Seduta n. 334 del 26/3/1998

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Svolgimento di un'interpellanza e di interrogazioni (ore 10,15).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di un'interpellanza e di interrogazioni.

(Rappresentanze di genere nelle istituzioni e attuazione della «Carta di Roma»)

PRESIDENTE. Cominciamo con l'interpellanza Pozza Tasca n. 2-00475 e l'interrogazione De Luca n. 3-01820 (vedi l'allegato A - Interpellanze ed interrogazioni sezione 1).
Questa interpellanza e questa interrogazione, che vertono sullo stesso argomento, saranno svolte congiuntamente.
L'onorevole Pozza Tasca ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00475.

ELISA POZZA TASCA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro,


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a più di cinquant'anni dal riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo dobbiamo registrare un crescente paradosso: se, da un lato, si moltiplica la qualità e la quantità delle donne in tutti i campi sociali, culturali e professionali, sia pure con le difficoltà legate soprattutto ad una persistente delega nei loro confronti del lavoro di cura e dei compiti familiari, nonché di una permanente resistenza nel riconoscere loro pari condizioni di accesso ai ruoli dirigenziali, dall'altro, tale impetuoso avanzamento non trova che un marginale riconoscimento nell'accesso delle donne alle assemblee elettive ed ai centri decisionali. Questi ultimi sono i luoghi deputati ad esprimere l'effettiva garanzia del diritto di cittadinanza sociale e politica.
Le cifre, purtroppo, parlano chiaro: la percentuale di donne presente negli organismi elettivi nel mondo era, nel 1996, pari al 10,4 per cento, a fronte del 14,8 per cento del 1988. Nel nostro paese la percentuale è addirittura a livelli più bassi rispetto alla media mondiale, in quanto nelle ultime elezioni del 1996 sono state elette alla Camera 70 deputate su 630 e al Senato 26 senatrici su 315, con una percentuale totale dell'8,9 per cento.
Eppure il principio di uguaglianza dei cittadini e della loro pari dignità sociale è già costituzionalizzato nell'articolo 3, secondo comma, della Carta costituzionale, non soltanto come precetto formale, ma anche come concreta previsione per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese.
Anche gli organismi europei hanno ampiamente legiferato per promuovere reali opportunità. Il Consiglio d'Europa, sin dal 1991, ha approvato una raccomandazione perché l'uguaglianza di trattamento tra uomini e donne in tutti i campi fosse iscritto come diritto fondamentale della persona umana a livello nazionale ed internazionale ed ha moltiplicato le iniziative volte a rafforzare il concetto di democrazia paritaria. Inoltre, il 6 marzo scorso a Parigi, al Consiglio d'Europa, abbiamo inaugurato i lavori della Commissione sull'uguaglianza di opportunità tra uomini e donne, per cui si ricomincia da capo.
La Carta di Roma, sottoscritta dai quindici ministri europei il 18 maggio 1996, ha ribadito gli stessi principi; in particolare ha affermato la necessità di azioni concrete a tutti i livelli per promuovere la partecipazione egualitaria di donne e uomini ai processi decisionali di tutte le sfere della società. In tal senso il Consiglio dei ministri, nel quarto programma di azione europea, adottato nel 1996, ha proposto come obiettivo agli Stati membri la partecipazione equilibrata di donne e uomini nei luoghi decisionali, in applicazione anche del Piano di Pechino sottoscritto da 189 paesi.
Come si evince da tale quadro internazionale, il principio universale di uguaglianza e di non discriminazione è norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta a cui l'Italia deve conformarsi, ai sensi dell'articolo 10 della Costituzione, integrando e rafforzando così il disposto dell'articolo 3.
Al di là di ciò che è giuridicamente sancito, de facto assistiamo a continue e perpetuate discriminazioni anche sulle nomine governative. Ministro, ho già portato alla sua attenzione il caso dei nominativi indicati dall'Italia per i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo e ho partecipato a Strasburgo, nell'ultima sessione, a questa votazione. I tre nominativi segnalati dall'Italia erano tutti maschili, mentre giovani democrazie, come la Repubblica ceca, la Macedonia, la Slovenia, aggiungo anche l'Albania, avevano segnalato due donne su tre candidature, a dimostrazione che le giovani democrazie hanno compiuto un passo avanti su questa strada. Forse il nostro paese ha dimenticato le due parole chiave di Pechino, empowerment e main streaming, che in una reale democrazia paritaria costituisce una posta in gioco di grande rilievo? La sua realizzazione

