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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Schmid, relatore per la XIV Commissione. Ne ha facoltà.
SANDRO SCHMID, Relatore. Signor Presidente, il progetto definitivo di Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea è oggi una realtà che rappresenta una tappa storica nella costruzione democratica dell'Unità europea. A questo risultato si è giunti dopo un difficile e complesso confronto all'interno della Convenzione cui è stato affidato l'incarico di redigere il progetto di Carta e che ha visto un ruolo particolarmente attivo e significativo della rappresentanza italiana. Va, anzitutto, rivolto un profondo ringraziamento ai rappresentanti italiani nella Convenzione per l'impegno e la particolare coesione da essi mostrata nei momenti più cruciali del dibattito. Preziosa e lungimirante è stata l'azione congiunta del deputato Piero Melograni, rappresentante della Camera dei deputati, del senatore Andrea Manzella, rappresentante del Senato della Repubblica, del professor Stefano Rodotà, rappresentante del Presidente del Consiglio dei ministri, e dell'europarlamentare Elena Paciotti, rappresentante del Parlamento europeo. Questo riconoscimento non vuole essere un atto puramente formale. Esso è già stato espresso anche da molte altre delegazioni europee e si può ben affermare che il risultato complessivamente positivo registratosi con la definitiva stesura del progetto di Carta ha avuto un impulso decisivo per merito della delegazione italiana. Del pari importante è stata la scelta del Parlamento italiano e del Governo di coinvolgere nel dibattito sulla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, attraverso lo svolgimento di specifiche audizioni, le realtà del mondo della cultura e del mondo economico e sociale, da cui sono pervenuti contributi di grande rilievo e preziose considerazioni da inscrivere nell'ambito del grande dibattito che ha visto protagonista l'opinione pubblica europea.
solo per procedere alla fase dell'allargamento, ma anche per realizzare un nuovo capitolo nella storia della costruzione dell'Europa unita. Un'Europa unita non solo come occasione di un grande mercato economico, ma unita politicamente nelle sue capacità decisionali, nei suoi valori sociali e nei principi fondamentali di libertà, di democrazia e di tutela dei diritti della persona.
Per la parte restante di questo punto, mi rifaccio interamente alla relazione scritta.
settori che esulano dalle competenze dell'Unione. Si pensi, ad esempio, all'articolo 2, paragrafo 2, ai sensi del quale «Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato». Alcuni membri (soprattutto britannici e scandinavi) hanno pertanto espresso il timore che la Carta sia interpretata nel senso di introdurre una facoltà per l'Unione di intervenire in materie che fino ad oggi erano riservate alla sovranità degli Stati membri. Il Presidium ha chiarito che le disposizioni in questione erano state redatte nella consapevolezza che, ai sensi dei trattati, l'Unione non poteva interferire con i diritti che venivano proclamati. Tuttavia, tali disposizioni mantenevano una forte valenza politica ed ideologica, parendo suscettibili di applicarsi a possibili futuri sviluppi delle competenze dell'Unione.
PRESIDENTE. Tanto più che il tempo a sua disposizione è trascorso, onorevole Schmid. Naturalmente, se deve concludere lo faccia pure con tutta la calma dei forti. Capisco che si tratta di un argomento di grande importanza e che quindi non è il caso di applicare troppo rigidamente il regolamento il quale tuttavia indica i parametri temporali.
SANDRO SCHMID, Relatore. Allora, per tutte le parti di cui non darò conto in questa sede rinvio alla lettura della relazione scritta e passo direttamente alle conclusioni.
come fonte di diritto comunitario primario rappresenterebbe, nel processo di integrazione europea, un evento storico di portata eccezionale sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista più propriamente tecnico-giuridico.
diritti, un processo di autolegittimazione costituente dell'Unione europea, nonché al fine di offrire più agili strumenti per un periodico aggiornamento della Carta alla luce dell'evoluzione della realtà.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Schmid, per il suo scrupolo, che è ammirevole. Mi dispiace, ma anche le cose più importanti devono fare i conti con i tempi previsti dal nostro regolamento.
FEDERICO ORLANDO. Signor Presidente, colleghi, settant'anni fa quando lei, Presidente, ed io nascevamo nel buio dell'Italia fascista ...
PRESIDENTE. Non ricordi queste tristezze!
FEDERICO ORLANDO. ... Benedetto Croce illuminò gli animi dei nostri padri e poi i nostri con la sua «Storia d'Europa nel secolo XIX», che egli definiva il secolo della nuova religione della libertà contrapposta a quella che per mille anni si era incarnata nella duplice prevaricazione del trono e dell'altare sulle coscienze e sulla vita stessa dei sudditi.
aggiunge, con pieno titolo credo, la Costituzione italiana vigente sia con la sua cultura dei diritti e dei doveri sia con la sua cultura delle istituzioni, delle autonomie e delle garanzie.
l'anima dell'Europa moderna e quella delle rivoluzioni liberali che hanno cambiato i vecchi Stati, creato i nuovi, accomunato gli uni e gli altri nel riconoscersi come parti, come membra dell'unico corpo europeo. L'idea bavarese - chiamiamola così - di contemperare con il cosiddetto retaggio cristiano il presunto peso della cultura sociale cara alla sinistra avrebbe, se accolto, trasformato anche questa Carta in un compromesso storico cristiano-sociale, come avvenne nell'ultimo dopoguerra per alcune Costituzioni nazionali. Dobbiamo però essere grati al Presidente Chirac che ha bloccato questo ennesimo compromesso e ci risparmierà - spero - di identificare una storia con una religione, prodromo della possibile identificazione tra politica e fede, che seppellirebbe lo Stato laico, unica garanzia, secondo noi, di libertà per tutte le fedi, quella del cardinale, del muezzin e del rabbino, sola garanzia di antemurale verso tutti i fondamentalismi che sono oggi veri nemici dell'integrazione tra i popoli e le nuove Carte dei diritti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pisanu. Ne ha facoltà.
BEPPE PISANU. Signor Presidente, onorevoli colleghi, penso ci si possa tutti riconoscere nel suggestivo quadro storico-politico evocato nelle prime battute del discorso dell'onorevole Orlando. Tuttavia, ritengo ci si debba soffermare un po' più attentamente sui problemi politici che concretamente pone la questione dell'approvazione della Carta da parte di questo Parlamento. Credo lo si debba fare ponendo attenzione al momento di difficoltà che l'Europa sta attraversando non solo dopo il recente voto della Danimarca, ma anche per il dibattito che si sta accendendo sull'allargamento e, segnatamente, sul riconoscimento del diritto di veto ai paesi che aspirano ad entrare nell'Unione.
Assemblea un dibattito più specificamente rivolto - diciamo così - ai contenuti politico-istituzionali dell'appuntamento di Nizza; credo che ora dovremmo discutere maggiormente nell'ottica del più vicino Consiglio di Biarritz, facendo esplicito e puntuale riferimento alla Carta che è alla nostra attenzione. Sull'importanza della Carta non vi sono parole da aggiungere a quelle già dette. Essa può, se fatta propria dai Parlamenti nazionali europei, diventare davvero la premessa, se non la base, della futura Costituzione europea.
in questo consesso, nella Convenzione, si è votato una sola volta per l'elezione del presidente e poi mai più.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Evangelisti. Ne ha facoltà.
FABIO EVANGELISTI. Signor Presidente, mentre stiamo qui a discutere ed a riflettere su un più avanzato passo giuridico, a poche centinaia di chilometri da qui, a Belgrado, i manifestanti dell'opposizione democratica sono entrati in Parlamento e le notizie parlano addirittura di bulldozer che si stanno avviando verso quell'istituzione. Sul carattere democratico di quel Parlamento credo che possa essere lecito qualche dubbio, ma vale la pena riflettere su questa ennesima convulsione in quel paese, perché chiama in causa anche le responsabilità del nostro paese e di quell'Europa di cui cerchiamo di edificare un ulteriore passaggio.
metodo seguito per la scrittura del progetto, tuttavia la composizione interistituzionale, comunitaria e nazionale, della Convenzione, come si è autodefinito il gruppo di lavoro costituito alla fine dell'anno scorso, con il felice - io ritengo - affiancamento dei rappresentanti dei Parlamenti nazionali e dei tradizionali attori dei negoziati comunitari - i Governi nazionali, la Commissione europea, il Parlamento europeo - ha nutrito di una benefica linfa democratica questo esercizio.
espulsioni collettive sono vietate»: va benissimo però vi è il rischio che, ad esempio, un gruppo di extracomunitari trovati nel nostro Stato o in uno dei quindici paesi dell'Unione europea non possa essere riaccompagnato alla frontiera se non individualmente. Quindi, qualche elemento andrebbe chiarito.
troppo difficile costituire una sorta di rinvio pregiudiziale dalla Corte del Lussemburgo a quella di Strasburgo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Follini. Ne ha facoltà.
MARCO FOLLINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci troviamo alle prese con un documento impegnativo ed importante di cui riconosciamo ed apprezziamo il valore e il tentativo di coniugare alcuni diritti in una chiave di aggiornamento di questa cultura, diritti che oggi vengono messi in questione dai grandi mutamenti culturali, dalle novità tecnologiche. L'aspetto più apprezzabile del documento riguarda il fatto che entra nel merito di questioni, come il rapporto tra l'integrità della persona e l'ingegneria genetica, tra i diritti di trasparenza e la difesa della privacy, tra i diritti di cittadinanza e la grande evoluzione che le correnti migratorie di questi anni hanno messo in movimento. Sono tutti temi che nelle dichiarazioni dei diritti più conosciute e frequentate dal dibattito politico non figurano. Tutto ciò ci deve portare a valutare con grande attenzione la possibilità che questo documento diventi pietra angolare di una costruzione europea che è figlia di una grande e gloriosa tradizione ma che deve piantare le sue radici nel presente e rivolgere il suo sguardo al futuro.
un certo modo di concepire l'Europa e la consapevolezza che l'Europa può fare qualche passo in avanti se si affida fiduciosamente alla partecipazione democratica dei popoli e se non viene vissuta come la ricerca di un faticoso punto di equilibrio tra le cancellerie o tra le tecnocrazie dei diversi paesi.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, avere un testo, un progetto di Carta
dei diritti fondamentali dell'Unione europea è un risultato importante, ma certo non ci nascondiamo che a questo risultato si è arrivati faticosamente, con una mediazione molto difficile, anche conflittuale, tra spinte, interessi e culture differenti.
garanzie sociali. Quei mercati si sono aperti al capitale straniero, che ha utilizzato quelle aree per operare un dumping sociale nei confronti dei lavoratori dei paesi dell'Unione europea.
cittadini europei. Il nostro paese in questo può svolgere un ruolo importante, da protagonista.
grande lungimiranza soprattutto dinanzi alle drammatiche notizie che ci vengono dalla Jugoslavia e per tener conto anche e soprattutto - permettetemi di dire - di diritti fondamentali come quelli promossi dalla conferenza mondiale delle donne di Pechino.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nan, al quale ricordo che dispone di 18 minuti. Ne ha facoltà.
