Seduta n. 327 del 17/3/1998

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Comunicazioni del Governo in materia di politica estera.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: Comunicazioni del Governo in materia di politica estera.
Ha chiesto di parlare il ministro degli affari esteri. Ne ha facoltà.

LAMBERTO DINI, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli deputati, il Governo italiano sottopone al giudizio del Parlamento il trattato di Amsterdam ed i protocolli per l'adesione all'Alleanza atlantica di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, documenti che toccano ambedue le dimensioni fondamentali della nostra politica estera.
La crisi irachena ha appena doppiato il suo passaggio più pericoloso; incoraggianti aperture si manifestano in altri paesi del Golfo. Ma il processo di pace segna il passo in Medio Oriente e nuove nubi si addensano sui Balcani. Tutto questo allorché l'idea della globalizzazione attenua ovunque i vincoli statali a vantaggio di un mondo unificato dai mercati e dalle comunicazioni di massa.
Il nostro dibattito non soltanto vorrebbe essere una necessaria premessa del giudizio di ratifica ma anche un momento del più ampio confronto, dentro e fuori il Parlamento, sul ruolo del nostro paese nel mondo, sui valori e sugli interessi da difendere, sui mezzi per dar forza alla pace e al diritto che vogliamo contribuire ad instaurare. Constatiamo infatti una rinnovata attenzione, giudizi spesso lusinghieri circa il ritrovato spessore, la più netta visibilità della nostra azione internazionale.


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L'Europa resta l'unità di misura maggiore della nostra credibilità. Il trattato di Amsterdam è solo la tappa più recente lungo il cammino, tutt'altro che concluso, dell'integrazione. Il Governo ha in passato esposto i progressi che esso racchiude, ma anche le condizioni che non hanno consentito di coronare interamente le nostre ambizioni. Ancora una volta, tuttavia, il processo di unificazione ha davvero qualcosa di miracoloso, se si pensa che esso ha come protagonisti stati nazionali con secoli e millenni di storia alle spalle, con le loro lingue, costumi e memorie.
Dopo Amsterdam il Governo dell'Europa si consolida. Si rafforzano le regole di mercato soggette al controllo dell'autorità europea per la concorrenza.
Si rafforzano le istituzioni legislative, che vedono la maggioranza della produzione normativa in materia economica attribuita ormai a Parlamento e Consiglio in condizioni di parità.
Si rafforzano le procedure finanziarie che, ancora più dopo il patto di stabilità, debbono osservare stringenti parametri di rigore e sostenibilità, sorveglianze multilaterali e sanzioni meglio definite in caso di inadempimento.
Si rafforzano i meccanismi giudiziari, che il trattato di Amsterdam trasferisce in parte nella sfera comunitaria, mentre i sistemi degli Stati membri avranno nella Corte di giustizia di Lussemburgo l'organo di chiusura anche nei confronti della giurisdizione costituzionale. Il trattato di Amsterdam afferma infatti per la prima volta con chiarezza il primato del diritto comunitario su quello nazionale.
Si rafforza infine la cittadinanza, che il nuovo trattato definisce più chiaramente fattore duale, nazionale e dell'Unione, in un rapporto di reciproco completamento.
Il Governo italiano ha già ripreso a guardare avanti, a nuovi traguardi. Essi possono, secondo gli interessi nazionali, così definirsi: il consolidamento di un nucleo duro, che intorno alla moneta assume già caratteri federali; la definizione dei confini istituzionali dell'Unione; l'allargamento dei suoi limiti geografici, che si iscrivono ora per la prima volta entro un orizzonte continentale.
Ci avviamo verso la più grande rivoluzione monetaria dopo gli accordi di Bretton Woods ed essa è, questa volta, una rivoluzione solo europea. L'attesa è che la moneta unica porti con sé benessere, sviluppo, stabilità sociale e contribuisca all'affermazione dell'Europa e dei suoi valori nel mondo. Non riteniamo, a questo stadio, che si possa tornare a mettere in dubbio iter e numero dei partecipanti, anche se talvolta la ricerca di sempre nuove certificazioni sembra esprimere il desiderio di liberarsi almeno in parte delle proprie responsabilità.
