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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
VITO LECCESE, Relatore per la maggioranza f.f.. Signor Presidente, essendo assente l'onorevole Evangelisti, lo sostituisco e desidero chiarire - anche per tranquillizzare il collega Calzavara - che anch'io ho dovuto predisporre una relazione in tempi rapidissimi, visto che la Commissione ha terminato soltanto oggi dopo le 15 l'iter in sede referente. Comunque, sul piano procedurale vi è stato il massimo della correttezza, abbiamo anche fissato il termine per la presentazione degli emendamenti, che sono stati valutati nella seduta di oggi della Commissione.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, onorevole Calzavara.
FABIO CALZAVARA, Relatore di minoranza. Prendiamo atto dell'urgenza di questo provvedimento, e ci rendiamo conto che ci sono delle questioni importanti e delle scadenze. Il punto però non è questo, bensì quello dell'improvvisazione che ci angustia e ci avvilisce, anche perché provvedimenti di questo tipo dovrebbero avere uno spazio più ampio ed una valorizzazione indubbiamente migliore.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, desidero svolgere poche considerazioni. In primo luogo, per quanto attiene ai tempi della discussione, vorrei far notare che l'esame in Parlamento, tra Camera e Senato, di questo provvedimento è in corso dal luglio 1997. Non si tratta quindi di un provvedimento sottoposto ad un esame e ad una discussione affrettati. Naturalmente si tratta di un disegno di legge delicato e difficile.
SANDRA FEI. Qui è arrivato il 26 febbraio scorso.
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Ho detto che l'iter che si è avviato al Senato ha preso le mosse nel luglio 1997.
SANDRA FEI. Ho capito, ma qui è arrivato il 26 febbraio!
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Sì, ma se mi è permessa una considerazione, senza entrare nelle gelosie tra Camera e Senato, vi è un dato del quale dovremmo liberarci, perché se di un provvedimento discute abbondantemente l'altro ramo del Parlamento, in quella discussione si dovrebbe riconoscere anche la Camera. Non siamo in un meccanismo in cui vi è una competizione volta a verificare se una Camera discuta un provvedimento più dell'altra. Siccome il Senato ha discusso ampiamente e il senatore Serri stesso è andato più volte...
SANDRA FEI. Non abbiamo ancora cambiato la Costituzione!
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Non è un problema di cambiarla, è un problema di...
VITO LECCESE, Relatore per la maggioranza. ...di buon senso!
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. ...di considerare l'iter nella sua sostanza e non soltanto nella sua forma.
FABIO CALZAVARA, Relatore di minoranza. La questione delle foto di identificazione.
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Tale problema non è affrontato in modo specifico in questa convenzione perché in sede europea ne esiste un'altra (di cui probabilmente avrà già sentito parlare in alcuni dibattiti in Commissione), e cioè la convenzione Eurodac, che è in corso di definizione, con un negoziato altrettanto complesso e lungo tra tutti gli Stati membri europei, sui sistemi di riconoscimento, segnalazione e registrazione delle generalità dei cittadini. È in quella sede che potrà essere compiutamente risolto il problema da lei posto, e in particolare quello delle impronte.
FABIO CALZAVARA. Eurodac è collegato all'Europol?
PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. È evidente che Europol applicherà le normative che, con altro accordo, gli stessi Stati membri si sono dati.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Fei. Ne ha facoltà.
SANDRA FEI. Signor Presidente, proprio in funzione delle parole del sottosegretario, cambio l'attacco del mio intervento. Per chi segue i rapporti, le cooperazioni e le collaborazioni tra gli Stati membri dell'Unione (questione della quale
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Ha facoltà di parlare, in sostituzione del relatore per la maggioranza, il vicepresidente della III Commissione, onorevole Leccese.
Ho fatto questa precisazione anche per puntualizzare che sostituisco il relatore per dovere d'ufficio, mentre, per la verità, sul provvedimento in esame da parte del mio gruppo vi sono non poche perplessità.