ENRICO NAN. L'intervento del presidente di gruppo, Pisanu, è stato molto chiaro relativamente alla posizione politica di Forza Italia; le sue argomentazioni hanno un notevole rilievo in questo delicato ed importante dibattito in cui l'opposizione vuole dare un contributo ad un passaggio così importante.
nel 2003 si prefigura molto diversa da quella oggi esistente; infatti, ventisette paesi con economie ed una storia culturale e politica molto diverse da quelle dei paesi attualmente facenti parte dell'Unione creeranno indubbiamente un contraccolpo, con conseguenze politiche ed economiche.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cè. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO CÈ. Presidente, ritengo vergognoso dover affrontare problemi di tale importanza in un'aula desolatamente vuota. Voglio sottolineare per l'ennesima volta che l'unico gruppo realmente e corposamente presente è quello della Lega nord Padania, che non manca mai di portare il proprio contributo forte quando vi è da difendere dei valori fondamentali. E questo è il caso della Carta europea di cui stiamo parlando.
essere creati individui, persone, soggetti, esseri viventi che possono essere uccisi a beneficio di altri esseri viventi. Questo è nazismo! Bisogna chiamare le cose con il loro nome.
famiglia omosessuale o addirittura consentire l'adozione... È inutile che rida, signor ministro, dovrebbe piangere per queste cose, vergognarsi per questa impostazione (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania)!
GIANNI FRANCESCO MATTIOLI, Ministro per le politiche comunitarie. Non l'abbiamo mica scritta noi!
ALESSANDRO CÈ. Non è pensabile, signor ministro, che si possa equiparare la famiglia naturale, composta da un uomo ed una donna, figure indispensabili per la crescita equilibrata di un bambino, per il futuro della società, alla famiglia omosessuale. In Europa, se non lo sa, si sta già tentando di equiparare la famiglia omosessuale a quella eterosessuale, ed anche nel nostro Parlamento è già avvenuto, con una proposta di legge presentata alla I Commissione affari costituzionali. Si è giunti a prevedere, addirittura, che non possano esservi discriminazioni da parte degli insegnanti in materia di educazione sessuale, prevedendo larvatamente che in futuro le famiglie omosessuali possano adottare bambini. Non siamo assolutamente d'accordo; ma forse per tendenze sessuali ci si riferisce anche alla pedofilia o alla necrofilia: anche queste sono tendenze sessuali?
che verrà proclamato a gennaio. Su questa vergogna di Carta elettorale e comunista, Carta dei banchieri e dei musulmani votiamo contro. Il voto definitivo comunque ve lo darà la gente in cabina elettorale. Votatevela voi questa legge, voi che proponete la clonazione degli uomini non riuscirete in alcun modo a clonare il vostro consenso elettorale (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania)!
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Cè. Lei ha impiegato cinque minuti e mezzo in più rispetto al suo tempo. Ciò vuol dire che i colleghi dovranno detrarre tale quota dal tempo a loro disposizione.
LINO DE BENETTI. Grazie, signor Presidente, anche per aver ristabilito, con la sua nota laica moderazione, il senso del dibattito.
PRESIDENTE. Se mi permette, le rispondo, perché ritengo che la sua sensibilità rispecchi il desiderio, che è comune in quest'aula, di concorrere a risolvere una situazione che ha carattere internazionale, ma che, essendo a voi geograficamente così vicina, è collegata con i
nostri impegni del passato e del presente e con l'esigenza di pace che noi avvertiamo in base ai principi della nostra Costituzione.
LINO DE BENETTI. Grazie, signor Presidente.
PIETRO FONTANINI. Siamo qui!
LINO DE BENETTI. Allora ascolta!
PIETRO FONTANINI. Ascoltiamo!
LINO DE BENETTI. Vorrei che almeno si leggessero gli atti, perché solo così si può affermare ciò che si vuole e fare comizi qui e fuori di qui. Ricordo che stiamo parlando della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea avviata dal Consiglio europeo di Colonia, sancita il 16 ottobre 1999 dal Consiglio europeo di Tampere e arriva oggi al nostro esame dopo che è stata nominata una Convenzione, cioè un organismo ibrido che, per la prima volta fuori dagli organismi di Governo, ha avuto una rappresentanza parlamentare, collega Pisanu. È di questo che stiamo parlando e non vedo occasione di campagna elettorale, se non per chi
voglia farla con argomenti privi del contesto e privi delle ragioni che si radicano sull'argomento di cui stiamo discutendo.
Nizza si discuteranno anche questioni di metodo. In poche parole, noi Verdi chiediamo che il Governo italiano ed il Parlamento si impegnino affinché la Carta dei diritti sia resa giuridicamente vincolante, altrimenti è carta straccia, oppure è una somma di banalità più o meno copiate da altre Carte dei diritti, compresa la Costituzione italiana. Noi Verdi chiediamo che il Parlamento europeo ed i Parlamenti nazionali abbiano un ruolo decisionale rispetto alla CIG; al riguardo, concordo con il collega Pisanu sul fatto che sia possibile riformare i trattati.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.
GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, gli eventi drammatici che si stanno producendo in queste ore nei territori della ex Iugoslavia contraddicono le speranze che noi, aprendo un dibattito come questo, amiamo coltivare nei nostri cuori e come linea conduttrice della nostra azione politica. Aspetto anch'io - e lo chiedo a nome del gruppo che ho l'onore di presiedere - che il ministro degli esteri o lo stesso Presidente del Consiglio vengano al più presto qui a riferire su questi eventi, per i quali il nostro auspicio e - se è possibile da parte di chi crede - la mia preghiera sono che i fatti annunciati in modo così drammatico questo pomeriggio possano presto ricomporsi, ritrovando la via della democrazia, del rispetto di ciò che è stata - sia pure in una giornata elettorale tormentata - la volontà dei cittadini della Serbia. Manifestiamo questo augurio, dunque, e un impegno ancora maggiore da parte nostra per creare le condizioni affinché eventi di questo genere, vicini o lontani, non si debbano ripetere.
ore nella ex Iugoslavia - era rappresentato dall'affermazione «mai più guerra nel nostro continente», che tante guerre aveva ospitato e da cui tante guerre erano state generate. Da questo imperativo discendeva quindi l'impegno per un'unione dei popoli che, pur nella varietà delle culture, delle tradizioni e dei sistemi politici, potessero trovare un comune terreno d'intesa per risollevare città e paesi distrutti dalla guerra, dare ai popoli ordinamenti democratici, operare per la pace e per la giustizia sociale.
propongono nuovi compiti. In primo luogo quello oggi all'ordine del giorno è quello che viene definitivo dell'allargamento. Invero, non per una pignoleria semantica, più che di allargamento parlerei di riunificazione dell'Europa.
da questa composizione nascono i forti squilibri del testo varato dalla Convention che, almeno per quanto riguarda i rappresentanti dei Capi dei Governi, riflettono gli orientamenti della sinistra della maggioranza degli esecutivi dell'Unione europea, non dimentichiamolo mai!
Né va escluso, insieme con la condanna del ricorso alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali, il diritto-dovere di creare un sistema di difesa comune per la salvaguardia della libertà, della sicurezza, della democrazia e della pace in tutti i paesi del continente, anche al di fuori dello stretto ambito comunitario, soprattutto se richiesto da un'organizzazione internazionale come l'ONU.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Buttiglione, al quale ricordo che dispone di sei minuti di tempo. Ne ha facoltà. L'avarizia non è mia.
ROCCO BUTTIGLIONE. È un triste destino, ma tenteremo di compensare con «concisione europea».
il bisogno. L'interesse politico di questa Carta è quello di delineare un nucleo di cittadinanza europea per procedere verso la costruzione di un'Europa effettivamente unita. Per far questo, vi è bisogno di un nucleo di diritti di cittadinanza che corrispondano alla parte prima della Costituzione italiana e vi è bisogno di un nucleo di procedure che determinino in che modo si formi la volontà collettiva per gli Stati Uniti d'Europa. E questo è rimandato ai trattati.
umana molto di più che non clonare degli embrioni ai fini della riproduzione umana.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Buttiglione.
GIOVANNI SAONARA. Signor Presidente, sono affezionato a questo posto, ancora per qualche mese.
un orizzonte delineato da rappresentanti dei Governi e dei Parlamenti, evidentemente supportati dal loro sapere e dalla loro cognizione giuridica, che si sono confrontati e hanno scritto un nuovo capitolo, al di là dell'euroscetticismo che anche qui viene a volte alimentato con tratti e toni che il gruppo che rappresento non può condividere.
qui non si tratta di affogare in principi general-generici, ma di ricordare che questo, ripeto, è solo un cammino. Ed allora giustamente il collega Schmid sia nella relazione, sia nella risoluzione ha evidenziato che questo è un processo aperto e non è un catalogo chiuso e che, quindi, dentro il catalogo aperto, dentro il processo aperto, anche con chiare procedure di revisione, si può trovare lo spazio - lo hanno già detto varie volte i colleghi, anche del centrodestra -, ad esempio, per una maggiore attenzione al patrimonio spirituale e religioso del nostro continente.
ha tra l'altro segnalato che l'allargamento in realtà è un ritorno all'Europa dei paesi europei.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bova. Ne ha facoltà.
DOMENICO BOVA. Signor Presidente, la piena condivisione della relazione del collega Schmid mi consente di affrontare solo alcune delle questioni in discussione. Innanzitutto, ritengo che la redazione di una Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che codifichi un insieme di diritti e di valori comuni agli Stati membri, rappresenti un evento di straordinaria portata. Ciò segna una tappa importante nella storia dell'Europa perché fa entrare l'Unione europea in una nuova fase del processo di integrazione che si caratterizzerà per l'aspetto decisamente politico e non più soltanto economico.
necessaria dall'evoluzione della società e dagli sviluppi scientifici e tecnologici. Mi riferisco, in particolare, alle disposizioni contenute nel Capo IV, negli articoli relativi alla solidarietà. Citerò alcuni di tali diritti: diritto dei lavoratori all'informazione e alla consultazione nell'ambito dell'impresa; diritto di negoziazione e di azione collettiva; tutela contro ogni licenziamento ingiustificato; diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose.
dello stesso la sospensione di alcuni dei diritti che gli derivano dall'applicazione del Trattato.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Nardini. Ne ha facoltà.
