Seduta n. 333 del 25/3/1998

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(Ripresa discussione sulle linee generali - A.C. 4500)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Occhetto.

ACHILLE OCCHETTO, Relatore. Signor Presidente, sento innanzitutto il dovere di riferire, come mi è stato chiesto, del malessere avvertito da tutti i componenti la Commissione esteri: il tema che ci apprestiamo ad affrontare è di grande rilevanza e da esso dipende l'avvenire dell'Europa. Come ha confermato il ministro Dini nella sua relazione sulla politica estera di martedì scorso, il dibattito intorno alla costruzione europea e quindi al trattato di Amsterdam è il vero ed il più importante argomento di politica estera all'esame del Parlamento in questo periodo. Chiedo quindi, interpretando il sentimento di tutta la Commissione esteri, che in futuro si dimostri maggiore sensibilità politica e rispetto per le competenze delle Commissioni da parte degli organi deputati a stabilire il programma dei lavori. Per quanto riguarda la ratifica del trattato di Amsterdam, i fatti hanno dimostrato la necessità di avere a disposizione un tempo appropriato di approfondimento, così da poter portare in Assemblea un atto solenne di accompagnamento al trattato, una sorta di condizionamento politico che il Parlamento italiano intende porre a questa ratifica. Senza questo documento e senza il tempo necessario per poterlo concordare, l'ordine del giorno che oggi presentiamo non ci sarebbe stato e la ratifica parlamentare del trattato di Amsterdam si sarebbe trasformata in un mero atto dovuto, privo di respiro politico


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e del contributo di pensiero unanimemente espresso dalla Commissione di merito.
Vorrei partire da una riflessione emersa nel corso del dibattito, secondo la quale, nel valutare il punto di equilibrio raggiunto con il trattato di Amsterdam, occorre tenere presente il confronto dialettico in atto tra due visioni contrapposte dell'Europa: quella che punta al massimo livello di comunitarizzazione e quella dell'approccio intergovernativo. Rispetto a questa impostazione, noi crediamo che non sia giusto limitarci a registrare il punto di mediazione raggiunto, ma che sia invece importante che il Parlamento svolga appieno la sua funzione costituzionale di indirizzo, chiedendo con forza uno spostamento in avanti di questo punto di mediazione verso un superamento dell'approccio funzionalista alla Monnet per tornare alla visione idealista dei padri fondatori dell'Europa.

Il Parlamento italiano, coerentemente con le posizioni assunte in passato, ha oggi il dovere di enunciare i limiti del metodo puramente intergovernativo, dove finiscono per prevalere visioni nazionalistiche del processo di integrazione europea, esprimendo invece un giudizio di insufficienza per il compromesso raggiunto ad Amsterdam.
Occorre invece spingere per una ripresa ed un'accelerazione dell'Europa politica, facendo emergere una visione di prospettiva adeguata alle grandi sfide del prossimo millennio, prima fra tutte la costruzione di un soggetto geopolitico che risulti rafforzato e non indebolito dalla propria espansione territoriale. Siamo consapevoli che quella odierna è solo una tappa di un processo nel quale si muovono elementi contrastanti di un equilibrio precario. Non vogliamo e non possiamo limitarci a rispecchiare questa situazione; la nostra ambizione è di essere il motore che spinge in avanti il processo per raggiungere equilibri nuovi e più avanzati.
Sicuramente l'Europa si trova ad un passaggio cruciale. Ha di fronte a sé due eventi storici di grandissima portata - mi riferisco all'adozione della moneta unica e all'allargamento a nuovi paesi - e non c'è dubbio che questo passaggio rappresenta al tempo stesso una sfida per il progetto europeo. Quell'Europa in fieri che si è lentamente costruita dal 1957 ad oggi, riempiendosi di connotati politici, sarà in grado ora di reggere l'impatto con una dimensione geografica così imponente? E ancora: riuscirà a controbilanciare il potere delle banche centrali o sarà governata da logiche puramente monetariste? Come è stato detto nel corso del dibattito in Commissione, c'è un terzo interrogativo che occorre porsi e che riguarda la capacità dell'Unione di raggiungere quell'obiettivo della piena occupazione che pure si è posta. Ed è proprio ad interrogativi di questa natura che ad Amsterdam non è stata data una risposta adeguata.
Ed ora entro nel merito del trattato. Indubbiamente, sono stati fatti passi avanti nel campo della tutela dei diritti fondamentali, con l'enunciazione solenne dei principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo. E anche per quanto riguarda la materia attinente al terzo pilastro dell'Unione, quello della giustizia e affari interni, si è optato per una graduale comunitarizzazione della materia della libera circolazione, dell'immigrazione, dei visti.
Ma l'innovazione più significativa del trattato di Amsterdam è l'inclusione dell'occupazione e della politica sociale tra i settori comunitari, con l'ipotesi di una strategia coordinata per raggiungere l'obiettivo di un livello elevato di occupazione. Ma come ho già accennato, questo stesso obiettivo non è stato accompagnato da strumenti efficaci, da criteri e parametri vincolanti per gli Stati membri, come invece è stato fatto in materia monetaria, che rendessero l'occupazione uno dei temi centrali e fondanti dell'azione comunitaria. È questo uno dei punti che l'ordine del giorno affronta, chiedendo la predisposizione di tali strumenti.
Va inoltre sottolineata l'introduzione del metodo della concertazione con le parti sociali, sul modello di quanto avviene

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nel nostro paese. Altri progressi riguardano la materia ambientale. Vorrei segnalare i progressi sui poteri del Parlamento europeo: la procedura della codecisione riguarda ormai il 75 per cento delle materie comunitarie.
Ma purtroppo gli aspetti positivi si fermano qui. Restando nel campo delle riforme istituzionali, infatti, le lacune più gravi riguardano tre aspetti: la composizione della Commissione, la ponderazione dei voti, l'estensione del voto a maggioranza.
Noi proporremo che entro la prima fase dell'allargamento dovrà essere modificata la ponderazione dei voti in sede di Consiglio e gli Stati che nominano due commissari rinunceranno ad uno. Tali dichiarazioni di volontà andranno verificate alla luce delle reali intenzioni degli Stati. Siamo consapevoli che questa presa di posizione rischia di generare un malinteso con i nostri amici dei paesi candidati all'allargamento, ma è importante spiegare che non è neppure nel loro interesse entrare in una casa comune con istituzioni inadeguate. Del resto, noi non chiediamo di ritardare il loro ingresso, ma di anticipare le riforme per concluderle in tempo per il primo ampliamento.
Giungo così all'ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi; mi riferisco al tema della politica estera e di sicurezza comune. Qui, su questo terreno ciò che non si è ottenuto è una piena concessione di sovranità degli Stati, almeno nei settori definiti. Si è mancato l'obiettivo della comunitarizzazione come anche quello di individuare una figura di riferimento forte un ... monsieur o madam PESC dotato dell'autorevolezza necessaria per interloquire con la comunità internazionale.
L'alta personalità individuata dal trattato nel segretario generale del Consiglio non ha ancora contorni e poteri effettivi chiari, con ciò denotando la complessiva mancanza di linearità istituzionale del trattato. Quindi, su questo terreno possiamo parlare di un vero e proprio fallimento di Amsterdam. E la gravità di questo fallimento la riscontriamo quotidianamente: oggi è il Kossovo, proprio ai confini dell'Europa allargata dove l'Unione europea non è riuscita ad aprire un proprio ufficio di rappresentanza a differenza degli Stati Uniti, anche se considero oggi positiva la nomina di un rappresentante speciale.
Analoghe riflessioni possiamo farle sul Medio Oriente; lì abbiamo potuto verificare una fortissima domanda d'Europa e per questo oggi giudico con grande favore il passo compiuto ad Edimburgo dai quindici circa l'opportunità di utilizzare meglio la leva economica per favorire il processo di pace in Medio Oriente.
Esprimo inoltre solidarietà con la posizione tenuta dal ministro inglese Cook, che nella sua visita a Gerusalemme si è mosso coerentemente con le linee delle risoluzioni dell'ONU e secondo le stesse indicazioni emerse da una recente missione di studio della nostra Commissione esteri. In quella occasione abbiamo avuto modo di cogliere l'isolamento delle forze favorevoli al processo di pace (primo tra tutti Arafat) ed avevamo segnalato l'urgenza di una pressione dell'Europa a sostegno della ripresa dei negoziati. Il modo con cui Israele ha sbattuto la porta in faccia al ministro inglese denuncia che si è toccato un tasto sensibile. Deve essere chiaro: l'Europa non è contro Israele, ma sostiene tutte le forze israeliane e palestinesi che vogliono proseguire il dialogo avviato ad Oslo. Ma la mancata definizione di una identità esterna dell'Unione assume proporzioni enormi anche alla luce delle prospettive di sviluppo dell'Unione europea: la moneta unica e l'allargamento.
Come si può pensare di gestire la stabilità di una moneta senza una politica estera, senza un potere politico da affiancare al potere economico delle banche? Che senso ha la riunificazione dell'Europa dopo la caduta del muro di Berlino se manca una identità che la qualifichi sulla scena internazionale come elemento non solo di mercato ma soprattutto di pace e stabilità del continente?
Onorevole Presidente, mi avvio alla conclusione. Come lei sa il nostro paese è sempre stato all'avanguardia della costruzione

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dell'Europa e oggi io credo che sia più che mai importante non abbassare la guardia e coinvolgere l'opinione pubblica in un'iniziativa di rilancio, altrimenti rischiamo che anche nel nostro paese si crei ostilità verso una dimensione che rischia di essere percepita solo come fonte di sacrificio e sempre meno come un'idea dotata di un'anima e di un grande avvenire (Applausi).

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Occhetto.
Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per gli affari esteri.

PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Il Governo condivide l'impianto che ha proposto nella sua relazione il presidente della Commissione, onorevole Occhetto, chiedendo al Parlamento la ratifica del trattato di Amsterdam.
Proprio per corrispondere alla sollecitazione che il presidente Occhetto ha fatto di un dibattito non formale, il Governo, condividendo le valutazioni fatte all'inizio dal presidente, si riserva di intervenire in replica per intervenire nel dibattito che si svilupperà.

PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Martino, al quale ricordo che ha quindici minuti di tempo. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e onorevoli colleghi, Echternach è un piccolo villaggio del Granducato del Lussemburgo dove si tiene una processione in cui si fanno due passi avanti ed un passo indietro. Per oltre quarant'anni quella processione di Echternach è stata il simbolo del processo di unificazione dell'Europa, intendendosi con questa immagine sottolineare la necessità ineludibile del gradualismo nel modo di procedere.
Lungi da me l'accusa di voler rifiutare un ruolo ed un ruolo importante al gradualismo in politica, ma a me sembra che il gradualismo sia applicabile soltanto a quei problemi che hanno una soluzione divisibile, cioè tale da poter essere realizzata poco per volta. Esistono però, ed hanno una grande importanza, dei problemi che hanno una soluzione indivisibile, del tipo o tutto o nulla, e in quel caso il gradualismo non è applicabile.
A me sembra che il trattato di Amsterdam - del quale il sottosegretario Fassino esporrà i molti contenuti positivi che pure vi sono - non costituisca due passi avanti, ma rappresenti piuttosto un passo indietro. E questo non per i suoi contenuti, che in larga misura sono condivisibili, ma per le questioni che non affronta. Di fatto, dopo il trattato di Amsterdam, resta al centro della costruzione europea in un ruolo quasi esclusivo l'euro, l'unione monetaria.
Con il permesso dell'Assemblea, sull'unione monetaria vorrei leggere una citazione che mi sembra significativa per interpretare quello che avrebbe dovuto essere il progetto di unificazione monetaria nell'ambito della costruzione europea.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE (ore 12)

ANTONIO MARTINO. Cito testualmente: «Voi tutti sapete, onorevoli colleghi, che dopo la caduta della Comunità europea di difesa, sembrando preclusa la via dell'unificazione diretta dell'Europa, noi cercammo di gettare le basi, nella Conferenza di Messina, di una unificazione indiretta, cioè di una integrazione economica la quale, in definitiva, avrebbe dovuto portare e dovrà portare alla decisiva unificazione politica. Ed infatti quando le varie politiche, agricola, commerciale, fiscale, monetaria, saranno state unificate, quando l'economia dei sei paesi sarà stata veramente integrata, si renderà necessario creare una moneta comune. E moneta comune significa banca di emissione comune, e banca di emissione comune significa Governo comune. Si avrà spontaneamente, per la forza stessa delle cose, l'unificazione politica, la federazione degli Stati dell'Europa». Queste parole


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furono pronunciate il 15 ottobre del 1959, quasi quarant'anni fa, da Gaetano Martino.
È un'analisi che in parte io non condivido. Ritengo, ad esempio, che sia ottimistico considerare inevitabile il passaggio dalla moneta comune all'unificazione politica. Il Belgio ed il Lussemburgo, ad esempio, hanno avuto una sola moneta per gran parte di questo secolo, ma hanno due Governi e non hanno alcuna intenzione di rinunziare a ciò e di passare ad un Governo solo. Ma vi è ugualmente qualcosa di importante e di significativo in queste considerazioni di mio padre; mi riferisco all'idea che l'integrazione economica e l'unificazione monetaria fossero sì desiderabili di per sé, ma soprattutto in quanto premessa per l'unificazione politica. Non a caso egli parla del fatto che moneta comune significa banca di emissione comune e che una banca di emissione comune implica la necessità di un Governo comune.
A me sembra che oggi ci troviamo in una situazione - e l'ordine del giorno così ammirevolmente predisposto dal presidente della Commissione esteri, onorevole Occhetto, lo conferma - in cui abbiamo capovolto l'ordine dei fattori. Si ha, in altre parole, l'impressione che si voglia lo strumento, l'unione monetaria, ma non si voglia l'obiettivo, ovvero l'unione politica. E unione politica non significa creare istituzioni fini a se stesse, bensì creare istituzioni che abbiano come obiettivo preciso la realizzazione di traguardi di interesse generale che non possono con altrettanta efficacia essere perseguiti a livello nazionale. Tra questi - e ancora una volta non posso non dare ragione all'onorevole Occhetto - il primo di questi obiettivi è proprio quello della politica estera e della sicurezza comune.
Certo, l'onorevole Fassino ci ricorderà che c'è qualcosa al riguardo nel trattato di Amsterdam, ma obiettivamente ciò non nasconde il fatto che l'Europa è molto lontana dal desiderare di parlare con una voce sola, dal voler avere una unica politica estera e di sicurezza.
Oggi nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ci sono due paesi europei ed altri due, fra cui il nostro, aspirano ad entrarvi, per cui anziché parlare con una sola voce l'Europa parlerebbe in quella sede con quattro voci.
E ancora che dire della divisione dell'Europa rispetto alla crisi irachena, all'Albania o al Kossovo? Non c'è neanche una delle grandi crisi recenti nelle quali si sia registrata questa unicità di intenti e di propositi da parte dell'Unione europea. Non parlo dell'altro grande obiettivo comune, cioè la difesa comune, il primo degli obiettivi perseguiti. Mi riferisco alla Comunità europea di difesa che fallì, come tutti sappiamo, nel 1954, a causa della mancata ratifica del relativo trattato da parte del Parlamento francese. A distanza di oltre 44 anni da quella data ci troviamo più o meno allo stesso punto, nel senso che non abbiamo né si vede all'orizzonte una difesa comune. A me sembra che il primo appunto da fare non solo al trattato di Amsterdam ma all'intero momento storico dell'unificazione politica dell'Europa è che ci siamo concentrati sulla desiderabilità degli strumenti, dimenticando che essi dovevano servire a perseguire obiettivi più alti, cioè quelli politici. Mi sembra che, senza recare offesa ad alcuno, vi sia un po' di ipocrisia in questa costruzione europea per la quale si afferma di volere l'unione politica e poi non si vogliono quegli obiettivi che l'unione politica dovrebbe realizzare.
A questo punto vorrei dire qualcosa riguardo all'unione monetaria. È di queste ore, anzi di questi minuti, la notizia secondo cui si sarebbe deciso di dare l'avvio alla prima fase dell'unione monetaria con undici paesi, fra cui l'Italia. Con tutta umiltà vorrei ricordare alla Camera che chi ha sollevato critiche a questo progetto di unificazione monetaria ha corso un rischio di grave impopolarità ed è stato tacciato di antieuropeismo, con lodevoli eccezioni. Mi riferisco all'onorevole Occhetto, che l'11 giugno dello scorso anno ebbe la generosità di ricordare che sollevare la soglia critica di analisi dell'unificazione monetaria era opera utile e

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non necessariamente eliminabile considerandola manifestazione di antieuropeismo. Per lo più però i commenti sono stati di quel tipo: chi ha sollevato obiezioni al progetto di unificazione monetaria di Maastricht è stato liquidato semplicisticamente accusandolo di antieuropeismo, di euroscetticismo o di anglofilia.
Ebbene, io continuo ad essere fortemente preoccupato per questo progetto di unificazione monetaria, perché mi sembra a tutt'oggi valida un'analisi che mi permetto di sottoporre all'attenzione della Camera e che, pur essendo vecchia di vent'anni, sembra essere ispirata ai problemi del momento. La leggo testualmente: «Quest'area monetaria rischia oggi di configurarsi come un'area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo, dell'occupazione e del reddito. Ciò è tanto più grave per l'economia italiana, perché la nostra economia parte con differenti condizioni iniziali; l'economia italiana parte con le massime differenze regionali di sviluppo, con la disoccupazione più elevata, con la struttura industriale più fragile. In conseguenza dovremmo cercare di realizzare un tasso di crescita del reddito e soprattutto degli investimenti più elevato di quello degli altri paesi». Queste parole non sono state pronunziate da un euroscettico inglese né da un esponente della destra, bensì dal collega Luigi Spaventa, che parlava alla Camera dai banchi degli indipendenti di sinistra il 12 dicembre 1978 a proposito del sistema monetario europeo.
A me non sembra che le condizioni siano cambiate da allora ad oggi, a me sembra che ancora oggi esista il gravissimo rischio che l'Europa si trasformi in un'area di grande disoccupazione e di grande recessione. Riflettete, colleghi: introdurre una moneta comune quando la maggioranza dell'opinione pubblica è contraria a questo progetto significa corteggiare il disastro.
Oltre il 70 per cento dei tedeschi è contrario all'euro; non si fida dell'euro! Nasce quindi il rischio del rigetto e che, cioè, coloro i quali saranno chiamati a dover far uso di questa nuova moneta, la rifiutino. Per evitare il rischio di rigetto è stato individuato questo meccanismo dei parametri di convergenza finanziaria, che hanno un solo obiettivo: quello di rassicurare i futuri utenti di questa moneta della sua solidità e della sua forza. Immaginiamo allora che questo progetto vada davvero avanti e quindi che l'euro parta. In questo caso, almeno inizialmente, la politica monetaria dovrà essere necessariamente restrittiva, per far accettare l'euro dai mercati. La politica di bilancio di tipo keynesiano, ammesso che sia desiderabile, è divenuta quasi impossibile per via del patto di stabilità. I nostri mercati del lavoro sono più sclerotici di quelli dei paesi concorrenti e diverranno ancora più sclerotici se questo Governo porterà in porto quel provvedimento sulle 35 ore! E se l'euro dovesse essere accettata dai mercati, dal momento che diminuirà la domanda internazionale di dollari, come moneta di riserva, l'euro sarà destinata a rivalutarsi rispetto al dollaro. Avremo quindi la combinazione di un cambio alto che penalizza le esportazioni europee; di una politica monetaria restrittiva; di assenza di politica di bilancio e di mercati del lavoro sclerotici: noi potremo, benissimo, finire con l'avere in Europa una recessione paragonabile a quella del 1929-1933. È questo ciò che vogliamo?
Per questo noi accogliamo certamente con favore l'accenno che si fa all'occupazione (del resto lo ha evidenziato il presidente della Commissione esteri); crediamo, tuttavia, che l'Europa non sia in grado di promuovere occupazione. L'Europa è in grado di determinare le condizioni per cui aumenti la disoccupazione se perseguirà una politica macroeconomica recessiva e reazionaria. Queste sono le ragioni per le quali continuiamo ad essere preoccupati.
Noi approveremo l'ordine del giorno Occhetto ed altri n. 9/4500/1, soprattutto perché mi sembra che in questa occasione le sinistre abbiano rimediato a quello che era stato un errore - lo dico senza polemiche - commesso nel corso della

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discussione sull'Europa svoltasi l'11 giugno dell'anno scorso. In tale occasione, infatti, venne esaminata una mozione presentata dal gruppo di forza Italia che conteneva un punto che così recitava: «Impegna il Governo a far sì che la Banca centrale europea da crearsi sottoponga annualmente gli obiettivi di politica monetaria al Parlamento europeo ed ai Parlamenti nazionali». La mozione di forza Italia venne approvata tutta all'unanimità, con l'eccezione di questo punto sul quale la maggioranza di sinistra votò contro.
Colleghi, da parte di persone che non perdono occasione di denunziare l'insensatezza dell'Europa delle banche centrali e che non perdono occasione di dire che vogliono rimediare al deficit di democrazia esistente in Europa, quel voto ha rappresentato un'assurdità (come molti esponenti della sinistra mi hanno privatamente riconosciuto; del resto, l'onorevole Occhetto si astenne, mentre l'onorevole Biasco votò a favore). Si è trattato di un'assurdità, perché quella decisione significava di fatto che il Parlamento italiano sceglieva a maggioranza di non essere informato. Qualsiasi cosa decidesse la Banca centrale europea, il Parlamento italiano voleva essere tenuto all'oscuro! Se si fosse deciso di dar vita ad un'inflazione che erodeva i nostri risparmi o ad una recessione che creava milioni di disoccupati, il Parlamento italiano a maggioranza aveva deciso di non volerlo sapere!
Ora, con l'ordine del giorno al nostro esame, si rimedia a quell'errore e viene incluso quell'auspicio. Non credo che ciò determinerà notevoli conseguenze sul piano concreto, però, se non altro, è un'affermazione di principio del riconoscimento della dignità del Parlamento.
Vorrei concludere il mio intervento con una notazione (lo dico senza spirito polemico di sorta).
Questa costruzione monetaria è diventata un paravento dietro cui si nasconde da parte di molti Governi nazionali - compreso il nostro - la mancanza di una progettualità politica. È diventato un modo per attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica su un falso obiettivo, su un falso scopo, stante la mancanza assoluta di una politica economica di crescita, di sviluppo e di occupazione.
Vorrei richiamare alla Camera un'affermazione di Ernest Hemingway, quando sosteneva che il primo rimedio per un paese malgovernato è l'inflazione della moneta; il secondo rimedio è la guerra. Entrambi producono prosperità temporanea; entrambi sono causa di rovina permanente. Ma sono tutti e due il rifugio degli opportunisti economici e politici. Temo davvero che l'euro sia il rifugio dell'opportunismo economico e politico di questo Governo (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Onorevole Martino, ella con l'affetto di figlio, ma anche con il riserbo che le viene da questa posizione, nel suo intervento ha ricordato l'onorevole Gaetano Martino. Oggi che, sia pure con diverse posizioni, va indubbiamente riscontrato un passo avanti verso la costruzione europea, permetta che l'Assemblea rivolga un deferente pensiero alla memoria di Gaetano Martino, che della costruzione europea è stato uno dei fondatori (Applausi).
È iscritto a parlare l'onorevole Ranieri. Ne ha facoltà.