Della moneta occorrerà ben presto definire gli organi di gestione. Il Governo ritiene che ci si debba anzitutto attenere al trattato. Trattato che non necessariamente pone al vertice della Banca centrale europea un banchiere centrale nazionale, ma prevede, invece, un mandato di otto anni non divisibile. Il Governo si adopererà comunque perché l'Italia sia adeguatamente rappresentata negli organi direttivi della nuova istituzione.
La disoccupazione resta la sfida più angosciosa. Da una adeguata risposta europea dipendono anche sostenibilità e durevolezza dei patti che sono alla base dell'unione monetaria, e dipenderà il consenso sociale necessario al loro mantenimento.
Il traguardo più immediato, già contenuto nel trattato di Amsterdam e rafforzato con la costituzione dell'Euro x è il miglior coordinamento delle politiche economiche. Attraverso esso si potrà realizzare un diverso contratto sociale con i nostri cittadini, per integrare la massa insostenibile degli esclusi, per facilitare la nuova imprenditorialità dei singoli. Il Consiglio Euro x, pur nella sua informalità, non è dunque una maschera senza volto. Il modello europeo si basa altresì sul coinvolgimento delle parti sociali nel governo dell'economia. Le esigenze di flessibilità non riguardano solo il mercato del lavoro, ma l'insieme delle strutture produttive

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e vanno soddisfatte attraverso la concertazione e non la deregolazione selvaggia.
I limiti istituzionali di una Unione priva di una testa politica e di un braccio armato credibili sono fin troppo visibili. È vero, la moneta è il risultato di una concezione alta della politica; ma il completamento del disegno istituzionale, l'autonomia della politica dal mercato, è ancora di là da venire. Abbiamo ribadito, all'atto della firma del nuovo trattato, che non è possibile gestire una comunità a venti sulla base di meccanismi istituzionali concepiti per una Europa a sei e che già fanno fatica a governare l'Europa a quindici. Un deficit istituzionale può creare alla politica imbarazzi ben più seri del pur potentissimo mercato. Stiamo già riflettendo sui tempi, i contenuti, gli strumenti giuridici del prossimo avanzamento. Il cantiere istituzionale potrebbe riaprirsi subito dopo l'entrata in vigore della moneta unica, non necessariamente attraverso una nuova conferenza intergovernativa, per rivedere la composizione della Commissione, il voto a maggioranza e la sua ponderazione in Consiglio. Penso soprattutto al processo decisionale in settori chiave quali la fiscalità e le relazioni economiche esterne.
Occorrerà poi tornare sulla politica estera dove diversità di tradizioni, di cultura, specificità nazionali impediscono, si è visto anche nella crisi irachena, un'azione incisiva dell'Europa. Ma senza un'Europa che parli con una voce sola, forte non solo delle sue alleanze ma anche di una nuova unità nella diversità, il mondo multipolare del prossimo secolo sarà altrettanto instabile di quello del secolo che si estingue. Costruita la moneta, è questa, accanto all'occupazione, la sfida più grande. Lo è soprattutto per l'Italia, che non ha mai visto l'integrazione come una unione doganale, un'alleanza neomercantile di privilegiati, una soluzione pragmatica ed empirica per i dilemmi economici quotidiani.
Quali risorse sosterranno l'Unione sulla soglia di traguardi così ambiziosi? Come andranno distribuiti oneri e benefici, in una comunità di Stati in rapida trasformazione? Come ripartire i costi per accogliere l'altra Europa, per riconquistare l'oriente come il sud del nostro continente?
