Seduta n. 336 del 31/3/1998

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Svolgimento di interpellanze e di interrogazioni (ore 10,02).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze e interrogazioni.

(Situazione occupazionale a Reggio Calabria)

PRESIDENTE. Cominciamo con le interpellanze Aloi nn. 2-00421 e 2-00676 e Valensise n. 2-00756 e con l'interrogazione Tassone n. 3-00893 (vedi l'allegato A - Interpellanze ed interrogazioni sezione 1).
Queste interpellanze e questa interrogazione, che vertono sullo stesso argomento, saranno svolte congiuntamente.
L'onorevole Aloi ha facoltà di illustrare le sue interpellanze nn. 2-00421 e 2-00676.

FORTUNATO ALOI. Signor Presidente, signor sottosegretario, mi accingo ad illustrare due interpellanze, presentate da me e dai colleghi Valensise, Napoli e Fino, aventi ad oggetto la drammatica situazione occupazionale della città di Reggio Calabria.
Come l'onorevole sottosegretario avrà avuto modo di constatare, la prima interpellanza risale al 26 febbraio 1997 e la seconda al 25 settembre dello stesso anno. Repetita iuvant, si sarebbe potuto dire: due interpellanze, presentate a distanza di pochi mesi, avrebbero dovuto portare il Governo ad affrontare, con una risposta, la questione in termini più urgenti. Purtroppo l'urgenza, come la necessità, una volta appartenenti alla logica del decreto-legge, ora sono state dimenticate anche per quanto riguarda la drammatica situazione socio-economica di una città che si trova all'estrema punta dello stivale italiano.
Oggi parliamo di Reggio, una città che per tanto tempo, signor rappresentante del Governo, è stata al centro dell'attenzione della pubblica opinione, per situazioni dovute a fatti che hanno interessato anche il Parlamento. Il problema dell'occupazione, però, resta il dato centrale, essenziale, drammatico - sottolineo quest'ultimo


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termine - in una città che in questi anni avrebbe dovuto trovare un momento importante di attenzione da parte dei Governi che si sono succeduti: invece, al di là delle promesse, al di là delle iniziative demagogiche, non ha visto risolvere il suo problema essenziale, quello, ripeto ancora, dell'occupazione.
Signor sottosegretario, più di una volta lei ha risposto ad interpellanze ed interrogazioni da me presentate insieme all'onorevole Valensise. Come lei sa, i problemi di Reggio Calabria esplosero già negli anni settanta - noi ci richiamiamo spesso a quelle vicende -, quando la città insorse: certo, perché erano in gioco una questione morale e problemi attinenti al modo di rapportarsi del Governo con la città, ma soprattutto perché vi era un malessere sociale determinato da una carenza occupazionale drammatica. Basti pensare, signor sottosegretario, che all'inizio degli anni sessanta venne a Reggio Calabria l'onorevole Fanfani, allora rappresentante del Governo, a preannunciare la creazione di uno stabilimento industriale che avrebbe dovuto rappresentare una svolta per la città (mi riferisco all'Omeca di Reggio Calabria): ebbene, si prefigurava una prospettiva occupazionale di 2 mila posti di lavoro, ma nella realtà delle cose all'Omeca di Reggio Calabria ve ne sono appena alcune centinaia! La ragione è che (ecco la logica della politica meridionalistica che non accettiamo), nello stesso momento in cui si guardava a Reggio e alla Calabria, un altro uomo di Governo contemporaneamente andava a collocare in un'altra realtà del sud, in Lucania (in effetti la guerra tra poveri è drammatica, di questo siamo convinti), una realtà produttiva che in certo senso era concorrenziale rispetto alle possibili «commesse» che dovevano arrivare allo stabilimento Omeca di Reggio Calabria.
Quindi, si è trattato un modo di fare politica meridionalistica che, risalendo agli anni sessanta e scendendo per «li rami» cronologici - mi si passi il termine -, ha portato alla situazione di oggi: una città dove qualche atteggiamento demagogico di rappresentanti della realtà comunale annuncia tempi storici, svolte «positive», con frequenti mobilitazioni anche di rappresentanti del Governo, magari per fare una serie di passerelle, mentre la realtà drammatica è che a Reggio Calabria l'Omeca avrebbe dovuto assumere, almeno negli anni del boom, 2 mila lavoratori, mentre si rivelarono 600-700 unità e adesso sono solo qualche centinaio.
Per non parlare, signor sottosegretario, del fallimento del «pacchetto Colombo», perché allora, negli anni settanta, successe che, mentre la città insorgeva, si tentò un'operazione diversiva prevedendo per la Calabria un «pacchetto» che fu fallimentare. Pensi che tutto quello che era il contenuto di questo fantomatico «pacchetto» si è rivelato un fallimento: lei sa che a Saline Ioniche, a un tiro di schioppo da Reggio Calabria, è stato installato uno stabilimento, la Liquilchimica biosintesi, che avrebbe dovuto produrre le bioproteine, che sono state considerate allora cancerogene (il Ministero della sanità non dette mai parere favorevole all'autorizzazione), per cui uno stabilimento è rimasto in piedi per due anni senza aprire mai i battenti, con quasi 200 unità lavorative in cassa integrazione per quasi vent'anni. Questa è la politica meridionalistica!
Per non parlare di Gioia Tauro e del quinto centro siderurgico: meno male che allora la demagogia non è riuscita a fare breccia, perché siamo arrivati oggi al punto che si sta smobilitando anche il centro di Bagnoli; oggi avremmo avuto una realtà più drammatica se il quinto centro siderurgico fosse stato realizzato (allora si prefiguravano 7.500 posti di lavoro). E fortunatamente saltò anche la centrale a carbone: insieme con l'onorevole Valensise ci battemmo - anche in questo caso - perché a Gioia Tauro non si desse vita alla centrale a carbone. Il porto di Gioia Tauro, checché ne dicano gli amici della sinistra, è un «provvidenziale errore», perché doveva servire per il quinto centro siderurgico che non c'è mai stato. Abbiamo inoltre impedito che diventasse il terminale carbonifero della centrale a carbone che siamo riusciti a