UMBERTO RANIERI. Il presidente Occhetto ha invitato ad una riflessione sulla portata del trattato di Amsterdam e sui problemi che esso ci consegna. Prima di tutto è importante che il Parlamento italiano ratifichi il trattato tra i primi Parlamenti d'Europa. La necessità di una ratifica veloce è evidente, se si considerano le conseguenze negative su tutto il contesto europeo di un ritardo, di un'ambiguità nella posizione dei Parlamenti nazionali. La mancata ratifica intralcerebbe sia l'unione monetaria sia la prospettiva dell'allargamento e potrebbe offrire spazi imprevisti al diffuso antieuropeismo di parti significative dell'opinione pubblica. Questo è il primo argomento che ci ha spinto ad una ratifica veloce.
Vanno considerati inoltre aspetti di merito che non sottovaluterei. Nel trattato


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si aprono alcuni spazi politico-giuridici importanti che riguardano sia nuove politiche (penso all'occupazione) sia più ampie garanzie per i diritti fondamentali e di cittadinanza (penso all'inserimento della tutela dei diritti dell'uomo nell'Unione europea, alla costituzionalizzazione del protocollo sociale, favorito anche dal cambio di maggioranza nel Regno Unito). Forse meno importanti, al di sotto delle aspettative, ma pur sempre significativi, sono i risultati su altri due temi (tornerò poi sui limiti): il rafforzamento ancora insoddisfacente della PESC e la parziale comunitarizzazione degli accordi di Schengen. E ciò pur nel quadro di una esitazione degli Stati ad avanzare in queste direzioni.
Va tenuto conto, inoltre, dell'adozione di nuovi poteri legislativi per il Parlamento europeo, che si avvicina così alla fisionomia di un Parlamento dotato di normali competenze. Quanto alla procedura di nomina del Presidente della Commissione, va sottolineato che da un punto di vista formale la novità è considerevole. Non è detto che il Parlamento europeo non possa influenzare la scelta del Presidente della Commissione prima che i negoziati fra i Governi siano terminati, e potrà diventare rilevante la responsabilità diretta del capo dell'esecutivo verso il Parlamento europeo. Ci sono, dunque, le prime condizioni, i germi, per una evoluzione politica della forma di Governo comunitario, e non è poca cosa.
Il presidente Occhetto ha ricordato i limiti del trattato, le insufficienze. Il rinvio ad altra conferenza del tema delle riforme istituzionali costituisce, occorre dirlo, una sorta di rinuncia ad una parte essenziale del mandato che la Conferenza dei Governi si era data a Torino nel 1995. È evidente che questa rinuncia rende problematico il pur necessario avvio dei processi di negoziazione per l'allargamento, data l'evidente connessione tra allargamento e riforme istituzionali.
È evidente che è difficile immaginare un'Unione ulteriormente allargata che funzioni senza una sostanziale estensione delle decisioni prese a maggioranza qualificata, senza una riforma della Commissione e del criterio di ponderazione dei voti al Consiglio, senza l'effettivo avvio di una politica estera e di sicurezza comuni.
In questo senso il nostro Governo - credo che questo sia il significato dell'ordine del giorno Occhetto n. 9/4500/1 che accompagna il disegno di legge di ratifica - dovrà proseguire nell'iniziativa presa con la Francia e con il Belgio, affinché il tema della riforma delle istituzioni venga rimesso sul tappeto all'avvio delle negoziazioni.
C'è un punto che va ulteriormente sottolineato. La mancata riforma delle istituzioni ed il conseguente ritardo nel rafforzamento degli elementi di unione politica compromettono l'avvio di quella pari dignità fra unione monetaria ed unione politica che è condizione essenziale perché i poteri monetari siano opportunamente equilibrati da quelli politici ed economico-sociali. Su questo punto è il caso di intendersi, essendo la questione molto delicata.
Noi riteniamo sia giusto e corretto ribadire la necessità di istituzioni politiche che costituiscano un pieno equilibrio tra i poteri dell'unione. Avverto che oggi si pone il problema più generale - cui faceva cenno nel suo intervento l'onorevole Martino e su cui si è soffermato il presidente Occhetto - del governo politico dell'Unione, tanto più importante quanto più l'unione monetaria costituirà un trasferimento di sovranità; non piccola cosa, e senza precedenti, da parte degli Stati.
L'onorevole Martino è tornato con la sua tradizionale efficacia di argomentazioni sull'unione monetaria. Noi riteniamo che l'unione monetaria non sia - come hanno rilevato anche acuti osservatori delle vicende europee, studiosi sofisticati della materia - un vicolo cieco, ma che sia la strada, per molti versi obbligata, per costruire le condizioni di una ripresa di capacità competitiva dell'Europa.
Cosa sarebbe l'Europa in un mondo globale in cui emergono nuove grandi realtà regionali economico-commerciali e politiche? Cosa sarebbe l'Europa lacerata da svalutazioni competitive, minata dal

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germe dell'inflazione? Nel mondo globale sarebbe destinata ad una marginalizzazione; sarebbe ridotta - come dice l'ambasciatore Seitz - ad una sorta di colonia tecnologica, stretta tra gli Stati Uniti, all'avanguardia nelle tecnologie del futuro, nell'industria del nuovo secolo, ed altre dimensioni economico-regionali emergenti e competitive su prodotti di seconda serie; sarebbe avviata ad un destino di marginalità.
Solo un'Europa con i conti in ordine, con una stabilità finanziaria e monetaria può riaprire una prospettiva di sviluppo, di crescita nel mondo, complesso e globale, del nostro tempo.
In questo quadro - sia chiaro - nessuno mette in discussione l'indipendenza della Banca centrale europea, ci mancherebbe altro. Vorrei ricordare che nei sistemi federali è la legge fondamentale che garantisce questa indipendenza ed individua gli interlocutori politici della Banca centrale; in Germania, ad esempio, è così. Questo delicato problema di equilibri tra Banca centrale ed istituzioni politiche è assente nel trattato, così come è assente il capitolo, strategico e di fondo, della costruzione del profilo politico dell'Unione europea.
I vuoti istituzionali, inoltre, possono compromettere le potenzialità di alcuni risultati del trattato. Il capitolo sull'occupazione, ad esempio, si potrà tradurre in una politica dell'Unione sull'occupazione solo in presenza di mutamenti istituzionali che affermino la competenza dell'Unione stessa su tale problema, consapevole allo stesso tempo che la questione dell'occupazione pone la necessità di un coordinamento tra politiche economiche degli Stati membri, coordinamento che i processi puramente monetari ignorano.
L'altro aspetto riguarda gli sviluppi eccessivamente limitati nel pilastro degli affari interni, della giustizia e della PESC. Nel trattato è stato meritoriamente nominato lo spazio di libertà, di giustizia e di sicurezza, ma non è stata adeguata all'apertura di questo spazio la costruzione delle conseguenze giuridiche e giurisdizionali.
Questi esempi invitano - credo - ad una lettura del trattato che tenga conto delle sue potenzialità e dei suoi risultati, che impegni il Governo ed il Parlamento italiano a spingere per l'apertura di un ulteriore ciclo di riforme politico-istituzionali e che consenta anche un'interpretazione dinamica del trattato stesso, in grado di essere continuamente adeguata ad una situazione reale in continuo movimento.
È inoltre evidente, sulla politica estera, di sicurezza e di difesa, l'esigenza vitale di un più deciso passo avanti. Capisco il rammarico per non essere riusciti ad arrivare più avanti in questa direzione (si accumulano ritardi che emergono in presenza del manifestarsi di crisi quali quelle qui ricordate), ma non credo che siamo al 1954 ed al fallimento della CED. Allora un mondo diviso e lacerato ed un rapporto con la Germania ancora segnato da diffidenze e paure portò al declino di una costruzione europea che uomini lungimiranti avevano già individuato come necessaria. Oggi credo che sia possibile procedere più speditamente nella direzione della costruzione politica, di una politica comune di sicurezza e di difesa. Ovviamente, occorrerà battersi con maggiore determinazione e ci sono le condizioni per farlo.
Infine, va considerato che si è esaurito il metodo intergovernativo con il quale la riforma dei trattati è stata finora realizzata. Occorre uscire - lo ricordava il presidente Occhetto - dalla contrapposizione, per la revisione dei trattati, tra mandato costituente al Parlamento europeo e metodo soltanto intergovernativo. La linea della codecisione istituzionale - come si è detto durante la discussione svoltasi presso la Commissione esteri - può essere la strada da seguire.
Per tutte queste ragioni, crediamo che il Parlamento possa orientarsi con fiducia alla ratifica del trattato e possa, allo stesso tempo, impegnarsi a sostenere lo sforzo del Governo per avviare un'azione politica, affinché i problemi politici qui ricordati siano affrontati nella loro dimensione

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reale. È dalla loro soluzione, infatti, che dipenderà l'immagine e l'identità dell'Europa futura.
Viviamo una fase straordinaria di transizione, dalla tradizionale Unione europea ad un'Unione europea diversa, i cui confini si espandono, il cui ruolo si complica. Si tratta di un grande processo per ridare ruolo, capacità competitiva, iniziativa al nostro continente; un grande processo di pace, di stabilità, di democrazia: è la strada perché, nel mondo globale del nostro tempo, l'Europa possa continuare ad avere un ruolo centrale ed a mantenere il profilo di società aperta che moltiplica le opportunità.
Occorre che questo processo sia governato da una strategia politica, come ha ricordato il presidente De Giovanni nel corso dell'audizione alla Commissione esteri. Il Parlamento italiano, con la ratifica di oggi, mette il nostro paese in prima fila nell'iniziativa per sviluppare ulteriormente il processo di costruzione europea e per aprire un nuovo ciclo di riforma per l'Europa (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Calzavara. Ne ha facoltà.

