Seduta n. 335 del 30/3/1998

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Si riprende la discussione del disegno di legge di conversione n. 4697 (ore 17,35).

(Ripresa della discussione sulle linee generali - A.C. 4697)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cavaliere. Ne ha facoltà.


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ENRICO CAVALIERE. Signor Presidente, colleghi deputati, ministro, il nostro intervento in sede di discussione generale su un provvedimento caratterizzato da una particolare eccezionalità, soprattutto in considerazione dei toni che il cosiddetto multitrattamento Di Bella ha suscitato sia nell'opinione pubblica che nel dibattito politico, vuol essere uno spunto per l'avvio di una seria riflessione su come l'intera vicenda è stata condotta e sulla credibilità che le istituzioni continuano a perdere di fronte ai cittadini.
Rinviamo al momento della discussione di merito i rilievi (molti, signor ministro) sul contenuto del disegno di legge, che saranno oggetto delle nostre proposte emendative.
In tutta questa faccenda vi sono pesanti responsabilità ai vari livelli. Il signor ministro, innanzitutto, ha agito con un colpevole ritardo e non ha esercitato in maniera congrua il suo ruolo politico, delegando e demandando tutte le decisioni alle commissioni tecniche. Ricordo che il ministro non è al servizio delle commissioni tecniche o delle commissioni scientifiche, ma deve prestare attenzione a quanto accade nella società, ed avvalersi di questi organismi solo per approfondire tematiche giustamente a lei non del tutto comprensibili. L'individuazione della strategia non può essere delegata solo ad un'arida considerazione di dati scientifici: deve essere la risposta più congrua al fine di evitare maggiori danni sociali.
In quest'occasione, in particolare, ministro, non è stata in grado di valutare che nel paese stava nascendo un clima di emergenza sociale, per cui era importante una risposta politica che non si trincerasse dietro rigide posizioni precostituite, ma assumesse una posizione di autorevole mediazione fra l'emotività sociale ed il dovere di tutela e garanzia dei cittadini, di modo che questi non fossero dati in pasto a coloro che, senza molti scrupoli, hanno cavalcato la questione con pressappochismo e demagogia. Questo ruolo politico, purtroppo per i cittadini, non è stato svolto. Una parte dell'opposizione, soprattutto il gruppo alleanza nazionale, ha sfruttato questa rigidità per mettersi demagogicamente e strumentalmente al servizio dei cittadini (sia detto tra virgolette)...


DOMENICO GRAMAZIO. Ma che stai a dire! Ma di che parli, stai zitto!

ENRICO CAVALIERE. ...cittadini che - è bene ricordarlo - sono in una condizione emotiva particolare, sono persone che stanno lottando tra la vita e la morte...

DOMENICO GRAMAZIO. Tu stai con la morte!

ENRICO CAVALIERE. ...e, in molti casi, non hanno nulla da perdere. Sono cittadini che si aggrappano alla speranza, come farebbe chiunque. Proprio per questo diviene ancor più vile l'atteggiamento rigido e inflessibile dettato dalle varie commissioni tecniche e scientifiche, nonché l'atteggiamento demagogico di chi sfrutta tali situazioni...

DOMENICO GRAMAZIO. Vergognati per quello che dici!

ENRICO CAVALIERE. ...per vantaggi di bottega.
Inoltre, è bene analizzare che tutto il fermento intorno a questa vicenda (a parte gli errori istituzionali, che hanno sicuramente prestato il fianco alla strumentalizzazione sia dei mass media sia delle forze politiche) ha come base una grande crisi di credibilità, agli occhi dei cittadini, di tutte le istituzioni, a tutti i livelli. Su questo sarebbe opportuno che la nostra Assemblea svolgesse una seria e serena analisi di coscienza. Il mondo scientifico, la sanità italiana, l'ordine dei medici, la politica, la magistratura, con il loro comportamento, con la mescolanza dei ruoli e la prevaricazione nello svolgimento delle competenze, hanno ingenerato nell'opinione pubblica questo scetticismo che approda nei comportamenti che abbiamo avuto modo di constatare in questa vicenda. Anche in un recente


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programma televisivo, ad altissimo ascolto, i telespettatori hanno potuto vedere un medico, responsabile della sperimentazione, dichiarare il proprio totale scetticismo sulla cura Di Bella: come può quel medico essere credibile e quale credibilità può avere la sperimentazione così condotta? È dalla mescolanza dei ruoli e dal vuoto politico che si creano spazi per atteggiamenti impropri, come quelli della stessa magistratura, che si mette a giudicare la validità di una terapia o interviene come nel caso del paziente di Lanciano, per cui, per decisione del pretore, si vuole inserire un paziente nella sperimentazione.
La confusione di ruoli e responsabilità sta portando al collasso. Questa è una denuncia che la mia parte politica ha fatto fin troppe volte, ma a cui la sorda politica non ha mai posto rimedio. Gli stessi atteggiamenti e rapporti tra i diversi livelli delle istituzioni si sono prestati al gioco: si pensi soprattutto a ciò che avviene tra ministro e regioni, con contrapposizioni basate solo su presupposti di colorazione politica. Questo non è un modo giusto, corretto e, soprattutto, responsabile di agire. Di fronte all'emergenza sociale, si sarebbe dovuto individuare una posizione comune per affrontare l'intera vicenda con serenità e tenendo presenti i soli interessi dei cittadini e non i biechi interessi di bottega. Ricordate che questo i cittadini lo percepiscono e diviene un problema di fondamentale importanza. Quando agli occhi del popolo vengono meno valori e punti di riferimento quali la credibilità, la fiducia, la certezza dei ruoli, l'individuazione certa di responsabilità a tutti i livelli, non si ha più modo di governare nell'interesse dei cittadini stessi.
Vi è poi un'ultima considerazione, non meno importante, soprattutto sul piano umano. Non condividiamo nemmeno l'atteggiamento assunto dai collaboratori del professor Di Bella, che, sia pure nei ristretti limiti imposti dal documento che ci troviamo in quest'aula a discutere, avrebbero dovuto continuare comunque a dare assistenza a tutte quelle persone in cui avevano acceso una speranza e non avrebbero mai dovuto rifiutarsi di visitare i loro pazienti, in segno di protesta nei confronti delle decisioni, sia pure contestabili, del ministro. Comunque, per rispetto verso tutti i cittadini, ma soprattutto verso quelli che in questo momento stanno vivendo il confronto con il cancro, è necessario un richiamo al buon senso, al senso dell'equilibrio, alla responsabilità politica ed amministrativa, alla fine delle strumentalizzazioni e delle sterili polemiche fini a se stesse. Quest'aula ritrovi la forza di mettere gli interessi del cittadino al centro dell'azione politica (Applausi del deputato Bolognesi)!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mangiacavallo. Ne ha facoltà.

ANTONINO MANGIACAVALLO. Illustre Presidente, egregio ministro, onorevoli colleghi, non nascondo che nel prendere la parola in questa interessante discussione sulla sperimentazione del metodo Di Bella potrei anche risentire del condizionamento di una cultura scientifica maturata nel corso degli studi, ma principalmente potrei risentire di un condizionamento professionale, avendo fino a poco tempo fa svolto l'attività di medico. Mi sforzerò, tuttavia, di attenermi strettamente a quello che la discussione oggi impone, cioè valutazioni strettamente legislative, facendo riferimento alle implicazioni politiche che questo comporta.
Il protocollo Di Bella, pur conoscendo nel passato altri casi analoghi di terapie più o meno alternative, ha suscitato per la prima volta nella storia un elevatissimo clamore, un rilevantissimo coinvolgimento di forze politiche che, a torto o a ragione, sono state individuate pro o contro la somatostatina, o il protocollo nella sua interezza. Esso ha coinvolto i mass media, che hanno approfittato di questa particolare tensione emotiva per misurarsi anche nei confronti della televisione pubblica; ha coinvolto istituzioni importanti dello Stato, come la magistratura, che più di una volta ha invaso un campo che non è di sua competenza; ha coinvolto la comunità


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scientifica, che ha vissuto il dramma di accese critiche, a volte ingiustificate; ha coinvolto principalmente un elevatissimo numero di pazienti affetti da patologia tumorale ed un elevatissimo numero di familiari, che si sono trovati da un lato a vivere ancora di più la sofferenza, il disagio, il dolore, dall'altro a vedere alimentare una speranza, che mi auguro al più presto, indipendentemente dal discorso che si sviluppa oggi, possa diventare certezza.
Sul caso Di Bella si sono ingenerati tentativi di speculazione economica da parte di imbonitori e sciacalli; si sono instaurate verosimilmente speculazioni, anche politiche, da parte di strutture di partito che, approfittando dell'ondata di coinvolgimento dei malati e di tutta l'opinione pubblica, hanno cercato di strumentalizzare a livello nazionale, e a volte a livello internazionale, una questione che, a mio modestissimo avviso, attiene prevalentemente alla comunità scientifica e da essa deve essere affrontata e risolta.
Attorno al protocollo Di Bella, a torto o a ragione, si sono ingenerate speranze che qualcuno ingenerosamente ha ritenuto venissero precluse, o bloccate dal comportamento, dalla posizione, dalle dichiarazioni del Governo o di qualche forza politica. Molta speculazione vi è stata, anche nelle aule parlamentari: pure oggi ho sentito delle accuse, ingiustificate e infondate, nei confronti del ministro, accuse che vanno dal ritardo alla negligenza, all'imperizia, all'insensibilità. Ritengo che a questo Parlamento e al popolo italiano sia il caso di ricordare cosa sia effettivamente successo in occasione della fase preliminare della sperimentazione del protocollo Di Bella. Non se n'è cominciato a parlare nel mese di gennaio, o nel mese di dicembre dello scorso anno: è una strada molto lunga quella della somatostatina e del protocollo Di Bella, che ha raggiunto il massimo del suo clamore nelle manifestazioni di piazza che, indipendentemente dal rispetto delle regole e delle norme, chiedevano al ministro quasi di distribuire gratuitamente la somatostatina, mentre mai si è parlato di avviare la sperimentazione.
Il ministro, anche a seguito di un ordine del giorno votato, se non erro, al Senato il 23 dicembre, ha emanato un'ordinanza per avere il materiale che permettesse di avviare - ripeto nel rispetto delle regole - la sperimentazione clinica. Coloro che avevano il dovere di fornire questo materiale in base alle dichiarazioni precedenti non hanno fornito alcun documento ufficiale che potesse giustificare l'avvio di una sperimentazione: i NAS, se ben ricordo, hanno portato all'attenzione della comunità scientifica 67 cartelle cliniche che non erano sufficienti a giustificare l'avvio di una sperimentazione clinica. A quel punto vi era la preoccupazione, la perplessità, il dubbio se avviare la sperimentazione clinica in deroga alle direttive internazionali, oppure chiudere in maniera drastica e definitiva quelle che forse erano soltanto delle pressioni emotive.


