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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 gennaio 1998, n. 6, recante ulteriori interventi urgenti in favore delle zone terremotate delle regioni Marche e Umbria e di altre zone colpite da eventi calamitosi.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
SAURO TURRONI, Relatore. Signor Presidente, colleghi, il provvedimento oggi in discussione, recante interventi urgenti in favore delle zone terremotate e di altre zone colpite da eventi calamitosi, rappresenta ormai un rito, nel senso che molto spesso, in modo ricorrente, il Parlamento
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
FRANCO BARBERI, Sottosegretario di Stato per l'interno. Mi riservo di intervenire in sede di replica, signor Presidente.
PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Romano Carratelli. Ne ha facoltà.
DOMENICO ROMANO CARRATELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, noi intendiamo favorire al massimo la conversione in legge del decreto in esame entro i termini previsti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giannattasio. Ne ha facoltà.
PIETRO GIANNATTASIO. Signor Presidente, oggi è il 23 marzo, sono trascorsi sei mesi dal sisma che ha colpito le Marche e l'Umbria, e ci viene presentato alla Camera dei deputati questo disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 6 del 30 gennaio 1998 che, come ha osservato il relatore, è stato trattenuto per quarantacinque giorni al Senato, per cui, prima della scadenza, abbiamo solo sette giorni per discuterlo. Sembra quasi che un grande orecchio, ascoltando e notando i ritardi dell'attività legislativa ci solleciti con un'ennesima scossa tellurica di fine settimana, mentre il sottosegretario Barberi continua a dire che lo sciame sismico è ormai al termine. Beato lui! Forse le deduzioni logiche dovrebbero essere diverse: la prima è quella, a fini scaramantici, di scongiurare il sottosegretario di tacere; la seconda, di non condizionare le decisioni legislative allo sciame sismico (il Parlamento non ha ancora acquisito il potere di bloccare i terremoti!).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Galdelli. Ne ha facoltà.
PRIMO GALDELLI. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi, la crisi sismica iniziata il 26 settembre ha prodotto gravissime ripercussioni sul tessuto sociale, economico, ambientale e storico-artistico nei territori delle regioni Marche e Umbria, provocando perdite di vite umane ed effetti pregiudizievoli rilevanti, particolarmente acuti dal protrarsi nel tempo degli eventi sismici. Si sono infatti registrate oltre 3.300 scosse, dieci delle quali con intensità all'epicentro superiori al sesto grado della scala Mercalli. Peraltro, il terremoto si era fermato, ma negli ultimi giorni ci ha ricordato la sua esistenza.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Conti. Ne ha facoltà.
GIULIO CONTI. Signor Presidente, egregi colleghi, a nome del gruppo di alleanza nazionale prendo atto della richiesta di non presentare emendamenti sul decreto in esame, che è stato modificato nell'altro ramo del Parlamento. Come partito di opposizione siamo in difficoltà per questa richiesta, anche in considerazione dei tempi molto ristretti che alla Camera sono stati riservati per la discussione e la possibilità di apportare modifiche migliorative. Su questo aspetto assumeremo le nostre determinazioni prima della votazione finale del disegno di legge.
PRESIDENTE. Onorevole Conti, mentre parlava mi faceva venire in mente Carducci: «O bella ai suoi bei dì, Rocca Paolina»!
LUIGI GIACCO. Signor Presidente, colleghi, il giudizio positivo che diamo sul modo con il quale il Governo ha seguito le vicende del terremoto dell'Umbria e delle Marche è dovuto al fatto che si è affrontata la situazione, direi, con la massima attenzione ed in stretta collaborazione con le amministrazioni locali, le associazioni di volontariato, i vigili del fuoco, le Forze armate e tutto il personale dipendente delle varie amministrazioni e della protezione civile. Questo ha permesso di rassicurare le popolazioni ed ha rafforzato la volontà e la determinazione delle stesse per la ripresa.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Oreste Rossi. Ne ha facoltà.
ORESTE ROSSI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi abbiamo all'esame dell'aula la conversione del decreto-legge 30 gennaio 1998, n. 6, recante ulteriori interventi urgenti in favore delle zone terremotate delle regioni Marche e Umbria e di altre zone colpite da eventi calamitosi, così come modificato in modo anche significativo dal Senato.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Avverto che la Commissione VIII (Ambiente) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Turroni, ha facoltà di svolgere la sua relazione.
si trova ad occuparsi di eventi calamitosi e di interventi per la riparazione dei danni. Colgo quindi ancora una volta l'occasione per dire che sarebbe necessario fare programmi ed attuare interventi di prevenzione, dedicando ad essi adeguate risorse, piuttosto che inseguire i disastri una volta che si sono verificati.
La prevenzione non è fatta solo di interventi, ma anche di conoscenze tecniche. Troppo spesso - lo abbiamo visto anche per il terremoto in Umbria e nelle Marche - l'applicazione meccanica di norme dà risultati che si possono definire eufemisticamente non soddisfacenti. La prevenzione è fatta di controlli, ma - al contrario - si tende ad eliminarli del tutto. Si trovano infatti all'attenzione del Parlamento numerosi provvedimenti che vanno in questa direzione; vengono avanzate da molte parti proposte affinché il sistema dei controlli sia soppresso. Sappiamo invece - proprio perché ci occupiamo molto spesso del problema - che i controlli sono garanzia di sicurezza: se non avvengono in modo burocratico, garantiscono sia i cittadini sia i loro beni.
La prevenzione è fatta anche di informazione e di conoscenza per i cittadini. Ancora in questi giorni, quando il terremoto è tornato a scuotere l'Umbria e le Marche, sono cresciute nella popolazione grandi preoccupazioni: i cittadini, scossi da una serie di eventi che durano ormai da molti mesi, hanno paura. Ma è necessario che il nostro paese, sottoposto a rischi di molti tipi, compia grandi passi in avanti per garantire adeguati livelli di conoscenza e di informazione, affinché tutti i cittadini conoscano gli eventi a cui sono sottoposti e sappiano reagire ancor meglio di quanto non stia accadendo nelle presenti circostanze.
La prevenzione, signor Presidente, è fatta - ancora di più - dall'ordinaria e corretta gestione del territorio. Ma le semplificazioni e le procedure di deregulation - che sono costantemente sottoposte alla nostra attenzione e vengono richieste da tutti i settori del mondo produttivo e spesso anche dalla pubblica amministrazione - vanno ancora in altra direzione.
Potrei dire sconsolato che occorre riflettere su tutto ciò. Ma lo sappiamo: non appena si spengono i riflettori oppure la luce diminuisce un attimo di intensità, si continua allegramente per la vecchia strada. Temo che questo ci porterà a doverci occupare ancora altre volte, come oggi, di provvedimenti che riguardano la riparazione dei danni dopo che i disastri si sono verificati.
Ho voluto richiamare queste considerazioni in via preliminare rispetto all'esame del provvedimento in discussione perché credo sia compito di chi raccoglie il comune sentire di tutti i colleghi che si stanno occupando della questione (così come emerso nel dibattito che si è sviluppato nella Commissione di competenza). Ritengo che su una questione di così grande portata sia opportuna una riflessione profonda. Abbiamo calcolato che negli ultimi sono stati destinati ai terremoti 150 mila miliardi, ma altre decine di migliaia di miliardi sono servite a fronteggiare i danni causati dalle alluvioni. È una riflessione, questa, che ci deve preoccupare, perché allora non esiste solamente il debito pubblico che stiamo combattendo con le misure che si stanno adottando per entrare in Europa, ma esiste anche un altro debito pubblico, derivante dall'inadeguatezza del sistema fisico del nostro paese a sopportare i rischi cui la natura, le caratteristiche del suolo, le caratteristiche degli edifici e gli interventi dell'uomo lo sottopongono.
Venendo ora al decreto alla nostra attenzione, signor Presidente, devo rilevare come il Senato abbia impiegato ben 45 giorni su 60 per esaminarlo ed abbia, sostanzialmente, sottratto alla Camera la possibilità di intervenire sul provvedimento, lasciando a noi, quindi, solo il compito di convertirlo così com'è, perché non possiamo permetterci in alcun modo, dopo la sentenza della Corte costituzionale, di pregiudicare gli interventi di ricostruzione che questo provvedimento prevede. È una questione che dovrà essere
esaminata, ritengo, da parte delle Presidenze delle due Camere e dello stesso Governo, perché non si può accettare, credo, che attraverso i decreti-legge si realizzi in maniera surrettizia una riforma del sistema bicamerale che ancora oggi vige nel nostro ordinamento costituzionale. La Camera ha il diritto, al pari del Senato, di esaminare i decreti-legge e di poter intervenire su di essi per emendarli e migliorarli.
Nella relazione che ho svolto in Commissione ho indicato diverse perplessità rispetto ai contenuti del decreto e, soprattutto, rispetto alle modifiche introdotte al Senato. Ad essa rimando, non volendo annoiare i pochi colleghi presenti, soprattutto perché hanno già ascoltato questa parte della relazione nella seduta della Commissione ambiente.
Anche per quanto riguarda il contenuto di tutti gli articoli del decreto-legge, rinvio all'illustrazione fatta nella medesima seduta della Commissione ambiente.