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non far costruire, visto che era in atto tutta una strategia, volta a penalizzare la Calabria.
Oggi il Presidente Scalfaro parla di cattedrali nel deserto: ma, signor Presidente della Repubblica, queste cose le abbiamo dette nel 1970! A distanza di 28 anni andiamo a parlare di cattedrali nel deserto del sud? Si arriva un po' in ritardo, con tutto il rispetto per il massimo vertice dello Stato, ricordando adesso delle cattedrali nel deserto per «scudisciare» gli industriali del nord che venendo nel sud fanno opera di drenaggio e di colonizzazione. I problemi di una politica meridionalistica sbagliata li abbiamo subiti fin da allora nel sud. Così come - secondo noi - è sbagliato quanto viene prospettato oggi per Reggio e che è evidenziato nelle due nostre interpellanze, a meno che il Governo non ci porti notizie diverse.
Nella cintura attorno a Reggio Calabria, in particolare nella frazione di San Gregorio, sono state costruite, anni or sono, delle industrie ed adesso il polo tessile di quella zona si trova in una determinata, difficile situazione, come - ricordiamolo - è avvenuto per il polo di Castrovillari, che ha avuto la stessa storia. Bene, abbiamo visto come la GEPI - che anche qui l'ha fatta da padrona - ad un certo punto si sia trovata nella situazione per cui le industrie che sorgevano nell'area di San Gregorio (mi riferisco alla Temesa, alla Tepla, alla Teca e alla Morgana) avevano cominciato a sperare di poter salvare alcune decine di posti di lavoro. Ma poi alla fine si è determinata una situazione per cui la GEPI non è riuscita a trovare un'azienda affidabile, cui demandare il compito del salvataggio.
Si è messo in moto un contenzioso di ordine giudiziario, con fallimenti vari, per cui in questo ginepraio di situazioni giudiziarie tanti e tanti lavoratori sono stati messi sulla strada: una matassa da dipanare che diventava sempre più problematica, sempre più assurda senza che si riuscisse mai a risolvere questa situazione. Venute meno la Teca e la Tepla, ed essendo la Temesa in grosse difficoltà, restava la Morgana, attorno alla quale si cercava di costruire qualcosa. La GEPI si affannava a trovare dei partner, cosa che in effetti è stata un po' difficile, quando addirittura non ci si è imbattuti in partner poco credibili, alle prese con situazioni fallimentari e quant'altro: una situazione, mi creda, pirandelliana, voglio usare questo termine.
Credo che veramente dovremmo soffermarci su queste vicende. Attraverso la GEPI si è cercato di demandare a questa o a quell'azienda la possibilità di trovare una via d'uscita e tra l'altro le soluzioni prospettate erano le più strane di questo mondo, perché si finiva con il perdere l'orientamento «istituzionale» di una realtà industriale che era sorta con un certo indirizzo, quello tessile. Di punto in bianco si è stravolto tutto, si sono ipotizzate le cose più strane e alla fine le aziende alle quali ci si rivolgeva per occupare queste decine di dipendenti puntualmente si rivelavano inaffidabili, perché esse si trovavano in condizioni di grandi difficoltà economiche. Non erano aziende del sud, chiariamoci su questo: quando il Presidente della Repubblica denuncia la vicenda delle «cattedrali del deserto» nel sud, dovrebbe rileggersi bene la nostra storia. Basti pensare a Gioia Tauro, dove si sono spesi miliardi e miliardi per cose che si sapevano destinate al fallimento, perché la crisi dell'acciaio era già prevista negli anni settanta, eppure si parlava assurdamente per la Calabria di V centro siderurgico.

MARIO BORGHEZIO. Vuol dire derubare!

FORTUNATO ALOI. Viene derubato il sud, certo, in questa logica. Non possiamo accettare, onorevole sottosegretario, che si porti avanti una politica meridionalistica che si muove secondo logiche che per noi sono le solite logiche assistenziali. Parlare oggi di posti di lavoro socialmente utili, di borse lavoro, non ha senso, perché sappiamo che sono una truffa! Vorrei sapere cosa succederà dopo 7-8 mesi dei tanti e tanti giovani a cui si daranno 800 mila


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lire al mese! Avremo una massa di disperati per le strade e sulle piazze! Eppure questo Governo, attraverso il Presidente Prodi, ogni giorno annuncia che siamo finalmente nell'euro, nella moneta unica, siamo in Europa, come se non ci fossimo sempre stati (mi pare che si stia scoprendo il cavallo!).
Ecco quindi alcune considerazioni che rassegniamo al Governo, in particolare sulla questione del polo tessile di San Gregorio, con riferimento specifico alla Morgana. Su tale questione, vorremmo parole chiare e impegni precisi, impegni che non siano però vanificati da risultati che non arrivano, ma che obbediscano alla logica di dare una risposta al Mezzogiorno d'Italia, che non vuole più politica assistenziale. Ricordo - io e l'onorevole Valensise fummo eletti in Parlamento nel 1972, sono quindi passati ventisei anni - che, quando si parlava della Cassa per il Mezzogiorno oppure di leggi speciali per il sud, abbiamo, nel corso di questi anni, sempre detto che eravamo contrari alla logica delle leggi speciali secondo la filosofia di Giustino Fortunato che affermava che le leggi speciali sono «generose elemosine».
Noi vogliamo proprio operare con iniziative valide in un Mezzogiorno protagonista, che sia esso stesso soggetto di storia, perché il Mezzogiorno ha energia, intelligenza, capacità e potenzialità che devono essere valorizzate.
La ringrazio, onorevole Presidente, e rimango in attesa della risposta del Governo riservandomi eventualmente di replicare.