Ebbene, il ministro, con determinazione e coraggio e sicuramente con sensibilità, ha avviato le procedure preliminari per far sì che iniziasse la sperimentazione. E vale la pena di sottolineare in questa sede che ciò è avvenuto con il contributo di idee e di presenza del protagonista di questa storia, del professor Di Bella, che ha preso parte - assieme alla comunità scientifica nazionale ed internazionale, assieme al comitato di esperti che ha esaminato congiuntamente ad altri le decisioni del comitato etico nazionale - alla preparazione dei protocolli che oggi sono stati avviati, a livello di sperimentazione, nei vari centri italiani.
Responsabilmente, il ministro, per regolamentare una sperimentazione che addirittura permetteva la somministrazione del farmaco prima che ne venisse effettivamente dimostrata l'efficacia, ha emanato un decreto che oggi siamo chiamati, altrettanto responsabilmente, a convertire in legge. Questo decreto non solo ha la funzione di regolamentare, nei limiti del consentito e nel rispetto delle regole, questa sperimentazione, ma tutela anche i

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sanitari, gli operatori e principalmente i malati da basse e ingiustificabili speculazioni.
È stato detto fra l'altro che boicottaggi, sotterfugi e operazioni di vario genere potrebbero inficiare questa sperimentazione clinica. È stato detto che qualcuno potrebbe avere o potrebbe avere manifestato pregiudizi nei confronti della sperimentazione. Siamo perfettamente d'accordo che non è consentito a nessuno fare anticipazioni o manifestare pregiudizi, ma quando dico nessuno mi riferisco anche a coloro i quali sono fermamente convinti che non ci sia bisogno di sperimentazione, perché quello che è stato fatto sui malati nel corso degli anni sarebbe già validante l'efficacia della terapia Di Bella.
Quindi, siamo tutti chiamati ad un atto di responsabilità, in maniera particolare in quest'aula, convertendo immediatamente in legge questo decreto che, vorrei ricordarlo, non deve esprimere giudizi sulla terapia, non deve anticipatamente validare la sua efficacia o la sua inefficacia. Esso contiene elementi di grandissima rilevanza, quali: il riconoscimento del consenso informato, il rispetto della privacy, la tutela dei sanitari e non la loro accusa, l'istituzione di un fondo speciale per i comuni, ma principalmente la tutela dei malati e dei cittadini. Proprio a questo proposito, desidero soffermare la mia attenzione sull'importanza di questo decreto e sull'avviata sperimentazione, perché va nella direzione che tutti avevamo auspicato, anche in occasione di un question time rivolto al Presidente del Consiglio Prodi, quando anch'io mi trovai a chiedere l'avvio della sperimentazione. Solo in questa maniera, seguendo i rigidi criteri della scienza, seguendo attentamente l'operato onesto e costruttivo della comunità scientifica, si potranno fornire risposte in termini di certezza a coloro i quali non possono permettersi di trasformare le speranze in illusioni (Applausi dei deputati dei gruppi di rinnovamento italiano, dei democratici di sinistra-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Costa. Ne ha facoltà.

RAFFAELE COSTA. Signor Presidente, onorevole ministro, onorevoli colleghi, credo che questa vicenda abbia evidenziato una partecipazione inconsueta - giustificata, abbondantemente giustificata - dei cittadini ai problemi della sanità e, indirettamente, ai problemi del servizio sanitario nazionale. Si è avuto l'impressione, forse soltanto in parte giustificata, che ci siano state da parte dell'opinione pubblica e dei maggiori interessati una sorta di rifiuto di colloquio o, meglio, di adeguamento alle indicazioni, alle scelte delle strutture pubbliche ed anche una sorta di contestazione indiretta alla scienza, che solo in qualche caso è stata consapevole, mentre in molti casi è apparsa come una sorta di contrapposizione involontaria, come una sorta di alternativa. Certo, in questa vicenda come in tante altre, il peso della burocrazia complessiva si è sentito a livello centrale e, ancora di più, a livello periferico dove i contatti con i pazienti sono più forti, più vivi e quindi capaci di evidenziare ancora di più le difficoltà esistenti.
Vi è stata anche una sorta di «ribellione» - lo dico tra parentesi - nei confronti di taluni cattedratici e clinici, illustri firme, di talune personalità abituate ai consigli di amministrazione, alle strutture pubbliche e abituate anche ad avere determinate responsabilità in istituti di ricerca di primo piano.
Penso quindi che da parte nostra, in questo momento, si possa cogliere l'occasione della conversione di questo decreto (ritengo infatti che esso debba essere convertito, peraltro con le modifiche che il Parlamento riterrà opportuno apportarvi), per formulare qualche osservazione circa la situazione generale, come del resto hanno fatto altri colleghi, sul problema tumore, svincolandoci anche per un momento dall'emozione destata dai fatti che si susseguono pressoché in modo ininterrotto dalla metà di dicembre.
Personalmente ho un'esperienza molto limitata, certamente più limitata, anche


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nel tempo, rispetto a quella dell'attuale ministro; ricordo che una delle prime sensazioni che ebbi fu quella di un'assoluta carenza di coordinamento della politica sanitaria per ciò che riguarda l'impegno nella lotta al tumore. Da qui la ricerca di alcuni punti fermi e la costituzione - allora - della commissione oncologica nazionale.
Vi era allora una serie di indicatori che facevano ritenere che fosse possibile coniugare tra loro tali indicatori, cercando di indirizzarli a fini univoci. Questi indicatori evidenziavano delle emergenze assolutamente diverse tra loro: dall'istituto di ricerca avanzata a livello mondiale ai cosiddetti viaggi della speranza; dai 10 mila ricoveri, in un anno, di cittadini piemontesi - e non calabresi - fuori dal Piemonte per problemi legati alle cure dei tumori, ai flussi all'interno della nazione, alla necessità di un'azione di prevenzione che tutti quanti «sentivamo» e «sentiamo» come fondamentale.
Ricordo che per gli anni 1995, 1996 e 1997 fu stanziata una somma di 400 miliardi proprio per la prevenzione dei tumori. Sottolineando la migliore buona volontà da parte dei ministri che si sono via via succeduti, ma anche della Commissione e dello stesso Parlamento, vi è stata un'opera di conquista da parte di altri ministeri che sono «arrivati» più rapidamente, con provvedimenti di legge magari già operanti, su somme che erano state deliberate ma non ancora impegnate. Da qui la necessità - che mi auguro la Commissione voglia in qualche modo soddisfare - di esaminare le proposte di legge che tendono a risolvere in qualche modo questo problema.
Sono convinto che, non fosse altro per l'emozione, per la drammaticità degli eventi di queste settimane, per le illusioni che accanto alle speranze sono emerse, si potrà in qualche modo intervenire con un provvedimento che ha una capacità preventiva e che contiene diversi aspetti validi sotto il profilo umano, sotto il profilo sanitario e persino sotto il profilo economico, se pensiamo che una sana prevenzione sicuramente incide anche sui bilanci delle USL.
Credo allora che sia necessario raccordare l'attività del Parlamento con quella della commissione oncologica nazionale. Sono convinto che la funzione di raccordo della commissione oncologica nazionale debba essere espletata con maggiore efficacia e tempestività, nonché con maggiore puntualità rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi tempi. A me pare, infatti, che la commissione oncologica non sia stata adeguatamente utilizzata e che non ne siano stati sfruttati a pieno le capacità, il valore, l'incisività e le potenzialità complessive.
Sappiamo bene che il settore della sanità riesce a superare i limiti previsionali stabiliti dalle finanziarie per quanto attiene alle spese. Ho addirittura l'impressione che, nonostante i risultati ottenuti nell'ultima finanziaria, nella quale si è avuto un aumento non del tutto indifferente dello stanziamento previsto rispetto all'anno precedente, anche quest'anno registreremo degli sfondamenti.
Ritengo debba essere sottolineato il fatto che sono determinate regioni ad effettuare gli sfondamenti. Infatti, balza agli occhi una contraddizione: le regioni che realizzano una migliore sanità sono al contempo quelle che effettuano i maggiori sfondamenti. Bisogna capire se si premiano le regioni capaci, se si tratta di un premio ingiustificato, se è qualcosa in più che viene dato alle regioni che operano benino, se non bene, o se si tratta di una punizione irrogata alle regioni che fanno meno bene. Da queste considerazioni espungo gli aspetti politici, perché si tratta di regioni che politicamente rientrano nell'area di governo. Ad esse può andare il merito di far bene, ma può essere anche imputato il demerito di registrare un eccesso di spesa.
Dobbiamo, quindi, valutare con attenzione la spesa sanitaria nel suo complesso, ma non si può non sottolineare l'incisività della spesa per quel che riguarda in particolare la prevenzione del tumore, anche in quella competizione tra pubblico

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e privato che dobbiamo mantenere viva soprattutto dopo aver attuato un considerevole risanamento del pubblico. Infatti, pubblico e privato possono entrare in concorrenza e lo sono già in parte dal 1 gennaio 1995, anche se tale concorrenza può aumentare ulteriormente; ma perché il pubblico sia in grado di affrontare il privato in una competizione che sia equa e che non sia soltanto la competizione tra chi spende di più e chi lucra di più, tra chi spende male e chi guadagna di più, la struttura pubblica nel suo complesso deve essere migliorata. Sotto questo profilo ritengo, quindi, che non vi siano barriere ideologiche. Ve ne possono essere sotto altri profili, ma non sotto questo.
I messaggi che sono giunti dal mondo della scienza per quel che riguarda il tumore sono, a mio avviso, viziati da un eccesso di ottimismo. Forse è proprio questo che ha determinato una reazione che possiamo definire emotiva e, per certi versi, ma solo per certi versi, anche eccessiva di fronte alla speranza offerta dal metodo Di Bella, che non mi spingo a definire in altro modo.
Credo che la prevenzione sia la grande strada sulla quale dobbiamo avviarci. Inoltre, il Governo dovrà sviluppare l'attività di coordinamento, tentando di superare la disomogeneità che esiste tra regione e regione per quanto attiene alle attrezzature, alle capacità, alla prevenzione ed alla stessa cultura. Se c'è una funzione che spetta al tanto vituperato Stato centralista, è proprio quella di cercare di rendere più equi ed omogenei i valori sanitari attraverso una educazione sanitaria adeguata.
Questa vicenda, che rappresenta una lezione per tutti noi, richiama altri episodi del passato. Mi riferisco in particolare all'UK 101, per il quale so che è terminata la prima fase di sperimentazione a seguito della quale non si è ritenuto opportuno passare alla fase successiva, quella relativa agli effetti tossici. Anche sotto questo profilo sarebbe importante riuscire a saperne di più.
E vengo brevemente al caso Di Bella. Credo che ci sia stata una sorta di distacco tra le diverse strutture pubbliche e lo stesso Ministero della sanità, un distacco caratterizzato non solo dalla prudenza, nel senso che forse non siamo stati tutti sufficientemente all'altezza di capire quanto stava avvenendo negli anni 1995 e 1996 e nel luglio 1997, quando un gruppo nutrito di persone ha chiesto udienza al ministro della sanità e ha parlato anche con diversi esponenti politici che si occupavano di sanità. Sempre nel luglio 1997 si è svolto a Roma un convegno con la partecipazione, diretta o indiretta, di 300 medici e farmacisti che hanno potuto conoscere i risultati prodotti alla cura Di Bella. Tale convegno è stato ignorato dalla medicina ufficiale e forse anche dagli organi ministeriali, almeno a quanto mi risulta.
Sono state rivolte al ministro Bindi molteplici interrogazioni parlamentari da parte di deputati sia dell'opposizione sia della maggioranza: nel solo mese di ottobre erano una decina, tutte volte a richiedere che venisse accertata la validità del metodo Di Bella. Il 7 ottobre 1997 il ministro Bindi rispondeva alla Camera con una serie di argomenti forse non più tutti di attualità. Il 20 dicembre l'Assemblea della Camera respingeva per pochi voti - una decina in tutto - un ordine del giorno rispetto al quale solo due giorni dopo si registrava un'inversione di tendenza al Senato (forse la saggezza dei senatori aveva avuto il sopravvento sulla non incisività dei deputati), il quale, quasi unanimemente, ha stimolato il Governo. Questo successivamente si è attivato nella giusta direzione, anche se forse a corrente alternata, così come a corrente alternata mi sembra che provengano gli stimoli dall'opinione pubblica e anche da parte del professor Di Bella.
Io che, come tutti qui dentro, sono un estimatore del professor Di Bella indipendentemente dalla valutazione sui risultati della sua cura, credo che abbiamo il dovere di dire a lui, alla sua équipe, ai suoi consiglieri e ai medici che lavorano con lui (che sono tanti, pazienti, volenterosi, in qualche caso anche stressati per la mole di lavoro alla quale si sono sottoposti

