Seduta n. 321 del 9/3/1998

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(Discussione congiunta - Doc. XXXIV nn. 1 e 2)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione congiunta delle relazioni del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza.
Il primo iscritto a parlare è il deputato Frattini, presidente del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato. Ne ha facoltà.

FRANCO FRATTINI, Presidente del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato. Signor Presidente, colleghi, è la prima volta che nella storia ormai ventennale del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato che le relazioni del Comitato stesso vengono sottoposte direttamente


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all'esame dell'Assemblea. Di questo risultato ritengo che occorra senz'altro ringraziare la sensibilità manifestata dal Presidente della Camera il quale, d'intesa con il Presidente del Senato, ha sottoposto le richieste in tale senso formulate dal Comitato alla Conferenza dei presidenti di gruppo.
Debbo inoltre rilevare come lo stesso Comitato parlamentare abbia inteso evitare sin dall'inizio di attribuire alle proprie relazioni un valore di mera testimonianza fine a se stessa, destinata a rimanere confinata nei limiti angusti di documenti agli atti. Più che come semplice adempimento di un dovere stabilito dalla legge, legato alla routine ed espressione di una sorta di rituale, il Comitato ha guardato alla propria attività di referto al Parlamento in termini di positivo contributo all'individuazione ed alla soluzione di problemi istituzionali concreti, tali da rilevare spesso sul piano dei diritti delle persone e delle garanzie fondamentali per il corretto funzionamento del sistema democratico.
La discussione in aula delle relazioni in argomento, pur nella sua assoluta novità, costituisce per il Comitato, dunque, l'esito di quello che si auspica possa diventare, compatibilmente con il mutevole quadro degli interessi definito dalla dinamica del dibattito politico, il processo ordinario di apertura e di discussione su temi che, con le dovute forme e modalità, debbono in ogni caso essere messi a parte del Parlamento nella sua interezza.
Il primo degli elementi particolarmente qualificanti che vorrei in questa sede evidenziare è legato alla circostanza che alla presidenza del Comitato sia stato eletto un parlamentare appartenente ad un gruppo di opposizione. Tale circostanza viene ad assumere un significato particolarmente pregnante ove la si ponga in relazione con il consolidamento dell'assetto bipolare del sistema politico italiano, in un contesto caratterizzato da una sempre più chiara e marcata distinzione tra forze di Governo e quelle di opposizione, sia sotto il profilo dei rapporti di forza in termini numerici, sia a livello di indirizzi programmatici generali. Ebbene, la scelta di affidare la presidenza del Comitato ad un parlamentare appartenente ad una forza di opposizione non è valsa solo a riaffermare con chiarezza la forte valenza di garanzia che ha sempre connotato la carica istituzionale in sé considerata, ma ha altresì reso ancor più evidente che le questioni connesse alla sicurezza nazionale non si prestano ad essere affrontate sulla base dell'usuale contrapposizione che si instaura tra chi si trova al Governo e chi vi si oppone. L'attività dei servizi di informazione e sicurezza, se rimane fedele alle finalità istitutive, è essenziale per la salvaguardia di interessi che si legano alle radici dell'esistenza stessa dello Stato e della sua continuità nel tempo. È quindi evidente come le scelte che si compiono su materie di tale rilevanza e di così alto contenuto di politicità, nel senso più elevato dell'espressione, debbono procedere sulla base di parametri essenziali condivisi, che consentano di affrontare le questioni che di volta in volta si presentano sulla base di una percezione comune dei presupposti e delle finalità fondamentali dell'attività di controllo.
Posso senz'altro affermare che questa condivisione del senso istituzionale che dovrebbe sempre ispirare l'attività del Comitato ha consentito al Comitato medesimo di operare efficacemente - questo è il secondo elemento che vorrei fosse adeguatamente evidenziato - anche a prescindere dalla presenza dentro il Comitato di una vera e propria maggioranza.
La composizione politica dell'organo di controllo vede, infatti, i suoi otto membri equamente ripartiti: quattro appartengono a gruppi parlamentari che sostengono l'esecutivo in carica e quattro sono iscritti a gruppi parlamentari che ad esso si oppongono.
Proprio la forte impronta istituzionale che ai lavori del Comitato si è inteso attribuire sin dalla sua costituzione ha consentito la realizzazione in concreto di quello che in astratto apparirebbe una sorta di paradosso: un organo parlamentare chiamato ad effettuare valutazioni ad

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elevatissimo tasso di politicità contigue al cuore degli interessi essenziali della Repubblica e dei suoi cittadini è riuscito a perseguire risultati concreti e ad assumere decisioni spesso delicate in assenza di una vera e propria maggioranza politica e parlamentare al suo interno.
Di ciò ritengo sia indispensabile dare pieno riconoscimento all'atteggiamento positivo e costruttivo di tutti i componenti del Comitato, il cui contributo è stato ispirato alla ricerca dell'equilibrio e alla consapevolezza del ruolo che il Comitato ha, evitando irrigidimenti ideologici e contrapposizioni frontali. Ciò ha consentito l'instaurarsi di un vero e proprio costume nella metodologia di lavoro del Comitato e nell'approccio alle questioni via via affrontate. Si è, infatti, sempre perseguita, alla luce dei presupposti che ho avuto modo di ricordare, la definizione di una posizione concordata che consentisse di approvare all'unanimità le determinazioni sottoposte all'esame del Comitato, qualsiasi natura esse rivestissero. Ne sono testimonianza evidente e prioritaria le due relazioni che vengono oggi all'esame dell'Assemblea.
A nessuno sfugge l'estrema delicatezza delle tematiche ivi affrontate: si va dai limiti posti all'acquisizione e alla gestione delle informazioni riservate e alla modalità con cui occorre procedere alla rispettiva conservazione sino alle questioni legate alle procedure di reclutamento del personale, tematiche oggetto di ripetuta evidenza sulla stampa, in tempi anche recenti ed in termini niente affatto tranquillizzanti.
Ebbene, anche queste relazioni sono state approvate dal Comitato all'unanimità. Certo, le discussioni si sono spesso rivelate complesse ed intricate. Le posizioni originarie hanno subito reciproci adattamenti. Resta il dato che ho più volte sottolineato: l'atteggiamento positivamente indirizzato alla definizione di una scelta che fosse sempre espressione del Comitato nel suo complesso e che non dovesse dare formalmente conto di divisioni tra orientamenti irrimediabilmente contrapposti. Valga un esempio, che riveste forse il valore maggiormente significativo: nell'unica circostanza in cui il Comitato si è trovato, nella presente legislatura, a dover esaminare, per la conferma prevista dall'articolo 16 della legge n. 801 del 1977, una fattispecie di segreto di Stato opposto dal Presidente del Consiglio ad un magistrato inquirente, la delibera di conferma è stata assunta, anche in quel caso, all'unanimità.
Vorrei adesso passare rapidamente in rassegna gli aspetti principali, che hanno caratterizzato l'attività del Comitato sul campo, sia per ciò che riguarda i filoni di attenzione che il Comitato medesimo ha individuato ed approfondito, sia per quanto riguarda i caratteri essenziali del taglio con cui si è usualmente cercato di affrontare le diverse questioni.
Per ciò che attiene alle tematiche principali che hanno impegnato il Comitato dal suo primo periodo di operatività - dal settembre 1996 ad oggi - si può senz'altro affermare che esse si siano mosse lungo una linea di continuità con quelle affrontate dal Comitato medesimo nella precedente legislatura. È facile riscontrare, ad esempio, come sia le delicate questioni legate al cosiddetto dossier Achille, affrontate nella prima relazione del Comitato oggi in discussione, sia le problematiche connesse al reclutamento e alla gestione del personale degli organismi informativi, cui è invece dedicata la seconda relazione, abbiano già costituito oggetto, sia pure per aspetti in parte diversi, di precedenti relazioni, che il Comitato aveva in passato sottoposto all'esame delle Camere, ma che non erano state da queste prese in considerazione nell'ambito di un apposito dibattito.