MARIA CELESTE NARDINI. Signor Presidente, questa avrebbe potuto essere una fase affascinante della politica europea, avrebbe potuto essere un momento alto se la politica dei paesi europei avesse voluto compiere quel passo avanti necessario e tentare un recupero vero sul terreno della relazione e della partecipazione dei cittadini alla costruzione della Carta dei diritti in Europa. Questo, però, avrebbe richiesto un coinvolgimento del paese, un dibattito sull'oggi e sul passato.
e di quelli nuovi, alla luce di ciò che è cambiato dal dopoguerra ad oggi. Non credo che si possa continuare a parlare di vigenza senza significato, di validità senza effettività. Non si può continuare a parlare di diritti che sono validi ma non efficaci.
PIERO MELOGRANI. Però il diritto di sciopero c'era!
MARIA CELESTE NARDINI. Di quale Europa, di quale soggetto politico, stiamo parlando? Ancora dell'Europa che utilizza la NATO per il suo braccio armato? In questa Carta non vi è un chiaro riconoscimento per i diritti di ciascuno all'autodeterminazione come elemento fondamentale per il diritto alla libertà di scelta, sessuale e procreativa. Perfino il principio di eguaglianza nel nostro articolo 3 ha un respiro molto più ampio!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Melograni, che ringrazio per
aver consentito al collega Bova di parlare prima di lui. Ne ha facoltà.
PIERO MELOGRANI. Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola perché in questo modo può finalmente parlare l'unico deputato che ha fatto parte di questa ora lodata ora esecrata convenzione. Mi sembra estremamente seducente farlo in quest'aula semideserta e piena di un fascino veramente kafkiano. Lo ricorderò per tutta la vita.
l'Europa; pure questa guerra si è conclusa nel modo che conosciamo grazie al peso degli Stati Uniti d'America.
La Convenzione si è riunita diciotto volte, sempre a Bruxelles, per un totale di una quarantina di giornate di lavoro.
settimana a Biarritz oppure a Nizza. Il Consiglio, in tal caso, proporrà al Parlamento europeo e alla Commissione, presieduta attualmente da Romano Prodi, di proclamare solennemente, unitamente al Consiglio, questa Carta dei diritti fondamentali.
PRESIDENTE. Onorevole Melograni, lei sa con quanto interesse - e se permette anche affetto - ascolto il suo intervento, però il termine di tempo a lei assegnato è stato superato da tre minuti, e dobbiamo osservare una certa regola.
PIERO MELOGRANI. Il contenuto della Carta - come ho già detto - è in Internet e ciascuno lo potrà leggere. Concluderò soltanto dicendo quali sono le critiche che faccio a questa Carta. Parlerò solo di due di esse.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Melograni, per la sua testimonianza, che è tutt'altro che kafkiana perché ha spiegato molte cose che magari era giusto che l'Assemblea potesse cogliere. La ringrazio molto anche per il lavoro che ha svolto. Sono convinto di interpretare il pensiero di tutti i colleghi.
ALFREDO MANTOVANO. Signor Presidente, credo che sia certamente apprezzabile l'intento di elaborare un progetto di
Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, anche se sembra di assistere a un percorso a ritroso perché nella prospettiva dell'unificazione europea, vi è stata anzitutto una unificazione sul terreno economico e finanziario, poi sul terreno della diminuzione dei controlli alle frontiere, alla fine scomparsi, poi sul terreno della sicurezza, adesso, in questo procedere all'indietro, arriviamo al fondamento, cioè alla Carta dei diritti fondamentali. Apprezzabile è l'intento ma non interamente i risultati.
letterale - il fondamento naturale della famiglia nel matrimonio - tale lo definisce l'articolo 29 della Costituzione italiana - dalla famiglia che viene intesa come qualcosa di più ampio, di diversificato, che ha diverse fonti di costituzione. Certamente questo non significa non considerare le altre forme di convivenza di qualsiasi tipo, ma queste forme di convivenza, per ossequio al diritto naturale e non certo in un'ottica confessionale, non possono e non debbono essere poste sullo stesso piano della famiglia fondata sul matrimonio. Una dizione del genere imporrebbe innanzitutto alla Costituzione italiana - che però non inventa nulla, ma si limita ad aderire ad un dato di natura - una rettifica non da poco.
PRESIDENTE. È vero: la sua era un'intuizione kantiana, il tempo come categoria.
ALFREDO MANTOVANO. Concludo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pittino, al quale ricordo che ha a disposizione tre minuti di tempo, in modo che si regoli nell'impostare il suo discorso. Ne ha facoltà.
DOMENICO PITTINO. Signor Presidente, questa Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea vorrebbe rappresentare una tappa verso un progetto di Costituzione europea. Peraltro, il modo in cui è stata costruita, cioè da una ristretta élite nominata dai membri dei Governi nazionali e della Commissione europea, porta già in sé il peccato originale di rappresentare solo una piccola parte del pensiero europeo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fei, che ha otto minuti. Ne ha facoltà.
SANDRA FEI. Signor Presidente, oggi celebriamo due momenti importanti. Il primo si riallaccia ad una battaglia che per quattro anni e mezzo ho condotto insieme ad alcuni colleghi (eravamo pochi, soli e non ascoltati) per portare una discussione di questo genere nelle aule del Parlamento. È vero, non è bello il modo in cui si sta svolgendo (come ha osservato anche il presidente Pisanu), anche perché è stata fissata nel pomeriggio della giornata di giovedì, quando non c'è nessuno, perché non sembra che vi sia molto interesse, e senza una grande partecipazione da parte del Governo, nonostante le dichiarazioni dello stesso Presidente Amato sui grandi appuntamenti europei di questo momento. Tuttavia, celebro con gioia questo momento che vorrei fosse il preambolo a poteri autentici, e non virtuali, di questo Parlamento nell'indirizzo ed il controllo della politica europea e delle proposte del Governo. Sarebbe anche bello se il dibattito diventasse di livello popolare e non fosse limitato a queste mura.
In secondo luogo, il principio - proprio perché è fondamentale - non può essere frutto di un compromesso, altrimenti è un'altra cosa. Ebbene, siamo di fronte ad una Carta dei diritti fondamentali che non è tale, ma vuol diventare un ibrido terribile tra enunciazione dei principi ed una eventuale Costituzione europea, di cui tanto si parla. Tocchiamo, così, un altro punto importante che ritengo sia bene chiarire, perché credo non sia chiaro a tutti. Non voglio dare lezioni, ma è importante comprendersi anche nei termini che si utilizzano in seno all'Unione europea.
più -, con la richiesta al Governo di cercare di promuovere una sorta di consulta popolare sulla questione.
GIANNI FRANCESCO MATTIOLI, Ministro per le politiche comunitarie. È stata già fatta!
SANDRA FEI. Coinvolgiamo davvero i nostri cittadini, perché si sentano finalmente non soltanto i più grandi europeisti dell'Unione, ma anche grandi, veri cittadini di un'Europa in cui si possono riconoscere totalmente, nella diversità e in tutto ciò che li unisce (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Luciano Dussin, iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunziato.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, colleghi, la discussione che stiamo facendo questa sera è importante, perché si basa sui valori, sui principi, su visioni del mondo. I principi, come sappiamo, sono l'essenza della politica e proprio per questo sappiamo che possono anche essere usati in maniera contraddittoria, in maniera elettoralistica. Ecco, noi non vorremmo che questa Carta dei diritti venisse utilizzata in maniera propagandistica, non tanto, quindi, per difendere i diritti di tutti, ma per usare un certo tipo di visione di alcuni diritti nei confronti di una parte, per giudicare, per bollare, per dare patenti di democraticità in Europa e nel mondo. Noi a questo gioco non ci stiamo e quindi diciamo chiaro e tondo che i principi che informano questa Carta non li condividiamo, perché sono i principi dello statalismo, del centralismo, del giacobinismo, che da due secoli a questa parte stanno delineando la storia dell'Europa: un filo rosso che ha avuto inizio nel 1789 e che ha portato alla deriva totalitaria e ideologica un'intuizione interessante, quella appunto della libertà nei confronti dell'assolutismo delle monarchie dell'epoca, ma che poi è degenerata nel totalitarismo ideologico ed ha portato ai crimini, alle grandi aberrazioni di questo secolo (nazismo e comunismo, tanto per intenderci).
PRESIDENTE. Non lo può fare, perché sarebbe un furto d'uso, che comporta una querela... Deve concludere, onorevole Rossi.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Vi è anche un deficit di rappresentanza popolare, perché, come abbiamo visto, l'enunciazione e la creazione di carte di diritti fondamentali non può essere fatta da un ristretto cenacolo, da un'élite culturale ed intellettuale che decide per un'aggregazione politica di 400 milioni di persone. Perché non si è dato questo compito al Parlamento europeo e perché quest'ultimo dopo questa decisione non ha portato al giudizio referendario del popolo all'interno dei diversi Stati dell'Unione?
cosiddetta legge sul federalismo: tutto allo Stato, tutto al centro, niente ai popoli. Volete proporre a livello europeo quello che sognate a livello di Stato nazionale. Volete un'Europa centralista, burocratica e mondialista, una sorta di nuovo comunismo, capace di uniformare e di sfruttare le potenzialità più aggressive del capitalismo delle multinazionali e della globalizzazione. Noi a questo disegno ci opporremo (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fontanini. Ne ha facoltà.
PIETRO FONTANINI. Il progetto di Carta che stiamo esaminando contiene una serie di titolarità di diritti volutamente confuse.
PIETRO FONTANINI. Infatti, le due categorie di soggetti usate nel documento per indicare i titolari dei diritti fondamentali sono incredibilmente confuse, perché si passa con grande facilità da individuo a cittadino. Nell'articolato questi due termini vengono usati in modo molto disinvolto. Ai cittadini si riconoscono categorie di diritti ben definiti, come quelli relativi all'accesso ai documenti, alla petizione, alla libertà di circolazione mentre, viceversa, all'individuo sono attribuite tutta una serie di libertà fondamentali che vanno dall'istruzione, alla salute, al diritto al lavoro.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Copercini. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI COPERCINI. Signor Presidente, ministro Mattioli, alla luce delle considerazioni svolte poc'anzi dai colleghi Fei e Rossi, nel titolo dell'importante documento che oggi ci viene presentato si potrebbe scrivere «Carta dei diritti fondamentali dei cittadini e dei popoli dell'Unione europea», idea che nel tempo avevo già maturato. Non le nascondo comunque la profonda delusione che ho provato esaminando i contenuti di questo documento. La delusione - debbo confessarlo - si è trasformata in uno sconcerto, in una specie di irritazione perché il documento, alla cui stesura hanno partecipato anche eminenti personaggi italiani - e si vede, almeno per alcuni di essi! - può essere giustamente definita come un postmanifesto elettorale di una sinistra postcomunista che, seppure sconfitta dalla storia, cerca di rimanere attaccata al potere che detiene in numerosi paesi dell'Unione, sposando ideologie lobbistiche anche internazionali, votate istituzionalmente al potere. Il determinismo illuminista è finito da un pezzo nella scienza e nella socialità dei popoli!
