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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
NATALE D'AMICO, Sottosegretario di Stato per le finanze. Il Governo si riserva di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore per la maggioranza, onorevole Testa.
LUCIO TESTA, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, il documento di programmazione economico-finanziaria si è venuto configurando negli anni come la sede privilegiata per il confronto in Parlamento sulle grandi scelte strategiche della politica economica per il governo del paese. Sul documento, infatti, si è sviluppato non solo un confronto serrato, ma anche la prospettazione del ventaglio delle possibili opzioni e quindi un insieme di indicazioni che hanno potuto interagire con il sistema delle aspettative di tutti gli operatori economici, contribuendo ad orientare nel senso voluto i comportamenti diffusi dell'intero paese. Questo dato non deve essere sottovalutato.
centralità programmatica del documento di programmazione economico-finanziaria. Il documento di programmazione economico-finanziaria al nostro esame arriva a conclusione di una legislatura fondamentale per il risanamento del paese, per l'edificazione di una ripresa sostenibile e di un approccio nuovo, più rigoroso ed efficiente, più in linea con l'Europa e le democrazie più avanzate al governo dell'economia del paese; rappresenta pertanto l'occasione per un bilancio delle realizzazioni che non lasci però in ombra le cose che restano da fare; inoltre rappresenta l'apertura verso il futuro in un discorso programmatico che non si interrompe con la legislatura, ma che deve continuare con nuove motivazioni e rinnovato vigore. È il documento di programmazione economico-finanziaria della svolta, proprio perché, più ancora di quello dello scorso anno, allorché i segnali di ripresa erano solo all'inizio, si propone di governare lo sviluppo, sempre nel rispetto rigoroso del programma di stabilità e di convergenza europeo, secondo una logica di crescita sostenibile.
PIETRO ARMANI, Relatore di minoranza. Questo dato porta «sfiga»!
LUCIO TESTA, Relatore per la maggioranza. Grazie a tale positiva evoluzione del mercato del lavoro e a fronte di un aumento delle forze lavoro, il tasso di disoccupazione per l'anno in corso dovrebbe attestarsi attorno al 10,7 per cento. Naturalmente, ciò non significa che siano stati risolti tutti i problemi; tuttavia, i risultati raggiunti consentono di guardare al futuro con più fiducia.
nella relazione scritta a vostra disposizione. Nel corso dell'esame da parte della Commissione bilancio è stato anche possibile sopperire ad alcune carenze informative del documento che, in mancanza di dati certi, rinviava originariamente alla nota di aggiornamento da presentarsi entro la fine di settembre. Le informazioni fornite dal Governo alla Commissione bilancio consentono di superare le perplessità manifestate circa il rinvio della indicazione di elementi essenziali per la costruzione della risoluzione programmatica ad una data troppo a ridosso della presentazione della legge finanziaria. Evidentemente, una scelta del genere avrebbe in qualche modo sacrificato uno dei cardini della riforma delle procedure di decisione di bilancio operata nel 1998 consistente proprio nella separazione tra il momento del confronto e della decisione sui grandi obiettivi e il momento della vera e propria decisione sui contenuti della manovra di finanza pubblica.
Al risanamento hanno sicuramente concorso in misura decisiva i positivi risultati ottenuti sul versante tributario. Uno degli obiettivi prioritari che ha ispirato il legislatore nella definizione della complessiva riforma posta in atto negli ultimi anni è stato coniugare una rilevante semplificazione degli adempimenti con una maggiore incisività degli strumenti e delle metodologie di accertamento e verifica. Da questo punto di vista, i progressi compiuti sono innegabili: i contribuenti possono infatti presentare una dichiarazione unificata ed effettuare contestualmente i pagamenti dovuti per i diversi tributi, anche procedendo alle eventuali compensazioni delle posizioni debitorie e creditorie. Allo stesso tempo, la trasmissione per via telematica delle dichiarazioni e gli sforzi compiuti allo scopo di concentrare l'attività dell'amministrazione finanziaria sui controlli sostanziali, e non meramente formali delle stesse, costituiscono elementi decisivi per evitare patologie quali le cosiddette cartelle pazze, che incidono negativamente sui rapporti tra fisco e contribuenti.
che, secondo alcuni, i Governi di centrosinistra dal 1996 non avrebbero mai ridotto.
potrà superare il valore di 74.800 miliardi, che corrisponde al dato a legislazione vigente.
finanziaria, hanno permesso di pervenire ad una più equa ripartizione del carico tributario.
In proposito vorrei ricordare le osservazioni contenute nel parere della VIII Commissione, nel quale si sottolinea come l'utilizzo del project financing per il finanziamento e la gestione privata di infrastrutture e servizi di pubblica utilità possa contribuire ad una sostanziale evoluzione dei rapporti tra pubblico e privato, tra cittadino e amministrazione, tra risparmio e investimenti.
PRESIDENTE. Onorevole Testa, lei avrebbe esaurito il tempo a sua disposizione; tuttavia, la materia è tale che credo si possa derogare.
LUCIO TESTA, Relatore per la maggioranza. Le chiedo solo altri due minuti; ho quasi concluso.
PRESIDENTE. Senz'altro, volevo soltanto ricordarle il tempo. Ho visto il suo sforzo e lo apprezzo, onorevole Testa.
LUCIO TESTA, Relatore per la maggioranza. Appare comunque necessario un perfezionamento dei meccanismi di sostegno allo sviluppo mediante un maggior ricorso a meccanismi automatici.
L'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini rappresentano esigenze prioritarie che richiedono l'adozione di misure adeguate e lo stanziamento di proporzionate risorse, sia per quanto riguarda il trattamento del personale impegnato in tali difficili settori, sia per quanto concerne il potenziamento degli organici e delle dotazioni strumentali ai fini del controllo del territorio diretto alla prevenzione e alla repressione della microcriminalità, così come ai più gravi fenomeni della delinquenza organizzata, anche nelle nuove forme collegate all'immigrazione clandestina.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole relatore, per il suo importante contributo.
NICOLA BONO. Ancora per poco.
PRESIDENTE. ...onorevole Armani.
PIETRO ARMANI, Relatore di minoranza. Signor Presidente, il documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2001-2004, che il Governo ha presentato e la maggioranza sostiene, batte ancora su una vecchia impostazione di tipo neokeynesiano: ovvero punta sempre sulla funzione salvifica dell'intervento pubblico (in particolare attraverso la manovra della spesa pubblica), riservando alla variazione della pressione fiscale - peraltro, aumentata negli scorsi anni in misura assai consistente - soltanto una funzione di risulta per quanto riguarda, in particolare, la riduzione delle aliquote, nonché l'aumento delle deduzioni e delle detrazioni.
non si sia battuta la strada che avrebbe potuto garantire alle imprese ed alle famiglie una prospettiva di crescita sicura, come è stato fatto da altri governi in altri paesi.
cresciuto solo dell'1,4 per cento. Ciò non è dovuto solo al fatto che l'ISTAT o il Tesoro abbiano sbagliato le previsioni, ma soprattutto al fatto che, per risanare la finanza pubblica, si sia inciso essenzialmente sul reddito delle famiglie e delle imprese con una imponente crescita della pressione fiscale e, contemporaneamente, siano state tagliate non le spese correnti, ma quelle per investimenti, impedendo, quindi, che il paese potesse autoalimentare il proprio sviluppo attraverso componenti di crescita il più possibile autosufficienti (mi riferisco, in particolare, alla spesa pubblica per investimenti, vale a dire in conto capitale, che caratterizza l'edilizia ed i lavori pubblici che hanno bisogno di importazioni modeste). Ciò ha impedito una crescita autonoma del paese, rendendolo sempre più dipendente da variabili estere.
LUCIO TESTA, Relatore per la maggioranza. Era l'onorevole Bono!
PIETRO ARMANI, Relatore di minoranza. Collega Testa, ricordiamoci anche di questo rimborso oltre che di quello del 40 per cento dell'eurotassa, che pure è stata ventilata! Vorrei ricordarlo visto che l'attuale Presidente del Consiglio Amato ricopriva la stessa carica nel 1992.
d'Italia, il quale ha affermato che le soglie di povertà sono cresciute e che, grazie all'ampliarsi del cuneo fiscale nel decennio trascorso, l'incremento delle retribuzioni unitarie lorde dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, è stato pressoché uguale a quello dei prezzi al consumo, rendendo così sostanzialmente nullo l'incremento in termini reali.
non dalle regioni. Infatti, i contratti nazionali dei medici sono decisi a livello centrale, così come i livelli essenziali delle varie prestazioni, mentre non lo è il sistema dei livelli minimi come sarebbe più logico e, a questo proposito, il discorso si sposta sulle riforme strutturali.
Vi è poi il problema del famoso dividendo fiscale, l'incertezza su quelle che saranno le entrate da poter distribuire come dividendo fiscale, in bonus tributario. A questo riguardo dobbiamo essere molto chiari. La relazione della Corte dei conti sul rendiconto dello Stato per il 1999 ci fornisce indicazioni molto precise. L'articolo 1 della legge n. 133 del 1999, Presidente, prevedeva che tutti i maggiori incassi derivanti dalla lotta all'evasione dovessero essere nuovamente trasferiti ai contribuenti, attraverso decreti specifici, sotto forma di riduzione fiscale. Per quale ragione questi decreti non sono stati emanati? Per una ragione molto semplice, come ci dice la relazione della Corte dei conti, ossia perché, sostanzialmente, la lotta all'evasione è fallita. Vi è stata una crescita degli accertamenti, ma solo per l'attività ordinaria, un certo incremento anche degli accertamenti per adesione, non per quelli derivanti da attività di controllo e per le riscossioni da questa attività derivanti dal 1998 al 1999, le quali hanno registrato un calo di più di 7 punti percentuali. Quindi, in realtà, la lotta all'evasione non ha dato frutto, nonostante i continui proclami del Ministero delle finanze.
per l'ICI dal tributo pagato per l'IRPEF, l'imposta sull'imposta, tutto l'onere comunale praticamente si scaricherà a carico dello Stato!
PRESIDENTE. Onorevole Armani, si deve avviare alle conclusioni.
PIETRO ARMANI. Mi scusi, Presidente, se sono stato preso dalla foga e naturalmente vorrei concludere dicendo che ho fatto un piccolo esercizio statistico, perché i numeri, signor Presidente, parlano da soli. Negli anni del centrosinistra e del Governo di centrosinistra, 1996-1999 e primi sei mesi del 2000, il prodotto interno lordo in valori nominali è cresciuto complessivamente di 17,8 punti percentuali, laddove la pressione fiscale - le entrate tributarie nette, cioè le entrate e gli incassi netti (quindi senza le regolazioni contabili) - è cresciuta di 25,6 punti percentuali. Una differenza di quasi 8 punti a favore della pressione fiscale. Naturalmente, se andiamo a vedere i primi sei mesi del 2000 abbiamo un PIL atteso in termini di valore nominale pari al 4,2 per cento (questi sono i dati del documento di programmazione economico-finanziaria) e poi, viceversa, abbiamo una pressione fiscale - le entrate tributarie nette (questo è un dato del ministro Del Turco che cortesemente mi ha fornito) - che crescono al 4,98 per cento, quindi quasi di 5 punti percentuali, con una differenza di quasi 2 punti percentuali in soli sei mesi, lo ripeto già in sei mesi! Questo è il frutto della politica del centrosinistra: un risanamento fatto a carico delle famiglie e delle imprese; la grande sinistra colpisce e aumenta le soglie di povertà e naturalmente poi si accorge che ha fatto il passo più lungo della gamba, ha paura perché perde voti e allora dà il pourboir dell'1 per cento attraverso questi meccanismi che non sono una riduzione della pressione fiscale, ma è soltanto la mano destra che restituisce alla mano sinistra (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, Forza Italia, Lega nord Padania e misto-CCD).
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Armani.
GUIDO POSSA. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, cari colleghi, happy fews,
il documento di programmazione economico-finanziaria al nostro esame è il quinto elaborato dai governi di centrosinistra in questa legislatura e, a nostro avviso, è quello di qualità nettamente peggiore: per alcune importanti inadempienze dei suoi contenuti rispetto alle prescrizioni normative della legge 468 del 1978, così come modificata dalla legge n. 208 del 1999; per l'eccessivo ottimismo delle rilevanti ipotesi e assunzioni che stanno alla base delle previsioni in esso contenute; per l'inammissibile genericità con cui vengono trattati punti di grande peso; per l'inaccettabile rimando ad una settembrina nota di aggiornamento che dovrà definire una parte importante dei contenuti programmatici. Sul documento al nostro esame mi limiterò a quattro osservazioni.
rinnovo dei contratti di lavoro per i pubblici dipendenti che verranno stipulati nel quadriennio, né le spese relative ad interventi infrastrutturali in conto capitale decisi in data successiva a quella di presentazione del documento di programmazione economico-finanziaria.
Nel documento, la crescita dell'economia italiana al 3 per cento annuo per l'intero quadriennio 2001-2004 è attribuita praticamente tutta alla crescita della domanda interna (consumi delle famiglie e investimenti); al contrario il contributo netto della domanda estera è stimato nullo, pur in presenza di un rilevante aumento dell'apertura dell'economia italiana al mercato internazionale. Anche in questo caso sono rilevabili elementi previsionali che appaiono troppo ottimisti: mentre, infatti, per quanto riguarda le importazioni, si prevede per il quinquennio 2000-2004 un ritmo di sviluppo annuo (+7 per cento) maggiore ma non troppo rispetto a quello verificatosi nel precedente quinquennio 1995-1999 (+5,6 per cento), per quanto riguarda le esportazioni per lo stesso periodo si prevede un ritmo di sviluppo annuo troppo elevato (7,1 per cento) se raffrontato a quello riscontrato a consuntivo nel quinquennio 1995-1999 (+2,5 per cento). Va tenuto presente che solo a queste condizioni il contributo netto della domanda estera alla crescita dell'economia si presenta nullo nelle previsioni, altrimenti sarebbe addirittura negativo.
cento nei tre anni successivi. Va sottolineato che il tasso di inflazione italiano è sempre stato superiore a quello medio europeo (il differenziale di inflazione cui accennava l'onorevole professor Armani) anche da quanto l'Italia è nell'Unione monetaria europea (di non meno di 0,5 punti). E al riguardo non possiamo dimenticare che i tassi di interesse decisi dalla Banca centrale europea sono aumentati, dal novembre 1999 al giugno di quest'anno, dal 2,5 al 4,25 per cento (quasi un raddoppio). Se il tasso di inflazione risulterà superiore a quello ipotizzato nel documento, aumenterà, rispetto alle previsioni, il costo del danaro; sarà così ancora più difficile realizzare un elevato ritmo di sviluppo dell'economia e aumenterà anche la spesa per interessi dello Stato.
ha perso in questo DPEF la posizione centrale che aveva in quello precedente a tutto vantaggio - non so con quale correttezza - dei problemi della competitività del sistema Italia. Purtroppo manca ora il tempo per un'analisi adeguata.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sales, che ha quindici minuti. Ne ha facoltà.
ISAIA SALES. Signor Presidente, onorevoli colleghi, conti pubblici in ordine, crescita economica sostenuta: questa è l'Italia che viene presentata dal Governo Amato nel DPEF. Conti in ordine a tal punto da non prevedere alcuna manovra correttiva, un'assoluta e positiva novità rispetto alle precedenti manovre «lacrime e sangue» a cui è stato costretto il nostro paese. Questo è il risultato di quattro anni di Governo del centrosinistra. Nel DPEF vengono snocciolati con forza e legittimo orgoglio i dati e le cifre di questi straordinari quattro anni. Nell'anno in corso il disavanzo pubblico sarà inferiore all'1,5 per cento del prodotto interno lordo, il livello più basso degli ultimi trentacinque anni. Nel 1990 il disavanzo era dell'11 per cento e nel 1995 del 7,6 per cento; alla fine di quest'anno il debito pubblico si attesterà sotto il 111 per cento del prodotto lordo, mentre nel 1995 superava il 123 per cento. Il differenziale dei tassi di interesse a lungo termine tra i titoli italiani e quelli tedeschi oggi è intorno ai 35 punti base. Nel 1995 tale differenziale era in media di 530 punti. L'inflazione è al 2,5, in crescita rispetto allo scorso anno principalmente per effetto del prezzo dei prodotti energetici, ma più che dimezzato rispetto al 1995, quando era al 5,2 per cento. Il PIL dovrebbe crescere a ritmi prossimi al 3 per cento per quest'anno e per il prossimo quadriennio, un ritmo doppio rispetto allo scorso anno e quasi tre volte superiore rispetto alla media degli anni novanta. Nell'aprile 1996 gli occupati erano 20 milioni 130 mila e nell'aprile 2000 sono arrivati a 20 milioni 960 mila, con un aumento di 830 mila unità. Il margine operativo lordo dell'impresa si è attestato, nel 1999, intorno al 35 per cento del valore aggiunto rispetto al 31 per cento del 1992.
la grande crescita del secondo dopoguerra: cambi fissi, prezzi stabili, bilanci pubblici in equilibrio, tassi ed interessi contenuti. Queste condizioni ci permettono di buttare alle nostre spalle i difficili e tormentati anni novanta ed aprire un ciclo di sviluppo e di crescita stabile e duraturo». Come non essere d'accordo con queste posizioni? Il risanamento è servito proprio a questo.
affrontare di petto la disoccupazione meridionale, nonché di espandere e qualificare il sistema produttivo nelle aree dove lo sviluppo industriale e produttivo è stato solo abbozzato o non c'è mai stato. Dopo il risanamento strutturale della finanza pubblica, è questo il momento di un altro obiettivo strategico del centrosinistra: ridurre le differenze territoriali drasticamente e in un tempo congruo. Così si diceva nel DPEF dell'anno scorso e gradirei che fosse confermato nel documento finale che voteremo.
Si parla di una crescita del 4 per cento nei prossimi anni e viene leggermente ridimensionata la previsione del DPEF dell'anno scorso, che parlava di una crescita tra il 4 e il 6 per cento. Ci sono toni ottimistici, molto ottimistici. La discussione non è se il sud può crescere a questi ritmi: il sud «deve» crescere a questi ritmi, perché un'area svantaggiata non può ridurre il divario se cresce agli stessi ritmi o addirittura al di sotto dei ritmi delle altre aree. Il problema è come, con quali strumenti, con quali strategie. Personalmente ho qualche dubbio sul fatto che il sud possa crescere utilizzando solo i fondi comunitari: certo, sono 98 mila miliardi, 14 mila miliardi l'anno, ma non dobbiamo dimenticare che nel sud non c'è stato mai un problema di risorse, perché il flusso finanziario era garantito dalla Cassa del Mezzogiorno ed anche nel periodo di programmazione dei fondi comunitari 1994-1999 ci fu una massa di risorse consistenti. Allora, qual è il problema? Bisogna concentrare altri strumenti, oltre ai fondi comunitari. Per esempio, Sviluppo Italia che fine ha fatto? Noi abbiamo avversato la crescita di una struttura pesante, che potesse condizionare le nuove politiche per il Mezzogiorno, ma una cosa è una struttura pesante ed altra cosa è una struttura inesistente. Perché non si affida a Sviluppo Italia il compito limitato - come avviene in tutta Europa per le agenzie di promozione dello sviluppo - di accompagnare gli investitori stranieri, oppure un campo particolare, quello dell'incremento della new economy nell'Italia meridionale?
Un'ultima questione, Presidente, e poi mi avvierò alla conclusione. Si parla del sud per l'incremento del turismo. Si potrebbe prevedere un'esenzione fiscale a costo zero in favore di tutti coloro i quali decidono di allungare una stagione turistica: lo Stato dovrebbe dare ai disoccupati momentanei le risorse necessarie le quali verrebbero spostate sotto la voce esenzioni fiscali e in questo modo gli alberghi potrebbero restare aperti per un periodo più lungo. Su tale questione è stata presentata una proposta di legge ed invito il Governo a rendersi partecipe di questa iniziativa.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giancarlo Giorgetti. Ne ha facoltà.
GIANCARLO GIORGETTI. Signor Presidente, colleghi. Vorrei in primo luogo replicare al collega Sales, il quale, con molta passione, ha incentrato il suo intervento sulla questione meridionale. Pur condividendo in parte alcune sue proposte e valutazioni, non posso non controbattere all'attacco volutamente politico ed elettoralistico relativo all'accordo tra il Polo e la Lega, volto ad imputare al famoso accordo Pagliarini-Van Miert le disgrazie che, da quel momento in poi, hanno colpito l'economia meridionale.
di Sangro-Avellino). Si dice che gli stessi contratti d'area che sono costati 5.600 miliardi abbiano prodotto 3 mila unità di lavoro. Sono stati calcolati i costi (160 milioni) per ogni dipendente, per ogni occupato realizzato con i patti territoriali e quello (216 milioni) con i contratti d'area.
testualmente - «per 4,9 punti percentuali all'aumento delle entrate e per 2 punti al calo degli interessi».
nell'anno 2000 la pressione fiscale aumenterà, se è vero come è vero che al netto dei possibili aumenti di entrate derivanti dall'autotassazione si contabilizza un passaggio della pressione fiscale dal 43,3 per cento del 1999 al 43,2 per cento dell'anno 2000 (al netto, come dicevo, delle maggiori entrate da contabilizzare, che non si sa ancora a quanto ammonteranno). Ciò a fronte delle previsioni e delle promesse che il precedente Governo, espressione della stessa maggioranza attuale, aveva fatto l'anno scorso, in sede di approvazione del documento di programmazione economico-finanziaria 2000-2003, di una riduzione della pressione fiscale di 0,5 punti percentuali. Ebbene, tutto fa ritenere che, anziché la riduzione prevista, si registrerà un ulteriore incremento di 0,5 punti percentuali ed in questo ambito francamente non si riesce a capire (probabilmente le statistiche di fonte governativa lo dicono, ma sicuramente non è percepito all'esterno di quest'aula, tra la gente comune) l'affermazione che viene fatta nell'ambito del documento di programmazione economico-finanziaria, secondo cui il reddito lordo disponibile per le famiglie dal 1996 al 1999 è aumentato del 2,1 per cento. Probabilmente, questo dato è scritto nelle statistiche e forse io sono sfortunato, ma tutte le persone normali con le quali mi trovo a parlare fanno fatica ad arrivare alla fine del mese molto più oggi che non in passato.
però, non possono disporre e non conoscono quali siano le risorse per finanziare questo tipo di funzioni.
Per quanto attiene alla spesa sanitaria delle regioni, noi rifiutiamo completamente la logica che vuole imputare alle regioni lo stato di spesa fuori controllo, di cui peraltro oggi non conosciamo l'ammontare e non lo conosce nemmeno il Governo, che, infatti, rinvia tutto a settembre, quando saranno resi noti i dati.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Peretti. Ne ha facoltà.
ETTORE PERETTI. Signor Presidente, nei pochi minuti che ho a disposizione vorrei motivare la valutazione negativa dei deputati del CCD su questo documento di programmazione economico-finanziaria. È un documento che il Presidente del Consiglio ha definito neutro - perché senza né tagli né tasse - ma che più realisticamente crediamo debba essere definito vuoto, in quanto manca di indicazioni
concrete di politica economica; soprattutto, è reticente su un dato essenziale: esso è privo del dato fiscale per cui dovremo attendere l'occasione della discussione della legge finanziaria per capire come verrà redistribuito il dividendo fiscale che nasce dall'inasprimento delle tasse.
l'aver voluto conseguire i parametri per entrare nella moneta unica, soprattutto attraverso una manovra di inasprimento fiscale, ha fatto perdere competitività al nostro paese ed ha dimostrato come la sinistra abbia una sorta di pregiudizio ideologico ad usare il fisco come fattore di competitività. Lo stesso vale per l'incapacità di produrre una riforma qualitativa della spesa pubblica per riuscire a destinare maggiori risorse agli investimenti, alla formazione e alla ricerca, settori nei quali la misurazione competitiva diventa un fattore determinante. Analogo ragionamento vale anche per il mantenimento di una legislazione sul lavoro e su un modello di relazioni industriali che hanno alimentato il nanismo delle imprese. A tale proposito, vorrei sottolineare le denunce che sono state fatte anche da autorevoli esponenti del centrosinistra perché noi sappiamo che, quanto più piccola è la dimensione delle imprese, minori diventano la capacità innovativa e la crescita della produttività. Quindi, anche con riferimento a modelli quali quello del nord-est, ci troviamo in un momento di difficoltà perché un modello che è stato dinamico in un determinato periodo potrebbe subire pesanti ripercussioni. Lo stesso vale per il percorso di privatizzazione: sono state operate riforme che però non hanno portato al di là delle entrate nel bilancio dello Stato, ad un processo vero di apertura e di liberalizzazione. Ciò si ripercuote in termini competitivi perché oggi abbiamo ancora costi di energia, di gas, di trasporti e di servizi pubblici locali superiori alla media europea ed anche in questo caso diventano un fattore di freno competitivo.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Carazzi. Ne ha facoltà.
MARIA CARAZZI. Signor Presidente, le previsioni di finanza pubblica per l'anno in corso si inseriscono in un quadro macroeconomico più favorevole di quello contenuto nel DPEF dell'anno scorso. Le previsioni, già rideterminate dalla relazione trimestrale, sono ulteriormente riviste in aumento, arrivando ad un incremento del 2,8 per cento per il 2000. Vi è anche un avanzo di parte corrente, con un'incidenza sul PIL che passa dall'1,5 del 1999 al 2,1 del 2000, soprattutto in virtù della riduzione della spesa per interessi, come ha già ricordato il relatore.
la necessità. Anche la crescita dell'occupazione si scosta in aumento dalla previsione del precedente DPEF: la nuova previsione passa dallo 0,6 all'1,2 per cento.
sociale. Come hanno sostenuto gli istituti di ricerca, vi è uno zoccolo che non può essere intaccato e che è già basso per quanto riguarda la spesa sociale, altrimenti cambia il patto del consenso sociale di questo paese, cambia il modello di società.
quel che oggi possiamo sapere - anche se non siamo a consuntivo - non si tratterà di disponibilità insignificanti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Casilli. Ne ha facoltà.
COSIMO CASILLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel mio intervento mi soffermerò esclusivamente, considerati anche i pochi minuti a disposizione, sulla parte del DPEF che riguarda il Mezzogiorno, concordando per il resto con quanto detto dal relatore per la maggioranza, onorevole Testa.