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negli ultimi mesi) di offrire una collaborazione più continua. Mi rendo perfettamente conto che possono esservi atti ingiusti o non equilibrati o che appaiono tali al ricercatore o allo scienziato che ha trascorso una vita intera sui libri, nelle strutture sanitarie, a fare il ricercatore, che ha trascorso una vita intera a contatto con pazienti disperati che si rivolgevano a lui sovente in casi dove la scienza ufficiale non riusciva ad arrivare ad una soluzione, mi rendo conto che a costui appaia un'ingiustizia che gli si chieda un atto di burocrazia, un controllo, che gli si chieda di essere sottoposto al giudizio di persone che magari lo hanno criticato, censurato o dileggiato. Penso che alcuni di questi dileggiatori, di questi scienziati dovrebbero tacere un po' di più (mi sembra che oggi stia avvenendo) ma il professor Di Bella potrebbe e dovrebbe dare un segnale di continuità ai suoi pazienti. Ne ha dati già tanti, così come ha manifestato tanta buona volontà, scienza e risultati, ma - lo ripeto - dovrebbe essere così sensibile e capace da superare le inimicizie degli ultimi mesi ed intervenire con continuità nei confronti dei suoi pazienti che hanno una grande ammirazione per lui e nutrono grande fiducia nei suoi studi.
Devo dire che il mondo politico ha fatto un po' di pasticci al riguardo. Credo che il Capo dello Stato avrebbe forse potuto tacere di fronte a controversie di natura amministrativa che erano delicate e sulle quali peraltro gli stessi ordinari di diritto amministrativo non sapevano cimentarsi bene dando un giudizio definitivo. Sarebbe stato meglio, inoltre, se il Presidente del Consiglio avesse mostrato meno i muscoli di fronte a questioni giudiziarie delicate relative ad alcuni aspetti della sanità e ad esigenze di cittadini che si rivolgevano al servizio sanitario nazionale, essendo estremamente preoccupati se non disperati.
Non intendiamo esprimere giudizi affrettati, ma io sono convinto che le case farmaceutiche avrebbero dovuto dimostrare un maggior senso di responsabilità. Non è possibile, ad esempio, che l'amministratore delegato della ditta Serono (la maggiore produttrice di somatostatina) in un'intervista non smentita o smentita «a bocca semicucita» su il Corriere della Sera (è una frase che risale ad almeno un mese e mezzo fa) abbia potuto affermare che ve n'è in grande quantità, che ve ne può essere, che non è un problema e poi, nella giornata di oggi, 30 marzo 1998, ci troviamo con gran parte delle farmacie ancora con gravi problemi sotto questo profilo (Commenti del deputato Gramazio). Mi pare che difendano degli interessi quanto meno ingiustificati!
Se a loro può essere consentito difendere questi interessi (non so fino a che punto possa essere consentito), sicuramente all'amministrazione dello Stato, al ministro, non può essere consentito di non intervenire; sono sicuro peraltro che il ministro è intervenuto e che interverrà.
Nella giornata di sabato ho avuto un incontro con alcuni farmacisti, i quali mi hanno detto che nelle loro aziende non vi è somatostatina a prezzo politico, ma che nei depositi c'è somatostatina a prezzo pieno; e che ve n'è anche molta! Mi hanno anche fornito indicazioni specifiche sulla quantità.
Rispetto alla formula: «Paghi? Ottieni; non paghi? Non ottieni!», credo che dallo Stato dovrebbe essere posto un rimedio. Vorremmo sapere - ci auguriamo che in sede di replica ci sia consentito di saperlo - che cosa sia stato fatto veramente per accelerare la produzione. Vi sono leggi del codice che regola la sanità che danno al ministro la facoltà e la possibilità di intervenire.
Signor ministro, questa mattina sono stato (poiché so che è molto sensibile a questi valori prevalentemente umani prima ancora che sanitari, mi auguro che tale esperienza possa risultare utile) all'ospedale di Triggiano vicino a Bari ed ho visto ciò che sta accadendo in quella sede. Viene garantita una cura - non una sperimentazione - a 295 persone che ricevono la somatostatina o un prodotto analogo in ospedale, grazie al fatto che si tratta di un farmaco della fascia H che viene usato o nel day hospital o ambulatoriamente

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(la regione lo consente). Ho incontrato - devo dire casualmente, dopo aver parlato con il direttore della USL, con il direttore sanitario, con quello amministrativo e con gli internisti che si occupano di tali cure - decine e decine di persone che non mi hanno espresso giudizi sulla validità della cura - né io li avrei accettati così facilmente - che portano avanti dal 19 gennaio; ma che mi hanno fornito indicazioni interessanti ed utili sulla qualità della vita dei loro congiunti (erano quasi tutti delegati da persone ammalate e, in qualche caso, erano presenti persone ammalate). Di fronte ad una situazione di questo genere, forse non vi è da riflettere molto sulla efficacia terapeutica, sul risultato finale, sulla guarigione possibile o sulla riduzione della massa tumorale, ma sicuramente occorre farlo sulla capacità di incidere - ed è sempre un farmaco a farlo - sulla qualità della vita, che pure è una cosa molto importante.
Signor ministro, la invito ad esaminare il testo di un ordine del giorno che vorrei proporle alla fine di questa discussione, augurandomi che da parte sua, del Governo e dei colleghi della maggioranza venga accolto l'invito che le è stato più volte rivolto in Commissione dai colleghi Massidda, Gramazio e da altri.
Non blindiamo questo decreto - noi ci impegnamo politicamente, moralmente e soggettivamente, a far sì che il provvedimento non incontri difficoltà né in questa né nell'altra Camera nell'ipotesi in cui si dovessero apportare modifiche - ma cerchiamo di valutare i singoli emendamenti proposti e verificare se ce ne sia qualcuno particolarmente convincente, al di là della necessità di chiuderne o meno nella corrente settimana l'iter! Si valuti allora la possibilità di un intervento sull'attività dei medici, sul rapporto tra medici e malattia, sull'utilizzazione del decreto stesso, di questo metodo, sulla possibile interpretazione di una sorta di statizzazione della funzione del medico, sulla professione del medico e gli ostacoli che possono derivare da un'applicazione rigida, letterale (pensiamo al domani, non tanto all'oggi di queste norme).
Credo che l'invito che le viene rivolto dalla minoranza, signor ministro, debba essere accolto. Sarebbe per noi un segnale importante e le daremmo sicuramente il riconoscimento di voler migliorare il provvedimento, al di là della preoccupazione di approvarlo. Lo sappiamo bene perché siamo del mestiere, sappiamo quanto sia importante portare a casa un provvedimento, magari sacrificando qualcosa di sostanziale pensando ad un bene maggiore, alla possibilità di chiudere una vicenda, sia pur rinunciando a determinati vantaggi futuri. Tuttavia, ragionando in maniera pacata, meditata, ritengo sia possibile modificare questo provvedimento in alcune parti. Domani le sottoporremo le nostre indicazioni.
Le chiederei inoltre, signor ministro, qualcosa che va al di là del problema del decreto del 17 febbraio. Le chiederei di adempiere, se lo riterrà, se la maggioranza riterrà di accettarlo, alle indicazioni previste dall'ordine del giorno che, mutato in alcune parti, avevo presentato insieme al collega Teresio Delfino a dicembre. Le chiederei, cioè, di farsi interprete dell'esigenza di conoscere, entro qualche mese, i dati veri relativi alla diffusione del male nelle varie aree del mondo, i dati più recenti circa uno sviluppo positivo o negativo del male, la sua diffusione nelle varie regioni italiane, le cure praticate nei diversi paesi del mondo, anche in relazione ai farmaci già registrati altrove - abbiamo difficoltà anche di natura amministrativa e burocratica a consentire che quei dati possano essere usati liberamente nel nostro paese -, le diverse cure praticate in Italia e i risultati conseguiti, la prevenzione, i diversi tipi di ricerca, i costi, l'efficacia e i risultati della ricerca, sia pubblica che privata, le spese sopportate dal nostro paese, la possibilità di un'azione a livello europeo.
Non credo di essere particolarmente «euroscettico», ma devo dire che mentre si sta facendo molto per aspetti pure importanti, fondamentali per l'economia,

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per i mercati, come la moneta, non si fa a sufficienza, anzi si fa troppo poco in questo settore. Sovente i piani sono fumosi a livello europeo e sono disarticolati, non coordinati tra di loro, al di là delle capacità del professor Veronesi o di tanti altri che vi dedicano parte del loro tempo.
Vorrei ancora suggerire una presa di contatto del nostro Governo, dell'Istituto superiore di sanità, con le autorità degli Stati Uniti d'America, onde approfondire la conoscenza degli elementi positivi, soprattutto con riferimento alle possibili cause, emersi dai comunicati dell'Istituto nazionale del cancro, circa la riduzione, ormai da cinque anni, dello 0,5 per cento l'anno della morte e dell'insorgenza dei tumori negli Stati Uniti. Una cifra che appare modesta, una percentuale complessivamente in cinque anni del 3,5 per cento, ma molto significativa, perché mentre nella vecchia Europa, e magari anche nel nostro paese, non si hanno dati aggiornatissimi - troviamo un saldo sempre negativo, una situazione sempre peggiore sia per quel che riguarda l'insorgenza sia per quel che riguarda le morti - vediamo una luce spuntare dagli Stati Uniti. Questa luce è importante e credo che dobbiamo acquisire con rapidità gli elementi in base ai quali non solo si sono avute le statistiche, ma gli americani hanno operato per arrivare a questo che mi auguro sia un risultato irreversibile.
Sulla base di queste considerazioni non ripeto quanto ho detto in merito all'auspicio che il decreto venga modificato. Se invece dovesse rimanere così com'è, il nostro voto sarà positivo per quel che riguarda l'impegno di passare alla sperimentazione, ma certo non lo sarà per quanto riguarda il metodo adottato (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Buffo. Ne ha facoltà.

GLORIA BUFFO. Signor Presidente, ogni qualvolta si affaccia la possibilità di trovare una nuova terapia contro i tumori è naturale per tutti sperare. Poiché, però, sperare non è sufficiente, purtroppo, è giusto e doveroso verificare con gli strumenti che l'esperienza del nostro paese, ma anche quella internazionale, ci mettono a disposizione, anzitutto attraverso la sperimentazione.
Se ne è discusso molto in queste settimane, spesso a sproposito. Per serietà e chiarezza credo doveroso ribadire che la sperimentazione di una terapia non può e non potrà mai rappresentare, se vuole essere rigorosa, un compromesso, il frutto di una trattativa, il collocarsi a metà strada tra chi di quella terapia è inventore e promotore e giustamente crede in essa e chi ha il dovere di garantire davanti alla collettività il rigore della sperimentazione. Quest'ultima deve rispettare i criteri ed i protocolli che in tutto il mondo si osservano in questi casi.
Una scelta molto diversa ed opportuna è stata invece la decisione di coinvolgere il professor Di Bella nella redazione dei protocolli della sperimentazione affinché questa risulti la più precisa ed efficace possibile nel rispondere alla domanda che credo stia a cuore a tutti noi, cioè se la terapia Di Bella fa male, se fa bene e, soprattutto, se fa meglio o peggio di altre cure, in quali casi e con quale scopo che, sappiamo bene, può essere la remissione del male, l'allungamento della vita o il miglioramento della qualità della stessa.
Anche all'ansia ed alla pressione sociale dobbiamo risposte vere, durature, convincenti e non paternalistiche e paternalisti - lo dico innanzitutto a me stessa - si può essere sia dicendo che tutto va già per il meglio e non c'è nulla da cambiare, sia dando ragione senza criterio ad ogni richiesta.
Dare una risposta corretta dal punto di vista della sperimentazione nel caso Di Bella è importante anche perché potranno riproporsi altre situazioni analoghe ed io non credo faccia bene alla salute e nemmeno alla collettività regolare di volta in volta le risposte del servizio sanitario nazionale in base alla pressione sociale o dei mezzi di comunicazione.
Venendo al provvedimento in discussione, voglio ricordare che si tratta di