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riveste non solo sul piano fattuale ma anche simbolicamente un valore di rottura di un ordine nel quale l'autorità, intesa come potere di adottare decisioni vincolanti per la collettività, continua ad essere di pertinenza maschile e consente di incrinare quella divisione tra sfera pubblica e privata sulla base della quale il sistema tradizionale e patriarcale ha legittimato l'esclusione di un genere ed ha sancito il monopolio del potere da parte di gerarchie esclusivamente maschili.
Per questo il superamento di tale asimmetria non può essere ritenuto un problema esclusivamente femminile, che riguardi cioè i diritti delle donne, ma una questione che concerne tutti coloro che hanno a cuore la reale democrazia dei nostri sistemi politici. Solo i paesi del nord Europa stanno ormai raggiungendo l'equirappresentanza politica tra i generi. Nel corso della Conferenza di Helsinki, a cui ho partecipato e che ha ispirato l'interpellanza, le studiose scandinave hanno sottolineato che il fattore che ha sicuramente favorito la maggiore presenza femminile è stata la lunga opera di rivalutazione della funzione di cura nella loro società e nella redistribuzione tra i generi di tale funzione nello stesso tempo in cui in quei paesi si incentivava l'ingresso delle donne nella sfera produttiva, puntando alla piena occupazione femminile. Colleghi, chi immagina un rapporto inverso tra parità e fertilità deve ricredersi: è il disprezzo sociale per la riproduzione e la cura che genera denatalità. La via democratica alla cittadinanza esclude le donne perché la piena cittadinanza maschile presuppone la non cittadinanza femminile. È fondamentale sancire la consapevolezza che si arriva ad un arricchimento della democrazia assumendo come valore fondante la funzione riproduttiva e di cura.
A questo punto è necessario che alle donne sia data la possibilità di essere presenti nei tavoli delle decisioni per allargare il potere politico e migliorare la cittadinanza sociale.
Nello specifico ambito politico, è necessario avere garantite una serie di misure: dal controllo della riduzione delle spese elettorali, a garanzie di pari opportunità di accesso ai media, a modalità di selezione delle candidature, che siano insieme più trasparenti ed in grado di coinvolgere i cittadini. In una democrazia che voglia definirsi tale è importante non solo chi viene scelto, ma anche come, con quali regole e procedure e da chi viene compiuta la scelta.
Onorevole ministro, a questo punto dobbiamo passare dalle parole ai fatti. Dare voce e cittadinanza alle donne vuol dire garantire al 52 per cento dell'elettorato pari dignità di rappresentanza. Sta non solo a noi in Parlamento, ma anche e soprattutto a lei, ministro - ricordo che abbiamo sostenuto con tanto fervore l'istituzione del suo Ministero - trovare le soluzioni e gli strumenti più idonei a traghettare questa democrazia da una democrazia virtuale ad una democrazia reale.

PRESIDENTE. Il ministro per le pari opportunità ha facoltà di rispondere.

ANNA FINOCCHIARO FIDELBO, Ministro per le pari opportunità. Signor Presidente, onorevoli deputati, permettetemi innanzitutto di ringraziare le colleghe Pozza Tasca e De Luca per avermi offerto l'occasione di affrontare una serie di nodi - che non potrò esplorare compiutamente, se voglio rispondere con puntualità ai documenti di sindacato ispettivo presentati - sui quali mi auguro di poter avere nel futuro altre occasioni per esporre in aula ed in Commissione la quantità di iniziative che il mio Ministero ha intrapreso fin dalla sua istituzione. In particolare, ritengo assai utile discutere in Parlamento di empowerment delle donne, di presenza femminile nelle sedi decisionali.
Come affermava poc'anzi l'onorevole Pozza Tasca, si tratta di una questione sulla quale dobbiamo registrare un grave ritardo del nostro paese; è un ritardo che mette in questione l'effettività dei principi di uguaglianza e di non discriminazione enunciati nella nostra Costituzione e che