Noi che abbiamo frequentato in una vita di lavoro le civiltà dei popoli che compongono l'Europa troviamo avvilente che in un cumulo di parole retoriche e dogmaticamente condizionate vengano frustrate le legittime aspirazioni di questi popoli (compresi quelli che compongono l'Italia) a mantener vive le loro identità, i loro costumi, le loro religioni, le legittime aspirazioni di autonomia e di autodeterminazione, una logica legittimazione della famiglia, così come la intendono le nostre genti, e dei suoi figli. Tutto ciò in una demagogica e superata sintesi tra mondializzazione e neocolletivismo economico-sociale, per altro molto simile intellettualmente a filosofie degenerate nelle applicazioni pratiche, che tanto dolore hanno inferto a queste genti e a questi popoli nel secolo scorso.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Stucchi, iscritto a parlare; si intende che vi abbia rinunziato.
MARIO BORGHEZIO. Presidente, quella al nostro esame sembra essere una Carta dei diritti dei banchieri o dei proprietari di Mc Donald's! Tale sembra essere l'orizzonte filosofico e culturale di questa Carta, che non è certo una Carta dei diritti dei cittadini e dei popoli, che noi vogliamo invece costruire magari insieme a coloro che rappresentano anche al Parlamento europeo vari popoli (mi riferisco ai baschi, ai corsi, a noi padani), che lottano per la loro libertà.
uomo appartenente alla cultura liberale, tradizionale, laica, alla cultura di chi come noi dichiara di non potersi non sentire cristiano. Giunge, infatti, dal cardinale Biffi il monito agli uomini di Stato, ai politici e a noi legislatori, di difendere questo paese dai pericoli dell'invasione islamica. L'allarme è condiviso, relativamente ad alcuni punti della Carta, dalla saggezza di un pensatore e scrittore laico come il professor Giovanni Sartori che si dichiara perfettamente d'accordo con i rischi che derivano dall'invasione islamica quando afferma che la buona società è quella aperta, pluralistica, fondata sulla tolleranza e sul riconoscimento delle diversità. Siamo per un'Europa delle diversità, non per un'Europa del pensiero unico e degli interessi piuttosto evidenti sottesi a questa Carta, che non sono certo quelli dei popoli e dei cittadini (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare dichiaro chiusa la discussione. La replica del Governo avrà luogo nella seduta di mercoledì 11 ottobre alle 16 e in quella data si procederà al voto delle eventuali risoluzioni presentate. Prima di quel momento potranno essere presentate eventuali risoluzioni.
Lungo tutto il corso dei lavori di redazione del progetto di Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, l'Italia si è distinta nell'operare uno sforzo di coinvolgimento politico e sociale sui temi in discussione che evitasse derive verticistiche ed elitarie nell'azione di redazione della Carta. La sensibilità e la dinamicità dell'Italia incoraggiano all'assunzione di impegni ancora più ambiziosi, a partire dal coinvolgimento dei giovani, senza il cui attivo protagonismo l'Europa del futuro non potrà essere costruita. A tale proposito, è fortemente auspicabile che al tema della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea possa essere dedicata, all'indomani della sua proclamazione, una giornata di approfondimento in tutte le scuole italiane. Insisto molto su questa proposta che è rivolta ai giovani ed al Governo. Essa è stata dibattuta in Commissione e spero possa essere accolta positivamente in modo tale che, anche dal punto di vista del coinvolgimento, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea possa davvero essere oggetto di dibattito e vedere il protagonismo delle nuove generazioni, a partire dal mondo studentesco.
Il progetto di Carta dei diritti è il frutto di una mediazione tra posizioni e cultura diverse - non poteva essere altro che così - ma, al tempo stesso, esso non si limita ad un semplice assemblaggio dei diritti già riconosciuti dalle Costituzioni nazionali e dalle convenzioni internazionali, introducendo, al contrario, principi innovativi e nuovi diritti la cui positiva affermazione non potrebbe essere rinvenuta nelle tradizioni costituzionali comuni dei singoli Stati membri dell'Unione.
L'esito positivo del processo di riforma dell'Unione europea dipende dal mantenimento di un forte nesso tra Carta dei diritti fondamentali, riforme istituzionali e processo di allargamento. Il primo passo è l'adozione di una Carta dei diritti che, nell'universalizzare l'idea di cittadinanza europea, conduca ad un'Europa politicamente più coesa e maggiormente consapevole delle proprie radici di libertà, democrazia e riconoscimento dei diritti della persona.
Riforme istituzionali e Carta dei diritti sono due aspetti inseparabili fra loro non
La moneta unica è uno strumento di fondamentale importanza per il processo di unità economica e sociale dell'Europa, ma non basta se non sarà accompagnato da un coraggioso e audace processo di unità politica allargato ai paesi e ai popoli dell'intera Europa. Non si esce dalle difficoltà dell'euro nel rapporto con il dollaro solo affrontando l'ambito strettamente economico-monetario. La credibilità della moneta unica europea a livello internazionale è destinata a crescere se sarà credibile il processo di unità politica di tutta l'Europa. L'appuntamento di Nizza è, quindi, nel bene o nel male, di importanza straordinariamente decisiva per il futuro dell'Europa. I suoi esiti non sono affatto scontati. Lo dimostra il travagliato e sofferto dibattito fin qui registratosi proprio nel corso della Conferenza intergovernativa e sulla Carta dei diritti; tale dibattito è stato caratterizzato da posizioni spesso molto divergenti e di difficile composizione, al punto che si è sentito parlare di ipotesi di fallimento dei lavori o di un inconcludente slittamento dell'appuntamento di Nizza a data da destinarsi.
Non c'è dubbio che l'ipotesi di un fallimento esporrebbe l'Europa ad una crisi di credibilità disastrosa non solo rispetto ai mercati e ai paesi candidati all'adesione, ma nei confronti degli stessi cittadini. Una crisi del processo di costruzione dell'unità politica alimenterebbe quell'opinione di euroscetticismo che farebbe arretrare l'intero processo riformatore, vanificando le aspettative positive con effetti negativi imprevedibili. L'auspicio è, pertanto, che anche in questa fase molto delicata il Parlamento italiano nel suo insieme sia in grado di raggiungere una convergenza unitaria per manifestare con la massima forza il proprio peso e la propria volontà di contribuire a garantire alla conferenza intergovernativa e al Consiglio europeo di Nizza un esito pienamente positivo.
Non può esservi processo di allargamento a numerosi altri paesi senza riforme necessarie a salvaguardare più di ora la capacità di agire e, quindi, di decidere per rispondere alle nuove sfide. In questo senso è coerente e auspicabile il superamento del rigido principio dell'unanimità, estendendo i casi di voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio, ridefinendo il peso di ciascun paese e considerando il voto unanime come eventualità di carattere eccezionale. Del pari auspicabile è un'azione che garantisca al processo di integrazione una maggior flessibilità delle cooperazioni rafforzate nell'ambito dei trattati, ferma restando la garanzia della non esclusione dei paesi in possesso dei requisiti richiesti: una flessibilità che serva ad imprimere maggior forza e velocità alla dinamica dell'integrazione, senza, per questo, dividere gli Stati membri in paesi virtuosi e paesi meno virtuosi. Una maggiore flessibilità innescherebbe un positivo processo di traino ed impulso che potrebbe risultare utile agli stessi paesi più deboli. È su tale versante, pertanto, che deve essere assunto il compito ambizioso di saldare l'evoluzione del processo di integrazione con un autentico legame fondato su principi democratici comuni, definendo un quadro dei diritti fondamentali del cittadino europeo che sia di riferimento essenziale per l'azione dei Governi nazionali.
Riguardo il mandato della Convenzione incaricata di redigere un progetto di Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, mi limito a dire che la decisione relativa a tale elaborazione è stata assunta dal Consiglio europeo di Colonia (3 e 4 giugno 1999), su iniziativa della Presidenza tedesca di turno del Consiglio dei ministri dell'Unione europea.
Relativamente alla procedura da seguire per l'adozione della Carta, il Consiglio europeo di Colonia ha affidato l'elaborazione del progetto di Carta ad un organo composto da delegati dei Capi di Stati o di Governo e del Presidente della Commissione europea, nonché da membri del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali.
Anche per questo punto faccio interamente riferimento alla relazione scritta.
Aggiungo una notizia recentissima riguardante questo organismo definito Convenzione. Una risoluzione del Parlamento europeo sulla Carta dei diritti fondamentali conferma il fatto che la convenzione rimane unico organismo competente per la redazione della Carta stessa fino alla sua proclamazione. Non esistono dunque ipotesi di modifica del testo, se non con un'ulteriore eventuale nuova convocazione della Convenzione.
Anche su questo punto rinvio alla relazione della Commissione per le ulteriori osservazioni sulla procedura. Mi corre l'obbligo, invece, di passare ad illustrare il quarto punto della relazione, attinente alle principali questioni dibattute in seno alla Convenzione. Numerose, infatti, sono state le questioni affrontate nel corso dei lavori della Convenzione. Con riferimento al problema della forza giuridica della Carta, il Presidente Herzog ha sin dall'inizio chiarito che la decisione su questo punto esulava dai poteri della Convenzione spettando, ai sensi del mandato di Colonia, ai Governi degli Stati membri. La Convenzione, tuttavia, su proposta dello stesso Presidente Herzog, ha deciso comunque di procedere alla redazione del progetto di Carta in base alle ipotesi di lavoro che, in un futuro anche non remoto, la Carta avrebbe potuto essere integrata nei Trattati e che, quindi, andava redatta come se si fosse trattato di un documento giuridicamente vincolante.
Quanto alla struttura della Carta, secondo una proposta formulata dal rappresentante del primo ministro britannico, la Carta in un primo tempo avrebbe dovuto essere divisa in due parti al fine di ottenere la massima chiarezza e visibilità. A seguito di lunghe discussioni, la forza della proposta britannica è progressivamente diminuita. Sotto la responsabilità del Presidium (cioè della Presidenza) sono state stilate delle spiegazioni che riassumono i lavoro della Convenzione ed indicano sommariamente le basi ed il significato delle varie disposizioni nelle intenzioni dei loro redattori. Tale commentario non entrerà a far parte integrante della Carta né sarà trasmesso al Consiglio europeo, ma è destinato a rimanere un documento di natura preparatoria rispetto al progetto di Carta.
