Seduta n. 331 del 23/3/1998

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(Repliche dei relatori e del Governo - A.C. 4231)

PRESIDENTE. Onorevole Barral, il suo gruppo ed anche lei in qualità di relatore di minoranza avrebbe terminato il tempo a sua disposizione; tuttavia, se ritiene di dover aggiungere qualche parola in replica, la Presidenza lo consente.

MARIO LUCIO BARRAL, Relatore di minoranza. Grazie, signor Presidente. Ho preso atto che l'opposizione è in sintonia con il pensiero della lega nord per l'indipendenza della Padania. Ringrazio anch'io il collega Manzoni per il suo splendido intervento, decisamente molto tecnico, nonché il collega Masiero, che dal canto suo ha fatto un'analisi politica del comparto produttivo ed industriale che in Italia non ha mai avuto una politica seria.
Le poche famiglie che rappresentano il grande potere industriale hanno sempre fatto il bello ed il cattivo tempo: mi riferisco alle famiglie Agnelli e Pirelli ed a tutti coloro i quali hanno sempre avuto l'opportunità di mettere in scacco qualsiasi tipo di Governo dicendo «se mi dai i soldi bene, altrimenti ricorro alla cassa integrazione, sposto l'azienda o chiudo». Questo è successo anche con questo Governo, il quale non ha mancato di ricevere dalla grande industria precise richieste, come nel caso della rottamazione, con la FIAT che ha sfruttato la situazione. Ricordo che non è entrata in funzione l'operazione di subfornitura prevista da un progetto di legge approvato in Commissione ma non in Assemblea: la grande industria ha lavorato contro perché avrebbe dovuto essa stessa seguire delle regole e tirare fuori dei soldi. Anche la legge Prodi ha sperperato un sacco di soldi senza assicurare risultati soddisfacenti in rapporto alle spese.
Ribadisco, comunque, che questo provvedimento non dovrebbe essere approvato. Auspico quindi, e mi spiace che ci siano pochissimi colleghi della maggioranza, che soprattutto il relatore per la maggioranza si ravveda in ordine a questo provvedimento e sia più critico. Visto e considerato che rifondazione comunista fa sì parte della maggioranza, ma è decisamente critica, faccia anche in questo caso, come ha fatto finora cercando di mettere in scacco questo Governo, il suo dovere nel porre in evidenza la non fattibilità di un provvedimento che, oltre a costare alle casse dello Stato molti soldi, non risolverà il problema, come non lo ha risolto la legge Prodi in dieci, quindici o diciotto anni.
Auspico anche che in sede di replica il sottosegretario prenda in considerazione quanto ha sostenuto l'opposizione, proprio perché si ritiene che i denari pubblici debbano essere spesi laddove si possa avere un ritorno sia occupazionale sia di risanamento delle aziende.
La ringrazio, signor Presidente.

CESARE RIZZI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. A che titolo?

CESARE RIZZI. Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Le ricordo, onorevole Rizzi, che a norma di regolamento il suo intervento deve attenere alla materia in esame.

CESARE RIZZI. No, signor Presidente, le volevo dire...

PRESIDENTE. Onorevole Rizzi, se il suo intervento non attiene a questa materia, ne parleremo al termine della seduta.
Ha facoltà di replicare il relatore per la maggioranza, onorevole Edo Rossi.


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EDO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, mi scuso anticipatamente perché la mia condizione culturale non mi consente di fare citazioni in latino, in quanto a quindici anni ho cominciato a lavorare in fabbrica, quindi mi sono dovuto dedicare a questa attività e non allo studio. Tuttavia...

PRESIDENTE. Onorevole Rossi, è un vecchio vezzo degli avvocati; era per questo che io e l'onorevole Manzoni abbiamo fatto una citazione latina.