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un'insieme di norme che aprono una porta, non la chiudono. Aprono doverosamente la porta alla sperimentazione che deve farci uscire dall'incertezza che tormenta noi, ma soprattutto chi è coinvolto direttamente; aprono la porta, in deroga alle norme vigenti, anche alla prescrizione, non solo alla sperimentazione, di questa cura, fuori dai confini per forza limitati della sperimentazione. A questo proposito mi ha colpito che diversi medici, sostenitori convinti della cura, l'abbiano prescritta fino ad adesso quando era discutibile farlo stando alle regole, ed abbiano smesso ora, quando invece è consentito e, per di più, i farmaci sono economicamente più accessibili. Credo che ciò che più conti sia che questo decreto, il quale apre una porta più che chiuderla, mette al centro una serie di garanzie per i pazienti, come hanno già detto alcuni colleghi che mi hanno preceduto: lo fa nel prescrivere la necessità del consenso informato, nel tutelare la privacy, garantendo contemporaneamente che si possa risalire, in caso di necessità, alle persone coinvolte nella terapia; lo fa nel mettere una serie di barriere ed ostacoli alle speculazioni che purtroppo in questa vicenda non sono mancate, come ha avuto modo di ricordare, scandalizzato, il Presidente della Repubblica Scalfaro.
Questo decreto pone al centro i malati anche nel sostenere, con un fondo sociale di 5 miliardi, le spese sanitarie particolarmente onerose per chi ha minori possibilità economiche. Una parte di queste norme era prevista nella versione iniziale del decreto ed una parte è stata introdotta durante la discussione ed il voto al Senato, in più di un caso con il sostegno alle opposizioni. Dico questo perché l'argomento, che ho sentito risuonare nei giorni scorsi, di una impermeabilità del decreto ad ogni proposta di miglioramento non sta in piedi: infatti al Senato il testo è stato modificato e migliorato. Ora si tratta di assolvere da parte nostra alla responsabilità di votare e approvare una legge che garantisca tutti coloro i quali sono coinvolti nella sperimentazione.
Tra le opinioni diverse dalla mia mi hanno colpito particolarmente quelle che animano alcuni, ma solamente alcuni, emendamenti che ho letto, i quali mirano ad eliminare dal decreto le garanzie poste a tutela dei malati: via il consenso informato - propongono alcuni emendamenti - via la selezione dei centri più adatti alla sperimentazione, via il comitato etico ed il codice alfanumerico, che consente di risalire, nel caso ve ne fosse bisogno, al paziente, cui viene comunque garantita la riservatezza. Sembra che chi ha scritto questi emendamenti - spero di sbagliarmi - faccia il tifo principalmente per la classe medica, per la sua intangibilità ed insindacabilità, al di sopra dell'esercizio della responsabilità a cui è sempre chiamata e al di sopra della tutela della salute e della dignità del malato. Per questo considero inaccettabile che, tra le diverse e legittime opinioni, vi sia anche quella di chi, volendo la validazione di fatto di una terapia a prescindere dalle verifiche previste in tutto il mondo, accusa chi non è d'accordo con questa posizione di inumanità, di mancata sensibilità al dolore. Dico che chi sostiene questo è cinico ed affermare questo qualifica chi ha voluto (ma, per fortuna, sono pochi) agitare in maniera strumentale e in sedi di partito un tema così delicato.
Nella vicenda Di Bella purtroppo molti hanno superato i confini entro i quali sarebbe stato saggio mantenersi o si sono dimostrati al di sotto dei loro compiti: nella magistratura, nell'informazione e nel mondo politico e - sono d'accordo con chi mi ha preceduto - anche nell'industria farmaceutica. Per la magistratura, per fortuna, è arrivata qualche smentita, un barlume di chiarezza (mi riferisco alla sentenza del Consiglio di Stato), ma per l'informazione e la politica sta all'autoregolamentazione e alla civiltà regolare meglio toni, argomenti e sedi. Ho apprezzato che Serventi Longhi abbia, per la parte che gli compete, espresso preoccupazione sulle responsabilità dell'informazione; nel mondo politico ognuno si assume le proprie responsabilità e saremo tutti giudicati per ciò che abbiamo detto, sostenuto e

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fatto, anche coloro - mi dispiace dirlo - che hanno minacciato, in sede di Commissione affari sociali, di affiggere ai muri delle nostre città i manifesti con la fotografia dei deputati favorevoli o contrari (definizione che fatico a capire) alla cura Di Bella.
Tutto ciò naturalmente non ci esime e non mi esime dal considerare che la vicenda, che ha preso spunto dal caso Di Bella, coinvolge questioni molto serie, che sarebbe sbagliato liquidare: i limiti della scienza e della medicina e le loro enormi responsabilità sociali in un mondo sempre più longevo e bisognoso di cure e di interventi sanitari a fronte di risorse limitate; l'urgenza di umanizzare il rapporto tra medico e paziente, compito cui le tecnologie non possono da sole assolvere; la domanda di una medicina efficace e vicina al singolo, attenta alla specificità di ogni persona.
Sono tutte questioni all'ordine del giorno e sono molto impegnative. Tra queste metto come uno dei più urgenti il problema che si può definire della sanità ridotta a mercato. Non è questo il panorama italiano: non siamo, per fortuna, negli Stati Uniti, ma abbiamo occhi per vedere che in questi anni, grazie anche alle leggi volute da De Lorenzo e da un governo passato della sanità spesso discutibile, la salute è tornata ad essere in parte un bene dipendente dal reddito e dal livello culturale, piuttosto che da un diritto.
Qui bisogna operare una correzione seria ed è quanto dovremo fare con la riforma dei decreti legislativi nn. 502 e 517 in discussione presso la Commissione affari sociali della Camera.
Mi auguro che in quella occasione tante voci critiche verso la medicina e la sanità istituzionali italiane si mobiliteranno per rendere il servizio sanitario nazionale sempre più forte e libero da interessi impropri, dai doppi e tripli lavori di chi vi opera, da baronie che certo non coinvolgono tutta la classe medica - ci mancherebbe altro - ma che esistono e non vanno attaccate oggi e difese domani, per arrivare ad un assetto trasparente, accessibile, di qualità della sanità italiana su tutto il territorio nazionale.
La competizione virtuosa, cioè quella che fa bene ai cittadini e che pone lo Stato in condizione di rispondere meglio ai loro diritti, si fa solo se il comparto pubblico è messo in grado davvero di competere, senza sprechi, ma anche senza sottofinanziamenti e senza lacci burocratici.
Si è parlato di libertà di cura in questi mesi. Giusto: ciascuno deve scegliere sulla propria vita e la propria salute, ma il tema ha implicazioni etiche e sociali enormi, che qualcuno preferisce eludere.
Nessuno tra coloro che intendono la libertà di cura come il diritto a ricevere dal servizio sanitario nazionale gratuitamente cure o farmaci non validati ci ha spiegato cosa accadrebbe se quelle cure e quei farmaci risultassero nocivi o incapaci di salvare vite che altrimenti si sarebbero salvate, né ci ha spiegato a quali terapie, a quali farmaci essenziali di comprovata efficacia dovrebbero rinunciare gli italiani, vista la limitatezza delle risorse.
È un discorso che richiamo non certo per cinismo, ma anzi proprio per la sua grande rilevanza etica: un discorso al quale non possiamo sfuggire. Ciò non toglie che sulle medicine non convenzionali e sui confini e sui limiti della medicina tradizionale bisognerà lavorare seriamente. È del tutto evidente che oggi siamo chiamati a migliorare la sanità per tutti, a promuovere la salute.
Una situazione eccezionale come quella di cui stiamo discutendo dovrà servire a prepararci per le prossime situazioni eccezionali, che possono arrivare, e ci deve insegnare ad essere fermi, ad esercitare la responsabilità e, al contempo, a dubitare.
Durante l'audizione svolta in Commissione affari sociali su questo caso ho fatto, perché credevo doveroso farlo, domande che mi sembravano scomode a ciascuno degli interlocutori. Al dottor Di Bella ho chiesto se se la sentisse di dire che non era opportuno che tutti i malati si rivolgessero alla sua terapia, visto che esistono patologie che si curano con successo nel

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90 per cento dei casi con terapie tradizionali e collaudate. Gli ho chiesto di lanciare un messaggio di prudenza: non mi ha risposto, e questo mi ha colpito.
Agli oncologi della commissione nazionale ho chiesto se non sembrasse loro necessario riflettere sull'uso della chemioterapia che a volte - lo sappiamo - non sa riconoscere quando fermarsi, per non diventare accanimento. Tomatis, tra i presenti, è stato l'unico ad ammettere che la chemioterapia, come l'energia atomica, va usata in modo pacifico; ci stiamo arrivando - ha aggiunto - ma in passato non sempre l'abbiamo fatto.
Lo ricordo per dire che sui tumori la lotta e la prevenzione devono diventare iniziativa quotidiana: dobbiamo tornarci con un'azione potente, straordinaria per impegno e ordinaria per costanza. Vi ha fatto cenno l'onorevole Costa, ma se ne colgono importanti segni nel piano sanitario nazionale. Credo che si debba richiedere di avere un quadro serio comparato e completo sul fronte epidemiologico, terapeutico, sociale e finanziario, perché non sappiamo abbastanza su questa situazione, cosa si può fare e cosa si fa altrove: io l'ho chiesto alla commissione oncologica, ma è giusto chiederlo al Governo ed al Ministero della sanità.
Il Governo ha cercato faticosamente (è stata una vicenda faticosa per tutti) una strada seria su un terreno che resta pieno di quesiti aperti e di rischi di autosufficienza e di onnipotenza anche nel mondo medico (rischi che però non stanno da una parte sola): credo che con la sperimentazione l'abbia trovata (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gramazio. Ne ha facoltà.

DOMENICO GRAMAZIO. Signor Presidente, bisogna dare atto all'onorevole Bindi che oggi è una delle poche volte che un ministro segue un dibattito sin dall'inizio. È un dibattito importante, che sicuramente meritava maggiore attenzione. D'altra parte l'opinione pubblica guarda con attenzione a coloro che si devono assumere la responsabilità morale e politica di approvare o respingere il decreto-legge n. 23.
Domani l'informazione ed i quotidiani sciopereranno. Il dibattito odierno rimarrà solo negli atti parlamentari, ma anche in questo caso assumerà sicuramente rilevanza politica e morale.
Il collega Fioroni è diventato un po' il Perry Mason, l'avvocato difensore del ministro. Ma quando si fa un intervento completamente in difesa delle posizioni assunte dal ministro vuol dire che qualcosa non va. Fioroni ha svolto un ottimo intervento, da ottimo avvocato della difesa, mettendo le mani avanti ed assegnando ad alcune forze politiche la responsabilità di aver sostenuto dal primo momento il professor Di Bella. Di questo mi assumo la responsabilità politica, perché il sostegno al professor Di Bella ed ai suoi amici trae origine dalla mia presenza di fronte al Ministero della sanità durante una manifestazione delle varie associazioni che chiedevano di essere ricevute dal ministro Bindi. Da lì nacque una volontà politica, che poi alleanza nazionale espresse ad ogni livello, anche in sede parlamentare, non tanto per sostenere la terapia Di Bella (almeno all'inizio) quanto per difendere la libertà di cura, cioè coloro che volevano essere lasciati liberi dal Governo di compiere scelte: scelte garantite, scelte che rispondessero alle esigenze della gente.

