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ALBERTO LEMBO. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBERTO LEMBO. Presidente, se fossimo in un Parlamento dove vigesse un regolamento e dove presiedesse un Presidente che applica, fa applicare e rispetta il regolamento, il mio sarebbe un richiamo al regolamento, ma è difficile farlo nel momento in cui una norma scritta viene palesemente disapplicata da una Presidenza che, mi spiace doverlo dire, la estende a proprio arbitrio. Questa non è neanche una questione di interpretazione, perché si inventano le norme.
PRESIDENTE. Se mi chiarisse di cosa sta parlando, ci capiremmo meglio!
ALBERTO LEMBO. Sì, signor Presidente. Se vuole il riferimento preciso, esso è l'articolo 46, comma 3, del regolamento. Nessun punto del regolamento, nessuna norma permette al Presidente di stimare il numero dei presenti. Quando la presenza viene conteggiata e viene conteggiata tra i presenti votanti...
PRESIDENTE. No!
ALBERTO LEMBO. Signor Presidente, il regolamento parla di votanti, di deputati in missione! Parla, o meglio lei ritiene parli, di persone che in sede di dichiarazione di voto hanno comunque espresso una posizione.
PRESIDENTE. Sì, a volte.
ALBERTO LEMBO. Anche se è seduto più in alto di noi, può anche commettere un errore, o può esprimersi - forse - in un modo che non viene adeguatamente interpretato dagli altri. Ciò premesso, se lei non dovesse arrivare ad una spiegazione chiara, logica e regolamentare di quello che ha annunciato poco più di un'ora fa in quest'aula, possiamo veramente buttare via il regolamento e, se me lo permette, possiamo buttare via anche i Parlamenti che funzionano senza regolamenti certi (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).
BEPPE PISANU. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BEPPE PISANU. Sarò breve e pertanto non ripeterò le argomentazioni svolte dal collega Lembo, perché ritengo di poterle condividere. Vorrei tuttavia sottoporle un'altra questione. Poco fa lei, signor Presidente, ha preannunciato che nel caso in cui anche domani la Camera sul provvedimento in esame non fosse in numero legale - se ho ben inteso - «abrogherebbe» la settimana di sospensione dei lavori parlamentari prevista per aprile, per dedicarla all'esame di tale provvedimento.
NICOLA BONO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NICOLA BONO. Signor Presidente, contrariamente al collega Lembo sono certo della sua umanità; semmai sono preoccupato che un giorno possa essere clonato...
PRESIDENTE. Ne basta uno!
NICOLA BONO. Il mio intervento tende proprio a riportare il tema su un livello di maggiore cordialità parlamentare. Un Presidente della Camera che ha tanti poteri (qualche volta ho definito la Presidenza della Camera l'ultima monarchia assoluta che esiste nell'ordinamento civile) deve essere bilanciato da un dato di equilibrio. Ho la sensazione che nella sua decisione di sospendere, anzi di abrogare la settimana di riposo, ci sia una sorta di rappresaglia rispetto al dato che emerge - che è un fatto politico - dall'atteggiamento delle opposizioni, atteggiamento che è stato motivato, preannunciato e sostanziato in una serie di argomentazioni che hanno tentato di indurre la maggioranza ed il Governo ad avere un atteggiamento più disponibile nei confronti delle nostre posizioni (Commenti del deputato Carlo Pace).
MAURO GUERRA. Ma dai!
NICOLA BONO. Da quando abbiamo il nuovo regolamento è la prima volta che si assiste alla volontà di non partecipare al voto. Non è pensabile, però, che il diritto di non partecipare al voto, che è costituzionalmente garantito, possa essere sindacato, o comunque sanzionato in qualche modo dal Presidente, che interpreta quell'atteggiamento e lo sottopone ad una forma, appunto - sono costretto a ripetere lo stesso termine - di sanzione.
VASSILI CAMPATELLI. Non è nelle sue competenze!
NICOLA BONO. Non è nelle sue competenze farlo, ma se è competenza del Presidente garantire il buon andamento dei lavori, ci può anche essere questo intervento per chiarire, se c'è un momento di difficoltà di rapporto tra Parlamento e Governo, dov'è il punto di crisi che va superato.
SERGIO SOAVE. Non ci siete mai!