FABIO CALZAVARA. Il trattato di Amsterdam, qualora non rimanga soltanto una delle molte intenzioni politiche nate e afflosciatesi sulla carta (considerato che nessun termine temporale è dato dalla sua piena esecuzione), è indirizzato verso una maggiore unità europea e verso una maggiore coesione sociale.
Rimane comunque aperta la questione della società multietnica, cioè del modo per evitare che scoppino conflitti sociali quando non si vuole favorire l'integrazione, ma piuttosto imporre una cultura nella quale l'immigrato straniero è sempre la persona debole da proteggere, anche quando delinqua o si trovi in un palese stato di illegalità.
Questa è una posizione che non agevola l'integrazione, ma provoca astio, proprio perché nasce da una politica protezionistica verso un tipo di cittadino.
Il Governo italiano fa spesso riferimento alla Francia ed all'Inghilterra. Ricordo però che queste due nazioni non hanno avuto la stessa evoluzione storica e politica: si pensi solo ai territori d'oltremare e al Commonwealth.
Una cosa è l'integrazione sociale, che non presuppone la nascita di tensioni né regole astratte per la sua realizzazione, ma cresce e si sviluppa da sola, altra cosa è la volontà di creare qualcosa artificiosamente attraverso regole restrittive. La politica dell'Europa, se sceglierà la seconda strada, porterà a problemi di sicurezza interna e a scontri sociali di difficile valutazione.
La nascita della Comunità europea risale agli anni cinquanta, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Gli allora costituenti partner europei erano animati, per quanto riguarda la parte migliore del progetto, dalla volontà di unire gli sforzi di ricostruzione economica, armonizzandoli tra loro per non creare zone più o meno ricche, evitare contrapposizioni, eliminare pericolosi scontri tra i Governi e sanare i risentimenti tra i popoli, unendoli sotto il tetto di una identità superiore, l'Unione europea appunto. L'obiettivo era, insomma: mai più guerre, creando un'identità europea nella quale si sarebbero riconosciuti tutti i popoli del vecchio continente. Ricordiamo l'articolo G, punto c), del Trattato dell'Unione del 1993, che sancisce tale identità, istituendo la cittadinanza europea.
L'identità statale nel periodo post bellico veniva dunque valutata come potenziale veicolo delle ostilità nazionali e dei pregiudizi tra i popoli europei. In questa fase della storia dell'Europa le differenze non erano elementi positivi.
Tuttavia l'aspetto primario da risolvere nell'attuale Europa, che il trattato di Amsterdam dovrebbe affrontare, è come salvaguardare realmente le diversità, senza che ciò escluda l'affermazione di un'area socialmente, economicamente e politicamente sicura. In tutto il mondo, infatti, si assiste allo scontro, ora pacifico ora violento, di volontà di affermazione


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dell'individuo inteso come piccolo popolo che rivendica la propria autonomia nei confronti di un'autorità centrale che tutto unifica e livella.
Anche in considerazione del voluto allargamento dell'Unione europea verso l'Europa centrale ed orientale, una maggiore capacità di propulsione delle tematiche dell'Unione europea deve essere accordata alle regioni, le quali hanno sviluppato positive esperienze locali, svolgendole anche in ambito di cooperazione interregionale.
In questo senso il paradosso dell'Unione europea è che, se da un lato l'affermazione di un'Europa anche delle regioni trova negli Stati una rigida opposizione, perché il progetto viene inteso come affermazione della frammentarietà contro l'unità, delle comunità contro lo Stato, gli stessi non si oppongono all'affermazione di un'economia globale.
Il pericolo per la sicurezza sociale ed economica di un paese non viene dalle comunità e dal decentramento, ma piuttosto dal mondo dell'economia e della finanza (delle multinazionali), che ha forti interessi interni ed esterni globali e che a volte sembra volersi sostituire allo Stato: uno Stato eroso al suo interno da forti differenze sociali ed economiche e all'esterno dal grande capitale e dalla globalizzazione dei mercati. Il collante del mondo finanziario, infatti, non è certo l'amore per il paese in cui si opera, ma dipende dalla convenienza di essere ad un certo momento in un determinato paese.
L'impegno del Governo italiano negli interventi relativi al trattato di Amsterdam e in generale di politica estera pare essere propedeutico e finalizzato alla realizzazione dell'interesse della grande industria e dell'alta finanza, nell'ottica della globalizzazione dei mercati e nella prospettiva di un ruolo dell'Italia in un processo considerato ormai naturale, ineluttabile, necessario ed estremamente positivo per il paese. Ma questo obiettivo richiede che si rimettano in efficienza il sistema-paese, l'economia, il fisco, le infrastrutture, i servizi pubblici; è necessario soprattutto un massiccio investimento sul capitale umano, con un'educazione ed una formazione permanente che permettano alle attuali e future generazioni di competere in ambito regionale, europeo e mondiale.
Il Governo omette di analizzare (o di comunicare) che l'allargamento o la soppressione dei confini crea inevitabilmente un'accanita competizione nel campo della produzione e del lavoro, che lo Stato italiano non è pronto a sostenere.
Del processo che ho richiamato beneficierà non la generalità dei cittadini, ma forse quell'élite di persone che avrà usufruito di scuole, di università, di formazione post-universitaria e di canali di comunicazione privilegiati che consentiranno un ottimale inserimento nel mondo del lavoro. Agli altri dovrà pensare lo Stato; in alternativa questi dovranno emigrare verso i centri di produzione, dovunque si trovino.
Le inevitabili differenze sociali ed economiche potranno provocare scontri interni. Con queste premesse il prospettato processo di unificazione europea non sarà indolore per la generalità dei cittadini e per gli Stati. È probabile, inoltre, che lo spostamento dei luoghi di produzione verso i paesi economicamente più convenienti, accompagnato dalla possibilità di ottenere uno spostamento di capitali e di informazioni via telematica in tempo reale, porterà ad una dislocazione diversa delle ricchezze. È possibile che in questo contesto l'Italia diventi più povera, ma lo stesso può accadere anche all'Europa, con un aumento macroscopico del divario tra la classe agiata (un'élite internazionale) ed i meno abbienti.
È necessario che il mondo politico e quello economico già da ora si domandino se sia necessario pensare ed elaborare strategie finalizzate a bilanciare la libertà economica e la solidarietà. Occorrono risposte operative, affinché la classe politica non debba trovarsi improvvisamente di fronte ad una situazione di disastrosa degenerazione, i cui sviluppi - pur noti - sono stati ignorati. Infatti la sempre più forte internazionalizzazione del capitale erode con velocità esponenziale i concetti

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di Stato, di confini e di appartenenza ad un determinato gruppo statuale, per favorire una élite globale che produce bisogni e ricchezza. Ecco perché dobbiamo porci questi problemi.
È anche vero, d'altra parte, che l'interdipendenza tra politica interna e politica estera è ormai un fatto acquisito. La collaborazione internazionale è uno strumento irrinunciabile per garantire la sicurezza, le libertà e la prosperità di un paese e dei suoi cittadini. In questo intreccio sempre più complesso di rapporti diventano necessarie strategie che siano in grado di equilibrare l'interdipendenza e la salvaguardia dell'indipendenza (quest'ultima intesa come massimo grado di autodeterminazione dei popoli).
Non è più possibile garantire l'indipendenza tenendosi alla larga dal contesto internazionale, ma occorre inserirsi cum grano salis. Il trattato di Amsterdam ha senso se sviluppa decisioni comuni ed una condivisione delle responsabilità e se, collegando tra loro le attività politicamente rilevanti con dimensione transfrontaliera, riesce a porle in sintonia in modo da portare i maggiori benefici possibili alla collettività.

Infatti, la politica estera (soprattutto in materia economica, migratoria, di lotta alla droga e al crimine organizzato, di protezione dell'ambiente) diviene strumento per la soluzione di problemi nazionali. Si assiste spesso, infatti, ad una globalizzazione dei problemi e ad una regionalizzazione delle soluzioni.
Le dichiarazioni di esponenti politici ed economici dello Stato italiano sono tutte indirizzate a sostenere che il Governo è riuscito in brevissimo tempo a controllare l'aumento del debito pubblico, impresa, questa, che autorizza l'ingresso in Europa dell'Italia. Tuttavia, l'Italia si avvia a ratificare il trattato di Amsterdam con una situazione socio-economica interna non felice: avanzo primario più che notevole; crescita economica frenata; disoccupazione in aumento; competitività internazionale minore, a seguito del rafforzamento della lira dopo il suo indebolimento nel 1992; aumento delle tasse per risolvere parzialmente le conseguenze di scelte politiche inadeguate alle esigenze del paese; imprese penalizzate (particolarmente le piccole e medie imprese, non certo quelle che si avvalgono di contributi statali) dal mantenimento della rigidità del mercato del lavoro e da oneri destinati a mantenere privilegi sociali discutibili; situazione sociale nel Mezzogiorno esplosiva; aziende o società che trasferiscono le loro attività in altri paesi per sfuggire ad una pressione fiscale enorme; sfiducia diffusa dei cittadini nelle istituzioni.
In che modo sarà possibile annullare in qualche anno un debito di oltre 2 milioni e 200 mila miliardi di lire, quando i centri decisionali non subiscono alcun turn over rilevante da decenni? Non certo con una migliore gestione della spesa pubblica - anche se necessaria -, non certo tagliando o razionalizzando realmente settori della pubblica amministrazione - anche se tali obiettivi sono i benvenuti -, né con le privatizzazioni fasulle, né dando possibilità alle piccole e medie imprese di crescere. È possibile che il debito pubblico non sia in salita, debitamente nascosto da alchimie aritmetiche e comunicazionali e che quindi il prezzo che la collettività dovrà pagare in molteplici forme per Amsterdam sia enorme?
Solitamente, un paese può aspirare a costruire una seria politica estera quando gode di credibilità al suo interno e al suo esterno. Ha senso, quindi, parlare seriamente di un ingresso in Europa quando l'Italia non ha risolto a livello interno i problemi connessi alla disoccupazione, anche giovanile, e all'armonizzazione delle esigenze di crescita economica con la necessità di non diminuire drasticamente stipendi, salari, assistenza sanitaria, pensioni, solidarietà sociale, tendenza al federalismo? Il trattato di Amsterdam non potrà rappresentare, ad esempio, la soluzione alla disoccupazione (che, come il Consiglio europeo ha affermato nella riunione di Amsterdam, ha raggiunto ormai livelli inaccettabili), se anche l'Italia non avvierà una seria politica che realizzi non sussidi, ma posti di lavoro in un sistema economico stabile. Allo stesso modo, sempre

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in termini di sviluppo dell'occupazione, si dovrà vedere se il Governo e il Parlamento italiani vorranno portare avanti la politica europea di moderazione salariale e di riconoscimento delle differenze esistenti tra le varie regioni, in un contesto federale.
A livello interno non sembra, però, che il Governo sia stato in grado di produrre ricchezza diffusa attraverso una riduzione delle tasse, mettendo in moto nuovi settori di sviluppo economico, migliorando i redditi di imprese e famiglie, stimolando investimenti e nuove iniziative. Al sud, che dovrebbe essere competitivo per affrontare la concorrenza internazionale, il Governo ha offerto finora solamente sussidi, elemosine, beneficenza, non uno sviluppo economico autonomo.
La volontà del Governo italiano di entrare nell'Europa economica non si è manifestata attraverso l'annullamento dei macroscopici sprechi di denaro pubblico operati nel paese dalla pubblica amministrazione e dal Parlamento con leggi che non risolvono assolutamente i problemi, ma si limitano a tamponarli momentaneamente; tale volontà si è manifestata, invece, con nuove imposizioni fiscali, con una ridotta tutela di diritti acquisiti, come nel campo socio-sanitario e previdenziale, ovvero con ulteriori sacrifici per il cittadino. C'è da chiedersi, quindi, con quali strumenti operativi l'Italia intenda raggiungere, per poi armonizzarli con i risultati conseguiti dagli altri partner, i tre principali obiettivi che la ratifica del trattato di Amsterdam persegue (con l'articolo 1, comma 2): impegno a favore dei diritti dell'uomo, della democrazia e dei principi dello Stato di diritto; accrescimento della prosperità comune; eliminazione dell'ingiustizia sociale. Il fatto che dopo trent'anni - 25 marzo 1998 - si discuta nelle aule del Parlamento italiano di interventi a favore del Belice rende perplessi sulla possibilità che l'Italia realizzi gli obiettivi di Amsterdam in tempi utili. Se la politica estera significa problemi da risolvere ed obiettivi da raggiungere, una domanda si pone al Governo ed al Parlamento: quali sono gli obiettivi prioritari che si intendono individuare nell'ambito dell'accrescimento della prosperità comune? Quali sono i mezzi, i procedimenti ed i tempi per conseguirli?
Ratificare un accordo internazionale come quello di Amsterdam senza credere nell'impegno di dovere risolvere i propri problemi interni velocemente può creare notevoli squilibri all'interno dell'Unione europea, con ripercussioni politiche, economiche e sociali pesantissime. Concludendo, una cosa è certa: i popoli della Padania sapranno affrontare queste sfide e dimostreranno con i fatti di meritarsi la stima dell'Europa (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Benetti. Ne ha facoltà.

