a me pare scontato: non stiamo infatti discutendo se la normativa che oggi intendiamo prorogare di qualche mese sia la migliore delle normative possibili in materia di esecuzione e rilascio, perché nessuno lo pensa. Se, infatti, fossimo convinti che questa è la migliore delle normative possibili, o comunque una normativa adeguata a durare anche in prospettiva, ne avremmo proposto la trasformazione da temporanea in definitiva: ma così non è, per questo stiamo discutendo di proroga. Non ci sfuggono i limiti di questa normativa, costituiti soprattutto, a mio parere, dal fatto che è sottratta, per così dire, alla responsabilità naturale del giudice dell'esecuzione la competenza in questa materia e che, attraverso il meccanismo delle decisioni prefettizie sulle proroghe, non si offre certezza di tempi nella definizione di un procedimento. Siamo talmente convinti che questo costituisca un limite che, infatti, stiamo discutendo di un testo che, per la parte relativa alle esecuzioni, tende ad offrire una risposta positiva a queste due questioni.
Detto questo, però, vorrei anche ricordare che fu opinione comune, largamente condivisa (non credo di sbagliare) dai


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gruppi parlamentari, che in assenza di una norma più avanzata, che desse un assetto definitivo a questa questione e a quelle relative al mercato delle locazioni, fosse comunque giusto mantenere in essere la disciplina attuale, ritenendo che lo spirare delle norme vigenti, in assenza di una legge di riforma, fosse un danno da evitare, perché un vuoto legislativo in questo campo esporrebbe a tensioni e difficoltà, soprattutto nelle grandi aree urbane, non desiderabili e quindi da evitare. Tale considerazione fu talmente condivisa che quando, per un incidente parlamentare, di quelli che capitano, la maggioranza andò in minoranza su un decreto-legge che tra le altre norme conteneva anche quella relativa alle proroghe (eravamo nel 1996, vi faceva riferimento poc'anzi il collega Riccio), non fu un gruppo di maggioranza ad affrettarsi a presentare una proposta di legge di proroga, bensì un gruppo di opposizione, alleanza nazionale. Poi, noi convenimmo sull'opportunità di approvarla e ciò fu fatto in quattro o cinque giorni, in Commissione in sede legislativa, tanto alla Camera quanto al Senato. Si trattava, caro collega Riccio, di una proroga esattamente identica a quella che stiamo esaminando ora.

EUGENIO RICCIO. Sì, a due anni di distanza!

ALFREDO ZAGATTI, Relatore. Era una proroga esattamente identica, prevedeva le Commissioni prefettizie e tutto ciò che si prevede oggi. Il collega Riccio potrà verificare, ma posso assicurargli che era esattamente identica ed io credo che le motivazioni di allora non fossero diverse da quelle che possono spingerci oggi, anche se, come giustamente ricordava il collega, è passato del tempo. Ritengo, infatti, che il problema sussista ancora e quindi credo che i gruppi di opposizione debbano (ed immagino che lo faranno, poi naturalmente trarranno le conclusioni che ritengono, in sede di votazione) considerare cosa avverrebbe (ed io credo che si creerebbe una situazione più negativa) se in assenza di una riforma più avanzata, approvata dal Parlamento, queste norme decadessero. Dico «più negativa» per una ragione. Adesso non voglio fare la gara sui numeri, su quanti sfratti ci sono (c'è una sorta di lotteria), però non c'è dubbio che dobbiamo fare fronte ad un problema politico. Qual è il problema politico? Che sulla questione sfratti si è venuta concentrando - in qualche modo è stata la valvola di sfogo - una serie di contraddizioni insite nell'attuale organizzazione del mercato delle locazioni, che fanno sì che, appunto, sulla e nella «valvola sfratti» si addensino anche tante esigenze di rinegoziazione, non soddisfatte per difficoltà di incontro tra la domanda e l'offerta, che determinano probabilmente un «rigonfiamento» al di là del fisiologico; un «rigonfiamento» che io spero possa essere recuperato da una normativa e da misure incentivanti sul terreno del governo del mercato delle locazioni che aiutino a sdrammatizzare tale questione. Ecco perché noi abbiamo voluto sempre tenere legati l'aspetto di una modifica della normativa sulle esecuzioni dall'altro aspetto della riforma e della modifica del mercato delle locazioni. Per questo ritengo necessario ed utile approvare questa proroga. Sarà l'ultima? Sarà l'ultima se saremo capaci di fare la legge di riforma; io penso di sì, spero di sì.
Vorrei anche dire a questo proposito che, certo, ci può essere stato un po' di volontarismo e di ottimismo della volontà l'ultima volta nel dichiarare che quella sarebbe stata l'ultima proroga. Però, voglio rilevare che in quella volontà c'era anche l'impegno, in particolare del ministro dei lavori pubblici, per affermare, nel Governo e nel rapporto con la maggioranza e con il Parlamento, la volontà di farla questa riforma. Vorrei in qualche modo ribaltare l'ottica, nel senso che vorrei dare atto al ministro dei lavori pubblici - e ritengo questa una cosa di un certo rilievo - di aver operato perché, in sede di formazione della legge finanziaria, trovassero spazio le risorse necessarie per pensare all'approvazione della riforma. Una cosa non semplice in una situazione