MAURO GUERRA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAURO GUERRA. Signor Presidente, intervengo sulla questione della settimana mensile di lavoro politico nel collegio. Credo che la questione sia molto semplice. Vi sono tempi e modalità di lavoro che questa Camera deve riuscire a conquistare e mantenere, per garantire un corretto funzionamento delle istituzioni democratiche fondamentali di questo paese.
ALBERTO LEMBO. Democratiche? State in aula!
SERGIO SOAVE. Democratiche, certo!
MAURO GUERRA. Non per le assenze generiche dei parlamentari, ma per scelta di metodo costante da parte delle opposizioni, il lavoro di questo Parlamento deve essere garantito soltanto da una
ELIO VITO. Però vota molto!
MAURO GUERRA. ...si impone una riflessione sul modo come noi lavoriamo e funzioniamo ed anche sulla possibilità di mantenere la prevista organizzazione dei lavori.
ALBERTO LEMBO. Con quattro mani alla volta!
GABRIELLA PISTONE. Stai zitto!
GIOVANNI BRUNALE. Ma quali «quattro mani»?
ANTONIO LEONE. Dove li hai letti i dati?
MAURO GUERRA. ...e sono qui a lavorare per far funzionare le istituzioni democratiche. Lo dico per questo. A volte è difficile, sempre più difficile, distinguere quando la scena dei banchi vuoti che abbiamo davanti sia da imputare ad una scelta di volontà politica rispetto ad un provvedimento e quando, invece, sia semplicemente il dover prendere atto di un'assenza che si è determinata di fatto. Se infatti andiamo a guardare le presenze in quest'aula, in tutti i dibattiti, anche quando non viene dichiarata una scelta di astensione dal voto, troviamo delle percentuali molto basse, una scena spesso desolante in quella parte dell'emiciclo.
NICOLA BONO. Non è così!
MAURO GUERRA. A questo gioco non possiamo stare. Naturalmente lavoreremo, prenderemo atto delle vostre decisioni e delle vostre scelte; lavoreremo per avere comunque la possibilità, con il numero legale garantito dalla maggioranza, di far funzionare il Parlamento. Siamo favorevoli a che si valutino, Presidente - da parte nostra vi sarà pieno consenso -, tutti gli interventi che saranno necessari per garantire la possibilità a questo Parlamento di operare e di svolgere il servizio che deve rendere al paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo e di rifondazione comunista-progressisti).
ANTONIO LEONE. Andatevene a casa!
GIOVANNI BRUNALE. Andateci voi!
SERGIO MATTARELLA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SERGIO MATTARELLA. Signor Presidente, ho sentito nuovamente una teoria piuttosto ardita, per cui si partecipa al voto soltanto quando si condivide il contenuto delle decisioni che si assumono, cosa che confonde il dovere di espletare il mandato parlamentare con il merito delle scelte (Commenti del deputato Leone).
ELIO VITO. Erede di Stalin!
CARLO PACE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLO PACE. Presidente, desidero svolgere un paio di considerazioni. La prima: si è scelto di realizzare un tentativo di programmazione a medio termine - vogliamo definirla così? -, stabilendo un calendario trimestrale.
GIORGIO BOGI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà, ministro Bogi. Ha chiesto di intervenire non per le ultime parole dell'onorevole Carlo Pace, certo: infatti lo aveva segnalato in precedenza!
CARLO PACE. Per carità, me ne sono accorto: ho voluto parlare prima, per riguardo a lui!
GIORGIO BOGI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Presidente, vorrei segnalare un aspetto che mi ha veramente colpito nel breve dibattito di questa sera. Mi riferisco all'ipotesi che esista la ragione al di sopra della politica: è veramente un'accezione che io non possedevo prima di adesso.
CARLO PACE. Non l'ho detto!
GIORGIO BOGI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Non mi rivolgo a lei, onorevole Pace.
GIACOMO CHIAPPORI. Ma voi lo fate regolarmente!
GIORGIO BOGI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Ciò tuttavia non legittima la conclusione che, essendo state offerte proposte ritenute ragionevoli ed essendo esse state rifiutate, allora il gesto è l'abbandono del voto! Questo non lo
PRESIDENTE. Rispondo innanzitutto alle questioni poste dal collega Lembo prima e poi dai colleghi Pisanu, Bono, Guerra, Mattarella e da altri.