PRESIDENTE. L'onorevole Valensise ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00756.

RAFFAELE VALENSISE. Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, il collega Aloi, primo firmatario di due interpellanze, ha espresso ciò che io sottoscrivo pienamente per aver vissuto insieme a lui questi lunghissimi anni di delusione e di interventi sbagliati nel Mezzogiorno e in particolare nella regione calabrese, e ancor più in particolare nella zona di Reggio Calabria.
Mi limiterò ad aggiungere una sola considerazione, come primo firmatario dell'interpellanza n. 2-00756 concernente lo stesso problema dell'azienda Morgana. Si tratta di un sospetto che tuttavia va detto in questa sede a viso aperto: quando, venticinque anni or sono, la GEPI ritenne di fronteggiare il fenomeno dilagante e intollerabile della disoccupazione, particolarmente di quella giovanile, furono acquistati dei terreni agricoli che forse non avrebbero dovuto essere distratti dalla vocazione agricola; erano terreni dediti alla coltura del bergamotto (citrus bergamia): un agrume di provenienza orientale che si coltiva soltanto in quelle specifiche e speciali condizioni meteorologiche tipiche della zona intorno a Reggio Calabria. Si tratta di un agrume da cui si estrae l'essenza di bergamotto, elemento fondamentale per la produzione dei profumi in tutto il mondo.
Soltanto da qualche decennio in Africa, in Costa d'Avorio, il bergamotto ha potuto essere esportato e coltivato, con grave danno per la produzione storica, pluricentenaria, della provincia di Reggio Calabria. In ogni caso, quei terreni dedicati alla coltura di questa pianta, che cresce soltanto per le particolari condizioni meteorologiche e di humus, furono distrutti e al posto di quelle coltivazioni l'allora GEPI (gestione piccole industrie) ritenne di dar vita a tre esperimenti di carattere industriale per creare occupazione.
Si ebbero così le aziende della Teplamed, dell'Apsia e della Morgana. Le prime due dedicate ad altre produzioni, l'ultima alla produzione di collant per donna, un prodotto, come tutti sappiamo, di largo e diffuso consumo, che avrebbe dovuto assicurare all'azienda che se ne occupava un mercato in espansione in tutta Italia, ma, in particolare, nel Mezzogiorno. L'uso del collant è generalizzato e la domanda di questo tipo di indumento femminile ha registrato, come tutti gli indicatori confermano, una crescita esponenziale in Italia, in Europa e nel mondo. La moda aveva segnato infatti un punto di successo


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in quanto quel prodotto era confacente con le esigenze di «rapidità» della moda femminile e di praticità della donna del nostro tempo che lavora e che quindi ha bisogno di indumenti particolarmente conformi all'attività che svolge.
Il polo industriale di San Gregorio è in crisi da quando è nato, perché la GEPI non ha saputo gestire e non ha saputo, una volta eliminate le piantagioni di bergamotto, una volta costruiti gli impianti e avviata la produzione, fare una politica di promozione, di ricerca e di individuazione dei mercati e quindi di ottenimento di condizioni di sicurezza per il lavoro.
La GEPI ha fatto fallire la Apsia e la Teplamed per cattiva gestione. Si è trattato di un fallimento strano, determinato da cattiva gestione, e dico questo anche in virtù della mia modesta esperienza di avvocato che, sia nel settore penale sia in quello civile, ha seguito molte volte le procedure fallimentari, le cosiddette procedure concorsuali. Ebbene, una industria promossa dallo Stato è stata dichiarata fallita e la procedura fallimentare pende dopo decenni davanti al tribunale fallimentare di Reggio Calabria in attesa della «valorizzazione» dei terreni da destinare ad uso edificabile. Infatti, medio tempore, vale a dire da quando si cominciò a pensare al piccolo polo industriale di San Gregorio ai giorni nostri, abbattuti i bergamotti, la piantagione specifica di quella zona, i terreni hanno acquisito valore per le speculazioni di carattere edilizio. Di conseguenza, svariati personaggi si sono interessati di questo fallimento, che ha avuto un andamento lentissimo.
Quindi, la Teplamed e la Apsia vennero chiuse, mentre era sopravvissuta la Morgana, l'azienda tessile che produceva collant, poiché era difficile sostenere che questi non avevano mercato, anche perché si trattava di prodotti di buona fattura.
In questi lunghi anni la GEPI, società a capitale statale, si è disinteressata della vicenda, il che ha portato alla mancata soluzione dei problemi prima della Apsia, poi della Teplamed - le cui maestranze, che si erano qualificate a spese del contribuente, si sono disperse, come il sottosegretario sa perché viene da una zona meridionale che ha vissuto travagli del genere - ed è sopravvissuta la Morgana. Questa continua a sopravvivere in condizioni di grande difficoltà dal momento che non si è saputo trovare, o non si doveva trovare - io avanzo il sospetto -, una persona che rilevasse questa fabbrica di collant e che la facesse funzionare, perché il terreno ha acquistato una considerevole quotazione, tale da invogliare i «provveduti» a sfruttarlo per scopi edilizi. Infatti, il terreno è situato dietro all'aeroporto e la città si è estesa fino a quella zona, con grande vantaggio per i proprietari di quei terreni.
Rivolgiamo quindi un'accusa basata sui fatti: se la GEPI, oggi trasformatasi in Itainvest, non è riuscita a sostenere la produzione di una fabbrica come la Morgana, per sua vocazione pienamente in grado di rispondere alle esigenze del mercato - come sappiamo tutti da mariti, da padri di famiglia, da persone che guardano le vetrine dei negozi, da cittadini -, una ragione ci deve essere e ci deve essere spiegata.
Abbiamo parlato infinite volte, a suo tempo, con gli esponenti della GEPI e le risposte che ci sono state date sono state sempre vaghe e dilatorie. A fronte di ciò vi è la disperazione degli addetti e delle addette del settore. Tra l'altro si tratta, in gran parte, di forza lavoro femminile. Infatti, per quanto riguarda la Morgana, credo che più della metà degli operai addetti alla lavorazione siano donne. È un nucleo di lavoratori che versa nella disperazione perché passa da un provvedimento assistenziale ad un altro. Eppure sono persone che vorrebbero lavorare, anche perché ci sono le possibilità e producono un bene che ha mercato. Perché allora lo Stato, ora che la GEPI si è trasformata in Itainvest, non si impegna al riguardo? Mi auguro che il sottosegretario ci dia delle risposte al riguardo.