Oltre agli investimenti per le infrastrutture a cui abbiamo fatto cenno - le cosiddette reti lunghe e le reti corte -, maggiori investimenti dovranno essere rivolti anche alle infrastrutture tecnologiche. Il dibattito di questi giorni pone in evidenza alcuni elementi. In primo luogo, al nord vi è piena occupazione, al sud grave disoccupazione: il sistema più ovvio per riequilibrare la situazione sembrerebbe quello di far investire il sistema produttivo del nord in maniera diffusa nel Mezzogiorno, oppure di incentivare una mobilità di forza lavoro tra le diverse aree del paese. Quali sono, però, le ragioni per cui un'impresa del nord non investe nel Mezzogiorno? Tutti vedono negli elementi che ora indicherò i principali impedimenti a questo processo: l'eccessiva lentezza burocratica, spesso accompagnata da fenomeni di piccola illegalità; le inadeguate strutture di formazione per accompagnare i processi produttivi; il timore per la condizione di sicurezza delle aziende. Per queste ragioni, anche con un ordine del giorno approvato dalla Camera durante l'esame del disegno di legge finanziaria per il 2000, si è tentato di legare il processo di delocalizzazione produttiva agli strumenti di programmazione negoziata già operanti nelle diverse aree del Mezzogiorno. Infatti, questi strumenti già contengono le misure che possono contribuire a far oltrepassare le barriere allo sviluppo che ho elencato. Quindi, utilizzando le procedure definite con gli stessi strumenti, accompagnati da protocolli aggiuntivi di delocalizzazione, tali processi sarebbero molto più rapidi ed i territori potrebbero svolgere, perché incoraggiati, adeguate azioni di marketing territoriale.
una condizione di legalità nel Mezzogiorno, una volta concluso il percorso di riallineamento retributivo o perfezionata un'ipotetica sanatoria. In questi mesi, sarà necessario studiare gli strumenti che, legando il salario alla competitività dell'azienda, non pongano in condizioni di sfruttamento il lavoratore medesimo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Teresio Delfino. Ne ha facoltà.
TERESIO DELFINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, il DPEF per il quadriennio 2001-2004 sul piano del metodo si caratterizza per una forte carenza informativa in palese violazione della nuova normativa definita con la legge n. 208 del 1999.
insufficiente attività innovativa; la gran parte delle nostre produzioni riguarda beni a contenuto tecnologico medio-basso per i quali la domanda internazionale aumenta a tassi inferiori rispetto a quelli registrati nei settori avanzati.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Scalia. Ne ha facoltà.
MASSIMO SCALIA. La discussione odierna sul documento di programmazione economico-finanziaria si pone in un contesto economico positivo per i paesi dell'Unione europea, in generale, e per l'Italia, in particolare. È solo congiuntura? Questo sostengono i colleghi del Polo con una critica accanita del tutto comprensibile da parte dell'opposizione, ma che diventa denigrazione volta a propaganda e a strumentalità politica quando non si vogliono riconoscere alcuni elementi fondamentali. Vorrei poi sottolineare che, anche per gli aspetti congiunturali, l'aver aderito per tempo all'euro ha reso la nostra economia e - lo voglio ribadire - la nostra società più pronte a fruire delle difese - abbiamo già dimenticato il crollo delle economie delle cosiddette tigri asiatiche o del rublo? - e delle opportunità favorevoli, non ultime i ridotti tassi di sconto ed un euro mantenuto relativamente debole nei confronti del dollaro e dello yen. Ma non tutto è congiuntura: la politica di risanamento della finanza pubblica è un dato reale che non si vede come possa essere dipeso dalla congiuntura che, oltre tutto, proprio negli anni in cui è stato maggiore l'impegno, a partire dalla prima finanziaria del Governo Prodi, non era davvero favorevole.
paese rispetto alla quale va subito detto che diventa addirittura una regola di mercato, sottolineata anche da un osservatore certamente non conformista come Geminello Alvi, aumentare i salari, gli stipendi del pubblico impiego e ridurre il cuneo fiscale e gli oneri sul costo del lavoro. È su questo complesso di aspetti che si è basata e si basa la lealtà dei Verdi nei confronti del Governo Prodi e degli altri Governi di centrosinistra che si sono succeduti.
che è stato già da molto tempo chiamato un vero e proprio terzo mercato del lavoro, in cui, per dirla con uno slogan, il valore d'uso fa premio su quello di scambio. Noi abbiamo parlato di «salario di attività sociale». Ciò è possibile in una prospettiva di piena occupazione e tale prospettiva - lo ricordavo poco fa - ha una connotazione verde: dai grigi fumi delle tradizionali produzioni industriali e manifatturiere vengono infatti dati che segnalano il calo del numero degli occupati.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bonato. Ne ha facoltà.
FRANCESCO BONATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, devo dire che questo documento di programmazione economico-finanziaria ci appare per certi versi sconcertante. È già stata denunciata da altri la totale assenza di scelte chiare e definite; la latitanza di ogni criterio di priorità negli interventi; il pressoché continuo rinvio alla nota di aggiornamento di settembre di ogni decisione qualificante; ed è difficile non concordare con queste osservazioni! Tutto ciò dimostra con palmare evidenza che con la presentazione del documento di programmazione economico-finanziaria 2001-2004, il Governo ha sì formalmente rispettato l'impegno normativo, non ha posto però il Parlamento
nelle condizioni di affrontare seriamente un confronto sull'impostazione della politica generale del paese.
versione più o meno temperata. La loro voracità è tale che se non viene subito esaudita cambiano immediatamente interlocutore. In tal senso, la mutata posizione della Confindustria e del suo nuovo gruppo dirigente è quanto mai significativa. Non le è sufficiente infatti una manovra che lasciando, nel migliore dei casi, inalterata nel quadriennio la spesa sociale e prevedendo, nel contempo, un aumento consistente del PIL nei fatti prevede un minore intervento nel quadriennio di circa 20 mila miliardi per le spese sociali. Questo non è sufficiente per lor signori. Pretenderebbero - e lo dicono senza pudore alcuno - non solo che l'eventuale incremento delle entrate fiscali fosse interamente destinato al sistema delle imprese per garantire il rilancio della competitività della nostra economia (bontà loro), ma reclamano pure il massacro del sistema previdenziale e del sistema sanitario che, per dirla con le loro parole, non deve garantire standard elevati di offerta sanitaria uguali per tutti, ma al massimo servizi minimi. In fondo, però, trovano una sponda autorevole nelle parole asettiche e micidiali del governatore della Banca d'Italia, tanto lodato da destra a sinistra, capace di intervenire su tutto, dai conti alle politiche sociali e capace di far scomparire dai suoi ragionamenti le condizioni di vita delle persone, delle donne e degli uomini ridotti a semplici bersagli delle sue prove tecniche di ragioneria economica e sociale.
soprattutto a chi serve? Mi chiedo ancora: ha senso un intervento così sfacciatamente e spudoratamente classista?
PRESIDENTE. Onorevole Bonato, deve concludere.
FRANCESCO BONATO. Mi avvio a concludere, signor Presidente.
chiede: non è questa una partita che si gioca sul terreno delle entrate e delle spese correnti? Ed allora perché ciò che è possibile per le società acquirenti, e cioè l'utilizzo di una parte dell'introito delle concessioni UMTS per storno fiscale, non sarebbe consentito allo Stato per progettare una politica redistributiva?
PRESIDENTE. Onorevole Bonato, mi dispiace dover interrompere e suonare il campanello, perché capisco che gli argomenti sono di livello tale da richiedere un approfondimento, tuttavia sarebbe bene che i presidenti di gruppo - che oggi si riuniranno - discutessero sui tempi per non mettere in imbarazzo chi parla, che è contrito in un ambito assolutamente ristretto rispetto all'altezza del tema.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, solo pochi minuti nei quali posso solo esprimere...
PRESIDENTE. Lei ha quattro minuti a disposizione ed io sono di manica larga!
GIORGIO LA MALFA. La ringrazio molto, d'altra parte l'assenza del ministro del tesoro e del Presidente del Consiglio in un dibattito di questa importanza giustifica largamente il fatto di parlare pochi minuti per esprimere le proprie opinioni.
fiscale, che - tra l'altro - non so se sarà presente in prospettiva nel paese nei prossimi anni.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Leone, al quale ricordo che ha a disposizione dieci minuti di tempo. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, per la verità, salvo qualche sfumatura relativa alle politiche «di contorno», mi sento di sottoscrivere sul piano tecnico l'intervento svolto dal collega Bonato.
FRANCESCO BONATO. Anche sull'UMTS?
ANTONIO LEONE. Dopo la critica fatta stamattina, non so come potranno poi associarsi a questa compagine nella prossima competizione elettorale.
di competitività e nei confronti dei cittadini, il che ha determinato una debolezza della domanda interna che ha contribuito fortemente a determinare la stagnazione di questi ultimi anni.
è colpevolmente privo, si conclude con l'indicazione della necessità di abolire la tanto odiata quanto iniqua carbon tax che, potendosi definire una tassa ideologica, penalizza di fatto tutti i consumi di energia, sia dei privati cittadini sia delle imprese, e con la constatazione della necessità di operare una riduzione, sia pure contenuta, dell'ICI, misura che comporterebbe, senza compromettere il flusso di denaro necessario ai comuni per la gestione dei servizi al cittadino, una migliore aderenza di questa imposta ai reali disagi cui essa stessa si prefigge di rispondere.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bono. Ne ha facoltà.
NICOLA BONO. Signor Presidente, ci troviamo al cospetto di un documento di programmazione economico-finanziaria illegittimo e fuorilegge, privo di quantificazioni e totalmente svuotato di contenuti: è, quindi, del tutto inutile, ma soprattutto è un documento che si pone in grave e palese violazione della legge di bilancio e delle risoluzioni che in questi anni sono state votate dal Parlamento.
Infatti la legge di bilancio originaria, sulla base della quale ancora lavoriamo (la legge n. 468 del 1978, successivamente modificata dalla legge n. 208 del 1999) prevede una serie di adempimenti a carico del DPEF. Ad esempio, l'articolo 3 della legge n. 208 del 1999, alla lettera a), prevede che nel documento da presentare entro il 30 giugno di ogni anno siano indicati i parametri economici essenziali utilizzati e le previsioni tendenziali per grandi comparti dei flussi di entrata e di spesa del settore statale e del conto consolidato delle pubbliche amministrazioni basato sulla legislazione vigente. Alla lettera f) dello stesso articolo è prevista l'articolazione degli interventi, anche di settore, collegati alla manovra di finanza pubblica per il periodo compreso nel bilancio pluriennale, necessari per il conseguimento degli obiettivi di cui alle precedenti lettere.
è quello che non si è in grado di conoscere nel momento in cui si esprime un indirizzo: ma voi non siete di fronte ad un imprevisto, semmai siete davanti ad un evento oggi non conosciuto. Allora, delle due l'una: o si rinvia il DPEF ad altra data, perché probabilmente quella attualmente prevista è inadeguata, visto che è necessario conoscere il dividendo fiscale per delineare le manovre finanziarie, oppure - come io, il relatore della Casa delle libertà e tutta l'opposizione pensiamo -, si è davanti ad un disegno che cinicamente, scientemente viene portato avanti dalla maggioranza e dal Governo, volto a non consentire un dibattito attorno ad un'ipotesi che non c'è. La verità, infatti, è che non avete idea di come distribuire questo dividendo fiscale e allora, nel dubbio, avete deciso di non decidere e di rinviare a settembre tutte le questioni, cercando, come si direbbe in Sicilia, di allontanare la barca dallo scoglio, per evitare che su di esso possa naufragare. Già ci sono tanti motivi di lite all'interno della maggioranza, se aggiungiamo anche la discussione intorno ad un rafforzamento della riduzione fiscale per le famiglie oppure per le imprese, se aggiungiamo il dibattito su scelte reali da effettuare, si rischia di trovarsi nell'impossibilità di procedere!
di una maggioranza che tiene in piedi una sovrastruttura di pressione fiscale e non intende porvi mano neanche davanti alle rivoluzioni copernicane che, proprio in questi giorni, stanno interessando le legislazioni dei paesi nostri concorrenti più agguerriti, nonché partner dell'Unione europea. Noi assistiamo, senza colpo ferire, alla riduzione della pressione fiscale in Germania, in Francia e persino in Svezia, vale a dire nei santuari di una concezione da sempre dirigista, statalista e volta al mantenimento di un sistema tributario estremamente soffocante. Questi paesi mettono in atto politiche - le concretizzano, non le teorizzano - di riduzione fiscale e l'unico soggetto stabile e impietrito a causa delle lotte interne alla maggioranza di Governo in questo mondo in movimento resta l'Italia, che non sceglie di migliorare il sistema economico dal punto di vista della pressione tributaria. Eppure, in Commissione avevamo avuto audizioni illuminanti in questo senso.
cento del PIL del 1995 all'1,3 per cento del PIL del 2000; sono stati quindi ridotti di 1,2 punti di PIL (praticamente la metà) gli investimenti nelle aree più marginali del paese.
sinistra di Governo è costituita dalla mancata crescita del sud che non è congiunturale, ma attiene alla visione penalizzante di ispirazione esclusivamente keynesiana che ha la sinistra dei processi di sviluppo, tutta sbilanciata sul piano degli incentivi e non sull'individuazione e sull'eliminazione delle insopportabili diseconomie che minano alla base ogni ipotesi di competitività. Un sistema che soffoca l'apparato produttivo con una pressione tributaria che impedisce livelli adeguati di flessibilità del lavoro, che impone rituali burocratici antistorici, retaggio di mentalità ottocentesche, ma che offre teoricamente contributi e agevolazioni per stimolare ed effettuare investimenti produttivi, ha relegato l'Italia agli ultimi posti nella classifica internazionale dei paesi capaci di attrarre capitali.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Malavenda. Ne ha facoltà.
MARA MALAVENDA. Troviamo intollerabile lo strombazzare bugiardo di questo Governo che, nei fatti, con questo DPEF conferma le politiche antioperaie e antipopolari che hanno caratterizzato, sin dal primo momento, la legislatura in corso: dal massacro dei diritti dei lavoratori dipendenti al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro nel pubblico impiego, dallo smantellamento di pensioni, scuola, sanità, servizi e aziende pubbliche allo scempio del patrimonio immobiliare dello Stato e dei beni di pubblico interesse ambientale, storico e culturale.
comporta usura e che, per quanto riguarda i lavori usuranti, sono state individuate categorie di lavoratori praticamente quasi inesistenti nel nostro paese. Tutto ciò mentre si scopre che il lavoro manuale comporta l'accorciamento medio di ben cinque anni di vita rispetto alla media della popolazione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Proietti. Ne ha facoltà.
LIVIO PROIETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'onorevole Bono, intervenendo poco fa, nel tentativo di districarsi nel profluvio di sigle dei partiti che compongono l'attuale maggioranza, ha precisato che DPEF non è la sigla di un partito della maggioranza che sostiene il Governo. Aggiungerei però che si tende comunque a far diventare questo DPEF un sostegno alla maggioranza, un sostegno improprio, che tra l'altro snatura l'essenza del documento stesso. Non la tedierò, Presidente, perché conosco la sua chiara dottrina sulla differenza tra gli atti annullabili, nulli ed inesistenti.
PRESIDENTE. È meglio rinfrescarla ogni tanto!
LIVIO PROIETTI. Ma è certo che io vorrei inserire questo documento di programmazione economico-finanziaria tra gli atti nulli e tra quelli addirittura inesistenti! Abbiamo quindi di fronte un atto che non ha assolutamente le caratteristiche che dovrebbe avere in quanto, sostanzialmente, dopo avere enunciato con grande enfasi i risultati - a dire del Governo - conseguiti nel campo economico, nel campo del pareggio e dell'avanzo addirittura primario dei conti pubblici e nel campo del progresso del nostro sistema economico, non si addentra poi - glissando assolutamente sul punto - su quali siano poi le effettive prospettive e su quale sarà l'effettiva manovra a breve e medio termine che il Governo intende proporre al Parlamento e che intende mettere in atto con gli strumenti a sua disposizione. Questo perché si rinvia alla messianica attesa di un bonus fiscale che dovrebbe derivare dall'autotassazione - i cui dati ormai dovrebbero essere a disposizione - che dovrebbe dare la possibilità al Governo di poter manovrare un certo plafond di denari da destinare a tutta una serie di interventi.
il sistema che fa capo all'euro sconta un momento particolarmente favorevole: innanzitutto perché il deprezzamento è ovviamente temporaneo, a meno che non si voglia pensare che il gioco dei mercati finanziari e le tensioni sulle monete possano andare avanti all'infinito tenendo l'apprezzamento dell'euro così basso; il che poi indurrebbe, a «gioco lungo», degli effetti di impoverimento generale del sistema economico europeo, che credo non possano essere auspicati da nessuno. O questa fase è una fase transitoria - e quindi dobbiamo tener presente questo dato nell'esame dell'economia -, ovvero dovremmo cominciare molto seriamente a preoccuparci. Ma è un dato che oggi l'euro sia assolutamente deprezzato e questo ha fatto sì che tutte le nostre esportazioni - soprattutto quelle italiane che sono per una larga parte rivolte verso dei paesi extraeuro, extra Unione europea - siano state chiaramente agevolate da questa situazione monetaria.
Qualcuno ci dovrebbe spiegare perché questa situazione congiunturale così positiva non crei nel nostro paese un corrispondente miglioramento della bilancia del commercio con l'estero. Qualcuno ci dovrebbe, ancora, spiegare perché nella nostra economia e nel nostro sistema economico - che in questo momento riprenderebbe a «tirare» in virtù delle manovre, che negli anni si sono succedute, di un Governo che ha rimesso a posto i conti pubblici - aumentino gli individui che sono al di sotto della soglia di povertà. Questo comincia ad essere un macigno che pesa sul nostro sistema economico. Infatti, non vi può essere un sistema economico giusto, equo e solidale se vi è un costante aumento delle persone che stanno male, che non vivono dignitosamente, che debbono comprimere i consumi al di sotto di quella soglia minima che dovrebbe essere assicurata a ciascun individuo in una società sostanzialmente opulenta, ricca, industrializzata e tecnologicamente avanzata. Questo dato emerge in modo drammatico nelle statistiche, ma viene sottaciuto nel documento di programmazione economico-finanziaria. Oggi, chi si pone il problema di queste famiglie, di questi 7 milioni di individui al di sotto della soglia di povertà? Questo è quanto ci dicono le statistiche che non sono certo il frutto di elaborazioni dell'opposizione o dei sondaggi del nostro leader Berlusconi, ma dell'Istituto centrale di statistica che sicuramente non è avaro di lodi nei confronti della politica economica del Governo.
risolvono, ma risolvono i problemi di una finanza pubblica asfittica, che ha bisogno di rastrellare denari e che incoraggia, con il battage pubblicitario sui mass media, la mania innata degli italiani di giocare.
PRESIDENTE. Il seguito della discussione è rinviato al prosieguo della seduta.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
In una economia di mercato, quale deve essere sempre di più quella italiana, il carattere decentrato delle singole decisioni deve poi trovare un punto di riferimento unitario in grado di contribuire a tracciare una rotta complessiva. Questa funzione, pur con limiti e contraddizioni, è stata assolta dal documento di programmazione economico-finanziaria: è necessario che essa non si perda e che, al contrario, si affini.
La riforma degli strumenti e delle procedure di bilancio attuata con la legge n. 208 del 1999, anche sulla base dei relativi atti d'indirizzo parlamentare, ha esaltato la funzione programmatica del documento di programmazione economico-finanziaria in rapporto agli interventi da adottare con la manovra finanziaria, non soltanto per raggiungere gli obiettivi di miglioramento dei saldi, ma anche per promuovere lo sviluppo del sistema economico.
Il 15 giugno scorso la Commissione bilancio della Camera ha approvato una risoluzione ispirata alle stesse finalità della riforma per quanto concerne la
All'inizio di questa legislatura, non era facile scommettere sul risanamento (e qualcheduno, per la verità, non ci ha mai scommesso). Come si ricorderà, gli obiettivi programmatici dei saldi erano mirati a rendere possibile la partecipazione dell'Italia all'Unione economica e monetaria fin dalla prima fase. Questi obiettivi sono stati pienamente raggiunti: alla fine del 1997, l'indebitamento netto della pubblica amministrazione, parametro rilevante ai fini del rispetto dei criteri di convergenza previsti dal trattato di Maastricht, era pari al 2,7 per cento, con l'abbattimento di 4,4 punti percentuali di PIL rispetto all'anno precedente. Il percorso di risanamento è proseguito, giungendo ad un saldo dell'1,9 per cento nel 1999, mentre per l'anno in corso si prevede un'ulteriore riduzione all'1,3 per cento.
Non furono fatte allora promesse particolari: si sottolineò la priorità del risanamento della finanza pubblica, chiedendo sacrifici anche pesanti, con l'obiettivo di consentire all'Italia di inserirsi in un quadro di stabilità garantita dalla appartenenza all'Unione monetaria fin dal suo inizio. La cura è stata incisiva ed efficace. Naturalmente, si è pagato qualche prezzo in termini di crescita e di sviluppo, ma forse era anche inevitabile. Oggi la ripresa in atto ci dice che quegli squilibri avevano una portata di carattere congiunturale. In compenso l'inflazione è stata debellata; i tassi d'interesse sono stati riportati in un ambito paragonabile a quello degli altri partner europei; il valore della moneta ricondotto ad una prospettiva di stabilità in vista della adozione della moneta unica; sul versante dell'occupazione sono stati creati già 830 mila posti di lavoro e sembra ormai conseguibile l'obiettivo di oltre un milione di posti di lavoro entro il prossimo anno.
Il documento di programmazione economico-finanziaria al nostro esame si caratterizza per il suo elevato valore politico e programmatico. Gli elementi in esso contenuti sono stati avvalorati e integrati dagli interventi dei ministri economici e del sottosegretario al tesoro professor Giarda; un'ampia analisi e una approfondita valutazione dei suoi contenuti è stata possibile nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare delle Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato grazie alle audizioni, tra gli altri, del governatore della Banca d'Italia, degli istituti di ricerca, delle parti sociali e dei rappresentanti delle principali categorie produttive. Ulteriori elementi sono stati evidenziati nei pareri espressi dalle Commissioni competenti, di cui ho dato conto
Si dispone pertanto di un quadro tendenziale completo per la pubblica amministrazione ora accompagnato dal quadro programmatico che indica, sia in valore assoluto che in percentuale del PIL, oltre ai valori dei saldi (saldo complessivo, avanzo primario e avanzo di parte corrente) anche dell'andamento delle entrate e delle spese al lordo e al netto degli interessi sia per la parte corrente che per quella capitale.
È stato inoltre definito nel corso dell'esame in Commissione il quadro programmatico relativo al bilancio dello Stato; sono stati infatti indicati dal rappresentante del Governo i valori programmatici dei saldi per il 2002 e per il 2003, oltre a quello, coincidente con i valori tendenziali, per il 2001.
Il documento di programmazione economico-finanziaria in esame rappresenta un punto di svolta significativo. È il primo infatti che, dopo molti anni di politiche di bilancio pesantemente restrittive, non ritiene necessarie ulteriori manovre correttive dei saldi, ma accanto a interventi di riqualificazione della spesa prevede la restituzione ai contribuenti dei maggiori introiti di carattere strutturale derivante dall'emersione di base imponibile nei comparti sia delle imposte dirette che indirette. Si è infatti consolidato nel 1999 il processo di risanamento dei conti pubblici consentendo un risultato migliore dell'obiettivo prudentemente prefigurato dal Governo nei documenti di programmazione economico-finanziaria precedenti come attestano i dati relativi all'indebitamento netto che costituisce l'indicatore principale.
Rispetto all'obiettivo del 2 per cento, poi arrivato al 2,4 per cento il 1999, si è chiuso con un indebitamento netto della pubblica amministrazione di 40 mila 511 miliardi, pari all'1,9 per cento del PIL, ben inferiore al livello registrato nel 1998: 2,8 per cento. Per il 2000 l'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni è stimato nel documento di programmazione economico-finanziaria in misura pari a 29.700 miliardi, con un'incidenza sul PIL pari all'1,3 per cento rispetto all'obiettivo dell'1,5 per cento (33 mila miliardi) dei precedenti documenti di programmazione economico-finanziaria. Questo risultato è ottenuto in conseguenza di una diminuzione, rispetto al 1999 della spesa per interessi (da 140.700 miliardi a 144.400 miliardi), accompagnata da un aumento dell'avanzo primario (da 105.200 miliardi a 114.800 miliardi, pari al 5,2 per cento del PIL). In tale contesto dovrebbe registrarsi anche un aumento dell'avanzo di parte corrente da 32.400 miliardi del 1999 a 46 mila miliardi nel 2000.
I risultati del 1999 e le previsioni per il 2000 si inseriscono in un percorso di risanamento della finanza pubblica, avviato nei primi anni '90 e più vigorosamente ripreso dal 1996, che ha portato ad una riduzione dell'indebitamento netto di 5,8 punti percentuali in termini di PIL tra il 1996 e il 2000 (dal 7,1 per cento all'1,3 per cento) e ad una diminuzione del rapporto debito/PIL di oltre 10 punti (dal 122,2 per cento al 112,1 per cento). Se questo non è risanamento strutturale della finanza pubblica, bisogna che l'opposizione ci spieghi cosa è.
Al recupero di quote rilevanti di evasione hanno poi concorso gli studi di settore e l'avvio della riforma dell'amministrazione finanziaria ispirata al conseguimento di più elevati livelli di efficienza. Il progressivo ridimensionamento dell'evasione ha sicuramente contribuito agli incrementi di gettito recentemente conseguiti; non meno significativo, peraltro, è apparso il concorso della tassazione dei redditi di capitale e delle plusvalenze: anche in questo caso, la riforma si è dimostrata utile, là dove ha permesso di allargare la base imponibile, inserendovi cespiti precedentemente esclusi e allo stesso tempo incoraggiando, mediante l'applicazione di aliquote più favorevoli di quelle ordinarie, lo spostamento di risorse sempre più consistenti verso forme di investimento più avanzate, contribuendo alla crescita dei mercati finanziari italiani.
Più in generale, mi pare opportuno segnalare il fatto che, per la prima volta da vari anni, è stata realizzata una riforma nel settore tributario che non risponde a specifiche esigenze di carattere contingente, ma è riconducibile ad un disegno organico coerente, per cui i vari interventi adottati rispondono ad una logica complessiva. In questo senso, non può essere ignorato lo sforzo compiuto per riordinare la tassazione gravante sulle imprese, in primo luogo introducendo un regime delle operazioni straordinarie (conferimenti, fusioni, scissioni) ispirato al principio della neutralità fiscale, che rimette alle imprese stesse la scelta di adottare l'assetto ritenuto più adeguato alle proprie esigenze e, in secondo luogo, eliminando gli elementi distorsivi presenti nella normativa, che inducevano il sistema produttivo a preferire l'indebitamento bancario rispetto all'autofinanziamento ovvero al ricorso al capitale di rischio. Ciò è avvenuto con l'introduzione della cosiddetta DIT; la stessa IRAP, assai controversa, ha sicuramente concorso a semplificare il carico normativo e a ridurre gli adempimenti gravanti sulle imprese, avendo sostituito un numero notevole di tributi minori.