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ostacola lo sviluppo di una democrazia compiuta.
Il problema riguarda soprattutto - come l'onorevole Pozza Tasca ha puntualmente ricordato - meccanismi e processi decisionali; in altri termini: la politica, le sue regole e le sue istituzioni. È un campo squisitamente politico quello che affrontiamo ed è questione squisitamente politica quella di cui ci occupiamo, ciascuna con le proprie competenze.
Noi non ci troviamo di fronte ad una società arretrata. Il nostro non è un paese in cui le donne restino legate ad una collocazione di tipo tradizionale; al contrario, le donne - come già sottolineava il documento di programmazione economico-finanziaria dello scorso anno - sono oggi uno dei soggetti più attivi e consapevoli del mutamento sociale. Lasciatemi ricordare la novità di un documento di programmazione economico-finanziaria che cita, sin dal suo incipit, tale questione in questi termini.
Le giovani donne hanno investito molto sulla formazione ed hanno raggiunto livelli di scolarità assai elevati e nell'istruzione superiore ed universitaria le ragazze hanno superato i coetanei maschi. Anche le tendenze del mercato del lavoro fanno registrare grandi cambiamenti, se è vero che la disoccupazione giovanile, elevata in generale, raggiunge caratteristiche di vera e propria esclusione sociale per le ragazze meridionali; è altrettanto vero che l'occupazione femminile ha subito negli ultimi anni un calo meno marcato rispetto all'occupazione maschile. Inoltre, le donne sono entrate in massa tra le forze di lavoro.
Ed altrettanto significative sono le novità intervenute nel mondo dell'imprenditoria e delle professioni.
Tutto ciò dimostra quanto le donne siano attive ed impegnate nel mondo del lavoro; quanto abbiano puntato ed ogni giorni puntino sulle proprie abilità e competenze per raggiungere posizioni di rilievo nei lavori e nelle professioni, senza rinunciare - lo ricordava l'onorevole Pozza Tasca - ai propri affetti, a crescere le figlie ed i figli, a prendersi cura delle persone anziane e disabili e ad occuparsi della propria casa; tenere insieme tutte queste funzioni rappresenta una grande fatica quotidiana!
Un dato che conosciamo bene è quello che riguarda il fatto che le donne italiane sono quelle che lavorano di più rispetto alla media europea, perché non è ancora intervenuta un'equilibrata divisione del lavoro domestico tra i sessi. Su questo punto - come le colleghe presentatrici dei documenti ispettivi all'ordine del giorno sanno - è stato già depositato un disegno di legge che riguarda i congedi parentali, dei quali parlerò successivamente, giacché puntiamo molto su questa innovazione.
Dunque per le donne ai compiti di cura vanno a sommarsi quelli relativi al lavoro per il mercato. Le donne affrontano ogni giorno, in modo nuovo ed originale, la questione, perché il tempo da dedicare alla cura anche per le donne sta diventando una risorsa scarsa.
Condivido perfettamente l'analisi dell'interpellante, allorché collega il fatto che l'Italia abbia il tasso di fertilità più basso del mondo alla mancanza di valore economico e sociale attribuito dalla nostra società, anche politica, al lavoro di cura. Con il disegno di legge sui congedi parentali, che dà anche al padre la possibilità di assentarsi per esigenze educative, stiamo cercando di inserire in questa situazione un elemento di novità, anche culturale. Peraltro, sappiamo che la vera rivoluzione destinata a cambiare i rapporti tra i sessi e le generazioni l'hanno già prodotta le donne, con la loro scelta di un'esistenza ricca, non confinata al destino domestico e tuttavia consapevole dell'importanza delle relazioni, dei legami affettivi, del lavoro di cura.
Voglio sottolineare che alla base del disegno di legge di iniziativa del ministro Turco e mia sui congedi parentali vi è la considerazione, che le nostre colleghe deputate e donne di Governo dei paesi del nord Europa più volte hanno esposto in sede internazionale, che in quei paesi dove prima è cominciata la divisione del