All'indomani di quella manifestazione, inviai una lettera al presidente della Commissione affari sociali, con la quale chiedevo di trovare i modi ed i termini per arrivare ad un'audizione in Commissione del professor Di Bella. Passarono i mesi, si ripeterono alcune grandi manifestazioni, anche a Roma. Allora chiesi con un'altra lettera al presidente della Commissione di portare in Parlamento il dibattito che si era sviluppato sui giornali, con una contrapposizione aperta tra il ministro, che aveva già assunto alcune posizioni, ed i sostenitori di Di Bella, che chiedevano di sperimentare, di far sperimentare,


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di operare in quella direzione. Il ministro allora rispose che voleva le cartelle cliniche, anzi, per l'esattezza rispose che avrebbe mandato i NAS a cercare le cartelle cliniche. È necessario questo chiarimento sulle differenti posizioni, perché dagli interventi di qualcuno e dalle dichiarazioni di qualcun altro sembrerebbe che questa cosa sia nata così, senza un necessario sostegno. Qualcuno si scandalizzò quando io riportai in Commissione una frase che non era mia, ma di un membro di una delle varie associazioni che sostengono Di Bella, le quali volevano sapere come avrebbero votato i parlamentari nell'esame del decreto-legge. Credo non sia un segreto come votano i parlamentari: basta leggere i resoconti delle sedute per conoscere le responsabilità che ciascuno si assume nelle aule parlamentari, responsabilità oggettive, responsabilità coperte e non coperte da quello che rimane dell'immunità parlamentare. Ognuno si assume in modo chiaro la propria responsabilità, ma quando lo fa deve sapere che, dall'altra parte, esiste il partito dell'«anti Di Bella», esiste uno schieramento composto da chi ha più volte dichiarato la sua ferma opposizione al professor Di Bella; lo ha fatto in dichiarazioni pubbliche, in conferenze stampa, sui grandi quotidiani, in televisione, sui grandi mezzi di informazione, accusando il professor Di Bella - e lo ricorderete - di essere quasi uno stregone, accusandolo di chissà che cosa.
Ho con me - lo mostravo poco fa all'amico e collega Massidda - l'elenco dei protocolli di sperimentazione del metodo Di Bella. Quando leggo i nomi riportati sugli undici protocolli, ricordo a me stesso - e voglio ricordarlo ai colleghi deputati presenti - che numerosi di questi coordinatori di studi hanno già espresso chiaramente la loro opposizione a Di Bella, la loro ferma convinzione che il metodo Di Bella non funziona. Amadori, Tirelli, Conte: potrei ricordarne altri, ma questi sono certamente quelli che si sono più esposti, forse anche in modo eccessivo, in una contrapposizione che sicuramente non era voluta dal ministro quando ha stretto la mano a Di Bella e quando, il 7 marzo, è corso - caro Fioroni - nello studio Di Bella per concordare con lui le modifiche al decreto-legge n. 23. Ciò è dovuto ad un'iniziativa di piazza, ad un'iniziativa spontanea, a decine di migliaia di cittadini scesi in piazza per sostenere che vogliono provare il metodo Di Bella? Oppure al Perry Mason della politica romana e nazionale, l'onorevole Fioroni, avvocato di difesa, che attacca il professor Di Bella che se ne va all'estero? O a chi ritiene che il professor Di Bella non doveva andarci e non doveva trattare, o a qualcun'altro che in queste ore e in questi giorni ha permesso ad alcuni ricercatori canadesi di venire in Italia per concordare alcune iniziative con il professor Di Bella? O altrimenti ai giudizi espressi dai cittadini su Di Bella? Sono stato io, Fioroni, che un giorno in Commissione osservai che, se avessimo messo a confronto Di Bella con Di Pietro, avrebbe vinto Di Bella: mi dispiace, visto che Di Pietro fa parte dell'Ulivo, per l'onorevole Fioroni, che forse sarebbe stato contento se la situazione fosse stata inversa.
Questa però è la situazione oggi, ed è così vero che, quando si chiede un giudizio sul professor Di Bella da parte di The Explorer, si ha una risposta molto positiva nel 54,7 per cento dei casi, abbastanza positiva nel 34 per cento (il che significa che quasi l'89 per cento è a favore di Di Bella), mentre l'8 per cento è di indecisi e il 3 per cento non crede nella terapia Di Bella. Sempre The Explorer chiede: la terapia Di Bella è efficiente o no? Per quale motivo lo può fare Vespa durante la trasmissione Porta a porta, lo possono fare le grandi televisioni, ma poi non si può citare, nelle aule del Parlamento e nella Commissione affari sociali, il resoconto di questi sondaggi? Forse perché mettono paura a qualcuno, anche se non al ministro, che - devo dire - su questo una volta tanto non si è espresso, sapendo che si tratta di sondaggi fatti ogni giorno e portati a conoscenza dell'opinione pubblica. Quando gli intervistati sono stati interpellati sulla terapia Di

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Bella, il 51,4 per cento ha detto che ritiene che sia una terapia più efficiente di altre, il 43 per cento si è dichiarato incerto o non ha voluto rispondere, il 5,3 per cento ha affermato che considera la cura inefficiente.
La prima, la seconda, la terza fase, il momento in cui Di Bella tornando dall'estero, o trovandosi all'estero, si rivolge al Presidente del Consiglio dei ministri, ad uno dei tanti che è schierato - è logico - con il ministro della sanità che fa parte del suo Governo; come ha fatto lo stesso Presidente della Repubblica, che è sceso in campo contro taluni aspetti relativi ad una magistratura che è intervenuta perché dall'altra parte c'è stato il silenzio, la non volontà di risolvere il problema. E non siamo certo favorevoli a chiamare la magistratura a gestire la sanità, che deve essere gestita al centro dal Ministero della sanità e a livello territoriale, in base alle loro competenze, dalle regioni.
Qualche giorno fa, Prodi è sceso in campo per sostenere, rafforzare, incoraggiare il Consiglio di Stato a prendere una decisione: per quale motivo potete sostenere che certi magistrati sono influenzati dalla piazza, se altri sono influenzati dai palazzi del potere? Potrebbe nascere una lotta fra magistrati, tra chi è o meno a favore del metodo Di Bella: non credo che questo possa portare ad una soluzione. Così come riteniamo pericoloso questo decreto n. 23, al quale abbiamo presentato diversi emendamenti; ed in questo senso si è espresso più volte lo stesso professor Di Bella. Io non voglio sapere dal ministro che cosa si è detto quel pomeriggio del 7 marzo nello studio di Di Bella; però all'uscita tutti abbiamo notato che vi era un clima disteso e ci dispiace dover dire che quel clima disteso televisivo del 7 sera non sia stato poi riportato dal ministro, come avrebbe potuto esserlo, nel decreto. Così come fummo contenti quando il presidente della XII Commissione affari sociali accolse la mia richiesta di incontro con il professor Di Bella, per riportare al centro della politica, nelle sedi istituzionali, un dibattito che era approdato dappertutto tranne che nelle competenti Commissioni, affari sociali della Camera e sanità del Senato. Il presidente della Commissione fece un giro di telefonate, ascoltò i capigruppo e trovò in essi pieno consenso a questa audizione.
Il giorno dell'audizione il ministro Bindi si incontra con il professor Di Bella. Finalmente eravamo riusciti ad abbattere un muro contro muro voluto dai funzionari, dagli esperti, dai tecnici, dai politici del Ministero della sanità, che avevano contrapposto il ministro al professore e il professore al ministro. Sembrava che la soluzione potesse cominciare a profilarsi, non nell'interesse della parte politica che si è impegnata a difendere, a sostenere il professor Di Bella, ma nell'interesse della gente che voleva provare. Ed io mi chiedo come mai, quando un personaggio del genere va all'estero, trovi tutte le porte aperte, parli al Senato, riceva una laurea, abbia incontri, parli nelle strutture sanitarie pubbliche, abbia un ampio riscontro. Addirittura, in questi giorni - è pesante quel che ha detto Fioroni - si pensa agli italiani all'estero. Sì, noi siamo sempre stati per il voto agli italiani all'estero; sta di fatto che stasera, dopo questa discussione sul decreto legge n. 23, si parlerà di questo problema, che ha investito tutte le forze politiche nello stesso modo. Caro Fioroni, non so se tu non sia d'accordo nel far votare gli italiani all'estero...

GIUSEPPE FIORONI. Sono d'accordissimo!

DOMENICO GRAMAZIO. Però, prima - rileggiti il tuo intervento - hai avuto paura che si facesse campagna elettorale all'estero o si volesse esprimere all'estero quella solidarietà che in parte in Italia esiste, ma che non esiste da parte degli organi di Governo e di potere nei riguardi del professor Di Bella.
Il problema rimane la manipolata terapia Di Bella, come dice il dottor Giuseppe. Egli afferma che quei protocolli sono stati firmati in fretta e che vanno rivisti. Sicuramente andrebbero rivisti, però non si possono far gestire quei protocolli a chi ha già dichiarato apertamente


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nelle televisioni e sui giornali la sua ferma opposizione al metodo Di Bella. Un'opposizione preconcetta? No, non credo; sicuramente studiata, apprezzata da quanti si sono succeduti in quei lavori, in quelle responsabilità, ma sempre una contrapposizione. Può essere giudicato il metodo Di Bella da chi si oppone a quel metodo? Possono essere gli stessi «controllori-controllati» a rifiutare quel metodo? È una domanda che si dovrebbe porre prima di noi il ministro della sanità. Se la deve porre. Altrimenti bisogna imporre ai responsabili per decreto - non il decreto n. 24! - di fare silenzio, di studiare, di controllare, di avere un senso di responsabilità maggiore, proprio per l'incarico che rivestono: un incarico pubblico, di alta responsabilità, che richiama l'attenzione di tutti verso chi dovrà poi esprimere il giudizio definitivo!
Che dire poi della lotta intrapresa da qualcuno contro talune regioni che sono intervenute e, assumendosi una responsabilità politica e finanziaria, hanno risposto alle esigenze e ai decreti dei pretori?
Tempo fa chiesi all'assessore alla sanità della regione Lazio, Cosentino, cosa volesse fare a proposito della sperimentazione del metodo Di Bella nel Lazio. Egli mi rispose: se qualche pretore me lo impone io devo rispondere al pretore. Questo lo ha detto l'assessore del PDS alla sanità in questa regione!
Invece qui si fa la caccia ai pretori che si assumono delle responsabilità o agli assessori alla sanità, che rispondendo a precise ordinanze dei tribunali regionali amministrativi o dei pretori, hanno ubbidito e hanno fatto sì che si possa intervenire in questo campo in modo più chiaro.
Alcuni giorni fa uno di questi pretori ha dato mandato ad un medico legale di seguire una sperimentazione fatta su ordine del pretore nella regione Piemonte. Potrei citare le dichiarazioni di quel medico legale ma non ce n'è bisogno, anche perché tutti le avrete lette. Questo medico ha detto che quella cura aveva avuto buoni risultati, che quella cura era necessaria per quel particolare tipo di malato. Non voglio dire né dirò mai che quanto stabilito da quel pretore, che ha dato delle disposizioni al medico legale, possa essere «esteso» a tutto il territorio nazionale e a tutti i malati, però voglio ricordare che ormai esiste un conflitto che è nato nel momento stesso in cui il Governo, e per esso il ministro della sanità, si barrica dietro questo decreto che può portare (a voi non importerà, ma sicuramente importerà a quei cittadini che sperano in questa cura) alla fuga del professor Di Bella dall'Italia. A qualcuno non interesserà, ma a noi interessa che il professor Di Bella rimanga in Italia; a noi interessa che la sua équipe lavori in Italia e il fatto che possa esportare all'estero questa terapia. Ci interessa sicuramente che la terapia funzioni e che si possa operare nei riguardi di quanti attendono delle riposte.
Ebbene, questo decreto non dà quelle risposte. Se il palliativo dei cinque miliardi, tanto caro a qualche esponente della Commissione affari sociali, serve a coprire una incapacità gestionale del Governo, noi riteniamo che cinque miliardi (non divisi per i comuni) non siano nemmeno sufficienti. Si tratta di un passo in avanti.
Il decreto è stato in parte modificato dal Senato, anche se non in modo sufficiente. Riteniamo pertanto che debba essere compiuto un maggiore sforzo anche da parte di coloro che, nel corso del dibattito svoltosi in Commissione, si sono accorti della giustezza di taluni emendamenti. Tuttavia, il decreto è stato «blindato», ragion per cui, anche se alcuni emendamenti avrebbero potuto essere approvati, si è registrato un irrigidimento da parte della maggioranza, che non ha fatto alcuna concessione nell'ambito di una contrapposizione che non fa bene alle forze politiche e che fa sicuramente male a quanti attendono dalla cura Di Bella una risposta affermativa.
Per tali ragioni ci rivolgiamo alla intelligenza del ministro affinché vada incontro alle richieste avanzate e ribadite al rientro dall'estero dal professor Luigi Di Bella.