L'andamento favorevole dei conti pubblici, di cui si è detto, si accompagna ad una previsione positiva circa l'evoluzione delle principali grandezze macroeconomiche per il periodo 2000-2004, che indicano un netto miglioramento delle prospettive di crescita, tali da colmare il divario con gli altri paesi dell'area dell'euro: si rinvia, in proposito, alla tabella n. 2 della relazione scritta. Il miglioramento del quadro macroeconomico trova nella crescita del PIL la conferma più evidente: infatti, per l'anno in corso, è previsto un aumento in termini reali del PIL del 2,8 per cento, contro l'1,4 per cento del 1999, con uno scostamento dello 0,6 per cento in più rispetto alla stima del documento di programmazione economico-finanziaria dello scorso anno. Il PIL sale ulteriormente del 2,9 per cento nel 2001 e si stabilizza al 3,1 negli anni successivi. Secondo questa stima del Governo, che ritengo molto prudente, il tasso di crescita dell'economia italiana raggiunge la media degli altri paesi dell'area dell'euro, colmando il divario
Per il Mezzogiorno, il documento di programmazione economico-finanziaria prevede che, soprattutto grazie ad una più incisiva programmazione degli investimenti pubblici, dovrebbe realizzarsi una fase accelerata di sviluppo, con tassi di crescita del PIL non inferiori al 4 per cento. In tale ottica, prospettive più favorevoli sull'andamento dell'occupazione unitamente ai preannunciati interventi diretti ad attenuare il carico fiscale delineati nel documento di programmazione economico-finanziaria saranno leve non secondarie per il sostegno nel quadriennio della domanda privata.
Dal 2001 al 2004 il documento stima un aumento degli occupati pari all'1,1 per cento, corrispondentemente il tasso di disoccupazione dell'11,4 per cento del 1999 si ridurrà al 10,7 per cento nel 2000 per proseguire al 9,9 per cento nel 2001 fino al 7,8 per cento nel 2004. Il dato medio nazionale sconta un aumento dell'occupazione su tutto il territorio nazionale, in particolare nel Mezzogiorno per il quale è previsto l'incremento annuo del 2 per cento a fine periodo.
Nel favorevole contesto macroeconomico descritto, gli obiettivi programmatici dei saldi di finanza pubblica (tratti dalla più ampia tabella presentata dal Governo a integrazione di documento di programmazione economico-finanziaria durante l'esame in Commissione bilancio ed esposti nella tabella n. 3 della relazione scritta) possono riassumersi come segue.
Per il 2001 il deficit tendenziale della pubblica amministrazione, pari, in valore percentuale, all'1 per cento del PIL e, in valore assoluto, a 23.700 miliardi, corrisponde al valore programmatico fissato nel precedente documento di programmazione economico-finanziaria (DPEF 2000-2003) e confermato successivamente dal programma di stabilità presentato in sede comunitaria nel dicembre 1999.
Il Governo nel documento dichiara, pertanto, che per il 2001 non è necessaria alcuna manovra di carattere correttivo del deficit tendenziale. Procederà comunque ad effettuare interventi di ricomposizione della spesa e di attuazione del carico tributario.
Per quanto riguarda il 2002, il deficit tendenziale, pari allo 0,7 per cento del PIL, è lievemente più alto dell'obiettivo indicato in precedenza e confermato nel presente documento (0,5 per cento).
Nel 2003, a fronte di un saldo tendenziale lievemente positivo (0,2 per cento) l'indicazione programmatica è di un deficit nullo; analogamente per il 2004 il valore positivo del saldo programmatico (+0,3 per cento) sarebbe inferiore di un punto percentuale al dato tendenziale (+1,3 per cento).
A fronte di una spesa per interessi che a livello programmatico non si discosta, in quota PIL, dal tendenziale, l'avanzo primario programmatico segue l'andamento del saldo complessivo, con un valore (5,2 per cento del PIL) per il 2001 uguale al tendenziale; un valore lievemente più alto nel 2002 (+5,5 per cento a fronte del 5,3 per cento tendenziale), per poi scendere sotto al tendenziale nel biennio successivo: +5,6 per cento nel 2003 (rispetto al 5,8 per cento tendenziale) e +5,5 per cento nel 2004 (rispetto al 6,5 per cento tendenziale).
Per quanto riguarda il debito, non vi sono previsioni differenziate per il quadro programmatico rispetto al tendenziale che indica una riduzione del rapporto debito-PIL dal 112,1 per cento del 2000 al 106,6 per cento a fine 2001. Negli anni successivi continua la discesa per raggiungere il 99,7 per cento alla fine del 2003 e il 95 per cento a fine 2004.
In riduzione del debito, oltre all'andamento dei saldi, operano anche le privatizzazioni. A questo proposito appare opportuno che il Governo fornisca i dati sull'importo atteso dalle operazioni di privatizzazione per l'anno 2000 e per ciascuno degli anni del periodo di programmazione 2001-2004.
Con riferimento al bilancio dello Stato, il saldo netto da finanziare programmatico per il 2001, derivante dall'eccedenza delle spese finali sulle entrate finali, non
Come specificato dal rappresentante del Governo nel corso dell'esame in Commissione bilancio, negli anni successivi il saldo si riduce in proporzione alla riduzione prevista per l'indebitamento netto della pubblica amministrazione, passando a 62.600 miliardi nel 2002 e a 49.200 miliardi nel 2003. Nel DPEF il Governo dichiara che una precisa definizione del quadro programmatico è impedita da alcuni elementi di incertezza che interessano sia le entrate sia le spese.
Tali incertezze in particolare riguardano: le entrate tributarie, rispetto alle quali il Governo ha preannunciato la comunicazione, non appena disponibili, dei dati relativi ai versamenti derivanti dall'autoliquidazione delle imposte dirette e dell'IRAP (al riguardo, appare opportuno che il Parlamento sia messo a conoscenza, quanto prima, dei suddetti dati); i proventi delle cessione UMTS; la razionalizzazione della spesa per acquisto di beni e servizi. Un ulteriore elemento di incertezza, in senso positivo, dipende dalle risorse che il Governo riuscirà a reperire attuando procedure innovative più efficienti per gli acquisti della pubblica amministrazione. Tali risorse saranno destinate ad assicurare la copertura finanziaria degli interventi di sostegno allo sviluppo, in particolare nelle aree meridionali, e degli altri interventi di ricomposizione e riqualificazione della spesa; la spesa sanitaria, al riguardo della quale, ferma restando l'esigenza di un puntuale monitoraggio, con particolare riferimento ai fattori che ne determinano l'incremento, devono essere valutate positivamente le iniziative assunte dal Governo, d'intesa con le regioni, per definirne in modo attendibile l'evoluzione; le spese per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego, con riferimento anche ai maggiori costi derivanti dall'aggiornamento del tasso di inflazione programmato (+1,7 % rispetto al precedente valore dell'1,1%).
Il DPEF 2001-2004 esclude, come detto, una manovra per il 2001 volta a correggere i saldi di finanza pubblica rispetto agli andamenti tendenziali. In esso, tuttavia, si prospettano alcune misure, di seguito sinteticamente richiamate, che incidono direttamente sui flussi di entrata e di spesa e che, a quanto si può ritenere, saranno oggetto della prossima legge finanziaria.
Questi interventi possono essere integrati con le proposte che sono state formulate dalle Commissioni di merito nel parere reso sul documento. Solo alcune di tali proposte, comunque, potranno essere oggetto della prossima manovra, sia in rapporto alle regole che definiscono il contenuto proprio della finanziaria, sia in rapporto all'ammontare delle risorse disponibili. D'altra parte, in molti casi non si rendono necessari ulteriori interventi legislativi, ma si tratta invece di dare piena attuazione ad iniziative già intraprese.
Per quanto riguarda gli sgravi fiscali conseguenti all'accertamento di maggiori entrate tributarie per il periodo 2001-2004, nel documento si precisa che, qualora si verificassero le attese circa il maggior gettito strutturale derivante dall'emersione della base imponibile, esso sarà destinato a sgravi fiscali che riguarderanno prioritariamente: le famiglie, attraverso la riduzione dell'IRPEF, con particolare attenzione ai redditi più bassi, e attraverso una riduzione della tassazione della abitazioni; le imprese, soprattutto quelle minori, con l'intento, in particolare, di favorire l'emersione del sommerso, la nascita di nuove attività, la creazione di occupazione, la semplificazione e il miglioramento dei rapporti con il contribuente.
Al riguardo appare opportuno svolgere alcune considerazioni, anche sulla base del parere espresso dalla Commissione finanze, in ordine al rilievo della leva fiscale nell'ambito delle manovre finanziarie. I risultati ottenuti al riguardo, anche in ragione del rafforzamento della capacità di accertamento dell'amministrazione
Ottenuta, quindi, dal Governo una valutazione del maggior gettito che si intende restituire ai contribuenti con la prossima legge finanziaria, appaiono in questa fase opportuni: a) un quadro organico di interventi a sostegno della famiglia, intesa come elemento centrale su cui fondare la solidarietà intergenerazionale, con particolare attenzione alle famiglie più deboli e con disabili; b) interventi di sostegno al sistema produttivo, con particolare riferimento alle piccole e medie imprese, anche mediante l'eventuale riduzione dell'IRAP, ed alle spese per la ricerca, in modo da allineare il nostro paese ai maggiori concorrenti; c) la definizione di alcuni obiettivi della politica fiscale di medio periodo quali, in primo luogo, la riduzione del livello di tassazione gravante sui percettori di redditi più bassi, ferma restando la necessità di dedicare particolare attenzione al ceto medio, e l'abbattimento del carico tributario sulla casa di abitazione; d) la previsione che eventuali maggiori entrate, che derivino in primo luogo dal positivo andamento dell'economia, siano destinate alla riduzione delle aliquote delle imposte sui redditi; e) iniziative per contrastare il fenomeno del «lavoro nero» e dell'abusivismo.
Il complesso di questi interventi ha il vantaggio di interessare ampie categorie di contribuenti e, cumulandosi alle misure già disposte con la manovra finanziaria dello scorso anno, corrisponde all'obiettivo di ridurre stabilmente la pressione tributaria, in considerazione del carattere strutturale e non congiunturale del risanamento del bilancio.
Passo a trattare il finanziamento del programma «società dell'informazione»: come sottolineato nel documento, il Governo attribuisce valore prioritario alla realizzazione di un programma straordinario di interventi contenuto nel piano di azione relativo alla «società per l'informazione» approvato nel giugno 2000.
Per quanto riguarda la riqualificazione e razionalizzazione della spesa e gli interventi per lo sviluppo a livello programmatico, come evidenziato nel documento, il Governo intende attuare una ricomposizione della spesa attraverso una razionalizzazione delle procedure di spesa per acquisto di beni e servizi e della relativa gestione da parte della pubblica amministrazione, che dovrà inoltre consentire il reperimento delle risorse necessarie ad assicurare la copertura finanziaria per gli interventi di sostegno allo sviluppo, in particolare nelle aree meridionali.
Il Governo intende, entro il 2001, dare attuazione ad una seconda fase, più ampia, nella quale il piano di razionalizzazione viene esteso ad altre categorie di spesa, inclusa quella sanitaria, che potrebbe generare un risparmio pari al 15-20 per cento del totale. Per il 2000, tale importo aumenterà, secondo le previsioni, a 154.000 miliardi.
A fronte di tali risparmi, sarà possibile finanziare alcune misure a sostegno dello sviluppo, tra le quali nel documento si segnalano in particolare investimenti pubblici e project financing: il Governo si impegna ad assicurare il progressivo aumento, rispetto all'andamento tendenziale, della quota di investimenti pubblici rispetto al PIL e alla loro riqualificazione. Come si è detto, con la prossima legge finanziaria saranno autorizzate le nuove spese di parte capitale necessarie ad assicurare una quota investimenti pubblici/PIL pari al 3,8 per cento nel 2001, mentre il mantenimento degli obiettivi per gli anni successivi dovrà essere assicurato dalle successive manovre di bilancio. Una parte significativa dei nuovi investimenti in infrastrutture di interesse pubblico (2.000 miliardi nel 2002, 6.000 miliardi nel 2003 e 10.000 miliardi nel 2004, corrispondenti ad una quota del PIL pari, rispettivamente, allo 0,08 per cento, allo 0,25 per cento e allo 0,40 per cento in ciascuno dei tre anni) potrà essere finanziata, secondo il Governo, mediante ricorso al capitale privato. Allo scopo saranno definite nella legge finanziaria le nuove procedure per favorire il project financing.
Il coinvolgimento del capitale privato non si giustifica solo con la riduzione degli oneri a carico del bilancio pubblico, ma è un indice di validità economico-finanziaria dei progetti stessi. L'utilizzo di risorse private per la realizzazione delle infrastrutture richiede infatti requisiti di «efficienza, efficacia ed economicità» non solo nella fase di progettazione (tecnica, economica, finanziaria,«amministrativa») e di realizzazione, ma anche nella gestione dell'opera stessa.
Dovrebbe pertanto essere promosso, anche attraverso nuovi interventi legislativi di modifica delle attuali normative, il ricorso alla finanza di progetto e a tutte le iniziative volte a favorire il concorso dei privati nell'esercizio di attività e di servizi pubblici. È inoltre opportuno rimuovere gli eventuali ostacoli di carattere normativo o fiscale che impediscono il ricorso alla locazione finanziaria da parte delle pubbliche amministrazioni.
Per quanto riguarda gli interventi per il Mezzogiorno, nel triennio 2001-2003 saranno stanziate risorse tali da assicurare un volume di investimenti pubblici in quell'area tendenzialmente pari al 46 per cento del totale della spesa in conto capitale, ivi compreso il cofinanziamento dei programmi comunitari.
La strategia di sviluppo indicata nel documento si articola in tre indirizzi: miglioramento del contesto socioeconomico; promozione diretta dello sviluppo locale; sviluppo della concorrenzialità. Questa strategia richiede ad un tempo un forte impegno quantitativo in termini di investimenti pubblici e una loro radicale riqualificazione.
Per quanto riguarda i rinnovi contrattuali per gli anni 2002-2003, come specificato nel documento, dovranno essere reperite risorse in sede di legge finanziaria per la copertura dei rinnovi contrattuali in scadenza nel periodo successivo al 2001. Ulteriori risorse dovranno essere destinate alla copertura dei costi sussistenti a legislazione vigente ed in particolare dei costi derivanti dall'innalzamento del valore dell'inflazione programmata.
Relativamente ai trasferimenti agli enti locali e al federalismo fiscale, risorse aggiuntive dovranno essere stanziate nel 2001 in conseguenza dello squilibrio tra entrate e spese evidenziate dal quadro finanziario degli enti locali contenuto nel documento. Come sottolineato nel parere della VI Commissione, appare a questo proposito evidente la necessità di riordinare in modo organico - analogamente a quanto già è stato fatto per le regioni - la disciplina delle risorse finanziarie dei comuni e delle province, in modo da assicurare agli stessi un quadro certo delle entrate a disposizione.
Per quanto riguarda il 2001, il DPEF in esame indica che in sede di legge finanziaria ulteriori risorse dovranno forse essere destinate alla copertura dei costi (peraltro non ancora quantificabili) che potrebbero derivare da una non favorevole evoluzione della spesa sanitaria.
Venendo all'economia sommersa, il fenomeno del lavoro sommerso risulta ampio ed in espansione non solo nel Mezzogiorno, ma in tutto il paese: nell'industria, nel turismo, nei servizi, nell'agricoltura e nell'edilizia. Secondo il Governatore della Banca d'Italia, tale fenomeno impiega oltre 2 milioni e 400 mila lavoratori e rappresenta una quota di PIL valutato dal 15 al 20 per cento. In alcune aree meridionali il sommerso rappresenta una quota strutturale del sistema produttivo. Le conseguenze sono note: precarietà salariale e normativa, turbativa del mercato, sovraccarico fiscale e contributivo per l'economia legale, oggettiva contiguità con la piccola e grande criminalità. Occorre intervenire con determinazione per eliminare il sommerso. A tal fine, deve essere valutata l'ipotesi di facilitare l'emersione, comprendendo tra le misure anche un bonus fiscale concordato con l'Unione europea, che consenta di contemperare un'ottica puramente repressiva con particolare attenzione a quella parte del lavoro sommerso che rappresenta, in alcune aree territoriali del paese, intere filiere produttive o parti fondamentali di esse, costituendo assetti stabili sotto il profilo sia sociale che economico. Al tempo stesso, è necessario rafforzare gli strumenti di repressione del lavoro irregolare anche attraverso una maggior politica di controllo, il rafforzamento degli apparati ispettivi e la realizzazione di interventi coordinati ed unificati tra le diverse strutture competenti in materia.
Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza...
La riduzione della pressione fiscale, quindi, è affidata sostanzialmente alla dinamica dell'aumento del PIL ed all'incremento conseguente del reddito disponibile delle famiglie, non ad una funzione autonoma, e generalizzata, come è avvenuto con la riduzione della pressione fiscale negli Stati Uniti ed in altri paesi che hanno avuto in questi anni forti tassi di sviluppo ed una funzione trainante nel quadro di un processo di globalizzazione; il quale ormai non consente più né la logica del deficit spending keynesiano né forme, come ho detto, neokeynesiane dovute comunque a strumenti di dirigismo pubblico.
Ciò spiega perché questo documento di programmazione economico-finanziaria sia assolutamente privo di qualunque significato e come la lode degli interventi effettuati negli scorsi anni consista in un'affermazione puramente retorica. Il modo in cui siamo entrati nella moneta unica ed abbiamo risanato il bilancio pubblico dimostra come si sia seguito il percorso precedentemente citato e, viceversa,
In particolare, non ha alcun significato il rinvio ad un aggiornamento a settembre del documento di programmazione economico-finanziaria di fronte alle presunte incertezze, sulle quali mi riservo di intervenire, circa l'andamento delle entrate e l'evoluzione di alcuni settori della spesa pubblica. Non ha alcun significato da un lato perché l'articolo 118-bis, comma 4, del regolamento della Camera subordina espressamente l'aggiornamento del documento di programmazione economico-finanziaria al verificarsi di eventi imprevisti, come furono quelli della crisi asiatica del 1997, che ricorderete, e l'esigenza di raddoppiare la manovra finanziaria per il 1998 per accelerare il rientro nei parametri della moneta unica, nonché con il famoso viaggio del Presidente Prodi in Spagna ed il suo ritorno con la decisione raddoppio della manovra finanziaria. Quelli furono effettivamente eventi imprevisti, ma oggi non c'è nulla di imprevisto, anche perché ormai siamo legati al vincolo del patto di stabilità e crescita che ci impegna fin dal febbraio scorso, quando abbiamo dovuto comunicare alla Unione europea il nostro progetto di bilancio: fin da allora, quindi, abbiamo dovuto indicare quali saranno le guide lines della nostra finanza pubblica per i prossimi anni ed in particolare per il 2001. Non c'è, quindi, alcuna incertezza, ma si tratta soltanto di una convenienza di carattere politico ed io vorrei dire, con spirito polemico, che è soprattutto l'incertezza sull'andamento di alcune componenti strutturali della spesa pubblica corrente a giustificare, dal punto di vista del Governo, il rinvio della definizione degli indirizzi di politica economica e finanziaria che normalmente nel documento di programmazione economico-finanziaria dovrebbero essere delineati, salvo poi darne definizione più precisa e puntuale nel disegno di legge finanziaria e nei provvedimenti ad esso collegati. Il problema di fondo che vorrei sottoporre alla vostra attenzione è tuttavia più serio. Il modo con il quale il paese è uscito (peraltro ancora parzialmente) dalla crisi finanziaria e con cui si è risanata la finanza pubblica non può considerarsi «neutrale» rispetto al modo in cui oggi il paese affronta la ripresa economica. Questo perché la crescita della pressione fiscale, la rinuncia alle spese per investimento - le uniche spese tagliate in questi anni non sono state quelle correnti, ma soprattutto quelle di investimento - e il fatto che lo «stellone italiano», per un certo numero di anni, ha fatto in modo che una variabile esterna, quale la riduzione dei tassi di interesse, abbia consentito ad un paese indebitato fino al collo di ridurre l'onere per il servizio interessi dei prestiti pubblici sono tutti elementi che ci hanno consentito di uscire dalla crisi finanziaria e che hanno caratterizzato l'andamento del nostro ciclo economico, sempre più determinato e dipendente da variabili esterne, vale a dire dall'andamento del ciclo congiunturale internazionale (ho ricordato la crisi asiatica del 1997 che fu sottovalutata, ma che ha danneggiato profondamente il nostro paese, già colpito da una forte riduzione del reddito disponibile delle famiglie e delle imprese, quale conseguenza dei provvedimenti di risanamento finanziario che, dal 1992 in poi, si erano andati determinando con ritmo crescente).
Come stavo dicendo, la crisi della spesa pubblica per investimenti ha determinato una dipendenza sempre maggiore dell'andamento dell'economia italiana da variabili esterne. Se andiamo ad analizzare lo scostamento di crescita percentuale del PIL fra previsioni e consuntivo negli anni dal 1996 al 1999, possiamo verificare che le previsioni per il 1996 prevedevano una crescita dell'1,2 per cento, ma si arrivò, a consuntivo, ad una crescita dello 0,7 per cento; nel 1997 la crescita prevista era pari al 2 per cento, ma si arrivò ad una crescita dell'1,5 per cento; nel 1998 la crescita prevista era sempre del 2 per cento e si arrivò solo all'1,3 per cento; infine, nel 1999 era stata prevista una crescita del 2,7 per cento, ma il PIL è
Ricordo che questo fenomeno risale addirittura al 1992 e accanto ai tanti rimborsi previsti dal collegato alla manovra finanziaria per il 2000, quali, ad esempio, le riduzioni fiscali relative alle detrazioni per le spese veterinarie o per il servizio reso da collaboratrici familiari, suggerirei al Governo di pensare a rimborsare oltre alla tassa sul medico di famiglia - prevista nel collegato alla finanziaria per il 2000 - anche il prelievo straordinario del 6 per mille sui depositi e conti correnti bancari, visto che il Presidente del Consiglio attuale è lo stesso del 1992.
Quel prelievo ebbe una natura profondamente incostituzionale, Presidente, e la Consulta non se ne è accorta! Questo fu un fatto molto grave. Quel prelievo venne realizzato una domenica, improvvisamente, determinando oneri, tra l'altro, a carico di alcune componenti professionali (ad esempio i notai) che sostanzialmente avevano acquisito per il week-end depositi cauzionali dei loro clienti, sui quali hanno dovuto pagare un'imposta che invece avrebbero dovuto pagare i loro clienti!
Naturalmente oggi ci troviamo in una fase di espansione e quindi la variabile esterna ci sospinge, ma fino a quando? I dati della bilancia commerciale, che abbiamo ricevuto proprio ieri (o l'altro ieri), ci dimostrano come il saldo della bilancia commerciale sia fortemente in calo già da due mesi. Ciò non dipende soltanto, come si dice, dal solito caro petrolio, anche se naturalmente la nostra bolletta energetica ne è fortemente dipendente. Se andiamo a vedere l'andamento dei rapporti commerciali (importazioni ed esportazioni delle merci) tra l'Italia e i paesi extra Unione europea, ci accorgiamo che stiamo perdendo fortemente competitività nei confronti dei paesi dell'area comunitaria europea, mentre con il made in Italy, che riguarda produzioni a bassa intensità tecnologica, facciamo ancora breccia nell'ambito dei paesi extra Unione europea, e ciò a dimostrazione che la nostra competitività è diminuita, come ha dimostrato la recente indagine svolta dalla Commissione bilancio della Camera. La nostra competitività è fortemente calata nel momento stesso in cui siamo diventati sempre più dipendenti dall'andamento della congiuntura estera. C'è dunque un paradosso: da un lato, siamo sempre più dipendenti dall'andamento della congiuntura estera; dall'altro, perdiamo competitività e quindi sostanzialmente ci leghiamo le mani nel momento in cui dovremmo invece proiettarci verso l'esterno. Questo è un fatto di estrema gravità.
Inoltre, a dimostrazione del fatto che la componente interna è stata fortemente gravata, nasce e cresce oggi la soglia di povertà nel nostro paese. Il livello di povertà, infatti, è cresciuto, come dimostrano anche indagini di carattere ufficiale. Nel documento che stiamo esaminando vi è una sottile polemica nei confronti del governatore della Banca
Il documento di programmazione economico-finanziaria sostiene invece che le retribuzioni lorde reali sono cresciute del 4,4 per cento mentre la produttività è cresciuta del 3,2 per cento. Ciò avrebbe consentito «un recupero, seppur parziale, del potere di acquisto dei redditi da lavoro dipendente». Questa polemica di bassa lega nei confronti del governatore non ha alcun senso perché nel DPEF - da vecchio professore di materia economica mi consentirete di essere un po' cattivo da questo punto di vista - si dimentica un elemento importante che invece il governatore considera: il cuneo fiscale. È vero che le retribuzioni sono aumentate rispetto alla produttività, ma si tratta di retribuzioni lorde; successivamente il cuneo fiscale si è incaricato di abbassarle e questo spiega appunto l'impoverimento della popolazione. Del resto, il nostro differenziale inflazionistico si è mantenuto immutato e non è vero che si è ridotto rispetto a quello degli altri paesi perché per la nostra componente energetica noi siamo più fortemente dipendenti rispetto agli altri paesi. Basti pensare che l'80 per cento della movimentazione interna delle nostre merci avviene su gomma con notevoli condizionamenti - come è stato dimostrato dall'esame del provvedimento sugli autotrasportatori, effettuato pochi giorni fa alla Camera - e con componenti di forte dipendenza dalla variabile energetica.
Vi è poi una serie di incertezze che, secondo il Governo, dovrebbero giustificare il rinvio a settembre, dopo le vacanze, periodo di distensione del quale tutti abbiamo certamente bisogno. Solo allora potremo sciogliere una serie di interrogativi inquietanti sulle incertezze che il DPEF mette in risalto, relative all'entità e alla struttura di ricomposizione della spesa, all'assetto istituzionale in materia sanitaria, alle possibili revisioni delle stime e delle entrate e ai famosi proventi dell'UMTS che speriamo siano destinati tutti alla riduzione del debito pubblico il quale, come diremo dopo, è diminuito in termini di rapporto con il PIL, perché il PIL è cresciuto, non perché si sia ridotto il debito in termini di valori assoluti: il debito pubblico è rimasto, infatti, di 2 milioni 450 mila miliardi di lire esattamente come qualche anno fa. In un periodo di crescita dei tassi di interesse abbiamo bisogno dunque di ridurre, in termini di valori assoluti, anche il debito pubblico.
Riguardo alle incertezze, cui prima accennavo, la prima è dovuta al fatto che si aspetta l'autunno per vedere se la legge finanziaria possa disporre autorizzazioni di spesa aggiuntive rispetto alla legislazione vigente. Si dice che dovranno essere firmati i contratti del pubblico impiego, nei quali è stata prevista l'inflazione programmata - ora l'inflazione effettiva è superiore a quella programmata - e che, quindi, dovranno essere adeguati per saldare il differenziale inflazionistico reale a quello programmato con evidenti costi aggiuntivi.