Il confronto tra i paesi membri su quella che convenzionalmente si chiama l'Agenda 2000 è appena cominciato. Entrerà nel vivo contemporaneamente all'avvio della moneta unica. Il negoziato tra i paesi membri ruota intorno a tre quesiti: l'ammontare delle risorse; la riqualificazione e distribuzione dei fondi strutturali; la revisione della politica agricola comune.
Il Governo, attraverso consultazioni che hanno coinvolto ampi settori, non solo della politica ma anche della società civile, è intento a definire gli interessi prioritari del nostro paese. Tanto più che la discussione con i nostri partner diverrà più serrata dopo la pubblicazione, nel corso di questo mese, dei documenti della Commissione sull'Agenda 2000.
Nelle risorse sembra irrealistico puntare oltre il volume attuale pari all'1,27 per cento del prodotto interno lordo dei paesi membri. Il trattato di Amsterdam, rispetto a quello di Maastricht, ha allargato appena le nuove politiche. Una conduzione razionale della spesa sta già consentendo margini di manovra entro i limiti dei bilanci attuali. La sussidiarietà, codificata con nuova autorevolezza dal trattato di Amsterdam, rimanda alla responsabilità degli Stati. La moneta unica impone una finanza virtuosa. Tutto questo, inclusa la nostra condizione di paese contributore netto, ci induce a ritenere che non occorra espandere l'ammontare dei mezzi finanziari, tanto più in una congiuntura di crescita economica. È piuttosto l'utilizzazione delle risorse che va rivista. Con questo vengo ai due punti successivi dell'Agenda 2000, i fondi strutturali e la politica agricola comune.
I fondi strutturali sono sempre stati il fattore di solidarietà e di coesione che ha reso accettabili ed irrevocabili i trasferimenti di sovranità in una comunità vasta ed eterogenea. I fondi saranno ancor più necessari in una Unione che estende numero e diversità dei suoi membri. Ma

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che li priva, per correggere gli scompensi sul proprio territorio, degli strumenti della politica monetaria e racchiude quelli di bilancio e fiscali entro i parametri della finanza virtuosa.
Ci adopereremo dunque perché lo strumento dei fondi strutturali non venga eroso, pur in un quadro di razionalizzazione. La loro concentrazione, la riduzione delle chiavi di ripartizione non dovrà lasciare sguarnite le nostre regioni più vulnerabili di fronte all'accresciuta concorrenzialità di una economia su scala continentale nel segno dell'euro.
La politica agricola comune è destinata a restare, anche sulla soglia del nuovo secolo, il principale capitolo di bilancio dell'Unione. Lo giustificano le molteplici finalità della spesa: non solo di tutela dei redditi degli agricoltori, ma anche ambientali, di protezione del consumatore, di un habitat che è anche parte della nostra storia. Basta pensare ai prodotti del Mediterraneo, a ciò che il Mediterraneo rappresenta, come luogo geografico, come spazio dello scambio e delle emigrazioni, come punto di convergenza di economie e di culture diverse.
Due le finalità principali che il Governo si pone nella politica agricola: da un lato, un riequilibrio della spesa a favore dei prodotti mediterranei; dall'altro, un avvicinamento ai criteri di mercato, indispensabile nell'era dell'economia globale e alla vigilia di un negoziato multilaterale, nell'ambito dell'Organizzazione per il commercio mondiale, destinato a ridurre la specificità regionale dell'Unione.
Dunque, dopo Amsterdam tre sono gli obiettivi: il consolidamento di un ponte di comando intorno all'euro, secondo un concetto di flessibilità che il trattato codifica per la prima volta; la riapertura del capitolo istituzionale; lo spostamento, infine, dei confini dell'Europa. A Londra la settimana scorsa è stato avviato un disegno su scala continentale. Forse non tutti hanno colto il grande passo che l'Europa si accinge a compiere, varcando il vecchio limes della cortina di ferro. Dalla Dalmazia alla costa lituana, da Stettino a Trieste, avrebbe detto Churchill, c'è una linea segnata da fortezze, città strategiche, incroci storici. Essa è stata per secoli il punto di incontro di germani e slavi, turchi ed austriaci, cattolici ed ortodossi. Al di qua di quella linea l'Europa è tale, al di là sembra sempre sul punto di esserlo.