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come quella che stiamo vivendo in generale in rapporto alla destinazione delle risorse. Una cosa in qualche modo anche nuova perché, checché se ne dica, da molti anni di fatto provvedimenti generali di finanza pubblica non contenevano risorse destinate al settore della casa e delle locazioni. Di fatto, è la prima volta che vi è dopo molti anni una precisa manifestazione di volontà da parte del Governo e della maggioranza di destinare risorse a questo settore; per molti e molti anni, le uniche risorse utilizzate nel settore casa e politiche abitative sono state quelle ex Gescal.
Certo, si può, come legittimamente dicono le opposizioni, vedere il segno di un ritardo nel fatto che solo con l'ultima finanziaria si sia realizzata questa condizione in qualche modo preliminare. Io vedo il segno di una volontà politica, che si è espressa in un contesto difficile, molto complicato e che ci può oggi far discutere di una riforma del sistema delle locazioni.
Vorrei anche dire, a proposito della riforma, che noi stiamo affrontando comunque un insieme di problemi complessi. Vedete, non penso di rivelare un mistero dicendo che stiamo affrontando una questione sulla quale anche all'interno di tutti i gruppi parlamentari e di tutte le forze politiche più significative vi sono stati accenti diversi e opinioni diverse; non è un mistero. E questo, badate, non credo riguardi solo la maggioranza. Vorrei anche qui ricordare al simpatico collega di alleanza nazionale che, come relatore, per arrivare ad un testo unificato, non mi sono trovato di fronte ad una sola proposta di legge di alleanza nazionale. Mi sono trovato di fronte a diverse proposte di legge presentate da alleanza nazionale, di segno anche diverso l'una dall'altra. Non lo dico polemicamente ma per affermare che questo dato della realtà esiste per i gruppi di minoranza, di opposizione, così come sicuramente esiste, su diverse questioni e diversi temi, una dialettica all'interno delle forze di maggioranza.
Che si tratti di questioni complicate lo testimonia il fatto che noi, nel 1998, abbiamo ancora un sistema delle locazioni che si regge su una legge fondamentale, la n. 392 del 1978, e poi su un istituto, che allora chiamammo «patti in deroga», che aveva anch'esso, per volontà del legislatore, natura transitoria.
Ricordo la discussione che ci fu allora (era quella la mia prima legislatura) quando si arrivò alla definizione dei patti in deroga; c'era molta cautela e difficoltà nel rendere definitivo un passo che comunque è stato compiuto e che pur tra mille contraddizioni ritengo che, tutto sommato, sia stato un passo in avanti nella legislazione, da questo punto di vista.
Lo dico perché le difficoltà ci sono, ma lo dico anche perché ritengo che il confronto che si sta avendo presso l'VIII Commissione sia un serio confronto di merito. Inviterei pertanto tutti i gruppi a parteciparvi attivamente, superando anche posizioni che sono in qualche modo, diciamo così, di attendismo o dello stare a guardare da fuori, posizioni che non aiutano. Spero che nel Comitato ristretto vi sia un ritorno ed una partecipazione anche di quei gruppi che finora non hanno aderito a questo lavoro comune: può darsi che con la partecipazione di tutti i gruppi il lavoro sia migliore.
Prima di concludere, sottraendomi alla tentazione di entrare nel merito di ciò che stiamo discutendo in materia di riforma delle locazioni, vorrei semplicemente ricordare un punto: che non venissero scambiate per politiche vincolistiche tutte le scelte che tentano di costruire un sistema di regole per far funzionare meglio il mercato delle locazioni.
Se guardiamo a quanto accade anche negli altri paesi, scopriamo allora che nella maggioranza dei paesi dell'Unione europea non esiste un mercato delle locazioni semplicemente liberalizzato e senza regole impegnative per gli attori di quel mercato. Le regole ci sono dappertutto! Io non credo che con le proposte che abbiamo avanzato, che noi stessi abbiamo sottoposto anche a revisione critica, e sulle quali si sta svolgendo la discussione (degli emendamenti sono stati