Vi è, poi, il discorso della spesa sanitaria e l'argomentazione, a questo proposito, è veramente «tartufesca». Si dice che non abbiamo deciso ancora «chi fa che cosa», cioè se lo Stato o le regioni debbano assumersi l'onere della spesa sanitaria e che, quindi, si deve rinviare ogni quantificazione in attesa di sciogliere questo nodo. In realtà, il problema non è quello di sapere chi sia il responsabile perché, in realtà, sappiamo già che le regioni sono responsabili, ma lo sono, ahimè, con una serie di pesanti condizionamenti da parte dello Stato. Basti pensare alla riforma Bindi sul sistema dell'intra moenia che determinerà, oltre a forti investimenti in strutture, anche la trasformazione di 100 mila medici in dirigenti del sistema sanitario nazionale con costi, ovviamente, di grande rilevanza che, peraltro, vengono decisi al centro,
Presidente, colleghi, vogliamo finalmente affrontare il problema della riforma strutturale della sanità? Sappiamo che la spesa sanitaria cresce più del PIL, come tendenza di lungo periodo. Alla fine di ogni anno dobbiamo scoprire che vi è un buco finanziario da coprire: è la dimostrazione che la spesa sanitaria cresce con una tendenza superiore a quella del PIL; contemporaneamente, dobbiamo anche tenere conto che il sistema delle compartecipazioni tributarie, che abbiamo consegnato alle regioni con il recente decreto legislativo n. 56 del 2000, è attualmente insufficiente perché, come ricorderete si trattò di trasferire 39.698 miliardi, in termini di cancellazione di trasferimenti dallo Stato alle regioni e, contemporaneamente, di assegnare ad essa una pari entità di compartecipazioni a tributi erariali, tra cui spicca in modo particolare il 25,7 per cento del gettito IVA. Si dà il caso, però, che di questi 39.698 miliardi - è un dato della relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria delle regioni a statuto ordinario per il 1998 e il 1999 - ben 38.785 (quindi, il 97,7 per cento) fanno riferimento dal Fondo sanitario nazionale.
Quindi, sostanzialmente, con questa cancellazione di trasferimenti statali in cambio di pari compartecipazioni a tributi erariali, le regioni hanno a disposizione poco meno di mille miliardi per tutti gli altri servizi e funzioni, anche se recenti accordi fra Stato e regioni hanno accresciuto le disponibilità finanziarie da assegnare alla spesa sanitaria. Ciò nonostante il grosso di queste compartecipazioni sia rappresentato, come dicevo, dall'IVA. Quest'ultima, signor Presidente, è un'imposta capricciosa. Infatti, nelle fasi di espansione con essa si incassa a ruota libera, come abbiamo visto in questo periodo di crescita dei prezzi del petrolio, in quanto, poiché l'IVA si accumula sull'accisa ed incide sul prezzo finale al consumo dei carburanti, crescendo il costo del greggio, lo Stato incassa più IVA. Nella fase di espansione, pertanto, oltre all'incasso derivante dall'IVA sui carburanti, si registra anche una crescita degli scambi e del gettito dell'IVA stessa. Quando però la congiuntura va male, l'IVA comincia «a battere in testa», con essa si incassa meno ed il gettito tende a ridursi, perché gli scambi si riducono.
Che fare, allora, quando la spesa sanitaria continua a crescere più del PIL, visto che siamo fortemente dipendenti dalla situazione estera e che quindi, ad un certo momento, potrebbe verificarsi una crisi congiunturale di carattere internazionale? Che faranno allora le regioni con quel 25,7 per cento che oggi, magari, rappresenta una percentuale consistente, ma che nel momento del calo congiunturale diventerà più modesta e più esigua, mentre invece la crescita della spesa sanitaria continua? Ecco allora perché il problema da affrontare è la riforma strutturale della sanità, cosa che però il DPEF nemmeno si pone.
Di fronte a un calo dei gettiti IVA le regioni potrebbero essere costrette ad indebitarsi (e sappiamo che l'indebitamento delle regioni può avvenire prevalentemente per spese di investimento, non per spese correnti), oppure potrebbero aumentare le aliquote dei tributi propri, per esempio l'IRAP o l'addizionale IRPEF. A questo punto, però, esse si farebbero carico di un'impopolarità, mentre nelle mani del Governo centrale rimarrebbe tutta una serie di variabili che condizionano la stessa spesa sanitaria. Si tratta quindi di un'impopolarità ingiustificata, perché una parte di responsabilità dovrebbe essere assunta dallo Stato: ma ciò non avverrebbe. Le regioni, infine - terza ipotesi -, potrebbero chiedere nuovamente i trasferimenti a carico del bilancio statale, con le conseguenze che noi tutti possiamo immaginare. Questo, dunque, è il problema della spesa sanitaria la cui riforma strutturale è urgente e non eludibile.
Da dove vengono, allora, queste famose entrate tributarie che nel prossimo autunno dovrebbero essere distribuite come da una cornucopia da questo Governo per poter vincere, «più bello e più forte che pria», le elezioni del prossimo 2001? È un interrogativo retorico: vengono essenzialmente da un meccanismo - lo afferma la stessa Corte dei conti - di allargamento della base imponibile! Bisogna poi vedere, guardandoci negli occhi, da dove viene tale allargamento della base imponibile: se cancello tutte le possibilità di deduzioni e detrazioni dal mio reddito lordo (inteso sia come persona fisica sia come impresa) e inizio a dire che non posso detrarre alcun costo e che, come persona fisica, le spese sanitarie prima le potevo detrarre al 27 per cento ed ora al 19 per cento, ho allargato significativamente la base imponibile. Non si vede poi per quale ragione dovrebbero essere detratte solo al 27 per cento. In America è in vigore un sistema caratterizzato dal rapporto di conflitto tra colui che fornisce il servizio al privato e il privato che giustifica cartolarmente il servizio acquisito dal professionista e lo mette in deduzione o in detrazione dal proprio reddito. Da noi questo non si verifica o si verifica in minima parte e si fa un discorso di questo genere: se ti ammali, è affare tuo, perché puoi contare soltanto su una detrazione del 19 per cento! Con questo sistema, sono buono pure io ad allargare la base imponibile e quindi le entrate fiscali! A quel punto, mettiamo in moto un meccanismo di imposta sull'imposta, cioè, praticamente, colpiamo i costi e non facciamo la cosiddetta «epurazione dell'imponibile»! Che cos'è l'epurazione dell'imponibile? È la determinazione e sottrazione di tutti i costi che servono a produrre il reddito e, laddove non facendo tale epurazione, è certo che la base imponibile si allargherà a dismisura; tant'è vero che noi abbiamo inventato l'IRAP, che naturalmente colpisce il valore aggiunto al lordo del costo del personale e degli interessi passivi, mentre sostituisce imposte e tributi che prima erano deducibili (mi riferisco ai contributi sanitari, alla tassa sulla salute, all'ILOR, all'ICIAP e così via) e che ora non sono più deducibili dall'imponibile (attenzione) e non dall'imposta IRAP! Ripeto: l'IRAP non è più deducibile dall'imponibile del tributo statale sul reddito, sia IRPEF sia IRPEG; nella stessa situazione abbiamo da tempo l'ICI, che non è deducibile dall'imponibile dell'imposta personale sul reddito IRPEF.
Ho visto che la collega Pistone ha presentato una proposta di legge (alla quale è abbinata la proposta da me già fatta addirittura nel mese di settembre dello scorso anno) per prevedere la detraibilità dell'ICI dall'IRPEF. Soltanto che lei ha parlato della detraibilità dell'imposta ICI dall'imposta IRPEF; il che significa che il comune potrà fare quello che vorrà: potrà aumentare anche fino al 7 per mille l'aliquota ICI sulla prima casa tanto, se è appunto detratto interamente il tributo
Colleghi, se questo è federalismo fiscale, allora non ci siamo compresi perché, evidentemente, questa non è la logica del federalismo fiscale, il quale vuole che ogni livello di governo si paghi i propri servizi con proprie entrate non prelevate «a cascata» sulla stessa base imponibile! Quest'ultima è cosa diversa ed è quindi diverso dire: io deduco l'imposta ICI pagata al comune dall'imponibile dell'IRPEF pagata all'erario, rispetto al fatto di detrarre la medesima imposta comunale, cioè quello che pago come ICI, a riduzione dell'ammontare dell'imposta IRPEF, vale a dire quello che pago allo Stato come tributo personale sul reddito. A quel punto, infatti, come ho detto, il comune sarebbe libero di «sparare» qualunque aliquota, perché intanto il suo onere verrà caricato sulle spalle dello Stato.
Questo è quindi il meccanismo con il quale ci si prepara a dare il dividendo fiscale, ma è una presa in giro perché, in realtà, non è una riduzione della pressione fiscale, ma è soltanto la mano destra che ridà alla mano sinistra quello che quest'ultima continua ancora a prelevare! Infatti, non è che si elimina l'IRAP, perché quest'ultima continuerà ad essere prelevata, mentre solo per un anno, una tantum, si restituirà l'1 per cento di bonus fiscale sul solo 2001 (mi pare che i rappresentanti della maggioranza stiano decidendo in questo senso nella risoluzione finale sul documento di programmazione economico-finanziaria). Si realizza, quindi, quel sistema al quale facevo riferimento della mano destra che ridà alla mano sinistra, ma non nella stessa logica dell'originario prelievo perché la mano sinistra ha tolto e toglie a tutti mentre la mano destra dà soltanto ad alcuni: a quelli bravi, a quelli che hanno gli occhi azzurri, a quelli che hanno i capelli biondi, a quelli che piacciono al Governo e così via...
Abbiamo esaurito le relazioni di maggioranza e di minoranza.
Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Possa. Ne ha facoltà.
La prima osservazione riguarda la carente rispondenza del documento di programmazione economico-finanziaria alla legge n. 468 del 1978 e agli atti di indirizzo parlamentare che anche il relatore ha ricordato. Il documento di programmazione economico-finanziaria 2001-2004 avrebbe dovuto dare per la prima volta compiuta attuazione alla riforma contenuta nella legge n. 208 del 1999. Questa riforma assegna al documento di programmazione economico-finanziaria un ruolo ancor più importante che in passato nella definizione della manovra di finanza pubblica per il periodo compreso nel bilancio pluriennale. A tal fine, la legge prescrive che il documento di programmazione economico-finanziaria contenga per prima cosa un'adeguata presentazione del quadro delle previsioni tendenziali (basato sul criterio a legislazione vigente e non, come in precedenza, basato sul criterio a politiche invariate), suddivise per grandi comparti, relative ai flussi di entrata e di spesa non solo del settore statale, ma anche del conto consolidato delle pubbliche amministrazioni. La legge prescrive poi che la manovra di finanza pubblica venga definita attraverso un'articolata indicazione degli obiettivi programmatici e una illustrazione sufficientemente precisa degli interventi necessari per il conseguimento di tali obiettivi, nonché degli eventuali scostamenti prodotti da tali interventi rispetto agli andamenti tendenziali.
Purtroppo, la corrispondenza del documento di programmazione economico-finanziaria al nostro esame alla legge 468 del 1978, e ai recenti atti di indirizzo parlamentare, (i due ordini del giorno presentati alla Camera dei deputati nel 1999 contestualmente all'approvazione della legge n. 208 e la risoluzione approvata dalla Commissione bilancio della Camera il 15 giugno scorso), è del tutto insufficiente. La mancanza di tempo mi costringe a rimandare al dossier n. 22 del Servizio studi della Camera per una dettagliata analisi delle varie inadempienze.
Il documento di programmazione economico-finanziaria 2001-2004 presentato dal Governo è innanzitutto carente nella presentazione del quadro delle previsioni tendenziali. Il Governo ha cercato, poi, di rimediare con la presentazione di successive errata corrige, espressione utilizzata in senso estremamente lato, poiché si trattava di effettive integrazioni informative: fa dispiacere vedere un documento così importante farcito di foglietti aggiuntivi necessari per non incorrere in formali inadempienze di legge.
Ma la carenza grave del documento di programmazione economico-finanziaria 2001-2004 è nella definizione del quadro programmatico. A tutta prima, tale quadro risulterebbe perfettamente individuato. Nella «Premessa e conclusioni», a pagina XI del documento il Governo annuncia la «manovra zero»; cito testualmente: «Per la prima volta da quando il Governo espone nel documento di programmazione economico-finanziaria i propri indirizzi, gli andamenti tendenziali di bilancio appaiono tali da non richiedere alcuna manovra correttiva». Ciò significa coincidenza tra le previsioni programmatiche e le previsioni tendenziali, ma questo non è tecnicamente possibile nell'arco del quadriennio: infatti, l'andamento tendenziale di bilancio, se calcolato davvero a legislazione vigente, non può incorporare, per esempio, né i costi del
Questa e tante altre nuove spese del quadriennio possono essere tenute in conto solo a livello programmatico: pertanto, non si può parlare di «manovra zero» per tutto il quadriennio, al massimo solo per il 2001. Ma nemmeno per il 2001 si può parlare davvero di «manovra zero»; a pagina 18, si legge infatti «Tuttavia le previsioni a legislazione vigente per il 2001 e gli anni successivi non definiscono per intero il quadro previsionale della spesa pubblica, relativamente alla quale dovrà avere luogo una ricomposizione della spesa con aumenti su alcuni settori che saranno compensati da riduzioni in altri settori». Anche per le entrate sussistono rilevanti incertezze: a pagina 19, infatti, si legge «Per quanto riguarda le entrate tributarie, il Governo si attende di potere rivedere verso l'alto le previsioni a legislazione vigente del gettito per il 2001 e anni successivi». Per sapere quali saranno le maggiori entrate previste, quale sarà la ricomposizione della spesa nel prossimo anno, quali saranno i settori cui verranno dedicate maggiori risorse e quelli invece meno fortunati, in sintesi per conoscere il quadro degli interventi programmatici, per l'anno 2001, non parliamo poi per gli anni successivi, il documento rimanda ad una nota di aggiornamento che verrà presentata dal Governo a fine settembre.
Va allora osservato, come ha già fatto il collega Armani, che il regolamento della Camera, all'articolo 118-bis, comma 4, subordina la presentazione della nota al verificarsi di eventi imprevisti: ebbene, non riusciamo a vedere quali eventi imprevisti siano intervenuti, o stiano per intervenire. Il Governo annuncia la presentazione della nota di aggiornamento semplicemente in quanto, allo stato attuale, ritiene di non essere in grado di quantificare alcune voci della spesa e dell'entrata, ma non lo può fare. Stigmatizziamo vivamente la carenza del quadro programmatico nel documento di programmazione economico-finanziaria all'esame: siamo costretti a rimandare a fine settembre la valutazione completa della manovra di finanza pubblica per il quadriennio 2001-2004.
Un'altra osservazione riguarda l'eccessivo ottimismo delle previsioni macroeconomiche di riferimento per le previsioni tendenziali nel quadriennio. Innanzitutto, a nostro avviso, è eccessivamente ottimista la previsione del ritmo di crescita dell'economia italiana: dopo quattro anni, dal 1996 al 1999, in cui mediamente il tasso annuale di incremento del PIL nel nostro paese è stato dell'1,3 per cento, sembra azzardato prevedere per il quadriennio cui si riferisce il documento un ritmo di sviluppo dell'economia italiana di tipo americano, con un tasso di incremento del PIL addirittura superiore al 3 per cento (2,9 per cento nel 2001 e 3,1 per cento per i tre anni successivi). Tale previsione appare perciò bruscamente disallineata rispetto agli andamenti del recente passato e una netta discontinuità vi è anche rispetto agli andamenti dell'economia dei principali paesi europei, che in questi anni hanno avuto ritmi di sviluppo nettamente superiori a quelli dell'economia italiana ma che, invece, risulterebbero, nelle previsioni del documento di programmazione economico-finanziaria, anch'essi progredire con il 3 per cento annuo.
Non si vede quali siano le ragioni a supporto di questa doppia discontinuità; è vero, l'economia mondiale è in fase espansiva e la previsione di un ritmo di espansione compreso tra il 3,5 per cento e il 4 per cento annuo nel periodo considerato è largamente condivisa; è altrettanto indubitabile che il commercio internazionale è in una fase ancora più espansiva; l'attuale congiuntura molto favorevole per la nostra economia determinerà un incremento del PIL per quest'anno forse addirittura superiore al 2,8 per cento previsto. Tutto ciò, tuttavia, non basta.
Anche per quanto riguarda la crescita della domanda interna, a mio avviso, sono presenti elementi di eccessivo ottimismo. Il ritmo della spesa delle famiglie dovrebbe passare dal 2,2 per cento del 2000 al 2,5 per cento del 2001, per attestarsi al 2,6 per cento nel successivo triennio, quale effetto della crescita dell'occupazione e dell'aumento delle retribuzioni reali, il che postula una netta discontinuità, ancora una volta, rispetto agli andamenti storici della spesa delle famiglie verificatasi negli ultimi anni. Ugualmente ottimista è la previsione di un quasi raddoppio del ritmo annuale di crescita degli investimenti nel periodo 2000-2004 (6,2 per cento) contro il consuntivo del 3,3 per cento del quinquennio 1995-1999. Strettamente legato all'ottimismo riguardante la previsione dello sviluppo nell'economia è l'ottimismo che caratterizza la previsione dello sviluppo dell'occupazione. Per l'anno in corso la crescita del numero degli occupati, misurata in unità standard di lavoro, è valutata a raggiungere l'1,2 per cento, un notevolissimo aumento se si tengono presenti le recenti serie storiche. La previsione del documento di programmazione economico-finanziaria in esame è che in ciascuno degli anni del periodo 2001-2004 si verifichi un aumento del numero degli occupati al ritmo dell'1,1 per cento annuo. Questo eccezionale ritmo di incremento occupazionale viene ad essere nelle previsioni una delle concause principali dello sviluppo della domanda interna. Tenuto conto delle caratteristiche della nostra struttura produttiva, della sua declinante competitività nei confronti degli altri paesi europei e di alcuni paesi extra europei di recente industrializzazione, questa previsione di aumento dell'occupazione appare nel complesso ancora più ottimistica di quella già eccessiva relativa al tasso di sviluppo del 3 per cento annuo per la nostra economia nel quadriennio.
Un ultimo elemento previsionale meritevole di menzione che appare eccessivamente ottimista è quello relativo al tasso di inflazione. Al riguardo le previsioni relative al 2000 del documento di programmazione economico-finanziaria 2000-2003 (1,2 per cento per l'anno 2000) sono state nel documento al nostro esame abbondantemente riviste verso l'alto (sono ora pari al 2,3 per cento). La fiammata inflattiva che stiamo attualmente osservando è prodotta principalmente da cause esogene, in particolare dall'aumento dei prodotti petroliferi verificatosi sui mercati internazionali, aumento di cui non sembra possibile allo stato prevedere un pieno riassorbimento, data appunto la congiuntura favorevole dell'economia mondiale. All'importazione di inflazione dovuta all'aumento dei prodotti petroliferi il nostro paese è ben più vulnerabile degli altri paesi europei, che hanno per un motivo o per l'altro un'assai minore dipendenza dall'estero in termini di approvvigionamento energetico. L'eccessivo ottimismo si manifesta nella previsione di una riduzione del tasso di inflazione all'1,7 per cento nel 2001 e soprattutto all'1,2 per
La terza osservazione riguarda l'andamento tendenziale della finanza pubblica nel quadriennio che, da un lato, appare per vari aspetti poco credibile, sostanzialmente perché basato su un quadro economico eccessivamente ottimistico, dall'altro, continua a presentare i gravi difetti dei bilanci pubblici di questi anni: elevata pressione fiscale e contributiva; troppo modesto contenimento della spesa pubblica corrente e, in particolare, della spesa sanitaria e della spesa per le pensioni; insufficiente spesa per investimenti infrastrutturali, sempre inferiore al 4 per cento del PIL.
Avendo fatto la previsione molto favorevole di un ritmo di sviluppo dell'economia del 3 per cento annuo per l'intero quinquennio 2000-2004, ovviamente anche le previsioni degli andamenti di finanza pubblica vanno a gonfie vele, specie quelli rapportati al PIL. Come indica la tavola III.4, il bilancio dello Stato viene costruito a livello programmatico, da un lato ottemperando alle prescrizioni del patto di stabilità e crescita, che vincolano ad una progressiva diminuzione dell'indebitamento netto del conto consolidato delle pubbliche amministrazioni - fino a raggiungere il valore zero nel 2003 e addirittura l'avanzo nell'anno successivo - dall'altro assumendo come variabile di controllo un elevato valore dell'avanzo primario (5,2 per cento del PIL nel 2001, 5,5 per cento, 5,6 per cento e ancora 5,5 per cento del PIL negli anni successivi).
Quanto alle entrate, le previsioni delle entrate tributarie erariali sono basate sul modello del Ministero delle finanze, che produce un'elasticità media di periodo dello 0,95; elasticità più basse sono previste per le entrate tributarie degli enti locali e per i contributi sociali. Comunque, dato il ritmo di incremento assunto per il PIL nel quadriennio considerato, non ci sono problemi per assicurare al bilancio dello Stato e, più in generale, al conto consolidato delle pubbliche amministrazioni le risorse ritenute necessarie.
La pressione fiscale è prevista diminuire nel quadriennio solo di 1,3 punti PIL (dal 42,4 per cento nel 2001 al 41,1 per cento nel 2004). Quanto il mantenimento di una così elevata pressione fiscale sia compatibile con un ritmo di sviluppo della domanda interna del 3 per cento annuo, non è assolutamente facile comprendere.
Questo prelievo fiscale e contributivo si rende necessario soprattutto per fronteggiare l'aumento delle spese sanitarie (più 3,5 per cento annuo) e l'aumento della spesa per le pensioni (4 per cento annuo). Per quanto riguarda le spese sanitarie, il documento in esame esprime a più riprese la preoccupazione del Governo circa l'effettiva capacità di contenimento delle regioni. In effetti le regioni non sono riuscite a rispettare nel 1999 il patto di stabilità interno e anche per l'anno 2000 a questo riguardo le prospettive non sono migliori. Vi è quindi il rischio concreto che le spese sanitarie crescano ad un ritmo superiore a quello previsto nell'andamento tendenziale. Il documento sottolinea come, allo stato, rimanga ancora aperto il problema della corresponsabilizzazione delle regioni al rispetto dei vincoli di bilancio derivanti dal patto di stabilità e crescita siglato a livello centrale.
Dovrei fare ora una quarta serie di osservazioni al riguardo delle politiche di settore e della strategia di sviluppo del Mezzogiorno, che - sia detto per inciso -
Gli approfondimenti sulle politiche di settore verranno in particolare curati negli interventi dei colleghi di Forza Italia che seguiranno. Mi limito a un solo cenno: a pagina 36 il DPEF dedica ai problemi della ricerca e dell'università sei righe. Si accenna alla prospettiva di una «rapida approvazione del Piano nazionale della ricerca», ma ciò avverrà «nei limiti in cui le compatibilità finanziarie lo consentano». Francamente non si capisce cosa significhi questa frase sibillina. Le linee strategiche del piano nazionale della ricerca, approvate dal Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica lo scorso 25 maggio, prevedevano per il triennio 2001-2003 la seguente sequenza di incrementi della spesa pubblica per la ricerca (rispetto alla spesa del corrente anno 2000): 4 mila miliardi nel 2001, 6 mila miliardi nel 2002 e 8 mila miliardi nel 2003. Di questi incrementi non vi è alcun cenno nel DPEF al nostro esame. I ricercatori italiani, e noi con loro, ci chiediamo cosa sia successo.
Per tutte queste considerazioni ed osservazioni riteniamo il quadro presentato dal Governo nel documento di programmazione economico-finanziaria per il quadriennio 2001-2004 gravemente carente in termini di credibilità delle previsioni di bilancio e inadeguato in termini di politiche di settore di fronte alle urgenti necessità della società italiana. Preannunciamo pertanto una risoluzione decisa e convinta ad esso contraria (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD).
Dunque, conti pubblici in ordine e crescita economica sostenuta: due condizioni che nel nostro paese raramente hanno marciato insieme, ponendo finalmente fine ad oltre vent'anni di disordine finanziario che hanno fortemente condizionato l'andamento dell'economia italiana portandola più volte vicina al collasso.
Nel DPEF si legge che «oggi in Italia esistono le stesse condizioni che caratterizzarono
Ci sembrano da questo punto di vista strumentali tutte le polemiche che il Polo, nel corso di questi anni, ha portato avanti. La prima polemica si riferisce al fatto che questa azione drastica di risanamento ha colpito i ceti più deboli, il mondo del lavoro, le imprese e soprattutto ha aumentato la povertà. Io credo invece che con orgoglio il centrosinistra, e la sinistra all'interno del centrosinistra, possa affermare di aver fatto la più drastica azione di risanamento rispettando i ceti più deboli e il mondo del lavoro.
La seconda polemica del Polo riguarda le conseguenze che tale opera di risanamento avrebbe comportato sull'economia italiana. Ricordate le parole che essi dicevano? Il risanamento sarebbe stato pagato a caro prezzo con il soffocamento dell'economia italiana. Riconoscevano gli sforzi compiuti per risanare la finanza pubblica ma dicevano che ciò avveniva al prezzo di sfiancare e dissanguare l'economia e rendere meno competitive le imprese italiane. Il risanamento c'è stato, cari colleghi, un risanamento strutturale e riconosciuto tale dagli organismi internazionali, per cui si registra una crescita sostenuta che può arrivare già quest'anno al 3 per cento. Siete stati dunque smentiti! La terza polemica strumentale è stata la seguente: la crescita è dovuta solo a fattori internazionali, che prescindono da quanto è stato fatto dai Governi italiani e in particolare da quelli del centrosinistra negli ultimi quattro anni. Sicuramente influiscono sulla crescita italiana fattori internazionali, ci mancherebbe altro; una forte crescita del commercio internazionale e certamente il deprezzamento dell'euro, ma è chiaro ed evidente che fattori extranazionali la accompagnano e non la determinano. La crescita è dovuta essenzialmente all'opera di risanamento effettuata e al clima di fiducia che si è creato nelle imprese e nelle famiglie.
È vero che in Italia la politica è stata in grado più volte di determinare una crescita sostenuta, ma quasi sempre al prezzo di conti pubblici in rosso e devastando le finanze pubbliche. La politica questa volta ha aiutato l'economia: l'economia non sta crescendo malgrado la politica, ma grazie ad essa, grazie all'azione politica dei Governi del centrosinistra.