Il giudizio politico sui contenuti di questo accordo e sulle norme di esecuzione sarà poi espresso, in sede di dichiarazione di voto, da un rappresentante del mio gruppo.
Detto questo, con onestà e chiarezza, cercherò di svolgere questo difficile compito, illustrando il provvedimento e formulando alcune osservazioni critiche. Il trattato prevede la costituzione di un ufficio europeo, detto Europol, per la cooperazione tra le polizie in materia di lotta al terrorismo, alla droga e ad altre forme di criminalità organizzata. L'istituzione di questo ufficio era prevista già nel Trattato di Maastricht e costituisce una parte significativa del cosiddetto terzo pilastro della costruzione dell'Unione europea. In ragione della grande importanza e del rilievo, anche istituzionale, che la convenzione assume, in Commissione vi è stato (come ricordava anche il collega Calzavara) un vivace dibattito, molto articolato ed approfondito, così come è avvenuto anche nell'altro ramo del Parlamento.
Per la verità, nella nostra Commissione si è molto sottolineato il fatto che non ci fosse stato assegnato tempo sufficiente per affrontare il provvedimento attribuendogli l'importanza che gli spetta. Ripropongo la questione all'Assemblea ed alla Presidenza, non solo come frutto del dibattito che si è svolto in Commissione ma anche perché credo che i presidenti dei gruppi parlamentari, nella formazione del calendario, probabilmente dovrebbero tener conto (a parte le valutazioni politiche) del fatto che non tutte le ratifiche sono uguali: ne esistono infatti alcune non di ordinaria amministrazione, come le ha definite il sottosegretario Fassino, ed altre invece di ordinaria amministrazione, che possono più facilmente essere calendarizzate visto che per la loro discussione non vi è bisogno di avere a disposizione molto tempo.
Parto da un punto fondamentale, su cui si è dibattuto all'interno della Commissione affari esteri e nell'altro ramo del Parlamento: il modo in cui si rende compatibile l'attività dell'ufficio Europol, che ha sostanzialmente un'attività di gestione e trattamento dei dati personali, con l'esigenza di tutela e salvaguardia della privacy. È una questione non di poco conto, in particolare nel nostro paese, che da poco si è dotato di una legge che recepisce sia i contenuti della Convenzione
di Strasburgo, sia le indicazioni formulate dal Parlamento europeo in materia di tutela dei dati personali.
Il dibattito nell'altro ramo del Parlamento si è concentrato soprattutto su questo problema, cioè su come rendere compatibili le due esigenze. Il Senato ha inteso dare una risposta a tale problema modificando le norme di esecuzione della Convenzione ed attribuendo all'ufficio del Garante per la protezione dei dati personali, istituito con la legge n. 675 del 1996 (la cosiddetta authority) le funzioni di attività di controllo nazionale previste dall'articolo 23 della convenzione, che invece, nel testo originario del Governo, era un organo amministrativo all'interno del dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell'interno. L'altro ramo del Parlamento, modificando il testo del Governo, ha inoltre introdotto un sistema sanzionatorio più vigoroso ed efficace: infatti, l'articolo 5, non previsto nell'originario disegno di legge del Governo, colma una lacuna con la previsione di sanzioni penali per i reati di violazione degli obblighi di segretezza e riservatezza imposti dalla convenzione ai dirigenti, agli agenti di Europol, agli ufficiali di collegamento ed agli appartenenti delle forze di polizia in rapporto con l'ufficio (così come tra l'altro chiedeva il collega Calzavara in Commissione). Infine, con l'articolo 6, si è individuato nel Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione e sul funzionamento della Convenzione di applicazione dell'accordo di Schengen il momento parlamentare di controllo ed alta vigilanza sull'attività dell'unità nazionale Europol.