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presentati dai gruppi e dallo stesso relatore), sia possibile collocarci, diciamo così, nella prospettiva di costruire in questo paese un sistema più vincolistico rispetto a quello esistente nella grande maggioranza dei paesi europei. Questo non lo credo assolutamente!
Forse la comparazione tra la nostra legislazione (quella che noi vogliamo costruire per il nostro paese) e quella vigente nei grandi paesi europei ci aiuterebbe a capire come un sistema di regole possa essere costruito e non necessariamente debba essere in contraddizione con lo sviluppo e la crescita del mercato, posto che tutte le contraddizioni che sono emerse nel dibattito odierno hanno tante origini, ma una viene prima delle altre, ossia il fatto che, in Italia, quello delle locazioni è ancora un sistema ristretto, asfittico, fatto di una percentuale bassissima di proprietari e di inquilini che vivono in affitto e per l'affitto, e fatto invece, di una percentuale molto larga di proprietari di case, di famiglie che hanno la proprietà della casa: il che è sicuramente un vantaggio per tanti versi, anche se produce inconvenienti molto seri per coloro che debbono vivere in questo mercato delle locazioni così ristretto, e più in generale produce problemi molto seri dal punto di vista della mobilità sociale in un paese che di mobilità sociale ha bisogno.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.

GIANNI FRANCESCO MATTIOLI, Sottosegretario di Stato per i lavori pubblici. Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo la ampia replica del relatore, potrei esimermi dall'intervenire perché, ancor più che nella sua relazione, nella sua replica l'onorevole Zagatti ha illustrato con chiarezza i termini del problema. Inoltre, signor Presidente, lei che è parlamentare di...

PRESIDENTE. Non lo dica!

GIANNI FRANCESCO MATTIOLI, Sottosegretario di Stato per i lavori pubblici. ...esperienza, forse converrà con me sul fatto che bisognerebbe compiere uno sforzo nel dibattito per sottrarsi dal compito di ricoprire per forza determinati ruoli e di ripetere delle formule che non so quanto vengano credute da coloro che le pronunciano. Perché, se così fosse, i processi dialettici, che sono la ricchezza dei Parlamenti, verrebbero vanificati. Credo invece che, proprio grazie a questi rapporti dialettici, sia possibile trovare dei punti di convergenza. E voglio portare ad esempio di un processo dialettico utile la posizione di rifondazione comunista su questo provvedimento. All'epoca degli accordi tra le organizzazioni della proprietà e degli inquilini, rifondazione comunista è partita da posizioni molto critiche e molto lontane rispetto alla proposta avanzata dall'allora ministro Di Pietro come punto di incontro. Rifondazione comunista era molto lontana da quelle posizioni, ma si è svolto un processo nel quale gli elementi del problema sono stati discussi a fondo e si sono determinati dei significativi spostamenti di posizione.
Se invece si resta fermi su posizioni che hanno scarsa attinenza con la situazione reale del paese, con tutta la buona volontà del relatore e del Governo, difficilmente si mette in moto un processo in cui le ragioni dell'opposizione possono trovare uno sbocco soddisfacente.
Per ciò che attiene a quanto ho ascoltato nella seduta odierna, vi è un'unica questione rispetto alla quale il Governo ammette di aver commesso un errore. Mi riferisco alla garbata critica del relatore circa la questione della data, anche se le conclusioni che qualche collega dell'opposizione ne ha tratto mi sembrano eccessive. Ad ogni modo, ritengo che il collega Zagatti abbia ragione nell'invitare il Governo a scrivere meglio i suoi decreti.
Per quanto attiene ad altre posizioni critiche, invece, desidero soffermarmi rapidamente su alcune questioni, invitando i colleghi che le hanno sollevate a riflettere per verificare se le critiche avanzate al riguardo siano in accordo con la realtà del paese. Per carità, nessuno chiede conto di alcunché ad alcuno e nessuno