Lungo il confine, l'allargamento dell'Unione e quello dell'Alleanza atlantica, oggi al vaglio del Parlamento, si sovrappongono. Ad est di quella linea l'Europa è stata più spesso delusa. Il ministro degli esteri polacco, Geremek, storico insigne, ci ricordava, all'atto della firma del protocollo di accesso alla NATO, come quasi mai, in passato, gli atti internazionali fossero stati benevoli verso il paese.
Sappiamo che l'allargamento dell'Unione europea è un processo lungo e complesso, legato all'esame rigoroso e impietoso di quelle economie. Mentre l'adesione all'Alleanza atlantica, strutturalmente più semplice, si lega tuttavia alle capacità di questi paesi di contribuire essi stessi alla stabilità. Un apporto che presume ordinamenti interni nei quali il potere militare sia subordinato rigorosamente a quello civile e un atteggiamento verso l'esterno che lasci cadere ambizioni territoriali, mire egemoniche.
Allargamento dell'Unione europea e della NATO, pur diversi nei ritmi, concorrono dunque ambedue ad un disegno di stabilizzazione. Sono la soluzione di un problema storico. Il rigore della contabilità comunitaria non ci impedisce di cogliere l'immenso significato morale dell'estensione dell'Unione.
L'Europa centrale era stata spesso delusa dall'Occidente. I rivoluzionari polacchi del 1830 o, nel secolo successivo, gli accordi di Monaco; l'insurrezione del ghetto di Varsavia del 1944; la rivolta ceca del 1945 in attesa dei carri armati di Patton; il pathos dei messaggi della radio ungherese nel 1956; l'appello all'aiuto della Bosnia nel 1995. Questi paesi hanno sempre oscillato tra la dipendenza da uno dei grandi Stati vicini o la loro spartizione. Dopo Versailles, il loro modello protettore era stato la Francia; dopo il 1932, la Germania; dopo il 1944, la

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Russia. Ora la loro protezione, se così si può dire, sarà assicurata dall'Unione europea e dall'Alleanza atlantica. Tutti i sacrifici che essi fanno per riordinare le loro economie sono nel nome dell'Unione europea. Se l'Unione li rifiutasse, le conseguenze sarebbero devastanti.
L'integrazione si era mossa sinora entro i limiti di paesi comunque legati da una più lunga consuetudine di stabilità e di benessere a partire dal nucleo originario dell'Europa carolingia. Ci tocca ora includere l'altra metà del continente. L'Unione corrisponde così alla storia dell'Europa, iscritta in uno spazio a geometria variabile, nel senso che le sue stesse frontiere, esterne e interne, si delineano e si cancellano attraverso successive inclusioni o esclusioni di popoli e paesi.
Di questo disegno l'Italia ha sempre sostenuto che la Turchia dovrebbe essere parte integrante. Purtroppo la Turchia non era presente a Londra la settimana scorsa, all'avvio del processo. Tutto il nostro impegno sarà rivolto a far sì che essa possa aderire quanto prima alla Conferenza di allargamento. Che possa essere coinvolta in una collaborazione bilaterale molto stretta con l'Unione, nel segno di una strategia di preadesione commisurata a quel paese, che ne rafforzi e non ne deluda le attese.