LINO DE BENETTI. Signor Presidente, signor sottosegretario Fassino, colleghi, è bene che questo dibattito sia stato programmato e che ora si svolga; bisognerebbe tuttavia che si trovasse il modo, in occasione di decisioni importanti come questa, di svolgerlo prima che esse siano assunte, prima che la formazione della volontà politica del Parlamento avvenga ad un livello più solenne.
Sono pertanto d'accordo con le osservazioni iniziali del relatore Occhetto e mi sembra che anche il sottosegretario Fassino abbia anticipato il suo accordo sul punto. Attenzione, però, colleghi: questo non tanto e non solo per un maggiore ruolo del Parlamento, ma perché il processo di integrazione europea si deve incardinare davvero nelle volontà del Parlamento del nostro paese. Che l'esito sia un ordine del giorno va bene (vi abbiamo anche contribuito con qualche ulteriore integrazione) e tuttavia credo che abbiamo bisogno di atti non retoricamente più solenni, ma formalmente più forti.
Venendo a qualche osservazione, i verdi sono convinti che questo Governo abbia contribuito in modo determinante e positivo a dare solidità all'Unione europea, con una caparbia e determinata volontà di essere in linea con i parametri della moneta attorno al cosiddetto nucleo duro.


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Il patto di stabilità è per noi un punto essenziale, è una conditio sine qua non: aveva ragione il ministro Dini, credo, quando, intervenendo in una precedente seduta, parlava di una vera e propria rivoluzione. Ha ragione: siamo convinti che la moneta unica avrà non solo effetti monetari, poiché porterà con sé condizioni di sviluppo, non solo in Europa e per l'Europa; contribuirà infatti a collocare l'Europa dentro la grande fase di trasformazione del pianeta, in un'epoca di passaggio e di nuovi valori, di nascita di nuovi soggetti culturali, di identificazione di nuove identità sociali e nuove cittadinanze.
Riteniamo dunque che il patto di stabilità sia stato un bene e che vada rafforzato: occorre ora procedere con Amsterdam per andare oltre Amsterdam. In questo quadro, desidero parlare di una condizione e di due impegni che i verdi richiedono a questo Governo, di cui sono convintamente parte. Una condizione politica: l'euro non può essere un traguardo per l'Italia; rilassarsi dopo il raggiungimento degli obiettivi minimi sarebbe sbagliato. Queste sono invece condizioni per proseguire: abbassare la guardia del risanamento, o peggio ancora lo sfilacciamento dell'alleanza di centro-sinistra, sarebbe un tragico errore per l'Italia e per il processo d'integrazione. Quello spessore - così lo ha giustamente chiamato il ministro degli esteri nella nostra aula - che si sta riconoscendo all'Italia, per la nostra azione internazionale, sarebbe spezzato subito se si interrompesse la stabilità interna di Governo, quando bisogna rafforzare l'impegno e procedere oltre Amsterdam.
Il primo impegno, signor sottosegretario, è quello che noi, e ormai non solo noi, ovviamente, insistentemente e caparbiamente chiamiamo dello sviluppo ecologicamente sostenibile, sviluppo equilibrato e sostenibile. Ricordo la relazione intermedia della Commissione europea ed il programma d'azione relativo al quinto programma «Politica a favore dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile», che abbiamo agli atti.
Posso partire, esemplificando, dalla disoccupazione, che non è legata a pure logiche di sviluppo economico e di incentivazione dei mercati. Sia ben chiaro, fuori di equivoco, che occorre - ed è questo il primo impegno che noi chiediamo al Governo - un riorientamento del mercato, non contro il mercato, non senza il mercato, non cambiando le logiche di profitto necessarie al suo crescere, non per strangolare il suo funzionamento. Chiediamo che l'Italia contribuisca a darne criteri innovativi: quello dello sviluppo ecologicamente sostenibile è una chiave o una delle chiavi di indirizzo politico decisive. Mi riferisco, per esempio, ad alcune leve: all'incentivazione delle migliori tecnologie disponibili, che premiano la qualità, non sprecano risorse, non sfruttano la natura, non impoveriscono l'ambiente; alla fiscalità ecologica, che agevola le imprese, a gettito invariato, con neutralità fiscale (e ricordo che questa leva è richiamata dalla risoluzione del Parlamento europeo per il programma della Commissione del 1998); ai fondi strutturali.
Il secondo impegno è politico e riguarda il processo di allargamento dell'Unione. Noi siamo convinti che l'Unione vada allargata, ma attraverso tre condizioni. La prima è il coinvolgimento e la garanzia del primato del diritto comunitario su quello nazionale, nel processo ascendente e in quello discendente (recepimento delle direttive). La seconda condizione è l'estensione del voto a maggioranza, che dia garanzia per la pace e per un allargamento che non obbedisca soltanto a criteri geopolitici. Saranno in visita in questi giorni i rappresentanti dei paesi baltici e credo che la politica del Governo italiano nei loro confronti sia stata ottima e debba proseguire in questo senso.
La terza condizione necessaria per l'allargamento è la contestualità del processo di approfondimento. Un'Europa sì diversa nelle sue tradizione storiche, culturali e regionali, ma che abbia un corpo sociale unico, una sola voce politica. Un'Europa dunque allargata a ventidue

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paesi o a quelli che si riterranno, ma che si ricordi del disegno di quella a sei, di Altiero Spinelli, di Einaudi, di Sturzo.
Noi verdi insomma siamo per un'Europa politica, che abbia una Carta costituente, per un processo politico costituente in un'Europa unica: non è ancora quella di Amsterdam. In questa direzione va l'impegno dei verdi nel Parlamento italiano e nel Parlamento europeo (Applausi dei deputati del gruppo misto-verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Fei. Ne ha facoltà.

SANDRA FEI. Presidente, onorevoli colleghi, Amsterdam ha rappresentato un'occasione perduta. È doveroso ammetterlo, ma soprattutto dichiararlo apertamente. È giusto che il cittadino sappia che gli Stati membri europei, Italia inclusa, non sono stati in grado di contrattare nulla di più dell'unione monetaria europea - a parte alcune cose che giustificano il trattato - nonostante mesi e mesi di lavori con la Conferenza intergovernativa. Stiamo ratificando un trattato deludente e poco c'è da dire sul provvedimento stesso, a parte ciò che già è stato detto in Commissione e che il presidente Occhetto ha riferito molto correttamente, visto anche che il nostro sistema di ratifica, tutt'altro che democratico, non concede spazio a nulla.
Certo, lo spazio, nella fase ascendente, ci sarebbe stato, persino in questo Parlamento, ma durante il processo di costruzione delle politiche da portare in seno alla Conferenza intergovernativa due sono stati gli handicap insormontabili. Il primo: una maggioranza così disomogenea e poco concorde ha portato a dare troppo spesso indicazioni al Governo con documenti che erano frutto di assurdi compromessi all'interno della stessa maggioranza, nel tentativo di non far risaltare le divergenze interne. Il secondo: il Governo, secondo ciò che resterà come il marchio di questa legislatura, non si è mai attenuto strettamente alle indicazioni del Parlamento, neppure laddove poteva esserci intesa tra maggioranza ed opposizione. Per il Governo ricevere le indicazioni del Parlamento per le trattative da portare avanti in sede europea, era soltanto un atto - almeno finora - imposto dal regolamento, assolutamente privo di interesse, pro forma e noioso. A questo si è aggiunta probabilmente una dose tuttora eccessiva di provincialismo di buona parte della classe politica, incapace di considerare il futuro come una realtà che va oltre le poche settimane o di avere una visione della politica (politica europea in particolare) che vada oltre gli interessi strettamente particolari.
È mancata quindi, in tutto il processo preliminare al compimento del trattato che oggi discutiamo, la necessaria collaborazione tra soggetti politici e tra Governo e Parlamento, il tutto aggravato da un'eccessiva indipendenza del Governo, almeno a mio parere - negazione di quel poco di democrazia per l'assunzione di decisioni in sede europea - assistito da una burocrazia ministeriale non sempre all'altezza della situazione che a tutt'oggi rifiuta di andare al ritmo con i tempi.
Alleanza nazionale lo rileva da tempo e in questo caso coglie l'occasione per ribadirlo: il mondo sta accelerando, la società va a grande velocità, la politica è troppo lenta, incapace di guardare al futuro e di programmarlo. Tutti dobbiamo prenderne coscienza. Non si può più accettare - noi cittadini europei - di procedere così lentamente come l'Europa ha fatto negli ultimi decenni. Per il bene dei nostri figli dobbiamo fare di tutto perché l'Europa possa essere protagonista del cambiamento che sta avvenendo nel mondo. Il trattato di Amsterdam va ovviamente ratificato, ma è già vecchio, quasi inutile ed è la prova tangibile non solo di un'occasione mancata, come ho già detto ma anche del tempo perduto e da recuperare.
Alla luce degli obiettivi che gli stessi Governi europei si erano assegnati, nessun serio passo avanti è stato compiuto per realizzare l'Europa dei cittadini, un'unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa, come recita il Trattato di