Per quanto riguarda i rapporti della Carta con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), la Carta contiene varie disposizioni che ricalcano fondamentalmente il contenuto di alcuni articoli di tale Convenzione. Ci si è chiesti, allora, quali fossero i rapporti tra questi due documenti e quali conseguenze potessero derivare ove, chiamata ad applicare la Carta, la Corte di giustizia si trovasse ad interpretare quegli stessi diritti già interpretati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Sono state avanzate varie soluzioni, quali l'adesione dell'Unione europea alla CEDU o la creazione di un meccanismo di collegamento fra le Corti di Strasburgo e Lussemburgo. Nessuna decisione definitiva è stata adottata su questo punto, che esula dalla competenza della Convenzione. Il Presidium si è limitato a formulare una clausola orizzontale con cui si chiarisce che il livello di protezione offerto dalla CEDU costituisce uno standard minimo, che in nessun caso può essere violato. Ciò non esclude, ovviamente, che la Corte di giustizia delle Comunità europee interpreti i diritti civili e politici in maniera più favorevole al cittadino di quanto stabilito dalla CEDU o dalla giurisprudenza della Corte di Srasburgo.
In relazione al profilo riguardante il campo di applicazione della Carta, va detto che alcune sue disposizioni toccano
Al fine di fugare ogni dubbio, è stata redatta una clausola orizzontale che chiarisce che la Carta non comporta obblighi aggiuntivi per gli Stati membri allorché questi agiscono a titolo delle competenze proprie e, inoltre, che essa non ha come fine quello di modificare le competenze dell'Unione, cosa che sarebbe possibile solamente attraverso una revisione dei trattati.
Con riferimento, infine, alla questione della natura dei diritti economici e sociali, occorre ricordare che il mandato di Colonia prevede esplicitamente l'inserzione nella Carta di diritti e principi economici e sociali, quali risultanti dalla Carta sociale europea e dalla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori. Un lungo dibattito ha riguardato la natura di tali «diritti e principi». Da parte britannica ed irlandese si è osservato che le norme contenute negli articoli sociali non possono essere giustiziabili. Nessun cittadino - ne parlo a titolo esemplificativo - potrebbe invocare di fronte alla Corte di giustizia il fatto di non disporre di un'abitazione adeguata o di risorse sufficienti per condurre un'esistenza dignitosa. Altri membri (ad esempio il professor Jurgen Meyer, rappresentante del Governo tedesco, e l'europarlamentare italiana Elena Paciotti) hanno ribadito che la distinzione tra diritti azionabili e principi meramente dichiarativi si presta a numerose critiche. Innanzitutto, alcuni principi sociali, quali, ad esempio, la libertà sindacale ed il diritto di sciopero, costituiscono applicazioni al mondo del lavoro di diritti civili classici (la libertà di associazione) e la loro tutela giurisdizionale deve essere piena ed effettiva. Principi esistono, poi, anche in altri settori del diritto (si pensi alla dichiarazione dell'eguaglianza di fronte alla legge) e numerose decisioni giudiziarie ne hanno fatto applicazione in casi specifici. Il Presidium della Convenzione ha, in ogni caso, precisato che il mandato di Colonia imponeva alla Convenzione di non prendere in considerazione i meri obiettivi dell'azione statale (si pensi all'obiettivo del pieno impiego).
Riguardo al quinto punto della relazione, riferito all'attività delle istituzioni dell'Unione europea, rinvio alla lettura del documento stampato, per non appesantire il mio intervento.
La XIV Commissione ritiene prioritario che nei Consigli europei di Biarritz e Nizza si assumano decisioni favorevoli all'integrazione della Carta dei diritti nei Trattati, come preambolo fondante e costitutivo idoneo a prefigurare in nuce una futura Costituzione europea: abbiamo apprezzato, in questo senso, gli interventi dello stesso Capo dello Stato, come si può leggere anche sulla stampa di oggi.
La configurazione della Carta come documento giuridicamente vincolante e
Dal punto di vista politico l'inserimento della Carta nei Trattati costituirebbe un segno tangibile del progressivo passaggio da un'Europa prevalentemente ancorata ad una dimensione economico-monetaria ad un'Europa che sappia immaginarsi soggetto politico consapevole di essere portatore di una tavola di valori condivisi e di un'idea di cittadinanza e di civiltà attraverso la quale far fronte alle moderne sfide della globalizzazione e dell'interdipendenza, non soltanto in un'ottica di competizione tra sistemi produttivi, ma anche di affermazione di principi di civiltà ancora largamente disconosciuti in larghe aree del pianeta.
Inoltre, l'inserimento della Carta nei Trattati avrebbe il significato di un'ulteriore garanzia dell'esito positivo del processo di allargamento dell'Unione, delineando - con un grado di certezza giuridica che, viceversa, non avrebbe una mera proclamazione della Carta, benché importante - una cornice politica e istituzionale per l'adesione dei paesi candidati, contribuendo in tal modo a dissipare i timori che l'allargamento finisca per assumere il riduttivo e disgregante significato di semplice creazione di un mercato continentale di 480 milioni di consumatori.
Dal punto di vista giuridico, poi, l'integrazione della Carta nei Trattati permetterebbe - come ha osservato anche la Commissione europea in una sua recente comunicazione - di rendere più efficace il sistema di protezione dei diritti fondamentali dell'Unione, attualmente caratterizzato da forme di tutela di esclusiva matrice giurisprudenziale, che hanno condotto all'enucleazione di principi generali del diritto comunitario, ampiamente riconosciuti ma privi di immediato riscontro positivo. A questo proposito è giunta oggi anche l'ultima risoluzione del Parlamento europeo, in cui si conferma l'indicazione che il testo della Carta sia adottato dalla Convenzione e trovi le vie di una sua integrazione nel Trattato. Ciò in vista della decisione del Consiglio europeo di Nizza.
Nel rinviare ulteriormente al testo della relazione, aggiungo che, sempre sotto un profilo strettamente giuridico, occorre inoltre osservare che, se la Carta dei diritti fosse approvata con una semplice dichiarazione e restasse, dunque, al di fuori dei Trattati, si porrebbe comunque la necessità di un collegamento con i Trattati medesimi per evitare di creare un doppio binario con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che, al contrario, è espressamente richiamata dall'articolo 6 del Trattato sull'Unione europea.
La necessità che la Carta sia inserita nei Trattati affinché essa abbia un valore giuridicamente vincolante solleva, peraltro, l'ulteriore problema - da affrontare nel complessivo contesto della revisione dei Trattati - dell'adeguatezza dell'attuale architettura giurisdizionale dell'Unione di fronte alle nuove sfide poste dalla Carta dei diritti fondamentali. Appare in particolar modo necessaria una riflessione sull'opportunità di estendere i casi in cui è consentito l'accesso diretto dei cittadini alla Corte di giustizia delle Comunità europee, ora sostanzialmente limitato ai soli ricorsi avverso le decisioni.
In conclusione, l'integrazione della Carta nei Trattati è un obiettivo storico ineludibile per il processo di integrazione politica dell'Unione e, una volta raggiunto, sarà in grado a sua volta di innescare reazioni a catena in termini di conseguenti modifiche dei Trattati: dalla rimodellazione del sistema delle garanzie giurisdizionali alla eventuale introduzione nei Trattati di disposizioni che disciplinino le modalità di revisione della Carta in forme diverse. Ciò al fine di favorire l'avvio di quello che il professor Augusto Barbera ha definito nel corso dell'audizione svolta lo scorso 8 febbraio - ne cito solo una delle tante che si sono tenute - sulla questione della redazione della Carta dei
La Carta dei diritti è, per questi motivi, l'occasione per inaugurare un vero processo costituente europeo che dia finalmente corpo all'idea di un'Europa democratica e solidale.
Mi scuso per la lunghezza dell'esposizione, ma il tema alla nostra attenzione era molto vasto e complesso.
È iscritto a parlare l'onorevole Orlando. Ne ha facoltà.
Nell'Europa degli anni trenta, dei totalitarismi, dei concordati Stato-Chiesa, dei tribalismi nazionalisti, degli imperialismi, delle pianificazioni, delle guerre, l'opera di Benedetto Croce si concludeva con una descrizione ottimistica del dopo Trattato di Versailles ma con un vaticinio folgorante che mi piace rileggere in quest'aula dal libro edito in quegli anni da Laterza: «Per intanto già in ogni parte d'Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità, perché come si è già avvertito le nazioni non sono dati naturali ma stati di coscienza e formazioni storiche. E a quello stesso modo che orsono settant'anni, un napoletano dell'antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani, non rinnegando l'esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così i francesi, i tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad europei ed i loro pensieri indirizzeranno all'Europa, e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate».
Forse il professor Melograni, come ha già fatto con «Il Principe» di Machiavelli, potrebbe utilmente tradurre in italiano moderno questo meraviglioso testo; forse ne guadagnerebbe la diffusione del testo stesso.
Passano venticinque anni da questo vaticinio e a Messina alcuni popoli europei usciti insanguinati da una seconda guerra mondiale si univano in una intesa che avrebbe dato vita ai Trattati di Roma del 1956, artefici Antonio Segni e Gaetano Martino. Aveva vinto appunto quella nuova coscienza e quella nuova nazionalità di cui il filosofo della libertà aveva dato l'annuncio negli anni oscuri.
Dal 1956 ad oggi, in quasi mezzo secolo, l'Unione europea è cresciuta nel territorio, nell'economia, nella moneta, nelle istituzioni parlamentari e di Governo. Ora è venuto il tempo di chiudere il secolo ventesimo e di iniziare il nuovo con un'altra Europa, quella che si riconosce nella Carta dei diritti fondamentali che, predisposta da personalità eminenti e qui illustrata e commentata or ora in modo esauriente dal collega Schmid, sarà discussa a Biarritz e poi a Nizza ai primi di dicembre.
Noi democratici l'approviamo fin d'ora nello spirito della religione della libertà, nella cultura delle carte dei diritti che hanno scandito otto secoli di storia europea: la Magna Charta del 1215, il Bill of Rights del 1689, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789. Monumenti molto concreti e simbolici al tempo stesso delle libertà, ai quali si
Come democratici vogliamo ricordare che è a questa lunga storia e a questa impegnativa pratica di valori laici che abbiamo attinto per il programma dell'Ulivo nelle elezioni del 1996. La tesi 24 di quel programma si intitola «Un'Europa più unita: la revisione del Trattato di Maastricht» e la tesi 25: «Un'Europa più grande: l'integrazione dei nuovi Stati». Vi si afferma che l'unione non si costruisce solo nel campo economico ma va estesa agli aspetti politici e alla sicurezza; che l'Europa economica non è solo moneta unica ma economia reale, fatta di occupazione, competizione, investimenti, disciplina fiscale; che i diritti dei cittadini non sono solo quelli di un libero mercato, ma della giustizia, della sicurezza, nonché quelli nuovissimi della bioetica, dell'ambiente e della riservatezza; che le decisioni dell'Unione possono essere prese a maggioranza e non più con paralizzanti unanimità; che il ruolo delle regioni vada rafforzato nelle materie di loro competenza; che l'Unione deve aprirsi all'est e al sud, mantenendo tuttavia un carattere fortemente integrato, ancorché flessibile; che la base istituzionale deve restare unica, ma con diversi gradi e tempi di integrazione interna.