ELIO VITO. Lo abbiamo accorciato per tenere conto delle esigenze parlamentari.
PRESIDENTE. Accorciato cosa?
ELIO VITO. Abbiamo modificato il calendario del congresso per le esigenze parlamentari.
PRESIDENTE. Per questo ho detto che ne terremo conto.
ELIO VITO. Non occorre più, Presidente.
PRESIDENTE. Va bene, vuol dire che non ne terremo conto!
ELIO VITO. È esattamente quello che accade in questo paese!
PRESIDENTE. Nel momento di frattura si applicano rigorosamente le regole. Questo è l'unico modo...
ELIO VITO. Ha individuato esattamente il rischio che sta correndo questo paese: la minoranza che scavalca la maggioranza!
PRESIDENTE. Certo, credo che sia questo il rischio del nostro paese. Se la minoranza cerca di imporre le sue regole sulla maggioranza arriviamo al fascismo. Per evitare questo, rispettiamo le regole. Vogliamo rispettarle tutte? Rispettiamole tutte. Le regole stabiliscono che si distingue tra presenti e votanti. Naturalmente, questo non vuole dire nulla dal punto di vista pratico: basta uscire dall'aula e non si è più presenti (Commenti del deputato Leone). Uno può fare anche lo sciocco, onorevole Leone, ma questo non lo salva!
NICOLA BONO. E se uno è presente e si nasconde?
SERGIO SOAVE. È un bambino e non dovrebbe essere qui!
PRESIDENTE. L'idiozia, onorevole Bono, non è consentita neanche a quest'ora!
EDOUARD BALLAMAN. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
EDOUARD BALLAMAN. Presidente, lei ha fatto una distinzione tra presenti e votanti. Su questo punto ho due dubbi. Il primo dubbio è che allora i presenti devono essere conteggiati; se la situazione è palese, non c'è problema, altrimenti si chiudono le porte e si contano i presenti. È una ipotesi di futuro lavoro. Il secondo dubbio è che esiste una differenza tra votanti e voti, perché, se determinati deputati sono stati conteggiati in aggiunta pur non avendo votato, vi era anche un determinato numero di voti superiori ai votanti. Intendo dire che vi era una notevole differenza tra presenti e voti. Non vale, cioè, sommare i voti (anche quelli doppi) al numero dei presenti che non hanno ancora votato.
RENATO CAMBURSANO. È da dimostrare!
EDOUARD BALLAMAN. È giusto, è da dimostrare che vi erano dei voti doppi, ma è altrettanto da dimostrare che vi erano dei deputati presenti superiori al numero dei votanti. Se si vuole dare questa interpretazione, che può essere quella corretta,
PRESIDENTE. Su questo punto lei ha perfettamente ragione, onorevole Ballaman. Cercheremo più frequentemente di togliere le schede che non corrispondono ai deputati presenti. Ha ragione a proposito del voto doppio, che si verifica in modo diffuso per tanti motivi.
EDOUARD BALLAMAN. Non ponevo tale questione.
PRESIDENTE. Infatti. Comunque, lei ha ragione.
EDOUARD BALLAMAN. Non ponevo la questione dei doppi voti, ma quella che a questo punto non vale il semplice computo dei voti ma bisogna fare il conto dei presenti, e non solo dei voti più le persone che non hanno votato e che sono presenti.
PRESIDENTE. Ora rischiamo di attorcigliarci intorno al regolamento! Mi sembra che siamo d'accordo su quella che è l'interpretazione corretta (anche lei concordava con me, e la ringrazio) del regolamento e della Costituzione. Spero che non vi sia motivo per arrivare a questo tipo di interpretazione rigida del regolamento e della Costituzione. Comunque, è evidente che nei momenti di tensione l'unica salvaguardia è applicare rigorosamente le regole, e non inventarsele, altrimenti non si riesce a tenere un sistema.
Signor Presidente, abbiamo lavorato mesi per la riforma del regolamento: possiamo buttarla via? Sarebbe molto più semplice...
In alcune sedute svoltesi alla fine dell'anno scorso, lei ha conteggiato, come partecipanti al voto, deputati che avevano svolto dichiarazioni di voto, che non avevano effettivamente votato, ma lei ha ritenuto di doverli considerare come votanti in quanto partecipanti alla procedura di votazione. Su ciò si può discutere e si è discusso anche molto, ma poi lei ha deciso in questo senso.