Debbo soltanto ricordare, in questa sede, che il provvedimento in esame, il quale si compone di due parti (la prima delle quali riguarda l'Umbria e le Marche, la seconda altre zone del territorio nazionale colpite da vari eventi calamitosi, siano essi terremoti o alluvioni), è un decreto, per così dire, di seconda fase, rispetto alla prima fase, che è già stata superata attraverso altri provvedimenti, come il decreto-legge n. 364 del 1997, che riguardava i primi interventi, le prime misure adottate per far fronte al momento dell'emergenza.
Il decreto-legge n. 23 del 1998 si occupa, quindi, della ricostruzione, finalità per la quale detta norme e mette a disposizione risorse, prevedendo anche attività di conoscenza, di valutazione dei danni e di individuazione delle azioni necessarie per la loro riparazione. Insomma, attua le misure che il Governo ed il sottosegretario Barberi hanno definito in questi anni, misure che stanno ormai diventando un modo ordinario per intervenire nei confronti dei disastri che si verificano. Questo è un fatto positivo, perché finalmente il modo in cui si interviene rispecchia metodologie precise ed attività che possiamo finalmente definire chiare e rigorose. Certo, come ho già avuto modo di osservare, avrei preferito norme di carattere più ordinario per le fasi di ricostruzione; soprattutto, avrei preferito - vorrei dirlo ai colleghi del Senato - sistemi più ordinari rispetto a quelli previsti dagli emendamenti approvati al Senato riguardanti alcune parti del territorio nazionale colpite da eventi calamitosi molto tempo fa, cioè venti o trenta anni or sono (mi riferisco all'Irpinia, al Belice e ad altre zone della Sicilia).
Siamo comunque ben lontani da certi atteggiamenti del passato, anche se siamo tuttora lontani anche dall'applicare meccanismi che dovrebbero avere effetto in qualsiasi circostanza, per far sì che si costruisca, si ripristini, si dotino le zone a rischio di infrastrutture adeguate e sicure. In questa circostanza, però, siamo sollecitati a convertire questo decreto così com'è: preannuncio pertanto, già da ora che, come già dichiarato in Commissione, inviterò tutti i colleghi che hanno presentato emendamenti a ritirarli, perché altrimenti il mio parere sarà contrario. Non possiamo infatti permetterci di perdere altro tempo, ma soprattutto di mettere a repentaglio questo decreto.
Mi auguro, quindi, che esso possa essere approvato anche da questo ramo del Parlamento già nella giornata di domani: so peraltro che gli emendamenti sono pochi, per cui potremmo arrivare a realizzare questo obiettivo. Le Commissioni competenti per materia (Difesa, Bilancio, Finanze) hanno espresso i loro pareri, che sono favorevoli, anche se negli ultimi due vi sono alcune osservazioni. Per le ragioni che ho appena detto, però, devo ribadire quanto già emerso nel dibattito che si è svolto il giorno in cui abbiamo chiuso l'esame del provvedimento in Commissione: pur considerando le osservazioni formulate alla stregua di raccomandazioni, la Commissione ha ritenuto di non potere introdurre modifiche nel testo, anche se certamente quelle osservazioni sono limitate e parziali. La ragione è, per l'appunto, che vi è una
volontà unanime di approvare il provvedimento nei tempi necessari. Lo stesso parere del Comitato per la legislazione - a cui il disegno di legge di conversione è stato sottoposto e che ha espresso il proprio parere la settimana scorsa - è favorevole, anche se ha avanzato alcune osservazioni che riguardano il testo e in particolare alcuni articoli aggiuntivi introdotti al Senato. Potrei rispondere puntualmente a ciascuna delle osservazioni che il Comitato per la legislazione - che ha svolto un buon lavoro, devo dire anche con grande celerità - ha voluto sottoporci. Devo però dire che quanto ho detto prima per la Commissione difesa e soprattutto per le Commissioni bilancio e finanze deve valere in questa circostanza anche per il parere favorevole con osservazioni espresso dal Comitato per la legislazione, nel senso che non siamo nella condizione di poter introdurre le modifiche richieste. Certo, il Comitato sostiene che ci sono, per esempio, molti rinvii ad altre leggi, ad altri provvedimenti; per brevità, posso dire che in un decreto temo che altro non si potesse fare. Così come fa riferimento ad altri decreti legislativi che il Governo sta adottando, in particolare a quello che riguarda il trasferimento di competenze alle regioni e agli enti locali. È un decreto legislativo che il Consiglio dei ministri ha emanato in data successiva all'approvazione del decreto-legge n. 6 del 30 gennaio 1998. Quindi, stiamo esaminando un provvedimento che è stato licenziato dal Consiglio dei ministri prima del decreto legislativo di cui si tratta e che soprattutto è ancora all'attenzione della Commissione definita «bicameralina», nonché della Commissione per le questioni regionali. Semmai dovrà essere quel provvedimento a tener conto di quanto stiamo discutendo in questa circostanza.
Un'ultima questione sollevata dal Comitato per la legislazione concerne l'articolo 23-ter, che, attraverso una delega, attribuisce alle regioni Campania e Basilicata il potere di normare gli interventi che riguardano il loro territorio, in relazione alle procedure per la loro attuazione. Il Comitato per la legislazione chiede che sia precisata la natura del potere normativo che spetta a queste due regioni (il Comitato su questo punto, come su altri, si è espresso con il parere dissenziente da parte dello stesso relatore). A questo proposito, devo osservare che un emendamento in tal senso, così come tutti gli altri, è stato esaminato dalla nostra Commissione, che ha ritenuto - lo ripeto ancora una volta - di non modificare affatto il testo. Semmai, credo sia compito del Governo assumere un orientamento in ordine a tale questione. Comunque, potrebbe essere presentato un ordine del giorno che precisi e specifichi questo aspetto; anzi, a tale proposito, invito i colleghi che hanno formulato il parere all'interno del Comitato per la legislazione a dare loro stessi un orientamento a proposito del potere normativo attribuito alle regioni Campania e Basilicata.
Signor Presidente, nel concludere la mia relazione, desidero ribadire che la nostra Commissione la lavorato con molta sollecitudine; tutti i gruppi parlamentari - nessuno escluso - hanno accettato la proposta da me fatta in quella sede di ritirare gli emendamenti presentati, dimostrando così una grande correttezza e soprattutto una grande consapevolezza della grave situazione dinanzi alla quale ci troviamo.
Mi auguro che nella giornata di domani tutti i gruppi rinnovino responsabilmente questo comportamento, e che pertanto, sempre domani, il provvedimento possa essere approvato così com'è, con tutte le questioni a cui ho fatto cenno, delle quali anche lei, signor Presidente, ritengo debba farsi carico, soprattutto per il fatto che entrambi i rami del Parlamento hanno il dovere di esaminare in un tempo congruo i provvedimenti, soprattutto, quando i decreti-legge.
Richiamando quanto poc'anzi detto dal relatore, debbo rilevare che talvolta accade, nel corso dell'esame dei decreti-legge, che l'uso dei tempi non consenta ad uno dei due rami del Parlamento di svolgere un'autentica funzione di legislatore.
In pratica, con il caso in specie, ci troviamo dinanzi ad un provvedimento che se ha la possibilità di essere discusso o riesaminato dal ramo del Parlamento che lo affronta in prima lettura, lo stesso non può dirsi, proprio per i tempi ristretti, per l'altro ramo del Parlamento. Il che non ci pare un dato positivo, per cui sarebbe necessario che il discorso dei tempi venisse gestito in maniera tale da dare la possibilità ad entrambe le Camere di svolgere la loro funzione in relazione, appunto, ai provvedimenti affrontati.
Da qui nasce l'esigenza a cui ha fatto riferimento lo stesso relatore (esigenza peraltro correlata alla responsabilità dei gruppi e dei singoli parlamentari) di non sollevare questioni o di presentare emendamenti che potrebbero creare dei problemi in termini di approvazione del provvedimento in tempo utile.
Ho detto questo perché sono firmatario di un emendamento sul quale mi permetterò tra poco di richiamare, sia pure brevemente, l'attenzione del rappresentante del Governo.
Diciamo subito che questo è un provvedimento che noi condividiamo, perché tenta, superata l'emergenza di alcune vicende vissute drammaticamente dal paese e soprattutto da alcune sue parti, di dettare norme per permettere ai territori interessati di attrezzarsi e di organizzare il «dopo evento» calamitoso.
Il decreto contiene interventi in favore delle zone terremotate delle regioni Marche e Umbria, ma anche una serie di misure - lo dico per sottolineare come spesso in questo paese i tempi si dilatano all'infinito - riguardanti ancora zone della Sicilia colpite dall'evento del 1968, zone della Basilicata e della Campania colpite dai terremoti del 1980 e 1982 nonché le zone colpite dalle alluvioni del Po nel 1994 nonché misure a favore del complesso monumentale di San Costanzo al Monte.
Sappiamo bene che gli eventi eccezionali, quali i terremoti o le grandi alluvioni, ridimensionano considerevolmente il ruolo dell'uomo, la cui attività, tuttavia, produce pur sempre degli effetti collaterali. Infatti, le scelte operate sul territorio - come, ad esempio, il depauperamento del suolo o la mancata custodia del patrimonio naturale - possono ingigantire l'evento calamitoso stesso, rendendolo più grave di quanto non sarebbe stato se vi fosse stata una intelligente attività umana.