Lo stesso discorso può valere per numerose altre problematiche che il Comitato attuale ha raccolto in eredità da quello precedente, che ha sviluppato ed ampliato mediante processi in taluni casi tuttora in corso, in modo da giungere ad una loro compiuta definizione nei limiti in cui ciò può accadere alla luce dei non indifferenti vincoli che la legge istitutiva fissa ai poteri e all'attività del Comitato.

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Per quanto concerne le modalità dell'approccio alle finalità ultime che in maniera sistematica il Comitato ha cercato di perseguire nell'esame di ciascuna delle problematiche sottoposte alla sua valutazione, posso affermare che il risultato che si è tentato e si tenta di realizzare è quello dell'individuazione, anche nel quadro di situazioni specifiche e particolarmente legate a fatti e circostanze contingenti, di aspetti di carattere generale e sistematico, rilevanti cioè sul piano del funzionamento complessivo del sistema di intelligence nel nostro paese o di singoli suoi aspetti. È questo il senso in cui è stata interpretata la missione istituzionale del Comitato, quel suo potere, previsto dall'articolo 10 della legge istitutiva, di controllare se l'operato dei servizi di informazione e sicurezza si conformi o meno alle finalità ad esso imposte dalla Costituzione e dalla legge e di chiedere al riguardo informazioni sugli aspetti generali dell'attività dei servizi medesimi.
Le relazioni oggi all'esame dell'Assemblea costituiscono la riprova evidente di quanto ho ora affermato. È nota a tutti l'attenzione, non di rado degenerata su un piano meramente scandalistico, che è stata riservata dalla stampa e dall'opinione pubblica alla vicenda del cosiddetto dossier «Achille». Facile sarebbe stato in proposito limitarsi ad un atteggiamento di tipo puramente censorio, teso cioè a dare conto dell'evidente deviazione verificatasi, nel caso di specie in seno agli organismi informativi, attraverso la ricostruzione delle vicende sottostanti a tali deviazioni considerate in sé e per sé. Come è facile riscontrare dalla lettura della relazione, ciò non è accaduto.
Il Comitato ha svolto un'attenta attività istruttoria sulla questione, tenendo sempre presente l'esigenza di acquisire tutti gli elementi necessari per decidere sulla base di un quadro di riferimento completo e attendibile. L'esito di tale attività non si è però concretato esclusivamente nella ricostruzione e nella denuncia, pure dovuta, dei fatti di deviazione rilevati. Il Comitato ha invece innanzitutto tratto dall'esperienza del caso concreto un complesso di criteri di valenza generale, sia pure partendo da considerazioni formulate in termini assolutamente negativi.
Sono state tracciate specifiche linee di indirizzo per il legittimo ed efficace svolgimento dell'attività istituzionale dei servizi attraverso l'approfondimento di un caso esemplare di come questi ultimi non dovrebbero operare. Ciò è valso inoltre a richiamare l'attenzione dell'esecutivo su alcuni profili di rilievo ordinamentale, che nel caso in questione sembravano essere stati completamente pretermessi.
Ricordo sommariamente alcune linee di attenzione istituzionale evidenziate dal Comitato, che ha ad esempio invitato il Governo e gli organismi informativi ad applicare criteri di estrema prudenza e rigore nella selezione e nella gestione degli informatori, a precisare con maggior rigore i parametri per l'attribuzione dei diversi gradi di attendibilità e di rilevanza al materiale informativo raccolto, a garantire costantemente rispetto alla raccolta, distribuzione e conservazione delle informazioni i diritti e le libertà delle persone previsti dalla Costituzione e dalla legge, a predisporre in tempi rapidi un testo unificato dalla congerie di direttive emanate dai responsabili dei servizi susseguitisi nel tempo in materia di ricerca informativa e di gestione delle fonti, in modo da poter disporre in tempi brevi di un punto di riferimento normativo unitario, certo e aggiornato.
Le stesse considerazioni valgono per la relazione in cui il Comitato ha affrontato il problema del reclutamento e della gestione del personale. Lungi dall'assecondare le tentazioni di facile scandalismo - peraltro sempre in agguato in una materia caratterizzata da prassi nepotistiche, cattivo uso del pubblico denaro e mancanza di senso delle istituzioni - anche in tale occasione il Comitato ha preferito tenere costantemente di mira il dato sistemico e ordinamentale, tentando di mantenere la dovuta distanza rispetto a singoli eventi e singoli casi esaminati, che pure costituiscono il necessario punto di partenza per ogni approfondimento e analisi.