Non ci faceva, dunque, ombra nel programma dell'Ulivo del 1996 la prospettiva dell'integrazione differenziata in ambiti o materie specifiche perché essa ci consentirà di mantenere intatto ed unitario il patrimonio di integrazione costruito con fatica in tutti questi anni. Essenziale - lo ripeto - è che sia mantenuta l'unità del sistema istituzionale e che gli organi decisionali siano gli stessi e con la stessa composizione, garantendo così un elemento decisionale comune.
L'Italia ha ben meritato dell'Europa, prima con il Governo Prodi poi con la direzione della Commissione, ma vorrei poter dire del Governo europeo dello stesso Prodi. Ora è tempo del salto in lungo nel 2000. Ieri il Presidente Ciampi, in un esemplare discorso al Parlamento di Strasburgo, ha volato alto sulla mediazione italiana tra chi, come i franco-tedeschi, spinge per un'integrazione rapida, ma governata da un nucleo pioniere (appunto, Francia e Germania) e chi, come la Commissione Prodi e lo stesso Parlamento di Strasburgo, vuole quell'integrazione salvando il metodo comunitario, cioè impedendo che del processo di integrazione si impadroniscano i Governi dei paesi dell'Unione, tagliando fuori le istituzioni comunitarie.
Non dobbiamo impelagarci - ci ammonisce Ciampi - nel dibattito se costruire una federazione o una confederazione, ma procedere pragmaticamente per far emergere gli elementi di convergenza. Ecco perché non possiamo attenuare il ruolo della Commissione che - dice ancora Ciampi - deve promuovere gli interessi comuni dell'Unione e far avanzare il Governo dell'economia.
Tra gli elementi di convergenza da far emergere tra paesi leader e paesi di nuova adesione noi amiamo pensare a quello eticamente e politicamente più incisivo, cioè più capace - tornando a Croce - di fondare una nazione, così che quell'elemento sia rappresentato da questa Carta di diritti da noi democratici intesa tout court come preambolo della futura Costituzione europea, così come il capitolo dei diritti e dei doveri forma la prima parte della Costituzione italiana vigente, quella dove è scritto il nostro credo irrinunciabile di liberaldemocratici.
Non voglio essere polemico verso nessuno, anche perché parlo a nome di un gruppo in cui coabitano culture storicamente diverse, quella cattolicoliberale e quella liberaldemocratica, entrambe laiche, ma con differenti accentuazioni. Debbo però dire che non ho condiviso - e molti del mio gruppo non condividono - il tentativo dei democratici bavaresi - che in Italia potrebbero forse sposarsi con Formigoni - di inserire tra i caratteri dell'Europa riconosciuti in questa Carta la sua eredità cristiana; l'eredità che ci viene dagli ultimi due secoli che hanno forgiato
A Chirac, che a Nizza sarà il padrone di casa, Italia e Germania daranno pieno appoggio, come hanno scritto in un recente articolo a due firme Giuliano Amato e Gerhard Schroeder, affinché la Conferenza intergovernativa di Nizza sia un successo, ossia si concluda con la proclamazione della Carta. Non possiamo permetterci la catastrofe di un fallimento, proprio nel momento in cui, con la Carta dei diritti, gli europei diventerebbero cittadini della nuova nazione assai più di quanto non lo siano diventati quando conquistarono il diritto di eleggere il Parlamento di Strasburgo.
È per questa ragione che ci auguriamo anche che non riprenda vigore un altro retaggio che ci dividerebbe, quello isolazionista inglese, che si manifesta nel tentativo di Blair di ridurre la Carta dei diritti ad una dichiarazione di principi, il che significherebbe versare benzina sul fuoco antieuropeo della Scandinavia e di una parte della Spagna del popolare di destra Aznar.
Signor Presidente, è solo per ovvie ragioni di tempo che non entro nello specifico dei singoli diritti politici, economici, sociali e cosiddetti nuovi che la Carta afferma per tutti gli europei e per coloro che in Europa verranno e dovranno vivere secondo le regole della democrazia e dello Stato di diritto. Spero, tuttavia, di aver esposto ragioni sufficienti per concludere con l'invito, da parte dei Democratici, al Governo italiano di battersi fino all'ultimo affinché la Carta diventi subito parte integrante dei trattati, testo giuridicamente vincolante, come finora il nostro Governo, signor ministro, ha voluto, e non sia relegata in quarantena, sia pure sotto il parolone «dichiarazione solenne». Non vogliamo solennità ma concretezza, cioè diritti ed istituzioni che li facciano valere insieme con il rispetto dei doveri, che troppo spesso vengono separati dai diritti.
Con questo spirito, voteremo a favore della risoluzione che impegna il Governo nei termini qui ricordati (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e dei Popolari e democratici-l'Ulivo).
Di tali problemi parleremo più diffusamente fra due settimane, quando il Governo, con una sua relazione, aprirà in
È proprio per questa importanza che chiedo all'onorevole Presidente della Camera di poter fare il seguente rilievo: avremmo desiderato che questo dibattito si svolgesse non in coda di settimana in un'aula deserta, o quasi inevitabilmente deserta (non incolpo nessuno dei colleghi assenti), data, appunto, l'estrema importanza dell'argomento.
In ogni caso, vorrei continuare la mia analisi sulla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.
Essa è - lo riconosciamo tutti - il frutto di un compromesso alto tra culture e tradizioni politiche diverse che si confrontano sulla scena europea. Tuttavia, una lettura attenta della Carta, a mio modo di vedere, pone subito in evidenza la forte impronta laico-socialista che la caratterizza e la sottovalutazione, invece, di quel patrimonio culturale, storico, umanistico e religioso che nel suo insieme forma le radici cristiane dell'Europa.
Questa discrasia risalta con particolare evidenza quando si pone attenzione ad alcune questioni: già dal preambolo, dove si parla di patrimonio spirituale e morale dell'Europa e non già di patrimonio culturale, umanistico e religioso dei popoli europei; quando, al comma 1 dell'articolo 2 si fa riferimento al valore della vita, tacendo però sul diritto a conoscere l'origine genetica della vita che viene data ad un individuo; quando la nozione di famiglia viene espressa in termini assolutamente vaghi che implicano il riconoscimento non solo della famiglia di fatto, ma nella sostanza anche il disconoscimento della famiglia così come la vede la nostra Costituzione, che la riconosce come società naturale fondata sul matrimonio; quando nel testo si parla (questo è un altro motivo di grave perplessità) di fatto religioso come dato attinente esclusivamente alla coscienza individuale e non già come fatto comunitario di ampia dimensione, in grado di caratterizzare e di forgiare la cultura di interi popoli europei, con la conseguenza, però, che, mentre da un lato, si riconoscono giustamente i diritti dei lavoratori e l'importanza delle organizzazioni sindacali, dall'altro lato, non si riconosce alle religioni, ai diversi culti la possibilità di darsi, come è previsto per i sindacati, una propria organizzazione, dei propri statuti, naturalmente, nel rispetto degli ordinamenti nazionali. E di questo passo potrei continuare ancora a lungo con riferimento al diritto all'istruzione, al diritto alla salute, alla libertà di impresa e così via enumerando. Tuttavia, è inutile proseguire con le esemplificazioni.
Il punto che voglio sottolineare è uno solo: è letteralmente impensabile che questa Carta non possa essere emendata dai Parlamenti nazionali, se vogliamo che essa acquisti l'importanza e l'autorevolezza che tutti dichiariamo di volerle assegnare.
Da che cosa è nata questa Carta? È nata da un consesso altamente qualificato, chiamato Convenzione, nel quale si sono ritrovati i rappresentanti di Parlamenti nazionali. L'Italia ne aveva due: uno nella persona dell'onorevole Melograni, designato dal Presidente Violante, l'altro nella persona del senatore Manzella, designato dal Presidente del Senato, integrati poi da altri due designati in altre ugualmente autorevoli sedi. Insomma, l'Italia aveva una delegazione di quattro persone che non ha mai lavorato unitariamente, mai, almeno da ciò che ci risulta. L'onorevole Melograni ha portato un suo apprezzato contributo personale, come del resto quello di altri colleghi, ma non è stato neppure portatore delle idee e delle posizioni della seppure limitata delegazione italiana. Aggiungo, dato che ci sono, che
Allora, la prima questione che noi poniamo è che il Governo italiano deve andare alla Conferenza di Biarritz per reclamare la emendabilità del testo sottoposto al nostro esame, se vogliamo che esso sia fatto proprio dai Parlamenti nazionali e divenga, una volta emendato dai Parlamenti nazionali, espressione di una autentica volontà democratica europea.
In questo senso noi siamo pronti a ricercare una soluzione unitaria.
Abbiamo detto altre volte - lo ha ribadito nei giorni scorsi il presidente Berlusconi - che noi vogliamo che in politica estera il Parlamento realizzi sempre il massimo possibile di unità perché è interesse vitale del paese che il Parlamento nazionale si presenti unito a tutti gli appuntamenti importanti con l'Europa e con il mondo, ma questa richiede di procedere con cautela. Non possiamo andare ad una approvazione frettolosa del documento così elaborato. La gatta frettolosa - tutti lo sanno - fece i gattini ciechi.
Allora, a Biarritz il Governo italiano si impegni a rendere emendabile questa carta da parte dei Parlamenti nazionali. Senza il contributo dei Parlamenti nazionali - inutile nasconderselo - la Carta resterebbe espressione autorevole di un consesso altamente qualificato, ma nulla più. Il valore democratico della Carta, senza l'assunzione del testo da parte dei Parlamenti nazionali sarebbe assolutamente modesto. Senza l'emendabilità e l'approvazione dei testi emendati dai Parlamenti nazionali, la Carta non avrebbe fondamento democratico, non potrebbe assumere valore politico e giuridico vincolante, tanto meno potrebbe entrare a pieno titolo nei trattati europei.
Allora, arrivo alla conclusione, signor ministro, onorevoli colleghi della maggioranza: o il Parlamento sceglie una soluzione di basso profilo e prende atto semplicemente dell'esistenza di questo documento, ma senza neppure esprimere un voto, sentendosi con le mani assolutamente libere per quando si farà il confronto vero sulla Costituzione europea, oppure il Parlamento sceglie una soluzione di alto profilo, ed allora tutti insieme imbocchiamo la strada dell'emendabilità, cerchiamo sugli emendamenti di realizzare il massimo di intesa possibile ed andiamo poi ad un voto parlamentare che dia alla Carta l'autorevolezza, la forza per diventare documento politicamente e giuridicamente vincolante, per avere il crisma che le consenta di entrare a pieno titolo nei trattati europei. Noi siamo disposti, pronti a seguire l'una e l'altra via, ma è ovvio che preferiremmo seguire la via dell'emendabilità e quindi del rafforzamento politico e democratico della Carta stessa (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega nord Padania).