Mi dica lei come possono essere considerati partecipanti alla votazione e, quindi, conteggiabili ai fini della presenza del numero legale, deputati che non hanno in alcun modo partecipato a nessuna fase della votazione ed il cui numero è assolutamente incerto, perché non stimabile. La loro presenza non è valutabile sulla base di alcun elemento obiettivo e, in mancanza di tale elemento, lei ha comunque preannunciato che la valutazione del numero, eseguita da lei, senza riscontro con alcun elemento numerico, fosse sufficiente per aggiungere tali deputati, che, ripeto, non hanno minimamente partecipato alle dichiarazioni di voto ed alla votazione, e considerarli come presenti alla votazione stessa.
Lei mi spieghi, se è in grado di farlo, come possono essere aggiunti, al di là della norma del regolamento e di chissà quale altra norma. Se il regolamento non serve, le chiedo di spiegarci in aula o in sede di Giunta per il regolamento in base a quale norma lei ha ritenuto di poter dire quello che ha detto, che per me è di una gravità incommensurabile.
Sono membro di questa Camera soltanto da quattro anni e non ho avuto modo di maturare molto, evidentemente, in questo Parlamento, né so quanto tempo vi rimarrò.
Signor Presidente, se il Parlamento funziona con tali regole, se lei non ritorna su quanto ha detto e, capisco che può avere avuto un momento di stizza, un momento in cui può anche succedere - è umano anche lei, signor Presidente - credo...!
Mi permetto di ricordarle che la settimana scorsa il mio gruppo le ha chiesto, in sede di Conferenza dei presidenti di gruppo, non di «abrogare», ma soltanto di far slittare la settimana di sospensione per farla coincidere con il congresso nazionale di forza Italia, onde evitare a noi di chiedere quattro giorni di permesso dai lavori assembleari. Lei ci ha risposto che le settimane di sospensione erano rigorosamente programmate e, quindi, andavano rispettate. Oggi vedo invece che ne dispone con molta disinvoltura, usandole come elemento di pressione nei confronti dell'Assemblea; mi scusi se glielo dico.
Se su questo provvedimento vi è un irrigidimento dell'opposizione, esso non è dovuto ad un capriccio, ma al fatto che sul testo del Governo abbiamo inutilmente tentato di avanzare modifiche assolutamente ragionevoli, ripiegando via via su soluzioni sempre più blande, pur di potere arrivare ad una intesa minima. Intesa peraltro che, nella fattispecie, prevederebbe la soppressione del potere di intervento da parte delle authority sulle associazioni, soprattutto quelle a base associativa, che sono organizzazioni spontanee della società civile e che si cerca di pubblicizzare in nome della privatizzazione.
Di fronte ad un rifiuto così netto, anche rispetto alla più flebile delle nostre richieste, non avendo più argomenti, ci dissociamo dalla decisione nella maniera più ferma e chiara possibile. In questo modo lasciamo sulle spalle della maggioranza la responsabilità di varare un provvedimento che non condividiamo in nulla e che si è fatto di tutto perché così esso apparisse ai nostri occhi, senza tenere conto neppure in misura minima delle posizioni dell'opposizione.
La nostra assenza, signor Presidente, ha un valore politico evidente e contro l'evidente valore politico di questo atteggiamento, mi consenta di dirlo, l'uso della sua legittima autorità parrebbe un po' imprudente (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e della lega nord per l'indipendenza della Padania).
L'atteggiamento che hanno assunto le opposizioni sulla vicenda delle fondazioni bancarie non si ripete ad ogni argomentazione...
Signor Presidente, ferma restando l'esigenza da lei prospettata, che ritengo legittima, mi appello alla sua umanità, di cui prima, non clonabile, per chiederle se non ritenga di consentire che la tabella di marcia che ci siamo dati all'interno della Camera con la Conferenza dei presidenti di gruppo possa essere quanto meno rivista nella stessa Conferenza. Non venga, cioè, lei a dichiararci stasera che è stata soppressa la settimana di riposo in conseguenza di un dato politico evidente, che può anche ripetersi domani e che quindi non può diventare un fatto pregiudicato.