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Occorre a questo punto dare atto al Governo di avere mantenuto, rispetto alle segnalazioni e alle indicazioni provenienti dal Comitato, un atteggiamento di apertura e collaborazione. In particolare ritengo significativo e senz'altro meritevole di segnalazione in questa sede il fatto che alcune delicate richieste formulate dal Comitato, sia nell'ambito delle relazioni, sia mediante apposite istanze formulate successivamente, siano state accolte dal Governo, malgrado l'evasione di tali istanze comportasse valutazioni e scelte di estrema delicatezza, che non mi sembra azzardato definire, almeno in alcuni casi, storiche. Valga per tutti proprio l'esempio del dossier «Achille».
È giusto sottolineare come il Governo in carica abbia per la prima volta consentito al Comitato parlamentare di controllo di prendere visione del relativo complesso documentale integralmente, sia pure nel contesto di un preciso sistema di cautele e di garanzie procedurali e formali. Ciò assume un rilievo ancor più significativo ove si consideri che la medesima facoltà non era stata consentita, malgrado numerose e reiterate istanze, ai Comitati parlamentari di controllo operanti nelle precedenti legislature. È ancora necessario rilevare come il Governo, a seguito delle specifiche segnalazioni contenute nella prima relazione, si è attivato per la stesura di quel testo unico delle direttive in materia di ricerca informativa che si era evidenziato come termine di assoluta priorità ed è giunto a licenziarlo nel settembre 1997. È giusto infine fare presente il fatto che, corrispondendo anche in tal caso ad una apposita richiesta del Comitato, l'esecutivo ha trasmesso un'ampia relazione di sintesi sulla modalità di gestione e di reclutamento del personale del SISMI, così colmando, nello spirito di collaborazione istituzionale massima, una lacuna che si era di fatto venuta a creare dopo l'approvazione e la trasmissione alle Camere della relazione concernente il solo personale del SISDE.
Vorrei concludere il mio intervento passando brevemente in rassegna le linee lungo le quali il Comitato sta proseguendo la propria attività.
In coerenza con quella che ritengo possa definirsi una vera e propria svolta culturale, il Comitato proseguirà la propria attività di apertura verso la realtà delle istituzioni internazionali. Nel mese di gennaio 1998, per la prima volta dall'istituzione del Comitato, una delegazione di quest'ultimo si è recata nel Regno Unito per una serie di colloqui con i più qualificati esponenti della comunità intelligence inglese. A tali incontri, che si inseriscono nel contesto delle iniziative assunte dal Comitato per fornire un contributo meditato e approfondito allo studio e analisi attualmente in corso in vista della riforma, altri ne seguiranno a breve nello stesso mese di marzo, anzitutto in Germania. Sarà così possibile proseguire nel metodo di acquisire attraverso lo scambio diretto di opinioni e di informazioni le conoscenze indispensabili per entrare con la necessaria profondità nei meccanismi istituzionali di funzionamento dei sistemi di intelligence degli altri paesi.
È con il tema della riforma, sopra accennato, che vorrei concludere. È noto a tutti che di riforma dei servizi di informazione di sicurezza si è parlato sostanzialmente a partire dal giorno successivo alla loro istituzione. Numerose e di diverso segno sono state le iniziative in tal senso. Il dato che accomuna tali iniziative è purtroppo quello del loro generalizzato insuccesso. Io ritengo che oggi vadano cercate le condizioni per avviare un processo di riforma che tenga conto in particolare delle indicazioni, segnalazioni e proposte che il Comitato ha presentato al Parlamento nel corso delle diverse legislature.
In ciò, può essere di valido ausilio quel lavoro svolto dalla commissione di studio istituita dal Presidente del Consiglio, che ha proposto un testo che, sia pure espressamente ritenuto dal Governo politicamente non impegnativo nei propri riguardi, quanto meno sul piano tecnico può essere assunto come un contributo

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che certamente prende in considerazione l'insieme delle tematiche relative alla sicurezza nazionale.
Ritengo, infine, che la maggiore sensibilità manifestata dalle istituzioni per le questioni più direttamente connesse alla tutela dei diritti e delle libertà delle persone (sensibilità testimoniata, tra l'altro, da alcuni provvedimenti legislativi di portata assai innovativa proprio su questo versante) possa e debba costituire l'indirizzo da porre a base del processo di riforma.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Saraceni. Ne ha facoltà.
Le ricordo, onorevole Saraceni, che ha a sua disposizione 15 minuti.

LUIGI SARACENI. Grazie, signor Presidente, ma credo che non li utilizzerò nemmeno tutti.
Se ho ben compreso l'intervento del presidente Frattini, non vi sono contrapposizioni da manifestare in questa sede: semmai, desidero ribadire ciò che è già emerso dal suo intervento, puntuale ed esaustivo.
Desidero iniziare a mia volta con l'esprimere soddisfazione per questo battesimo del dibattito in Assemblea, che costituisce un fatto importante e che ci carica di responsabilità, perché rappresenta l'avvio di una prassi istituzionale nuova, che quindi è bene parta con il piede giusto.
Animati da una concezione non rituale dei compiti del Comitato abbiamo chiesto l'avvio di questa prassi e grazie alla sensibilità dei Presidenti di Camera e Senato l'abbiamo ottenuto: è proprio in questo spirito che ritengo dobbiamo porre delle basi valide affinché questo dibattito divenga una prassi che si ripeta in futuro.
Credo, allora, che il senso del presente dibattito sia innanzitutto quello di investire il plenum del Parlamento delle questioni affidate alle cure del Comitato, che è espressione del Parlamento stesso, ma che forse non può esaurire interamente il suo compito se si limita a mettere agli atti le relazioni, anche perché non tutta l'attività che si svolge nel Comitato è poi riducibile ad una relazione, quindi è necessaria una comunicazione quale quella che stiamo ora svolgendo. Sono convinto, inoltre, che le ragioni del Comitato debbano essere manifestate all'intero panorama politico-parlamentare, estendendole anche a quelle forze che non trovano - e non possono trovare, a causa della sua struttura - una rappresentanza all'interno del Comitato e credo che ciò si stia già realizzando.
Soprattutto, poi, direi che una delle ragioni forti di questo dibattito vada ricercata nel fatto che il Comitato sente il bisogno di coinvolgere l'intero Parlamento, con tutto il suo peso, nei rapporti con il Governo, che è l'interlocutore del Comitato stesso: ben altro è infatti, ovviamente, il peso quando interviene il Parlamento nella sua interezza. Ciò avviene proprio in quello spirito unitario che il Presidente ha giustamente sottolineato nel suo intervento, ma che sarebbe poco fecondo se rimanesse confinato nell'ambito del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza.
A proposito di questo spirito unitario, vorrei dire che non solo il bipolarismo, ma qualunque democrazia dialettica, qualunque sistema politico che non sia un regime ha bisogno di sedi istituzionali in cui possano trovare cura e soluzione i valori condivisi, al di là della contrapposizione politica; anzi, direi che le sedi istituzionali in cui trovano espressione i valori condivisi rappresentano una condizione perché il confronto politico possa svolgersi in modo trasparente, in modo che esista la politica come alveo della diversità e della dialettica e le sedi istituzionali come luogo della ricerca unitaria dei valori condivisi. Credo che il Comitato sia, sia stato e debba essere una di queste sedi; non può certo essere ridotto a luogo di propaganda politica.
Ed io voglio appunto dare testimonianza del metodo di lavoro nello spirito della ricerca unitaria, senza compromessi, cioè il confronto c'è stato sulle ragioni vere e alla fine la soluzione unitaria è stata lo sbocco di quel confronto reale e