Vanificheremmo tutto il nostro sforzo di stabilizzazione se, a misura che si estende il perimetro dell'Alleanza e dell'Unione, crescessero al di là di esso frantumazione e distacco dall'Europa. Penso soprattutto alla Russia; alla sua estensione bicontinentale; alla sua corsa verso la democrazia ed il mercato; al contributo che essa sta dando alla stabilità di una regione, anche a ridosso del nostro paese, come nei Balcani. Dopo la rottura dell'ordine di ieri, nessun interesse geostrategico dell'Italia è maggiore del recupero della Russia agli equilibri e alle istituzioni comuni, anche attraverso un partenariato bilaterale rafforzato tra i nostri Governi, le nostre economie, le nostre società. Di questa nostra priorità si ha a Mosca, dove mi recherò anche all'inizio del mese prossimo, una sicura percezione. Ne abbiamo avuto ennesima conferma dalla visita del Presidente Eltsin a Roma dal 9 all'11 febbraio, dal numero e dalla dimensione degli impegni reciproci assunti in quell'occasione. Essi sono destinati a dare straordinario spessore ai nostri rapporti, ben dentro la soglia del secolo che sta per cominciare.
Ho ricordato un momento fa l'appello della Bosnia all'Europa nel 1995. La ex Iugoslavia è l'esempio di un'area che è sfuggita appunto al processo di stabilizzazione legato al doppio allargamento della NATO e dell'Unione europea. Si conferma la natura essenzialmente «vulcanica» del sottosuolo europeo, in assenza di una sua reintegrazione con l'Occidente.
Nei Balcani, la comunità internazionale ha intrapreso uno sforzo per arginare la disgregazione ed avviare la ricomposizione del tessuto degli Stati. In Albania l'Italia si è assunta la responsabilità maggiore, con risultati che tutti hanno apprezzato, anche se il punto di arrivo è ancora distante. Si continuerà a richiedere ancora un impegno forte, nostro ed altrui.
In Bosnia la pacifica convivenza, codificata a Dayton, nell'ambito di istituzioni unitarie ancora in parte da costruire, entra nell'anno decisivo. Abbiamo voluto concorrervi non solo con la forza militare, che in misura non inferiore, continuerà, anche dopo il giugno prossimo, a presidiare un ordine sociale sempre fragile, ma anche con un unità di polizia aggiuntive, atte a favorire il ritorno dei rifugiati ed il radicamento di strutture comuni ancora embrionali. Le elezioni generali di settembre costituiranno in Bosnia l'appuntamento più importante. Solo allora potremo misurare il tempo che ancora ci resta perché divenga superflua, nel disegno di stabilizzazione, un'ulteriore presenza internazionale.
Potrebbe rivelarsi non estranea a questo giudizio la situazione nel Kossovo. Si sono moltiplicate nei giorni scorsi le iniziative internazionali per evitare che la crisi debordi fino ad innescare squilibri irreversibili. Di tutte queste iniziative, nel gruppo di contatto, nella Conferenza di Londra, nell'Unione europea, l'Italia è

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stata parte attiva. Abbiamo dialogato intensamente con Belgrado come con Pristina. La nostra posizione è sempre stata chiara. Innegabile è la responsabilità della Serbia per aver rifiutato di restituire alla comunità albanese del Kossovo il grado di autonomia che nell'Europa di oggi è necessario. Tanto più che nei Balcani riemerge la memoria di guerre e tensioni lontane assopite da decenni o addirittura da secoli, vi prevalgono le ragioni del particolarismo più chiuso ed esclusivo invece che della cooperazione e dell'integrazione.
Per indurre Belgrado ad un comportamento più ragionevole sono state aggiunte o minacciate dal gruppo di contatto nuove sanzioni che ne accentuerebbero l'isolamento, ma sono stati anche prospettati incentivi per il ricongiungimento della Iugoslavia nella comunità internazionale.
Alla comunità albanese dobbiamo invece ricordare, e l'Unione lo ha ancora ribadito a Edimburgo sabato scorso, che la via dell'indipendenza è impraticabile: sboccherebbe in nuovi conflitti e vanificherebbe ogni tentativo di compromesso. Lungo il difficile crinale di un'ampia autonomia, a partire da quella scolastica che la comunità di Sant'Egidio sta faticosamente negoziando, occorrerà ricostruire i rapporti tra il centro e la periferia. Continueremo a lavorare in quella direzione, insieme ai partner e agli alleati, a cominciare dalla nuova riunione ministeriale del gruppo di contatto che si terrà il 25 marzo a Bonn.