Nella storia del nostro paese, la seconda metà degli anni novanta è segnata profondamente dalle scelte dei Governi di centrosinistra che hanno dimostrato, contravvenendo e smentendo un tratto peculiare della storia politica italiana degli ultimi trent'anni, che conti pubblici in ordine e crescita economica sono interdipendenti e non sono inconciliabili o contrapposti. È questo il contributo politico, culturale, di costume e di mentalità che il centrosinistra ha dato al nostro paese e al prestigio dell'Italia, in Europa e nel mondo. È un segno incancellabile dalle pretestuose polemiche di un centrodestra antieuropeo, che prima ha tentato la carta di ostacolare l'entrata dell'Italia nella moneta unica europea, poi di spaventare sugli effetti negativi per l'economia italiana di tale scelta e, infine, di attribuire solo alla congiuntura internazionale i risultati della sostenuta crescita economica. Disfattismo e profezie di sventure: questo è il tratto distintivo del centrodestra negli ultimi quattro anni.
Signor Presidente, cari colleghi, c'è un punto nell'azione del Governo di centrosinistra non ancora risolto e ne voglio parlare con lealtà; un'ambizione non ancora pienamente manifestatasi: come piegare l'attuale crescita che si preannuncia stabile e duratura ad un obiettivo che la società e la politica italiana non sono mai finora riuscite a raggiungere? Nel DPEF si pone l'obiettivo di un paese ancora più competitivo: va bene, ma che sia più competitivo perché in grado di ridurre le differenze territoriali al suo interno e di
Se non ora, quando sarà il momento del sud? Quando sarà il momento di prendere di petto tale questione, se non nel periodo della crescita? Non è stato possibile dedicarsi a questo compito strategico negli anni passati e nell'ultimo decennio: altri compiti erano prioritari. È stato un decennio terribile per il sud, durante il quale il divario territoriale con il centro-nord si è ancora ampliato: il prodotto interno lordo pro capite delle regioni meridionali era il 57,8 per cento di quello del centro-nord nel 1989 e ha raggiunto il minimo nel 1997 (53,9 per cento), mantenendosi costante negli anni successivi. Nello stesso periodo il prodotto interno lordo delle regioni meridionali è cresciuto ad un tasso medio dello 0,9 per cento, a fronte di un incremento medio dell'1,5 per cento nelle regioni del centro-nord. Dunque, negli anni novanta, la crescita del sud è stata pari ad un terzo di quella, pur modesta, del centro-nord.
La dinamica economica delle aree meridionali negli anni novanta è stata certamente condizionata dalla minore apertura ai mercati internazionali e dalla forte dipendenza dell'economia meridionale dalla spesa pubblica. Il progressivo ridimensionamento delle misure di fiscalizzazione degli oneri sociali a partire dal 1994 ha determinato una crescita del costo del lavoro in misura lievemente superiore al centro-nord, nonostante il calo delle retribuzioni. Nel periodo 1989-1999 la percentuale di investimenti per abitante in rapporto al centro-nord si è ridotta di 15 punti percentuali, passando dal 63,7 per cento del 1989 al 48,3 per cento del 1999. Contemporaneamente, si è verificato anche un vistoso calo nei consumi, che sono diminuiti dal 70,1 per cento nel 1989 al 65,9 per cento nel 1999.
Negli ultimi dieci anni, il divario infrastrutturale fra nord e sud è aumentato e non si è realizzata alcuna convergenza verso i valori delle aree più sviluppate: la dotazione di infrastrutture del sud è tuttora circa il 50 per cento di quella del nord.
I disoccupati meridionali sono oltre 1 milione 600 mila; la disoccupazione giovanile è prossima al 60 per cento. In ambito europeo, ben tre nostre regioni meridionali, Calabria, Sicilia e Campania, hanno, insieme all'Estremadura ed all'Andalusia, i cinque peggiori tassi di disoccupazione. La Calabria è al primo posto per la disoccupazione giovanile in Europa, con il 72 per cento.
È vero, signor Presidente, il sud negli ultimi anni è stato riportato all'attenzione nazionale, merito del Governo Prodi e degli altri Governi del centrosinistra. La destra e il Governo Berlusconi portarono la Lega al Governo, segnando così il periodo di maggiore disinteresse ed avversione per una politica pubblica volta a ridurre il divario tra nord e sud. Non dimentichiamo che il Governo Berlusconi fu il Governo dell'accordo Pagliarini-Van Miert, che ancora oggi le imprese meridionali pagano a caro prezzo. Fino a quando il Polo è alleato con la Lega non può parlare di sud e tanto meno a nome del sud.
È vero, ci sono delle novità: mobilitazione delle istituzioni e delle forze sociali attorno a progetti di sviluppo locale, crescita delle esportazioni, nascita di nuove imprese, flussi turistici in aumento, ma un obiettivo strategico, che la politica italiana ha sempre mancato, richiede una concentrazione delle iniziative pubbliche tale da accelerare l'ancora debole e diseguale processo di sviluppo spontaneo. Questa concentrazione non c'è ancora, non è del tutto soddisfacente, e mi auguro che nel passaggio dal DPEF al disegno di legge finanziaria questo limite possa essere colmato.
L'altro punto discusso tra di noi è quello dell'uso del fisco per la crescita di aree arretrate. La leva fiscale non è l'unica per orientare gli investimenti verso le aree svantaggiate, ma senza di essa non c'è politica per orientarli; non si può assolutamente rinunciare alla leva fiscale, che è nelle mani dello Stato, per orientare lo sviluppo in alcune parti del paese. In un paese ad economia duale le politiche pubbliche debbono essere mirate territorialmente, altrimenti si hanno effetti indesiderati. Quando si inseguono politiche uguali per territori diversi, il risultato è che il divario aumenta, perché ne traggono vantaggio unicamente le aree già sviluppate. Allora, noi non proponiamo sgravi fiscali per tutti nel Mezzogiorno (Applausi del deputato Giancarlo Giorgetti), ma solo per coloro che effettuano investimenti e creano nuove imprese. Ad esempio, si potrebbe ridurre di un punto l'IRAP per le imprese meridionali o portare al 12,5 per cento l'IRPEG fino al 2006. Diamoci tempo fino ad allora, quando finiranno i fondi comunitari, perché per quell'epoca se non avremo attratto nel Mezzogiorno numerose imprese nazionali ed internazionali non ce la faremo, non dico a ridurre il divario, ma a far fronte a gravi problemi di possibili esplosioni sociali, che nel Mezzogiorno possono sempre verificarsi. Lanciamo una sfida a noi stessi e al Governo centrale per fare del sud il principale punto di investimento per sviluppare le reti della new economy. Gli investimenti in questi settori sono in grado di azzerare uno dei principali ostacoli allo sviluppo meridionale: mi riferisco alla distanza geografica dai mercati nazionali ed internazionali, ma anche all'incidenza ed al peso delle infrastrutture tradizionali. Trattandosi di un'economia che si sta sviluppando velocemente negli ultimi anni, il sud, per la prima volta, non partirebbe svantaggiato e potrebbe così competere ad armi pari con altri territori italiani ed europei. Ciò è reso evidente dal fatto che alcuni degli imprenditori più conosciuti e dinamici in questo settore sono meridionali.
Se non si vuole operare una differenza fiscale generale, la si faccia per la new economy e per indirizzare l'economia, altrimenti qual è il ruolo che deve essere svolto dal pubblico? Nessuno rimpiange le partecipazioni statali - ci mancherebbe! -, ma rimpiango un pubblico che usa le politiche fiscali per indirizzare lo sviluppo. Ritengo non abbia niente di statalista o di vecchia economia una concezione di questo tipo! Lo fanno altri paesi, perché non dovremmo farlo anche noi?
La fine dell'intervento straordinario è stata traumatica per il sud ed è stata accompagnata da un drammatico taglio della spesa pubblica. Il sud non è esploso e ciò vuol dire che il sud ha dato il meglio di sé nel periodo peggiore della sua economia; vuol dire altresì che le condizioni civili e sociali del Mezzogiorno stanno migliorando più di quelle economiche. Questa differenza tra il miglioramento civile e sociale e quello economico non possono reggersi a lungo. Se è vero che ogni novità deve essere accompagnata da fattori culturali e civili è altresì necessario che, per consolidare tali risultati, deve esserci un'espansione della base produttiva.
Vorrei ribadire il seguente concetto: senza il sud il risanamento della finanza pubblica nel nostro paese non sarebbe stato possibile. Il Mezzogiorno ha partecipato in qualità di protagonista a tale risanamento, perché più di tutti dipendeva dalla spesa pubblica. Oggi, quindi, deve partecipare in qualità di protagonista alla crescita. Questa è la sfida che abbiamo davanti. Si tratta di un'occasione storica, ma un'occasione non è una possibilità, non è già una realizzazione: un'occasione si determina se le condizioni reali vengono allargate, ampliate e incoraggiate. Il mercato da solo non è in grado di portare avanti questa grande operazione storica. Questo è il compito dello Stato italiano; questa è l'altra grande sfida dei Governi di centrosinistra, del riformismo italiano. Mi auguro che, come per il risanamento il centrosinistra ha determinato una svolta storica, voglia passare alla storia come la coalizione in grado di unire l'Italia sul piano economico più che in qualsiasi altro periodo storico (Applausi).
Onorevole Sales, lei sa benissimo che quell'accordo era alla base del nuovo tipo di intervento basato sui fondi strutturali, i quali, purtroppo, sono stati in larga parte dilapidati o non utilizzati, non certamente per colpa della Lega, ma, molto probabilmente, per colpa dei Governi di sinistra da lei sostenuti. Il collega Sales si è sicuramente infuriato dopo aver letto le pagine relative alla politica di intervento strutturale e alla strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno del documento di programmazione economica e finanziaria, che più confuse di così non potevano certamente essere.
Peraltro non si riesce a capire se queste pagine vogliano condannare e seppellire definitivamente non tanto Sviluppo Italia, che non è mai nata, quanto gli strumenti di programmazione negoziata come i patti territoriali e i contratti d'area.
Le cifre riportate in questa parte del documento di programmazione economico-finanziaria sono francamente incredibili. Ad esempio, i patti territoriali sono riusciti a produrre finora 699 unità di lavoro con riferimento alle situazioni di eccellenza (ad esempio il patto di Lecce e
La legge n. 488 viene messa sotto accusa, mentre la stessa viene riconosciuta da tutti come uno degli strumenti più agili e flessibili per la promozione dell'imprenditoria nel Mezzogiorno.
Ricorderò alcuni dati contenuti nel documento. Sono stati creati 148 mila nuovi posti di lavoro con la legge n. 488 e ogni posto è costato 107 milioni di agevolazioni; ciò vuol dire che a questo titolo sono stati spesi circa 16 mila miliardi a fronte dei 34 mila complessivamente investiti. Poiché soltanto il 26 per cento di questi investimenti ha il criterio dell'addizionalità, secondo quanto sostiene uno studio del Ministero del tesoro, ciò significa che 15.800 miliardi di agevolazioni fiscali hanno indotto nuovi investimenti per circa 8-9 mila miliardi. Il costo dell'operazione non è sicuramente pari ai benefici, soprattutto se si valuta l'effetto perverso che questo induce sull'occupazione.
A pagina 52 del documento si legge testualmente che «il fatturato pro-capite cresce in misura maggiore nelle imprese non agevolate». Questo è un indicatore molto grezzo della produttività del lavoro, ma scopriamo che le imprese agevolate magari si adagiano su queste contribuzioni a fondo perduto provenienti dalla Comunità europea, e sono meno produttive. Non credo che questo sia un grande viatico per rimanere sul mercato internazionale, che è sempre più globalizzato.
Sotto questo aspetto, condivido pienamente ciò che ha detto il collega Sales; la new economy può ridurre le distanze fisiche e può essere veramente lo strumento per far ripartire il meridione; per farlo ripartire, probabilmente, con una nuova coalizione di Governo in cui la Lega nord possa avere un grande ruolo e un grande spazio e dimostrare che non è il nemico giurato del Mezzogiorno e che non è capace di produrre i risultati che ho appena letto, risultati che ho preso pari pari dal documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal Governo.
Fatto questo accenno alla situazione del sud perché direttamente tirato in ballo, possiamo constatare che in questo documento di programmazione economico-finanziaria il Governo si è limitato ad indicare le tappe del processo di raggiungimento del rispetto dei parametri di Maastricht, ossia ha sostanzialmente fatto un bilancio di questi quattro anni omettendo completamente qualsiasi intento di natura programmatoria. Un'omissione probabilmente dettata, da un lato, dalle difficoltà interne alla maggioranza per suddividere quel dividendo fiscale derivante dalla spremitura del popolo italiano, e dall'altro consigliata da un più prudente atteggiamento anche in relazione ai chiari di luna che vi possono essere, come hanno dimostrato le votazioni della settimana scorsa sulla mozione concernente l'UMTS.
Il gruppo della Lega nord Padania ritiene che l'avvenuto raggiungimento degli obiettivi previsti dal trattato di Maastricht non significa aver concluso il processo di risanamento dei conti pubblici e soprattutto non significa aver concluso il processo di risanamento dell'economia. In realtà, come evidenziato nella relazione della Corte dei conti, nel rendiconto generale dello Stato, i risultati che emergono sono frutto dell'andamento favorevole dei tassi di interesse e dell'aumento della pressione fiscale che non è mai scesa al di sotto del 30 per cento. Questo, peraltro, non soltanto è testimoniato dalla relazione della Corte dei conti, ma è stato anche ribadito più volte dallo stesso governatore della Banca d'Italia che, nelle audizioni presso le Commissioni di Camera e Senato, non tralascia mai di ricordare questo aspetto. Nell'ultima audizione alla Camera, facendo un bilancio di questi anni, il governatore ha ricordato che la riduzione del disavanzo «è dovuta» - cito
La situazione dei conti pubblici prospettata dal Governo alla fine della cura potrebbe essere, al limite, soddisfacente nei risultati differenziali, che rispondono in larga misura ai parametri di Maastricht, ma non lo è se si considera l'articolazione delle spese e delle entrate.
La Corte dei conti ha sottolineato che, una volta esaurita la fase critica del risanamento finanziario, ci si deve porre l'obiettivo di medio termine di un alleggerimento del peso fiscale e di una migliore qualità della spesa pubblica. Nel DPEF tale obiettivo è completamente assente; infatti, il documento non contiene alcun riferimento relativamente alle scelte di politica economica e ai loro effetti né, tanto meno, indicazioni di alcune voci di spesa pubblica, quali, ad esempio, la spesa previdenziale e sanitaria e l'andamento del gettito fiscale, per il quale si rinvia alla nota di aggiornamento del DPEF. Diventa, quindi, difficile denominarlo documento di programmazione economico-finanziaria perché non si fa alcun tipo di programmazione; al limite, si sarebbe potuto chiamare documento di rinvio alla nota di aggiornamento che, più probabilmente, si potrebbe chiamare nota di programmazione.
Ci chiediamo come si possa già da adesso rinviare alla nota di aggiornamento che, invece, dovrebbe essere presentata nel caso in cui si verifichino eventi imprevisti, come recita anche il regolamento della Camera. Più in particolare, credo che l'attenzione debba essere concentrata su alcuni aspetti non adeguatamente considerati nel documento che, per quanto riguarda il favorevole andamento dell'economia italiana, soprattutto in fase prospettica, centra le previsioni sfruttando un contesto economico europeo e internazionale favorevole che crea quelle condizioni, già citate da altri colleghi, di possibile crescita economica in una situazione di stabilità, ma che, per quanto riguarda specificamente la realtà italiana, non può trascurare le incognite riferite, da un lato, all'andamento dei tassi di interesse sui mercati finanziari per il problema dell'effetto leva che si produce sui conti del bilancio italiano gravato da un immenso debito pubblico e, dall'altro, al problema dell'inflazione che il Governo e la maggioranza italiana cercano di «bypassare».
Il governatore della Banca d'Italia, nell'audizione presso la Commissione bilancio che precedentemente ho citato, elegantemente e, direi, un po' causticamente osserva: «Si fa affidamento su un ripiegamento dei costi del petrolio e sulla crescita della produttività». Certamente, si tratta di un affidamento che si ritiene di poter condividere, ma con l'imminenza dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego, credo si debba porre qualche interrogativo in relazione alle variabili direttamente manovrabili da parte del Governo, specialmente perché nel documento di programmazione economico-finanziaria si trascura completamente questo aspetto.
Vi è poi il dramma delle nostre esportazioni, che non riescono a seguire l'aumento del commercio internazionale. È questo il problema vero, l'indicatore fondamentale della perdita di competitività del sistema paese: il commercio internazionale ha indici di crescita enormi, ma purtroppo le nostre esportazioni non riescono a seguire tale andamento, anche perché i consumi che danno segnali di risveglio si rivolgono a prodotti che il nostro sistema economico non produce più. Ciò perché, molto probabilmente, le nostre industrie sono appesantite dal punto di vista tecnologico e non abbiamo più settori leader di natura strategica in cui possiamo dire la nostra. Quando si riprenderanno i consumi, tutto ciò andrà probabilmente a beneficio delle importazioni e non si tradurrà in un beneficio diretto per la nostra economia.
Vorrei spendere inoltre alcune parole sull'andamento delle entrate. Il Governo afferma che sostanzialmente non è in grado di fare previsioni aggiornate per quanto riguarda l'andamento dell'autotassazione e quindi rinvia tutto a settembre, alla nota di aggiornamento. Ciò però significa anche prendere atto che sicuramente
Probabilmente anche gli indicatori dell'inflazione con riferimento ai dati relativi all'energia, al gas metano, ai prezzi dei combustibili per autotrazione, della benzina o quant'altro non sono adeguatamente contemplati e devono essere rivisti. A nostro giudizio comunque - ma credo che chiunque di noi giri per strada e chieda alla gente comune cosa ne pensa, avrà questo tipo di conferma - il reddito disponibile è calato, come tra l'altro è dimostrato anche dall'andamento dei consumi, che solo ultimamente si sono leggermente risvegliati.
Un altro tema fondamentale è quello del federalismo. Prendiamo atto con molta soddisfazione del fatto che entra prepotentemente nel lessico politico, anche tra la maggioranza, il termine «devoluzione». A pagina VII del documento di programmazione economico-finanziaria si legge, infatti, testualmente che «è in fase di avanzata attuazione il processo di devoluzione di funzioni, personale e risorse a favore delle regioni e degli enti locali, nei limiti della Costituzione vigente».
Constatiamo che siamo arrivati alla devoluzione: mentre all'inizio qualcuno ironizzava su questo termine, introdotto nel gergo politico dal segretario della Lega nord Umberto Bossi, oggi il Governo lo fa proprio con dichiarazioni del Presidente del Consiglio ed anche all'interno del documento di programmazione. Peccato che l'affermazione contenuta in quest'ultimo sembri a noi un po' spropositata. Per questo abbiamo fatto inserire nella relazione di minoranza del collega Armani - alla quale ha contribuito anche il nostro gruppo, così come altri colleghi - una sintetica tabella nella quale vengono riepilogati tutti i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri relativi alla legge Bassanini con lo stato di attuazione al 20 luglio. L'affermazione secondo la quale siamo in fase di avanzata attuazione lascia allora francamente un po' interdetti, soprattutto con riferimento al finanziamento ed al trasferimento di risorse. Infatti, scrivere che vengono trasferite funzioni può anche passare, il problema sorge quando ci si mette a fare i conti e si decide quali e quante risorse trasferire. Faccio uno specifico riferimento a tutta la problematica relativa agli enti locali e, in particolare, ai comuni i quali, in base alla legge n. 133 del 1999 (articolo 10), avrebbero dovuto beneficiare di una compartecipazione al gettito dell'IRPEF (determinato in una misura minima dell'1 per cento, anche grazie ad un emendamento della Lega nord Padania). Purtroppo, a distanza di due anni, questa delega è assolutamente inattuata! Quindi, in taluni casi il trasferimento delle funzioni nominalmente è stato anche effettuato; i comuni,
Prendo atto che nel documento di programmazione economico-finanziaria viene previsto che la cosa partirà dal 1 gennaio del 2002; però, francamente, il fatto che un Governo, che sicuramente scadrà nella primavera del 2001, mi prometta che farà partire la riforma - approvata due anni fa - il 1o gennaio 2002, mi lascia un po' sconcertato e mi lascia intendere che probabilmente, purtroppo, questo passaggio dovrà attendere altri chiari di luna politici!
Addirittura, quando si parla del meccanismo introdotto dal decreto legislativo n. 56 del 2000, con riferimento al federalismo fiscale, da un lato, se ne decantano le lodi e, dall'altro lato, lo si condanna inequivocabilmente. Ad esempio, sempre nel documento in esame si afferma inizialmente che la riforma fiscale avrebbe introdotto meccanismi di federalismo fiscale del tutto coerenti con quelli in vigore nei grandi Stati federali (al riguardo, ognuno la può pensare alla sua maniera); in una parte successiva dello stesso documento vengono però aggiunte le seguenti parole: «suscettibili di agevole adattamento alle eventuali modifiche costituzionali che estendessero compiti e funzioni ulteriori agli enti decentrati». Se io poi leggo la pagina 23 del suddetto documento, là dove si parla del federalismo fiscale e del patto di stabilità interno, trovo le seguenti parole: «La spesa sanitaria è quindi cresciuta in questi ultimi anni ad un tasso superiore ai valori obiettivo fissati dalle decisioni assunte in sede di programmazione finanziaria nazionale e di piano sanitario nazionale. Così continuando, il meccanismo di finanziamento disegnato dal decreto legislativo n. 56 del 2000 potrebbe essere destinato all'insuccesso». Quello che era, allora, qualche pagina prima un meccanismo di agevole adattamento alle eventuali modifiche costituzionali, improvvisamente diventa un meccanismo incapace addirittura di seguire l'andamento di una voce di spesa a Costituzione vigente! È evidente che vi è qualche cosa che non funziona.
Quando si discusse di quel decreto legislativo e di quella legge delega, noi facemmo osservare che vi era qualcosa che francamente non funzionava. Pensare che la perequazione si debba fare e che debba raggiungere il 90 per cento della media su tributi propri là dove spadroneggia un'imposta come l'IRAP, è un qualcosa che è assolutamente al di fuori di ogni logica! Non serviva quindi che il Fondo monetario internazionale l'altro ieri evidenziasse il fatto che il gettito dell'IRAP fosse quanto di più sperequato vi possa essere tra nord e sud del paese, con indici di differenza del 150 per cento: per forza, un'imposta che si basa sulle attività produttive non può che essere pagata fondamentalmente e in misura maggiore al nord. Se però costruiamo un meccanismo di perequazione sull'IRAP, voi potete ben capire che, per portare al dato medio lo sforzo che deve essere fatto per colmare il buco della differenza, la differenza è assolutamente enorme! È quindi evidente che, anche sotto questo aspetto, sarebbe necessario un ripensamento. È probabile infatti che qualche errore sia stato compiuto quando è stato definito questo agevole meccanismo che tanto agevole, a quanto appare, non è!
Concludo la disamina di questa parte relativa al processo di devoluzione, o di federalismo fiscale o di patto di stabilità interna (come è stato definito), prendendo atto che in quelle pagine è stato scritto che quest'anno agli enti locali non verranno ridotti i trasferimenti e che, anzi, si farà uno sforzo per incrementarli e, in particolare, per intervenire sul meccanismo di riparto tra gli enti stessi. Noi sappiamo tutti quanti, infatti, che il problema tra ente ed ente è molto diverso perché vi sono enti sottodotati di trasferimenti statali ed enti sovradotati. Questo intendimento, quindi, fa - diciamo così - un po' di luce in un contesto che, per quanto riguarda questa materia che a noi sta particolarmente a cuore, è completamente buio.
Questa faccenda delle spese sanitarie regionali viene utilizzata come un'arma per accusare il sistema delle autonomie e delle regioni e per indurre a ritenere che l'intero meccanismo federalista o, comunque, dell'autonomia riferita agli enti, produca soltanto distorsioni o tensioni anche rispetto ai disavanzi programmati nell'ambito di un patto di stabilità interno che è stato introdotto con un sistema pazzesco di vincoli di tesoreria in un contesto di tesoreria unica, volto a mettere un freno di tipo contabile, di cassa, in una situazione di profonda confusione istituzionale.
Infatti, come abbiamo scritto nella relazione di minoranza, gli obiettivi di risultato che devono essere posti in una organizzazione complessa in capo agli enti decentrati, alle regioni, alle province e ai comuni presuppongono attribuzione di responsabilità e chiarezza assoluta delle leve di manovrabilità di colui che riceve l'obiettivo di risultato. Se noi assegniamo un obiettivo di risultato ad un soggetto che non può disporre completamente delle variabili di spesa o delle variabili di entrata, sappiamo benissimo che nel momento in cui il risultato non è raggiunto, l'attribuzione della responsabilità è assolutamente dubbia e, per quanto riguarda la spesa sanitaria, siamo nella situazione in cui la legge nazionale (la riforma Bindi, la legge sulla spesa farmaceutica e la normativa nazionale) si sovrappone alla normativa regionale, rendendo assolutamente indefinito e incerto l'assegnazione di responsabilità per quanto riguarda questa spesa. Questa concezione va ribaltata. Non sono le regioni che devono essere messe in stato di accusa, ma il Governo e la confusa politica di responsabilizzazione che è la base fondamentale per ogni processo di tipo federalista o, nel nostro caso, devoluzionista.
Con riferimento ad un'altra delle grandi questioni che sono assolutamente omesse nel documento di programmazione economico-finanziaria, si parla moltissimo del problema della spesa previdenziale e anche di quella che dovrebbe essere la verifica del 2001. Peccato che nel documento di programmazione economico-finanziaria 2001-2004 non si dica assolutamente niente di questo problema. L'unica cosa che si dice (che francamente ci preoccupa moltissimo), laddove si risolve una questione come questa con una frase che leggo testualmente e che mi sembra non risolve completamente il problema, è: «il fenomeno deriva da fenomeni demografici ineludibili e peraltro positivi». Si ritiene forse positiva la denatalità di massa, considerato che il fenomeno della riduzione delle nascite riguarda il nostro paese con un indice di 1,2 che è il più basso in assoluto di tutti i paesi occidentali e civilizzati? E continua: «che possono essere attenuati, ma non eliminati attraverso una consapevole gestione dei flussi migratori».
Signor sottosegretario che rappresenta il Governo, ritengo che questa frase sia il compendio di un approccio politico e culturale che noi rifiutiamo completamente e che lascia trasparire, da un lato, la confusa indeterminazione sui problemi politico-economici e finanziari, dall'altro, le reali intenzioni sul modello di società che questa maggioranza e questo Governo intendono proporre all'Italia per il futuro (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania, misto-CCD e misto-CDU).