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lavoro di cura all'interno della famiglia la partecipazione paritaria alle sedi decisionali è avvenuta.
Concordo anche con l'analisi in base alla quale si dice che quando esistono sistemi di selezione trasparenti e fondati sull'accertamento di specifiche abilità e competenze, le donne ottengono generalmente buoni risultati e sono perfettamente in grado di competere per il raggiungimento di posizioni professionali elevate. È inutile che ricordi i dati che riguardano il numero delle vincitrici, rispetto ai vincitori, di una serie di concorsi pubblici importanti e difficili, come per esempio quello per uditore giudiziario e quello per notaio.
Il meccanismo si inceppa laddove l'attribuzione di responsabilità dirigenziali passa attraverso criteri discrezionali, o meccanismi poco trasparenti di cooptazione e regole di selezione non fondati, almeno non prioritariamente, sulla competenza. È questo il fenomeno del cosiddetto «soffitto di cristallo», immagine che dà l'idea della difficoltà femminile di arrivare ai massimi livelli di carriera nell'amministrazione come nelle professioni.
Siamo partiti, per la nostra iniziativa, innanzitutto dai dati della pubblica amministrazione, dove le donne dirigenti superiori sono appena 28 (il 6,9 per cento del totale), e le dirigenti 929 (il 20 per cento). Negli enti pubblici le percentuali scendono rispettivamente al 3,4 per cento e al 14,3 per cento. È proprio per questo che con l'articolo 1, lettera c) del disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri in materia di pubblico impiego, tra le finalità delle norme abbiamo indicato quella di realizzare la migliore utilizzazione delle risorse umane nella pubblica amministrazione, curando formazione e sviluppo professionale dei dipendenti, garantendo pari opportunità alle lavoratrici e ai lavoratori e applicando condizioni uniformi rispetto a quelle del lavoro privato.
Nelle istituzioni rappresentative le tendenze sono particolarmente negative. Non torno sui dati che ha già enunciato l'interpellante. È però importante ricordare che il nostro dato appare ancora più negativo se confrontato con la media europea del 27,6 per cento.
Considerate le cifre e la tendenza in diminuzione, si può parlare di una vera e propria assenza delle donne nelle istituzioni rappresentative, che la competenza, la fatica, l'intelligenza delle poche deputate e senatrici (97 in tutto) non basta certo a compensare. E non può bastare neanche la presenza di 3 ministre e di 8 sottosegretarie nel Governo, che pure è un fatto nuovo e importante e segna un punto di svolta non reversibile.
Per ciò che concerne le istituzioni locali la situazione non è migliore. È vero che nelle elezioni comunali del 1997 sono state elette un buon numero di donne sindaco, ma la percentuale, il 6,35 per cento, è più bassa rispetto a quella della presenza in Parlamento e in ogni caso il fenomeno riguarda prevalentemente piccoli comuni. Nelle elezioni amministrative del 16 novembre 1997 è stato eletto nei consigli dei capoluoghi di provincia il 5,7 per cento di donne, con un notevole calo rispetto al dato delle precedenti elezioni (14,2 per cento). Nelle giunte, invece, la percentuale di donne è più elevata (18,4 per cento). Sorge il sospetto che laddove la selezione viene fatta sulla base della competenza, dei saperi e della capacità di Governo, la percentuale salga.
Certamente le cause di tutto ciò sono varie e complesse. Non si può dire che ci sia tra le donne indifferenza verso la politica.
Abbiamo ricordato più volte che la presenza femminile è, in generale, molto elevata, anche nell'associazionismo e nelle organizzazioni di base dei partiti; diminuisce però invariabilmente nei ruoli di direzione e, soprattutto, a livello nazionale. Caso mai, l'estraneità verso la politica c'è quando essa assume il puro e semplice criterio del potere come parametro di valutazione e decisione, come rilevava l'onorevole Pozza Tasca.
Io credo invece che le donne abbiano passione per la politica quando essa sa darsi dimensioni di concretezza e di efficacia,

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mentre perdono interesse quando la politica si fa astratta, lontana dalla realtà e dalla quotidianità. Queste notazioni hanno carattere esclusivamente politico, ma la questione è squisitamente politica.
Credo inoltre che vi sia estraneità verso i meccanismi competitivi che si stanno facendo sempre più aspri da quando le donne hanno cominciato a raggiungere standard elevati in tutte le professioni e negli impieghi di alta qualificazione. Tutto ciò, probabilmente, determina un'attitudine maschile difensiva, che pregiudica ulteriormente la possibilità di riuscita delle donne.
La politica comincia ad avere l'intuizione di una grande forza femminile, ma non ha ancora il coraggio di usarla a vantaggio delle istituzioni. In questa direzione stiamo facendo soltanto i primi passi.
Il Governo Prodi ha voluto la presenza nell'esecutivo di un ministro che potesse valutare tutti i suoi provvedimenti da un punto di vista di genere, dando così seguito all'idea del main streaming, che viene appunto dalla Conferenza mondiale di Pechino e nel marzo dello scorso anno (come sanno le deputate presenti in aula e le altre, perché ho voluto discuterla in Parlamento con le deputate prima di portarla nel Consiglio dei ministri) è stata adottata una direttiva volta a tutti i ministri ed a tutte le branche dell'amministrazione per la realizzazione di azioni mirate a riconoscere diritti, competenze e poteri delle donne. Lo stato di attuazione di quella direttiva che, come ricorderete, si intitolava «Azioni volte a promuovere l'acquisizione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelta e qualità sociale a donne e uomini» segnala oggi, ad un anno di distanza dalla sua emanazione, una molteplicità di iniziative e di risultati dovuti al lavoro comune tra l'ufficio del ministro per le pari opportunità ed altri dicasteri. Citerò soltanto, per titoli, alcune delle più importanti tra queste iniziative e, come ho già detto, sono a disposizione del Parlamento per illustrarle minutamente.
Per quanto riguarda la solidarietà sociale, voglio ricordare il provvedimento di iniziativa governativa, che poi è diventato la legge n. 285, nonché l'iniziativa sui congedi parentali ed il rapporto sui minori.
Per quanto concerne l'interno, ricordo brevemente la modifica della legge n. 142, che attribuisce ai sindaci poteri di coordinamento ed organizzazione degli orari e dei tempi della città, oltre che una collaborazione in materia di tratta.
Sul versante degli esteri richiamo una molteplicità di iniziative che riguardano da una parte la nuova politica delle cooperazione nel nostro paese e, dall'altro, il forte impegno a livello internazionale. Anche in questo caso - è un lavoro che conduco con la collaborazione di molti ministeri - parlo di iniziative in materia di tratta.
In materia di grazia e giustizia ricordo, tra le altre cose, due disegni di legge che riguardano rispettivamente l'allontanamento del maltrattatore dal domicilio domestico, in discussione al Senato, ed il provvedimento che riguarda il diritto all'affettività ed alla crescita equilibrata dei figli delle detenute, depositato presso la Camera.
In merito al Tesoro voglio ricordare, in particolare, la collaborazione con il ministro competente per quanto riguarda il rifinanziamento della legge n. 215, rifinanziamento che ha visto moltiplicare per otto lo stanziamento originario previsto nel 1992 dalla legge approvata dal Parlamento.
Per quanto riguarda la pubblica istruzione e l'università, voglio ricordare, soltanto per titoli, più iniziative: da una parte la direttiva che sta per essere emanata e che riguarda il diritto dei bambini e delle bambine all'educazione ed alla sessualità, nonché gli interventi che riguardano la riforma dei piani di studio, soprattutto l'introduzione della storia del novecento con particolare attenzione a quella dei movimenti politici femminili e femministi. Voglio ricordare ancora l'istituzione di un gruppo di lavoro, che sta concludendo il suo operato, che ha riguardo