EDO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Penso comunque di intendere abbastanza bene l'italiano.
Così come veniva sollecitato, non ritengo necessario entrare nel merito di alcune risposte di ordine tecnico. Infatti, ho discusso diverse ore con l'onorevole Manzoni in Commissione sugli aspetti tecnici e se non sono riuscito a convincerlo in quella sede, motivando tecnicamente le ragioni, non credo che riuscirò a farlo ora.
Devo dire, però, che su una cosa dobbiamo intenderci quando parliamo della legge Prodi, cioè sul fatto che quella legge non può essere giudicata come una normale procedura che interviene nelle situazioni fallimentari. La legge Prodi quando è nata - ed oggi viene riconfermata - aveva un'unica grande finalità, quella cioè di intervenire in situazioni straordinarie. Per questa ragione non è estesa a tutte le aziende, per questa ragione ci sono determinati parametri per poter avere la possibilità di utilizzarla.
E quando scattano questi parametri? Scattano in presenza di grandi aziende, cioè di imprese che hanno segnato o segnano la storia economica industriale e produttiva del paese. Non siamo in presenza della piccola bottega commerciale; siamo in presenza di qualcosa che ha segnato l'identità produttiva del nostro paese, non di una cosa inconsistente. Quando ragioniamo sulla legge Prodi ragioniamo di questo, quando sosteniamo, come maggioranza, che questa legge va difesa, seppure rivisitata, seppure rimessa in discussione in alcuni suoi contenuti, pensiamo soprattutto al fatto che questa legge in un certo qual modo cerca di intervenire, e non sempre ce la fa, anzi nella stragrande maggioranza delle situazioni, come ho detto nella relazione, non ce l'ha fatta. Ma cerca di intervenire per dare una risposta dal punto di vista dell'identità produttiva e della salvaguardia dei livelli occupazionali, laddove questo problema si presenta. Non si può nascondere che la legge Prodi interviene solo in presenza di un accertato fallimento, quando cioè l'imprenditore non riesce più a pagare i debiti che ha contratto con i fornitori, con le banche. In pratica la legge Prodi interviene quando si è in presenza di un dissesto finanziario e non certo di una regolare attività produttiva.
Onorevole Manzoni, francamente mi sarei aspettato da lei una spiegazione sul perché moltissime aziende nel nostro paese, anche di grandi dimensioni, arrivano ad uno stato fallimentare (l'imprenditore fallisce la sua missione) all'improvviso, nonostante i bilanci degli anni immediatamente precedenti non facciano presagire tale situazione. Ecco allora che quando sopraggiunge il dissesto finanziario la situazione non è più recuperabile, o quanto meno assai difficile da recuperare. Mi sarei aspettato, ripeto, che l'onorevole Manzoni esprimesse un suo giudizio a tale riguardo.
Come possiamo ignorare le novità contenute nel provvedimento al nostro esame? Certo, si tratta di una delega al Governo e non di una legge definitiva, ma questo provvedimento contiene molte novità, una delle quali è che fissa dei tempi certi. In pratica con certezza si sa se in quell'impresa si interviene per un risanamento economico, finanziario e in conto d'esercizio o se si interviene per la vendita dei beni patrimoniali per pagare i creditori. Per l'una o per l'altra ragione (sono solo queste due le ragioni per le quali si interviene) vi è la certezza dei tempi.
Onorevole Manzoni, come si fa a non notare che mentre fino ad oggi i tribunali non sono mai riusciti ad intervenire (non


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avevano il potere per farlo) ora con la delega il tribunale ha la possibilità, in qualsiasi momento, se l'opzione A (quella di un anno) e l'opzione B (quella di due anni) non vanno a buon fine, di intervenire per risolvere la questione? Non notare queste cose significa negare l'evidenza. A me spiace, onorevole Manzoni, che lei non abbia notato queste novità! Come si fa a non vedere che con la delega che viene data al Governo, e soprattutto con gli emendamenti presentati in Commissione, i creditori avranno la certezza di essere garantiti durante la procedura fallimentare? Non tener conto di questo significa non notare quanto sancito nel provvedimento in esame e quanto affermato durante la discussione.

VALENTINO MANZONI. È un sogno!