Questa è la realtà. Quanto è accaduto fino ad ora non ci induce ad esprimere un giudizio positivo sugli interventi della GEPI prima e della Itainvest dopo. Oggi quest'ultima ha un nuovo presidente, il

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quale, conoscendo bene i problemi creati dalla GEPI nel Mezzogiorno, sono certo che adotterà le decisioni più idonee per indirizzare meglio questa gestione effettuata con denaro pubblico, cioè con denaro del contribuente. Se riterrà di dover procedere a liquidazioni, lo faccia; se invece riterrà di favorire l'incremento della produzione e quindi dell'occupazione, compia il proprio dovere e raggiunga i risultati che tutti auspichiamo per un ente a capitale pubblico trasformato in società per azioni.
Questo è ciò che ci auguriamo che accada, riservandoci di replicare alla risposta che ci fornirà il sottosegretario.


PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l'industria, il commercio e l'artigianato ha facoltà di rispondere.

SALVATORE LADU, Sottosegretario di Stato per l'industria, il commercio e l'artigianato. Signor Presidente, i colleghi hanno posto all'attenzione della Camera una questione molto più ampia rispetto all'oggetto specifico delle interpellanze e dell'interrogazione, in merito al quale occorre procedere ad una riflessione sui vari livelli di responsabilità nei confronti del Mezzogiorno. Mi auguro che sia possibile avviarla quanto prima, guardando al futuro per uscire da queste difficoltà. Poiché non ritengo che sia possibile farlo in questa sede, mi limito a fornire risposte specifiche all'oggetto degli strumenti di sindacato ispettivo. Per quanto i colleghi conoscano la vicenda, è opportuno richiamare qui alcuni dati per doverosa informazione del Parlamento e anche per sottolineare il ruolo esercitato dal Ministero dell'industria in questo breve periodo.
La società Morgana, con sede in San Gregorio, faceva parte, assieme alla Temesa, all'Apsia, alla Teplamed, del polo industriale di San Gregorio. La ditta in questione che si occupava della produzione di calze e collant da donna versava da tempo in una grave crisi finanziaria. In tale ottica il consiglio di amministrazione dell'ex GEPI aveva elaborato un piano di privatizzazione. A tal fine, in data 25 luglio e 24 settembre 1996, si erano svolti a Roma, presso il comitato di coordinamento delle iniziative per l'occupazione, due incontri, presieduti allora dall'onorevole Francese con la partecipazione dell'ex GEPI, dei rappresentanti del Ministero dell'industria, della provincia di Reggio Calabria, delle organizzazioni sindacali di categoria, confederali e territoriali.
Durante l'incontro di luglio i rappresentanti dell'ex GEPI avevano confermato che le trattative con gli operatori privati per la cessione della società Morgana erano in fase avanzata ed in attesa della verifica dell'ammissione ai benefici della legge n. 488 del 1992. Su tale questione la ex GEPI e le organizzazioni sindacali ritenevano necessaria l'attivazione di un contratto di programma da attuarsi in tempi brevissimi in relazione alla costituenda società di promozione di Reggio Calabria.
Nella successiva riunione di settembre era stata ribadita, da parte della ex GEPI e delle organizzazioni sindacali, l'importanza di esaminare, assieme al Ministero dell'industria, stante la specificità dell'area di Reggio Calabria, la possibilità che l'ex GEPI investisse direttamente sullo stabilimento in vista della sua privatizzazione.
L'iter sopra indicato attuava il protocollo d'intesa del 25 gennaio 1996 sulla reindustrializzazione dell'area di Reggio Calabria, siglato da regione, provincia, comune, sindacato e già portato a conoscenza del comitato dell'occupazione. A seguito delle intese intercorse, la ditta aveva avuto un incontro presso la direzione provinciale del lavoro di Reggio Calabria nel dicembre 1996 con le organizzazioni sindacali per l'esame congiunto previsto dall'articolo 1 della legge n. 451 in materia di concessione di cassa integrazione per crisi aziendale concernente il periodo 14 ottobre 1996-15 aprile 1997.
Dal verbale redatto presso il citato ufficio provinciale si evinceva in sostanza che, rimanendo invariato lo stato di crisi in cui versava l'azienda non essendo stato ancora perfezionato il processo di privatizzazione che è alla base della ripresa