Lo dico proprio perché il progetto di Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che oggi è sottoposto al nostro esame, rappresenta senza alcun dubbio, per più di un aspetto, una significativa novità nel panorama costituzionale comunitario, ma non vi è dubbio che questa debba fare i conti anche con le vicende politiche che sono in corso. Allora, un dato voglio subito evidenziare: è chiaro che tutto è perfettibile, e quindi anche il
Al riguardo, tutti i più attenti osservatori delle vicende europee hanno proposto di tenere presente il metodo istituzionale apprestato per ulteriori esercizi negoziali. Non v'è dubbio che, tuttavia, limiti vi siano - alcuni cercherò di metterli in rilievo - ma intanto vi è da apprezzare questo passo.
Quindi è necessario, fin d'ora, studiare i meccanismi procedurali che consentano di utilizzare questo modello già per la prossima conferenza di revisione dei trattati, soprattutto in vista dell'impegnativa scrittura della Costituzione dell'Unione europea, un'Unione europea che, mentre si sta ripensando, deve pensare anche ad allargare i suoi compiti. Il modello, comunque, ha bisogno di essere migliorato soprattutto sul versante nazionale. Alcune cose in proposito sono già state dette. Non vi sono state - anche perché i lavori finali della convenzione si sono incrociati con la sospensione estiva dei nostri lavori - troppe occasioni di confronto né con i due colleghi che hanno rappresentato il Parlamento italiano, né con il rappresentante del Presidente del Consiglio.
Comunque il Parlamento ha tutto l'interesse ad entrare da protagonista, fin dalla fase ascendente, nei processi comunitari sia che vi partecipi con propri rappresentanti, sia che eserciti il proprio potere di indirizzo sui rappresentanti di Governo. È noto infatti che nella fase discendente, soprattutto quando è in ballo la ratifica di accordi internazionali, nei poteri del Parlamento non rientra l'emendabilità dell'atto internazionale.
Passo ora da considerazioni sul metodo a valutazioni di contenuto sul progetto di Carta che presenta luci ed ombre. Il risultato di un esercizio del genere per sua natura non può mai lasciare completamente soddisfatti rispetto sia alle scelte effettuate sia soprattutto a quelle che definirei come «non scelte», cioè le lacune, le carenze che è facile rilevare scorrendo il testo. Non mancano infatti formulazioni eccessivamente generiche: penso ad esempio all'articolo 6 dove si proclama un non meglio specificato diritto alla libertà e alla sicurezza, o ancora all'articolo 31 in cui si riconosce con formula programmatoria il diritto del lavoratore a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose. Altri articoli sono formulati in modo ovvio almeno nella versione italiana, con un linguaggio giuridico che forse avrebbe meritato una risciacquatura in Arno.
Voglio però anche evidenziare gli elementi caratterizzanti estremamente significativi come l'articolo 2: essere riusciti a segnare con forza il diritto alla vita e dire che «Nessuno può essere condannato alla pena di morte» mi sembra un prodigioso passo in avanti della cultura giuridica europea.
Tuttavia altri passaggi suscitano qualche perplessità. Per il lavoro che ho svolto in questi anni, debbo fare riferimento in particolare a due articoli, dove vedo quanto meno degli approcci superati (non voglio usare espressioni più forti) e qualche elemento oscuro nell'interpretazione. Mi riferisco all'articolo 18 sul diritto all'asilo, dove di fatto ci si «sdraia» sulla convenzione di Ginevra del 1951. Dobbiamo ricordare che quella convenzione è stata superata nei fatti dai processi storici di questi anni, una convenzione pensata per il richiedente asilo che era molto spesso un rifugiato, una persona fuggita dalla cortina di ferro, magari da qualche gulag sovietico, mentre oggi il diritto di asilo riguarda interi gruppi, intere collettività. Mi riferisco anche all'articolo 19, in cui si parla di «Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione» e al comma 1 si legge: «Le
Infine, trovo icastica l'espressione «La legge è uguale per tutti» che troviamo in tutte le aule di giustizia rispetto a quella che figura all'articolo 20 del testo «Tutte le persone sono uguali davanti alla legge».
Peccati meno veniali forse sono certe lacune. Al riguardo mi limito a segnalare la singolare mancanza, anche alla luce del progettato contingente militare in sede PESC (politica estera di sicurezza comune), di un diritto alla pace, la cui formulazione avrebbe potuto essere agevolmente ricavata e ricalcata dall'articolo 10 della nostra Costituzione. Su tale aspetto spero che il Governo italiano abbia modo di insistere nel percorso che va da qui a Biarritz e a Nizza.
Ancora: il testo attuale, che si presenta come un progetto, per sua natura, non può non essere modificabile, almeno teoricamente, dal Consiglio europeo.
Spero che questi rilievi - ovviamente non soltanto i miei, ma anche quelli che emergeranno dal dibattito - non siano intesi come tendenti a svalutare minimamente il lavoro veramente impegnativo svolto dalla Convenzione in un tempo che è da considerarsi brevissimo, soprattutto se lo si confronta con quello di certe nostre riforme istituzionali.
Detto tutto ciò, se ho ancora tempo a disposizione, intendo esaminare ancora due aspetti che ritengo tra loro connessi. Il primo attiene al valore giuridico della Carta e, dunque, alle posizioni giuridiche soggettive che, sulla base di essa, sono invocabili in giudizio nei confronti delle istituzioni e degli organi dell'Unione e degli Stati membri, quando questi agiscono in attuazione del diritto dell'Unione.
In merito sono fermamente persuaso che non ci si possa accontentare di una proclamazione solenne da parte delle istituzioni, pur ritenendo che sia stata saggia la scelta di non impegnare la discussione della Convenzione su questo aspetto e di lavorare come se si trattasse di un testo giuridicamente vincolante. Ora è il momento di dare un segnale forte di attenzione ai cittadini dell'Unione e a quanti risiedono legalmente sul territorio degli Stati membri. Occorre pertanto uno sforzo del Parlamento che vincoli il Governo ad impegnarsi con la necessaria energia affinché la Carta venga integrata nel Trattato sull'Unione europea e costituisca davvero il primo passo verso la Costituzione europea.
Il secondo profilo su cui voglio attirare l'attenzione riguarda il problema del rapporto tra la Carta e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Sinteticamente osservo che tutte le volte in cui gli Stati membri dell'Unione agiscono in esecuzione di obblighi comunitari e nel caso in cui si sia in presenza di atti di organi dell'Unione non oggetto di misure nazionali di attuazione ci si potrebbe trovare di fronte, appunto, ad una competenza sia della Corte europea del Lussemburgo, sia della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Una tale situazione è suscettibile di comportare differenti interpretazioni della portata dei diritti scritti nella Carta e nella Convenzione europea. Se si studia con attenzione la giurisprudenza delle Corti, già è possibile individuare pronunce contrastanti.
Questa situazione certamente non è tale da rafforzare nei cittadini la convinzione di una tutela ottimale dei propri diritti. È, quindi, opportuno riprendere in esame l'annosa questione dell'adesione dell'Unione alla Convenzione di Roma, di cui, tra l'altro, fra qualche settimana celebreremo il cinquantesimo anniversario.
In questo contesto auspico un più meditato approfondimento delle modalità di collegamento tra le due Corti. Si tratta, del resto, di un tema non nuovo, se si tiene presente che in qualche modo fu già adombrato nel 1953 in sede di progetto della Comunità politica europea. Credo, quindi, che oggi non dovrebbe essere
Infine, alla luce di queste considerazioni e soprattutto con la finalità di garantire a tutti i cittadini dell'Unione e a quanti risiedono legalmente nel territorio degli Stati membri la tutela giurisdizionale delle situazioni soggettive scaturenti dalla Corte, propongo di lavorare per integrare il dispositivo della risoluzione, che nel passaggio in Commissione è già stato adeguatamente arricchito, affinché si impegni il Governo ad adoperarsi «perché la Carta approvata a Biarritz sia arricchita anche con emendamenti a punti qualificanti, come il diritto alla pace, e perché il testo così modificato costituisca oggetto di un protocollo da allegare al trattato sull'Unione europea in occasione del Consiglio europeo di Nizza del 7-8 dicembre 2000».
Si fa riferimento al protocollo perché esso darebbe unitarietà e facile riconoscibilità alla Carta stessa, avrebbe lo stesso potere del trattato ma non comporterebbe una nuova numerazione dei trattati stessi (Applausi).
Non ho bisogno di aggiungere che su questi temi si registra da parte dell'opposizione una sensibilità particolare ed una forte propensione a cercare di costruire, laddove è possibile, politiche comuni e condivise che attraversino gli schieramenti che di qui a qualche mese si fronteggeranno nella competizione elettorale del nostro paese e che garantiscano all'Europa - qualunque sia la parte politica che vincerà - che i fondamenti della nostra politica europea rimarranno un patrimonio comune della maggioranza e dell'opposizione. Tale esigenza è tanto più forte se consideriamo quello che in queste ore sta avvenendo a pochi chilometri dai nostri confini - lo ricordava prima l'onorevole Evangelisti - e il fatto che questi stessi diritti su cui noi fondiamo il nostro retaggio, la nostra identità, la nostra prospettiva sono ridotti a carta straccia a poche miglia dalle nostre frontiere. Credo che tutto questo richieda una maggiore responsabilità e, nei limiti del possibile, una maggiore coesione. In nome della ricerca di una maggiore coesione, come ha fatto poco fa l'onorevole Pisanu, sento l'obbligo di svolgere alcune considerazioni che non si limitano a registrare il lavoro prodotto ma cercano di spingere questo ragionamento un po' più in avanti.
Faccio due considerazioni riguardanti il metodo ed il merito della questione. La prima riguarda il metodo: al riguardo, anch'io ritengo che i Parlamenti nazionali debbano essere messi nella condizione di proporre e di vincolare i loro Governi ad un lavoro emendativo; con tutto il rispetto per il lavoro che ha svolto la Commissione, ritengo che occorra conferire alla Carta dei diritti un respiro democratico più ampio; non possiamo fare da passacarte; tale procedura non attiene soltanto al documento in questione, ma rappresenta
Ritengo, dunque, che nelle risoluzioni che la prossima settimana concluderanno questo confronto, debbano essere indicati i punti sui quali il Governo italiano potrà muoversi, rappresentando a Biarritz e a Nizza un'opinione che spero sia condivisa da tutto il Parlamento.