EDO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Sapete, onorevoli colleghi dell'opposizione, qual è il vero limite del provvedimento? È la fase transitoria, in quanto con questa delega tra pochi mesi scatterà la legge e tutte le imprese, che oggi sono sottoposte alla legge Prodi, dovranno immediatamente adeguarsi alle nuove norme. Onorevole Manzoni, si ricorda cosa ci rispose il rappresentante del Governo allorquando gli ponemmo questa domanda? L'applicazione della nuova normativa comporterà che 4-5 mila lavoratori saranno espulsi dal circuito del lavoro. Il vero problema è la transitorietà dell'applicazione di questa legge! Il vero problema è che le conseguenze dell'applicazione di questo provvedimento la pagheranno quei lavoratori!
Nella mia relazione ho specificato che avrei preferito fornire un'altra risposta a questi lavoratori che da un posto di lavoro avrebbero dovuto passare ad un altro posto di lavoro; che le risorse, anziché usate per finanziare la cassa integrazione, fossero state usate per avviare nuove iniziative imprenditoriali che consentissero a costoro di non perdere il loro posto di lavoro. Tutto ciò purtroppo non è possibile per le ragioni che non approfondisco oggi, ma che abbiamo esaminato e discusso lungamente in Commissione. La «pezza» che dobbiamo usare, perché non siano questi i soggetti che pagano le conseguenze dell'applicazione di questa legge, è quella del ricorso alla cassa integrazione straordinaria. Se insistiamo su questo punto e soprattutto con il Governo è perché non vogliamo che vi siano vittime. Se tuteliamo i creditori, (ricordo che abbiamo presentato un emendamento al riguardo) dobbiamo tutelare anche i lavoratori che non possono certamente pagare queste conseguenze. Come si fa a non vedere tutto ciò?
Non ho mai detto che la legge Prodi ha salvato tutte le aziende in crisi; ho sempre detto che al massimo ha rappresentato un'opportunità per tali aziende, aiutandole a risolvere i loro problemi. Lo so, sono certo che i creditori, come diceva lei, onorevole Manzoni, siano rimasti con un pugno di mosche in mano. Tuttavia, se così è stato, la responsabilità non è riconducibile ai contenuti della legge Prodi: se i creditori non sono stati pagati, la responsabilità è di chi ha diretto quell'impresa e l'ha portata in una situazione tale per cui la stessa non è stata più nelle condizioni di adempiere ai propri doveri. Questa è la vera questione!
Quanto all'articolo 2, lei sa benissimo, onorevole Manzoni, che abbiamo rivolto numerose osservazioni al testo originario del provvedimento presentato dal Governo. Se ho cambiato idea, se siamo arrivati a cambiare idea, una ragione c'è ed è che il testo dell'articolo 2 è stato modificato. Non si possono dire le stesse cose che si sarebbero potute dire nell'ipotesi in cui ci fossimo trovati di fronte allo stesso testo approdato in Commissione. In aula il provvedimento è diverso proprio perché, ripeto, ha subito modifiche; in aula arriva un provvedimento in base al quale gli 81 miliardi destinati alla riconversione non sono spesi, così come chiedeva originariamente il Governo, per lo smantellamento o per sanare determinate situazioni, ma sono spesi e utilizzati soltanto in parte - 30 miliardi su 81 - per quelle imprese che di fatto realizzano la riconversione, non quindi per quelle


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aziende che - l'onorevole Manzoni me ne darà atto - abbiamo scoperto non avere alcun diritto.
In definitiva, ripeto, il provvedimento è cambiato, non è quello che è stato esaminato originariamente dalla Commissione. Se quindi la dotazione non sarà spesa tutta (ricordo, a tale riguardo, la richiesta di superare la pronuncia della Corte dei conti), ciò è stato possibile perché abbiamo lavorato sulla norma e perché la Commissione ha assolto in questa direzione ad un dovere di rettifica. Quei soldi, quindi, saranno non attribuiti in modo clientelare per sanare situazioni pregresse ma lo saranno in modo finalizzato. Questa è la novità!
L'onorevole Manzoni ricordava che l'impresa Leali ha già ricevuto, per effetto della legge n. 488, un investimento e che quindi non può riceverne due. Se è andata così, siamo probabilmente in presenza dell'unico caso nel quale non soltanto vi è stato lo smantellamento, senza che lo Stato corrispondesse la quota dovuta, ma anche una situazione per cui questa impresa ha effettivamente realizzato la riconversione. Se quest'impresa ha ricevuto i soldi previsti dalla legge n. 488 è perché ha operato la riconversione! Allora, come si può negare che questa impresa abbia diritto a ricevere anche la quota relativa allo smantellamento? Sarebbe miopia, sarebbe assolutamente sbagliato.

VALENTINO MANZONI. L'articolo 2 è stato modificato: non può più!