La coscienza civica del paese e della comunità mondiale ci spinge a considerare il territorio un patrimonio da custodire, tutelare e garantire. Quindi, i comportamenti e le scelte dell'uomo devono essere ispirati a questa nuova filosofia, cosa che non è accaduta in passato.
Esprimiamo pertanto un giudizio positivo sul provvedimento, che contiene una serie di norme volte a favorire il recupero degli edifici danneggiati, la ricostruzione di quelli crollati e la ripresa della attività economica, stanziando a tal fine delle risorse.
Anche in considerazione del grande impatto emotivo determinato da taluni di questi eventi sull'opinione pubblica nazionale e mondiale, giudichiamo positivamente il fatto che si presti particolare attenzione ai problemi dei beni culturali. Non possiamo non pronunciarci favorevolmente in questa sede sull'impegno profuso dal sottosegretario Barberi per far fronte alla situazione di emergenza determinata dagli eventi calamitosi.
Desidero, infine, richiamare l'attenzione del Governo sull'articolo 5 del decreto,
che è estremamente importante perché consente di superare una serie di ostacoli burocratici.
Non a caso le questioni si intrecciano tra di loro. In Commissione difesa, ad esempio, giacciono due risoluzioni tendenti a realizzare obiettivi analoghi a quelli che il provvedimento in esame si prefigge di conseguire. Mi riferisco in particolare alla possibilità per i giovani di leva di essere utilizzati nei territori danneggiati per effettuare quegli interventi che sono stati resi necessari dagli eventi calamitosi. Per tale ragione si prevede una proroga di un anno del termine previsto dalla finanziaria 1997. Si tenta, inoltre, di superare una serie di condizionamenti burocratici; il che comporterebbe una notevole riduzione di tempi. Infatti, le lungaggini, in contesti come questi, rappresentano un dramma che si somma a quello che già la popolazione sta vivendo.
La complessa e farraginosa macchina militare per sua natura è organizzata in modo da realizzare obiettivi diversi da quelli fissati dalle disposizioni approvate dalle Camere. Bisogna tener conto del fatto che essa non è preparata né ha una mentalità adeguata per effettuare gli interventi previsti.
L'utilizzazione dei giovani di leva o gli obiettori di coscienza comporta la necessità di dare agli stessi vitto ed alloggio. Di norma, nelle realtà locali il giovane di leva o l'obiettore di coscienza gravita, per quanto attiene al vitto e all'alloggio, sulla propria famiglia, sul proprio ambiente.
Le norme impongono al comune di stipulare le convenzioni e di mettere a disposizione le somme necessarie e quindi di fatto impediscono ai comuni stessi di utilizzare questi giovani per la cui sistemazione logistica si pongono problemi di vario genere, tanto che spesso non si sa neppure dove alloggiarli in osservanza alle esigenze di carattere militare. È auspicabile l'introduzione di una norma di trasparenza che superi questo obbligo e consenta una «trattativa» diretta con il ragazzo, il quale può scegliere se dormire e consumare i pasti a casa, eliminando così tutti quegli elementi di turbativa e di difficoltà che sembrano piccola cosa ma che in realtà diventano ostacoli insormontabili. Nella mia duplice esperienza di amministratore locale e di parlamentare ho potuto constatare di persona tutti questi problemi, che giudico di particolare importanza.
Occorre altresì ridurre a venti giorni l'iter burocratico per la stipula della convenzione che consenta ai ragazzi di prestare il servizio militare (o di effettuare il servizio civile in caso di obiezione di coscienza) in questi siti, poiché spesso è accaduto che le amministrazioni locali abbiano dilatato i tempi fino a quattro o cinque mesi. È avvenuto anche che presso qualche capitaneria di porto alcuni ragazzi siano stati costretti a tornare dopo quaranta giorni. Talune amministrazioni si rifiutano addirittura di ricevere domande, frapponendo ostacoli e presunti «inghippi» procedurali ai quali il ragazzo in genere non è in grado di rispondere. Poiché questo atteggiamento che ho descritto è piuttosto comune, ritengo fondamentale fissare un termine breve ed esaustivo, che non ostacoli la possibilità di realizzare un diritto di questi ragazzi.
Proprio in tal senso abbiamo presentato un emendamento che, raccogliendo l'invito del relatore, ritireremo per trasformarlo in ordine del giorno, sul quale ci auguriamo vi sia la disponibilità del Governo. Con esso chiediamo che le disposizioni previste dall'articolo 5 siano estese ai giovani dei comuni alluvionati non compresi nel provvedimento in esame, individuando in una norma specifica o nella legge finanziaria (come è accaduto lo scorso anno) un articolo che preveda questa possibilità. Se riusciremo in questa impresa, non solo avremo operato in senso positivo ma avremo anche aiutato ad agire in modo trasparente la pubblica amministrazione, la quale crede ancora di potere vivere senza consenso, mentre nel nostro paese questo consenso è indispensabile per tutte le istituzioni dello Stato.
Cosa emerge da questo disegno di legge che ci arriva dal Senato? Innanzitutto che ci troviamo di fronte al solito zibaldone, dove vengono inserite norme riguardanti tutti i guai dell'Italia in tema di calamità naturali. Riusciamo a legiferare, su proposta del Governo, ancora sul terremoto del Belice del 1968 - e chi più ne ha più ne metta - mentre i responsabili sono decisamente dichiarati irresponsabili, per cui i provvedimenti vengono adottati a distanza di trent'anni, con buona pace dei cittadini terremotati!
Tre sono i punti sui quali vorrei richiamare l'attenzione specifica di questa Assemblea e del Governo. Il primo riguarda il concetto di ricostruzione. Ogni calamità naturale produce danni, rallentamenti nell'attività produttiva e quindi crisi economica, con stagnazione in tutti i settori. Sarebbe quindi logico che, parlando di ricostruzione, non ci limitasse a pensare ai muri o alla riattivazione delle attività già in corso nel periodo del sisma, ma si ponesse in atto anche un'iniziativa legislativa per facilitare l'avvio di nuove attività produttive in tutte e due le regioni, un «colpo d'ala» insomma, non solo di carattere concettuale, ma anche organizzativo. Favorire il sorgere di nuove imprese o attività anche artigianali o commerciali, vuol dire andare incontro alla risoluzione dei vari problemi occupazionali, specie di quelli giovanili. Conosciamo bene il meccanismo evolutivo dell'economia e come questo ciclo si avvalga di molteplici fattori incrementali, dai crediti agevolati alla riduzione della fiscalità, dalle facilitazioni nel pagamento dei contributi a fini assistenziali agli sgravi per l'utilizzazione delle fonti energetiche.
Entrambe le regioni sono caratterizzate da popolazioni che si distinguono per le capacità lavorative e di risparmio, ma soprattutto emergono per le capacità imprenditoriali, per volontà di fare, di agire e di non stare con le mani in mano. Sono note le difficoltà in cui si dibattono in tutta l'Italia gli imprenditori a tutti i livelli, dall'artigiano al commerciante, al piccolo e medio imprenditore, all'agricoltore, all'allevatore: è ovvio che queste difficoltà nelle Marche e nell'Umbria sono esaltate dallo stato di crisi determinato dal sisma. E allora, perché non approfittare di questo strumento legislativo per favorire insediamenti produttivi in quelle zone? Sappiamo tutti che addirittura vi sono imprese marchigiane che si stanno trasferendo all'estero: se ne vanno nei paesi ex comunisti, oppure nell'Irlanda, per non parlare delle attività subappaltate nei paesi nordafricani o in Estremo Oriente.
Motivi connessi con il costo del lavoro e motivi derivanti - è questo il secondo punto - dall'eccesso della burocrazia. E, quanto a burocrazia, questo disegno di legge non scherza, sia nella valutazione dei danni sia per i progetti di ricostruzione; perciò, anche in questo settore, forza Italia chiede una verifica delle norme ed uno snellimento delle procedure.
Terzo punto sul quale intendo soffermarmi - mi dispiace che l'onorevole Romano Carratelli sia uscito dall'aula - è quello relativo ai militari provenienti dalle zone terremotate. L'articolo 13, così come ci giunge emendato dal Senato, mentre
estende a tutto il 1999 la validità del provvedimento, mette in evidenza una macchinosità burocratica degna di miglior causa, pur auspicando un limite di tempo per la conclusione di tale attività in venti giorni. Ma questi venti giorni, a detta dei comandi militari, sono quelli unicamente devoluti alla convenzione tra ente locale e reparto militare di assegnazione in zona Umbria e Marche, mentre il comma 5, lettera b) definisce questi tempi considerandone l'inizio dalla data di presentazione della domanda da parte dell'interessato. Si verifica infatti il caso che un militare già alle armi, assegnato ad esempio ad un reparto di stanza a Milano, che ha la residenza nelle regioni terremotate, deve prima inoltrare al comando del proprio reparto la domanda di assegnazione ad un reparto in Umbria o nelle Marche; successivamente questa domanda va inviata alla direzione generale sottufficiali e truppa, cioè a Roma presso il Ministero; in base a tale domanda questa direzione generale emana l'ordine di trasferimento di questo militare ad un reparto di stanza in Umbria o nelle Marche e, quando il militare è giunto a questo reparto, si cominciano a contare, sempre secondo i comandi militari, i venti giorni per l'assegnazione del militare all'ente locale, cioè alla stipula della convenzione tra ente locale e reparto militare. Ma la convenzione deve essere approvata dalla giunta comunale con una delibera; poi bisogna trovare l'uomo che dal comune vada presso il comando militare per la firma della convenzione.