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della identificazione delle ragioni istituzionali che accomunano in una democrazia anche forze politiche contrapposte.
Devo innanzitutto dare un riconoscimento non formale al presidente del Comitato, al quale per primo va ascritto il merito di questo metodo di lavoro. Ma credo che da questi banchi dobbiamo rivolgere un ringraziamento anche ai colleghi senatori che, oltre ai colleghi deputati, hanno lavorato in questo spirito e anzitutto - mi fa piacere darne atto - ai colleghi senatori dell'opposizione, Manfredi e Valentino, oltre a quelli della mia parte, cioè Senese e Papini, che è il vicepresidente.
Ognuno poi porta le sue sensibilità prioritarie, ma credo sia di grande importanza sottolineare che quello spirito unitario del Comitato ha trovato realizzazione - e direi che questo è stato l'oggetto della prima relazione - su uno dei valori di fondo della democrazia, uno di quei valori condivisi senza i quali la democrazia non può vivere; parlo evidentemente dei diritti individuali e delle garanzie delle persone. Nello spirito in cui il Comitato ha lavorato in questi due anni, in quella sottolineata continuità con il Comitato precedente (anche allora presieduto da un rappresentante dell'opposizione, il senatore Brutti) è stata ed è alta la consapevolezza che - salvo un po' futuribili e utopistici disegni di soppressione dei servizi di sicurezza, che allo stato non mi sembrerebbero proponibili - non si possa disconoscere la funzione essenziale dei servizi di sicurezza, proprio per la tutela della convivenza democratica, organizzata appunto in uno Stato democratico. Ma altrettanto alta è stata ed è la consapevolezza che se quella funzione non è svolta nel rispetto dei limiti definiti dalla legge a rischiare è un altro e prioritario - io ritengo - valore fondante della democrazia e cioè la intangibile sfera di libertà e di riservatezza dell'individuo e della persona. E questo è, direi, il tema su cui quello spirito unitario di cui si parlava ha trovato un'alta e unanime sensibilità nel Comitato ed io intendo sottolinearlo con soddisfazione.
Altro motivo di soddisfazione - è già stato sottolineato dal presidente Frattini - attiene ai rapporti con il Governo. Nella prima relazione, quella sul cosiddetto dossier «Achille», si dà atto di una direttiva - mi pare che se ne parli alla pagina 23 - importante, emanata o comunque voluta dal Governo, del 4 novembre 1996, diretta a distruggere immediatamente i documenti e le notizie non aderenti agli scopi istituzionali del servizio e che è un segnale molto importante, appunto, della volontà precisa di questo Governo di impedire che si prosegua con quegli inaccettabili metodi. È stato anche sottolineato qui dal presidente che per la prima volta questo Governo ha ammesso il Comitato alla diretta visione dei documenti di un dossier creato con i metodi che sono stati giustamente stigmatizzati nella relazione e qui dal presidente. Direi che quello del Governo è stato un atteggiamento molto importante, perché c'era il rischio che si aprisse una controversia sui poteri del Comitato, sulla legittimità dell'accesso a quei documenti. Il Governo ha tagliato corto e ha ammesso il Comitato. Questo non risolve definitivamente, diciamo così, il problema de iure condendo, ed ecco perché, da un lato, noi ci facciamo portatori di una risoluzione che impegna il Governo a proseguire su questa strada, ma, dall'altro, poniamo anche l'accento sulla necessità di una riforma.
Poiché credo di aver consumato il tempo a mia disposizione, qui accennerò brevemente soltanto a due importanti punti di una riforma. Anzitutto voglio riferirmi a quello concernente la disciplina del segreto sul quale, anche nel segno della continuità di cui si è parlato, vi sono pagine assai interessanti nella relazione del precedente Comitato. In secondo luogo intendo riferirmi ad un punto che potrebbe essere qualificato come inquietante: parlo della questione relativa alle intercettazioni telefoniche.
Viviamo in una situazione, direi, un po' curiosa, perché ufficialmente sembrerebbe che i servizi segreti del nostro paese non usino lo strumento della intercettazione telefonica o ambientale. Francamente mi

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pare paradossale che un servizio non usi questo strumento; tuttavia non siamo riusciti a «reperire» una disciplina positiva di questa materia. Voi capite quale rilevanza abbia una disciplina della materia in un momento in cui è ormai alta e sviluppata la consapevolezza del carattere prioritario del rispetto della sfera di riservatezza e di libertà dell'individuo!
Ebbene, questa materia non ha una disciplina positiva. Credo che in uno Stato di diritto una materia come questa non possa essere lasciata, diciamo così, alle intenzioni.
Credo che oggi il cittadino sia più tutelato di ieri rispetto a questi problemi, proprio per quelle ragioni che sono state esposte qui anche dal presidente (di ciò va dato atto anche al Governo). Tuttavia abbiamo bisogno anche di una disciplina positiva che faccia chiarezza su questo e in tale direzione posso dire che con lo stesso spirito con cui ha lavorato finora, il Comitato continuerà a lavorare.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Li Calzi. Ne ha facoltà.