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deve cambiare opinione, anche se La Rochefoucauld diceva: «Felice l'uomo che è capace di cambiare la sua opinione». Se si rimanesse ancorati a quelle posizioni, la discussione sarebbe pressoché inutile, mentre un provvedimento complesso come quello al nostro esame ha bisogno dell'apporto di tutti.
Vorrei dire al collega Donato Bruno che non deve pensare di trovarsi di fronte alla drammatizzazione di un problema. Lo invito infatti a riflettere sul fatto che ci sono 2 milioni e 700 mila famiglie con un reddito netto inferiore a 25 milioni l'anno. Mi dica il collega Bruno se per famiglie aventi un reddito di 25 milioni annui le cifre ricordate dal collega Battaglia, che non riguardano qualche caso isolato ma purtroppo costituiscono la realtà del mercato delle locazioni, non diano il senso di un grande dramma, che non interessa solo pochi nostri concittadini, bensì 2 milioni e 700 mila famiglie.
La casa è a tutt'oggi un grande dramma: non mi riferisco alla questione degli sfratti avvenuti con la forza pubblica, bensì alle famiglie che aspettano con terrore, alla fine del mese, il momento di pagare l'affitto. Se si moltiplica 2 milioni e 700 mila per 3, che è la media dei componenti della famiglia italiana, si vede che sono coinvolti svariati milioni di nostri concittadini; pertanto mi sorprende che il collega Riccio, nonostante l'importante tradizione di solidarietà sociale espressa dal suo gruppo anche quando si chiamava movimento sociale italiano, non si schieri insieme con noi di fronte a questo problema, che presenta aspetti difficilissimi. Da una parte, infatti, vi è la tutela degli inquilini e dall'altra vi è quella della proprietà, non di quella speculativa, non della grande proprietà, ma di quella rappresentata dalle organizzazioni che firmarono l'accordo con l'allora ministro Di Pietro. Esse rappresentano il 92 per cento della proprietà in Italia ed anche loro naturalmente sentono il problema dei proprietari di avere libera la propria casa per i loro cari quando ve ne sia la necessità.
Di tutto questo certo il Governo non ha responsabilità. La presente situazione è il risultato delle politiche abitative di altri Governi di cui certo noi non avevamo responsabilità: cari colleghi, vi sono 5 milioni di alloggi sfitti, 2 dei quali sono totalmente inutilizzati a causa di politiche che fanno vergogna a chi le ha poste in essere a suo tempo e delle quali ora sarebbe sommamente ingiusto far carico al Governo dell'Ulivo. Semmai quest'ultimo, con il ministro Di Pietro - diamo a ciascuno i propri meriti - ha raccolto i frutti seminati dall'onorevole Zagatti nella precedente legislatura in accordo con tutti i gruppi; Di Pietro raccolse quelle indicazioni e raggiunse una convergenza ed il ministro Costa ha proseguito su questa linea, definita su taluni organi di informazione la sciagurata linea Di Pietro-Mattioli, mentre è un accordo di buon senso volto a costruire alcuni punti di convergenza.
Come affermava prima l'onorevole Bruno, il mercato va liberalizzato: questo è lo scopo del progetto che si va costruendo nella linea tracciata dall'onorevole Zagatti, nel senso di uscire dalla situazione dei patti in deroga, dando al proprietario la possibilità di fissare il canone che crede, in assoluta e piena libertà. Certamente lo Stato si riserva la possibilità, nelle situazioni ad alta tensione abitativa, di promuovere degli accordi fra le rappresentanze della proprietà e quelle degli inquilini, ma il singolo proprietario è assolutamente libero (quali sono, dunque, i vincoli?) di attenersi o meno a questi accordi; né si può affermare che tutto ciò ha un prezzo che consiste nella notevole durata del contratto, dal momento che dopo quattro anni il proprietario che adduca ragioni di necessità è legittimato a rientrare in possesso del suo alloggio.
Quando il collega Fongaro afferma che si impedirebbe al legittimo proprietario di godere della sua proprietà, vorrei chiedergli se si renda conto che sta parlando della casa, cioè di una merce sui generis, che non si acquista come un etto di mortadella. Quando si parla di casa si