Personalmente, ritengo che questo tipo di soluzione dia una risposta alle perplessità che erano state più volte sollevate nell'altro ramo del Parlamento e che poi sono le stesse che in particolar modo il gruppo politico dei verdi nel Parlamento europeo aveva avanzato durante il dibattito in quella sede. Tali perplessità concernono la scelta di affidare la gestione di questi dati all'attività dei ministri dell'interno dei vari paesi che hanno sottoscritto questa Convenzione, preferendosi anche da parte nostra l'attribuzione di tali compiti ad una personalità super partes, che sia istituzionalmente preposta alla gestione e al trattamento dei dati personali. Quindi, credo che la soluzione individuata al Senato sia equilibrata e al tempo stesso efficace nella risposta alla giusta, legittima domanda di rendere compatibili le esigenze di sicurezza pubblica con la tutela del diritto dei cittadini alla privacy.
Probabilmente, così come si è detto nel dibattito in Commissione, si può essere d'accordo o in disaccordo, si può svolgere altro tipo di valutazione sull'opportunità di attribuire al Comitato Schengen la funzione parlamentare di vigilanza. Ma, rispetto ai contenuti del provvedimento e al dibattito che si è sviluppato intorno ad esso, la discussione se attribuire l'attività parlamentare di vigilanza al Comitato Schengen o ad altra Commissione permanente è del tutto marginale.
Tale questione rientra nelle perplessità che ancora oggi, nonostante le modifiche introdotte dal Senato, permangono da parte del mio gruppo politico e che in fondo sono tutte legate a questo passaggio da un sistema di sicurezza basato sul controllo del territorio, che è il nostro sistema di sicurezza tipico, ad un sistema impostato sul controllo delle persone. Su questo difficile passaggio, a volte anche pericoloso, noi manteniamo le nostre remore, le nostre perplessità, soprattutto in relazione al discorso che facevo prima sul diritto alla privacy, sulla tutela dei dati personali.
L'altra questione sulla quale sorgono perplessità e sulla quale non sono state fornite risposte adeguate attiene allo status giuridico del personale assegnato all'ufficio Europol, in quanto a quel personale si riconosce il sistema di immunità e di prerogative che vengono attribuite ai diplomatici, per cui si costituirebbe un corpo di superpolizia, con prerogative e immunità sproporzionate rispetto alle funzioni, alle mansioni del loro ufficio.
Concludo questa relazione utilizzando le parole dell'onorevole Evangelisti, relatore in Commissione, sull'importanza che la ratifica di questo provvedimento riveste
nel processo di integrazione europea. Questo è un ulteriore tassello verso l'integrazione europea ed è urgente, così come è stato sottolineato dal relatore, che il Parlamento italiano lo ratifichi. Ovviamente, spero che a queste perplessità si possa poi dare una risposta anche in termini di atto di indirizzo da parte del Parlamento. Comunque, resta il fatto che la ratifica di questa convenzione è un ulteriore tassello verso l'integrazione europea. Credo che l'urgenza di ratificare questo provvedimento sia anche legata agli impegni in sede europea che il Governo dovrà assumere nei prossimi giorni, per cui il ministro Napolitano - che ha spinto molto perché la Commissione terminasse in tempi brevi l'esame del provvedimento - vuole partecipare alla riunione dei ministri dell'interno dell'Unione europea portando la ratifica della Convenzione.
Detto questo, come relatore, mi rimetto al giudizio dell'Assemblea e ripeto che le perplessità politiche da parte del mio gruppo parlamentare comunque permangono e saranno espresse da un rappresentante del gruppo cui appartengo.
Purtroppo, ultimamente, questi episodi si stanno ripetendo in Commissione esteri con una frequenza preoccupante; è impensabile e inaccettabile calendarizzare o discutere provvedimenti «coinvolgenti» e pregnanti come quello in oggetto in tempi ristretti e senza la partecipazione dei colleghi. In Commissione esteri eravamo in tre e qui in aula siamo una decina e con tempi assolutamente contestabili! Se non c'è partecipazione, non c'è democrazia e se non c'è democrazia gli atti hanno un valore inferiore anche negli altri organismi e consessi europei, che senz'altro terranno conto di ciò.