MARIANNA LI CALZI. Signor Presidente, colleghi, le relazioni del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato non mettono in evidenza soltanto le indubbie disfunzioni e i possibili comportamenti devianti nel sistema di servizi e di intelligence che sono emersi e che sono stati più volte denunciati.
Queste relazioni mettono in luce anche le insufficienze e persino le contraddittorietà della normativa preposta a regolare una materia per sua natura difficile.
Quella della intelligence resta un'attività che, per quanto possa essere puntualmente normata, conserva tuttavia una sua non eliminabile opacità, un potenziale di pericolosità quanto meno rispetto ad uno dei diritti fondanti dello status di cittadinanza, quale è quello della privacy.
Non è certamente senza significato che la recente normativa sulla tutela delle persone, pur riconoscendo che l'acquisizione e il trattamento di dati da parte dei servizi sono sottratti alla disciplina generale, fissi tuttavia alcuni inderogabili criteri proprio con il fine di salvaguardare il principio generale, dal momento stesso in cui si riconosce la prevalenza di un interesse collettivo, quale è quello della difesa dello Stato dai pericoli che possono scaturire da fenomeni sociali, economico-finanziari o criminali.
L'intelligence è dunque una attività che si colloca su un crinale di alcune regole fondamentali del viver civile, senza tuttavia che possa ammettersi che essa risulti svincolata dal rispetto dei principi generali di garanzia dei diritti e della libertà dei cittadini: un'attività che si giustifica con l'esigenza più forte della difesa dello Stato.
Il primo problema che allora si pone è certamente quello di una complessiva riconsiderazione della normativa che presiede all'attività di intelligence, tenuto conto che si tratta di creare le condizioni per cui non abbiano a ripetersi i guasti che abbiamo lamentato per il passato, sia per quanto riguarda il reclutamento del personale, pesantemente inficiato da indiziati di nepotismo e di favoritismo, sia per quanto riguarda l'attività vera e propria dei servizi, sospettata di deviazioni più o meno gravi.

Il Comitato chiede per il Parlamento un più penetrante potere di controllo sull'attività dei servizi. Vi è indubbiamente un'esigenza di controllo democratico che non deve essere delusa. Nulla che riguardi l'attività dello Stato e la vita della collettività può essere sottratto in linea di principio al sindacato del Parlamento. Restano, tuttavia, gli aspetti di eccezionalità che si pongono in relazione alla natura stessa dell'attività di intelligence, che non può non restare sotto la diretta responsabilità del Governo. La legge dunque può e deve disciplinare più ampi ed incisivi poteri del Comitato, a condizione che la responsabilità politica resti in capo al Governo.
L'esigenza di una più stringente disciplina si manifesta anche per quanto attiene alle procedure che devono seguire i servizi di sicurezza nell'espletamento della


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loro attività. Il Comitato ha espresso un giudizio fortemente negativo sul cosiddetto dossier «Achille», portandolo ad esempio delle devianze che hanno caratterizzato l'attività dei servizi. In realtà, sul dossier «Achille» di per sé non sarebbe dato di esprimere alcun giudizio negativo o positivo. Il problema è nato sull'uso che di tale dossier si è fatto, una volta accertato che la fonte non aveva fornito informazioni utili per la difesa democratica dello Stato.
La possibilità che una fonte informativa si dimostri priva di reale interesse per il servizio non può essere esclusa a priori. Si tratta allora di stabilire le procedure che devono essere seguite in casi come questi; procedure che si manifestano in tutta la loro importanza proprio in un caso limite, come quello del dossier «Achille», che contiene informazioni anche su attività della magistratura.
Prescindendo dal problema se sia o meno legittimo sottoporre anche la magistratura ad attività informativa, non si può escludere che notizie sulla magistratura pervengano ai servizi di sicurezza. È evidente l'importanza che in casi siffatti assume la questione delle procedure da seguire. Credo si possa convenire sulla necessità che si stabilisca una sede di stanza esterna ai servizi, che valuti documentazioni di questo tipo e ne disponga la distruzione quando essi risultino del tutto insignificanti rispetto alla finalità dei servizi stessi. Questa stessa commissione esterna dovrebbe essere chiamata a vagliare e a disporre la distruzione dell'ingente quantità di documentazione impropria, del tutto inutile ai fini dei servizi di sicurezza, che è andata accumulandosi nel tempo e che ha finito per costituire una inesauribile fonte di inquinamento della vita democratica del paese, un pericoloso e mai svuotato serbatoio di ricatti operabili in più direzioni e capaci di condizionare il libero svolgimento della dialettica politica dei nostri giorni.
Ritengo inoltre che si possa convenire con la proposta del Comitato di rendere penalmente perseguibile l'utilizzo di questa documentazione informativa, eventualmente detenuta in copia illegittimamente da terzi.
Sulla questione specifica della mancanza delle sei cartelle nella documentazione posta a disposizione del Comitato parlamentare, acquisite in copia dalla magistratura inquirente di Brescia, si può osservare come in questo caso siano rimaste inapplicate le disposizioni sulla protocollazione e sulla catalogazione di tutto il materiale informativo. Era una disposizione diramata dal Presidente del Consiglio Lamberto Dini, che non ha avuto la sua attuazione pratica nel sistema di catalogazione dei servizi. Anche con riguardo a questi problemi si può convenire sull'esigenza di una disciplina più stringente ed inderogabile, così come merita indubbiamente di essere più puntualmente disciplinato l'accesso della magistratura alle notizie di reato eventualmente contenute nelle informative dei servizi.
È evidente che nessun limite può essere posto alla magistratura nell'acquisizione di notizie di reato, ma è altrettanto evidente che è nel giusto l'attuale responsabile dei servizi, prefetto Stelo, quando ribadisce che gli informatori e gli agenti dei servizi non possono essere collocati in posizione ancillare rispetto alla polizia giudiziaria, avendo compiti e finalità assai diversi. La trasmissione alla magistratura delle notizie di reato acquisite dai servizi di sicurezza deve essere, dunque, un preciso dovere dei responsabili stessi dei servizi e soltanto di essi.
Restano infine da valutare le risultanze sul reclutamento del personale dei servizi.
La relazione della commissione ministeriale sul reclutamento del personale del SISDE e le considerazioni del Comitato parlamentare hanno disegnato un quadro allarmante. È indubbio che la necessaria discrezionalità che è stata prevista in relazione all'ingaggio del personale sia stata piegata ad interessi personalistici. Ed allora anche sotto questo profilo è ineludibile che la normativa disciplini il reclutamento del personale, la sua formazione,