Le vicende dell'Europa si intrecciano sempre più con quelle di altri continenti, le ragioni della pace con la crescita economica, i diritti umani con gli approvvigionamenti energetici. In nessun'altra regione, come nel Golfo, tutto questo è oggi particolarmente e pericolosamente visibile e a ricordarcelo ha provveduto la cronaca politica dei giorni scorsi.
Non starò a ripercorrere le tappe della crisi irachena, ma cercherò piuttosto di trarne indicazioni e conferme per le nostre scelte, che sono state ispirate, sin dall'inizio, a principi non ambigui. Abbiamo voluto contribuire ad ottenere da Bagdad l'osservanza delle risoluzioni delle Nazioni Unite per tagliare alle radici la proliferazione degli strumenti di distruzione di massa. Lo abbiamo fatto attraverso la via diplomatica sorretta dalla possibilità dell'uso della forza; forza che presuppone un costante collegamento tra partner e alleati vecchi e nuovi, ma soprattutto con il principale di essi, gli Stati Uniti, detentori, come ha ricordato il Presidente Clinton, del «potere indispensabile».
La crisi irachena, che comporta una pressione permanente su Saddam Hussein, ha confermato quanto ricordava nei giorni scorsi il primo ministro britannico Tony Blair, vale a dire che «il modo migliore di servirsi della forza è di mostrarla, al fine di non doverla poi usare».
Gli avvenimenti del Golfo sono un altro di quei passaggi sui quali è opportuno riflettere per evitare false percezioni e giudizi unilaterali come quelli di chi, appunto, vorrebbe una diplomazia moralmente neutrale, sprovvista degli strumenti che la rendono credibile. Non è questa la nostra scelta, bensì quella riassunta nelle parole del Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, secondo il quale «la diplomazia può far molto, ma si può fare molto di più con la diplomazia sorretta dalla fermezza e anche dalla forza».
Sul versante opposto, abbiamo registrato sorpresa e anche riprovazione di fronte ad un invito a Kofi Annan a recarsi a Bagdad, indirizzato congiuntamente dal Presidente del Consiglio Prodi e dal Presidente russo Eltsin, quasi che ogni politica che non ricalchi, o non sembri ricalcare esattamente quella degli Stati Uniti possa essere un tradimento delle nostre alleanze, una negazione della fedeltà atlantica, che in realtà è lealtà atlantica; lealtà che comprende la rete di infrastrutture per la comune difesa, la sostanza stessa della struttura integrata.
Anche la tragica sciagura dei giorni scorsi a Cermis non ha certo oscurato la relazione strategica dell'Italia con gli Stati Uniti. Sull'episodio doloroso, sulle colpe e sulle responsabilità stanno indagando giudici

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italiani ed americani. Non dobbiamo sorprenderci che gli Stati Uniti chiedano la giurisdizione in base agli accordi esistenti. Le loro autorità vorranno comunque portare avanti il processo ai responsabili con la massima severità. Molto probabilmente i piloti saranno portati davanti alla corte marziale dato che la loro responsabilità non è messa in dubbio sulla base degli accertamenti fatti dalle stesse autorità americane.