Abbiamo quindi l'impressione che, dopo la politica del risanamento che ci ha permesso di entrare nella moneta unica, ma che è stata conseguita prevalentemente con l'inasprimento fiscale, sia un po' finita la politica economica del Governo di centrosinistra. Quello in esame è l'ultimo documento di programmazione economico-finanziaria della legislatura, quindi, i dati in esso contenuti sono non solo di partenza per una programmazione di medio periodo, ma anche di arrivo e dovrebbero far riflettere, in quanto danno il senso di quella che è stata la politica economica dei Governi di centrosinistra di questa legislatura.
Con l'entrata nella moneta unica, si è posto fine, almeno nell'area dell'euro, alla svalutazione come fattore competitivo: dobbiamo peraltro riconoscere che sulla svalutazione come elemento competitivo ci eravamo anche un po' adagiati come sistema-paese, per cui abbiamo rimandato nel tempo (è una responsabilità anche del sistema politico) le riforme strutturali necessarie per adeguare la competitività del nostro sistema produttivo. Riteniamo che il risanamento e la politica economica per la competitività dovessero procedere appaiati e che, anche in questo documento di programmazione economico-finanziaria, si sarebbero dovute inserire linee di politica per la competitività. Non ci sorprende, però, che vi sia poco o nulla al riguardo, perché da tempo abbiamo potuto constatare che la sinistra tende sempre a privilegiare, nella propria azione politica, l'aspetto distributivo e a trascurare, invece, l'aspetto produttivo.
Crediamo che questa sia la politica di chi teme la modernizzazione, perché teme che i relativi processi possano alterare i criteri di equità e distribuzione; ritengo tuttavia che la vera iniquità sia stata proprio ritardare il processo di ammodernamento del nostro paese e mantenere lo status quo. In presenza della ripresa dell'economia internazionale e della domanda interna, il nostro paese potrebbe non beneficiarne, in quanto è possibile che si comporti in maniera del tutto autonoma rispetto al trend che si sta verificando in Europa e nel mondo: questo proprio perché il sistema economico produttivo, ma anche il sistema politico ed il sistema-paese in senso generale continuano a perdere competitività.
Vi è una valutazione convergente nei dati forniti da istituzioni economico-finanziarie internazionali e nazionali, come la Banca d'Italia, le quali misurano in maniera precisa tale perdita di competitività: vi è un ritardo di crescita del 7 per cento rispetto ai paesi europei e del 13 per cento rispetto agli altri paesi industrializzati, che si traduce in una mancata opportunità in termini di posti di lavoro (circa 1 milione e mezzo).
Continuiamo a perdere quote di export, il 4 per cento, il 4,7 per cento nel periodo 1986-1995, il 4,1 per cento nel 1999. Continuiamo a perdere competitività in riferimento alla produttività del lavoro, che regredisce di quasi 13 punti con la Germania, ad esempio, e di 10 punti con la Francia nel periodo 1996-1999 - fatalità, sono tutti dati che fanno riferimento proprio all'arco di tempo di Governo del centrosinistra - ed anche l'indice di produttività sui prezzi alla produzione è peggiorato e dal 1996 la perdita è di circa il 14 per cento. Altri dati significativi di perdita della competitività riguardano la scuola e la ricerca; in particolare in quest'ultimo settore vi è un deficit di investimenti del nostro paese che investe in ricerca circa la metà di quello che investe rispetto al PIL il sistema dei paesi con i quali ci troviamo a competere. Dicevo che da questi dati emerge una responsabilità gravissima dei Governi del centrosinistra che si sono susseguiti fin qui e che hanno portato a far permanere pregiudizi anche in questo documento di programmazione economico-finanziaria, che elenco brevemente. Innanzitutto,
Lo stesso vale per la mancata riforma della pubblica amministrazione, che ha fallito soprattutto per quanto riguarda la possibilità di giungere a un vero snellimento burocratico e quindi l'obiettivo di una pubblica amministrazione efficiente al fianco delle imprese. La semplificazione avrebbe anche permesso di liberare risorse che avrebbero potuto essere opportunamente impiegate in investimenti per la formazione e, soprattutto, per la ricerca. Concludo questo breve intervento denunciando una responsabilità politica per aver, attraverso la negazione dei principi del bipolarismo, dell'alternanza e della stabilità, impedito al nostro sistema paese, al nostro sistema economico e produttivo di poter contare su risposte legislative e politiche indispensabili per il suo ammodernamento.
Credo che in ciò si misuri la distanza oggi esistente tra questo Governo e questa classe politica di centrosinistra e i problemi reali del paese. Lo abbiamo verificato in questo documento di programmazione economico-finanziaria, che, quindi, bocciamo in pieno. Per quanto riguarda le reali esigenze del paese, si parla tanto di sud, ma abbiamo verificato come sia stato del tutto strumentale e improprio associare il problema del sud a quello dell'immigrazione e alla richiesta di lavoro del nord.
Mi auguro che vi sia effettivamente la possibilità di invertire, in tempi molto brevi, il senso di marcia e di dare al nostro sistema produttivo le risposte che richiede.
In questo quadro il deficit tendenziale della pubblica amministrazione corrisponde al valore programmatico fissato dal documento dell'anno scorso ed è per questo che il Governo nel documento in discussione non prevede alcuna manovra di carattere correttivo, non ravvisandone
L'elemento trainante della ripresa dovrà essere costituito dalla domanda interna e anche per questo riteniamo essenziale il sostegno ai redditi più bassi, di cui parlerò in seguito. Tale sostegno è utile al ciclo dell'economia, oltre che necessario per un principio di equità sociale. Già nei primi mesi del 2000 si è manifestata un'evoluzione della domanda interna più favorevole, anche grazie alla crescita dell'occupazione e all'andamento lievemente positivo delle retribuzioni reali, sebbene non in tutti i settori dell'occupazione.
L'indirizzo della politica tributaria, che è indicato nel DPEF, ma sarà sviluppato quando saranno noti i dati di settembre, è essenziale al fine di questo riequilibrio. In questo DPEF si prevede già che il maggior reddito previsto possa consentire una politica di alleggerimento fiscale. Si prevede anche che gli interventi di sgravio riguarderanno prioritariamente le famiglie con redditi più bassi, probabilmente tramite detrazioni IRPEF e interventi sulla tassazione delle abitazioni. Sul tema della prima casa voglio dire, tra parentesi, che le risorse dovrebbero essere orientate, anche in questo caso, a sostenere selettivamente alcuni redditi, dato che sarebbe poco comprensibile intervenire in modo regressivo, come accadrebbe se volessimo abolire del tutto la tassazione in sede IRPEF, destinando tale sgravio ai redditi più alti.
Il tema di questo DPEF più noto anche all'esterno e nella pubblica opinione è dunque la riduzione della pressione fiscale.
Vorrei qui svolgere qualche ragionamento che riguarderà la prossima finanziaria. Oggi infatti il DPEF non può fare riferimento ad atti che non sono ancora noti. Si è detto che contiene un rinvio, anche se a breve, per cui sarà ancora più importante che nella risoluzione la maggioranza indichi già gli obiettivi su cui le entrate aggiuntive andranno più precisamente orientate. Se una riduzione generalizzata e cumulativa dell'1 per cento annuo della pressione fiscale, come da qualche parte è stato proposto, sarebbe fonte di squilibrio perché comporterebbe la diminuzione della spesa corrente tale da intaccare voci di spesa essenziali come le pensioni (del resto il Governatore Fazio nella sua audizione l'aveva ammesso), una riduzione delle aliquote, un aumento delle detrazioni in modo calibrato e non troppo veloce sarebbe invece compatibile con gli attuali flussi di spesa sociale e previdenziale, dato il buon andamento dei conti pubblici.
Proprio questo aumento del gettito tributario, derivante anche in parte dal contrasto dell'evasione, il cui ammontare sarà registrato nel mese di settembre dalla nota di aggiornamento, ci permetterà di dare seguito all'impegno, contenuto nel DPEF e in altri documenti di Governo e parlamentari, di restituzione ai bassi redditi. Si dovrà decidere se spalmare questa riduzione su tutte le aliquote o intensificare il processo redistributivo con una riduzione selettiva e, accanto alla leva fiscale, con un aumento dei più bassi redditi, come quelli da pensione, le pensioni minime, le pensioni più basse anche se non identificabili con le minime, la sanità. Si tratta di un pacchetto selettivo che deve dare sostanza all'impegno, già assunto dal documento di programmazione economico-finanziaria, di sostenere i bassi redditi, di restituire, di risarcire, le classi sociali e le categorie che hanno pagato più caro questo periodo di risanamento.
Ecco perché non bisogna insistere esageratamente (e ciò non è stato fatto dalla maggioranza) sulla riduzione, rispetto al PIL, del livello della spesa corrente primaria. Chi afferma questo, chi insiste su una drastica riduzione della spesa corrente primaria deve anche dire quale sarà la conseguenza - che noi non vogliamo - e, cioè, la modificazione delle caratteristiche strutturali stesse del nostro modello sociale. In particolare verrebbe messo in crisi il ruolo della spesa pubblica nell'intervento
Oggi, e dopo dieci anni di riforme e di sacrifici che hanno già comportato una forte e non più comprimibile riduzione della spesa pubblica, una riduzione della quota di reddito che va al lavoro e alle pensioni, è il momento di invertire la tendenza, di riprendere quindi l'intervento redistributivo, compensativo, dello Stato. La forbice fra nord e sud, che è aumentata in seguito alla cancellazione dell'intervento straordinario, adesso può cominciare a chiudersi non solo grazie alla lieve ripresa dell'occupazione - che è in atto - ma anche per una prevista e più incisiva programmazione degli investimenti pubblici.
Già in questo DPEF si prevede una forte crescita degli investimenti ed una migliore destinazione della quota che va al Mezzogiorno ed una più efficace programmazione.
Ancora si dovrà fare fronte agli oneri per i costi dei contratti di lavoro del pubblico impiego; aggiornando il tasso di inflazione programmato vi saranno oneri aggiuntivi ai quali però è possibile orientare parte delle risorse disponibili.
Non sono, quindi, d'accordo con la visione esposta dal collega Possa, che ha insistito sul fatto che le previsioni contenute del DPEF sono troppo ottimistiche; invece, non solo quel documento, ma anche documenti degli istituti di ricerca confermano una visione che è realistica e non ottimistica.
In ordine alla questione pensionistica, nel DPEF non è contenuto nessun allarme e nessuna richiesta urgente di modifica dell'attuale regime fissato dalla legge n. 3335 del 1995. Anche rispetto alla valutazione che nel 2001 verrà fatta sugli effetti di quella normativa, ritengo che ci troveremo in una situazione migliore di quella prevedibile qualche mese fa, in particolar modo in virtù della crescita dell'occupazione.
Altro argomento cui il DPEF non fa cenno, ma che mi auguro verrà trattato nella prossima legge finanziaria, attiene al miglioramento e al rafforzamento dei provvedimenti sulla sicurezza. Nel DPEF è contenuto l'elemento della sicurezza, ma non si tratta della sicurezza di cui voglio parlare: quando trattiamo tale questione, vogliamo ricordare, oltre alla sicurezza intesa come tutela della legalità, quella sul lavoro. Su tale tema il Governo ha già assunto impegni, ma è necessaria - spero se ne possa fare cenno nella risoluzione che voteremo - una cultura antinfortunistica che sia centrale, in quanto il problema è ancora tenuto troppo ai margini del dibattito politico.
Vorrei, inoltre, riferirmi brevemente alla sicurezza stradale: è necessario dare attuazione alle disposizioni del piano nazionale della sicurezza stradale, che era stata indicata anche nel precedente documento di programmazione economico-finanziaria; quel documento, in conformità alle indicazioni dell'Unione europea in materia, si proponeva l'obiettivo di una riduzione della mortalità sulla strada. È necessaria, quindi, una riduzione del rischio e della mortalità sul lavoro e sulla strada.
Di fronte a tali necessità (sostegno dei bassi redditi, pensioni minime, prima casa, investimenti per il Mezzogiorno ed in generale, contratti dei lavoratori pubblici e sicurezza sul lavoro, nonché altre esigenze che potrei elencare) nel DPEF sono contenuti segnali incoraggianti, in quanto si identificano delle possibilità ed un varco per gli interventi.
Non ci si deve, dunque, lamentare se il DPEF di quest'anno è un documento di rinvio, in quanto tale rinvio non è una chiusura o un modo per eludere le istanze cui io ed altri colleghi abbiamo accennato, bensì un'attesa per corrispondere meglio a tali esigenze, una volta che potremo valutare le dimensioni della restituzione; da
Cari colleghi, in questi anni di risanamento, le classi di reddito più basse, ma anche la fascia inferiore dei redditi medi, hanno avuto, nel cosiddetto sistema di posti assegnati in una società, una collocazione declinante verso il basso e molte famiglie si sono trovate in difficoltà a mantenere il livello di vita precedentemente consolidato. Molte famiglie, inoltre, hanno diminuito la propria propensione al risparmio. Oggi vi è la possibilità che tale sistema di posti assegnati riceva una scossa nella fascia inferiore e che si dia luogo ad una modificazione e ad un trascinamento verso l'alto. È un effetto che ci aspettavamo e che avevamo chiesto anche negli anni precedenti, ma ci eravamo sempre scontrati con il problema della compatibilità con il vincolo esterno o con il patto di stabilità. Quest'anno - a nostro giudizio ed anche a giudizio del Governo - una rettifica del sistema di posti assegnati nella società è possibile.
In apertura del mio intervento, però, desidero sottolineare due limiti: in primo luogo, non è stato ancora raggiunto l'obiettivo di rendere le risorse per il Mezzogiorno effettivamente aggiuntive rispetto ai trasferimenti ordinari; in secondo luogo, gli obiettivi che avevamo fissato nel documento di programmazione economico-finanziaria del 1999 per quanto riguarda il Mezzogiorno non sono stati ancora pienamente raggiunti. Mai come in questo periodo, però, il contesto europeo si è rivelato particolarmente favorevole, tanto che gli esperti del CNEL prospettano un ciclo di sviluppo vigoroso e prolungato che potrebbe sorreggere una lunga fase di espansione. In modo particolare, sono la capacità di mettere a frutto tecnologie ad alto potenziale di produttività, con la ripresa degli investimenti e la disponibilità di maggiori risorse derivanti dal risanamento dei conti pubblici, a mettere le ali all'economia europea. Le previsioni a tre-quattro anni per l'insieme dei paesi dell'Unione indicano una crescita intorno al 3 per cento, a fronte di andamenti più espansivi per l'economia mondiale e per il commercio internazionale. Se il programma per lo sviluppo del Mezzogiorno ha posto le basi per un intervento organico di ampio respiro in sintonia con le indicazioni dell'Unione europea, il documento di programmazione economico-finanziaria che stiamo discutendo traccia le linee obiettive che restituiscono al Mezzogiorno non soltanto la speranza, ma anche la realistica opportunità di agganciarsi al treno dello sviluppo europeo. Se, infatti, per il 2000 è previsto l'attestarsi poco sopra il 2 per cento del PIL delle zone del Mezzogiorno, si manifesta esplicitamente un quadro che può portare il sud d'Italia a raggiungere il tasso di sviluppo medio europeo già nel 2002, per attestarsi successivamente su valori non inferiori al 4 per cento. Elementi cruciali di questo percorso virtuoso vengono considerati l'ampliamento e la riqualificazione degli investimenti pubblici, di cui il Governo si è fatto carico già con il programma di sviluppo per il Mezzogiorno. Con l'approvazione del quadro comunitario di sostegno da parte della Commissione europea e l'imminente adozione dei programmi operativi regionali e nazionali si stima che il Mezzogiorno potrà contare, nel periodo 2000-2006, su un ammontare di risorse pari a circa 98 mila miliardi di lire - inclusi naturalmente i cofinanziamenti nazionali -, di cui circa 14 mila solo per il 2000. Sappiamo che a questo proposito alle regioni spetterà un ruolo delicato, dal momento che ben il 70 per cento di tali risorse sarà affidato alla loro gestione.
Per rispondere alla questione sicurezza, accanto agli strumenti senza risorse previsti dall'attuale normativa, si è tentato, con l'ultima finanziaria, di mettere a disposizione cospicue risorse per i protocolli e per i patti sulla sicurezza per i sistemi locali di sviluppo del Mezzogiorno. Peraltro, cogliendo con tempestività la portata del problema, già negli anni scorsi, alcune istituzioni meridionali hanno dato vita a sperimentazioni per accompagnare i giovani del Mezzogiorno interessati a lavorare nell'Italia del nord (penso, ad esempio, alla mia provincia, quella di Lecce), con supporti logistici, aiuti per il reperimento ed il pagamento dell'alloggio, favorendo così la mobilità dei lavoratori fra le diverse aree del paese. Queste esperienze innovative hanno sicuramente prodotto effetti positivi, ma lo scarso impegno nel divulgarle e sostenerle ha finito con il farle rimanere episodi circoscritti.
Malgrado viviamo nella società dell'informazione, sembra che purtroppo molti non abbiano voglia di conoscere e osservare da vicino i processi che si muovono nel Mezzogiorno del paese. L'esperienza, pur difficile, di accompagnare la stagione della globalizzazione alla valorizzazione dello sviluppo locale, organizzato e promosso dai territori, si giustifica con i risultati che vengono definiti mediocri, anzi modesti, della programmazione negoziata. Bisognerebbe onestamente chiedersi se le strutture tecniche, sia ministeriali sia regionali, invece di incoraggiare questo processo, non abbiano pensato soprattutto a costruire nuovi territori inaccessibili di potere burocratico, senza tenere presente che questo notevole sforzo di concertazione territoriale ha forgiato e sta forgiando una nuova classe dirigente, capace di progettare e di costruire lo sviluppo dei propri territori.
Un altro elemento di cui si discute molto in questi giorni è rappresentato dal lavoro nero, dal sommerso. È impressionante che si stimi che esso rappresenti circa il 27 per cento del prodotto interno lordo, rispetto alla media del 12-13 per cento stimata, per lo stesso fenomeno, negli altri paesi dell'Unione europea. Il tentativo di soluzione - è di questi giorni l'approvazione di un documento da parte della Commissione europea - della piaga del lavoro nero non può essere, purtroppo, legata solo all'emersione, attraverso i contratti di gradualità, né affrontata solo con le sanatorie, come è stato proposto dal presidente della Confindustria. Il vero problema riguarda soprattutto il mantenimento del lavoratore in
Per quanto riguarda la formazione, è indispensabile che le regioni rimodulino la formazione professionale per costruire programmi di formazione che siano in sintonia con le richieste del mercato. In sede di esame del DPEF e, in seguito, della manovra finanziaria, chiediamo un maggiore impegno del Governo affinché la nuova economia riesca a trovare un rapido sviluppo nel nostro paese, ma soprattutto al sud, perché aiuta a recuperare e a superare limiti infrastrutturali tuttora esistenti. Sapere che l'alfabetizzazione informatica nel Mezzogiorno registra un tasso tra i più bassi d'Europa, rende necessario, in sede di manovra finanziaria, accogliere la proposta volta all'alfabetizzazione dei giovani in base alla quale gli istituti scolastici, gli enti locali e i privati possano costituire un fondo per l'acquisto di computer nelle scuole medie superiori e per la formazione del personale docente. Gli oneri sostenuti dai privati devono essere resi integralmente deducibili.
Signor Presidente, colleghi, dopo anni di sacrifici il risanamento di questo paese è stato realizzato dai Governi di centrosinistra e se questo DPEF prepara alla prossima finanziaria, che determinerà una riduzione della pressione fiscale, restituendo risorse per lo sviluppo alle piccole e medie imprese e alle famiglie, ritengo che, senza toni trionfalistici, ci si possa esprimere favorevolmente su di esso con serenità, sapendo che sarà efficace per il nostro paese.
Vi è un quadro provvisorio di indicazioni precarie ed incerte sia sul fronte delle entrate sia sul fronte delle spese, in particolare per la sanità e per i rinnovi contrattuali. È inaccettabile che il Governo disattenda i nuovi principi di contabilità approvati a larghissima maggioranza dal Parlamento, volti ad assicurare una lettura chiara dello scenario programmatico.
Sono elementi di particolare gravità la mancanza di un preconsuntivo, come previsto dalla risoluzione parlamentare, e la necessità di una nota informativa contestuale al programma di stabilità. Siamo dinanzi ad un atteggiamento disinvolto del Governo che tende a diffondere una cortina fumogena di ottimismo fuori misura, che finisce con il nascondere i grandi problemi finanziari ed economici e di sviluppo del nostro paese.
Nel merito, la ripresa economica c'è grazie ad una situazione congiunturale internazionale che incide positivamente sulla nostra economia. La valutazione non può prescindere dal grave ritardo sulla crescita del PIL negli anni 1996-1999, inferiore di alcuni punti rispetto agli altri paesi dell'area dell'euro.
Un altro elemento che consente di esprimere un giudizio severo sulla politica economica del Governo è quello della quantità e della qualità della crescita. L'Italia cresce meno degli altri paesi europei perché sul nostro sistema produttivo pesano le scelte politiche di quest'anno: aumento del prelievo tributario e blocco della spesa per investimenti.
Il governatore Fazio nella sua acuta analisi del DPEF ha ribadito con nettezza la necessità di ridurre la pressione tributaria, la spesa corrente, e di accrescere gli investimenti pubblici. Una proposta capace di coniugare sviluppo e risanamento dei conti pubblici.
L'altro aspetto che non può essere ignorato è la qualità della crescita economica del nostro paese, che risente di una
Sui parametri del risanamento il Governo e la maggioranza giocano una partita di immagine molto forte, che vuole enfatizzare il conseguimento dei parametri di Maastricht, dimenticando i sacrifici rilevanti richiesti alle famiglie e alle imprese, soprattutto con riferimento alle piccole e medie imprese. Nel prendere tuttavia atto dei risultati raggiunti, manifestiamo il nostro dissenso netto sulle scelte di politica economica che hanno caratterizzato l'azione dei Governi di questi anni.
Per il futuro è indispensabile superare i costi della burocrazia, ridurre la pressione fiscale; occorrono altresì una rimodulazione delle spese correnti e il rilancio delle privatizzazioni e degli investimenti.
Per quanto riguarda il Mezzogiorno, la strumentazione predisposta in questi anni è stata inadeguata per cui il Mezzogiorno non cresce o, come quest'anno, crescerà poco e comunque molto meno rispetto al centro nord. Aumenta, quindi, il divario tra nord e sud, a testimoniare che le azioni di contrasto verso la criminalità, vera palla al piede dello sviluppo del sud, e verso il lavoro nero sono fallite.
Infine, per quanto riguarda il federalismo, la mancanza di un nuovo assetto costituzionale in senso federale si riflette sul quadro dei rapporti Governo centrale-governi regionali, condizionando lo sviluppo di una vera autonomia per la mancanza di un federalismo fiscale che superi i meri trasferimenti e le addizionali.
Occorre una più forte attenzione ai problemi dei piccoli comuni per i quali è urgente un riordino dei criteri di riparto per assicurare più equità. Sul dividendo fiscale è necessario garantire, a nostro giudizio, la priorità alla famiglia. C'è oggi la possibilità di una riforma di fiscalità familiare imperniata sul quoziente familiare, che valorizzi la risorsa figli, perché la povertà insidia sempre di più le famiglie italiane, l'11,8 per cento delle quali è ormai coinvolto nell'area della povertà relativa.
Sono questi gli elementi che ci inducono a sollecitare il Governo e la maggioranza a compiere una sostanziale modifica della loro politica economica. Per queste ragioni, ovviamente, diamo una valutazione e un voto negativo sulle proposte contenute del DPEF per gli anni 2001-2004.
Il carattere strutturale del risanamento conseguito consente di «agganciare» oggi un trend economico favorevole e una sostanziale ripresa economica del nostro
In particolare, vi è la convinzione, diventata poi prova provata, che il risanamento della finanza pubblica, operato a partire dal 1997 con strenua determinazione, e la sua fondamentale conseguenza, la riduzione dei tassi di sconto, abbiano rappresentato la più ampia manovra di ridistribuzione del reddito mai avuta nel nostro paese a favore dei ceti bassi e medio-bassi, come è stato ampiamente documentato dai dati del Censis e rivendicato con orgoglio da Carlo Azeglio Ciampi quando era ancora ministro del tesoro. Tale risanamento ha certo comportato sacrifici, ma non lacrime e sangue, e ciò è stato ben compreso dai cittadini del nostro paese che, in contrasto con l'euroscetticismo del Polo e della Lega - ma vi sono altri nobili euroscettici -, dettero allora un contributo decisivo ed insostituibile.
Oggi, il carattere strutturale di quel risanamento consente di guardare con ottimismo, sempre sulla base dei dati, anche ad un altro problema cruciale dal punto di vista sociale e della qualità dello sviluppo: il lavoro. La discesa del tasso di disoccupazione fa ritenere fondate le previsioni, certo senza miracolismi o volgari atteggiamenti propagandistici, di una piena occupazione conseguibile in un decennio anche nel Mezzogiorno del paese, senza dover seguire la logica delle vecchie politiche assistenziali. A tale proposito, voglio ricordare un dato tra quelli citati in Commissione bilancio dal sottosegretario Giarda, con il giusto orgoglio politico tipico di chi abbandona il saio del tecnico, in risposta ad alcune critiche dell'opposizione a me sembrate totalmente pretestuose.
La spesa pubblica, vertiginosa negli anni cinquanta e sessanta, con livelli superiori all'8 per cento medio annuo in termini reali, si è ridotta - si fa per dire - al 5,1 per cento degli anni settanta e al 3,9 per cento degli anni ottanta, ma è crollata letteralmente all'1 per cento come tasso medio annuo negli anni novanta, dai tempi della prima manovra Amato per il risanamento di oltre 90 mila miliardi, proseguendo con l'azione di Ciampi e, negli ultimi quattro o cinque anni, con l'equo rigore dell'Ulivo e del centrosinistra. Non vi è stato, insomma, nessun gonfiamento elettoralistico della spesa pubblica, come sempre si affannano a dire i colleghi del Polo ma, al contrario, si manifesta la durezza dei dati che dovrebbero essere caso mai rivisti verso l'alto, compatibilmente con i patti di stabilità esterni ed interni.
È possibile allora un programma di piena occupazione svincolato da ipoteche assistenzialistiche e che incorpori la lezione dell'incremento di oltre 300 mila nuovi posti di lavoro proprio sul terreno che ha reso possibile questa nuova occupazione, vale a dire il lavoro nel settore dei servizi - in particolare dell'assistenza alle persone - e la vasta gamma dei lavori attivati dai comparti ambientali, dai parchi ai rifiuti, dalla depurazione delle acque alla ristrutturazione dei centri urbani, alla battaglia contro il degrado delle periferie, con le conseguenze sociali positive in essa implicite, alla manutenzione del paese, come è stata chiamata.
Non sfugge che questa situazione positiva si è anche giovata dei cosiddetti lavori atipici e dei lavoratori parasubordinati, per i quali riteniamo sia giunto il momento di provvedere, in modo certo non contraddittorio, a nuove tutele per quanto concerne le loro posizioni di lavoro.
