PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. ...che si apriranno lunedì prossimo, l'Unione europea si appresta ad affrontare una sfida storica. Ognuno comprende che l'apertura ai paesi dell'est non rappresenta soltanto un aumento quantitativo del processo di integrazione. In fondo, estendere l'Europa da sei paesi a nove, a dodici, a quindici nazioni, con i processi di allargamento che abbiamo conosciuto, significava ampliare un'Europa che era omogenea dal punto di vista politico ed economico e largamente omogenea dal punto di vista culturale. L'allargamento ai paesi dell'Europa centrale e del sud Europa è qualcosa di qualitativamente assai più complesso. Si tratta di aprirsi a paesi in transizione, che stanno costruendo un difficile processo di consolidamento della democrazia politica là dove per cinquant'anni non vi è stata democrazia, che stanno costruendo un'economia di mercato là dove per cinquant'anni c'è stata invece l'economia di piano e che stanno costruendo uno Stato di diritto là dove per cinquant'anni erano prevalse spesso logiche arbitrarie.
Quindi, si tratta di cogliere anche il grande valore di questo processo di allargamento, che per l'Italia è particolarmente strategico e vitale, perché l'est europeo rappresenta per il nostro paese un'area strategica dal punto di vista politico, dal momento che tutto quello che vi accade in termini di stabilità e di sicurezza ci investe direttamente, ma anche dal punto di vista economico, perché noi, insieme con la Germania, siamo il paese che ha la
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più forte proiezione economica e commerciale in quell'area. L'est europeo è strategico anche dal punto di vista sociale, perché l'Europa centrale ed orientale è luogo di transito di fenomeni come le correnti migratorie.
Per questo l'allargamento ci riguarda direttamente ed è per questo che in tutta la fase di istruttoria della strategia di allargamento, che ha impegnato nei mesi scorsi l'Unione europea, l'Italia si è battuta affinché esso avesse luogo con un approccio globale ed inclusivo, tale da coinvolgere tutti i paesi candidati, senza creare nuove forme di discriminazione o di emarginazione nei confronti di questo o quel paese che aspiri ad integrarsi nelle istituzioni europee.
In questi stessi mesi è maturato un altro passaggio importante nel processo di integrazione: l'allargamento dello «spazio Schengen». Lunedì 30 marzo Italia ed Austria entreranno definitivamente nello «spazio Schengen» ed in questo modo si determinerà un allargamento ulteriore dell'area di libera circolazione in Europa. Entro il 1999 lo «spazio Schengen» si allargherà ad altri cinque paesi del nord Europa. Inoltre, nell'ambito dei processi di allargamento si stanno definendo rapporti ed accordi speciali tra lo «spazio Schengen» ed alcuni dei paesi candidati. Da qui al 2000, anche in termini di libera circolazione, l'Europa compirà un salto di qualità significativo che, insieme al processo di unificazione monetario, rappresenterà l'altro importante pilastro nella costruzione di una grande Europa.
La moneta e la libera circolazione sono due aspetti fondamentali che rendono percepibile e visibile a milioni di cittadini del nostro continente che il processo di integrazione europea entra in una fase nuova e più avanzata.
In fondo è proprio scambiando tutti la stessa moneta e circolando liberamente per uno spazio largo e privo di barriere, di ostacoli e di diaframmi che milioni di donne e di uomini dell'Europa avranno consapevolezza e percezione fisica e quotidiana del fatto che si sta costruendo una nuova identità, una nuova cittadinanza, un nuovo spazio europeo.
Ho richiamato questi appuntamenti perché il trattato di Amsterdam che stiamo per ratificare non può essere valutato prescindendo da questo contesto. Certo, come hanno osservato il presidente Occhetto e gli altri deputati intervenuti, il trattato di Amsterdam è caratterizzato da luci ed ombre, è l'esito di un processo di revisione del Trattato di Maastricht, connotato da processualità e gradualità. Come tale è un passaggio che ha consentito su molti dossier europei di compiere dei passi in avanti, mentre su altri ha segnato le difficoltà del processo di integrazione.
Non c'è dubbio che l'Unione europea ed i paesi membri dell'Unione debbono tener conto dello stato di inquietudine e di preoccupazione in cui versa l'opinione pubblica dei diversi paesi. Penso ai 18 milioni di disoccupati, ad un fenomeno migratorio più accentuato, che mette in difficoltà la capacità di governare i processi di integrazione; penso ad un'integrazione dei mercati che non sempre è lineare e priva di contraddizioni, ai problemi di riforma del welfare e di crisi fiscale che si pongono in tutti i paesi occidentali.
