Seduta n. 333 del 25/3/1998

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(Entrata dell'Italia nell'euro)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Rasi n. 2-00977 (vedi l'allegato A - Interpellanze ed interrogazioni sezione 2).
L'onorevole Rasi ha facoltà di illustrarla.

GAETANO RASI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, illustro questa interpellanza otto giorni dopo averla presentata e proprio poche ore, anzi credo due ore prima che la Commissione dell'Unione europea a Bruxelles e l'Istituto monetario europeo a Francoforte pubblichino i rapporti sui paesi che hanno i requisiti per far parte della moneta unica europea. L'Italia dovrebbe essere tra questi e ne siamo lieti anche noi dell'opposizione, anche noi di alleanza nazionale.
Tuttavia, nel corso di una settimana sono accaduti nuovi fatti, oltre quelli che hanno motivato l'interpellanza, che illuminano uno scenario che non è affatto tranquillizzante, facendo emergere aspetti preoccupanti, peraltro già anticipati dal governatore Fazio, quando ha detto che, entrando la lira nella rigidità monetaria dell'euro, per l'Italia sarà un purgatorio e dallo stesso ministro Ciampi, quando ha detto che sarebbe un errore pensare che adottando l'euro i problemi si risolvano da soli.
Il problema infatti resta quello dell'economia reale, quella che sta dietro alla moneta, e che è la sola che alla fine fa combaciare il maggiore o minore valore della lira con la maggiore o minore efficienza del sistema economico di riferimento, quello italiano. Dobbiamo infatti


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constatare che quello che riluce non è tutto oro. Mi riferisco al trionfalismo del Governo, perché la crescita del PIL non è eccelsa e per di più è oscillante, l'alta disoccupazione è strutturale e non congiunturale, mentre su tutti gli italiani, cittadini, famiglie e imprese, pesa una pressione fiscale che è la più alta d'Europa.
Chi credeva che in regime di mercato unico e di moneta unica si realizzasse una tappa essenziale del cammino della solidarietà europea deve essere deluso. Nel breve tempo che va, appunto, dalla presentazione dell'interpellanza mia e dei colleghi, che sto illustrando, ad oggi è stato varato infatti quello che è stato definito il «codice di York». Tale codice prevede, tra l'altro, che all'interno dell'Europa dell'euro non vi saranno trasferimenti finanziari tra i paesi. Altro che Europa unita e solidale! Non potranno farsi prestiti tra paesi bisognosi e paesi con disponibilità pur avendo la stessa moneta; si tratta di una situazione che modifica in peggio un sistema che vigeva in precedenza tra Stati con monete diverse.
Relativamente all'introduzione di una clausola di questo genere, sulla quale non si è fatto abbastanza per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, possiamo dire che in questo momento è stato introdotto quello che dovrebbe chiamarsi il «veleno di York», perché non è possibile pensare che in un'Europa che deve nascere proprio per unire - è lapalissiano! -, per l'aiuto reciproco, per lo sviluppo reciproco, per la capacità di costruire insieme una entità supernazionale ma avente coscienza nazionale per se stessa e anche per la missione da svolgere verso l'esterno, si introduca una clausola di questo genere che è la clausola dell'egoismo e non del mutuo aiuto.
Si è detto che questo «veleno di York» è stato fatto per scoraggiare i paesi non rigorosi; pertanto al posto delle regole si usa il sistema della chiusura egoistica che non distingue tra necessità congiunturale e violazione della correttezza. Su questo punto e su altri della mia interpellanza desidero chiedere delucidazioni al rappresentante del Governo perché se è vero che tale clausola è soprattutto rivolta verso l'Italia, come si sostiene, non ci si può non chiedere se questo non riveli l'incapacità di contrattare la partecipazione dell'Italia al processo unitario europeo.
Ci si chiede poi, anche per le espressioni usate dal governatore Fazio e dal ministro Ciampi, se l'attuale insicurezza circa i benefici derivanti dall'introduzione dell'euro non riveli l'errore strategico del Governo di essersi presentato con il «cappello in mano» a sottoporsi a ripetuti esami invece di aver sostenuto la tesi che l'euro non può nascere senza la presenza dell'Italia, quinta potenza industriale del mondo.
Mi domando come avrebbero fatto le economie di Francia e Germania con un'Italia dotata di moneta indipendente dall'euro, in quanto l'attività produttiva e di esportazione dell'Italia, sganciata dall'euro, avrebbe procurato all'unione monetaria una concorrenza molto nociva specialmente nei confronti dei paesi più deboli (si pensi per esempio alla Spagna) agganciati alla rigidità dell'euro.
Ebbene, in conclusione, si dice che l'Italia stia assumendo l'impegno di portare il proprio debito pubblico al 100 per cento del PIL in cinque anni (nell'interpellanza si parla di dieci anni, ma in base ad una notizia precedente). Secondo le ultime dichiarazioni del ministro Ciampi, l'intenzione è di ridurre il debito dal 121 per cento attuale al 118 per cento per la fine di quest'anno, per arrivare, nel 2003, al 100 per cento. Ebbene, come è possibile pensare che si riduca il debito ad una media annua di 3,6 punti, pari a quasi 100 mila miliardi in un anno di rimborso del debito pubblico? È realistico questo programma?
Sarà attuato con nuove tasse? Quali privatizzazioni potranno fornire risorse di tale grandezza, se si pensa che, al massimo, si potranno realizzare con le residue privatizzazioni 100 mila miliardi, quindi solo l'importo che verrebbe richiesto per un anno? È sopportabile per la ripresa dello sviluppo e la crescita del PIL tale