Quanto al diritto previsto dal regolamento, voglio farmi carico di questa situazione incresciosa e prendo atto dell'impossibilità di svolgere una relazione immediatamente dopo aver illustrato questo tema in Commissione; mi riservo quindi di consegnare la relazione per iscritto entro la giornata di domani prima del voto, debitamente compilata e con le mie proposte (se il Presidente lo riterrà opportuno si potrà poi fare una discussione).
Colgo poi l'occasione per soffermarmi sui principali punti che metterò a fuoco in maniera più precisa nella mia relazione scritta.
L'importante accordo in oggetto non chiarisce e non specifica i rapporti tra le varie forze di polizia e secondo noi non concede nemmeno mezzi efficaci per una operatività effettiva, immediata, così come richiedono i tempi attuali. Certo, mi rendo conto che questo rappresenta un passo in avanti rispetto alla situazione precedente e quindi se ne comprende, nella generalità del contesto, il contenuto.
Ad esempio, nella normativa ci sono alcune specificazioni che, a nostro avviso, impediscono un corretto funzionamento. Nell'articolo 2 si dice tra l'altro: «(...) purché esistano indizi concreti di una struttura o di un'organizzazione criminale e purché due o più Stati membri siano lesi dalle summenzionate forme di criminalità (...)». A nostro avviso su questo passaggio occorrono due specificazioni. È ovvio che poi l'Europol si occupi di forme e devianze criminose o di crimini perché questo è il suo compito, però la criminalità non ha confini! Conseguentemente sarebbe opportuno sopprimere la seconda parte, in quanto la criminalità in uno Stato rappresenta una situazione di illegalità. Non vediamo per quale motivo si debbano porre limiti o barriere a questa funzionalità che deve essere di ampio respiro.
Vi è poi un altro punto che desidero sottolineare. All'articolo 3, punto 2, è prevista l'elaborazione di relazioni generali sull'andamento dei lavori. Ritengo che questo sia un punto importante per il Parlamento, in quanto è l'unico organismo idoneo per questo tipo di controllo.
Alla luce di altre relazioni generali su altre situazioni uguali o similari, occorre dire che una relazione di carattere generale non è assolutamente sufficiente perché si procede solo per enunciazioni senza entrare nel dettaglio.
Mi rendo senz'altro conto che una relazione dettagliata sarebbe troppo onerosa e pesante, però dobbiamo anche dire che si deve trattare pur sempre di una relazione; ne consegue che il termine «generali» è, a nostro avviso, di troppo in quanto non dà al Parlamento la possibilità di operare un controllo abbastanza efficace. Mi soffermerò su altri aspetti nella relazione scritta.
Una questione che reputo necessario sviscerare nel corso della discussione generale riguarda l'articolo 8, comma 2, che non prevede l'obbligo di identificazione tramite foto, impronte digitali o tramite qualche altro artificio di soggetti che siano responsabili di immigrazione clandestina o di atti di criminalità comune. È un fatto che ci mette in difficoltà perché non dà all'Europol la possibilità di effettuare un confronto per identificare immediatamente tali soggetti. È una mancanza alla quale dovremmo cercare di ovviare, considerato che gli altri sistemi si sono rivelati insufficienti ed inadeguati. Infatti, per un concreto funzionamento di tale struttura è necessario poter identificare con rapidità le persone cui ho fatto riferimento in precedenza.