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dell'attività produttiva, la ditta Morgana aveva ritenuto necessario produrre l'istanza di proroga di cassa integrazione per 90 lavoratori; una proroga necessaria per il periodo sopra citato e con l'intesa che la sospensione sarebbe stata attuata a rotazione con le stesse modalità del periodo precedente.
L'azienda aveva dichiarato che stava procedendo all'anticipazione delle somme per la cassa integrazione e che non avrebbe richiesto il pagamento diretto. A questa richiesta ne faceva seguito un'altra dell'aprile 1997 per ulteriori 12 mesi a decorrere dall'aprile 1997. In attesa della definizione dei progetti di privatizzazione già citati, la Morgana, con delibera assembleare del 19 settembre 1997, è stata posta in liquidazione volontaria permanendo tuttavia nel frattempo la validità dell'istanza già avanzata per l'accertamento della cassa integrazione straordinaria.
Per quanto concerne il processo di privatizzazione perseguito dalla Itainvest, esso consiste ovviamente nell'acquisizione del pacchetto azionario da parte di acquirenti e privati con l'impegno al mantenimento degli stessi livelli occupazionali esistenti. In particolare sono state segnalate come possibili acquirenti tre società dell'area di Castel Goffredo: la Createx srl, la Bram srl e la Eire, tutte impegnate nella produzione di filati e nella lavorazione di collant. Tuttavia, le lungaggini nelle procedure di dismissione, che impedivano tra l'altro all'azienda di rinnovarsi, ponevano automaticamente la stessa fuori mercato, determinando il ricorso alla cassa integrazione straordinaria di cui si è già parlato.
Nel frattempo, i candidati acquirenti avevano abbandonato la loro iniziativa e pertanto la Itainvest dovette procedere all'individuazione di nuovi soggetti imprenditoriali interessati all'acquisto.
Nell'ottobre del 1997, tramite la direzione regionale del lavoro, furono presentate due richieste di attività sostitutiva formulate da due nuove società appositamente costituite, ai sensi dell'articolo 7 della legge n. 464 del 1972. Le due nuove aziende sono le seguenti: la Cotton Due per la produzione di pantaloni e con un organico previsto di 53 unità provenienti dalla società Morgana; la Philadelfia per la produzione di maglieria, con un organico previsto di 28 elementi di cui 22 provenienti dalla società Morgana.
Le due nuove società dunque sarebbero subentrate con nuove produzioni alla società Morgana, non facendosi carico di tutti i lavoratori esistenti, ma creando un esubero di 15 unità residuali di difficile collocazione.
Nel corso degli ultimi mesi del 1997 si sono svolti numerosi incontri in sede locale e ministeriale, anche a causa del non gradimento da parte delle organizzazioni sindacali delle scelte operate da Itainvest nella individuazione dei nuovi imprenditori. Al riguardo incontri decisivi si sono svolti in sede ministeriale il 18 novembre 1997 ed il 22 gennaio 1998. In quest'ultima occasione in particolare è emersa una terza possibilità di risoluzione del problema, rispetto alla quale Itainvest si è dichiarata disponibile. Tale terza ipotesi, avanzata dal rappresentante della società Selene, che si è affiancata alle due precedenti ipotesi, avrebbe consentito la sistemazione degli esuberi della società Morgana e Temesa creando inoltre un'occupazione aggiuntiva.
Le organizzazioni sindacali, apprezzando tale soluzione, hanno sollecitato il decollo contemporaneo di tutte le citate iniziative, onde consentire a tutti gli operai di Morgana di rientrare a lavoro. Al riguardo si precisa che in data 29 gennaio 1998 il liquidatore della società Morgana ha comunicato alle parti sociali l'avvio della procedura di mobilità relativa a tutto il personale in forza. Si è infine appreso che le due società Morgana e Temesa sono state cedute in data 13 marzo 1998.
In attesa della definitiva collocazione, i lavoratori risultati in esubero sono tuttora collocati in cassa integrazione guadagni con scadenza prevista ad aprile 1998. I relativi importi sono stati anticipati dalla società e in ogni caso garantiti dalla

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Itainvest, in attesa che il progetto industriale complessivo decolli definitivamente.
Considerata questa situazione complessa e difficile, il tavolo ministeriale rimane aperto per tentare di raggiungere questi obiettivi. Ciò per dire che su quest'area, su questo polo c'è un'attenzione costante da parte del ministero, considerata la complessità della vicenda.

PRESIDENTE. L'onorevole Aloi ha facoltà di replicare per le sue interpellanze nn. 2-00421 e 2-00676.

FORTUNATO ALOI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, non posso dire soltanto di essere insoddisfatto, c'è di più! Al di là della persona del sottosegretario, devo dire che sono esterrefatto: sembra strano, ma la risposta che ha dato il rappresentante del Governo, sulla base delle indicazioni che gli uffici gli hanno fornito, è di una gravità estrema. Mi ero permesso di usare l'espressione «pirandelliana», ma credo che anche il buon Pirandello avrebbe qualcosa da imparare se fosse in vita da tutta la vicenda contorta, aggrovigliata, così come ci viene prospettata dal Governo!
L'onorevole Valensise indicava, in questa vicenda, un filo conduttore, che certamente riprenderà, perché obbedisce ad una certa logica, secondo la quale il problema del lavoro nel sud, checché possano dire gli amici di altri settori, non è un problema che riguardi la responsabilità del Mezzogiorno, quando si portano avanti politiche di questo tipo. E i mille giri di valzer della GEPI, della ex GEPI, adesso Itainvest, certamente dimostrano come in effetti nei confronti del Mezzogiorno, della Calabria, di Reggio Calabria, siamo ancora all'anno zero.
E veniamo alla politica meridionalista. Per mesi abbiamo assistito ad un grande dibattito sulla «questione settentrionale». Ebbene, di punto in bianco di «questione settentrionale» non si è parlato più. Un ministro, quello dell'interno, ha tirato fuori, alcuni giorni fa, la questione meridionale!