Sono queste alcune delle grandi sfide che in tutta Europa ciascun paese è chiamato ad affrontare, ciascuna delle quali si intreccia con il processo di integrazione europea. Su ciascuno di questi temi i singoli paesi sono chiamati a fare i conti non solo in termini di politiche nazionali ma anche in termini di politiche europee. Il trattato di Amsterdam, proprio come espressione di un processo caratterizzato da gradualità e da approssimazioni successive all'integrazione europea, riflette questa situazione, e non potrebbe essere altrimenti. Sempre, in tutte le sue fasi, il processo di integrazione che iniziò quarant'anni fa con i Trattati di Roma è stato caratterizzato da salti in avanti e processi di consolidamento e a volte da fasi di arretramento, proprio perché il processo di integrazione non è lineare,
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non è la creazione dal nulla di una nuova istituzione, è la complessa ricomposizione unitaria di popoli e nazioni che non solo vengono da storie, percorsi e culture diverse ma che hanno avuto, nei diversi stati nazionali, il presidio della loro identità, della loro sovranità. È evidente che, nel momento in cui bisogna far avanzare un processo che trasferisce quote di sovranità dallo Stato nazionale in cui si incardina storicamente l'identità dei popoli e delle nazioni nella storia contemporanea ad organismi sovranazionali, occorre fare i conti con difficoltà, con tradizioni, ostacoli e battute d'arresto.
Ritengo che così vada valutato il trattato di Amsterdam. Fu così, d'altra parte, per l'Atto unico che oggi tutti valutiamo come un passaggio essenziale della storia del processo di integrazione. Eppure, se si leggessero le valutazioni che Altiero Spinelli fece a caldo sull'Atto unico, si constaterebbe che non mancarono allora molte critiche, esattamente come quelle che noi oggi stiamo rivolgendo al trattato di Amsterdam. Così fu in occasione del trattato di Maastricht, che rappresentò il passaggio dalla Comunità europea all'Unione europea. Eppure, anche quando fu sottoscritto tale trattato giustamente vi fu chi ne sottolineò i limiti e le insufficienze.
Analogamente oggi, nel ratificare questo trattato, dobbiamo considerarlo come una fase di un processo costituente dell'Unione europea che procede per tappe, per approssimazioni successive, per salti e che naturalmente deve fare i conti con tutti i problemi politici e di consenso sociale che ciascuna tappa comporta.
Non vi è dunque scandalo - credo - nel ratificare il trattato e, al tempo stesso, com'è stato fatto sia nella relazione sia nell'ordine del giorno che la Commissione propone e che il Governo accetterà, nel sottolineare i limiti e gli aspetti irrisolti del trattato stesso. La ratifica del trattato, infatti, la consideriamo non come l'ultima spiaggia del processo di integrazione europea, ma come una tappa dalla quale bisognerà ulteriormente prendere le mosse per andare avanti nel processo di costruzione dell'Unione.
Quanto al merito del trattato, nella relazione dell'onorevole Occhetto sono già state indicate le luci e le ombre presenti. È stato indicato, ad esempio, come siano stati compiuti significativi passi in avanti sul piano sociale, con l'inclusione organica nel trattato del capitolo sociale, che fino al trattato di Amsterdam era un annesso esterno al trattato; con l'inserimento di un capitolo specifico sull'occupazione, che significa che l'Unione europea assume il lavoro come un obiettivo istituzionale della costruzione dell'Europa. Il capitolo sull'occupazione ha rappresentato, peraltro, il passo necessario per arrivare al Consiglio europeo del Lussemburgo del novembre 1997, nel corso del quale si è definito un primo piano di azione europeo per la creazione di lavoro.
È stato già detto, inoltre, che con il trattato di Amsterdam sono stati compiuti significativi passi in avanti nel rafforzamento della cittadinanza europea; nel rafforzamento dei meccanismi di comune gestione finanziaria, tanto più necessari alla vigilia dell'euro.
Passi in avanti sono stati compiuti inoltre riguardo al terzo pilastro nella comunitarizzazione delle politiche di asilo e di immigrazione; nella decisione entro i prossimi cinque anni di incorporare il «sistema Schengen» organicamente nel trattato dell'Unione; nel rafforzamento della Corte di giustizia europea e dell'azione di Europol.