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Vorrei far presente che ricadrà su di voi una responsabilità non politica ma morale. Perché se si «blinderà» nuovamente il decreto ci si dovrà assumere la responsabilità, non politica, ma morale, lo ripeto, di non aver risposto alle esigenze della gente.
Fra qualche giorno scenderanno nuovamente in piazza a Roma - è quanto ci è stato comunicato ed io faccio da portavoce - le associazioni che ancora una volta manifesteranno contro il decreto. Poi manifesteranno anche a Viterbo, caro Fioroni! E non manifesteranno solo a Viterbo, ma ovunque esse si riconoscano e svolgano la loro attività. Ebbene, di quelle associazioni fanno parte molte persone che non condividono le scelte del mio partito politico e che invece sono elettori e sostenitori dell'Ulivo, ma che oggi trovano solo noi ad ascoltarli. Venite anche voi a dare loro una mano per fare in modo che questo decreto non rappresenti solo l'inizio di una catena di contrapposizioni che alla fine potrebbe comportare la perdita di un ricercatore pulito ed onesto come Luigi Di Bella!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Massidda. Ne ha facoltà.

PIERGIORGIO MASSIDDA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, gentile ministro, la definisco gentile perché anch'io ho gradito il fatto che, responsabilmente, lei sia rimasta questa sera qui con noi in un'aula deserta, ad ascoltare un dialogo che probabilmente servirà soltanto a noi altri.

ROSY BINDI, Ministro della sanità. No, no.

PIERGIORGIO MASSIDDA. Sappiamo benissimo, infatti, che con lo sciopero, di cui si parla già da qualche giorno, sarà impossibile che la portata di questa discussione possa giungere ai cittadini che prestano estremo interesse a quello che stiamo facendo. Per tale ragione rinnoviamo l'appello al Presidente della Camera, che verrà trasmesso dal Vicepresidente, a che ci sia una ripresa televisiva diretta. Crediamo che domani si possa fare chiarezza ed aiutare finalmente i cittadini a capire quale sia la nostra posizione politica.
In questi giorni c'è stata una grande mistificazione tra principi ispiratori, normative, sperimentazione, risultati terapeutici e quant'altro. Non mi voglio soffermare sugli effetti terapeutici perché si sa ancora poco al riguardo. Tutto viene riferito e poco si sa, perché se si sapesse qualcosa, male farebbe il Governo a non informare di ciò proprio tutti. È giusto però soffermarci sul terreno che ci vede protagonisti, quello delle scelte, per riportare sui giusti binari la discussione.
Contrariamente a quanto un po' maliziosamente hanno fatto capire, generalizzando la critica, alcuni colleghi della maggioranza, non abbiamo fatto demagogia, abbiamo avuto sempre una posizione chiara, nel senso che la nostra accusa non era in difesa di qualcuno perché non siamo tifosi di nessuno, siamo tifosi soltanto di un principio...

DOMENICO GRAMAZIO. La salute!

PIERGIORGIO MASSIDDA. ...sancito dalla nostra Costituzione e cioè la libertà di cura nel nostro paese, la libertà di ciascun cittadino di poter scegliere il medico e la cura, di essere convinto e motivato e quindi scegliere ed essere sicuro di trovare nel sistema sanitario un aiuto per superare le proprie difficoltà. Tutto questo è sancito dalla nostra Costituzione, ma fino ad oggi rimangono solo parole, se non diamo ad esse attuazione. Nel corso di questo dibattito ci si è arrotolati attorno al problema del decreto, senza capire i motivi per cui lo critichiamo, per esempio perché non offre risposte sull'omogeneità della distribuzione dei farmaci e sul loro prezzo politico. Vi sembra giusto che prima certe terapie erano solo per i ricchi, per chi se le poteva permettere, mentre oggi sono solo per i fortunati, cioè di chi per un caso fortuito (visto che nel nostro paese non esiste soluzione diversa da quella


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dell'estrazione a sorte) viene sottoposto a questa sperimentazione? Chi in precedenza ha seguito questa terapia si è sottoposto a grandi oneri e continuerà a seguirla sempre con grandi oneri, e non solo in termini economici perché, appena esploso il caso, nelle farmacie non è stato più possibile reperire i farmaci. È davvero curioso - forse siamo troppo maliziosi - che ogni tanto sparisca un farmaco e in altri giorni ne sparisca un altro! Anche per i farmaci c'è una specie di lotto: oggi manca questo, domani manca quest'altro!
Come hanno già detto alcuni colleghi, siamo tutti a conoscenza del fatto che certi farmaci siano a disposizione dei malati a costi enormi; non solo, le nostre istituzioni si prendono la libertà di inventarsi le leggi. Poc'anzi una collega mi rammentava un episodio sul quale potrà essere interpellato lo stesso ministro per le pari opportunità che è intervenuto. Un'assistente parlamentare ha deciso di acquistare in Germania, pagandola 400 mila lire a fiala, la somatostatina, poiché era introvabile nelle farmacie italiane, per farla somministrare alla sorella handicappata mentale (25 anni di età e 3 anni mentali) e quindi incapace di apporre la propria firma per autorizzare una sperimentazione. Questi farmaci sono stati bloccati con l'obiezione che la prescrizione non era di un oncologo ma di un endocrinologo.
Questo è solo uno dei mille episodi che si verificano ogni giorno e che richiedono risposte. Ecco il motivo di alcuni nostri emendamenti. Onorevole Buffo, è vero, abbiamo presentato molti emendamenti, alcuni dei quali correggono dei veri e propri orrori ortografici contenuti nel testo del decreto e che inducono la dignità del Parlamento a correggere un provvedimento scritto con molta fretta; altri, però, sono carichi di sostanza. Abbiamo già dichiarato in Commissione che siamo disponibili a ritirarli quasi tutti, cercando di finalizzare il nostro intervento sui problemi reali e inconfutabili, che non potete criticare. Ne basti uno: oggi stiamo curando dei pazienti per verificare la validità della cura. Può accadere che alla fine alcuni rispondano in maniera positiva e altri no e, per un gioco di percentuali, la cura potrebbe essere bocciata o non considerata il quarto metodo a disposizione per la cura dei tumori. Questi pazienti, che hanno scelto coscientemente di seguire quella terapia e che magari hanno ottenuto notevoli risultati, come potranno proseguirla? La relativa spesa verrà addossata sulle loro spalle o no? Ricordo che su tale materia abbiamo presentato un emendamento «intelligente» - scusatemi la presunzione - che prevedeva di venire incontro almeno a quei pazienti che si erano resi disponibili anche ad aiutare la scienza a portare avanti questa terapia, pur essendo coscienti dei limiti e forse della inaffidabilità di tali farmaci; tali pazienti dovrebbero invece essere abbandonati e ripagarsi i farmaci magari a 1.200.000 lire al giorno, come avveniva fino a qualche giorno fa!
Ancora: come vogliamo risolvere l'episodio degli handicappati?
Ho apprezzato il fatto che molti colleghi, che erano abituati a parlare a braccio per esporre le proprie idee, questa volta abbiano preferito scriversi l'intervento e leggerlo; probabilmente, lo hanno fatto perché altrimenti gli sarebbe risultato difficile non «scantonare», essendo ben consci del fatto che troppo spesso si sono trovati a difendere posizioni indifendibili e ad «arrotolarsi» attorno a questa difficoltà! Vorrei ricordare ai colleghi che alcune mozioni e risoluzioni, che andavano nella direzione diametralmente opposta di altre, sono state da loro ispirate e controfirmate; non solo, ma alcune interrogazioni presentate molti mesi or sono - come le mie - e che sono rimaste inascoltate, sono state firmate e presentate da rappresentanti della maggioranza, i quali sono stati oggi costretti a ritirare i loro emendamenti al provvedimento. Poiché si trattava di emendamenti dai contenuti molto intelligenti, validi e costruttivi, sono stati fatti propri dai rappresentanti del nostro gruppo, per ripresentarli domani in aula. Vorrò vedere quale sarà la coerenza di alcuni colleghi.

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L'onorevole Buffo si è espressa contro l'impermeabilità del testo del decreto-legge al nostro esame, ricordando che su di esso si è svolto un dibattito al Senato. Onorevole Buffo, il dibattito da lei richiamato meriterebbe probabilmente una rilettura da parte sua, perché su ottantadue emendamenti proposti dai rappresentanti della minoranza (per rispetto dei nostri colleghi del Senato, vorrei sottolineare come tutti abbiano pari dignità e pari capacità: non credo quindi che fossero tutti emendamenti ostruzionistici o idioti) ne sono stati accolti due di carattere marginale. Non solo, ma lo stesso Governo, conscio del fatto che aveva predisposto degli articoli che andavano contro il rispetto della privacy dell'individuo e per correggere degli errori contenuti nel decreto tuttora in vigore, ha ripresentato delle proprie proposte - poi accolte dal relatore al Senato - che di fatto «scimmiottavano» in peggio quella che era la proposta della minoranza.
Nel ricordare le numerose interrogazioni presentate nel passato sull'argomento, devo dire che si è registrato un errore con il ritardo nella sperimentazione e che si è avuto un irrigidimento del quale non attribuisco la colpa al ministro; ciò nonostante, critico l'operato del ministro - che ha il mio rispetto - quando ravviso degli errori nel suo operato. Certo, signor ministro, risponde lei dei suoi errori, perché comunque è la responsabile del dicastero della sanità; ma in ogni caso credo che alcune scelte siano state imposte dai tecnici del Ministero. Ricordo al ministro che il giorno successivo alla emanazione del decreto, il gruppo di forza Italia presentò un emendamento con il quale si evidenziava la sua posizione in materia: noi ravvisammo nel decreto un attacco subdolo alla metodica Di Bella! Perché? Perché (ed ho per la prima volta l'occasione di chiarire questo aspetto) nei preparati magistrali dei farmacisti era impedita l'utilizzazione di principi attivi di farmaci che non facessero parte della farmacopea europea. A questo proposito vorrei sapere se il ministero si è fatto carico di informare tutti i farmacisti, consegnandogli 17 «volumoni» di tutta la farmacopea europea, per poter decidere sul momento se compiono atti dovuti o meno circa quell'utilizzazione. Però, guarda caso, nella farmacopea europea non rientrava la melatonina.
Allora, con un modo - consentitemelo - sicuramente non molto trasparente ci si viene a dire che la melatonina, l'ormone degli ormoni, l'ormone della notte, l'ormone della bellezza, o come lo volete chiamare (in questi anni se n'è parlato tanto), è un alimento. Certo il dibattito al riguardo è aperto. Per chi non lo sapesse, infatti, la melatonina non si produce solo nella ghiandola pineale, ma la ritroviamo prodotta anche nell'epitelio gastrointestinale, nella retina, eccetera. Ma quello che svolge la melatonina nel torrente ematico proviene dalla ghiandola pineale e la differenza è legata alla luce, alla stimolazione. Le funzioni interne si adattano al ciclo della notte e del giorno grazie a questo ormone (non potrebbe che essere tale ciò che colpisce i nostri organi).
E allora giochiamo sulla parola, diciamo che non è un ormone, ma un alimento! Lei ha ragione, signor ministro, ma sarà capace di rifondere i danni a quella ditta che aveva chiesto legittimamente di utilizzarlo come integratore dietetico e invece gli è stato risposto perentoriamente - prima e durante il suo mandato - di ritirare entro 48 ore il prodotto in quanto la melatonina era assimilabile ad un farmaco? Cerchiamo di capirci: c'è o non c'è chiarezza? Se non era un farmaco, vorrei capire perché nel decreto non viene prevista l'utilizzazione oltre che dei farmaci anche di integratori alimentari, o alimenti, come definite la melatonina. Altrimenti, se fornite gratuitamente la melatonina, probabilmente c'è qualche errore nell'impostazione. Viceversa, se è un farmaco - e quindi il decreto è completo - di fatto voi state impedendo che possa essere utilizzata la melatonina dalle farmacie.
Questo è uno dei tanti problemi che abbiamo notato a fronte di questo decreto. Ci sono tanti tentativi subdoli di colpire questa metodica. Per esempio, tutti