MARIO TASSONE. Per fare dispetto a loro...!

FORTUNATO ALOI. Ma è tutta una strategia, questa, per distrarre gli italiani, l'opinione pubblica.
Lei dice, signor sottosegretario, che il discorso ha preso un respiro più ampio; questo dimostra come i parlamentari della Calabria e del sud da sempre sostengano che la questione meridionale è questione nazionale. Lei, che è meridionale come noi, sa che non abbiamo mai voluto che si parlasse di questione del sud o di questione della Calabria riferendole, appunto, ai problemi del sud o della Calabria.
Non mi stanco di ripetere, da vecchio mazziniano, quello che diceva Mazzini, cioè che «l'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà». Mazzini guardava all'Europa, però aveva una visione del Mezzogiorno in un contesto europeo. C'è chi ha parlato di questione meridionale come «questione morale» (non dico il nome, lei però può intuirlo). È una questione morale, perché sulla vicenda Morgana, Temesa, San Gregorio, scorgiamo un tunnel che sembra la «galleria degli specchi», dove uno specchio rimanda l'immagine ad un altro specchio, che a sua volta la rimanda ad un terzo, fino a perdere di vista l'immagine vera. Lei, signor sottosegretario, ha dato una risposta in certi termini. Ho con me il testo di una analoga risposta che lei ha fornito ad un documento di sindacato ispettivo - noi ci documentiamo - esattamente in quest'aula il 25 ottobre 1997. Lei allora ci ha detto le stesse cose, tranne per quanto concerne gli incontri con le rappresentanze sindacali della Calabria e di Reggio ed i tavoli aperti (questo «tavolo aperto» ormai è diventato una retorica continua e costante). Questa risposta è riportata dalla stampa della nostra regione e posso anche fargliela avere. «Morgana salvezza vicina» si legge, esattamente il 25 ottobre 1997. Quanto tempo è passato? La salvezza era vicina o lontana? Se vuole, onorevole sottosegretario, posso farle avere il foglio nel quale è riportato l'atto parlamentare


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che contiene la risposta che lei ha dato.
Voglio recuperare l'ultima parte della sua risposta. Lei ha detto che l'Itainvest ha considerato tre nuove aziende, di cui ha indicato i nomi, aziende che poi, stranamente, lasciano per le «lungaggini nelle dismissioni». È una sua espressione!
Onorevole sottosegretario, siamo di fronte ad un problema occupazionale, di posti di lavoro, siamo di fronte a gente disperata; questa non è retorica o letteratura di bassa lega. Ebbene, tre aziende che si erano assunte la responsabilità di occuparsi della questione lasciano perché, si dice, vi sono lungaggini nelle procedure di dismissioni. Spuntano allora fuori altre due società; ecco il gioco degli specchi. Una società accetta e poi accettano altre due, quindi le società diventano tre, che poi fanno marcia indietro; poi ne spuntano altre due, la Cotton Due e la Philadefia.
Queste due ultime società si pongono il problema, che esiste, delle unità residuali che non erano state occupate, che sono 15 (ho il riscontro). A questo punto il discorso resta in piedi, ma continuano le trattative ed abbiamo gli incontri del 18 novembre 1997, del 21 agosto 1998 e poi - ecco Pirandello che ritorna - spunta fuori la terza ipotesi. La prima era quella delle tre società, la seconda vede altre due società e poi spunta una terza ipotesi.
È veramente qualcosa di strano, direi di tragicomico. Tragico per chi, disperato, non sa cosa gli succederà domani, perché lei sa, signor sottosegretario, che la cassa integrazione guadagni ha i limiti che ha e la legge sulla cassa integrazione ormai pone dei paletti cronologici ben definiti. Peraltro, come diceva l'onorevole Valensise, si tratta dei soldi del contribuente; anche noi facciamo questo ragionamento.
I posti di lavoro devono essere salvaguardati, ma facendo in modo che siano produttivi. Oggi si parla tanto di mercato, onorevole sottosegretario. Tutti in questo Parlamento - forse ad eccezione del sottoscritto e di qualche altro - sono convertiti al liberismo, al liberalismo, al federalismo. Queste sono le parole che ritornano ed anche quelle forze che hanno fatto storicamente professione di centralismo storico oggi sono diventate tutte federaliste, liberiste, liberal-capitaliste. Ormai siamo alla sagra dell'ipocrisia e sulla via di Damasco si sono incontrati tanti, ma tanti Saul che appartengono a vari settori della politica.
C'è allora questa terza ipotesi, se non vado errato: il 29 gennaio 1998 (seguo l'ordine cronologico che lei ci ha indicato) spunta una nuova società, la Salemi. A questo punto il liquidatore della società Morgana dà notizia che è stato dato avvio alla mobilità del personale. Non sappiamo in che direzione andrà questo personale, che rischia di trovarsi sulla strada; abbiamo infatti visto chiaramente che l'obiettivo, nella logica di alcune aziende e di alcune società; è questa la filosofia del rinvio. Per mezzo di continui passaggi da un soggetto all'altro si perde di vista il responsabile di questo strano fallimento, si arriva all'impossibilità di individuare a chi sia imputabile questo stato di cose caotico, assurdo e pirandelliano.
Nel frattempo permane la cassa integrazione guadagni, come rimane ancora aperto un «tavolo» ministeriale, ma il problema resta in piedi, al di là dell'attenzione del ministro ed anche della sua attenzione, signor sottosegretario. Lei sa che nutriamo stima nei suoi confronti per la sua sensibilità di meridionale nei confronti dei problemi del sud e la sua persona non è certamente in discussione.
Concludo affermando che non sono solamente insoddisfatto, ma anche esterrefatto ed oserei dire quasi indignato, perché venire qui a darci queste risposte significa non solo offendere l'intelligenza di ciascuno di noi, ma anche il Mezzogiorno ed i valori che la Calabria, ed in particolare la mia città, Reggio, rivestono nell'ambito di un discorso non solo di ordine economico e sociale, ma anche culturale ed intellettuale e, mi si passi il termine, morale.