EDO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Se quando abbiamo iniziato la discussione sussistevano motivi di dubbio, dopo aver sentito gli interventi dei rappresentanti dell'opposizione gli stessi sono sostanzialmente scomparsi. Vedete, cari colleghi: come forze politiche avete legittimamente tutto il diritto di esprimere le vostre opinioni e, soprattutto, la vostra contrarietà sul provvedimento. Ma questo conferma una teoria secondo la quale le imprese che stanno sul mercato, fin quando continuano ad esservi fanno gridare ed urlare al libero mercato; ma quando un imprenditore fallisce, esce cioè dal mercato, voi dite: cada Sansone con tutti i filistei!

MARIO LUCIO BARRAL, Relatore di minoranza. Ma chi lo ha detto?

EDO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Su questo punto non siamo assolutamente d'accordo. Quando ci sono le condizioni, le imprese sono non degli imprenditori ma un bene di tutto il nostro paese.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il sottosegretario di Stato per l'industria, il commercio e l'artigianato.

SALVATORE LADU, Sottosegretario di Stato per l'industria, il commercio e l'artigianato. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento in esame, immaginato come puntualizzazione e sviluppo di alcuni punti della legge finanziaria, attraverso un lungo ed anche tormentato iter in Commissione, giunge in aula parzialmente ridimensionato nei contenuti, ma ben focalizzato nei punti essenziali: la riforma della legge n. 95 del 1979 ed il completamento della legge n. 481 del 1994.
Si può anche dire che con questo provvedimento si sviluppano ulteriormente intenzioni già formulate nella legge n. 266 del 1997, recante interventi urgenti per l'economia, con la quale abbiamo rimodulato e riformulato alcune importanti leggi di incentivazione, adeguandole allo spirito nuovo con il quale il sistema degli incentivi deve essere gestito nell'ambito di una politica industriale più moderna e trasparente.
Credo valga la pena richiamare per un attimo ed ampliare quella riflessione. Anche in questo si tende a dare il massimo di certezza sui tempi degli interventi e si cerca di quantificare con maggiore precisione l'ammontare delle risorse disponibili e di snellire al massimo le procedure.
Le esperienze accumulate negli ultimi anni su molte leggi di incentivazione, infatti, anche se ispirate a principi e ad


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esigenze giustissime ci hanno insegnato che alimentare la domanda e le attese senza avere il quadro definito di risorse può dare un filo di speranza a qualche azienda, ma suscita fibrillazione in tutto il settore. Nello stesso tempo abbiamo acquisito un dato fondamentale relativamente alla gestione dei tempi: il quadro delle decisioni aziendali ha nel fattore tempo un elemento chiave. È indubbio, infatti, che esso ha la virtù intrinseca di ottimizzare le risorse.
Facendo tesoro di questa lezione, abbiamo cominciato a rendere gli incentivi il più possibile automatici ed abbiamo deciso di interrompere il ciclo delle attese non appena c'è indisponibilità di risorse. Tendiamo ad accelerare i tempi di concessione per fornire ai progetti industriali incentivati il quadro completo per le decisioni utili al raggiungimento degli obiettivi, valorizzando al massimo il dato occupazionale e stando attenti a non scambiarlo con la promessa di occupazione non credibile e non garantita nel tempo.
Tra le grandi leggi di intervento la legge n. 95 vive in questo momento la sua fase più delicata e non solo perché è sottoposta a procedura di infrazione da parte della CEE. Formulata a suo tempo per garantire la sopravvivenza di aziende in acuta crisi finanziaria, ma non in difficoltà nei processi di prodotto e nelle nicchie di mercato, la legge Prodi vanta nel suo complesso esiti positivi, anche se in alcune fasi della sua procedura gli strumenti di gestione e di vigilanza risultano un po' obsoleti rispetto al nuovo dinamismo imprenditoriale e ai movimenti reali di mercato.
Il relatore ha ampiamente esaminato tutti i punti fondamentali dell'articolo 1 e a me risulta francamente superfluo ripetere questi passaggi, anche se trovo giusto puntualizzare la scelta del Governo sui punti più significativi della riforma che proponiamo: rafforzare il metodo di selezione delle aziende da immettere nella procedura, acquisendo il massimo di certezza possibile sulla probabilità di reinserirle sul mercato risanate finanziariamente in tutto o in parte, o di ricollocarle in produzione nell'integrità della struttura, ma in entrambi i casi con tempi predeterminati; l'intervento del giudice nel suo ruolo di terzietà per determinare alcuni passaggi delicati della procedura, relativamente all'interruzione della stessa in caso di conclamata impossibilità a raggiungere ragionevolmente gli obiettivi; una tutela più efficace del ceto creditizio.
Il dato fondamentale della riforma che viene proposta e che voglio evidenziare sul piano politico sta nella certezza dei tempi previsti, qualunque sia l'indirizzo scelto nel momento in cui si decreta la procedura straordinaria: la cessione dei beni aziendali - in tutto o in parte - con la continuità di esercizio, entro un anno; la ristrutturazione globale sul piano economico e finanziario, per raggiungere il risanamento entro due anni.
La fissazione dei tempi, contestuale all'intervento di un giudice terzo, elimina quasi del tutto la discrezionalità dei commissari sui tempi ed anche sulla gestione della procedura.
Mi sembra che la forte riduzione della discrezionalità rappresenti il dato più rilevante ed efficace per evitare molti degli inconvenienti che hanno accompagnato l'esercizio della legge Prodi in questo lungo arco di tempo.
L'impianto fondamentale della legge - che ho brevemente richiamato - ha trovato in Commissione proposte innovative, con ulteriori specificazioni sulle quali il Governo ha concordato. In particolare, è da condividere l'abbassamento del parametro degli addetti come condizione di base per l'ammissione alla procedura: è diminuito da 300 a 200; un ulteriore abbassamento fino a 100, con l'attuale struttura organizzativa, avrebbe creato forti problemi di gestione. Da questo punto di vista le osservazioni dell'opposizione mi sembrano un po' ingenerose. Sicuramente si poteva fare meglio, ma devo dire che lo sforzo compiuto dal Governo con il supporto di tutta la Commissione ha rappresentato un passaggio molto importante per superare le difficoltà che si erano create.