Lei può prendere atto che la Camera non sta andando avanti, non rispetta la tabella di marcia e potrebbe anche, volendo, intervenire con la sua autorità nei confronti del Governo, non tanto nel merito, quanto sul metodo di lavoro, invitando l'esecutivo ad avere magari un atteggiamento più disponibile. Non mi risulta che questo sia stato fatto...
Dico questo ad abundantiam. Le chiedo di non dare per scontata una decisione - che può aver preannunciato anche in seguito al fatto in sé, nell'immediatezza della questione, «a caldo» -, ma di valutare in seno alla Conferenza dei presidenti di gruppo, che può convocare quando vuole - stasera, domani mattina, martedì -, l'opportunità di recuperare il tempo che eventualmente si fosse perso.
Tenga conto del fatto, però, che in tutti i casi, il Parlamento non può essere subordinato nelle sue scelte a sanzioni di qualunque tipo quale quella di non garantire la settimana di riposo, tenuto conto che ognuno di noi, proprio perché ha un calendario notificato da tempo, in quella settimana si è già programmato una serie di attività, così come hanno fatto i partiti, e non possono cambiare atteggiamento e programmazione solo perché è avvenuto un incidente di aula.
maggioranza che è limitata, poco più della metà dei deputati presenti in questa Camera...
Noi non stiamo lavorando in condizioni ordinarie. Presidente Pisanu, voi non lasciate sulle spalle di questa maggioranza la responsabilità di questo provvedimento; voi lasciate regolarmente sulle spalle di questa maggioranza la responsabilità di far funzionare questo ramo del Parlamento italiano. Questo è quello che lasciate sulle spalle della maggioranza, perché sono continue e costanti le scelte politiche di utilizzare il meccanismo dell'astensione dal voto come strumento di contrattazione del merito dei provvedimenti, di tutti i provvedimenti, e non come strumento di protesta, come forma di lotta estrema rispetto ad un provvedimento che si ritiene così grave da colpire pesantemente non solo le opposizioni, ma gli interessi del paese; nel vostro modo di utilizzarlo è diventato uno strumento di ricatto per contrattare permanentemente il contenuto dei provvedimenti. Questo non lo si può chiedere a questa e credo a nessuna maggioranza.
Di più. Non solo c'è questo utilizzo dell'astensione dal voto, ma diventa difficile lavorare. Lo dico con tutta franchezza, ma soprattutto per il dovere di lealtà che ho nei confronti di deputati che da questa parte dell'emiciclo della Camera garantiscono costantemente presenze superiori all'80, 90 per cento...
Ebbene, in queste condizioni diventa molto complicato lavorare e garantire il funzionamento delle istituzioni. Il nostro rischia di diventare forse l'unico Parlamento al mondo nel quale a rendere possibile il funzionamento dell'istituzione è chiamata ad essere responsabile solo la maggioranza. Questo non su provvedimenti particolari sui quali si scatena la battaglia dell'opposizione, ma regolarmente, come metodo di lavoro e di battaglia politica su tutti i provvedimenti.
L'ho ascoltato poc'anzi in quest'aula da voi, onorevoli colleghi!
Non è di questo, però, signor Presidente, che voglio parlare. Desidero piuttosto porre il problema di riconsiderare il calendario della prossima settimana per riequilibrarlo.
Quest'oggi abbiamo mantenuto ed esaminato argomenti posti in calendario dall'opposizione, mentre non riusciamo a concludere l'esame di provvedimenti sollecitati dal Governo. Siccome le riserve previste dal regolamento tra materie chieste dall'opposizione, dalla maggioranza e dal Governo devono essere rispettate nei fatti e non soltanto in partenza, credo sia opportuno riconsiderare il calendario della prossima settimana (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).
Il 1 marzo (mi pare), nello stesso giorno in cui iniziava la conferenza programmatica ed organizzativa di alleanza nazionale, mentre eravamo sul piede di partenza, abbiamo appreso che, su richiesta del Governo - per carità, lecita - il programma veniva modificato, inserendo un'altra questione.