PRESIDENTE. L'onorevole Valensise ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n. 2-00756.


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RAFFAELE VALENSISE. Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, mi associo alle osservazioni del collega Aloi con qualche puntualizzazione operativa. Il Governo si trova ad avere uno strumento giuridico, la ex GEPI oggi Itainvest, il cui scopo sociale è quello di intervenire nelle situazioni di crisi in zone e strutture promosse dallo Stato per il raggiungimento di fini di carattere generale ed in particolare sociale. Pertanto non ci sono alternative: lo strumento deve funzionare a tutti i costi. Tuttavia noi abbiamo la prova provata del suo mancato funzionamento.
Mi spiego: la ex GEPI, oggi Itainvest - denominazione che fa diretto riferimento agli investimenti - deve fare il suo compito, che non è quello di tener buoni gli operai o di creare le condizioni attraverso le quali nel ginepraio delle leggi assistenziali si possa trovare il bandolo per assicurare la cassa integrazione. Nossignore! Questi scenari li abbiamo già vissuti, poiché proprio a pochi chilometri dalla GEPI vi è la Liquichimica biosintesi che ha il record mondiale degli operai in cassa integrazione: oltre 25 anni. Queste sono le vergogne che ci portiamo appresso da un quarto di secolo! Ora sono andati in pensione questi recordman, questi poveri lavoratori che detengono il record mondiale della cassa integrazione continuata a causa della creazione di un'industria sbagliata. Proprio al momento della fase di esproprio noi avvertimmo che la Liquichimica biosintesi non avrebbe potuto creare occupazione perché il prodotto non era vendibile in quanto mancavano le autorizzazioni necessarie da parte delle autorità sanitarie; sembrava infatti che il prodotto - si trattava di mangime per animali - fosse addirittura cancerogeno. La GEPI, o meglio la Itainvest, non può ripetere per altri 25 anni le pratiche di allora. Lì vi è un impianto industriale, vi è un prodotto, ed un processo industriale, ma bisogna uscire da quella logica.

La Itainvest ha cambiato nome: faccia il suo dovere, cioè cerchi le condizioni per rilanciare processo e prodotto e per agire con mentalità industriale, se ne è capace; altrimenti è il Governo ad avere la responsabilità di questi rami secchi che dilapidano denaro pubblico senza alcun beneficio per i destinatari del loro servizio, che sono i lavoratori. Questa è la realtà, questo è la situazione che purtroppo talvolta rischia di essere scambiata per farsa, ma che tale non è, perché dietro le nostre parole c'è il dramma delle famiglie e di un'intera città per le ricadute occupazionali e dei consumi.
Il Governo abbia il coraggio di cambiare chi è inidoneo a gestire la GEPI: si passi ad altro staff, ad altra mentalità, ad altra situazione! Occorre sfoltire gli uffici: coloro che non hanno vocazione per affrontare i problemi del mercato vadano a fare altre cose, vadano a svolgere altre funzioni! Non si può tenere un ramo secco!
Il dramma principale, signor sottosegretario, in questa vicenda che definirei tragica - non mi azzardo neppure a definirla tragicomica - della GEPI che non riesce a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi, è quello delle famiglie dei lavoratori, della comunità civile: questa è la realtà! Vogliamo allora continuare con la GEPI, dopo venticinque anni? Vogliamo continuare con questa società, poi trasformatasi in Itainvest? Facciamo i «balletti» con la cassa integrazione, saltando da un ramo all'altro delle varie leggi assistenzialiste? Lasciamo stare! Abbiate il coraggio di uscire dall'assistenzialismo, altrimenti ripercorrerete, attraverso la vostra azione di governo - che per adesso si limita a salvare ogni giorno il salvabile -, strade non preclare, che già sono state percorse nel passato e che hanno portato alla situazione attuale, senza risolvere il problema del Mezzogiorno. Potremmo andare avanti per ore a ricordare tutti i fallimenti della GEPI di cui è cosparsa la Calabria, dal Pollino all'Aspromonte.
Noi siamo allora profondamente insoddisfatti e, d'accordo con il collega Aloi e con i deputati della Calabria del nostro gruppo parlamentare, avanzeremo una proposta di indagine conoscitiva in Commissione o forse di inchiesta parlamentare sulla GEPI per capire quali fossero gli