Chiusa questa parentesi, vorrei dire che il tema della sicurezza dei cittadini in questi anni è divenuto via via una delle
questioni su cui si è maggiormente dibattuto non solo nel paese ma anche in sede europea. Uno degli aspetti cui in sede di Conferenza intergovernativa per la revisione del Trattato di Maastricht è stata dedicata maggiore attenzione è stato quello del terzo pilastro, vale a dire il tema attinente a tutta la problematica della sicurezza dei cittadini. I Governi hanno rivolto una sollecitazione alle istituzioni europee a rafforzare la loro capacità di azione e di iniziativa in modo da dare ai cittadini europei maggiori garanzie sulla loro sicurezza e sulla sicurezza della loro vita quotidiana.
Quindi, questa Convenzione, che tende a far applicare una decisione di grande importanza per quanto attiene al tema della sicurezza, qual è quella attinente all'Europol e a tutto ciò che la costituzione dell'Europol rappresenta, corrisponde ad una forte sensibilità dell'opinione pubblica e dei Governi. Da tale punto di vista una certa celerità nei tempi per approvare finalmente questa Convenzione corrisponde a tale sensibilità ed a tale richiesta. Questa è la prima considerazione che volevo fare.
La seconda considerazione fa riferimento ad alcuni dubbi espressi dall'onorevole Leccese circa il rischio che talune funzioni e talune prerogative siano eccessive. Avendo partecipato, nella mia funzione di sottosegretario, a moltissime riunioni sul tema del «terzo pilastro», il rischio che corriamo in sede europea è esattamente contrario perché sono due le materie sulle quali gli Stati nazionali manifestano una grande gelosia e sono particolarmente attenti a dismettere anche un solo centimetro di sovranità: la politica estera e la sicurezza interna. Alla convenzione Europol si è arrivati sulla base di un negoziato lunghissimo in cui l'atteggiamento di ogni Stato membro non era affatto concessivo né teso a trasferire competenze e funzioni, semmai era volto a limitarle al massimo. Faccio questo importante richiamo perché proprio su questa materia c'è una fortissima gelosia di sovranità degli Stati, per cui il rischio di Europol non è di diventare troppo forte o di essere un istituto che va fuori controllo, bensì quello per cui, nonostante le funzioni riconosciute nei protocolli, la gelosia degli Stati tende a non consentirne il completo dispiegarsi. A mio giudizio, questo rischio non esiste; semmai bisognerà agire affinché tutto ciò che la convenzione prevede possa essere applicato per fugare il rischio contrario.
La terza questione riguarda i sistemi di segnalazione, ricognizione e riconoscimento.
ci occuperemo domani a margine del trattato di Amsterdam), la prima cosa che salta agli occhi è la grande limitazione degli obiettivi importanti affidati all'Europol. Mi auguro che, una volta realizzato, si riesca ad arrivare ad un trasferimento di sovranità, quanto meno relativamente ad alcuni problemi, senza togliere la gestione dei territori ad ognuna delle forze competenti negli Stati membri. Non so se tutti i colleghi ricordano che l'Europol è già in funzione, per cui vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Nel porre alcune questioni circa il recepimento di questa convenzione, vorrei fare riferimento ad alcuni articoli. L'articolo 2, quello che appunto stabilisce il recepimento, così recita: «L'obiettivo dell'Europol è di migliorare (...) l'efficacia dei servizi competenti degli Stati membri e la loro cooperazione (...) purché esistano indizi concreti di una struttura o di un'organizzazione criminale e purché due o più Stati membri siano lesi dalle summenzionate forme di criminalità in modo tale da richiedere, considerate l'ampiezza, la gravità e le conseguenze dei reati, un'azione comune degli Stati membri». Citando tale articolo ho inteso richiamare l'attenzione dei colleghi soprattutto sulla efficacia dei servizi competenti degli Stati membri e la loro cooperazione.
Il comma 3 dell'articolo 3 del testo della Convenzione in esame prevede che l'Europol svolga prioritariamente la funzione: «comunicare senza indugio ai servizi competenti degli Stati membri, attraverso le unità nazionali definite all'articolo 4, le informazioni che li concernono e informarli immediatamente dei collegamenti constatati tra fatti delittuosi;».