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il suo status, il ruolo fisso e la quota di esterni per compiti particolari nonché la modalità di cessazione dai ruoli.
Si tratta in sostanza, per tutti i problemi che sono emersi, di ricercare il giusto punto di equilibrio tra le regole che devono essere applicate e la necessaria elasticità, che non può non essere prevista in un'attività come quella dei servizi di sicurezza. La sicurezza dello Stato sotto tutti gli aspetti, democratico, sociale ed economico, richiede oggi grande competenza ed elevata professionalità. I cittadini d'altro canto non devono temere che, nel nome della sicurezza, possano essere minacciati diritti inalienabili: il contemperamento di queste due esigenze non è impossibile in uno Stato democratico se le regole da seguire sono appropriate e puntuali. E stabilire le regole spetta al Parlamento: su queste linee noi auspichiamo una riforma.

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Giuliano, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.

PIETRO FOLENA. Prendo la parola, pur condividendo pienamente le linee espresse poco fa dal collega Saraceni, anche per testimoniare che la discussione di questa sera non riguarda solo i membri del Comitato o chi istituzionalmente è deputato ad occuparsi di questi problemi nel suo ambito. È stato detto dal presidente Frattini e l'ha ripetuto il collega Saraceni come abbia un valore politico notevole il fatto che per la prima volta il Parlamento realizzi l'obiettivo di una discussione aperta e chiara attorno a documenti elaborati dal Comitato e quindi che una tematica di grande rilievo democratico per una nazione civile esca da quell'aura di tecnicalità eccessiva o da quella condizione di impalpabilità che nel passato ha impedito che l'opinione pubblica ed anche le classi dirigenti del paese affrontassero sistematicamente il dibattito relativo al funzionamento dei servizi ed anche alle linee di innovazione e di riforma da perseguire.
Credo che il dibattito politico parlamentare di oggi ed il voto di domani possano rappresentare il segno di un'epoca che cambia; evidentemente, parlare di un'epoca che cambia e che traccia un confine abbastanza netto con certe abitudini del passato non vuol dire che il passato sia stato fatto soltanto di deviazioni o di illegalità. Tuttavia non si può nascondere che in un passato recente, come testimoniano alcuni documenti all'esame del Parlamento, vi siano state pagine oscure e metodologie spregiudicate, che talvolta sono sembrate sconfinare in sistemi di controllo al di fuori di ogni legittimità costituzionale, più propri di uno Stato di polizia e più interessati ad agire nell'ambito di una lotta politica che non ai compiti che la legge riserva ai servizi di sicurezza. Non si tratta - lo ripeto - di fare di ogni erba un fascio, tuttavia il fatto che siano in atto alcune inchieste giudiziarie e che il Parlamento (anche attraverso apposite Commissioni d'inchiesta: mi riferisco in particolare alla Commissione stragi) si stia occupando della materia, dimostra quanto si sia lavorato e si stia ricercando risposte ad interrogativi molto rilevanti sorti nel passato della storia repubblicana: questi fatti sono la testimonianza della necessità di un profondo cambiamento. Allora, auspicando che si procederà con un metodo che si possa perseguire anche nel futuro, ritengo che, a fondamento di una nuova stagione della Repubblica, rispetto alle garanzie individuali, ai diritti della persona e alle libertà degli individui e a quelle politiche - informative e culturali - di poter svolgere ciascuno le proprie competenze (sia che si ricopra il ruolo di uomo politico, di parlamentare, di magistrato o di imprenditore che lavora in settori privati o pubblici), sia importante che le esigenze legittime di sicurezza, di intelligence, di prevenzione - che sono sicuramente indispensabili per far fronte a fenomeni che si riproducono in tutte le società complesse - non facciano mai violenza a quelle garanzie individuali, a quei diritti delle persone, creando un


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sistema di doppio Stato che sarebbe intollerabile in un vero Stato di diritto.
Mi pare che su tale aspetto si registri una forte e condivisa volontà, di cui le due relazioni sono una dimostrazione evidente. In particolar modo, voglio sottolineare il filo di continuità presente in quella sul cosiddetto dossier «Achille» con le analoghe osservazioni fatte dal Comitato nel corso della XII legislatura, che vennero trasmesse dal Parlamento senza tuttavia essere discusse.
E qui risiede la seconda considerazione politica.
Credo che bisogna riconoscere veramente il merito al presidente Frattini - per il modo autorevole, imparziale e rigoroso con il quale ha presieduto il Comitato - di aver contribuito a rafforzare la convinzione per la quale questi valori - quelli dei quali ho testé parlato e quelli che sono stati citati anche questa sera nella relazione svolta dal presidente Frattini - siano davvero condivisi in questo Parlamento, al di là della collocazione politica. Sul tema dei servizi di sicurezza, infatti, non vi è maggioranza e non vi è opposizione: è un problema che riguarda il Parlamento e la democrazia nel loro insieme! Il fatto che nel Comitato in questi primi due anni della legislatura si sia lavorato con questo spirito è di ottimo auspicio per operare nel senso di collocare la discussione istituzionale e di riforma su questi temi davvero alla stregua della discussione della riforma costituzionale.
Si tratta di quei temi al di sopra delle parti, che riguardano le due parti, le diverse parti che si devono poter combattere, anche aspramente, con le armi della democrazia, ma che devono sapere di poter contare tutte su regole certe e chiare; e per quelle regole certe e chiare dobbiamo lavorare. Mi auguro che sulla materia dei servizi di sicurezza si possa sperimentare un metodo che - non voglio essere un illuso - un domani non lontano possa valere anche per il complesso degli apparati di polizia, per la riforma della giustizia e della magistratura, cioè per quegli interventi di innovazione e di riforma che hanno bisogno di un impegno della politica, ma non di un impegno fazioso o di parte. Bisogna restituire all'opinione pubblica la convinzione di poter contare su alcune istituzioni, a prescindere dalla guida politica. Devono essere istituzioni che sfuggono a una logica da sistema delle spoglie o da condizionamento.
Peraltro mi pare - del resto lo dicono le relazioni - che il modo in cui il Governo ha collaborato nel corso di questo periodo con il Comitato, aprendosi alle richieste e cercando di aiutare a superare una condizione che viene testimoniata dalle relazioni di non facile spiegazione, di silenzio, di difficoltà ad avere le notizie, ad accertare le responsabilità, ad avere un quadro di certezze; il modo in cui il Governo ha iniziato questa collaborazione, dicevo, fino all'emanazione di questo testo unico delle direttive in materia, mi sembra ci permetta di lavorare davvero in tale direzione.
Per concludere, Presidente, voglio auspicare che partendo da queste relazioni e da queste considerazioni politiche sia possibile imprimere una forte accelerazione al tema dell'innovazione e delle riforme. Diceva il presidente Frattini, concludendo la sua relazione, che troppe volte si è parlato di riforme e poi non si è fatto nulla. Questa legislatura può essere davvero, se c'è una volontà politica comune condivisa, la legislatura della riforma dei servizi di sicurezza, anzitutto per via amministrativa - quanto si può fare oggi per via amministrativa, accelerando le iniziative già prese - e poi per via legislativa.
Si è detto che il testo del Comitato non è un testo politicamente impegnativo per il Governo. Benissimo, avvertiamo però l'esigenza di stabilire in tempi abbastanza certi un iter, una procedura che ci permetta di incardinare la riforma dei servizi di sicurezza nelle prossime settimane, di realizzarla attraverso la discussione con chi opera nei servizi, con gli operatori, con la società, con i mezzi di informazione e con l'opinione pubblica nel corso dei prossimi mesi, insomma di far sì che