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impegno? Il PIL è il denominatore di un rapporto e più alto è il PIL, più facile è raggiungere e mantenere i criteri di Maastricht.
Come si sono potuti assumere impegni del genere in una maniera che pare imprudente e che forse è stata adottata per chiudere a qualunque costo la vicenda euro? Ci domandiamo se non abbia ragione l'onorevole Nesi, che pare abbia detto: accettiamo tutto per entrare, salvo poi ridiscutere le condizioni una volta che la lira sarà nell'euro. È vero tutto ciò? Prego il Governo di dare una risposta al riguardo.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il tesoro, il bilancio e la programmazione economica ha facoltà di rispondere.

ROBERTO PINZA, Sottosegretario di Stato per il tesoro, il bilancio e la programmazione economica. Signor Presidente, le ultime considerazioni aggiuntive svolte dall'onorevole Rasi sollevano problemi in qualche modo collegati a quanto richiesto nella interpellanza in discussione, anche se ne superano la portata. Mi pare che più in generale esse evochino la necessità o l'opportunità per l'interpellante di svolgere una discussione più ampia sulla questione delle politiche europeistiche, che credo potrà avere una sede propria se gli organi parlamentari lo riterranno.
Quindi, la mia risposta è legata al contenuto originario della interpellanza.
Prendo atto con piacere dell'affermazione iniziale del collega interpellante. Egli, infatti, ha dichiarato che ormai siamo tutti convinti che avremo un esito positivo per quanto attiene all'ingresso dell'Italia in Europa. Ebbene, mi viene da pensare quanto fossero diverse le affermazioni rese sei, sette, otto, nove mesi fa, per non parlare poi di quello che si diceva dodici mesi fa. All'epoca vi era una opinione specializzata che sosteneva che l'Europa non si sarebbe fatta e che comunque, se si fosse realizzata, mai al mondo l'Italia vi sarebbe entrata. I romani dicevano quantum mutatus ab illo in casi del genere!
Mi fa piacere che oggi vi siano fasce di opinione comune al riguardo; ad ogni modo noi manteniamo tutte le cautele necessarie anche perché da oggi ai primi di maggio si deve verificare una serie di eventi.
L'interpellanza in questione trae origine da una dichiarazione del ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica che, nel corso della presentazione della campagna televisiva sull'euro lo scorso 16 marzo, avrebbe dichiarato che «sarebbe un errore pensare che adottando l'euro i problemi si risolvano da soli» ed inoltre che «l'euro è una condizione per favorire la soluzione dei problemi e non la soluzione in sé».
Queste dichiarazioni sono state intese, secondo quanto viene detto testualmente nell'interpellanza, come sintomatiche di un atteggiamento teso a precostituire «un alibi per l'aggravarsi della situazione dell'economia reale e della disoccupazione nel nostro Paese». A tale riguardo devo fare presente che queste dichiarazioni, pur sostanzialmente corrispondenti alle parole pronunciate dal ministro, sono state estrapolate da un contesto che chiaramente metteva in luce come l'Italia abbia raggiunto non solo le condizioni necessarie all'ingresso nella UEM, ma anche quelle per la ripresa dell'economia. Questa era la frase che seguiva immediatamente: se non fosse stato attuato il risanamento - ha sostenuto il ministro in quella sede - oggi non potremmo discutere di ripresa dell'economia.
Più in generale, in numerose occasioni, il ministro del tesoro ha sottolineato che l'assetto istituzionale previsto dal Trattato di Maastricht per la UEM e le ulteriori regole di governo dell'economia individuate e specificate nel corso della fase 2 per il buon funzionamento dell'unione monetaria sono tese a creare ed a consolidare le basi per uno sviluppo duraturo e sostenibile delle economie aderenti alla moneta unica.
Lo sforzo richiesto ai paesi dell'Unione europea nel processo di convergenza in