Credo di non aver bisogno di aggiungere altro. Forse sarebbe più sbrigativo porre immediatamente in licenza illimitata senza assegni, in attesa di congedo, tutti i militari provenienti dalle regioni terremotate ed in servizio presso altre sedi e poi esentare dal servizio di leva coloro che devono ancora partire, lasciando agli enti locali la facoltà di assumere a tempo determinato i giovani iscritti nelle liste di leva in partenza dal 27 settembre 1997 fino al 31 dicembre 1999. Risparmieremmo molto tempo e molto denaro.
Un'ultima osservazione sull'articolo 15, comma 7, laddove si fa riferimento a riduzioni delle quote di interesse sulle rate di ammortamento dei mutui concessi entro il 31 dicembre 1997, solo per i comuni indicati nell'ordinanza del 13 ottobre 1997, cioè quelli della prima fascia, più Massa Martana. Sorge allora il dubbio - ma forse è solo una mia interpretazione - che gli altri non possono usufruire di questo vantaggio.
Come vedete, onorevoli colleghi, forza Italia ritiene necessari degli aggiustamenti, ponendo ancora una volta in evidenza l'inefficienza legislativa del Governo che anche in questo settore dimostra incapacità di coordinamento e scarsissima sensibilità nei confronti di queste popolazioni, della loro situazione economica e del loro altissimo senso civico.
Ma ritenendo utile proprio per queste popolazioni l'applicazione del provvedimento per la ricostruzione, ci riserviamo di proporre ulteriori provvedimenti in futuro, tanto abbiamo ancora trent'anni di tempo, come sta succedendo nel Belice!
Il patrimonio edilizio dell'area coinvolta ha subito danni talvolta irreparabili agli edifici privati, creando un numero rilevante di senza tetto, alle infrastrutture pubbliche adibite ad attività essenziali (ospedali, scuole, edifici pubblici, chiese),
alle attività produttive. L'evento ha compromesso in modo grave il patrimonio artistico e architettonico delle due regioni.
Nell'attività di soccorso e di assistenza alle popolazioni sono state coinvolte tutte le componenti operative della protezione civile, fino ad oltre diecimila persone, che hanno contemporaneamente operato in un vasto territorio in presenza di una viabilità disagevole, con molte località dislocate in montagna.
Nella prima fase dell'emergenza è stata data assistenza (posti letto, pasti caldi, assistenza sanitaria) a circa 38 mila persone, utilizzando 4.385 tende, 4.400 roulotte ed altre sistemazioni in strutture pubbliche. Il numero totale dei senza tetto per abitazione inagibile, o parzialmente inagibile, è pari a 25.447 persone, di cui 7.194 nelle Marche, 18.276 in Umbria, per un complessivo di 10.783 nuclei familiari. Durante la fase dell'emergenza, 2.470 famiglie nelle Marche e 4.674 in Umbria, per un totale di 16.445 persone, hanno trovato sistemazione autonoma in alloggi sfitti, utilizzando l'apposito contributo fino a 600 mila lire, disposto con ordinanza. Le altre 3.639 famiglie, per un totale di 9.015 persone sono state sistemate in 194 villaggi, utilizzando 4.036 moduli abitativi e sociali. Il lavoro di installazione è stato compiuto in circa tre mesi. È stata una scelta difficile e rischiosa - si era a ridosso dell'inverno - ma è stata da noi condivisa sin dal primo momento per l'alto valore sociale che conteneva, cioè quello di mantenere le popolazioni vicino a luoghi di origine anche e soprattutto quando si trattava di nuclei rurali e di montagna.
È bene far presente che in precedenti esperienze è stata fatta una scelta molto diversa, quella di sistemare le persone in case o alberghi in località turistiche anche molto lontane dalle zone colpite, per provvedere poi, solo successivamente, alla predisposizione dei moduli abitativi.
Sono stati effettuati oltre centomila sopralluoghi su edifici pubblici e privati, che ci danno un quadro pressoché completo dei danni. Sulla base di procedure ormai sperimentate si è proceduto ad effettuare i primi interventi mediante una serie di atti normativi quali la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e l'emanazione di otto ordinanze di protezione civile con le quali, tra l'altro, sono stati nominati i commissari delegati nelle persone dei presidenti delle giunte regionali, e si sono individuate le aree maggiormente colpite ed adottate le norme per l'attuazione di interventi urgenti di assistenza, ripristino e recupero socio-ambientale.
Con le ordinanze di protezione civile e con il decreto n. 364 sono state disposte varie misure a favore delle popolazioni: l'adozione della cassa integrazione per tutti i lavoratori delle aziende colpite; la sospensione fino al 31 marzo dei termini fiscali, previdenziali e contributivi che riguarda tutti coloro che vivono nei territori colpiti, mentre tali termini verranno protratti fino al 31 dicembre 1998 per tutti i soggetti effettivamente colpiti; la sospensione dei termini processuali fino al 31 marzo; lo stanziamento di 296 miliardi e l'attivazione mediante mutui di altri 264 miliardi per spese concernenti l'emergenza, la sistemazione autonoma delle famiglie, gli interventi di somma urgenza sui beni culturali, l'avvio della ricostruzione mediante finanziamenti (che in un primo tempo erano fino a 40 milioni e che con il decreto all'ordine del giorno vengono portati a 60 milioni) per il pronto recupero delle unità abitative poco danneggiate; i contributi fino a 300 milioni per le imprese danneggiate, finalizzati alla ripresa; l'attivazione della legge n. 488 per favorire la delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di nuove attività produttive.
Nel predisporre il decreto-legge al nostro esame non si poteva certo che partire dalla valutazione dei danni effettivi. Tale stima allo stato attuale degli atti è ancora preliminare, approssimativa, non definitiva e, in ogni caso, indicativa; tuttavia, non credo di rischiare molto se affermo che si avvicinerà ai 15 mila miliardi.
A fronte di questa enorme calamità sono state mobilitate, a copertura del decreto-legge, risorse complessive - statali e comunitarie - per circa 3.400 miliardi,
in aggiunta ai circa 620 già impegnati con i provvedimenti per la fase di emergenza.
Le risorse provengono dalla legge finanziaria per il 1998 per complessivi 1.540 miliardi circa, di cui 1.300 per l'anno in corso e 248 per il 1999; dalla riprogrammazione dei fondi comunitari per circa mille miliardi; dalla riprogrammazione del cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari per 700 miliardi; dalla copertura nazionale della quota di cofinanziamento regionale per 200 miliardi. A questi fondi si aggiungono circa 380 miliardi per gli interventi di edilizia residenziale pubblica, 15 miliardi per l'edilizia demaniale, 180 miliardi per interventi sui beni culturali da attivarsi da parte dei ministeri competenti, tutti a carico degli stanziamenti ordinari del bilancio statale.
Sulla base della stima dei danni già menzionata, queste risorse sono state ripartite per il 35 per cento nelle Marche e per il 65 per cento in Umbria. Queste percentuali saranno modificate allorquando la stima dei danni delle due regioni sarà completata. A tale proposito, sappiamo che è in corso l'elaborazione e l'unificazione delle procedure, tra le due regioni, dei criteri per questa valutazione. È questo un punto delicato, che ha lasciato qualche dubbio e qualche perplessità che andranno chiariti.
Se si fa la somma di tutte queste voci si arriva ad un totale appena superiore ai 4.500 miliardi. Se però si considera il costo per la riparazione dei danni finora stimato, si evidenzia lo scarto esistente tra le necessità già individuate e le disponibilità effettivamente esistenti.
È pur vero che nell'articolo 15, concernente le norme di copertura, si afferma che ulteriori fabbisogni di spesa saranno ricompresi nella legge finanziaria a partire dall'anno 1999. Si tratta di una promessa, di un impegno molto serio, però non quantificato neanche indicativamente. Temo, insomma, che ogni anno, fino al termine della ricostruzione, ogni qualvolta si tratterà di approvare la legge finanziaria, ci sarà da fare una trattativa.
Il decreto si sofferma quasi esclusivamente sui temi della ricostruzione. Esso non affronta, cioè, i temi più complessivi dello sviluppo delle aree colpite nelle due regioni in generale. Non ha questa pretesa, nonostante sia evidente che il ricostruire incide anche sull'economia e nel sociale, interagisce con essi. Di fatto ricostruzione e sviluppo sono due termini - direi - inscindibili.
Il decreto rimanda all'intesa istituzionale di programma fra regioni e Governo gli interventi straordinari; è, questa, una parte direi decisiva che, allo stato degli atti, è appena avviata a livello di impegni. Si tratta di una pagina tutta da scrivere, sulla quale occorrerà soffermarsi e trovare anche altri momenti di confronto. Di fatto, tutto il problema delle infrastrutture è rimandato all'intesa.