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il positivo lavoro cominciato, oltre a permettere un'azione permanente e normale di controllo come quella che il Comitato deve poter svolgere trasmettendone i risultati al Parlamento, sia anche l'occasione per giungere a quelle innovazioni legislative che mettano il nostro paese in grado di avere servizi di sicurezza moderni, molto simili a quelli degli altri paesi europei, in grado di operare con efficienza, ma in quanto efficienti, moderni e anche fortemente inseriti in un contesto democratico di regole certe e di valori condivisi.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Folena. È andato un po' oltre il tempo, ma ho consentito che esaurisse il suo intervento data l'importanza del tema ed anche la solennità con il quale da parte di tutti è stato trattato.
È iscritto a parlare l'onorevole Aleffi, al quale ricordo che dispone di tredici minuti, ai quali mi auguro si attenga. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE ALEFFI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, ho letto con doverosa attenzione le due relazioni del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato. Se da un lato è doveroso il riconoscimento grato ai componenti tutti per la qualità del lavoro svolto con esemplare equilibrio ed alto senso dello Stato, dall'altro non vi è dubbio che non si possa non convenire con le considerazioni e le valutazioni cui è giunta la Commissione, condividendone pienamente l'impostazione e l'indirizzo fornito sia sotto il profilo delle linee generali, sia per quanto attiene la specificità degli aspetti trattati.
Desidero sottolineare che mi riconosco pienamente in alcune delle considerazioni svolte dall'onorevole Folena, soprattutto quando afferma che una società democratica deve contare sull'assoluto equilibrio dei suoi servizi di sicurezza, della magistratura e delle forze di polizia: senza queste sicurezze una società certamente non è democratica.
La vicenda, trattata in una delle relazioni, del dossier «Achille», anche se riguarda un momento preciso dell'attività informativa dei servizi, pare essere emblematica là dove si esaminino le attività di intelligence svolte dalla fonte, assimilate dalla struttura di sicurezza, e le perplessità che ne sono conseguite, anche a livello istituzionale, tenute presenti le caratteristiche dei rapporti intervenuti tra la direzione del SISDE, il Comitato e successivamente con il Governo.
Bisogna convenire che nel caso in esame si sono verificati episodi che hanno fatto sorgere perplessità e con esse preoccupazioni circa la correttezza dei comportamenti addebitati ai servizi. La minore limpidezza di certe risposte, infatti, sembra essere appositamente ricercata per dare corpo e giustificazione a chi solitamente è portato ad individuare nei servizi la fonte o quanto meno il tramite di ogni nefandezza accaduta in Italia in questi ultimi cinquant'anni. Poiché sono stato, e sono ancor più oggi, un uomo delle istituzioni - non mi vergogno di affermarlo ed anzi credo profondamente che gli ideali più elevati della patria non siano appannaggio soltanto di pochissimi - sono portato a non accettare giudizi così netti e discriminanti, come si è soliti sentire, emessi sovente per principio ideologico o per comodità di ragionamento, senza poter valutare più compiutamente o anche almeno approssimativamente un qualche riscontro obiettivo che possa meglio configurare esorbitanze istituzionali, deviazioni, superficialità o semplice omissione.
Nel caso «Achille» però la commissione ha conseguito questi riscontri. Allora è evidente che qualcosa non va nel giusto verso, imponendo peraltro interventi anche a chi alla fine ha altrettante responsabilità dirette di funzionamento del servizio o quanto meno responsabilità riflesse per debito di vigilanza.
Ritengo infatti che il buon andamento di un servizio di sicurezza non possa essere accreditato solo ad una saggia e vigile guida politica quando le cose vanno bene, mentre il direttore del servizio