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termini di risanamento dei conti pubblici, riduzione del tasso di variazione dei prezzi e dei tassi di interesse, nonché in termini di stabilità del cambio, rappresenta il presupposto necessario su cui fondare le basi dello sviluppo. Stabilità dei prezzi, conti pubblici in ordine, bassi tassi di interesse, oltre a facilitare il compito della conduzione della politica monetaria, garantiscono il prevalere di condizioni favorevoli agli investimenti, all'attività produttiva e all'occupazione.
La ripresa dell'economia italiana attualmente in atto (lo dico in relazione a quella controversia di qualche settimana fa, per la verità un po' tramontata, sui rapporti tra economia finanziaria ed economia reale) è superiore alle aspettative prevalenti fino a pochi mesi fa e testimonia come l'adesione a progetti di unificazione monetaria ed il connesso risanamento della finanza pubblica possano, più che deprimere l'attività economica, innestare un circolo virtuoso che, attraverso la riduzione dei tassi di interesse ed il venir meno dell'incertezza collegata alla fluttuazione dei cambi, promuove i piani di consumo delle famiglie ed i progetti di investimento delle imprese.
Passo ai dati. Nel 1997, anno in cui l'indebitamento netto della pubblica amministrazione si è ridotto dal 6,7 al 2,7 per cento (con una modificazione di estrema rilevanza pari a poco meno dei due terzi) e i consumi delle famiglie sono cresciuti tre volte rispetto all'incremento registrato nel 1996. Questo dato viene sostanzialmente confermato per il 1998, per il quale è prevista una crescita dei consumi delle famiglie del 2,1 per cento, mentre per gli investimenti (è un dato che va sottolineato) le previsioni incluse nell'aggiornamento della relazione previsionale e programmatica evidenziano una crescita annuale superiore al 5 per cento, crescita trainata dalle prospettive favorevoli della domanda interna e della tendenza discendente dei tassi di interesse.
Anche se l'aumento dell'attività produttiva determinerà, allo stato delle previsioni, una crescita annuale dell'occupazione dello 0,5 per cento, occorre essere consapevoli, come i colleghi interpellanti ben sanno anche perché i dati relativi a Spagna, Germania e Francia sono all'attenzione di tutti, che il persistere di un elevato livello di disoccupazione rappresenta un problema strutturale non solo dell'economia italiana, ma dell'Europa in generale. I quattro più grandi paesi sono chiusi su indici tutti superiori all'11 per cento.
Le analisi condotte dai maggiori centri di ricerca nazionali ed internazionali evidenziano come le politiche macroeconomiche, per quanto necessarie, non sono di per sé sufficienti a risolvere il problema della disoccupazione. Ulteriori interventi strutturali sul funzionamento del mercato del lavoro, dei prodotti e dei capitali sono necessari. In questa direzione a livello europeo e nazionale importanti iniziative sono state adottate e previste per il prossimo futuro.
Per quanto riguarda la parità della lira e l'opportunità economica di aderire alla moneta unica, va osservato che la parità fissata nel novembre 1996, al momento del rientro dal meccanismo di cambio europeo, è stata confermata dall'andamento della lira sui mercati di cambi nel periodo. Anche a questo proposito vorrei ricordare che cosa avvenne all'indomani della fissazione della parità di cambio (parliamo di quella lira-marco, la più importante): vi fu tutta una serie di valutazioni sul realismo di questo tipo di parità. Sono trascorsi da allora 15-16 mesi e la parità è stata sostanzialmente confermata ed il minimo di oscillazioni si è registrato sempre nell'interno della banda stretta e non si è neppure mai sfiorata l'ipotesi della banda larga di oscillazione.
L'andamento della lira sui mercati rappresenta un beneficio in termini di riduzione dei costi di transazione, in particolare per le imprese, di quelli di copertura del rischio delle fluttuazioni valutarie che possono essere di notevole entità. L'eliminazione del rischio di cambio permette la pianificazione migliore dei piani di investimento, non distorti da