L'impostazione dell'intervento di ricostruzione contenuta nel decreto-legge n. 6 del 1998 si caratterizza per alcuni aspetti innovativi rispondenti alla natura dell'intensità della calamità. Si è cercato di tenere conto, in sostanza, dell'esperienza del passato maturata a seguito di analoghi terremoti distruttivi. Infatti, il meccanismo più usato in passato prevedeva la concessione di contributi a favore di privati in rapporto ai danni da questi subiti. Le esperienze precedenti hanno dimostrato che, anche qualora si arrivi a garantire il 100 per cento del danno, diversi edifici non vengono ricostruiti o ristrutturati perché il valore catastale dell'edificio prima del terremoto il più delle volte è nettamente inferiore al costo della ricostruzione o della ristrutturazione.
Inoltre, questo sistema ha comportato una scarsa attenzione nell'utilizzazione delle risorse al miglioramento strutturale necessario per la prevenzione dei danni da futuri terremoti.
Un'altra difficoltà che in alcune situazioni del passato ha costituito un forte ostacolo alla ricostruzione è rappresentata dalla mancanza di vincoli normativi che da un lato rendessero obbligatori interventi unitari sui singoli edifici o su complessi di edifici collegati strutturalmente e, dall'altro, consentissero gli interventi anche
in caso di inerzia o di disaccordo tra i privati. Per evitare il ripetersi di tali situazioni, si prevede la concessione di contributi pari al costo globale degli interventi sulle strutture, compreso il miglioramento sismico, sugli elementi architettonici esterni, sulle parti comuni degli edifici danneggiati, lasciando a carico dei privati i costi delle finiture interne. Si prevede, però, un contributo anche su queste ultime a favore delle categorie economicamente svantaggiate.
A questo va aggiunto inoltre quanto già contenuto e stabilito con il provvedimento collegato alla legge finanziaria, cioè la possibilità di portare in detrazione il 41 per cento del costo di ciascun intervento privato in cinque o dieci anni ed il rimborso totale dell'IVA, rispetto al quale occorre rilevare che il Governo deve ancora emanare il decreto di attuazione. È previsto inoltre un contributo anche per i beni mobili, pari al 40 per cento del danno subito, per un massimo di cinquanta milioni a nucleo familiare.
Il decreto attribuisce le risorse alle regioni e demanda alle stesse i compiti di definizione del piano complessivo degli interventi, sulla base di priorità così individuate: rientro nelle abitazioni; recupero delle strutture pubbliche; ripresa delle attività produttive; recupero dei beni culturali. Le regioni provvedono entro 90 giorni a definire i criteri omogenei e le linee di indirizzo per la progettazione e la realizzazione degli interventi di ricostruzione degli edifici distrutti e di ripristino, con riparazione e miglioramento sismico. Tali prescrizioni valgono anche per i privati: la determinazione dei costi degli interventi, il prezziario anche per le finiture, le tipologie ed il livello di danneggiamento, anche attraverso indagini di microzonizzazione sismica al fine di verificare possibili effetti moltiplicatori e, quindi, prescrivere specifiche tecniche di ricostruzione.
In caso di edifici collegati tra loro in maniera strutturale, al fine di effettuare un intervento unitario, i proprietari si costituiscono in consorzio obbligatorio entro 45 giorni dall'invito rivolto ai proprietari stessi da parte del comune. Il consorzio si sostituisce al proprietario che non aderisce; se il consorzio non si forma, il comune interviene direttamente.
A questo punto sono necessarie alcune considerazioni di merito. In sostanza, il sistema prefigurato prevede che lo Stato definisca le linee quadro, effettui l'alta vigilanza e garantisca le risorse; le regioni, dal canto loro, hanno il compito di programmare e definire le tipologie della ricostruzione; i comuni, infine, realizzano gli interventi quale stazione appaltante; solo in caso di inadempienza, le regioni si sostituiscono ai comuni; i privati danneggiati effettuano interventi in proprio sulla base delle norme tecniche e delle procedure stabilite; infine, è previsto un sistema di controllo atto a garantire che tutti gli interventi siano realizzati in base alle norme. Le regioni adottano gli atti di programmazione attraverso specifiche deliberazioni dei rispettivi consigli.
Il decreto prevede un intervento anche per tutti i settori produttivi danneggiati dal sisma. Per quanto riguarda la parte immobiliare valgono le stesse condizioni delle abitazioni private. Si prevede, inoltre, un contributo fino al 30 per cento della spesa per la riparazione dei danni relativi ai beni mobili (quindi alle attrezzature, comprese le scorte), con un tetto massimo di 300 milioni.
Anche per i beni culturali è previsto un finanziamento aggiuntivo di 180 miliardi proveniente dalle disponibilità del Ministero dei beni culturali.
Prima di passare alle considerazioni generali vi sono altri due aspetti del decreto molto rilevanti su cui mi soffermo brevemente. Mi riferisco alle misure a favore dei comuni maggiormente colpiti e alle norme per l'accelerazione delle procedure. Dico subito che su questi due articoli, su questi due punti non ci consideriamo pienamente soddisfatti: si poteva fare di più e sono sicuro che questa Assemblea avrebbe fatto meglio.
Per quanto riguarda i comuni, si prevede il reintegro delle somme determinate dalle mancate entrate conseguenti alle ordinanze di proroga. Si prevede altresì
che solo i comuni che hanno avuto più del 15 per cento delle abitazioni totalmente o parzialmente inagibili avranno il 20 per cento di risorse in più nei loro bilanci per far fronte agli evidenti maggiori costi.
Questo meccanismo andava migliorato, prevedendo magari un minore o maggiore riconoscimento in base ai danni avuti, perché esso così com'è crea una situazione molto diversa fra comuni che magari hanno avuto danni solo leggermente diversi.
Il punto più controverso del decreto riguarda le norme di accelerazione e controllo degli interventi. In esso si prevede, fra l'altro, che la progettazione sarà unificata: non si dovrà fare prima il progetto preliminare, poi il definitivo ed infine l'esecutivo. Questa soluzione va bene: la condividiamo e ne condividiamo altresì le motivazioni.
L'aspetto più controverso riguarda le procedure d'appalto: per lavori fino a due milioni di Ecu si può usare la trattativa privata, da due a cinque milioni di Ecu l'appalto integrato, mentre oltre tale cifra si deve ricorrere alla gara. Avremmo preferito che si fosse evitato lo strumento dell'appalto integrato, che può essere foriero di pratiche poco chiare.
È un punto molto delicato. Vogliamo che la ricostruzione sia fatta bene e nel bene comprendiamo anche il presto. Poniamo tuttavia due discriminanti. Il terremoto ha arrecato anche alcuni lutti, non molti per fortuna: non vorremmo però che alla tragedia del terremoto se ne dovesse aggiungere un'altra, con la ricostruzione, nei cantieri. Per questo abbiamo ottenuto l'inserimento di un comma che rafforza la normativa sulla sicurezza, anche al fine di assicurare la qualificazione delle imprese: consideriamo questo un punto discriminante.
Vogliamo altresì che sulla ricostruzione non aleggi l'ombra di pratiche che ben conosciamo e che spero appartengano al passato. In ogni caso una tangentopoli sulla ricostruzione non può essere in alcun modo favorita da norme dettate da propositi nobili, come quello di far presto. Inoltre, a ben vedere, tra una gara d'appalto ed una licitazione privata il tempo di espletamento delle procedure non cambia molto.
Vi è poi un argomento che accompagnerà la ricostruzione: la qualità dei progettisti e delle imprese sarà decisiva al fine di determinare la qualità della ricostruzione. È giusto pretendere il meglio. D'altra parte, quali sono i soggetti di riferimento per una forza politica come la nostra? Sono i terremotati, i senza tetto, innanzitutto, ma sono anche i lavoratori che saranno impiegati nella ricostruzione: questo ci indica la nostra bussola.
Nel secondo capitolo del decreto sono contenute norme per il completamento di alcuni interventi di ricostruzione avviati a seguito di precedenti calamità. Per le province dell'Emilia-Romagna colpite dagli eventi alluvionali del 1996 sono stati stanziati 135 miliardi per interventi infrastrutturali e 55 miliardi per interventi a favore di soggetti privati ed attività produttive danneggiate. Per l'evento alluvionale dell'ottobre 1996 a Crotone sono stati stanziati 80 miliardi per interventi infrastrutturali, essendo già completata la fase degli aiuti ai privati e alle imprese danneggiate. Per il terremoto delle province di Modena e Reggio Emilia dell'ottobre 1996 sono stati stanziati 100 miliardi per interventi su infrastrutture e edifici pubblici e di culto e 40 miliardi per interventi sul patrimonio edilizio e privato.
Vengono inoltre attivati oltre 60 miliardi previsti dalla legge finanziaria per il 1998 per la realizzazione degli interventi di riassetto del territorio nelle province della Lombardia colpite dagli eventi alluvionali del giugno 1997.