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i colleghi hanno esaltato il consenso informato, perentorio. Dovremmo cioè dire ai nostri pazienti - mi sento medico anche in questo momento - che su questo farmaco non c'è alcuna sperimentazione, lo utilizziamo (non mi ricordo il termine che è stato usato ufficialmente), quindi si appone la firma, dopodiché verrà utilizzato. Ma questo metodo fa parte del codice deontologico della nostra professione, lo dobbiamo fare sempre, fa parte della nostra responsabilità, della nostra moralità! Ogni qualvolta io prescrivo un farmaco, anche il più sciocco, informo il paziente degli effetti collaterali ed è per questa ragione che ci siamo battuti, come partito, contro la vendita dei farmaci da banco nei supermercati. Ci deve essere un filtro, ci deve essere un'informazione e il cittadino deve essere informato. Ecco allora l'anomalia: chiedete la vendita dei farmaci da banco nei supermercati e contemporaneamente siete perentori non appena si tratta del metodo Di Bella!
Voglio ricordare che la chemioterapia - che ha tutto il mio apprezzamento perché credo che sia una metodica che non può essere criticata e abbandonata in questa maniera e deve essere vista nella giusta misura - è stata abbandonata anche da cittadini che si sono sottoposti a terapie alternative, per esempio di tipo omeopatico. A voi risulta che all'omeopata sia stato imposto di fornire i farmaci dopo il consenso informato e perentorio, altrimenti quel medico sarebbe stato denunciato, minacciato dall'ordine dei medici od altro? No. Questo è un criterio violento che si è applicato solo per il decreto in esame. Invece, se così deve essere, deve esserlo in assoluto e noi non come politici, ma come medici, ci opponiamo, perché è oltraggioso verso la professionalità, la serietà e quel giuramento di Esculapio che abbiamo prestato tutti, per l'amore che abbiamo verso il paziente, per quel patto che creiamo tra noi e il paziente stesso, che nasce solo se c'è la libertà da parte del cittadino. Non nasce quando voi imponete al paziente di essere visitato da quel medico o di andare in quel certo reparto. Il patto si crea quando c'è fiducia. Ecco perché stiamo difendendo la libertà.
Il cittadino deve avere la libertà di andare a curarsi da chi vuole, come gli pare e, dopo che è stato informato, scegliendo la terapia più adatta, ma la cura non deve essergli imposta. Troppo spesso certe terapie - ve lo dice qualcuno che conosce bene il problema -, specialmente nel caso dei chemioterapici, sono stati quasi imposte come accanimento. Non voglio esagerare, ma è un esempio che faccio. Questo è accaduto e tutti lo hanno ricordato.
In sintesi, vogliamo cercare di riportare il discorso su basi costruttive. Riteniamo che fosse doveroso emanare il decreto perché si tratta di un momento straordinario. Abbiamo criticato il fatto che non ci siano stati i tempi giusti e, soprattutto, che si sia arrivati a questo decreto dopo confronti e bisticci, tanto che il primo momento di avvicinamento si è avuto dopo che una televisione privata aveva compiuto una scelta doverosa, che avrebbe dovuto essere invece adottata da un altro tipo di sistema, ossia quella di mettere a confronto il ministro e l'ideatore della metodica di cui ci occupiamo al fine di farli dialogare. Questo non per mettere d'accordo loro, ma per il servizio che ne conseguiva al cittadino, per cercare di eliminare la confusione. Confusione, peraltro, se ne è fatta anche dopo. Il ministro, giustamente, è andata a dialogare per evitare che vi fossero degli screzi. Ci arrivavano poi delle notizie secondo le quali c'era stato un accordo e si era arrivati ad una scelta comune mentre poi, il giorno dopo, ci siamo sentiti dire il contrario.
Quindi, la confusione esiste ed ecco perché domani dobbiamo chiarirci le idee, informare i cittadini e confrontarci. Ecco ancora perché il decreto non può essere blindato. Oggi è il 30 marzo ed esso decadrà il 18 aprile. Quindi, il problema che se modifichiamo il provvedimento alla Camera esso non potrà essere approvato in tempo al Senato è un alibi. Il nostro gruppo si impegna ad accelerare i tempi

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sia alla Camera sia al Senato perché di questo decreto abbiamo bisogno tutti, ma non vi diamo degli alibi. Non vogliamo continuare a permettervi di utilizzare anche il nostro rispetto della democrazia ed il confronto per usarci. Infatti, è ignobile arrivare ad un dibattito in cui la maggioranza viene costretta a ritirare degli emendamenti e, quindi, abbandonare delle posizioni che ha difeso, imponendole di dire esattamente il contrario di quanto affermato fino a quel momento. Questo lo si può fare mostrando i muscoli all'interno della maggioranza, ma l'opposizione si rifiuta di stare a questo gioco e deve enfatizzare questa posizione; non lo faremo se ci sarà un dialogo, se ci si vorrà venire incontro.
Noi vogliamo soffermarci su dei problemi e diciamo subito qual è il nostro: vediamo degli aspetti sanzionatori poco chiari. Desidero capire se un farmacista che facesse pagare, sbagliandosi, una terapia mille lire di più del dovuto debba essere colpito da quella sanzione che prevede il pagamento di una multa da 20 a 50 milioni di lire e punito con la reclusione da 3 a 7 anni. La norma è poco chiara. Leggete attentamente il decreto. Purtroppo, chi l'ha predisposto lo conosce così a memoria che non riesce ad afferrare la questione.
Vengo all'utilizzazione della CUF. Ebbene, abbiamo cercato di mettere i nostro tecnici nella condizione di esprimersi e poi continuiamo ad attribuire quel ruolo alla CUF che, permettetemi di dirlo, mi è sembrata fare ultimamente ragionamenti prettamente ragionieristici. Quando trenta farmaci di grande importanza passano dalla fascia C alla fascia A, permetteteci di diffidare della valutazione esclusiva della CUF! Lasciamo ai nostri tecnici le questioni scientifiche, quei tecnici ai quali avete dato l'incarico anche di scegliere i protocolli. Avete fatto bene ad elevare a venti miliardi la dotazione del fondo: essendo un consigliere comunale uscente so benissimo cosa vuol dire per gli assessorati ed i servizi sociali poter avere quella disponibilità, che, pur essendo irrisoria per le reali necessità, rappresenta tuttavia una dimostrazione nei confronti dei cittadini che si capiscono le loro istanze. La storia è piena, mi creda signor ministro, di metodi obiettivi, come chiedeva lei, e di metodi documentali, come previsto nel testo: Galileo, Jenner, ne sono successe di tutti i colori nella nostra storia!
Mettiamoci sempre in dubbio, come ci insegna, se non altro, anche la nostra religione: non si può essere dogmatici nella politica non volendo meditare su errori macroscopici. Sappiamo altresì che questo fantomatico ricorso all'Istituto farmaceutico italiano non è sufficiente: voglio sapere come arriveranno in tempo da tale Istituto i farmaci nei paesetti della mia Sardegna, dove lo Stato non è presente, e molte volte non è capace neanche di portare la luce elettrica. Sono questi i problemi! Viviamo in una nazione nella quale emergono dati raccapriccianti: in Commissione ci è stato detto che in tempi brevi probabilmente un italiano su due potrebbe essere interessato da queste patologie ed è una valutazione che fa spavento. Siamo in una nazione dove, se si aspirano delle pagliuzze di amianto, si corre il rischio di essere colpiti da tumori irreversibili e ancora adesso, nonostante la legge n. 626, tutti coloro che a parole affermano di occuparsi della tutela del lavoro dei cittadini non prendono in considerazione il fatto che siamo tutti esposti a queste malattie.
Anche se siamo molto passionali nell'esprimerci ed a volte trascendiamo - credo che ciò accada sia per i deputati della maggioranza come per quelli dell'opposizione - credo tuttavia che nessuno si possa concedere il lusso, nemmeno io per primo, di fare ramanzine o di insegnare agli altri cosa devono fare: ognuno ha la propria etica e la propria moralità. Personalmente ho il coraggio, quando la mattina mi faccio la barba, di guardarmi fisso negli occhi: pertanto anticipo, a nome del mio gruppo, che faremo una battaglia per migliorare il testo di questo decreto, proprio per il ruolo e l'importanza che esso ha per il presente ed il futuro della gente che soffre.

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Il vero giudice sarà la nostra coscienza: lascio alla vostra coscienza la responsabilità delle scelte - ed io avrò rispetto delle vostre scelte - ma permetteteci di combattere con i metodi democratici che abbiamo per difendere ciò in cui crediamo (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Capua. Ne ha facoltà.

FABIO DI CAPUA. Al pari di altri colleghi avevo preparato per iscritto il mio intervento per l'economia dei lavori ed anche per una certa completezza di esposizione; tuttavia l'appello dell'onorevole Massidda mi induce a rinunciare alla lettura del mio intervento e ad esprimere più direttamente alcune mie riflessioni su una vicenda che ha aspetti grotteschi ed inquietanti. Certamente pochi potevano immaginare che una vicenda medica, sanitaria e scientifica così complessa, vertente sul terreno delle malattie neoplastiche, potesse assumere connotazioni di questo tipo, in un paese che io considero civile ed all'avanguardia dal punto di vista della ricerca e della cultura medica.

Probabilmente molti colleghi non conoscono il livello di attenzione e di rispetto che nel consesso internazionale scientifico vi è nei confronti delle nostre scuole mediche, chirurgiche ed oncologiche per i risultati acquisiti nel campo della ricerca e per quelli ottenuti con l'utilizzazione di metodiche chirurgiche all'avanguardia che hanno inciso significativamente sugli esiti complessivi nella battaglia non sempre vinta contro il cancro.
Né pensavo che in un paese civile come il nostro, dove c'è un forte radicamento di assistenza solidaristica, sanitaria, potessero prodursi crociate ispirate al vilipendio nei confronti di quanti ogni giorno dedicano la propria vita alla cura dei pazienti affetti da questa patologia in tanti reparti di chirurgia e di oncologia del nostro servizio sanitario pubblico. Sono tantissimi quelli che nel silenzio, senza televisioni, senza giornali e senza cortei, passano la propria giornata, dalla mattina alla sera, notte compresa, dedicandosi all'assistenza di questi malati.
Il nostro paese, alcune nostre istituzioni e molte forze politiche hanno recato offesa alla moltitudine di persone che ha compiuto una scelta di vita professionale, dedicandosi all'assistenza e alla cura dei malati.
Ciò non è giusto, non è edificante e non produce effetti positivi. Accentua invece lo stato di disagio che indubbiamente vi è in tanta parte della popolazione ed incrina ulteriormente un rapporto complesso tra i cittadini e la sanità pubblica in genere. Dipinge come criminali persone che onestamente fanno il proprio lavoro, certo senza negare che vi sono situazioni deplorevoli di inefficienza, di malcostume ed anche di speculazione attorno a queste e ad altre patologie.
La situazione, che è oggettivamente invivibile, meritava una soluzione rapida ed autorevole, come si addice ad un paese civile. Essa era divenuta ormai insostenibile ed io l'ho definita inquietante, anche perché nutrivo elementi di viva preoccupazione che sono aumentati a seguito di un attento ascolto di quanto il professor Di Bella ha dichiarato nell'audizione parlamentare. Doveva essere una grande occasione di chiarimento e di arricchimento per molti di noi, poveri, normali medici di provincia di fronte a ricercatori illustri. Poteva essere il momento in cui avremmo finalmente capito su cosa poggiasse un impianto di terapia presentata in termini tanto lusinghieri.
Vi prego di credermi: nonostante tutti gli sforzi di obiettività e di ascolto fatti, al termine dell'audizione ero vivamente preoccupato, perché da un'ipotesi di prospettiva applicativa del multimetodo ad una fascia particolare di pazienti provenienti da un'esperienza con terapie largamente utilizzate in tutto il mondo sulla base di riscontri scientifici oggettivi ho cominciato a percepire segnali sul passaggio ad una possibile applicazione del metodo nelle più svariate situazioni cliniche in campo neoplastico. Dopo qualche giorno si è parlato di una validità della terapia anche in patologie come l'Alzheimer o


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la sclerosi a placche, con uno sconfinamento scientificamente ingiustificato della possibile applicazione del metodo.
Ho sentito paragonare questo metodo, come un'alternativa anche nel trattamento di patologie iniziali, a tecniche chirurgiche consolidate nella pratica quotidiana in tutto il mondo, cioè a metodiche che rendono quelle patologie assolutamente curabili.
Ho cominciato a percepire alcuni segnali un po' inquietanti: questa terapia non viene indicata oggettivamente e razionalmente nella sua collocazione più naturale, cioè come possibile alternativa (a sperimentazione ultimata) alla chemioterapia in forza di minori effetti collaterali e di un miglioramento complessivo della qualità della vita (elementi non trascurabili, che pure hanno una precisa collocazione nella storia clinica di questi pazienti). Nulla a che vedere con le terapie di prima scelta, che sono ormai consolidate, garantiscono altissime percentuali di sopravvivenza entro i cinque anni e non possono assolutamente essere messe in discussione, perché eccepire nei loro confronti produce effetti devastanti e può determinare in molti pazienti un orientamento clinico assolutamente anomalo.