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stesso ed i suoi collaboratori debbano rispondere di quanto di negativo emerga quando le cose vanno male, così com'è successo in tante circostanze.
Le varie riforme dei servizi nel tempo realizzate hanno portato al cambiamento delle sigle o all'istituzione di una struttura di coordinamento e di controllo, quale il CESIS, definita la testa dei due attuali servizi. Esso è esecutore e controllore del retto adempimento delle direttive del comitato interministeriale per l'informazione e la sicurezza, ma anche il centro unificatore delle informazioni raccolte, che dovrebbero garantire scelte e meccaniche di gestione in un rapporto unico e diretto con l'esecutivo, differenziando le competenze dei due noti servizi oppure sostituendo i direttori, talvolta in maniera capricciosa, come poteva sembrare anche nell'ultima circostanza, all'indomani del rinvenimento della famosa cimice nello studio del presidente Berlusconi. Sostituzioni decise in maniera capricciosa, ma non troppo, avendo piuttosto soddisfatto esigenze di riferimento più dirette nei confronti della parte politica al Governo.
Tutte queste iniziative a poco valgono se poi le cose vengono lasciate al punto da consentire valutazioni tanto gravi e negative da far apparire certi episodi come esempi di pessima organizzazione, di inefficienza e di disinvolto utilizzo del denaro pubblico; in sintesi, testimonianza di come un moderno servizio di informazione non debba operare.
Ho avuto modo di conoscere personalmente diversi funzionari, e due tra i più recenti direttori rispettivamente del CESIS e del SISDE, per essere stato un loro stretto collaboratore allorché militavamo tutti nelle file dell'Arma. Posso pertanto affermare che la pochezza morale, la confusione professionale e l'approssimazione evidenziata dalle verifiche effettuate sul caso «Achille» non sono sempre caratteristiche obbligatorie ed uniche dei vertici o di chi in genere ha operato, ma sono certamente anche frutto di una guida politica talvolta debole, se non addirittura approssimativa. Perché, infatti, dover obbligatoriamente pensare ai servizi come a gente messa insieme per far danno e non considerare, davanti alle tante incredibili carenze, anche le responsabilità, seppure in ultima istanza, del Presidente del Consiglio e, appena prima di lui, dei ministri interessati, responsabilità specificamente previste a suo tempo dal ministro dell'interno pro tempore in una apposita audizione?
La realtà è che una conveniente politica di sicurezza si realizza con precise indicazioni della strategia politica e la successiva puntuale interpretazione dei compiti con la corretta e controllata esplicazione delle attività, con l'utilizzo scrupoloso delle informazioni e delle documentazioni, che devono avere come unico fine l'interesse supremo della nazione e non costituire quella che si può ben definire «spazzatura informativa»; ciò con l'intervento deciso dei vertici in virtù di tempestive azioni correttive od anche punitive, là dove ignoranza o malafede di chi opera travalichino i limiti del consentito, con il rapporto continuo tra i diversi livelli istituzionali e le direzioni ed i referenti politici di Governo che, pertanto, non possono prevedere scavalcamenti gerarchici - come è avvenuto - tollerati dall'esecutivo e puntualmente denunciati nella relazione in esame.
Il non essersi avvalsi - o non essersi voluti avvalere - di quelle indispensabili e potenziali sinergie che avrebbero potuto evitare il verificarsi di troppi episodi negativi, fonti principali della giustificatissima inquietudine e della sfiducia creatasi nell'opinione pubblica, ormai convinta che le istituzioni non tutelino le libertà diplomatiche né garantiscano, per conseguenza, la sicurezza della nazione, è fatto di indubbia gravità che deve far riflettere tutti, ma soprattutto il Governo.
Immaginare che ancora oggi esistano documenti ed informative «galleggianti» nei dossier da poter utilizzare per azioni di pressione o di ricatto, senza che nessun riferimento protocollare ne giustifichi la presenza o la mancanza, senza la certezza che alcuno possa riprodurli per interessi personali o per un condizionamento delle

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stesse scelte politiche, istituzionali e di libertà del paese, è aspetto che preoccupa fortemente e certamente disorienta.
Preso atto che il limite di separazione tra il lecito e l'illecito, allorché si tratti di servizi di sicurezza non sempre è così netto, matematico ed assoluto per chi opera sul campo e tenuto presente che gli interessi di funzionalità dei servizi e quello della giustizia debbono contemplarsi armonicamente, non potendo né dovendo entrare in una sorta di conflitto istituzionale, occorre allora ricercare un'adeguata soluzione legislativa che, tenuta presente l'irrinunciabile posizione di autonomia e di indipendenza della magistratura e della conseguente obbligatorietà dell'azione penale, tenga al contempo in opportuna considerazione il dettato costituzionale, rispettivamente in materia di responsabilità diretta dei dipendenti dello Stato e di difesa della patria quale sacro dovere del cittadino.
Condividiamo pienamente, infine, le valutazioni formulate in relazione al reclutamento ed alla gestione del personale dei servizi di sicurezza. A mio parere è ormai indispensabile ricondurre l'attuale, eccessiva discrezionalità esistente ad un sistema più blindato, che caratterizzi le procedure di provvista del personale tramite passaggi più corretti, credibili ed efficienti, a garanzia dell'assoluta trasparenza del sistema stesso. Il personale, pertanto, a mio parere dovrà essere selezionato in base ad oggettive professionalità ed alle esperienze acquisite, verificando la provata affidabilità degli aspiranti, per non favorire più personaggi che, come è accaduto (anche in questo caso ne abbiamo conosciuti alcuni), altro merito non avevano od hanno avuto se non quello di poter ricorrere ad un referente potente, capace di far ignorare la modestia sia delle motivazioni ideali che delle capacità professionali.
Per ottenere ciò, il reclutamento dovrà avvenire nell'ambito delle amministrazioni, consentendo a tutti gli aventi diritto la partecipazione ad un'apposita selezione, magari per poi essere sottoposti ad una successiva verifica delle capacità, prima di essere definitivamente inseriti in maniera organica nella struttura, fermo restando il reclutamento diretto limitato a quelle professionalità specifiche di alta specializzazione non altrimenti reperibili.
Ecco perché, assolutamente convinto, sottoscrivo pienamente le considerazioni e le proposte contenute nelle relazioni del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, auspicando che ogni prospettazione formulata trovi logico ed adeguato accoglimento nella sensibilità del Governo.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione congiunta.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GIANNICOLA SINISI, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, mi riservo di intervenire nel prosieguo del dibattito.

PRESIDENTE. Avverto che da parte dei deputati Frattini ed altri e Tassone ed altri sono state presentate, rispettivamente, le risoluzioni nn. 6-00032 e 6-00033 (vedi l'allegato A - Doc. XXXIV nn. 1 e 2 sezione 1). La votazione delle stesse avrà luogo nella seduta di domani.
Il seguito del dibattito è rinviato alla seduta di domani.

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