Il provvedimento prevede poi la rimodulazione di circa 100 miliardi stanziati per gli interventi successivi alle alluvioni che hanno colpito il Piemonte nel 1994 e nel 1996.
A questi sono stati aggiungi dal Senato in sede di conversione alcuni emendamenti relativi a procedure riguardanti precedenti eventi. Mi riferisco ai sismi avvenuti nel Belice, nella Sicilia orientale, in Basilicata e in Campania. Ci auguriamo che sia un bene, ma non vorremmo che
accadesse il contrario: a volte succede, specie quando si vogliono per forza piantare bandiere o bandierine.
Un evento come questo è destinato a modificare la realtà; il terremoto ha colpito un'area molto vasta, che presenta al suo interno varie diversità di partenza sul piano sociale ed economico. Le Marche si dicono al plurale e non a caso: diverse sono la realtà di Fabriano, della provincia di Ancona colpita dal sisma e la realtà dell'alto Maceratese, con al centro Camerino; nel Fabrianese insiste uno dei distretti industriali più significativi della regione e del centro Italia; nel Camerse assistiamo ad una economia incentrata sul terziario, indotto da strutture pubbliche a partire dall'università (l'agricoltura presenta non pochi problemi). Occorre ridurre, integrare, queste diversità: la ricostruzione può diventare l'occasione per avvicinare e integrare le due regioni.
Si avverte la necessità e l'opportunità di puntare su uno sviluppo diversificato, basato cioè anche sulla valorizzazione delle risorse ambientali, architettoniche, storiche, su una crescita non più fondata quasi esclusivamente sulla produzione di tipo industriale. D'altra parte non siamo più in presenza di un modello definito e originale.
Abbiamo accettato la proposta del Governo e del sottosegretario Barberi (al quale diamo atto dell'impegno profuso in questa vicenda) di procedere all'approvazione senza modifiche del testo pervenutoci dal Senato, per evitare il rischio della mancata conversione. Ecco perché non abbiamo presentato emendamenti in questa sede. Abbiamo però presentato diversi ordini del giorno che impegnano il Governo su punti molto importanti: i tempi e i contenuti dell'intesa istituzionale di programma; la garanzia che il finanziamento sarà ricompreso nel DPEF e sarà rispondente alle necessità e ai diritti soggettivi indotti dalle norme contenute in questo articolato; la restituzione, da parte dei soggetti beneficiari, delle somme fiscali e previdenziali conseguenti alle proroghe attuate con le ordinanze del ministro dell'interno, la quale dovrà essere graduata in almeno tre anni a partire dal prossimo anno.
La ricostruzione sarà un banco di prova per le istituzioni, ma lo sarà anche per le imprese, per i lavoratori e più complessivamente per la realtà sociale e culturale interessata. Esistono le condizioni per fare bene, per far diventare questa ricostruzione un esempio positivo da utilizzare anche per definire i contenuti di una legge-quadro in materia; in proposito rinnoviamo l'invito al Governo a presentare il disegno di legge di cui si parla da mesi.
Per le ragioni che ho esposto voteremo a favore del disegno di legge di conversione. E speriamo bene.
Prendiamo atto degli sforzi compiuti per migliorare il testo originario.
Vorrei brevemente soffermarmi sulla storia della tragica vicenda del terremoto, che ancora continua. All'inizio sono stati compiuti gravi errori, come la suddivisione dei comuni in fasce (A e B). Oggi si sostiene, al contrario, che l'obiettivo è un'omogeneità di soluzioni e di trattamenti; è certamente un punto a vantaggio dello sforzo messo in campo da tutti.
Non possiamo invece essere d'accordo su un elemento che a nostro parere ha valore determinante. Mi riferisco alla rilevazione dei danni e alla stima dei fabbisogni, che sono elementi basilari per
presentare il documento di programmazione economico-finanziaria. Credo che non siamo nei tempi giusti e che ci sia ancora molto da fare per risolvere questo problema, che è alla base della ricostruzione.
Avendo vissuto questo problema in prima linea (certo, solo in uno dei punti colpiti, senz'altro non in tutta l'area geografica interessata), mi sembra di poter dire che riguardo al censimento siamo ancora indietro. Rivolgo quindi al Governo un invito a premere sulle regioni, su quelli che un tempo erano i commissari straordinari e che oggi saranno soltanto i presidenti delle regioni incaricati di seguire questi lavori, perché il censimento non è ancora in linea con i tempi.
Penso debba essere valutato con una certa attenzione il problema del potere sostitutivo, che può essere un vantaggio notevole, ma può anche costituire un'arma pericolosa, in mano sia delle regioni sia dei comuni, se dietro di esso non vi sono il buonsenso ed anche la capacità tecnica di provvedere, entro i termini stabiliti dalla legge, alla realizzazione dei piani di ricostruzione e quant'altro è necessario.
Una certa preoccupazione desta anche la previsione, all'articolo 3, dei consorzi obbligatori, che servono in alcuni casi ad accelerare o comunque ad indurre obbligatoriamente i proprietari ad effettuare la ricostruzione, ma che potrebbero anche essere intesi altrimenti, a seconda delle valutazioni effettuate all'interno dei consorzi medesimi sulle opere da realizzare, sulle priorità, e quant'altro. Credo che quelli indicati siano problemi connessi a tutti questi fatti disastrosi e drammatici, ma ritengo che il controllo debba essere attento e che l'intervento della regione non possa essere efficace quanto quello previsto nella soluzione indicata da alleanza nazionale, che aveva proposto la scelta di un commissario unico, che avrebbe dovuto provvedere. L'intervento di un ente locale è sempre più lento, perché anche se attraverso le norme si vuole imprimere un'accelerazione straordinaria alle attività, c'è poi sempre il blocco burocratico, dovuto al passaggio attraverso tutti gli organismi competenti dei comuni, delle regioni e così via, sicché avremo tempi molto lunghi, ma è un lusso che non ci possiamo permettere.
Apprezzo il criterio introdotto in relazione ad una maggiore sicurezza sismica. Si tratta di un aspetto importante, perché abbiamo visto come, mancando l'indicazione dei criteri relativi alla sicurezza sismica, si siano verificati danni maggiori di quanto fosse prevedibile. Abbiamo anche rilevato, però, come, in alcuni casi, costruzioni che erano state garantite dal punto di vista della sicurezza sismica in realtà non fossero affatto sicure. Questo è un altro discorso di fondo che bisogna fare: è necessaria, durante tutta l'opera di ricostruzione, una vigilanza seria sulle aziende alle quali si attribuirà il compito di ricostruire.
Credo anche che sia stata una decisione giusta quella assunta in merito alla possibilità per il proprietario di vendere la proprietà, per evitare speculazioni. Certo, tale decisione potrà anche dare luogo a controversie, che dovrebbero essere risolte anche con il buonsenso, ma comunque è importante cercare di evitare in ogni modo lo sciacallaggio ed io ritengo che questo provvedimento sia in linea con tale importante motivazione.
Condivido anche la distinzione effettuata tra valore e costi, con la scelta di quest'ultimo concetto.
Una disposizione che alleanza nazionale aveva richiesto (ma che mi sembra fosse stata sollecitata anche da altre parti politiche) era quella relativa alle provvidenze in favore dell'agricoltura. Soprattutto per la zona dell'alto Maceratese, cui si riferiva poc'anzi il collega Galdelli, ritengo che una simile previsione fosse essenziale per colmare una grave carenza, sottolineata da più parti.
Non posso invece esimermi dall'evidenziare una grave lacuna, dovuta alla mancanza di qualsiasi previsione, anche futuribile, in merito alla viabilità. Si è parlato a lungo, da parte di tutte le forze politiche, di una evenienza estremamente negativa come il terremoto, che però avrebbe potuto avere riflessi positivi per
lo sviluppo di alcune zone che ne hanno estremo bisogno: mi riferisco alla montagna.
Mi pare che pensare allo sviluppo senza investimenti per i collegamenti, per la viabilità, per togliere dall'isolamento zone estremamente appartate, che però potrebbero avere a pochi chilometri di distanza zone più vive dal punto di vista economico ed occupazionale, sia un gravissimo errore. È vero che vi è una specie di promessa, o di impegno, perché a questi risultati si possa giungere, ma ritengo che sarebbe stato doveroso inserire questo tipo di intervento anche nel provvedimento in esame e non so se sarà sufficiente sbrigarsela con un ordine del giorno.
Il discorso di fondo, quindi, a nostro avviso, era questo, ma non è stato fatto, anche se capisco le difficoltà che si presentano. Ho ascoltato con molta preoccupazione le dichiarazioni del ministro Costa due settimane fa all'università di Macerata: egli faceva infatti riferimento all'impossibilità di intervenire sulla viabilità per risolvere i problemi dell'alto Maceratese e dei comuni colpiti dal terremoto. Mi sembra che queste dichiarazioni debbano preoccupare non solo l'opposizione e i residenti, ma anche il Governo.