Delle due l'una, signor Presidente: o il programma precedente era stato fatto da persone compiacenti che desideravano attenuare il lavoro dei parlamentari, lasciando ampi spazi di vuoto per le loro attività e, magari, per i loro piaceri ed allora vi era spazio per inserire un provvedimento tanto impegnativo quanto è stato questo che, badate bene, era stato licenziato dalla Commissione finanze fin dall'ottobre 1997 e solo adesso è tornato (stiamo attenti quando parliamo di ritardo); oppure vi è l'altra ipotesi e cioè che i lavori fossero stati programmati con sufficiente apprezzamento dei tempi necessari per realizzarli ma che poi, per un fatto di necessità o di cortesia nei confronti del Governo, si è deciso di realizzare un programma più pesante di quello che si sarebbe potuto fare.
Non ci si dica, a questo punto, che la responsabilità, se non si riesce a realizzare il programma più pesante di quello inizialmente programmato, ricade sull'opposizione che fa il suo mestiere. Questo è il primo dei due punti che volevo trattare.
Quanto all'altro, desidero preliminarmente esprimere il rammarico che tra Guerra e Pace non sia stato possibile stabilire almeno un armistizio: non dico un romanzo, me ne guardo bene, ma almeno un armistizio!
Debbo poi precisare che noi avevamo capito che vi era una disponibilità a trattare e, che io sappia, quando si tratta, vi è una prospettiva di ascolto e di considerazione delle posizioni diverse, anche se certo non di accettazione integrale delle stesse. Nel caso in cui le cose proposte da una parte fossero tutte ritenute inaccettabili, la trattativa potrebbe comunque proseguire mediante alcune controproposte per verificare se siano accettabili.
Lei comprende, signor Presidente, e spero che voi, colleghi, lo comprendiate ugualmente, che siamo di fronte a questioni che non sono di poco conto.
Quando andremo avanti cercherò di parlarne: vi è una norma, per esempio, che va dritta dritta in direzione di collisione con gli impegni assunti con il Trattato di Maastricht. Forse non ci si è accorti di ciò, ma se si guarda a 360 gradi e non ci si limita al proprio orticello, credo che le cose si possano fare un po' meglio. Vi pregherei di prestare attenzione a questi aspetti, per non fare poi scelte che potremmo pagare.
Allora, se è questo, se non sono questioni di guerre di religione, come le dicevo prima, Presidente, ma questioni di fatto che non devono essere giudicate dai grandi giuristi - non stiamo discutendo della forma delle regolamentazioni, ma di problemi sostanziali -, se non vi è neanche una controproposta, chi è stato invitato ad un tavolo di trattativa si sente completamente preso in giro.
Infatti di fronte alla buona volontà e alla circostanza che si sono abbandonati altri impegni, altre cose interessanti da fare ed altri lavori per partecipare al tavolo delle trattative, sacrificando alcune ore per stabilire i punti da chiedere per poi assicurare tutti assieme una strada ed un cammino decente ed abbastanza tranquillo al provvedimento - non dico una via ferroviaria, per carità, e neanche un'autostrada -, invece di fornirci assicurazioni, ci si è opposto un rifiuto senza alcuna controproposta. Ci siamo allora sentiti letteralmente presi in giro e questo, onestamente, non lo gradiamo, signor Presidente. Penso peraltro che non fosse nell'intento di chi aveva cercato di provocare questa apertura e al riguardo desidero ringraziare il ministro Bogi (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e della lega nord per l'indipendenza della Padania)!
È stato detto che le richieste erano ragionevoli e che, quindi, dovevano essere accettate. Ma che vuol dire ragionevole?
Bisogna sapere che non vi è una ragione al di sopra della politica e che il senso democratico di quest'ultima è dato dal fatto che ci stiamo tutti dentro e che non c'è niente sopra e fuori.
Allora nella valutazione delle proposte, della possibilità di accordo, delle nostre intenzioni ciascuno assume la responsabilità politica del gesto che compie, non votando, rifiutando proposte di altri, avanzandone di proprie.
A me ciò colpisce in una maniera quasi traumatica. Devo dire la verità: sono un tipo abbastanza colloquiale. Considero l'ipotesi della ragione sopra la politica un fatto che non appartiene alla democrazia. Non bisogna dire che le proposte sono ragionevoli e che quindi devono essere accettate; bisogna dire che secondo noi esse sono ragionevoli e la controparte le può rifiutare.
giustifica! Poi rinunciare a votare può avere mille giustificazioni, che io in genere non condivido (ma questo è secondario).