L'articolo 4, che è quello che definisce le unità nazionali, al comma 4, così recita: «Le unità nazionali svolgono le seguenti funzioni: 3) tenere aggiornate le informazioni».
L'articolo 14 della Convenzione, che fa riferimento a livello di protezione dei dati personali, così recita testualmente al comma 1: «Per quanto riguarda il trattamento di dati di carattere personali in archivi e nel quadro dell'applicazione della presente convenzione ciascuno Stato membro adotta, al più tardi al momento dell'entrata in vigore di detta convenzione, le disposizioni di diritto interno necessarie per assicurare un livello di protezione dei dati almeno pari a quello derivante dall'applicazione dei principi della convenzione del Consiglio d'Europa del 28 gennaio 1981 (...)».
Dagli articoli che ho citato sorgono due quesiti e due problemi. Il primo, che in qualche modo potrebbe dissipare alcune obiezioni mosse dai colleghi che mi hanno preceduto nella discussione, è legato alla legge sulla privacy. Come ha dichiarato il professore Rodotà nel Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione ed il funzionamento della Convenzione di applicazione dell'accordo di Schengen, la legge sulla privacy è eccessiva e di una pessima interpretazione, nel senso che dà adito ad una tale giurisprudenza per cui la gente non sa più come muoversi! Abbiamo una legge sulla privacy che non è assolutamente adeguata, la quale ha voluto addirittura superare la portata dei requisiti che ci era stato richiesto di introdurre nel testo normativo sia dalla Convenzione di Schengen sia da altre convenzioni legate a tale questione. Non solo, ma tale legge sta bloccando sia il lavoro di polizia sia quello delle aziende, delle imprese anche private. Siamo al blocco totale a causa di una legge che non ha assolutamente alcuna applicazione ed alcuna praticità ed utilità rispetto all'obiettivo che ci si prefiggeva di ottenere. Credo che su tale argomento il Parlamento ogni tanto dovrebbe cercare di riflettere e di approfondire maggiormente le questioni; si verifica, infatti, che o siamo in ritardo, oppure cerchiamo sempre di «sorpassare» le richieste che ci vengono avanzate.
Il secondo quesito-problema che volevo sollevare riguarda l'organizzazione dei rapporti e della comunicazione tra le nostre stesse forze di polizia. Ricordo infatti che in Italia esistono la Guardia di finanza, la Polizia di Stato e l'Arma dei carabinieri le quali non sono ancora ben collegate tra di loro e ben informate dei collegamenti con il sistema di Schengen, con il SIS, con il SIRENE e così via
(Europol incluso), i quali usano ogni tanto l'Europol allo stesso modo dell'Interpol, cioè giusto per ottenere qualche informazione «eventuale», che li porta a porsi il quesito: «Vediamo se lì ci dicono qualcosa». Tra tali organismi quindi non esistono correlazioni. Ciò porta a sollevare un altro gravissimo problema, che coinvolge tra l'altro nuovamente il dibattito sulla giustizia: quello che è il lavoro dei nostri nuclei operativi o investigativi dipende non dai corpi di loro appartenenza, bensì da un giudice. Essi non hanno quindi alcuna libertà di movimento. Vorrei capire come riusciremo, nel nostro attuale sistema di polizia, ad attuare il contenuto del provvedimento. Siamo con le mani bloccate, in una situazione in cui è assolutamente impossibile applicare nel modo corretto ciò che ci viene richiesto.
Vorrei veramente sapere quali siano l'impegno e la volontà da parte del Governo, come peraltro è richiesto in uno degli ultimi articoli di questa stessa Convenzione, di adeguarsi velocemente alle richieste relative al nostro sistema di operatività della polizia, in modo tale da poter arrivare finalmente ad essere operativi nel nostro paese e di attuare gli impegni che abbiamo assunto con la Convenzione.
Prendo atto che il relatore ed il rappresentante del Governo rinunziano alla replica.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.