Anche sul tema della politica estera di sicurezza comune sono stati compiuti passi in avanti. Ricordo che questa mattina quest'ultimo è stato giustamente indicato come un terreno particolarmente critico del processo di integrazione europea, alla luce delle difficoltà che l'Europa ha manifestato nell'avere una posizione ed un'azione comuni di fronte a scacchieri di crisi, sia in Medio Oriente sia nella Bosnia. Voglio sottolineare, tuttavia, che con il trattato di Amsterdam si compie un passo in avanti almeno dal punto di vista istituzionale, perché con esso si individuano
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istituzionalmente due strumenti per la politica estera di sicurezza comuni: la cellula di analisi, di monitoraggio, di previsione e di intervento sulle crisi (un aspetto questo particolarmente essenziale perché, se non vi è un'analisi comune, difficilmente l'Europa avrà un'azione comune); e l'individuazione di «mister PESC» come una figura di gestione unitaria della politica estera per superare, appunto, l'afasia e la frammentazione dell'azione europea quando si produce una crisi. Naturalmente, non è sufficiente che sulla carta siano definiti tali strumenti; occorre anche che siano implementati.
Vorrei sottolineare in questa sede che, grazie all'azione del Governo italiano, il Consiglio per gli affari generali, cioè la riunione dei ministri degli esteri dell'Unione europea, ha deciso nel gennaio scorso che, in attesa che sia completato l'iter di ratifica del trattato da parte dei quindici Parlamenti dell'Unione europea, siano però avviate da subito le attività istruttorie di implementazione sia della cellula sia di «mister PESC», in misura tale che questi due strumenti per la gestione di una politica estera e di sicurezza comuni, possano essere immediatamente operativi all'indomani della quindicesima ratifica del trattato di Amsterdam.
È naturale, poi, che il punto più critico è quello che è stato indicato dall'onorevole Occhetto e da altri deputati intervenuti nel dibattito: il trattato di Amsterdam non ha avuto il coraggio di affrontare il nodo istituzionale di riforma dell'Unione, cioè la composizione della Commissione, il passaggio nelle decisioni dal voto all'unanimità al voto a maggioranza e la riforma della ponderazione dei voti. Su questi tre capitoli, che sono essenziali per far funzionare le istituzioni dell'Unione (sui quali l'Italia, assieme ad altri paesi, durante la Conferenza intergovernativa, si era battuta perché vi fossero decisioni coraggiose che mettessero in campo riforme tali da rafforzare la soggettività politica ed istituzionale dell'Unione), Amsterdam ha invece segnato il passo! Questa è la ragione per cui l'Italia - assieme alla Francia ed al Belgio - ha depositato, all'atto della sottoscrizione del trattato che oggi ratificheremo, una dichiarazione - che è annessa al trattato - nella quale si afferma chiaramente che noi (assieme agli altri due paesi che hanno sottoscritto quella dichiarazione) consideriamo che la riforma delle istituzioni, che non è stata fatta ad Amsterdam, debba essere comunque realizzata entro i tempi dell'allargamento. Ciò non significa - come ha già chiarito l'onorevole Occhetto - dire che fino a che non vi è la riforma, non si può realizzare l'allargamento -, ma vuol dire che, nel tempo del negoziato per l'allargamento (tutti sappiamo che i negoziati dureranno tre o quattro anni), vi sarà la possibilità, se vi è la volontà politica, per convocare una nuova Conferenza intergovernativa che ponga mano su quelle riforme istituzionali che Amsterdam non ha avuto la capacità di decidere. Peraltro penso che quanto più ci si avvicinerà alla conclusione dei negoziati, sarà proprio questa, assieme alla prospettiva dell'allargamento sempre più vicina, che solleciterà coloro che sono stati fin qui reticenti o inerti a superare le proprie reticenze e ad accogliere la sollecitazione italiana perché si metta mano alle riforme istituzionali. Mi pare sia questa, in sintesi, la valutazione che dobbiamo fare.
Il trattato di Amsterdam, per concludere, è dunque una tappa. Si consolida ulteriormente quel processo di integrazione che da quarant'anni segna la storia dell'Unione europea. Si compiono dei passi in avanti, tanto più importanti nel momento in cui l'Unione europea si allarga.
Tutti comprendiamo quale valore politico abbia un allargamento che è, per la prima volta, l'occasione storica delle riunificazione per via pacifica e consensuale dell'intero continente. Si creano le condizioni per affrontare nuove sfide e per andare avanti in un processo irreversibile di costruzione di una nuova soggettività politica europea, di una nuova identità, di una nuova cittadinanza europea.
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In sostanza, Amsterdam è una tappa ulteriore in un cammino avviato quarant'anni fa, che continua e del quale l'Italia vuole essere parte convinta e consapevole. Ci siamo battuti in questi due anni perché l'Italia fosse partecipe pienamente delle principali sfide dell'integrazione europea, proprio perché siamo convinti che il futuro di ogni nazione europea sta soltanto nell'integrazione, nell'Europa.
Per queste ragioni il Governo, associandosi alla proposta dell'onorevole Occhetto, chiede la ratifica del trattato di Amsterdam (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Fassino.