Voglio dire che nei rapporti, per quanto è nella mia possibilità - io però non opero sul merito dei provvedimenti, che compete alla responsabilità dei titolari dei dicasteri -, mi pongo il problema del colloquio, pur fra difficoltà rilevanti. Però non basta supporre che la propria offerta sia ragionevole per rinunciare a partecipare al voto.
Ho detto questo: se domani dovesse di nuovo mancare il numero legale sullo stesso problema, proporrò alla Conferenza dei presidenti di gruppo di eliminare la settimana di chiusura. Infatti annuncio che domani, al termine della mattinata, la convocherò nella biblioteca del Presidente per valutare la situazione.
Perché? Non per un fatto sanzionatorio, onorevole Bono, ma perché, vede, noi abbiamo il dovere di rispondere agli italiani. Non rispondiamo solo tra di noi: fuori di questo palazzo vi è la gente che paga per farci funzionare. Se, in questo quadro, non riusciamo a tenere fede ai nostri impegni, vuol dire che non possiamo destinare una quota del nostro tempo al lavoro di collegio. Quella settimana, infatti, è tutt'altro che «bianca», come è noto: moltissimi colleghi la dedicano - come è giusto - al lavoro di collegio.
Evidentemente non siamo in grado di far questo. Ma la settimana di chiusura può rimanere in piedi se si lavora il venerdì, perché in tal modo la Camera riesce a recuperare i giorni di pausa. Evidentemente, se il venerdì non si riesce a lavorare, mi dispiace ma quella chiusura va eliminata. Pazienza.
D'altronde, questa settimana «bianca» era prevista dal regolamento da circa 22 anni, se non ricordo male, e non è stata mai applicata. Abbiamo cercato di applicarla; poiché non riusciamo a rispettare questo impegno, pazienza. Non è un fatto sanzionatorio, ma un fatto che riguarda l'ordine dei nostri lavori. Naturalmente, se i tre quarti della Conferenza dei presidenti di gruppo non sarà d'accordo su questa proposta, la respingerà e quindi la settimana «bianca» sarà mantenuta. Bisogna però determinare bene quali sono le responsabilità dei nostri lavori, altrimenti tutti rischiamo di avvolgerci in una irresponsabilità reciproca.
Per quanto riguarda la questione posta dal presidente Pisanu relativamente al congresso di forza Italia, tale questione sarà valutata nella Conferenza dei presidenti di gruppo di domani.
Per quanto riguarda la questione posta dal collega Lembo, se lei, onorevole Lembo, legge gli articoli 64 della Costituzione e 46 e 48 del regolamento, si renderà conto che il nostro sistema costituzionale distingue tra i presenti e i votanti. La sua impostazione, che io rispetto naturalmente, si basa su un equivoco, cioè che presente vuol dire votante. Non è così. L'articolo 64, terzo comma, della Costituzione, stabilisce che «le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento» (si riferisce al caso in cui il Parlamento è riunito in seduta comune) «non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti». Esso quindi distingue tra presenti
e votanti, che sono due cose diverse, perché il «presente» è una garanzia di democraticità dell'Assemblea: se un parlamentare è presente in aula, può controllare e quindi l'Assemblea è democratica; poi si può votare o meno e il voto è a maggioranza dei votanti. Questo concetto è ribadito anche con maggiore chiarezza negli articoli 46 e 48 del regolamento.
L'articolo 46 stabilisce che «le deliberazioni dell'Assemblea e delle Commissioni in sede legislativa non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti». L'articolo 48 dispone che «le deliberazioni dell'Assemblea e delle Commissioni sono adottate a maggioranza dei presenti». Si dice a maggioranza dei presenti, e non dei votanti. Questo è il problema. In base a tale distinzione tra presenti e votanti ho rammentato prima questo dato. So bene che tale ragionamento non si è mai fatto, ma ho anche detto che, qualora si richieda un'applicazione rigorosa del regolamento, questa applicazione deve riguardare tutte le parti, e non solo una parte, perché non ci sarebbe maggiore ingiustizia. Tenete presente, colleghi, che molte democrazie sono franate quando la minoranza ha cercato di imporre il suo principio sulla maggioranza. La democrazia è regola della maggioranza e regola del rispetto delle opposizioni.
è giusto anche trovare un sistema per applicarla in maniera corretta facendo corrispondere il numero dei presenti non semplicemente sommando il numero dei voti ai deputati che si stima siano in aula.