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alla presenza delle donne docenti, del personale e delle studentesse nelle nostre università.
Sono state inoltre assunte una serie di iniziative che riguardano lo sport femminile e le politiche di promozione di esso.
Per quanto concerne la sanità ricordo le iniziative in materia di mutilazioni sessuali e, con riferimento al piano sanitario nazionale, appena varato, la parte che riguarda il piano materno-infantile.
Funzione pubblica: c'è stato un lavoro comune che ha portato, tra l'altro - cito soltanto l'ultima iniziativa - all'articolo 1 del decreto legislativo in materia di pubblico impiego.
Quanto all'industria, si è sviluppata una collaborazione strettissima in ordine all'applicazione della legge n. 215.
Nel settore dei trasporti si è registrata una lunga collaborazione con il ministro, che sta portando alla revisione dei bandi di concorso, finora improntati a criteri assolutamente discriminanti.
Per quanto concerne, infine, il lavoro, ricordo la continua collaborazione con il Ministero del lavoro, in particolare con la commissione per le pari opportunità nel lavoro, presieduta dal ministro Treu.
Resta comunque aperto un problema di fondo relativo allo stato di attuazione della direttiva, nella parte in cui quest'ultima prevede la valutazione di impatto degli investimenti pubblici sull'occupazione femminile. In tale contesto ho affrontato anche il problema delle presenze femminili nella sede decisionale, limitatamente a ciò che un Governo può fare in questo campo, cioè con riferimento alle nomine di sua competenza. L'onorevole Pozza Tasca e l'onorevole De Luca sanno benissimo che le cose non vanno certo meglio quando si tratta di nomine parlamentari. Dicevo che, limitatamente a questo, la delega di funzioni del Presidente del Consiglio al ministro per le pari opportunità attribuisce a quest'ultimo la specifica funzione di assistere il Presidente nelle nomine e la direttiva impegna tutto il Governo ad assicurare la presenza significativa delle donne, valorizzandone competenze ed esperienze, negli organismi di nomina governativa e in tutti gli incarichi di responsabilità nell'amministrazione pubblica.
Qualche risultato lo abbiamo ottenuto, anche con forte valore simbolico. Mi riferisco, in particolare, ad alcune recenti nomine effettuate nell'ambito del Ministero degli affari esteri (nel cui contesto non si erano mai viste nomine di ambasciatrici o di ministri plenipotenziari di prima e seconda classe donne), anche in ragione del sufficiente, recente ingresso di donne nella carriera di quel Ministero.
Ma l'obiettivo centrale - ed è questo, credo, il nodo strategico delle interpellanze, anche per la sua forte valenza simbolica - è la significativa presenza delle donne in Parlamento, problema squisitamente politico e di squisita pertinenza parlamentare, giacché le leggi elettorali rientrano nella competenza del Parlamento. Conosco bene l'esperienza delle quote, seguita da molti anni in altri paesi. Tuttavia, credo si tratti di un'esperienza datata, adeguata ad una fase storica nella quale erano necessarie forzature allo scopo di promuovere competenze femminili. Se avessimo introdotto le quote nell'ordinamento italiano quando lo facevano la Svezia e la Finlandia, saremmo certo in una situazione assai diversa. Mi chiedo però se quella politica abbia senso oggi, quando il problema non è più la promozione di nuove competenze femminili ma il riconoscimento esplicito di competenze già esistenti; mi chiedo cioè se sarebbe giusto oggi, alla luce di una nuova e fortissima soggettività femminile, che la donna dovesse entrare in Parlamento in virtù di una quota riservata e non semplicemente per i suoi meriti.
D'altra parte, le quote non risolverebbero il problema di quella reticenza femminile nei confronti del potere della competizione politica che è sicuramente una concausa dell'assenza delle donne dalle istituzioni rappresentative. In ogni caso, in questa materia non si può prescindere dalla sentenza della Corte costituzionale n. 422 del 1995, che ha dichiarato l'illegittimità delle quote introdotte nella legge elettorale n. 81 del 1993, per le elezioni