In questo ambito vi è poi spazio, una volta chiarito l'aspetto non assistenzialistico, per la crescita di mini imprese senza scopo di lucro, che attivino quello
Questo programma necessita anche di un'adeguata politica fiscale, che ovviamente si propone anche altri obiettivi. È evidente che, nelle condizioni ottenute come risultato delle politiche economiche adottate negli ultimi cinque anni, proseguire nella riduzione della pressione fiscale in modo deciso ma equilibrato diventa un fattore di espansione economica e sociale. È possibile nell'arco di tre o forse due anni - dipenderà dall'andamento dei conti pubblici - restituire - si valuta oggi - 10.500 miliardi ai cittadini lavorando sull'IRPEF: dalle detrazioni e deduzioni, soprattutto per i ceti bassi e medio-bassi e per le cure e l'assistenza dei familiari a carico, alla riduzione di un punto percentuale equivalente sul complesso degli scaglioni delle aliquote IRPEF.
Per quello che ci riguarda, noi Verdi riproponiamo poi un insieme di politiche economiche fondate sull'incremento della produttività delle risorse, invece che sull'incremento della produttività del lavoro. Queste politiche debbono riguardare i problemi della mobilità e dei trasporti come quello dell'energia, con tutto lo spazio che riteniamo si debba dare, soprattutto in questi settori, alla ricerca ed all'innovazione tecnologica, che postulano però un balzo in avanti per quanto riguarda la formazione.
Vogliamo segnalare l'esigenza di politiche economiche e sociali improntate alla sostenibilità ambientale, dalla battaglia contro i prodotti transgenici e per la sicurezza alimentare (e quindi delle politiche agroalimentari e zootecniche conseguenti), alle politiche di salvaguardia ambientale ed all'attuazione dei protocolli di Kyoto. Leva essenziale per politiche economiche ecosostenibili è quel complesso di iniziative e di meccanismi di incentivazione e disincentivazione che va sotto il nome di fiscalità ecologica, che ha fatto passi da gigante negli Stati Uniti. Certo, non è che tutti siano diventati ambientalisti, ma in quel paese ormai un atteggiamento ecologicamente corretto è diventato per la gran parte delle imprese un modo di competere sul mercato, selezionando e mettendo fuori campo i comportamenti produttivi più inquinanti. Questo stesso atteggiamento si sta diffondendo con ampiezza in tutta Europa ed il nostro paese non può restare indietro.
Insomma, la nostra proiezione sul DPEF, quello che i Verdi reclamano poi per la prossima legge finanziaria, non è soltanto quella leggerezza, quel ridare soldi ai cittadini che ormai, anche in termini mediatici, stanno facendo breccia e su cui senz'altro concordiamo; è l'auspicio che la prossima finanziaria si caratterizzi sempre più come premessa per un futuro sostenibile. È con queste motivazioni che ci accingiamo a votare a favore della risoluzione di approvazione del documento di programmazione economico-finanziaria.
Non è stata spesa neppure una parola sul come, con quali misure verranno realizzati gli obiettivi programmatici indicati; non una parola su quali dinamiche e quali politiche economiche si vogliano mettere in campo. Nemmeno l'andamento tendenziale dei dati economici apre una discussione ed uno scenario, semmai legittima il Governo nella sua tendenza al rinvio che è ormai caratteristica strutturale di questa compagine! E non bastano certo, credetemi, alcune fumose affermazioni generali e generiche sullo sviluppo sostenibile, sulla riforma del welfare, sull'intermodalità del sistema dei trasporti e via elencando a modificare il quadro d'insieme.
Bisogna allora leggere tra le righe, tra i «non detti», per desumere qualche indicazione.
Così, dalla rivendicazione puntigliosa e per certi versi persino troppo enfatica delle politiche economiche di questi ultimi anni, si può presumere davvero che il Governo continuerà su quella strada; una strada - è bene sempre ricordarlo - tramortita di tagli alla pubblica amministrazione e agli enti locali; una strada tumefatta di flessibilità e di precarietà del lavoro; una strada segnata dallo smantellamento del welfare e, di contro, dalla generosità sempre crescente per capitali ed imprese.
La filosofia è sempre quella già tristemente nota ai ceti più deboli: il processo di risanamento dei conti pubblici prosegue lungo la strada già sperimentata della riduzione della ingerenza della spesa corrente sul prodotto interno lordo e, sul versante delle entrate, dall'aumento crescente del divario tra imposizione indiretta e imposizione diretta a favore della prima. Il che, tradotto in termini elementari, significa che si costringe in tal modo a far pagare maggiori tasse ai cittadini più poveri - data la loro maggiore propensione ai consumi in termini complessivi - per avere meno servizi sociali. Come equità sociale non è male!
La divaricazione crescente tra poveri e ricchi nel nostro paese non è dunque figlia del destino cinico e baro, né un prezzo da pagare alla natura ineluttabile del mercato; no, l'aumento del tasso di impoverimento ha cause precise, concrete, materiali e tutti noi lo sappiamo. D'altronde, la Commissione d'inchiesta sulla povertà avrebbe dovuto servire a questo e non a pettinare le ispide chiome della nostra cattiva coscienza.
Non so se questo tipo di scelte siano state fatte per tentare di accaparrare il consenso dei poteri forti; è certo però che questa opera di Robin Hood alla rovescia - a cui assistiamo da decenni e di cui proprio l'attuale Presidente del Consiglio è stato fautore e ideologo - poteva e può essere evitata. Non solo perché nel nostro paese esiste la quota di evasione fiscale sicuramente più alta d'Europa, quale pratica attuata diffusamente se non esclusivamente dai ceti più abbienti; non solo perché l'evasione contributiva e la larga diffusione del lavoro sommerso consentirebbero il recupero di risorse finanziarie ingenti; ma questo accanimento terapeutico sui ceti più deboli poteva e può essere evitato perché era ed è possibile anche ora una netta inversione di tendenza. È possibile cioè dare avvio ad un processo di ridistribuzione della ricchezza del nostro paese, che costituirebbe non solo un'opera di doveroso risarcimento nei confronti di chi si è maggiormente sobbarcato il peso del risanamento pubblico nel nostro paese, ma rappresenterebbe anche una proposta di politica economica: sì, lo abbiamo ripetuto più volte, una politica economica in grado di rilanciare la domanda interna che, aggregata alla crescita della domanda estera, consentirebbe di utilizzare appieno l'attuale congiuntura favorevole dell'economia.
In realtà continuiamo a non vedere nulla di tutto questo. La verità è che proseguire per la vecchia strada non è solo inaccettabile socialmente, ma persino improduttivo e sbagliato anche dal punto di vista politico, dal vostro punto di vista. Ai poteri forti non basta la semplice accettazione dei principi neoliberisti in
Davvero, forse è il caso di ricordare a costoro che il sistema delle imprese ha avuto nel solo 1999 finanziamenti pubblici per un ammontare di quasi 33 mila miliardi, ai quali vanno aggiunti i minori introiti fiscali derivanti da IRAP, DIT, e così via. E nonostante ciò si è avuto sempre nel 1999 un calo di occupati nelle imprese industriali con più di 100 dipendenti del 2,2 per cento, pari a 47 mila persone. Mentre nel sistema delle piccole imprese, così osannate per la capacità di produrre ricchezza e occupazione, i lavoratori vengono pagati metà e il loro orario di lavoro supera di oltre il 6 per cento quello dei loro colleghi delle grandi aziende.
La verità è che si è rafforzato in questi ultimi anni uno spostamento di ricchezza in favore della rendita e del profitto, sia attraverso le manovre per il risanamento dei conti dello Stato sia mediante specifiche e mirate misure di ordine fiscale, a cominciare dall'aliquota unica sulle rendite immobiliari al 19 per cento fino all'aliquota unica sulle rendite finanziarie. La verità è che questo documento di programmazione economico-finanziaria non lascia intravedere alcuna forma di ripensamento, alcuna inversione di marcia. Anzi, a sentire alcuni membri della maggioranza dopo l'audizione del governatore della Banca d'Italia in Commissione bilancio, sembra non rinviabile un'azione sulla spesa primaria per consentire la riduzione del carico fiscale. Diciamoci la verità, «agire sulla spesa primaria» è solo un grossolano eufemismo per dire che bisogna infierire a cuore aperto sulle politiche sociali. Quindi non solo il tempo è brutto, ma volge al peggio.
Del resto, le indicazioni contenute nello stesso documento di programmazione economico-finanziaria sulle nuove risorse derivanti dal maggior introito delle entrate tributarie e dalla concessione delle licenze UMTS sono quanto mai chiarificatrici. E per quanto riguarda il dividendo fiscale, l'indicazione è così vaga e aperta a tutte le soluzioni (dal contributo alle famiglie di basso reddito, ad un intervento sulle abitazioni, all'agevolazione alle imprese), che veramente possiamo aspettarci di tutto.
Per capire come si muove questo Governo, dietro la cortina tesa a fumogena delle dichiarazioni, basta pensare alla proposta del ministro Del Turco, tesa generalizzare l'esenzione dell'IRPEF sulla prima casa di abitazione: allo stato attuale, un intervento simile finirebbe per interessare esclusivamente gli immobili posseduti dai più ricchi, dato che con le deduzioni attualmente esistenti già si copre l'85 per cento del patrimonio abitativo del paese. Mi chiedo: a che serve? E
Perché, invece, se si vuole intervenire in questo settore non si provvede ad una esenzione generalizzata dell'ICI sull'unica casa di abitazione non di lusso? In tal modo potremmo eliminare una penalizzazione inaccettabile per quei cittadini che in assenza di una politica sociale sulla casa, si sono visti costretti ad impegnare tutti i loro risparmi per garantire un tetto decente ai loro familiari. Se si destinasse ai comuni un trasferimento pari al minore introito derivante dall'abolizione dell'imposta sull'unica casa non di lusso vincolando gli stessi ad attuare un parziale recupero innalzando le aliquote per le altre categorie di patrimonio immobiliare, si attuerebbe forse un'azione ben più efficace e ben più equa dal punto di vista sociale. Ancora, per rimanere nel campo delle abitazioni, è così fuori dal mondo un raddoppio delle attuali detrazioni fiscali per gli inquilini, indipendentemente dalla tipologia del contratto d'affitto, visto che gli attuali fondi a disposizione rischiano di rimanere largamente inutilizzati? Non sarebbe questa una norma che, innestando il conflitto di interessi tra inquilino e proprietario, riuscirebbe a far emergere una larga fetta di evasione fiscale che si annida in questo settore? Del resto, se si volessero reperire nuove risorse, consigliamo al Governo di togliere quel beneficio fiscale del 15 per cento del reddito d'affitto, concesso quando era in vigore l'equo canone, e di cui continuano a godere gli attuali proprietari di immobili, anche se affittano a prezzi determinati dalla libera contrattazione nel mercato.
Come si vede, dunque, sono possibili indirizzi diversi ed alternativi, con risorse certe, nel totale rispetto degli equilibri di bilancio dato. Il problema è volerlo, ed io temo che questo Governo, al di là delle parole, non voglia mettere in atto nessun provvedimento che incontri le esigenze dei ceti più disagiati, che dia risposta alle loro domande. Del resto, se così non fosse, perché tenere in piedi l'enorme baraccone che consente un recupero dei ticket sanitari per circa 4 mila miliardi quando lo Stato ne spende un quarto per l'organizzazione della riscossione e ne restituisce un quinto circa con le detrazioni fiscali? Non sarebbe più semplice e più equa l'eliminazione di ogni ticket sui servizi sanitari, come da tempo Rifondazione comunista propone?
La sensibilità su questo terreno, dunque, è largamente assente. Ma ciò che preoccupa maggiormente è la totale indisponibilità ad affrontare e valutare seriamente una proposta diversa dalla classica ricetta neoliberista. È evidente che la precarizzazione crescente del lavoro, i tagli progressivi della spesa corrente ed in modo particolare dello Stato sociale, l'aumento di produttività riservato pressoché interamente sui profitti d'impresa, la riduzione del salario diretto ed indiretto dei lavoratori non consentono di raggiungere quegli obiettivi naturali della politica economica che sono la piena occupazione e l'aumento del tenore di vita, per tutti non per pochi privilegiati.
Che non si voglia cambiare strada lo dimostra l'utilizzo che s'intende fare degli incassi derivanti dalle concessioni UMTS. Destinazione unica la riduzione dello stock del debito, salvo un parziale utilizzo per un intervento nella cosiddetta società dell'informazione. Su ciò è intervenuto il Polo, con una risoluzione che impegna il Governo ad utilizzare interamente tale risorsa per la riduzione del debito: insomma, di male in peggio. Sono state scomodate difficoltà ed impedimenti di ordine tecnico-contabile per l'utilizzo di tali introiti nella spesa corrente...
Mi chiedo: perché tali difficoltà non si riscontrano per le concessioni televisive, vista l'analoga e simile fonte di provenienza? Eppure, se - come pare ormai certo - per favorire la vendita di tali concessioni sono previsti per gli acquirenti ingenti benefici di ordine fiscale, ci si
È chiaro che l'argomentazione tecnica è spudoratamente pretestuosa. La vera questione è un'altra: è la servile subordinazione di questo documento alle politiche neoliberiste. E pensare che persino Blair riesce a rilanciare un aumento della spesa pubblica di 130 mila miliardi nei prossimi tre anni. Un'altra politica è invece possibile: una linea di politica economica che sposti ricchezza dalla rendita e dal profitto ai salari e ai redditi da lavoro, in grado di coniugare sviluppo con equità, è concretamente realizzabile. Quello che manca è una forte determinazione politica ed una forte tensione sui problemi degli strati sociali emarginati dagli attuali processi di produzione.
Per finire, osservo che ha ragione Fitoussi quando afferma: «viviamo in società davvero bizzarre, che si fanno prendere dall'angoscia ogni qualvolta i salari aumentano, ma applaudono freneticamente ogni qualvolta crescono i profitti». Una bizzarra società, che parla di numeri contabili e non di persone in carne ed ossa, che castra i propri poteri di intervento in nome della concorrenza e della competitività, che dichiara innaturali «gli obiettivi naturali della politica economica, che sono la piena occupazione e l'aumento del tenore di vita». A noi spaventa una società simile e un ceto politico così miseramente glaciale, che guarda i cittadini come sudditi e come cifre statistiche. Noi invece rivendichiamo la possibilità di un'alternativa di politica economica e sociale.
A questo punto rivendichiamo un'alternativa di etica della politica fuori dalle compatibilità mentali e ragionieristiche della Banca d'Italia e della Confindustria, che si riferiscono al Governo come a padrini tutt'altro che battesimali (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti).
È iscritto a parlare l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
Mi sarei aspettato, signori rappresentanti del Governo, che il DPEF contenesse un esame serio del quadro internazionale nel quale si colloca l'economia italiana. La ripresa che si registra oggi in Europa è dovuta essenzialmente alla svalutazione dell'euro del 20 per cento nel corso del primo anno della sua vita; di conseguenza, l'interrogativo è se questa ripresa europea sia destinata a consolidarsi qualora la Banca centrale europea adotti una politica monetaria (come è probabile che farà nei prossimi mesi) che, per frenare l'inflazione, faccia alzare il tasso di interesse. Quanto è solida quella ripresa europea nella quale si colloca la ripresa italiana? Questa è una domanda alla quale il Governo ha il dovere di rispondere in Parlamento, se vuole affrontare la questione non solo con un piccolo dibattito sulla distribuzione del cosiddetto dividendo
Quanto è solida la ripresa europea nell'ipotesi che la politica della Banca centrale europea volga verso un innalzamento dell'euro? In tale quadro, qual è la condizione relativa dell'economia italiana nell'ambito dell'economia europea nel primo anno della nuova era, nella quale la svalutazione non può avvenire nei confronti delle altre valute europee? Quali sono le conseguenze strutturali di una rigidità del tasso di cambio italiano rispetto a quelli della Germania e della Francia e degli altri nostri partners? Se il documento di programmazione economica del primo anno dell'euro non affronta tali problemi è un documento di nessuna rilevanza. Il documento al nostro esame, tra l'altro, parte subito con una bugia molto grave, che non dovrebbe essere presente in un documento del Governo. Mi riferisco al fatto che in esso si dice che, nel 1996, il primo dei documenti della legislatura annunziava una politica di ingresso nell'euro quando - come lei sa bene, onorevole D'Amico - sia il Governo Dini sia il primo Governo Prodi avevano deciso che l'Italia non dovesse entrare; quindi, è inutile raccontare bugie all'Italia e a coloro che conoscono la storia del nostro paese.
Il punto fondamentale sul quale la prego di riferire al ministro del tesoro in modo tale che la replica sia tale da consentire ai deputati repubblicani di votare a favore del documento in esame - cosa che attualmente non vedo possibile - è se vi sia la consapevolezza del Governo delle condizioni obiettive nelle quali si muove l'economia italiana, cioè delle sue condizioni di debolezza. Non si può non rilevare, a questo proposito, che vi è stato, a partire dalla relazione della Banca d'Italia del 31 maggio scorso, un contrasto nel giudizio sulla situazione economica del paese fra il Governo e la Banca d'Italia, un contesto reso palese da una affrettata dichiarazione del Governo all'indomani della relazione del governatore della Banca d'Italia, quando appunto un sottosegretario definì «irriguardosa» verso gli italiani una relazione che metteva in evidenza l'indebolimento strutturale della competitività italiana rispetto all'Europa e al mondo.
Allora, se c'è un contrasto di valutazione e se la valutazione del Governo è che non esiste un problema di competitività, ne prendiamo atto e possiamo affermare, se concordiamo con il Governo, che le cose vanno bene se, tuttavia, esiste un problema di competitività, come affermano l'ICE, la Banca d'Italia, gli osservatori internazionali, nonché la Svimez e gli osservatori del Mezzogiorno, la domanda sulla impostazione della politica economica del Governo diviene un'altra: non quale mediocre redistribuzione delle tasse (riduzione delle aliquote su determinati redditi), ma quali azioni di politica economica si intendano intraprendere per evitare che in Italia il funzionamento dell'euro, non appena quest'ultimo crescerà nei confronti del dollaro, diventi un elemento di debolezza per l'economia italiana, che la porti in condizioni molto difficili. Questo è il contrasto delle posizioni che io vedo emergere.
Se l'opposizione dice che i dati della congiuntura non sono così favorevoli come sostiene il Governo, può darsi che abbia torto; ma se il Governo ritiene che questo contenuto nel DPEF sia un programma di politica economica per il nostro paese, la risposta dei Repubblicani è che questo non è un programma di politica economica e pertanto nella sua attuale formulazione non potrà avere il nostro voto favorevole.
È stato messo in rilievo come si sia in presenza di una scatola vuota. Questo documento di programmazione economico-finanziaria è sostanzialmente una scatola vuota, una illustrazione della situazione senza indicazione alcuna di una manovra concreta, e per questo motivo è irrispettoso della legge di contabilità dello Stato.
Pertanto, il Governo oggi è sostanzialmente inadempiente. Ha cercato di coprire in parte la propria inadempienza inviando il 5 luglio - comunque, oltre il termine del 30 giugno previsto dalla legge - alle Commissioni bilancio della Camera e del Senato una tavola aggiuntiva relativa al quadro programmatico 2001-2004, tra l'altro successivamente rettificata da un ulteriore quadro sullo stesso argomento.
Va ancora sottolineato come gli interventi correttivi, soprattutto in materia fiscale, siano solo annunciati e rinviati ad una nota aggiuntiva del DPEF che sarà presentata allorquando sarà più chiaro il quadro delle entrate e delle spese dello Stato per l'anno corrente.
Si tratta, in buona sostanza, di una scelta senza precedenti. Vi sono una palese illegalità e una palese scorrettezza politica in questa impostazione. Questo atteggiamento denota, quanto meno, un mancato controllo da parte del Governo sugli andamenti economici e finanziari e i numerosi contrasti esistenti nella coalizione di maggioranza a proposito della distribuzione delle risorse disponibili tra i vari interventi possibili.
Va inoltre considerato che l'entità dell'enorme debito pubblico, che molti settori dell'attuale maggioranza vogliono addebitare esclusivamente a responsabilità del vecchio pentapartito, è da ascrivere, almeno sotto forma di una forte compartecipazione e di consociativismo, alla stessa responsabilità dei DS, in quanto non va dimenticato che tutte le decisioni di spesa degli anni ottanta sono state concordate dal pentapartito palesemente o sotto banco con l'ex Partito comunista. Una buona parte di ciò si deve anche alla corresponsabilità dell'attuale Partito popolare, erede di una parte della sinistra DC.
Va considerato ancora come in questi ultimi anni il risanamento è stato realizzato inasprendo fortemente la pressione fiscale e parafiscale su cittadini e imprese e sacrificando molto gli investimenti pubblici, per cui il paese si trova oggi con un forte deficit di infrastrutture in molti settori chiave, quali i trasporti, le telecomunicazioni e la produzione e la distribuzione dell'energia elettrica. Non dimentichiamo che proprio la settimana scorsa questa maggioranza ha bocciato la proposta di legge Berlusconi che dava un'indicazione concreta su come operare in questo settore.
Occorre sottolineare, poi, che in questi ultimi anni il risanamento è stato favorito dal forte abbassamento dei tassi di interesse a livello mondiale, cosa che ha inciso molto sui nostri conti, data l'entità spaventosa dello stock del debito pubblico italiano.
Questi fattori concomitanti hanno consentito alla maggioranza di sinistra di eludere il nodo decisivo del contenimento della spesa corrente, che in questi anni è aumentata sempre in misura superiore al tasso di crescita del PIL. Vi è un'altra considerazione da fare: la politica di eccessiva compressione degli investimenti in infrastrutture pubbliche non può essere proseguita, pena la creazione di un divario enorme ed insopportabile di efficienza tra il sistema Italia e l'economia degli altri paesi sviluppati e, in particolare, di quelli appartenenti all'Unione europea, che sono i nostri maggiori partner e concorrenti commerciali.
Il Governo, in costanza di una possibilità di ripresa (che si è verificata prima a livello europeo e poi a livello mondiale), non ha fatto nulla per agganciare la ripresa, anzi, ha perseguito politiche che hanno reso l'aggancio italiano alla ripresa europea tardivo e di entità inferiore. Questo soprattutto per effetto delle politiche fiscali vessatorie nei confronti delle imprese, che ne hanno risentito in termini
Va ricordato come l'ultimo periodo di crescita dell'economia si sia verificato - mi vanto nel dirlo - per effetto delle politiche del Governo Berlusconi (ricordiamo tutti la legge Tremonti). Come già accennato all'inizio, non vi sono indicazioni nel DPEF circa le entità e la qualità della manovra che si intende portare avanti nel 2001. Si danno solo indicazioni vaghe di interventi di sgravi riguardanti le famiglie, attraverso la riduzione delle aliquote dell'IRPEF, con particolare attenzione ai redditi più bassi, anche con la riduzione della tassazione delle abitazioni, e alle imprese, soprattutto quelle minori, e con particolare attenzione all'emersione del sommerso, alla nascita di nuove attività e alla creazione di nuova occupazione. Tutto e niente, sono parole contenute nel documento in cui si dice tutto e non si parla di niente.
A tale proposito va ricordato che nel 2000, secondo quanto indicato dalle Commissioni bilancio della Camera e del Senato, la pressione fiscale invece aumenterà, al contrario di quanto promesso dal Governo, in particolare dall'ex ministro delle finanze e ora ministro del tesoro, l'onorevole professor Vincenzo Visco. Nei primi sei mesi di quest'anno, infatti, le entrate fiscali sono aumentate del 5 per cento, il che in effetti è tantissimo, anche tenendo conto di alcune entrate straordinarie; questo però non è un successo, come vuol far credere il Governo, ma è la dimostrazione, al contrario, che si è calibrata male la manovra fiscale e quindi si è prelevato più del necessario dalle imprese e dalle famiglie, deprimendo il ciclo economico ed il tenore di vita dei cittadini. Questa è sostanzialmente la verità.
È chiaro che, avviandoci verso un importante appuntamento elettorale, il Governo fa annunci di cospicui, anche se non meglio precisati, interventi di riduzione fiscale, ma non potrebbe fare altrimenti anche alla luce di quello che è stato appena varato in Germania dal Governo Schroeder. È evidente che, essendo la Germania il nostro maggior concorrente e partner commerciale, siamo obbligati a seguire la stessa strada, pena l'ulteriore spiazzamento delle nostre produzioni sia all'interno sia all'estero, e quindi si imporrà una scelta molto più decisa in termini di riduzione del prelievo fiscale e parafiscale sulle famiglie e sulle imprese, il che imporrà di contenere efficacemente la dinamica della spesa corrente.
Per quanto riguarda il settore fiscale, riteniamo indispensabile intervenire subito, senza attendere l'inizio del 2001, con una riduzione significativa di tutte le aliquote IRPEF e con una ulteriore riduzione quanto meno di un punto percentuale all'anno per tre anni, a partire dal 2001, nel cui ambito bisogna prevedere l'esenzione totale del pagamento dell'IRPEF e dell'imposta di successione sulla prima casa. Quest'ultima misura rappresenterebbe, se varata, una risposta al diritto dei cittadini a mantenere la proprietà della casa. Va poi restituito - riteniamo che sia arrivato il momento - il residuo 40 per cento dell'eurotassa che, riscossa alla vigilia dell'ingresso del nostro paese in Europa, avrebbe dovuto essere già restituita per intero, proprio come Forza Italia propose.
In riferimento al settore delle imprese e alla pressione fiscale, alla quale queste sono sottoposte, segnaliamo l'esigenza della riduzione di un punto percentuale dell'aliquota IRAP, la deducibilità dall'imponibile delle spese per il personale dipendente, che porterebbe quale ovvia conseguenza l'incremento dell'occupazione, nonché la riduzione di due punti percentuali dell'IRPEG. L'adozione di questi benefici fiscali a favore delle imprese porrebbe sicuramente queste ultime nella condizione di fronteggiare in una prospettiva migliore l'agguerrita concorrenza dei paesi sia comunitari sia extracomunitari, le cui imprese operano in un contesto fiscale chiaramente più vantaggioso rispetto a quello italiano.
Questa brevissima disamina di proposte in materia fiscale, delle quali il DPEF
Sono necessari, inoltre, interventi di carattere sociale, prevedendo un aumento significativo delle pensioni sociali e l'istituzione di un assegno socio-sanitario, di importo da definire, per le famiglie che assistono in casa un anziano o un malato cronico affetto da patologie invalidanti o disabili gravi, anche psichici. In questo modo si darebbe anche un sollievo a famiglie in difficoltà e si ridurrebbe il ricorso - costoso per il servizio sanitario nazionale e spesso, purtroppo, inutile - al ricovero ospedaliero.