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deve tenere presente che essa per una famiglia significa legami con il quartiere, i ragazzi che vanno e scuola e via dicendo. Mi volete dire, dunque, quale sarebbe l'atto di civiltà della finita locazione? Vi invito ad andare a ricercare questo aberrante istituto tra le legislazioni in materia dei paesi più avanzati!
Onorevole Fongaro, lei ritiene veramente che godere della proprietà voglia dire avere la casa in mancanza di un motivo di necessità, come invece prevedono il progetto Zagatti e la linea dell'accordo di Di Pietro? In questi ultimi, infatti, si parla dell'esistenza di un elemento di necessità. Ricordo che al riguardo è stata predisposta una lunghissima casistica di casi di necessità: in questo caso, certo, intervengono la certezza del diritto e l'immediato rilascio dell'abitazione. Se il motivo non fosse questo, però, mi chiedo perché mai bisognerebbe riavere la casa? Con quest'ultimo termine si vuole intendere una merce come un etto di mortadella o una merce qualsiasi oppure che, chi decide - anche qui liberamente - di entrare nel mercato delle merci e di affittarla deve sapere che si tratta di una merce sui generis e che è dunque sottoposta ad una finalità sociale, che qui troppo facilmente si dimentica?
È vero che in questo paese l'onere fiscale è molto, anzi troppo, elevato; ma questo discorso che facciamo sulla casa può riguardare la situazione di qualsiasi cittadino onesto e delle sue tasse. È altrettanto certo, però, che noi, cittadini onesti, le tasse le paghiamo anche per quell'esercito di lazzaroni che non hanno presente quel patto di lealtà che deve esservi tra il cittadino e lo Stato e che, anzi, si vantano di essere furbi con il fisco. Cari colleghi, non è forse vero che il nostro è il paese nel quale è un segno di merito quello di «campar» di raccomandazioni e di frodare il fisco? Diciamoci con franchezza che questo è un paese nel quale quello del senso dei doveri verso la collettività non è un valore che è al top dei pensieri dei cittadini!
Se avessi avuto la responsabilità di predisporre una legge in materia, non sentendomi un cittadino italiano o padano (pur essendo nato a Genova) ma dell'Europa e del mondo, mi sarebbe piaciuto molto uniformarmi alle legislazioni europee eliminando quindi quell'assurdo istituto «mostro» della finita locazione; tuttavia, poiché il relatore nella predisposizione del testo ha dovuto tenere presenti i punti d'incontro e di convergenza che devono essere costruiti, egli ha mantenuto in vita quell'istituto. Lo ha fatto pur essendovi in materia una sollecitazione del gruppo di rifondazione comunista che su questo punto si è a mio avviso dimostrato più avanzato e più europeo di altri gruppi - che pure rivendicano a sé stessi un ruolo di avanguardia come cittadini europei - sostenendo l'abolizione di quell'istituto. Mi pare tuttavia che su tale argomento si sia individuato un punto di convergenza.
Per il resto, sulla querelle circa le colpe, io penso che con la stessa equità con cui ne ha parlato il relatore, il Governo potrebbe cavarsela dicendo che all'atto dell'ultima proroga aveva assunto l'impegno di pronunciare una parola chiara dal punto di vista del finanziamento della legge. Potrei dire che questo il Governo lo ha fatto con la presentazione della legge finanziaria e con i ripetuti interventi che io feci nel mese di ottobre (i colleghi che hanno partecipato ai lavori lo ricorderanno), dando notizia, quando era in discussione il provvedimento n. 2772, che i quattrini ex-Gescal degli anni 1996, 1997 e 1998 non erano tutti disponibili perché attraverso un accordo che era stato messo a punto con le regioni vi era la disponibilità di queste ultime a cederne 1.800 miliardi - «cederne» è la parola giusta perché quei fondi sono attribuiti dalla legge n. 457 alle regioni - per l'attuazione di una legge così importante.
Potrei quindi dire che il Governo fece la sua parte nei termini previsti, ma equità significa anche dire che tutti quanti forse sottovalutammo - non ho sentito nessuno allora sollevare il problema - il fatto che nei mesi di ottobre, novembre e dicembre il Parlamento era superimpegnato