DOMENICO GRAMAZIO. Guarda che il primo ad averlo detto è Di Bella, che lo ha ripetuto! Altrimenti dici fesserie!

FABIO DI CAPUA. Queste cose non sono emerse nell'audizione. Comunque io ho ascoltato il tuo intervento, Gramazio: permettimi di portare a conclusione anche il mio.

PRESIDENTE. Onorevole Gramazio, la prego.

FABIO DI CAPUA. Quelle che sto riportando sono le riflessioni emerse durante un'audizione ufficiale, nella quale non è stata data una risposta valida alle decine di quesiti scientificamente validi posti dai commissari.

GIOVANNI FILOCAMO. Parla di politica, non di medicina!

FABIO DI CAPUA. A questo ha fatto seguito l'avvio di un'esperienza giornalistica: una rubrica su un settimanale nazionale nella quale si ritiene di poter dare risposte a tutti i quesiti. Abbiamo scoperto un farmaco miracoloso, applicabile in tutti gli stadi per tutte le malattie neoplastiche!

DOMENICO GRAMAZIO. Non è vero, non l'ha detto mai nessuno!

FABIO DI CAPUA. È un dato che emerge dalle iniziative editoriali, delle quali tu, Gramazio, dovresti essere a conoscenza.

DOMENICO GRAMAZIO. Non è vero!

FABIO DI CAPUA. Iniziative che gettano ulteriori elementi di dubbio, perché finiscono per invalidare il ragionamento fisiologico e farmacologico che è alla base della terapia: può trovare consensi o meno, ma aveva una sua validità in termini di azione recettoriale sui fattori di crescita cellulare.

GIOVANNI FILOCAMO. Sta facendo il comizio di medicina!

FABIO DI CAPUA. Nel corso dell'audizione sono emerse perplessità sull'associazione dei vari componenti del multitrattamento, sulla capacità dei farmacisti di realizzarlo: perplessità che rendevano nebulosa ed incerta la possibilità di ottenere cocktail efficaci.

GIOVANNI FILOCAMO. Se avessimo saputo che avevamo te, non ci sarebbe stato bisogno del decreto!

FABIO DI CAPUA. Tutta una serie di elementi hanno aumentato le perplessità e le incertezze: mi riferisco anche a molti parlamentari che non appartengono al


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nostro schieramento politico, dei quali ho visto le facce allibite nell'ascoltare certe affermazioni.
Comunque, spero che una sperimentazione rigorosa e rigida condotta da ricercatori (anch'io, Gramazio, ritengo che essi farebbero bene a non parlare) dia una risposta. È probabile che non basti una sola sperimentazione e che si renda necessario un approfondimento.
Tutta la vicenda è sembrata trarre origine da nuovi inni alla libertà di cura, che sono echeggiati anche in quest'aula. Dobbiamo metterci d'accordo su questa espressione. Voglio ricordare che nel paese considerato il più libero del mondo, gli Stati Uniti d'America, l'introduzione dei farmaci è condizionata da un rigore scientifico che non esiste in nessun'altra parte del mondo. Questo concetto della libertà di cura, a cui si è fatto appello, Di Bella avrebbe potuto quindi scordarselo, negli Stati Uniti.

DOMENICO GRAMAZIO. Non lo avrebbero fatto scappare, negli Stati Uniti: questa è la verità, lo sai bene!

PRESIDENTE. Onorevole Gramazio, per cortesia!

FABIO DI CAPUA. Noi viviamo in un paese libero, da cui si esce e nel quale si rientra, come i fatti recenti stanno a dimostrare.

DOMENICO GRAMAZIO. Approvate il decreto e poi ve ne accorgerete!

GIOVANNI FILOCAMO. Tu confondi la libertà con i farmaci!

FABIO DI CAPUA. Non abbiamo fatto scappare nessuno, ognuno di noi è libero di partire e di rientrare!

PRESIDENTE. Onorevole Di Capua, si rivolga al Presidente, la prego.

FABIO DI CAPUA. Ha ragione, Presidente, ma...

PRESIDENTE. Non incoraggiamo questo tipo di dibattito, la prego.

GIUSEPPE FIORONI. Riprendere Di Capua, che ha la parola ed è stato interrotto, è veramente il massimo!

PRESIDENTE. Onorevole Fioroni, ho appena pregato l'onorevole Gramazio di tacere ed ho chiesto all'onorevole Di Capua di non incoraggiare il dibattito a due.

DOMENICO GRAMAZIO. Ma Fioroni è il nostro avvocato, il nostro Perry Mason!

FABIO DI CAPUA. Peraltro, mi sembra uno scambio di valutazioni molto sereno e piuttosto tranquillo.
Volevo dire che la libertà di cura è sicuramente un diritto garantito e da garantire, ma nell'ambito di un quadro normativo. I colleghi non potranno non condividere il fatto che le istituzioni, e primo fra tutti il ministro della sanità, non hanno il diritto, ma il dovere di tutelare i cittadini (e per cittadini intendo i pazienti, i medici, gli operatori ed anche i contribuenti), inserendo nei prontuari e nei protocolli terapeutici, soggetti a rimborso e a copertura finanziaria, farmaci di provata efficacia. Vogliamo mettere in discussione questo principio? Con il concetto di libertà di cura si vuole infrangere un principio così rigoroso, al quale si ispira la medicina pubblica di tutti i paesi civili? Ebbene, il decreto mira ad avviare un momento di verifica approfondita e seria su un'ipotesi di trattamento, sul quale è lecito tacere, da parte dei ricercatori chiamati ad eseguire la sperimentazione...

DOMENICO GRAMAZIO. Bravo!

FABIO DI CAPUA. ...fermo restando che la sperimentazione è qualcosa che può anche prescindere da valutazioni personali: l'applicazione concreta delle procedure esclude un'influenza caratteriale di simpatia del ricercatore; è giusto, però, che allora tacciano anche gli altri. Se


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tacere si deve, lo si deve da parte di tutti e non mi pare che ancora in queste ore si taccia su questo problema.
Nelle settimane scorse abbiamo assistito - perdonatemi - ad un attacco diretto e frontale a tutto il sistema pubblico, agli operatori, agli industriali del farmaco, all'ordine dei medici, alla commissione unica del farmaco - non se ne è salvato uno -, a tutto il mondo accademico e scientifico che sembra avere da anni come unica preoccupazione quella di impedire il successo professionale e la carriera accademica del professor Di Bella.

DOMENICO GRAMAZIO. Qualcuno lo ha fatto, e Di Bella ha fatto i nomi!

GIOVANNI FILOCAMO. Carriera accademica! Ma quale carriera deve fare?

FABIO DI CAPUA. Non nego che vicende di questo genere accadano quotidianamente nelle nostre università. Rivalità, conflitti, competizioni: chi di voi vive negli ambienti universitari sa che questa è pratica quotidiana. Ma pensiamo che tutto il sistema, l'impianto di ricerca scientifica del nostro paese abbia avuto come grande, unico, esclusivo obiettivo quello di tagliare le gambe al professor Di Bella, di impedire che egli potesse realizzare gli obiettivi che si prefiggeva con i suoi studi, con le sue ricerche?

DOMENICO GRAMAZIO. Lo stanno facendo adesso!

FABIO DI CAPUA. Questo non esiste! Lo avrebbero fatto l'Italia e l'intero mondo accademico internazionale? Mi sembra oggettivamente un po' troppo!
Il nostro è un paese libero, dove è bello che ci siano idee e che si producano intuizioni, ma non ci si può sottrarre a momenti di verifica rigorosa e seria, né in nome di questa facciamo scappare qualcuno: ognuno è libero di andare dove vuole.
Non ho notizie sul rigore scientifico dell'Argentina o del Brasile, francamente non ne so nulla, però so che l'Italia è inserita in un contesto internazionale in cui il rigore è fondamentale, quindi ritengo che certe situazioni che si sono verificate in America latina non le avremmo viste nell'America del nord.
In ogni caso, noi abbiamo a disposizione uno strumento che definisce le tappe di una sperimentazione, quella sperimentazione che è stata resa possibile dalla contingenza dei fatti. Molti di voi sanno che le sperimentazioni sono più lunghe, più rigorose, più elaborate, ma in questo contesto non c'è la possibilità di addivenire ad altri passaggi.
Emendabilità o non emendabilità: molti colleghi sanno che tutto si può cambiare e correggere, ma non mi pare che nel pacchetto delle proposte emendative vi sia una volontà sostanziale di modificare l'impianto del decreto. Sono accorgimenti, e credo che non sia condivisibile la posizione di ritenerli modificativi nella sostanza. Il consenso o altre proposte sono probabilmente il frutto della preoccupazione di voler determinare una pressione psicologica su chi dovrà gestire il tutto. Ma noi la sperimentazione la teniamo fuori da questi condizionamenti ed il problema di modificare o perfezionare il decreto è certamente legato anche a problemi di ordine cronologico, considerata l'esigenza di avere immediatamente uno strumento di questo tipo.
Appellarsi all'accoglimento di emendamenti per giustificare poi il proprio atteggiamento sul complesso del provvedimento non mi sembra, quindi, una posizione di estrema forza. Quello che è invece auspicabile è che il Parlamento, in quanto istituzione, senta il dovere di garantire e tutelare pienamente tutti i cittadini: esso, quindi, dopo questi mesi di vicende così contorte e difficili, farebbe bene a dare un grande segnale di unità al paese. Dovrebbe pertanto esservi un Parlamento capace di licenziare rapidamente un testo che recuperi il rapporto tra cittadini e sanità, che ridia certezze, che rappresenti una strategia, un filo logico nella gestione di problematiche complesse,


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sulle quali si intersecano speranze, attese e molti altri aspetti, anche emotivamente condizionati, per gli italiani.
Su questi problemi, l'istituzione ha quasi un dovere civico di dare un segnale di compattezza e di responsabilità unitaria. Quindi, nella libertà di iniziativa e di strategia che tutte le forze politiche hanno, questo sarebbe comunque un segnale auspicabile e positivo per il nostro paese: occorre dare il via ad un momento di verifica seria, facendo silenzio sulla questione e recuperando invece la serietà e l'oggettività di valutazione che ci servono affinché tutte le procedure in campo sanitario nel nostro paese possano essere lette e riconosciute come serie ed affidabili nel contesto internazionale, anche per difendere una posizione che il nostro paese ha conquistato nel contesto internazionale, grazie alla ricerca, alla fatica, all'impegno di tantissima gente. Che non sia questa vicenda, dunque, un elemento che incrini il nostro rapporto con gli altri paesi e la nostra credibilità all'estero: in questo momento, ognuno di noi deve assumersi la piena responsabilità di tutelare i cittadini e l'immagine del nostro paese in termini di capacità di ricerca e di erogazione di assistenza qualificata ed al passo con i tempi.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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