La strategia verso l'Iraq è basata sul contenimento delle ambizioni minacciose di Saddam. Mantenendo vivi la sorveglianza e gli strumenti di possibile intervento, ma anche normalizzando le relazioni con i paesi vicini. Il mio viaggio in Iran l'1 e il 2 marzo ha raccolto larghi consensi, non solo nell'Unione ma anche dagli Stati Uniti, come dettomi espressamente dal segretario di Stato signora Albright nella sua visita a Roma del 7 marzo scorso. Abbiamo voluto verificare le aperture della nuova dirigenza iraniana, la volontà, più volte espressa, di dialogo, anche culturale, e di ripresa della collaborazione politica, economica, commerciale. Sono intenzioni che vanno misurate alla prova dei fatti, ma che non possono essere lasciate senza risposta. Vedremo di dar loro, anche sul piano bilaterale, un contenuto preciso, attraverso i progetti bilaterali che la mia missione a Teheran ha consentito di avviare.
Gli equilibri del Golfo rimandano anche alla pace in Medio Oriente, tuttora in una fase di stallo, gravida di pericoli ed incertezze. L'Unione europea cerca di coadiuvare gli Stati Uniti per ricondurre le parti al dialogo. Ancora a Edimburgo, sabato scorso, l'Unione ha convenuto che occorre utilizzare meglio, con Israele e le autorità palestinesi, la leva dei rapporti e degli aiuti economici per far avanzare il processo di pace, per indurre le parti a risolvere i nodi che tengono in ostaggio il negoziato. Il presidente di turno, il collega britannico Robin Cook, sta per recarsi in Medio Oriente per rilanciare il confronto diretto che, attraverso l'applicazione degli accordi di Oslo, possa condurre allo status definitivo.
Per parte nostra abbiamo ritenuto di dover contribuire al rilancio del processo di Barcellona attraverso la convocazione a Palermo, il 3 e 4 giugno prossimi, di una conferenza ministeriale per riesaminare lo stato della cooperazione in materia politica, economica e culturale tra le due sponde del Mediterraneo.
Signor Presidente, onorevoli parlamentari, mi sono limitato ad evocare le questioni che investono oggi il Parlamento per le procedure di ratifica, nonché le situazioni di crisi più immediate. Ma la politica estera italiana ha un orizzonte molto più vasto. In Africa dove, come dettomi nella mia visita di metà gennaio del successore designato di Mandela, Mbeki, una nuova generazione di leader si affaccia alle responsabilità della politica. In America Latina, dove nuovi strumenti, come quello che stiamo ridiscutendo con l'Argentina a partire dalla mia visita del 17 febbraio, porranno su basi aggiornate le relazioni bilaterali. In Asia, dove l'ascesa della Cina comporta per noi un impegno poliedrico, in molteplici campi, ben riassunto dall'esposizione del sistema Italia che io stesso ho inaugurato a Pechino il 25 novembre scorso.
Ma stiamo attenti anche ad altri fronti, ad esempio ai diritti dell'uomo. Un grande appuntamento sarà offerto dalla Conferenza, prevista a Roma nel giugno prossimo, per la creazione, nell'ambito delle Nazioni Unite, di un tribunale penale internazionale.
Nessun tema infine, come la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, traduce l'esigenza per il nostro paese di salvaguardare i propri interessi, anche quando essi non coincidono con quelli dei nostri principali alleati. Anche qui dovremo continuare a perseguire con coerenza, ma anche con flessibilità, gli obiettivi che da tempo abbiamo definito irrinunciabili.
La politica estera è spesso, più che azione, reazione ad iniziative degli altri poiché, secondo John Maynard Keynes, «l'inevitabile non accade mai; l'inatteso sempre». Ma la politica estera, per essere efficace, necessita di una coerenza del

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disegno generale che preceda gli avvenimenti. Per questo non mi sono limitato ad evocare i fatti, ma anche i valori, i principi, gli interessi che sorreggono la nostra azione. Essi sono la nostra forza, su di essi confidiamo nel sostegno del Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi di rinnovamento italiano, dei popolari e democratici-l'Ulivo e dei democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. La ringrazio, signor ministro degli esteri.
Ricordo che la discussione sulle comunicazioni del Governo in materia di politica estera avrà luogo nella seduta di domani.
Sospendo la seduta, che riprenderà alle 11 con immediate votazioni.


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