Per quanto riguarda il capo II del provvedimento, non voglio affrontare con spirito polemico quanto vi è previsto, perché si tratta pur sempre di esigenze di determinate regioni e popolazioni che soffrono per imprevidenze altrui ed errori del passato; ritengo però che, dal punto di vista del buon gusto e del buon senso, sarebbe stato meglio non inserire in questo decreto-legge i problemi della Rocca Paolina, del bacino del lago Trasimeno, di San Costanzo al Monte e di nuovo del Belice e del bacino del Po. In realtà, il fatto di unire questi interventi ai problemi vivi ed attuali di questi giorni per coloro che sono stati colpiti dal terremoto (in particolare il peggioramento climatico delle ultime ore) può lasciare adito a critiche, che comunque finora abbiamo evitato. Queste norme rischiano infatti di destare gravi preoccupazioni e delusioni in popolazioni che attualmente soffrono e che certamente non riescono a capire come possa essere collegato al terremoto un intervento sul bacino del lago Trasimeno o sulla Rocca Paolina di Perugia.
È iscritto a parlare l'onorevole Giacco. Ne ha facoltà.
Il decreto-legge n. 6 del 1998 è stato elaborato con un metodo innovativo ed alquanto proficuo, perché ha coinvolto tutte le istituzioni, gli enti locali e le varie associazioni di categoria fin dall'inizio: di solito, invece, un decreto-legge viene presentato alle Camere senza che vi sia il minimo coinvolgimento da parte sia delle forze sociali, sia delle forze istituzionali.
All'origine del provvedimento in esame sta innanzitutto la scelta di operare una precisa individuazione delle risorse da erogare: 3.400 miliardi che si aggiungono agli altri 600 miliardi già stanziati con il precedente provvedimento, in un quadro di assoluta trasparenza finanziaria, coinvolgendo appunto gli enti locali, cioè i soggetti istituzionali direttamente interessati, in quanto responsabili degli interventi finalizzati al ripristino della normalità, alla ripresa delle attività produttive. Si presta inoltre una specifica attenzione alle esigenze di tutela dei beni culturali. Quindi, è positiva la filosofia alla base del
provvedimento, che è ispirata alla prevenzione e alla sicurezza, nel rispetto delle norme sull'adeguamento sismico degli edifici, e al recupero del patrimonio esistente.
Il contributo pubblico per la ricostruzione degli immobili di proprietà privata destinati ad uso abitativo e ad ospitare attività produttive non fa riferimento, come nel passato, al parametro del danno. L'esperienza passata ha dimostrato che erogare un contributo solamente rispetto al danno, oltre a non essere sufficiente dal punto di vista della ricostruzione, soprattutto non forniva una risposta in termini significativi al miglioramento sismico, tanto che in alcune situazioni questi danni, con il prosieguo degli anni, si sono verificati. Quindi, il provvedimento eroga un contributo integrale ai costi relativi alla ricostruzione delle parti strutturali, secondo prescrizioni di miglioramento sismico, delle parti comuni e degli elementi architettonici esterni e, per effetto di una modifica introdotta dal Senato, anche per le rifiniture interne; un contributo diretto non solo ai proprietari, ma anche agli usufruttuari e ai titolari di diritti reali di garanzia.
Punto importante è sicuramente la parte riguardante le norme finalizzate all'accelerazione e al controllo delle procedure. Le misure disposte si propongono l'obiettivo di coniugare un elevato livello tecnico-qualitativo degli interventi con tempi brevi, riducendo al massimo i margini di incertezza connessi con l'espletamento di passaggi esclusivamente burocratici.
Un aspetto che ritengo importante sottolineare è l'intesa istituzionale di programma, che è stata inserita all'articolo 2, che riguarderà la connessione tra interventi straordinari (strettamente finalizzati alla ricostruzione) ed interventi ordinari, con specifica attenzione a quelli riguardanti lo sviluppo delle infrastrutture, le relative risorse e i tempi. Questo sicuramente è un punto estremamente importante per lo sviluppo di queste due regioni. Quindi, il programma di intesa tra Governo e regione Marche e tra Governo e regione Umbria deve essere scritto ed attuato e dovrà rimuovere le cause di isolamento e di arretratezza delle zone colpite dal terremoto, che rientrano - guarda caso - per la maggior parte nell'obiettivo 5b.
Le infrastrutture viarie e ferroviarie - pensiamo alla statale 77, che è nota come la statale del terremoto, alla statale 76, al passo del Cornello, ma anche al raddoppio della linea ferroviaria, soprattutto la Orte-Falconara - hanno una necessità secolare di essere ammodernate, per poter permettere un maggior collegamento tra l'Adriatico ed il Tirreno, ma soprattutto tra le regioni Marche ed Umbria. In questi mesi abbiamo avuto veramente la constatazione diretta della difficoltà di percorrere agevolmente queste statali.
Inoltre, ritengo opportuno: il coordinamento e l'armonizzazione degli interventi nelle aree terremotate con quelli connessi alla celebrazione del Giubileo fuori della capitale; il trasferimento, importante, delle aree demaniali agli enti locali e gli interventi rivolti allo sviluppo produttivo in generale e per il mantenimento delle peculiari attività economiche del territorio (pensiamo all'artigianato alla piccola e media industria, all'agricoltura, alla zootecnia).
Importante è aver posto limiti alla trattativa privata e anche la possibilità per i giovani di svolgere il servizio militare nelle aree di residenza delle regioni Marche ed Umbria.
Per quanto concerne alcune disposizioni introdotte nel corso dell'esame al Senato, mi lascia abbastanza perplesso l'inserimento di eventi calamitosi assai lontani nel tempo (si vedano gli articoli dal 23-bis al 23-quater), così come la concessione di contributi vari per ripristino di specifiche strutture (articoli 13 e 23), che non sembrano avere connessioni con la materia disciplinata dal decreto.
Presenteremo alcuni ordini del giorno per focalizzare maggiormente alcune questioni, che richiedono ulteriore attenzione, soprattutto in funzione della ricostruzione
e dello sviluppo. Esprimo comunque un parere favorevole sull'insieme del provvedimento (Applausi).
Proseguendo sulla linea già sperimentata negli ultimi anni il Governo ha fatto fronte all'emergenza post-terremoto conseguente al sisma del 26 settembre 1997, secondo un modello che prevede due fasi successive di intervento. In attuazione della prima fase sono state già emanate le ordinanze della protezione civile, ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 225 del 1992 per la dichiarazione dello stato di emergenza, per la disposizione delle prime misure urgenti e per la nomina dei commissari straordinari, che coincidono con i presidenti delle regioni.
Inoltre, il decreto-legge n. 364 del 1997, convertito con modificazioni dalla legge n. 434 del 1997, ha aumentato le disponibilità del fondo per la protezione civile, di cui al capitolo 7615 dello stato di previsione della Presidenza del Consiglio dei ministri per l'anno finanziario 1997, attraverso lo spostamento dei fondi da altri capitoli, permettendo l'adozione di una serie di misure urgenti a favore delle popolazioni colpite.
Il presente decreto-legge, al capo I, fa fronte alla seconda fase dell'emergenza, attivando lo stanziamento dei contributi definitivi per l'attuazione del piano degli interventi infrastrutturali e per il ripristino delle opere pubbliche.
Il nostro gruppo valuta favorevolmente le modalità di intervento, che, diversamente da quanto è avvenuto per la ricostruzione post-terremoto relativa a precedenti eventi sismici, sono effettivamente commisurate al costo della ricostruzione e vedono gli stanziamenti delle risorse seguire e non precedere la valutazione dei danni. Tuttavia riteniamo indispensabile e indifferibile l'emanazione di una legge-quadro sulla protezione civile e sulla «gestione» delle calamità naturali, al fine di consentire di affrontare in modo uniforme le problematiche connesse alle calamità naturali evitando scontri a livello amministrativo e politico, oltre che continui ricorsi a provvedimenti di carattere straordinario che spesso creano disparità di trattamento nella gestione delle singole situazioni.
Tra l'altro - va segnalato - il sottosegretario Barberi nel corso dell'esame del provvedimento in Commissione, ha riferito che il dipartimento della protezione civile sta ultimando l'elaborazione di un progetto di legge-quadro in materia di calamità naturali e di protezione civile, la cui predisposizione è stata rallentata dai recenti impegni connessi alla crisi sismica delle regioni Marche ed Umbria.
Invitiamo dunque il Governo a presentare al più presto un apposito disegno di legge in Parlamento; il nostro gruppo ha presentato infatti un ordine del giorno in tal senso.
Circa il contenuto del capo I relativo al terremoto che ha colpito le Marche e l'Umbria, apprezziamo il fatto che il Governo abbia evitato di prevedere la generale deroga alla normativa nazionale vigente sugli appalti di opere pubbliche e si è limitato a disporre dispozioni per agevolare l'applicazione della legge n. 109 del 1994. Inoltre il Senato ha migliorato il testo, attribuendo maggior rigore alle procedure e prevedendo il limite di due milioni di ECU per l'utilizzo della trattativa privata, e la fascia da due a cinque milioni di ECU per l'utilizzo dell'appalto integrato.
Il testo attribuisce particolare attenzione alla prevenzione antisismica e al recupero strutturale ed estetico del patrimonio immobiliare esistente, prevedendo interventi unitari e coordinati.
Le modifiche introdotte dal Senato hanno senz'altro migliorato il testo ed
hanno esteso le agevolazioni in favore delle aziende agricole e dei comuni, soprattutto per quanto concerne il trasferimento a titolo gratuito dei beni demaniali non utilizzati.