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amministrative, segnando così una tappa fondamentale in questo tormentato percorso. Nella motivazione la Corte afferma che le azioni positive che stabiliscono regole disuguali secondo il sesso, finalizzate a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, possono essere adottate per eliminare situazioni di inferiorità sociale ed economica o più in generale per compensare e rimuovere disuguaglianze materiali tra gli individui, quale presupposto del pieno esercizio dei diritti fondamentali, ma non possono incidere sul contenuto stesso di quei medesimi diritti rigorosamente garantiti in egual misura a tutti i cittadini in quanto tali. In particolare, il principio di uguaglianza formale non tollera eccezioni in tema di diritto all'elettorato passivo. La Corte, dunque, ha adottato una motivazione che rende improponibile il ricorso alle quote in materia elettorale, ben al di là del caso esaminato.
Tuttavia la Corte non solo non nega l'esistenza del problema, ma anzi esplicitamente ne affida la soluzione alla politica, ai partiti, alle regole di selezione delle candidature. Dice la Corte: «A risultati validi si può quindi pervenire con una intensa azione di crescita culturale che porti partiti e forze politiche a riconoscere la necessità improcrastinabile di perseguire l'effettiva presenza delle donne nella vita pubblica e nelle cariche rappresentative in particolare». La questione, in effetti, è squisitamente politica.
In Francia e in Inghilterra i risultati raggiunti dalle donne sono dovuti, più che ai sistemi di quote, alla consapevolezza dell'importanza del contributo femminile da parte dei leader e alla rete di sostegno materiale e politico creata dalle donne. Anche se si riuscirà, in base ad una proposta della Commissione bicamerale, ad introdurre nella seconda parte della Costituzione una norma che indichi l'obiettivo dell'equilibrio della rappresentanza tra i sessi, il problema non cesserà di essere squisitamente politico, poiché una tale norma non potrebbe avere carattere vincolante.
Per quanto riguarda l'azione di Governo, anche in attuazione degli impegni assunti con la firma della Carta di Roma, stiamo lavorando per garantire che in tutta la pubblica amministrazione avanzi una nuova cultura di empowerment delle donne e la direttiva del 27 marzo indica una serie di obiettivi che, direttamente o indirettamente, possono incidere sulla questione.
La prima delle azioni previste è quella delle nomine, di cui ho già detto. La direttiva impegna poi il Governo a svolgere un'analisi degli effetti dei sistemi elettorali sulla rappresentanza politica delle donne e l'impatto dei sistemi e dei percorsi formativi di aggiornamento, dei modelli organizzativi del settore pubblico sull'acquisizione di incarichi di responsabilità da parte delle donne nella pubblica amministrazione. Sulla realizzazione di queste azioni stiamo già lavorando e lavoreremo, in particolare, nei prossimi mesi.
Stiamo lavorando, poi, su tutti quegli obiettivi che mirano a rafforzare la presenza femminile nel lavoro, nell'imprenditoria, nelle professioni, con la convinzione che l'empowerment delle donne nella società finirà con il favorire anche la partecipazione femminile alla politica istituzionale.
Come sapete, il mio dipartimento è particolarmente impegnato sulla tematica dell'imprenditorialità femminile - ne ho già parlato prima -, anche attraverso un'azione volta a far funzionare ed utilizzare al meglio le risorse della legge n. 215 del 1992, soprattutto orientandole verso la creazione di imprese di nuova occupazione. Abbiamo già dei risultati: su 4.109 domande presentate nella fase di prima applicazione al primo bando, sono stati finanziati 518 progetti, per un importo complessivo di 43,6 miliardi e per un totale di 3.388 nuovi posti di lavoro.
Si deve ancora all'iniziativa italiana la riforma dell'articolo 119 del Trattato di Maastricht a proposito di parità salariale tra uomini e donne e non abbiamo certo rinunciato ad occuparci delle più sfortunate e dei diritti negati. Ho già ricordato