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scopi e quali siano stati i risultati in tanti anni di dilapidazione del denaro pubblico.
È possibile che non vi sia una sola fabbrica - dico: una sola! - i cui problemi occupazionali e produttivi siano stati risolti attraverso il coraggioso intervento della GEPI che, esaltando il prodotto, ha raggiunto le finalità per le quali è costituita? Facciamo un'indagine conoscitiva o, addirittura, un'inchiesta parlamentare, almeno ne troveremo una!
Il Governo ne esce malissimo: questo è il punto, perché poi la responsabilità politica di quello che succede o non succede ricade proprio sull'esecutivo, non certo sui funzionari della GEPI. Non possiamo trascurare di considerare nella sua importanza, a prescindere dalle persone, che dietro le disfunzioni di un apparato assistenziale, che consacra ogni giorno tale suo carattere alla sua incapacità di innescare processi produttivi virtuosi, c'è il Governo: la responsabilità è del Governo! Questa è la situazione: se ne assuma la responsabilità ed affronti il problema della GEPI e quello più ampio del risanamento dei processi di produzione in crisi nelle fabbriche nelle quali ha la responsabilità di aver impiegato denaro pubblico.
Questa è la realtà! Non si risponde di ladrocinio solo quando si ruba materialmente, ma anche quando si dissipa il denaro del contribuente e quando con esso non si raggiungono gli scopi per i quali al contribuente è stato chiesto! Questa è la realtà e queste dovrebbero essere le novità - tra virgolette - di un Governo che abbia rispetto dei fini che si è assegnato, che io non discuto ma che devo giudicare dai risultati, che però sono deludenti.
Quindi, la nostra insoddisfazione è profonda. A prescindere dalle persone, noi ci regoleremo in maniera tale da poter richiamare l'attenzione del Parlamento su questo fenomeno di patologia assistenziale, attraverso gli strumenti di cui disponiamo, che dovranno essere portati a conoscenza della pubblica opinione affinché questa possa giudicare e formarsi un'opinione sulle capacità o incapacità di chi ha la responsabilità della gestione del pubblico denaro e delle risorse impiegate nel corso degli anni per raggiungere finalità continuamente frustrate non certo dal destino (che non fa parte delle valutazioni politiche), ma dall'incapacità di chi non sa uscire dai vicoli ciechi nei quali l'avventatezza o l'improvvisazione hanno portato risorse pubbliche spesso imponenti, con ricadute negative di carattere sociale nei confronti dei lavoratori e delle comunità cui essi appartengono (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. L'onorevole Tassone ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n. 3-00893.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, capisco l'imbarazzo del sottosegretario chiamato a rispondere sul problema della situazione occupazionale in Calabria. Ma per la sua sensibilità - riscontrata ormai da tempo - egli deve pur comprendere l'amarezza dei deputati che hanno presentato interpellanze ed interrogazioni sul polo industriale di San Gregorio di Reggio Calabria e che non hanno avuto una sola risposta esauriente.
Nessun problema industriale della Calabria è stato mai risolto. Dopo che la GEPI si è trasformata in Itainvest non credo che qualcuna delle società avviate sia rimasta in piedi o si sia sviluppata sul piano produttivo. La vicenda richiama tutta la problematica della politica industriale ed occupazionale nel Mezzogiorno. In proposito, onorevole Ladu, devo dire che il ministro Treu viene in Calabria a promettere posti di lavoro: è veramente qualcosa di eccezionale gravità. Nessuno ha mai richiamato questo signore ad essere più serio. È un uomo poco serio! Ci troviamo in una situazione occupazionale e produttiva drammatica! Capisco quali sono i suoi problemi, onorevole sottosegretario: riguardano il bilancio e le politiche del Tesoro. Andiamo verso la «fase 2», ma non si riscontra da parte del Governo alcun tipo di atteggiamento serio sullo sviluppo economico e sul salvataggio di alcune aziende, perché siamo in presenza


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di altri impegni e di altre restrizioni.
Per questi motivi non sono affatto soddisfatto della risposta. Non lo dico per amore di polemica nei confronti del sottosegretario o del Governo, ma perché la sua risposta conferma la linea politica del Governo nei confronti del Mezzogiorno, della Calabria e del paese. Si conferma, in fondo, che non vi sono solidarietà all'interno del paese. Possono esservi solidarietà da parte degli industriali? No. Sono d'accordo con Aloi: il Capo dello Stato scopre adesso le cattedrali nel deserto...

FORTUNATO ALOI. Le scopre solo adesso!

MARIO TASSONE. E lo dice per richiamare gli industriali che erano sul punto di rompere con il Governo a causa delle 35 ore.
L'onorevole Mancini, che stimo, richiama le partecipazioni statali e l'IRI (e quindi la responsabilità di Prodi durante la prima Repubblica).
Solidarietà nessuna, quindi. Gli industriali fanno il loro mestiere in termini di raggiungimento del profitto e di sfruttamento del Mezzogiorno. Lo abbiamo detto sempre in quest'aula, anche quando da quei banchi si richiamava l'attenzione del Governo perché non si davano molti soldi al Mezzogiorno. Ormai si sa, però, che gran parte di questi soldi destinati al Mezzogiorno tornavano al nord. Non so quando scriveremo un libro di verità sui problemi del Mezzogiorno, su qual è lo sfruttamento di quelle aree. C'è un sindacato codino nei confronti del Governo, tant'è vero che ormai il sindacato viene chiamato «Lacoda» (Larizza, Cofferati, D'Antoni), un sindacato «codino» che è venuto e viene meno ai suoi compiti istituzionali, quelli della difesa dei lavoratori, delle aree deboli e dei disoccupati. Le battaglie che noi facciamo alla Camera hanno del rituale, del retorico e del burocratico, perché burocratiche, purtroppo, sono le risposte che ci dà il Governo.
Allora, signor Presidente, il sottosegretario Ladu ha risposto a ciò a cui poteva rispondere, nel quadro della sua competenza, ma la questione riguarda la competenza del Ministero dell'industria e quella più vasta dell'intero Governo. Chiedo allora che si svolga un dibattito forte sui problemi industriali e dello sviluppo economico del Mezzogiorno del nostro paese. Certamente noi attiveremo strumenti parlamentari perché si svolga un dibattito compiuto, in cui il ministro del tesoro, il ministro dell'industria ed il Presidente del Consiglio si assumano le loro responsabilità, per evitare che rimanga irrisolto un problema che certamente prende le mosse dal polo di San Gregorio e quindi dalla Morgana di Reggio Calabria, ma che senz'altro ripropone in termini drammatici tutta la problematica industriale, dello sviluppo e dell'occupazione della provincia di Reggio Calabria, della regione calabrese e dell'intero Mezzogiorno.

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