Riteniamo, inoltre, di grande urgenza ed importanza la riduzione progressiva del cuneo parafiscale sul lavoro dipendente, attraverso una riduzione graduale dei contributi sociali gravanti sulle imprese, al fine di accrescerne la competitività e la propensione ad incrementare l'impiego di manodopera.
Qualche parola va spesa - viste le polemiche di questi giorni - anche sulle quote di immigrazione extracomunitaria aggiuntiva per il corrente anno, chiesta dalle stesse imprese del nord. Osservo, innanzitutto, che occorrerebbe favorire - ma non tout court e semplicemente - l'incontro tra la richiesta di manodopera nel nord Italia e la domanda di lavoro nel sud e nelle isole, laddove - è bene ricordarlo - purtroppo il tasso di disoccupazione supera il 20 per cento (in Calabria, addirittura, il 30 per cento). Riteniamo indispensabile una tale previsione nel documento di programmazione economico-finanziaria, in quanto è strettamente attinente alla materia in esso contenuta e poiché l'obiettivo di una sana politica economica non è solo quello di far quadrare i conti, ma anche quello di riassorbire la piaga della disoccupazione nel Mezzogiorno e nelle isole; è necessario, inoltre, introdurre strumenti di informazione che favoriscano la conoscenza al sud delle offerte di lavoro che si manifestano al nord e provvidenze per assicurare alloggi a costi ragionevoli, anche di edilizia residenziale pubblica, per quei disoccupati meridionali che siano interessati a trasferirsi nel settentrione. Si dovranno anche prevedere incentivi retributivi per le mansioni più pesanti e difficili da coprire: ciò perché la legge di mercato vale in tutti i sensi e per determinare il livello retributivo; è troppo comoda la scorciatoia perseguita da alcuni imprenditori di chiedere extracomunitari perché accettano paghe basse e sono più facilmente gestibili!
In conclusione, questo non è un documento di politica economica e finanziaria, ma è solo una descrizione dei fatti e spesso con toni trionfalistici. È privo di una parte propositiva e, dunque, non è un documento di programmazione, ma solo un documento di descrizione dell'esistente senza alcuna visione prospettica. Crediamo che questo Governo, privo di legittimazione elettorale, manchi di idee serie e concrete; esso va avanti per spot e fonda la sua azione sul fumo, senza nemmeno riuscire a rubare spunti e progetti a chi ne ha: faccia spazio (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)!
Ebbene, a tutto ciò, nel DPEF non si fa alcun riferimento; ma soprattutto non c'è - vorrei ricordarlo al presidente della Commissione bilancio - il contenuto proprio del documento che, nelle risoluzioni parlamentari e in tutto il dibattito che si è svolto in occasione dell'approvazione della legge n. 208 del 1999, ha fatto del DPEF l'elemento fondamentale e il momento di confronto e di dibattito più importante in materia finanziaria in Parlamento. Infatti, come si disse, vi sono documenti ed atti elaborati in sede europea che il Parlamento italiano non conosce, in quanto non gli vengono trasmessi.
Occorreva allora individuare un momento di confronto e lo si era individuato nel documento di programmazione economico-finanziaria, tanto è vero che nel promemoria per la definizione di una risoluzione relativa al DPEF 2001-2004, redatto da parte del presidente della Commissione bilancio, onorevole Fantozzi, e distribuito il 24 maggio 2000 a tutti i gruppi, si dice, nella prima pagina: «Il DPEF costituisce la principale e forse l'unica occasione di confronto tra il Governo e le forze politiche che ha per oggetto l'impostazione della politica generale del paese e che, svolgendosi in Parlamento, è aperto alla conoscenza ed al giudizio dei cittadini. È un confronto che richiede un alto livello qualitativo sia nella predisposizione del documento sia nell'esame parlamentare, in quanto gli elementi di coerenza e di compatibilità generale ed i conseguenti indirizzi strategici assumono preminenza rispetto alle singole misure da adottare ed ai diversi interessi particolari e settoriali. Inoltre, le scelte prospettate nel documento devono essere motivate in modo accurato, così come le eventuali proposte alternative che emergano in sede parlamentare». Bene, questa maggioranza è riuscita a banalizzare tutto ciò, ha totalmente svuotato di contenuto il documento, per cui ci mette nelle condizioni di non poter neppure svolgere il nostro ruolo di opposizione, perché uno si può opporre ad un disegno, non al nulla. Non ci si può opporre alle chiacchiere da caffè che proponete in questo documento, con una disinvoltura degna di miglior causa. Come si fa a discutere di impostazioni che riguardano lo sviluppo, l'occupazione, le metodologie di intervento, se non si hanno le cifre, se non si ha la misura dell'intervento che il Governo intende effettuare? Di che cosa parliamo? Parliamo di aria fritta e l'unica specialità della casa è proprio questo piatto, che viene servito agli italiani ormai da oltre quattro anni, tant'è vero che a tutti sta venendo l'ulcera!
Un altro dato che, tra l'altro, evidenzia l'illogicità dei comportamenti e l'illegittimità degli atteggiamenti, è quello della violazione dell'articolo 118-bis, comma 4, del nostro regolamento. Lo ha già detto questo mattina il relatore della Casa delle libertà, onorevole Armani, ed io voglio riprendere questo concetto. Vedete, ad una proposta di aggiornamento, che è il documento cui con grande disinvoltura il Governo rinvia per riempire tutti i vuoti presenti nel DPEF, rappresentati in primo luogo dalla mancata quantificazione del cosiddetto dividendo fiscale (che poi sarebbe l'elemento su cui basare le politiche di Governo), si può fare ricorso, a termini del nostro regolamento, soltanto di fronte ad eventi imprevisti. Ebbene, l'evento imprevisto
In conclusione, ci troviamo di fronte al primo DPEF senza quantificazione, il che ha trasformato quest'anno la discussione in un rito inutile. Infatti, di cosa potremmo parlare, se la quantificazione è rinviata alla proposta di aggiornamento e quindi non siamo in grado di conoscere l'entità del dividendo fiscale? La quantificazione delle singole destinazioni non è una questione neutrale, perché le conseguenze sullo sviluppo, sul reddito e sull'occupazione sono direttamente proporzionali alle strategie che attorno a questa scelta cadranno.
La verità è che questo Governo non è assolutamente unito su questioni relative agli obiettivi di fondo da perseguire, oscillando tra posizioni distanti tra loro, com'è recentemente emerso in una riunione dei cosiddetti non DS (nuovo termine alato in base al quale uno si definisce in negativo - non DS - e diventa un soggetto politico della maggioranza: prendiamo atto di questa involuzione culturale che riguarda una parte della maggioranza che, essendo in completo disfacimento, gli si sta disfacendo persino il cervello, visto che per arrivare a queste definizioni vuol dire che si è ormai oltrepassato il segno), i quali hanno avanzato ipotesi di riduzione della pressione fiscale che superano anche le più radicali proposte del Polo. Nell'ansia di guadagnare terreno nel campo avversario, questi ultimi hanno fatto storcere il naso al ministro Visco che nutre una sorta di repulsione fisica nei confronti del termine «riduzione della pressione fiscale». Il ministro, evidentemente, non è affatto d'accordo sull'indicazione proposta. Alla fine, la montagna ha partorito il topolino: i giornali di oggi riferiscono del risultato a cui sono giunti questi non Ds che si sono incontrati con i Ds per decidere finalmente cosa scrivere nella risoluzione parlamentare per l'approvazione del DPEF (che non è un'altra componente della maggioranza, ma è il documento di cui stiamo parlando): ebbene, in questo summit teorico e teologico si è deciso di ridurre un punto percentuale per ogni aliquota dell'IRPEF. Vi è comunque qualche differenza, perché non è certo che si tratterà veramente di un punto per ogni aliquota: può darsi che si stabilirà altro con le detrazioni fiscali. La cosa più importante - udite, udite la novità - è che tutto questo sarà fatto «compatibilmente con l'andamento delle entrate», che poi non è altro che la posizione che ha sempre sostenuto Visco. Egli non si rifiuta in linea teorica di ridurre le tasse, ma afferma semplicemente - affermando il falso - che non è possibile ridurle, perché non quadrerebbero più i conti di bilancio. Allora, i DS della maggioranza hanno raggiunto un grande risultato politico o hanno semplicemente dato vita ad un'operazione propagandistica che lascia inalterati i termini della questione?
Davanti ad una situazione del genere è assolutamente incredibile il comportamento
Mi riferisco alle audizioni dei rappresentanti della Confindustria, del governatore della Banca d'Italia Fazio, dei rappresentanti della CISL. Nel corso di tali audizioni sono emerse critiche pesanti verso l'inconsistenza di una previsione che non riesce ad affrontare il nodo fondamentale che affligge il paese, quello dell'incapacità di liberarsi da pesi e da diseconomie che impediscono di concorrere in un mercato sempre più mondializzato.
Una posizione quindi irresponsabile da parte della maggioranza, che ha la grandissima colpa di avere attuato un risanamento sbagliato che è il vero responsabile del mancato sviluppo del paese e quindi dei ridotti tassi di crescita del PIL rispetto a tutti gli altri paesi più avanzati, delle deludenti politiche di contrasto alla disoccupazione e dei tassi paurosi di crescita dell'inflazione; ma è soprattutto responsabile dell'incapacità di contrastare la crescita della spesa corrente che è poi il vero nodo attorno al quale falliscono tutte le ipotesi finora teorizzate di presunto risanamento.
Come può dunque un Governo autocelebrare se stesso e ritenersi soddisfatto per la crescita del PIL, che altro non è che l'effetto galleggiamento di una congiuntura favorevole a livello internazionale che in un mondo sempre più concatenato negli effetti e nelle cause dell'economia trascina dietro di sé anche pesi morti come morto è il peso del nostro sistema produttivo, oppure farsi vanto di alcuni dati più virtuali che concreti di lotta alla disoccupazione, a fronte del fatto di non mettere per così dire in fase critica, assumendo quindi posizioni conseguenti, la questione che l'Italia ricopre uno degli ultimi posti di una graduatoria mondiale che vede il nostro sistema produttivo - e, al suo interno, soprattutto le aree depresse - fortemente penalizzato?
Su questo punto nel DPEF leggiamo la seguente dichiarazione: «La politica di rilancio del Mezzogiorno prosegue lungo le linee impostate nei precedenti documenti programmatici e segnatamente nel programma di sviluppo del Mezzogiorno»: anche nel futuro, dunque, si registreranno i ripetuti fallimenti di un passato che è impresentabile.
Il Mezzogiorno ha registrato un sostanziale e complessivo arretramento e soprattutto l'ulteriore aumento del divario con il centro nord. Un divario alimentato, tra l'altro, dalla progressiva riduzione degli investimenti.
Il tanto strombazzato successo dell'entrata dell'Italia nell'Unione monetaria europea è stato in grande misura costruito sulla pelle dello sviluppo del paese, in particolare è stato fatto pagare alle aree depresse. Appare quindi mistificatorio che il Governo sostenga che nell'ultimo biennio si è registrata una forte crescita delle spese in conto capitale - è quello che scrivete voi nel DPEF! - nelle aree depresse, ben al di sopra del ritmo medio di crescita nella pubblica amministrazione, mentre nei fatti non si è nemmeno raggiunta la quota di investimenti del 1995.
Il governatore della Banca d'Italia ha dichiarato che, con riferimento alle spese per investimenti, si è passati dal 2,5 per
Il Governo è poi riuscito ad incartarsi sulla delicata questione della mappatura delle aree del centro nord; è stato un avvio con il piede sbagliato, dovuto ad un Governo distratto, improvvisatore e pasticcione, che pretende di essere latitante nel momento in cui si stabiliscono le regole UE, salvo poi impugnarle o disattenderle.
Ma dove il Governo ha superato se stesso è sulla vicenda della programmazione negoziata. La sinistra del Governo nella sua esperienza gestionale ha fondato molte aspettative e soprattutto le ha alimentate sulla base dei nuovi strumenti della cosiddetta programmazione concertata, risolutrice dei problemi connessi al riequilibrio territoriale. In altre parole si è cercato di promuovere un sistema coordinato di sviluppo per il territorio che coinvolgesse, attraverso meccanismi negoziali, il maggior numero dei soggetti interessati creando notevoli aspettative per l'economia locale e per l'occupazione. Di questo programma ambizioso di intervento è possibile oggi fare un bilancio. Si può affermare che i risultati conseguiti sono assolutamente inconsistenti perché le azioni intraprese si sono rivelate del tutto inadeguate se non controproducenti ai fini del raggiungimento degli obiettivi.
I nuovi strumenti hanno avuto una regia deficitaria da parte del Ministero del tesoro, nonché una applicazione quanto meno parziale e ricadute minime. La stessa legge n. 488 del 1992, estesa oltre che all'industria anche ai settori del commercio, del turismo e dell'edilizia, ha subito ritardi preoccupanti nell'emissione dei bandi; sono ritardi patologici e non è un caso che l'ultimo bando nazionale previsto dalla legge n. 488 risalga al giugno 1998, cioè ad oltre due anni fa.
Il Governo ha messo in piedi vere e proprie operazioni di prestidigitazione contabile con la legge n. 488 che è stata svuotata perché, a fronte di una sempre minore disponibilità di risorse, comunque sufficienti a fronteggiare le crescenti istanze, si è assistito ad un processo di progressiva espansione del suo utilizzo in settori diversi da quello del sostegno industriale, alimentando aspettative crescenti il cui unico scopo è stato quello di attivare un meccanismo di effetto annunzio utile per la propaganda politica, ma devastante come strategia per un corretto disegno di sviluppo economico. Il ritardo ingiustificato del bando previsto dalla legge n. 488 ha prodotto un danno ed una beffa alle imprese che hanno, comunque, realizzato investimenti ammissibili contando sulla retroattività delle spese sostenute.
La retroattività è stata cancellata dall'Unione europea e il Governo italiano è rimasto silente, come sempre, davanti ad una scelta penalizzante. È deludente il risultato degli strumenti della programmazione negoziata: i contratti d'area ad oltre due anni dal loro avvio registrano un tasso di attivazione della spesa del 19 per cento e sono stati, di fatto, sospesi da Visco; i 61 patti territoriali sottoscritti nelle tre diverse tipologie hanno tassi di attivazione della spesa ancora più bassi rispetto a quelli dei contratti d'area, mentre sui contratti di programma non sono chiare neanche le procedure da adottare e lo strumento è sostanzialmente inattivo; ultimi della serie, i cosiddetti patti territoriali verdi. A fronte di appena 425 miliardi stanziati per il sud sono in procinto di esserne finanziati solo 10 rispetto ai 67 presentati per un fabbisogno complessivo di oltre 2 mila miliardi.
Mi avvio alla conclusione, Presidente, è questione di altri 45 secondi. Ammesso che gli strumenti della programmazione concertata non avessero registrato i ritardi che li hanno caratterizzati, avremmo comunque avuto un risultato estremamente deludente poiché, a fronte dei circa 2 milioni 650 mila disoccupati, l'occupazione aggiuntiva di tutta la programmazione concertata sarebbe stata di appena 73.338 unità, pari al 2,62 per cento: un po' poco per una strategia di base per l'occupazione. Ma la prova del principale fallimento della strategia di sviluppo della
In conclusione, per tali ragioni e per la manifesta incapacità dell'esecutivo di farsi carico seriamente dei problemi che affliggono il paese, Alleanza nazionale invita il Governo a ritirare il documento di programmazione economico-finanziaria e a sostituirlo con un nuovo documento che si faccia carico di sciogliere i nodi che finora hanno impedito l'espressione di tutte le potenzialità che pure ha il nostro sistema produttivo e che sono le uniche che possono garantire una ripresa seria e stabile degli investimenti e dello sviluppo nell'ambito dell'economia mondiale (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
È intollerabile considerare nuovi posti di lavoro quelli determinati dalla legalizzazione del lavoro nero o dalla diffusione di quello in affitto, in sostituzione del lavoro a relative garanzie. È grazie ai Governi di questa legislatura che si è consolidato in Italia il concentramento della ricchezza nelle mani di poche famiglie e di alcune lobby economiche e finanziarie, che rapinano salario e risorse pubbliche, diffondono nuove povertà ed hanno reso il lavoro stesso un vero e proprio miraggio per i giovani ed i disoccupati; si tratta di quegli stessi che oggi pretenderebbero di deportare i giovani disoccupati meridionali al nord per un milione e mezzo al mese, pena il ricatto della regolarizzazione degli immigrati extracomunitari, che dovrebbero mettere a disposizione le loro braccia a salari e diritti ulteriormente dimezzati.
È vostra la responsabilità di un'Italia con 8 milioni di poveri, per due terzi concentrati nel Mezzogiorno, il cui tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli intollerabili ed è in costante aumento. Ogni anno in Italia perdono la vita 1.300 lavoratori per infortuni sui luoghi di lavoro, mentre le invalidità permanenti si contano a decine di migliaia. Si tratta di numeri in crescita grazie anche al progressivo annientamento dei diritti dei lavoratori ed alle controriforme sindacali, che riconsegnano il monopolio della rappresentanza alla concertazione tra Governi, padroni e CGIL, CISL e UIL. Se poi la salute e la vita dei lavoratori sono relegate a variabile dipendente dei profitti dell'impresa, ben si comprende allora, tra l'altro, la controriforma della legge n. 257 del 1992, che si appresta a cancellare i benefici previdenziali dei lavoratori esposti all'amianto. Ciò proprio mentre si calcola che in Europa ci saranno nei prossimi trent'anni 250 mila morti per mesotelioma.
Ben si comprendono le aspettative deluse di chi, dopo trent'anni di lavoro alle catene di montaggio, viene a sapere oggi che per questo Governo tutto ciò non
È evidente che questo Governo sceglie di far pagare altissimi costi ai lavoratori ed agli strati più deboli della popolazione e, se la civiltà di un paese si misura dalle garanzie e dalle tutele sociali, nonché dalle condizioni delle carceri, come ha recentemente dichiarato il ministro Fassino, è chiaro che in Italia siamo ormai alla barbarie. Basti pensare alle condizioni medievali di carceri come quello di Poggioreale - e non solo -, dove ho potuto personalmente constatare che si vive ammassati fino a diciassette persone in celle di pochi metri quadrati, in cui è consentito stare in piedi a turno, dove i servizi igienici sono fatiscenti, mancano di acqua calda, bidet e doccia, sono privi di alcuna riservatezza, dove solo due volte la settimana è consentito farsi la doccia, un carcere nel quale i detenuti malati di AIDS attendono settimane le visite mediche e sono privi di idonee terapie.
In questo vostro DPEF non si coglie nessuna traccia di inversione di tendenza. Le politiche antioperaie ed antipopolari ne escono nei fatti confermate, se non addirittura rafforzate. È per questi motivi che non siamo assolutamente d'accordo, ma contrari.
Allora, delle due l'una: o questo bonus fiscale è talmente ampio che il Governo intende mettere in atto una serie di provvedimenti praticamente infiniti, ovvero (a pensar male, si fa peccato, ma spesso s'indovina...) questo documento serve soltanto per quello che appare: un documento propagandistico che tende a presentare una realtà dei fatti che non è quella che emerge dalle carte, ma che è invece ben diversa!
Non neghiamo (su questo dato penso che si possa essere tutti d'accordo) che siamo in un momento di congiuntura economica internazionale positiva. Siamo soprattutto in un momento in cui l'Europa,
Il secondo aspetto è che, contrariamente a quanto si poteva pensare ancora un anno fa, non solo vi è la locomotiva USA che continua a tirare in maniera effettivamente al di sopra di ogni aspettativa, ma vi è stata anche una ripresa immediata dei paesi del far east, cioè dell'Estremo Oriente, Giappone in testa, che ancora un anno-un anno e mezzo fa non era assolutamente ipotizzabile.
La combinazione di questi tre fattori (alcuni sicuramente congiunturali, riteniamo anche a breve termine; altri più strutturali, ma esterni rispetto al sistema delle economie europee) ha fatto sì che attualmente vi sia un momento di congiuntura favorevole.
In questo momento però il sistema Italia continua a scricchiolare e a fare acqua da tutte le parti. Perciò il Governo dovrebbe spiegarci finalmente chi vede giusto: l'esecutivo stesso, che continua ad enfatizzare, ad esempio, l'aumento dei posti di lavoro che si sarebbe realizzato nell'ultimo semestre in virtù dei cosiddetti contratti di lavoro a tempo determinato, contratti di lavoro interinale e contratti di lavoro comunque atipici; o il governatore della Banca d'Italia, che continua a porre l'accento sul fatto che in Italia vi è un'eccessiva frammentazione delle imprese, che ostacola lo sviluppo, dal momento che le imprese troppo piccole non possono fare né ricerca né aggiornamento, e che soprattutto non è utile continuare ad avere lavoratori in prestito, in affitto e temporanei, in quanto la specializzazione delle lavorazioni, oggi, soprattutto quelle manifatturiere che sono il nerbo del nostro sistema economico della piccola e della media impresa, richiede dimensioni più ampie rispetto a quelle dell'impresa media italiana. Dunque, delle due l'una: o sbaglia il Governo che continua ad enfatizzare questi dati oppure sbaglia il Governatore che in più occasioni ha ribadito tale concetto. Che le cose stiano effettivamente così, cioè che si perde il lavoro nella grande industria e lo si acquista con queste forme di lavoro interinale o a tempo parziale, lo dimostra il dato reso noto questa mattina (l'ho ascoltato da un notiziario mentre venivo alla Camera) secondo il quale in aprile la grande industria in Italia ha perso un ulteriore 0,4 per cento di occupati, pari a 19 mila addetti (parlo delle imprese con più di 500 addetti). Quindi è in atto una trasformazione che non è nel senso virtuoso, perché noi scontiamo già una parcellizzazione troppo accentuata della nostra piccola e media impresa. Vi è un altro aspetto critico su cui qualcuno ci dovrebbe illuminare.
Innanzitutto questa ripresa non migliora i conti della nostra bilancia commerciale con l'estero perché, se è vero che le esportazioni «tirano», è anche vero che le importazioni «tirano» più delle esportazioni, essendovi il problema dell'aumento del costo dei prodotti petroliferi. Anche quello è un momento congiunturale legato in forma stabile al deprezzamento dell'euro: finché l'euro non si riapprezzerà è ovvio che i prezzi dei prodotti petroliferi non potranno calare significativamente. Perciò le manovre fiscali che finora il Governo ha tentato sul campo dei prezzi dei prodotti petroliferi sono pannicelli caldi.
Questa politica economica crea 7 milioni di poveri; e cosa si fa? Nulla, perché l'unica soluzione che si adombra nel documento di programmazione economico-finanziaria è l'ampliamento della quota esente dall'IRPEF fino ai 15 milioni di reddito, che riguarda individui i quali, per la loro condizione, già non pagano tasse e sono sicuramente tutti al di sotto della minima quota che oggi si paga per l'IRPEF; queste famiglie, quindi, non riceveranno alcun beneficio.
Tra i vari documenti che sono stati prodotti nel corso delle audizioni delle Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato vi è un interessante studio dell'ISAE, che è stato illustrato dalla professoressa Padoa Schioppa, nel quale si sostiene che, per integrare al minimo il reddito di questi individui, sarebbero necessari 4.900 miliardi. Ebbene, ad una mia domanda, la professoressa Padoa Schioppa ha convenuto sul fatto che, in realtà, non si tratta di 4.900 miliardi, perché una parte verrebbe immediatamente reinvestita in consumi primari, sui quali ovviamente pesa la tassazione indiretta; conseguentemente possiamo considerare che, in valore assoluto, si tratta forse di 4 mila miliardi. Chiedo allora ai membri di un Governo di sinistra, solidale, democratico e progressista: perché non destinare una parte del bonus fiscale all'integrazione per quelle famiglie?
Un'altra questione che il governatore della Banca d'Italia ha ben evidenziato nella sua audizione è la seguente: il problema del reddito delle nostre famiglie non si risolve con i pannicelli caldi e con le manovre sulle aliquote; si risolve con lo sviluppo e non si crea sviluppo se non si ha fiducia negli investimenti. Questo risultato si può ottenere soltanto con una terapia d'urto, una terapia shock sulle aliquote, agendo in maniera determinata sulla pressione fiscale, che però è in aumento! Anche negli ultimi anni, abbiamo registrato l'11,7 per cento in più di entrate tributarie, l'11 per cento in più di imposte indirette (valori del 1998 e 1999), il 10,8 per cento in più di gettito IRPEF, il 36,5 per cento in più di gettito IRPEG, il 12,5 per cento in più di imposte indirette. Soprattutto è aumentata l'imposta dei poveri e della speranza, cioè dell'entrata dell'enalotto, altro modo con cui il Governo, in maniera surrettizia, ha compresso i consumi, perché purtroppo la mania degli italiani di giocare e di credere nello Stato biscazziere fa sì che i consumi vengano ridotti. Conosciamo infatti persone di umile condizione che, appena hanno qualche lira in tasca, corrono al botteghino del lotto e dell'enalotto, credendo di poter risolvere con l'aiuto della dea bendata i loro problemi: non li
Avviandomi a concludere, signor Presidente, devo osservare che vi è stata una smentita globale e totale da parte del Governo rispetto agli impegni tanto sbandierati che, con il famoso patto sociale per lo sviluppo e l'occupazione, del Natale 1998, il Governo aveva assunto. Ricordo che al paragrafo 6 del patto, che ho qui con me, il Governo si impegnava ad esercitare la delega conferitagli per gli incentivi all'occupazione, la riforma degli ammortizzatori sociali, il riordino dei lavori socialmente utili. Ebbene, la delega che era stata conferita al Governo con la legge n. 144 del 1999 è inopinatamente scaduta e pende da tempo alla Camera un disegno di legge per rinnovarla; guarda caso, quindi, il Governo ne chiede un rinnovo.
In realtà si tratta di una nuova delega perché non bisogna prorogarne una in atto. Presidente, lei mi insegna che, quando una procura scade, non si può prolungare, ma bisogna rinnovarla; pertanto, la nuova delega dovrebbe scadere - guarda caso - il 31 marzo 2001.
Si tratta di un altro provvedimento elettorale, perché il Governo vuole che gli si dia ampia, illimitata delega in una materia dove si può agire in favore dello sviluppo e dell'occupazione, ma anche nel senso del clientelismo più sfrenato. Pensiamo male e a pensar male facciamo peccato, ma sicuramente indoviniamo: si ha la sensazione che l'eminente evento elettorale influenzerà molto l'azione del Governo.
Per restare nei tempi assegnati, concludo dicendo che si tratta di un atto che, alla luce di queste poche censure - ve ne sarebbero molte altre -, possiamo tranquillamente definire non nullo, ma inesistente. Pertanto, mi associo alla proposta dell'onorevole Bono, anche se sicuramente saremo cantori inascoltati, di ritirare il documento e ripresentarlo, tenendo conto delle censure e dei suggerimenti che, in maniera costruttiva ma fortemente critica, l'opposizione ha inteso fornire (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
Sospendo brevemente la seduta.