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i disegni di legge sull'allontanamento dalla casa familiare dall'autore di violenza domestica ed il disegno di legge volto a garantire lo svolgimento della relazione tra madre detenuta e figli e figlie minori. Stiamo peraltro coordinando l'azione del Governo per combattere quel fenomeno di vera e propria riduzione in schiavitù che è la tratta di donne e minori per fini di sfruttamento sessuale con una serie di iniziative in campo nazionale ed internazionale, delle quali avrei il piacere di riferire in Parlamento.
Sono convinta però che oggi il segno prevalente della presenza delle donne nella società italiana sia la loro forza, competenza e libertà. Anche le più svantaggiate, io credo, hanno una capacità diversa di affrontare la loro situazione personale.
Hanno ragione l'onorevole Pozza Tasca e l'onorevole De Luca che l'hanno scritto: che questa ricchezza non debba essere utilizzata dalle istituzioni non è solo un'ingiustizia verso le donne, è una perdita verso la società e per tutti noi e tutte noi, è un modo per rimpicciolire la politica, per rischiare di renderla addirittura virtuale.
Il Governo si sta impegnando su questo fronte ed io continuo a ringraziare le parlamentari per le occasioni che mi danno di intraprendere relazioni e di svolgere un dibattito in questa sede su tali questioni.

PRESIDENTE. L'onorevole Pozza Tasca ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n. 2-00475.

ELISA POZZA TASCA. Posso dirmi soddisfatta ma, se guardo i risultati, devo dire di non esserlo, ministro.
Indubbiamente lei ha detto parole importanti, però vorrei ricordarle che nel marzo dell'anno scorso è stata presentata una mozione da me personalmente sollecitata. Ci ritroviamo ad un anno di distanza e, guardi la coincidenza, parliamo di donne nel mese di marzo: eppure la mia interpellanza è datata 7 aprile 1997!
Il mio impegno come parlamentare non si ricorda delle donne una volta all'anno!
Pochi giorni dopo ho subito presentato un'interpellanza.
Perché allora tutto questo silenzio? Perché torniamo a parlare dell'argomento soltanto ad un anno di distanza?
Lei ha citato molte date e moltissimi interventi. Vorrei dirle che di donne io mi interesso tutto l'anno. Ecco perché aspetto risposte ed impegni da parte sua. Nel mese di maggio, per esempio, ho presentato una mozione sulla tratta degli esseri umani ed una mozione sulle mutilazioni genitali; a gennaio ho presentato una mozione sul tema delle donne e della cooperazione, ad ottobre una mozione sui diritti negati alle donne in Algeria. Nessuna di queste mozioni è stata calendarizzata, nessuna di esse ha cittadinanza in quest'aula.
Signor ministro, lei ha ricordato la sua direttiva del mese di marzo ed ha richiamato la legge n. 285 in tema di minori; poi ha citato i congedi parentali e tutta una serie di temi. Per arrivare ad un riequilibrio della rappresentanza dobbiamo forse aspettare che questi minori crescano?
Mi sembra che dovremmo concentrare il confronto su problemi più concreti. Per esempio, poiché la direttiva ha ormai un anno, perché non realizzare un'analisi? Possiamo avere un confronto in Commissione? Da quando lei è venuta ad enunciare il programma e gli impegni del Governo, signor ministro, in due anni non abbiamo più discusso di questi temi in Commissione. Credo che dovremmo riprendere il dialogo, perché come parlamentare mi sento esclusa dal percorso che il Governo sta compiendo. Le cito soltanto un caso, proprio perché ne ha parlato lei: la tratta delle donne.
Lei ha detto che è stata intrapresa una serie di iniziative. Ma quali, dove, come? Sappiamo qualcosa noi? So che tra il Governo e le organizzazioni non governative è stato istituito un comitato per sradicare questo fenomeno: la relativa documentazione mi è stata presentata