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Maastricht, il vero completamento dell'unione monetaria, colmando il deficit di democrazia dell'Unione.
Dove sono le decisioni rilevanti e sicure per affrontare le sfide del prossimo millennio (e se ne parla tutti i giorni): la disoccupazione, la costruzione di un nuovo ordine internazionale, lo sviluppo sostenibile e via dicendo? Dove sono quelle di adeguare le istituzioni comunitarie all'allargamento? È come se oggi stessimo ratificando l'incertezza del nostro avvenire di cittadini europei, che già pesa enormemente sullo stesso futuro della moneta unica europea.
Cari colleghi e Governo, è urgente costruire la strada per le nuove istituzioni democratiche europee e - mi rivolgo a tutti gli italiani, ai giornalisti, agli intellettuali - l'ormai grave problema della necessità di una Costituzione europea che rinnovi le proprie istituzioni su autentiche basi democratiche, non appartiene più alla politica dei massimi sistemi, ma alla gestione della vita quotidiana di ogni cittadino italiano e in quanto tale europeo.
Sono convinta che non sia superfluo ricordare qui che le istituzioni europee tuttora vigenti, Jean Monnet le aveva proposte nel 1973 ai Capi di Stato e di Governo come un Governo europeo provvisorio, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di completare la difficile fase di transizione tra sovranità nazionale e sovranità comune. La fase transitoria è finita, l'inadeguatezza delle istituzioni, del Consiglio europeo in particolare, certamente dovuto in gran parte a fatti strutturali e contingenti, è ormai lampante. Il processo di unificazione è paralizzato e l'inerzia - non credo di insegnare alcunché a nessuno - è la peggior forma di Governo.
Per fare uscire l'Unione europea dalla crisi di ingovernabilità sancita più che mai in questo trattato e presto aggravata dall'allargamento, occorre un atto fondatore specifico, per riprendere le parole di Jean Monnet.
Sono anni che alleanza nazionale spiega e sostiene l'insostenibile incompatibilità fra la moneta unica e le attuali istituzioni. Moneta unica significa sovranità europea e un potere sovrano non può essere lasciato in balia di burocrati la cui competenza tecnica non potrà mai supplire l'irresponsabilità politica. La legittimità democratica dell'Unione si impone oggi con evidenza, nonostante sia ignorata o si faccia di tutto per farla ignorare dall'opinione pubblica.
Con la moneta unica chi sarà politicamente responsabile della politica economica europea? Una sommatoria di Governi nazionali non è un Governo europeo. Come farà l'euro a competere con il dollaro? Il dollaro, infatti, è lo strumento della politica monetaria del Governo americano; l'euro, invece, sarà lo strumento di un Governo fantasma. Non dimentichiamo, signori, che un popolo senza istituzioni e senza Governo non esiste, non ha volontà e non ha voce.
Il Governo che mi sta ascoltando vorrà difendersi asserendo di aver sostenuto, nella fase di costituzione del trattato, l'importanza della riforma delle istituzioni europee e di essere stato tra i pochi, insieme a Francia e Belgio, a mettere l'accento sulla questione. È vero, ma sono due le obiezioni che mi permetto di rivolgergli. In primo luogo, come ho spiegato poc'anzi, sono venticinque anni che andiamo avanti con un Governo europeo provvisorio. Quindi, non si tratta di riformare, quanto piuttosto di costituire. In secondo luogo, anche se la posizione italiana è stata fatta rilevare ad Amsterdam, ciò non era sufficiente. È ora che il Governo si renda conto che, se è convinto delle proprie posizioni e delle decisioni da prendere in seno all'Unione europea, non basta fare dichiarazioni - atteggiamento passivo - ma che è necessario agire acquisendo, mediante un preciso e mirato lavoro di contatti con altri Stati membri, i consensi necessari alla realizzazione di ciò che si desidera raggiungere.
Visto il modo di operare del Governo in carica in un momento così cruciale per l'Europa, viene alla mente una considerazione: forse il Ministero degli esteri non è più all'altezza di portare avanti da solo un

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compito improprio. Personalmente sono convinta che nel nostro paese si faccia sempre più rilevante, come in altri paesi europei, la necessità di istituire un vero e proprio ministero per le politiche europee, con portafoglio ed in grado di servirsi di strutture adeguate e competenti per occuparsi con tempestività e cognizione di causa sia della fase ascendente che di quella discendente. Solo così e con l'apporto della diplomazia si potrà portare avanti un lavoro costante di acquisizione e di collaborazione con gli altri Stati membri e di tutela dei diritti del cittadino italiano europeo.
A quest'ultimo proposito intendo sviluppare un altro tema importante, che è spesso oggetto di dibattiti all'estero e che nel nostro paese troppo spesso si cerca di evitare: la questione della partecipazione all'Unione europea che implica il rispetto dei diritti del cittadino italiano in quanto europeo. Banale? Non del tutto, cari colleghi.
Partecipazione significa rispetto delle regole, partecipazione significa rispetto degli impegni presi e sottoscritti. In ciò, i dati pubblici lo confermano, l'Italia non brilla certo per eccellenza. Negli ultimi decenni l'Italia non ha saputo rispondere alle sollecitazioni dell'Unione europea sia in termini di recepimento delle direttive - a tale proposito va osservato che la stessa legge comunitaria non è certo più all'altezza della situazione, anzi spesso appare un inganno, perché in essa vengono inserite delle direttive che nessuno si preoccupa di attuare - sia in termini di utilizzo di risorse messe a disposizione.
La conseguenza di un simile comportamento è la progressiva perdita di credibilità dell'Italia in Europa, che a sua volta implica due ulteriori conseguenze negative: in primo luogo, una decrescente capacità di incidere sui processi decisionali comunitari in tutti i campi; in secondo luogo, un progressivo affievolirsi del concetto di Europa come fonte di risorse atte a sostenere lo sviluppo del paese.
Questo comportamento, tendente alla non partecipazione, deve essere spezzato. Il Governo è il primo che deve dimostrare una volontà solida e decisa al riguardo. Solo così, invece di accontentarci di prendere posto in Europa tra i banchi di chi alza semplicemente la mano ed eventualmente solleva un'obiezione o fa una puntualizzazione, potremo permetterci di incidere sulla gestione effettiva delle risorse, ma soprattutto di accedere alle decisioni sui meccanismi di policy making, tutelando in questo modo più da vicino i diritti dei cittadini. Se il Governo si assumerà questa responsabilità - eventualità ardua da verificarsi, visto che finora non l'ha fatto - allora sono certa che l'informazione che giungerà ai cittadini italiani sarà all'altezza del loro essere europei e che la tutela dei loro diritti in quanto cittadini europei sarà tangibile e generalizzata.
Infine e per completezza, rivolgo un appello alla magistratura, quale prima garante dei diritti attribuiti al cittadino italiano dall'Unione europea per farlo sentire veramente parte della stessa comunità.

Troppo spesso ancora oggi i magistrati giudicano senza dimostrare conoscenze specifiche, cercando persino soluzioni antitetiche a quelle per le quali l'Italia stessa si è impegnata nei confronti degli altri Stati membri e dei propri cittadini.
Infine, ratifichiamo pure questo misero trattato ma non dimentichiamo che l'obiettivo punta molto più in alto. Alleanza nazionale intanto si impegna affinché nella prossima legislatura europea si arrivi ad una vera costituzione europea che sancisca solide basi per percorrere finalmente al ritmo dei tempi la strada del sogno europeo del nuovo millennio (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Brunetti. Ne ha facoltà.

MARIO BRUNETTI. Signor Presidente, dei quindici minuti che rifondazione comunista ha a disposizione utilizzerò non più di cinque-sei minuti in questa fase, riservando il resto del tempo alla dichiarazione di voto finale.


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Anch'io desidero rilevare che è stato un gravissimo errore aver sottovalutato il dibattito sul trattato di Amsterdam che avrebbe potuto farci riflettere in misura più approfondita sulla politica estera italiana. Un dibattito di questo genere avrebbe meritato un'altra attenzione da parte del Parlamento italiano anche perché ci avrebbe consentito di individuare i limiti di tale politica, limiti peraltro già indicati dal presidente Occhetto.
Rispetto al Trattato di Maastricht ci troviamo di fronte ad una nuova sensibilità che va emergendo in Europa, interpretata soprattutto dal Governo francese, diversa dalla linea teleologicamente monetarista, che tende a dare un governo politico alla moneta unica nel tentativo di sottrarre la gestione alla sola Banca centrale europea, ponendo così in campo la necessità che la politica monetaria tenga conto delle convenienze materiali e dei bisogni delle popolazioni. Di qui la necessità di una rottura, attraverso una politica comune, del dumping fiscale fra i vari paesi dell'Unione europea affinché questi possano praticare una politica che alleggerisca il prelievo sul lavoro e lo sposti sulle rendite finanziarie, sulle speculazioni, sul profitto capitalistico.
Un altro punto di riflessione riguarda la possibilità che l'Unione europea contesti le politiche di liberalizzazione dei movimenti di capitale e degli scambi, portate avanti dall'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ed imposte a larga parte del mondo dal Fondo monetario internazionale.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO BIONDI (ore 13,10)

MARIO BRUNETTI. Non possiamo far passare sotto silenzio, in questa occasione, il fatto gravissimo che i rappresentanti dei Governi stiano per negoziare un nuovo accordo internazionale che sarà ancora più devastante. Mi riferisco all'accordo multilaterale degli investimenti (AMI) che, se attuato, ridurrebbe i Parlamenti a puri simulacri dominati dalla prepotenza delle multinazionali e dalla sacrale onnipotenza del profitto. Se questo accordo non venisse fermato, come noi chiediamo al Governo italiano, non sarebbe più possibile - con la sua entrata in vigore - per gli Stati nazionali adottare politiche di difesa dell'ambiente e delle condizioni del lavoro (alcuni elementi devastanti, tra l'altro, venivano richiamati dal collega Martino) perché tutto sarebbe subordinato alla priorità del mercato, compreso il problema della difesa dei diritti umani, già oggi così largamente e drammaticamente violati.
Vi è la necessità di porre al centro anche della politica di mercato il problema delle persone e dei loro bisogni, il problema del sud del mondo, quello dell'autosufficienza alimentare di ogni paese, la cancellazione del debito dei paesi poveri, il trasferimento di tecnologie e di risorse dal nord al sud, la tutela ambientale, il rilancio della cooperazione per un nuovo sviluppo. Di tutto questo l'Unione europea deve chiedere che si tenga conto nei movimenti di capitale.
L'ultima osservazione che intendo fare riguarda la permanenza nell'articolo J7 del trattato di Amsterdam di una grande ambiguità nei ruoli e nei confini tra l'Unione europea, l'Unione europea occidentale e la NATO. Come sappiamo tutti, all'Unione europea appartengono paesi che non aderiscono né all'Alleanza atlantica né all'Unione europea occidentale; questo capitolo del trattato rappresenta a nostro avviso una forzatura perché, da una parte, rischia di creare lacerazioni all'interno della stessa Unione e, dall'altra parte, crea una Europa del tutto subalterna agli Stati Uniti sul piano della politica militare. Quando parliamo, per esempio, della necessità di un superamento della NATO e della UEO pensiamo e poniamo appunto il grande tema del ruolo autonomo dell'Europa, che su questo terreno potrebbe attribuire all'OSCE tutti gli strumenti necessari a garantire cooperazione e sicurezza a tutti i paesi del continente. Ciò richiama alla nostra valutazione il problema del conferimento al Parlamento europeo di poteri di controllo


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e di indirizzo della politica di difesa e di sicurezza per porre fine ad una situazione ormai insostenibile di deficit democratico su politiche vitali per l'esistenza dell'Unione stessa.
Credo che tutti questi argomenti avrebbero meritato maggiore attenzione ed un maggiore approfondimento, ma il contingentamento e l'assegnazione di tempi così ristretti al dibattito abbia in qualche modo creato una situazione per cui non vi possa essere tale approfondimento (Applausi dei deputati dei gruppi di rifondazione comunista-progressisti e dei democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fronzuti. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE FRONZUTI. Signor Presidente, a quasi sei anni di distanza dal Trattato di Maastricht, siamo chiamati alla ratifica del trattato di Amsterdam. Ne vengono modificate alcune parti, senza tuttavia intervenire in modo così incisivo, come fu determinato dalla convergenza delle politiche economiche finalizzate all'introduzione dell'euro.
Quella odierna è un'ulteriore tappa sul cammino del grande progetto di costruzione dell'Europa, che richiederà ulteriori e continui aggiornamenti ed a cui, come cristiano-democratici, guardiamo senza incertezze e con la ferma convinzione di chi ha costruito quel grande progetto dalle fondamenta. Dobbiamo ringraziare quegli uomini eccezionali ed illuminati che, credendo ai valori della nostra civiltà ed all'integrazione europea come alternativa ai nazionalismi possibili, fin dal dopoguerra hanno operato scelte coraggiose che consentono ai nostri giovani di poter diventare cittadini dell'Unione europea.
Europeisti convinti Schuman, Churchill, Adenauer, Monnet, De Gasperi, Sforza, Saragat, Scelba, Gaetano Martino, Einaudi...