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eventuali disallineamenti valutari temporanei, sicché il profilo di crescita dell'economia non può che beneficiarne.
Devo dire infine che il Governo italiano non ha mai fatto la politica del «cappello del mano», che è una politica banale come quella opposta di tipo trionfalistico; ha fatto l'unica politica possibile, cioè quella dei fatti, imprimendo all'economia italiana dei conti una linea di marcia in grado di renderla totalmente compatibile con le scelte europee. Non a caso sono trascorsi meno di otto giorni dalla presentazione di questa interpellanza e la conferenza di York ha reso ulteriormente evidente l'ampia accettazione del piano presentato dal Governo italiano. D'altro canto le previsioni europee relative all'incremento del PIL nel 1998 evidenziano in modo esplicito le connessione tra politica di riduzione del deficit e rilancio dell'attività produttiva.

PRESIDENTE. L'onorevole Rasi ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n. 2-00977.

GAETANO RASI. Non mi posso dichiarare soddisfatto della risposta fornita dal sottosegretario e mi accingo a spiegarne le ragioni.
Nella sua risposta ho innanzitutto colto una nota polemica là dove ha affermato che da parte mia e della mia parte politica fino a qualche mese fa non si era d'accordo, mentre ora lo si è. La mia militanza europeista, che risale agli anni della gioventù, e la battaglia europeista condotta da alleanza nazionale smentiscono quanto affermato dal sottosegretario (sarebbe stato sufficiente conoscere la nostra storia).
Per quanto riguarda l'adesione allo SME nel passato, è stata coscientemente voluta anche come sfida nei confronti dei governi di allora affinché si risanasse l'economia pubblica e si introducessero misure di sviluppo.
L'adesione all'euro era anch'essa condivisa; ma non lo era la maniera attraverso la quale si intendeva raggiungere tale obiettivo: su questo argomento l'opposizione ha portato e continua a portare argomenti - credo - non peregrini.
Per quanto riguarda l'economia finanziaria che conduce l'economia reale (ciò è delineato nel sottofondo della risposta fornita dal sottosegretario), ritengo che sia una questione di «abbaglio ottico». Alla fin fine, infatti, la moneta è forte se l'economia è forte; le capacità di manovra «ingegneristiche» in ordine al governo della moneta alla fin fine rivelano la loro inconsistenza se dietro non vi è un'economia che risponde.
Siamo d'accordo sul fatto che l'introduzione di una moneta unica in Europa riduca i costi ed i rischi e che favorisca piani produttivi delle imprese e gli scambi. Non vi è dubbio, però, che, se l'introduzione della moneta avviene nell'ambito di uno dei «veleni di York», ossia quello di averci accolto adottando garanzie circa i comportamenti futuri (è una specie di processo alle intenzioni) del nostro paese, questo è molto grave. Lo è in particolare se è riferito all'Italia ed in generale per quanto riguarda lo spirito della nuova Europa che deve avere un impulso dalla moneta unica e dal mercato unico verso la solidarietà e non verso gli egoismi. È possibile che gli Stati Uniti d'Europa coltivino concetti di chiusura egoistica e di diffidenza proprio attraverso la clausola del non prestito fra gli Stati europei uniti quando nessuno pensava mai di porre questa clausola quando gli Stati non erano uniti? Questo è molto grave. Devo dire che solo un argomento concordo con il sottosegretario Pinza (la mia non è peraltro una questione di carattere personale nei confronti della gentilezza del rappresentante del Governo): è necessario che si svolga al riguardo una discussione generale e precisa. Qui l'Europa «nasce zoppa» (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).

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