Tuttavia, con riferimento al comma 8 dell'articolo 15 che dispone una forma di copertura generica di ulteriori interventi connessi con l'attuazione del programma mediante appositi accantonamenti da inserire nelle future leggi finanziarie, non si comprende il vero effetto che la norma potrà produrre e per quanto essa potrà impegnare il Governo e i Governi successivi. Infatti la relazione tecnica stima i danni in 10.655 miliardi mentre il presente provvedimento, comprese le coperture degli articoli 7, 8, 9, 12, 13 e 14, che sono aggiuntive alle autorizzazioni di cui all'articolo 15, mobilita risorse per i primi 4.100 miliardi.
Inoltre, ci hanno lasciato perplessi gli articoli 23-bis, 23-ter e 23-quater, inseriti dal Senato, che contengono semplificazioni di procedure riferite alla ricostruzione post-terremoto del Belice, dell'Irpinia e della Sicilia orientale, permettendo deroghe alla legislazione vigente che non possono essere considerate come atti dovuti dalla necessità di disporre di misure urgenti per gli anni immediatamente successivi al verificarsi dell'evento calamitoso; quindi, tali disposizioni si presentano estranee ai criteri di necessità e di urgenza del decreto-legge. Si riferiscono, infatti, ad eventi calamitosi avvenuti rispettivamente negli anni 1968, 1980, 1982 e 1990.
L'Assemblea del Senato ha comunque ristretto i termini delle deroghe rispetto al testo inizialmente approvato nella XIII Commissione, evitando di facilitare l'utilizzo della trattativa privata e dell'appalto integrato. D'altra parte tali articoli si limitano alla semplificazione delle procedure per agevolare l'utilizzazione dei residui delle risorse già stanziate senza prevedere ulteriori stanziamenti.
L'emanazione del provvedimento è già stata annunciata dal sottosegretario Barberi sia nella seduta dell'Assemblea del 29 ottobre 1997, in risposta ad atti di sindacato ispettivo, sia durante la discussione del decreto-legge n. 364 del 1997.
Ricordo, inoltre, che il nostro gruppo è stato favorevole a limitare il testo del decreto n. 364 del 1997 ai soli interventi urgenti riguardanti le zone direttamente interessate dal sisma del 26 settembre 1997 ed a demandare ad un successivo provvedimento, più appropriato, la necessità di adottare misure analoghe per altre zone del territorio nazionale, ultimamente colpite da calamità naturali. Infatti, pur riconoscendo la situazione disastrosa in cui versano le famiglie colpite ed il carattere eccezionale che ha assunto la crisi sismica nelle regioni Marche e Umbria, è sembrato coerente riconoscere anche la situazione precaria nella quale si trovano ancora i comuni della Lombardia colpiti dall'alluvione del giugno 1997 o le esigenze dei territori del bacino del fiume Po, interessati dalle alluvioni del novembre 1994 e dell'ottobre 1996, per permettere alle popolazioni di tornare alle normali condizioni di vita.
Il decreto-legge n. 6 del 1998, all'articolo 22, ripropone integralmente la proposta di legge presentata dal nostro gruppo, la proposta n. 4465, presentata dall'onorevole Ciapusci, che, rendendo attuativi gli accantonamenti previsti dalla legge finanziaria per il 1998, autorizza la regione Lombardia a contrarre mutui ventennali, con l'onere a carico dello Stato, per fronteggiare le emergenze emerse a seguito delle alluvioni del giugno 1997. L'onere a carico dello Stato è pari a 10 miliardi annui per vent'anni, mentre l'ammontare dei mutui, tenuto conto di un tasso medio del 5 e mezzo, 6 per cento, è valutato in circa 115-120 miliardi.
L'articolo 23, pur non recando oneri aggiuntivi per lo Stato, permette la redistribuzione dei residui e delle risorse già stanziate per le alluvioni del Piemonte del 1994, al fine di consentire il loro riutilizzo per ulteriori interventi nelle stesse zone. Inoltre, prevede alcuni miglioramenti tecnici delle norme vigenti riguardanti i territori del fiume Po colpiti dalle alluvioni del 1994 e del 1996.
È prevista la sanatoria per quanto attiene al cosiddetto «provvedimento Bersani», che dava la possibilità alle imprese colpite dall'alluvione del 1994, che ne avessero fatta richiesta, di prorogare di due anni il pagamento delle prime rate dei mutui agevolati contratti, con il solo aggravio del tasso di interesse di mezzo punto percentuale: 3 e mezzo per cento anziché 3 per cento, tra l'altro limitatamente ai due anni di proroga. Per una a mio giudizio errata interpretazione di Mediocredito tale provvedimento era considerato inapplicabile, se non con un tasso di interesse del 13 e mezzo per cento anziché del 3 e mezzo. Il provvedimento oggi in discussione sana anche questa incongruenza.
Sono altresì di particolare importanza per i territori padani i commi dal 6-bis al 6-novies dell'articolo 23. Si tratta di emendamenti proposti anche dal gruppo della lega nord e discussi prima nel gruppo di lavoro dei parlamentari di varie forze politiche e dal sottosegretario Barberi e quindi approvati dal Senato. Essi permettono l'attuazione dei programmi straordinari di esportazione di materiali litoidi dai bacini fluviali; consentono ai soggetti interessati al ripristino degli immobili danneggiati dagli eventi alluvionali del 1994, in particolare a coloro che hanno dovuto eseguire lavori più consistenti e lunghi, di poter ultimare gli interventi di ripristino del 1998 usufruendo del rimborso dell'IVA pagata per rivalsa.
A tale proposito sottolineo che il nostro gruppo ha presentato un ordine del giorno chiedendo al Governo di coordinare, mediante un'apposita circolare ministeriale, il rimborso IVA con il recente innalzamento dell'aliquota dal 19 al 20 per cento, al fine di consentire a coloro i quali hanno già effettuato o effettuano interventi di ricostruzione dopo la data del 1 ottobre 1997 di avere un rimborso integrale dell'IVA pagata, come era nello spirito della legge.
Inoltre, il testo del decreto modificato dal Senato proroga al 16 luglio 1999 il termine entro il quale le imprese, con attività collocate in aree soggette a vincolo per rischio idrogeologico, possono accedere ai finanziamenti agevolati dalla legge n. 35 del 1997 per rilocalizzare in condizioni di sicurezza la propria attività, rendendo in tal modo possibile l'utilizzazione di circa 900 miliardi di residui che altrimenti andrebbero persi a causa della ristrettezza dei tempi previsti dalla normativa precedente.
Faccio notare, fra l'altro, che la proroga si rende indispensabile in quanto lo strumento di individuazione delle aree a rischio previsto dalla legge, il cosiddetto «piano fasce» dell'autorità di bacino del Po, è stato approvato dal punto di vista tecnico ma deve ancora espletare l'iter burocratico per entrare in vigore. È prevista altresì la possibilità di delega agli enti locali da parte del magistrato per il Po per la realizzazione di interventi di difesa idraulica individuati nel piano stralcio PS45. Si estende alle imprese agricole ubicate in aree con vincolo idrogeologico la possibilità di accedere ai crediti agevolati per la rilocalizzazione dei propri insediamenti; si rende possibile l'utilizzazione dei residui e delle risorse assegnate al Mediocredito centrale Spa per la concessione di contributi alle aziende danneggiate dalle alluvioni nel limite di 3 miliardi e mezzo. Infine si proroga ulteriormente il versamento IVA. Tutte queste disposizioni sono di vitale importanza per le aziende e i privati alluvionati che tuttora vivono e lavorano in condizioni precarie in un'area a forte crisi occupazionale.
Per i motivi illustrati il gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania non ostacolerà la conversione in legge del presente decreto. Certo, siamo dispiaciuti della mancata approvazione da parte del Senato del nostro emendamento che consentiva ai comuni alluvionati di avvalersi, anche per l'anno 1998, dei militari di leva residenti nei comuni stessi. Ciò nonostante e visti i tempi ristretti a disposizione per la conversione del decreto, non abbiamo presentato nuovamente l'emendamento, mentre abbiamo predisposto un ordine del giorno che impegna
il Governo ad assegnare la massima precedenza alle convenzioni stipulate dai comuni colpiti dalle calamità (per l'utilizzazione dei giovani in servizio civile sostitutivo) con il Ministero competente.
Per la necessità e l'urgenza di approvare in tempi brevissimi questo provvedimento - lo ripeto - la lega nord non ha presentato ulteriori emendamenti né in Commissione né in aula, limitandosi a predisporre ordini del giorno mirati. Unendomi alla richiesta del relatore, mi appello ai colleghi affinché ritirino gli emendamenti presentati.
Colgo l'occasione per ringraziare il professor Barberi per la disponibilità dimostrata nell'affrontare collegialmente il provvedimento. Non è certo la prima volta che, grazie alla sua disponibilità, i provvedimenti arrivano in aula con l'unanimità o quasi dei consensi e passano, giustamente, senza incontrare ostacoli. Tale metodo di lavoro non dovrebbe essere utilizzato eccezionalmente o ad personam ma dovrebbe essere la norma (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).