ACHILLE OCCHETTO, Relatore. Tremaglia!

GIUSEPPE FRONZUTI. Tremaglia lo lasciamo ai posteri.
Quegli europeisti convinti, che vennero definiti un'aristocrazia intellettuale e politica, si impegnarono in una grande sfida portando l'ideale europeo attraverso l'Alleanza atlantica prima, le divisioni sulla CED poi, e, quindi, i Trattati di Roma. Successivamente, venne l'elezione diretta del Parlamento europeo, su cui fu relatore in quest'aula Aldo Moro. Seguirono il serpente monetario ed il sistema monetario europeo: l'atto unico; il graduale allargamento dell'Europa dei sei, all'Europa dei quindici prima ed oggi dei ventisei, rafforzandone il ruolo e consolidandone la tenuta anche rispetto alle vicende del mondo dopo la caduta dell'impero sovietico.
La storia dell'Unione europea non comincia con i Trattati di Roma, onorevole Occhetto, ma ben prima! L'ostilità non fu di breve durata; durò decenni! Togliatti affermò infatti che il Patto atlantico spezzava il mondo in due e preparava un'aggressione e che il passo di De Gasperi avrebbe portato sulla via dell'avventura che spinge verso l'abisso. Vi è un nesso inscindibile tra Alleanza atlantica e politica europea.
L'unica politica nazionale dell'Italia è quella della solidarietà con i popoli liberi. L'unione europea sta in cima ai nostri pensieri ed in testa ai nostri interessi, affermò De Gasperi. L'introduzione dell'euro coinciderà con il cinquantesimo anniversario del congresso de L'Aja, che segnò l'atto di nascita dell'idea europea come progetto politico.
Come possiamo dimenticare Churchill a Zurigo nel 1947, mentre lancia il primo grande appello per l'unità europea? E poi De Gasperi, che coraggiosamente illumina il futuro di un'Italia distrutta; Adenauer, il cancelliere della ricostruzione, Erhard, padre del neoliberalismo europeo, anticipatore dello sviluppo di un mercato di democrazia partecipata; Monnet, il grande tessitore dell'impresa europea? Se l'oriente resterà totalitario, la federazione europea comincerà da occidente; i paesi non ancora liberi devono attendere per entrare: questo era il pensiero di Luigi


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Sturzo, che il 12 aprile del 1948 scriveva su Il Popolo (quello di allora, non quello di oggi).
Non è impietoso ricordare che, tra gli altri, i socialisti e i comunisti italiani si opposero ai primi trattati di collaborazione europea, denunciando l'Europa dei monopoli, delle multinazionali, preferendo assumere una posizione attendista e critica, insieme ad una artificiosa contrapposizione che ancora permane tra l'Europa dei popoli e quella dei governanti. L'eurocomunismo ha costituito un comodo ombrello per ripararsi dal vento dell'est e per promuovere scelte terzomondiste di equidistanza, per affermare l'idea socialista e dunque più di schieramento che di opzione culturale e politica.
Quelle scelte hanno portato due generazioni di pace e di libertà. Dopo una prima metà del secolo devastata da due guerre mondiali, si è instaurato un metodo istituzionalizzato di concertazione e di cooperazione tra l'Europa ed il resto del mondo. La costruzione dell'Europa si sviluppa in più direzioni, più forte in talune, più debole in altre; il lavoro non sembra progredire in modo uniforme; la sua estensione geografica e politica crea di certo problemi di funzionamento, ma diviene sempre più polo di attrazione.
L'egoismo degli Stati che stentano ad abdicare a talune funzioni impedisce all'Europa di diventare sempre più realtà politica e dunque di parlare con una voce sola, di praticare una politica estera comune, di disporre di forze difensive. Certo, dietro la forza di un grande mercato vi sono le debolezze del disegno politico, il mancato completamento delle riforme istituzionali, indispensabili al funzionamento efficace dell'Europa, la scarsa incisività dei poteri legislativi, la scarsa comunitarizzazione della PESC, l'arretramento degli Stati nazionali, le prudenze monetarie del Regno Unito.
Oggi, dopo aver rimesso ordine nei conti interni, dopo gli squilibri derivanti da tensioni socio-economiche e dagli eccessi degli anni ottanta, abbiamo evitato di restare sganciati dal processo di costruzione dell'Unione, ma dobbiamo superare ulteriori diffidenze. La sfida non è finita, il nostro debito è motivo di turbativa per i partner e diventa una priorità per il paese alla luce delle decisioni odierne di Bruxelles. L'elevata pressione fiscale raggiunta con il Governo delle sinistre, fuori da logiche di armonizzazione comunitaria, sta stremando il paese, rischia di farci accettare per convenienza, facendoci perdere un ruolo di protagonisti, relegandoci in un ruolo secondario e residuale. Non basta: la responsabilità di scegliere se stare nell'Unione è oggi la responsabilità di decidere come e con quale dignità vogliamo partecipare all'Unione europea. Il processo di allargamento può mantenere vive le sue prospettive di unificazione politica, costruire una civiltà nuova, solidale, capace di accrescere e moltiplicare il rendimento economico e culturale.
Il nostro impegno è di ritrovare una coscienza di popolo, capace non solo di una responsabile politica economica, ma anche di una illuminata politica sociale e culturale.
Se vogliamo che prevalga la logica del nuovo occorre che l'Europa si rafforzi come unità politica. La dote migliore da portare in un'Europa allargata ed integrata è una cultura europea insieme ad una economica, aperta alla competizione internazionale.
La ratifica del trattato di Amsterdam avviene senza ritardi. Con l'approvazione del trattato si realizza un accordo bipartisan sulla politica estera; esso rappresenta un passaggio intermedio prima dell'introduzione dell'euro e dell'ulteriore allargamento dell'Unione. L'ampliamento ai paesi del Mediterraneo, a Malta e Cipro, rimuovendo gli ultimi ostacoli all'apertura del negoziato, è questione nodale. Il campo dei diritti fondamentali del cittadino, delle libertà e della democrazia - come pure la questione di più forti procedure di rispetto - è stato illuminante come precondizione per l'adesione di nuovi paesi all'Unione. Guardiamo positivamente al rafforzamento normativo

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nel settore della giustizia e degli affari interni, con misure più efficaci nella lotta alla criminalità ed al terrorismo.
Il problema ambientale ha ricevuto un'importante legittimazione, trovando così una dimensione internazionale. Ulteriori progressi vengono realizzati nell'ambito dei poteri del Parlamento europeo attraverso il potere di nomina del Presidente della Commissione, realizzando nel nuovo rapporto di fiducia tra Parlamento ed esecutivo europeo una più decisa democrazia europea. Ciò mentre restano ancora sospese le questioni del voto ponderato, della composizione della Commissione e del passaggio al voto a maggioranza.
Vi è un naturale contrasto tra gli obiettivi di taluni paesi e quelli di altri. Assistiamo così alla contraddizione di chi punta esclusivamente al grande mercato e chi mira ad una maggiore convergenza delle rappresentanze democratiche, dando lezione di europeismo a quelle forze politiche che hanno fondato l'Europa.
È stato affermato che questo trattato è poca cosa; sarebbe la ratifica di un compromesso di basso profilo e, dunque, del fallimento di Amsterdam. Noi non siamo così pessimisti. Vi sono momenti della storia in cui si può correre ed altri in cui camminare adagio. La fase che si apriva dopo Maastricht, con l'avvio dell'euro, non consentiva grandi innovazioni nella costituzione europea.
Le preoccupazioni per l'elevata disoccupazione sia a livello europeo sia in vaste aree del nostro paese è un problema radicato nella coscienza delle forze di ispirazione cristiana. Si è pervenuti ad una maggiore attenzione verso la questione del lavoro, definendo politiche sociali. Benché non sia diventato un parametro di convergenza, guardiamo con favore al nuovo obiettivo di realizzare un più alto livello di occupazione, promuovendo azioni di cooperazione.
Nonostante l'iter incerto in Commissione, oggi non lamentiamo ritardi: è un fatto politico importante. Nel nostro popolo vi è una vocazione europea naturale. Ci avviamo verso la costruzione dello Stato federale e non vogliamo un'Europa mutilata. I progressi modesti sono il risultato della diversità di opinioni tra i vari Stati. L'Europa non riesce ancora a parlare con una voce né con una figura sola e nemmeno, come affermava Arrigo Levi nei giorni scorsi, con un solo strumento.
Restano irrisolte questioni come la politica estera e la sicurezza. Come è avvenuto nell'ambito del negoziato istituzionale, così l'Unione non riesce ad esprimere una posizione forte rispetto alla crisi che lambisce i confini orientali, che ha già investito i Balcani prima in Bosnia e Serbia e poi in Albania; ora abbiamo l'inasprimento della repressione serba nei confronti dell'etnia albanese in Kossovo.
Non condividiamo la necessità di cambiare in questa fase la natura della NATO, così come è stato proposto nel dibattito in Commissione da alcuni esponenti della maggioranza. Si tratta di rafforzare l'idea di un'Europa composta da varie aree integrate, con sintesi intermedie, che sono fondamentali per mantenere l'indispensabile coesione in un'unione potenziale di 28 paesi con forti eterogeneità etniche, linguistiche, economiche e con mezzo miliardo di abitanti.
L'evoluzione del problema istituzionale è avvenuta in una logica di continuità; è stato adeguato e modificato, ma mai abbandonato, sempre volto alla ricerca di compromessi tra esigenza di rappresentanza e peso degli Stati.
I mutamenti istituzionali della Comunità possono essere visti come continua dialettica tra l'applicazione del metodo intergovernativo e quella del metodo sovranazionale. Il Parlamento è l'organo sovranazionale per eccellenza e la crescita dei suoi poteri è avvenuta con l'Atto unico ed il Trattato di Maastricht. Oggi questi poteri vengono rafforzati con la nomina del Presidente della Commissione. Gli europei sono chiamati a più forti responsabilità, soprattutto nel campo della sicurezza: trasformare la NATO, a più lungo termine, in un'alleanza nella quale gli Stati Uniti e il Canada, da una parte, e l'Europa, comunità autonoma capace di agire, dall'altra, rivestano un peso uguale,

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è cosa diversa da quella immaginata da chi vuole l'uscita dall'Alleanza tout court.
Tra pochi giorni si commemorerà il Trattato di Roma. Grandi uomini realizzarono un progetto: non furono né ideologi né utopisti ma avevano i piedi ben piantati nel mondo dell'economia. Se oggi assolviamo a questo compito è soprattutto per loro. L'Europa deve superare le proprie debolezze, la propria crisi, cercando di parlare con una voce sola, come un solo corpo. Dobbiamo imporre al velleitarismo dei singoli Stati la solidarietà politica, ma, senza volontà politica che imposti un nucleo di solidarietà comune, il progresso economico e la stessa unità dell'Europa non potranno essere salvaguardati.
Vibra oggi una nuova tendenza al regionalismo come tentativo di affermare piccole nazioni, più che movimenti in grado di affermare i diritti dei singoli cittadini. C'è da auspicare che la scelta dei parametri di Maastricht, radicalizzati nell'orizzonte di indicatori economico-finanziari di regioni e paesi già sviluppati, non rinsaldi una nuova edizione della grande nazione proprio in quella realtà che è stata, con i laender, la terra avanzata del federalismo.
Crediamo che la ricchezza dell'Europa stia anche nella sua diversità. Come ha detto John Major, sono le nazioni che debbono costruire l'Europa e non l'Europa che deve soppiantare le nazioni (Applausi).

PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Fronzuti, il quale ha esaurito tutto il tempo a disposizione del suo gruppo.
È iscritto a parlare l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.

LAPO PISTELLI. Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghi, il gruppo dei popolari ha condiviso e sostenuto la richiesta di dedicare uno spazio autonomo alla discussione ed alla ratifica del trattato di Amsterdam, non tanto per alimentare un'ulteriore retorica europeista di corta memoria e di breve respiro, quanto perché negli scorsi anni vi sono state varie occasioni per riflettere sul divario tra il numero dei presenti ed il livello di attenzione dei deputati che discussero e ratificarono il Trattato di Maastricht e le conseguenze rilevantissime che quel trattato ha avuto sulle politiche di governo europeo in senso lato e di bilancio in senso stretto, sull'agenda dei partiti politici, delle forze sociali e sulla vita dei cittadini.
Non ci sfugge che, dopo la discussione e la ratifica del Trattato di Maastricht, molto cambiò concretamente nella vita degli Stati europei negli anni successivi, ma se oggi parliamo di un'Europa allargata con l'euro a 11 tutto dipende da quell'atto originario che discutemmo anni fa. Questo mi porta a fare una prima riflessione sulla differenza esistente nei diversi sistemi giuridici dei paesi membri tra la ratifica parlamentare e la ratifica dei trattati comunitari affidata a referendum. Se è vero che la ratifica referendaria dei trattati comunitari e delle loro modifiche può - come dire? - produrre alcuni rischi ed alimentare i demagoghi dell'euroscetticismo, è anche vero che essa induce maggiore consapevolezza nell'opinione pubblica e, quindi, anche nei parlamentari che rappresentano la società; inoltre, permette - così come ha permesso in altri paesi - di scaglionare gli sforzi di risanamento, che noi abbiamo concentrato in pochi anni, in un arco di tempo un po' più vasto.
Morale della favola: il paradosso di questo trattato che oggi esaminiamo e ratifichiamo è che nessuno mette in discussione il risultato finale - cioè, la ratifica - ma tutti si sono esercitati, ancora questa mattina, in una critica talvolta feroce.

Questa critica non è nuova ed è anzi iniziata fin dal giorno dopo la conclusione del Consiglio di Amsterdam del 16 e 17 giugno 1997. Ebbe tra i suoi esponenti autorevoli anche personalità: penso, per primo, al ministro Dini, che usò parole molto severe, e al commissario Bonino. In quest'aula, nella discussione che precedette il negoziato finale, quando già si intuiva che non vi sarebbero stati i risultati


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auspicati, anche i colleghi che intervennero nella prima settimana del giugno 1997 ebbero modo di esercitare una critica. Il paradosso è, però, che tutte le critiche non mettono comunque in discussione il risultato, cioè l'opportunità di ratificare il trattato stesso.
Il ragionamento politico è molto semplice: Amsterdam non era rinviabile, perché se il rinvio fosse stato troppo breve non avrebbe probabilmente risolto i nodi politici che desideravamo sciogliere e che noi non fummo capaci di sciogliere nella maratona dei tre giorni; se però esso fosse stato troppo lungo le questioni che Amsterdam doveva affrontare e ha affrontato si sarebbero sovrapposte con il calendario della moneta unica e poi con la discussione sull'allargamento a nuovi partner.
Dunque, prendiamo ciò che il calendario europeo ci consente di prendere: siamo davanti ad un trattato che, come quello di Maastricht, è molto complesso, ricco di articoli, dichiarazioni e protocolli aggiuntivi.
Come collocarlo nella vicenda europea degli ultimi anni? Dopo l'Atto unico europeo che, sostanzialmente, completò dal punto di vista microeconomico il mercato unico interno ed il Trattato di Maastricht che ha invece colto come obiettivo l'unificazione dei valori fondamentali macroeconomici, Amsterdam doveva, su mandato dello stesso Trattato di Maastricht, affrontare due questioni: il tema del riordino delle fonti comunitarie (argomento importante ma molto tecnico e politicamente poco interessante) e l'adeguamento del secondo e terzo pilastro (la PESC e affari interni e giustizia). Soltanto in un tempo successivo, negli ultimi anni, alla vigilia dell'allargamento dell'Unione all'Austria e ai paesi scandinavi si pose il problema - ahimè ancora oggi rinviato - dell'adeguamento sostanziale delle regole di governo politico dell'Unione.
Diamo però una valutazione di questi risultati, così come attualmente disciplinati dal trattato. Partiamo dal secondo mandato, dall'adeguamento del secondo e terzo pilastro, perché questo ci permette, tra l'altro, di fare di nuovo un inciso sulle differenti modalità di ratifica.
I risultati, parziali ma comunque positivi, di comunitarizzazione di alcune materie afferenti alla sicurezza interna ed anche alle politiche sociali dipendono dal fatto che, su impulso di alcuni semestri di Presidenza (penso a quello irlandese), in paesi che poi prevedono la ratifica referendaria e non parlamentare del trattato si decise di spingere in direzione delle materie che trovavano maggiore rispondenza e forza nell'opinione pubblica interna. Infatti se si parla di comunitarizzazione di materie come la criminalità o la lotta alla droga, evidentemente si riesce ad ottenere un maggiore coinvolgimento dell'opinione pubblica, mentre è stato più difficile in quegli anni far maturare la necessità di comunitarizzare ed adeguare il tema della politica estera e di sicurezza. Maturava, invece, la tragedia bosniaca e, se si guarda con occhio meno provinciale alle piattaforme politiche di molti partiti europei, a destra e a sinistra, si scopre come in molte di esse si proponga il disimpegno militare europeo, laddove l'Europa è coinvolta, o comunque si suggerisce di non insistere troppo in quella direzione, che è scomoda e coglie un nervo scoperto dell'opinione pubblica interna di molti paesi.
Va però anche detto che in quelle materie otteniamo alcuni risultati positivi ed apprezzabili. Penso, per esempio, alla comunitarizzazione delle politiche sociali che, invece, avevano fatto tanto soffrire l'Unione europea negli ultimi anni con le modalità inglesi dell'opting out, del chiamarsi fuori, e penso, invece, a come il trattato introduca le modalità della cooperazione rafforzata, del opting in, adottando in qualche modo una tecnica di geometria variabile interna e consentendo ad ogni paese di percorrere all'interno delle istituzioni comunitarie il proprio cammino senza ricevere ostacoli dagli altri partner comunitari. Dobbiamo oggettivamente apprezzare questo fatto.
Il Governo si è impegnato a fondo sul tema della politica estera e di sicurezza

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comune (per cui suonano sgraditi e non corretti i richiami critici formulati questa mattina da alcuni colleghi) ed ha chiesto l'integrazione dei trattati dell'Unione e dell'UEO. Il Governo aveva evidenziato con molta chiarezza che i risultati ai quali siamo pervenuti, per esempio per quanto riguarda le cellule di analisi e programmazione e l'alto rappresentante in materia di politica estera, avrebbero costituito procedure barocche, non capaci di affrontare i nodi e le piaghe che si stavano aprendo (e ancora oggi si aprono) in Europa. In realtà la modalità oggi funzionante è quella di una autonoma assunzione di responsabilità da parte di un singolo paese, aspettando che qualcun'altro segua: sostanzialmente il sistema che l'Italia ha adottato con grande successo nella missione «Alba» in Albania. In proposito il nostro Governo non è tacciabile di incoerenza; va anzi sottolineato l'impegno che è stato profuso. Il Governo era assolutamente consapevole che non esisteva alcuna corrispondenza fra il nostro impegno europeo nella ricostruzione di alcune entità statuali disperse (come la Bosnia e la Palestina) e la visibilità politica che riuscivamo ad ottenere (secondo la formula «we pay you play»). Lo abbiamo ricordato nel recente dibattito di politica estera che ha visto la partecipazione del ministro Dini.
Per quanto riguarda il tema delle regole, sappiamo che sono alle porte (qualcuno individua la data dal 2003 in poi) i negoziati (graduali quanto sarà necessario) sull'ingresso di un certo numero di paesi nell'Unione europea. Un primo round potrebbe riguardare Cipro, Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovenia, Estonia; un secondo round potrebbe interessare altri paesi, come Romania, Slovacchia, Lettonia, Lituania, Bulgaria. Sappiamo che anche la NATO - la quale oggi richiede adempimenti e requisiti meno rigidi - parallelamente sta svolgendo negoziati di allargamento. Era per noi logico chiedere regole diverse per un migliore funzionamento di un'Europa allargata, sapendo che quelle in vigore oggi (risalenti all'Europa a sei) sono già inadeguate per un'Europa a quindici e che quindi a maggior ragione saranno inadeguate per un'Europa a ventisei o ventisette membri. Non vi era dunque velleitarismo nella posizione del Governo italiano, ma semmai coraggio e realismo.
Chiedevamo di rimuovere con più forza le procedure paralizzanti dell'unanimità. Con il trattato di Amsterdam siamo arrivati ad un aumento delle procedure di codecisione da quindici a trentotto tipologie, allargando molto i poteri del Parlamento europeo. Sono risultati insufficienti, tuttavia sappiamo che il Governo italiano su questo importante atto comunitario è stato uno di quelli che in sede di trattativa si sono spinti oltre, con realismo politico, per cercare di adeguare le regole alle sfide imposte dalla caduta del muro nella drammatica questione del prossimo decennio (l'allargamento della partnership comunitaria).
In conclusione, Presidente, i dati che ho richiamato ci impongono una duplice riflessione. Innanzitutto dobbiamo smetterla di dividerci con riferimento all'obiettivo dell'unione economica e monetaria e dell'euro. Si sostiene che sarebbero stati obiettivi falsi, da banchieri, ma si dimenticano i sacrifici che sono stati sopportati da tutto il paese. Sarebbe oggi completamente improprio sminuire questi sacrifici. Soprattutto, però, occorre rendersi conto che quelle regole erano comunque necessarie per rimettere in ordine i nostri conti e per fissare comportamenti seri e sani nel rapporto fra le presenti e le future generazioni: non era un'imposizione della Bundesbank, ma erano regole eque e giuste.
In secondo luogo, è necessario ritrovare uno spirito bipartisan (la risoluzione che ci apprestiamo a votare insieme col disegno di legge di ratifica ne è una testimonianza). Bisogna sforzarsi di raggiungere un'opinione comune e unanime del Parlamento italiano per riprendere il cammino. La partita non finisce ad Amsterdam, ma va avanti. Noi chiediamo di procedere alla revisione delle regole prima dell'allargamento dell'Europa a nuovi partner. In Italia e nel Parlamento abbiamo

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bisogno di consolidare questa consapevolezza dell'Europa molto di più che delle polemiche talvolta di breve respiro a cui diamo luogo in Transatlantico, quando discettiamo delle famiglie politiche di appartenenza, senza la sufficiente consapevolezza su questioni che riguardano davvero la costruzione dell'Europa di domani.
Il gruppo dei popolari voterà favorevolmente sia sul disegno di legge di ratifica del trattato di Amsterdam sia sulla risoluzione unitaria che l'accompagna (Applausi).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Il relatore ed il rappresentante del Governo avranno facoltà di replicare alle ore 16, al termine dello svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata.

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