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Anche per quanto riguarda la legge n. 481 del 1994 sono stati compiuti grossi sforzi di miglioramento. Il Governo ha presentato un testo, ma è rimasto aperto alla discussione parlamentare, al fine di chiudere con questa disciplina e di passare ad una seconda fase. L'atteggiamento del Governo è stato trasparente e disponibile alle proposte della Commissione. Il Governo, infatti, crede nell'iniziativa parlamentare e nel lavoro delle Commissioni: da qui la nostra apertura nei confronti dei contributi e delle riflessioni che possono venire dal confronto parlamentare.
Collega Barral, il Governo non ha inteso aprire la strada per portare dentro questa disciplina altri provvedimenti. Semplicemente, con l'articolo 2 si è inteso regolamentare un problema assai complesso, in spirito di collaborazione. È possibile proseguire la riflessione sull'articolo 2 anche nella seduta di domani. Devo dire, tuttavia, che quanto ho detto in Commissione (come ricordato dal collega Manzoni) è stato supportato da tutta la documentazione necessaria sia sulla legge Prodi sia sulla legge n. 481, fino alle più recenti vicende applicative.
Infine un accenno sull'articolo 3, per rispondere a qualche critica avanzata anche al di fuori di quest'aula. Si è detto che lo Stato drena risorse destinate ad incentivi produttivi per finanziare le spese correnti: mi sembra una critica ingenerosa rispetto allo sforzo che stiamo compiendo di rendere tutto il sistema più trasparente e più efficiente nelle varie componenti. Affinché il vantaggio per le imprese sia mantenuto elevato e qualificante, gli incentivi devono rispondere ad una fondamentale esigenza, che verte sulle attese della collettività nel suo insieme e non più dell'impresa in quanto tale. È un'esigenza a cui si dà risposta raggiungendo tutti gli obiettivi al massimo livello, soprattutto quelli di natura occupazionale. Un monitoraggio di questo tipo nei confronti delle imprese destinatarie degli incentivi - ovviamente con riferimento alla quota di agevolazione prevista - mi sembra una scelta corretta, che guarda all'interesse collettivo. Raccolgo in proposito tutte le osservazioni formulate dai colleghi Manzoni, Masiero e Rossi: sono necessari maggiore attenzione e controllo sul sistema di incentivazione. Credo che il Governo terrà conto di queste osservazioni, che sono state riferite in particolare alla legge n. 481, ma che valgono in realtà per tutto il sistema di incentivazione, anche come strumento di analisi dei risultati.
In conclusione, ritengo che con i miglioramenti che sono stati apportati al testo l'Assemblea possa approvare il provvedimento con maggiore tranquillità. Ringrazio tutti i colleghi.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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