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dalla Caritas. Sta di fatto che di tutto ciò non conosco niente: sono stata invitata come rappresentante delle istituzioni, ma non so quello che il mio Governo sta facendo. Eppure, come lei sa (per tutte le interrogazioni che le ho rivolto), il mio impegno è sul campo. Un mese fa nella mia provincia ho raccolto una quattordicenne portata direttamente da Durazzo per prostituirsi nella zona di Vicenza. Sa anche che sei mesi fa ho chiesto un incontro con il prefetto (lei lo aveva sollecitato). Niente è stato fatto; eppure si partiva da un'interrogazione su un'altra quattordicenne albanese portata nel nostro territorio.
Ho citato solo qualche dato, signor ministro, ma credo che dobbiamo metterci a tavolino, dobbiamo dare cittadinanza e presenza alle donne in tutti i campi. Dobbiamo evitare che ci si ricordi delle donne una volta all'anno. Se presentassi un'interpellanza nei prossimi giorni, la risposta arriverebbe tra un anno, ma per un anno ci si dimentica che le donne esistono.

PRESIDENTE. L'onorevole De Luca ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n. 3-01820.

ANNA MARIA DE LUCA. Signor Presidente, onorevole ministro, per il tipo di strumento che ho presentato ho poco tempo a disposizione, ma sono abituata ad affrontare i problemi in modo sintetico, costruttivo e concreto.
Lei ha parlato di nodi, di ritardi gravi. A cosa si riferisce? Vorrei saperlo. In che modo noi donne del Parlamento possiamo aiutarla? Sono dirigente nazionale per le pari opportunità di forza Italia, non voglio essere polemica e credo di non esserlo mai stata: voglio lavorare insieme per costruire qualcosa, se possibile. Ci sono difficoltà? Benissimo: le difficoltà si superano. Se c'è collaborazione. Possiamo collaborare?
Seconda questione. Lei ha parlato di un meccanismo che si inceppa laddove comincia a contare la discrezionalità personale. Qui è il nodo cruciale. Sta a noi parlamentari promuovere, anzi provvedere (il termine «promuovere» non mi piace, cominciamo con i fatti).
Stabiliamo delle regole (e il suo ministero mi sembra il più adatto a farlo) affinché si possa limitare al minimo il potere di discrezionalità del singolo individuo.
Ho anche sentito da lei che il ritardo grave si imputerebbe ad una risposta generale circa la politica e i suoi meccanismi. Signor ministro, con tutto il rispetto e la stima che nutro nei suoi confronti, mi permetta di dissentire, perché ritengo che se siamo in queste condizioni è per un'effettiva mancanza di volontà. Nel Parlamento si vive molto di apparenza, mi si consenta di portare qui dentro la voce ed il pensiero di quei comuni cittadini che mi pregio e mi onoro di rappresentare. Fin dal mio primo intervento in Commissione lavoro - ricordo che era presente il ministro Treu - ho detto che avrei fatto di tutto per mantenere vivo questo mio collegamento con le persone comuni, quelle che non vogliono chiacchiere, che sono stanche di chiacchiere. Noi tutti, cittadini italiani, vogliamo fatti, in tutti i settori, vogliamo risolvere i problemi. I cittadini da noi vogliono esclusivamente questo, nel minor tempo possibile. Qui si fanno troppe chiacchiere, facciamo i fatti!
Allora, pur apprezzando la sua esposizione, molto puntuale, per obiettività posso darle credito su tre punti che lei ha nominato: e mi fa piacere che almeno tre cose siano state fatte. Il primo punto riguarda le nomine al Ministero degli esteri: mi piacerebbe sapere, onorevole ministro, rispetto alle nomine totali, quante siano state attribuite a donne. Questo è un fatto! Infatti, assicurare o promuovere una «presenza significativa», come si afferma nella direttiva, vuol dire tutto e niente. Mi rendo conto dei passaggi, soprattutto costituzionali, che di fatto ci impediscono, in questo momento, di arrivare a delle quote: in questo momento, però! Lei sa a che cosa mi


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riferisco. Aspettiamo, la tenacia è fondamentale in tutte le cose e soprattutto è indispensabile la collaborazione.
Il secondo punto che mi ha fatto piacere riscontrare nel suo intervento riguarda l'inizio della revisione di alcuni bandi di concorso: questa è un'azione concreta! Vorrei sentir riferire da lei il compimento di tante di queste azioni.
Lei ha parlato, poi, di qualche progetto finanziato. Mi perdoni, ma a livello nazionale sono milioni e milioni, quindi 500 mila (mi sembra di ricordare che sia questa la cifra da lei indicata) non sono poi tantissimi. Concludo, signor Presidente.
Allora, il discorso è questo: lavoriamo insieme nell'interesse di tutti i cittadini, ma, visto che noi rappresentiamo specificamente un genere, lavoriamo insieme costruttivamente per tutte le donne, che hanno veramente bisogno di aiuto.

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