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nella sessione di bilancio. Forse tutti dovevano prevedere che il lavoro faticosissimo di quella finanziaria, che fu approvata, mal conviveva con il lavoro ugualmente difficoltoso che ci saremmo trovati ora di fronte per la messa a punto della normativa. Credo pertanto che questo si possa dire con un certo distacco e una certa equità, senza attribuire ora, poiché dobbiamo fare ciascuno la parte della camicia che riveste, colpe alla maggioranza e al Governo. Se si era così saggi da prevederlo, si poteva anche dire: «Attenzione, state facendo una proroga nel pieno della sessione di bilancio!».
Vorrei peraltro tranquillizzare il collega Saraca, che mi spiace non sia presente. Non è che gli IACP sono ormai un covo d'arbitrio, anche se tutti ricordano che per esempio la regione Veneto, pur avendo dal dicembre 1996 lo strumento (la delibera CIPE) per innalzare i canoni IACP, quando il reddito delle famiglie che abitavano quegli alloggi lo rendeva doveroso, alle prime proteste delle famiglie stesse battè velocemente in ritirata. Ci sono i percorsi previsti dalle norme per far sì che si attui quella gestione attiva - così ama dire il presidente di Aniacap, Giardini - degli IACP. Quando il reddito della famiglia cresce, perché magari i figli cominciano a lavorare, ma poi lasceranno i genitori, è prudente cacciare le famiglie dall'alloggio IACP, consentendo che poi quei pensionati vadano ad ampliare il numero di coloro che vagano cercando un'abitazione, invece di fare in modo che subentri una gestione attiva, che offra cioè dei fitti a prezzi di mercato a chi può permettersi di pagarli?
Vorrei anche ricordare all'onorevole Saraca, che si preoccupa del destino del provvedimento n. 2772, che la volontà molto partecipata dal Governo di recepire indicazioni del suo gruppo - l'ormai famoso emendamento Radice - ha fatto sì che ci fosse questa fase di attesa per trovare un punto di convergenza che ritengo necessario trovare in questo settore. Non credo che nel rapporto tra Parlamento e Governo vi debbano essere le sceneggiate in cui ciascuno recita le parti d'obbligo, ma su problemi di tale difficoltà la ricerca del punto di convergenza è veramente l'unico modo possibile di governare. Governare è trovare punti di mediazione, governare è trovare punti di convergenza.
Signor Presidente, ho svolto un intervento un po' più lungo di quanto meritasse la materia propria del decreto-legge oggi in discussione, ma il collegamento tra le due tematiche è strettissimo e nello stesso modo è stato inteso da coloro che sono intervenuti.
Concludendo, chiedo non solo la conversione in legge del decreto-legge, ma invito tutti i gruppi, soprattutto i deputati che li rappresentano nella Commissione ambiente - e glielo chiedo anche per aver avuto occasione, quando si esce dai ruoli, di apprezzarne le competenze ed anche la fantasia per trovare vie d'uscita da situazioni difficili - a compiere uno sforzo su una vicenda che tiene nuovamente in sospeso molte famiglie italiane.
La bozza della proposta del relatore Zagatti è pienamente incardinata nel lavoro della Commissione ambiente e, quindi, ribadisco la necessità di compiere uno sforzo comune e di trovare quel punto di convergenza per dare una legge agli italiani. Certo, se si guarda alle risorse che il Ministero del tesoro mette a disposizione, ci si accorge che esse sono limitate, ma la torta, cari colleghi, è certamente piccola; mi riferisco alla torta delle risorse complessive del nostro paese. Del resto, mi pare che nessuno si sia opposto, nessun gruppo ha osato opporsi alla necessità di onorare il percorso per Maastricht, nessuno si è opposto! E questo impone condizioni estremamente restrittive.
Noi che pensiamo a coloro che sono morti per le alluvioni in Valtellina o in altri eventi della Versilia, sappiamo che i 790 miliardi stanziati dalla legge finanziaria per la difesa del suolo sono quattro soldi, eppure, sono di grandissima importanza a fronte della limitatezza delle risorse disponibili. Posso dire che, certo, a fronte dei 500 miliardi stanziati per l'attuazione della legge sulle locazioni, francamente

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i 1.100 miliardi stanziati per le richieste degli allevatori mi sembrano sproporzionati. Ogni gruppo, se ha appoggiato o meno quelle richieste, faccia un esame di coscienza. Comunque, questa è l'ampiezza della torta: con essa e con il contributo di tutti potremo approvare una buona legge.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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