Per quanto riguarda il merito, ricordo che due questioni controverse hanno attraversato il dibattito politico nel Parlamento europeo e all'interno dei paesi dell'Unione, rispetto alle quali ritengo che si sia compiuto uno sforzo esiguo per trovare un minimo comune denominatore; tale minimo comune denominatore è, infatti, minimalista rispetto alle problematiche che ci troviamo di fronte: mi riferisco alle questioni della clonazione e della famiglia.
Rispetto alla prima questione, vorrei ricordare che il documento mette al bando la cosiddetta clonazione riproduttiva e non fa cenno ad altre forme di clonazione a fini terapeutici; esso, dunque, si viene a trovare in qualche modo in contrasto con una risoluzione che il Parlamento europeo ha votato poche settimane fa. Tale risoluzione definisce la clonazione come la creazione di embrioni umani, con lo stesso patrimonio genetico di un altro essere umano vivente o morto, in qualsiasi stadio del suo sviluppo, senza alcuna distinzione per quanto riguarda il metodo seguito. Ho citato quella risoluzione perché ho la consapevolezza che su tale problematica esiste una diversità profonda di principio all'interno dell'Unione europea; ritengo, tuttavia, che si sia assunto un po' frettolosamente il punto di vista di una parte rispetto all'altra e non si è avuto il coraggio di sciogliere un nodo di principio che è certamente controverso (come, in effetti, è stato all'interno del Parlamento europeo), a che chiede di trovare un esito, un punto di approdo.
La seconda questione riguarda la famiglia ed il rapporto con le cosiddette unioni di fatto. Non vorrei affrontare tale questione nei termini in cui siamo soliti farlo, ovvero, come una questione di natura religiosa che vede laici e cattolici sui lati opposti della barricata legislativa; quando si parla di unioni di fatto, molte volte ci si riferisce a coppie unite solo da un vincolo religioso che non ha avuto trascrizione civile. Pertanto, vorrei spogliare questo argomento dei suoi aspetti confessionali o laicisti e fare un ragionamento di puro buon senso. È difficile comprendere come, per le unioni di fatto (ovvero le unioni costruite senza vincolo legale, in quanto nascono da una libera scelta), da un lato si rinunci ad un vincolo legale e dall'altro si richieda, invece, una qualche forma di tutela legale.
C'è una contraddizione in termini che induce a porre il problema della famiglia non nei termini confessionali, ma costituzionali. Non ho bisogno di richiamare in quest'aula gli articoli della Costituzione che riguardano la definizione della famiglia, ma credo non sfugga a nessuno che la differenza legislativa tra famiglie ed unioni di fatto è in qualche modo contenuta nella nostra Carta costituzionale e discende da un principio che vi è affermato. Noi auspichiamo, lo ribadisco - e concludo -, una posizione comune del Parlamento, una risoluzione comune che costituisca un mandato per il Governo in vista dell'incontro di Biarritz.
Naturalmente, non rinunceremo a far valere le nostre obiezioni di principio, ma siamo ragionevolmente fiduciosi che tramite una risoluzione comune si possa confortare il Governo con un mandato che sia di tutto il Parlamento e non solo di una parte (Applausi dei deputati del gruppo misto-CCD).
Nella Carta permangono limiti ed ambiguità che vanno nominati, perché il percorso che abbiamo davanti è ancora in salita ed i prossimi appuntamenti, di Biarritz e di Nizza, non si presentano facili e gli esiti non sono per nulla scontati. È necessario attivare tutte le sensibilità democratiche e riformatrici perché i risultati positivi non vadano perduti ed anzi vengano migliorati. Il passaggio di oggi in quest'aula, infatti, non è formale: siamo chiamati ad un impegno preciso, che sarà determinante per le scelte future.
Il Presidente Ciampi all'università di Lipsia, nel luglio scorso, ha giustamente detto che non è il momento delle pause, ma di scelte coraggiose e di grande respiro. È vero, la costruzione europea è ad una svolta decisiva ed il crinale tra successo ed insuccesso è sottile. I Parlamenti nazionali devono farsi sentire ed impegnare i Governi su questioni precise, con la forza di un mandato che deve essere chiaro. A Colonia si è detto, infatti: «sulla base di quanto stabilito dalla Convenzione»; sulla base, appunto: noi oggi discutiamo della Carta «sulla base» di quanto prodotto, ma con la possibilità e la responsabilità di andare avanti.
Si apre, dopo la definizione di un progetto di Carta dei diritti, una seconda fase, difficilissima, rispetto alla quale noi parlamentari italiani dobbiamo oggi assumerci la responsabilità di decidere. Occorre un'accelerazione della costruzione europea, come Europa politica, definendo la qualità e la natura dell'integrazione e dell'allargamento. Un'Europa unita politicamente, cioè nelle sue capacità decisionali, nei suoi valori sociali, nei principi fondamentali di libertà, di democrazia, di tutela dei diritti sociali individuali, sarà tale solo se questo processo di allargamento sarà garantito, se le spinte centrifughe saranno efficacemente interrotte.
La Carta dei diritti non è un passaggio solo simbolico, ma squisitamente politico. Come ha detto ieri il Presidente Ciampi al Parlamento europeo, con la Carta l'Europa fa un passo importante nella trasformazione di uno spazio finora prevalentemente economico in uno spazio comune di diritti, fissando valori e regole che definiscono la nozione di cittadinanza europea. Servono determinazione, fermezza e volontà politica ed una forte collaborazione tra tutte le istituzioni: Parlamento europeo, Consiglio, Commissione e, appunto, Parlamenti nazionali.
Oggi noi parlamentari italiani dobbiamo assumerci la responsabilità di imprimere questa accelerazione, difendere la Carta come premessa indispensabile per un'Europa dei popoli, per garantire un equilibrato e democratico processo di evoluzione dell'Unione, in vista dell'allargamento e della riforma dei trattati. L'allargamento è necessario ed era atteso da molti anni, ma sappiamo che è un processo complesso e carico di rischi, di profonde contraddizioni. Scegliere, allora, il «come» ed il «quando» di questo processo significa decidere quale futuro si vuole dare al processo di costruzione dell'Europa politica, significa scegliere il modello di cittadinanza politica e sociale europea. Forze potenti lavorano per costruire un'Europa intesa solo come grande area doganale. Si tratta invece di allargare i diritti, non di incorporare gli squilibri.
I paesi candidati sono tredici: 100 milioni di persone con un reddito che è un terzo dell'attuale media europea; un aumento del 30 per cento della popolazione e del territorio dell'Unione a cui corrisponde una crescita di solo il 4-5 per cento della capacità produttiva. Sono paesi in cui l'Unione europea, negli anni immediatamente successivi al crollo del muro di Berlino e del Comecon, non è intervenuta con un suo progetto per la ristrutturazione di quelle economie ed ha invece affidato alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale il compito di proporre ricette. Queste istituzioni hanno imposto una terapia shock, che ha depresso capacità produttive e demolito
Ora bisogna fare presto. Il prolungarsi dei tempi per l'adesione sta creando crescenti problemi di consenso nelle opinioni pubbliche dei paesi candidati, che hanno creduto nell'Unione come ancora di salvezza per la tutela dei loro diritti. C'è un calo di favore verso il processo d'integrazione che deriva proprio dalla mancanza di risposte alle grandissime aspettative.
Con l'allungarsi dei tempi di adesione questi paesi non divengono più maturi, ma rischiano di esaurirsi. Gli sforzi economici per l'adesione rischiano persino di far scoppiare conflitti contro l'Europa ed il sistema politico di quei paesi rischia di arretrare, di passare a politiche più nazionaliste. Segnali preoccupanti si sono già manifestati.
Come si diceva, sono forti le spinte economiche a frenare un processo vero di allargamento, il processo di costruzione di un'Europa politica. Si difende l'idea di un allargamento solo come estensione dei mercati per garantire l'assorbimento delle esportazioni, per sostenere la crescita nei momenti di ciclo negativo, per sottrarre persino a quei paesi, anche in settori tradizionali come quello agricolo, la penetrazione nei mercati più ad est (Ucraina, Bielorussia, eccetera).
Occorre quindi fare presto, fissare subito una data limite e già questo è un problema. È decisivo, insomma, scegliere il come e il quando del processo d'integrazione. Per questo la Carta, in questo percorso, è un passaggio importante e questa consapevolezza politica deve essere chiara.
Con la Carta si apre una successione di scelte da compiere, scelte strategiche e profondamente rinnovatrici. Difendere la sostanza della Carta significa allora porsi il problema, ad esempio, della modifica dell'attuale bilancio dell'Unione. Oggi il peso della convergenza viene scaricato sulle spalle dei paesi candidati e le attuali previsioni del bilancio dell'Unione appaiono del tutto insufficienti. Per finanziare i processi di convergenza postadesione sono previsti investimenti inferiori a quelli che la sola Germania aveva previsto per sostenere l'unificazione con la DDR.
Bisogna avere una consapevole lungimiranza e prevedere la riforma del bilancio dell'Unione europea e un programma di crediti da parte della Banca centrale europea. Anche i fondi strutturali e l'Agenda 2000 vanno ridefiniti, perché grandissime contraddizioni si possono produrre nel sistema di finanziamento interno dell'Unione, con conflitti tra paesi candidati ed aree povere dei paesi dell'Unione, con pericolosi rigurgiti di nazionalismi, xenofobia, razzismo.
Difendere la sostanza della Carta significa porsi il problema delle modifiche istituzionali, perché di fronte alle nuove sfide la struttura istituzionale europea non regge più. Occorre definire nuove forme di legittimità democratica e rappresentativa, superando il rigido principio dell'unanimità e ridefinendo il peso di ciascun paese. La Carta non può essere solo una proclamazione solenne di principi, ma deve essere lo strumento adeguato per una vera Costituzione europea.
Noi Comunisti italiani riteniamo che a Nizza non si possa fallire: in quell'occasione si deciderà sulla ristrutturazione dei Trattati, ma noi riteniamo si debba andare ancora oltre. Serve più coraggio, sono necessarie certo una grande coesione, ma anche chiarezza e determinazione. La nostra proposta - che è anche di altre forze della sinistra europea - è quella dell'elezione diretta da parte dei cittadini europei di un'Assemblea costituente europea, che abbia il compito di redigere questa Costituzione che dovrà poi essere sottoposta alla diretta ratifica dei cittadini attraverso un referendum da tenersi negli Stati membri. La partecipazione ed il consenso dei popoli sono per noi misura dei principi di cittadinanza politica che la Carta proclama.
La Costituzione europea è per noi l'esito coerente della Carta, che garantisce l'esigibilità concreta dei diritti per tutti i
Scelte coraggiose, ci diceva Ciampi: sì, idee forti per contrastare innanzitutto il lavoro sotterraneo di quelle forze potenti che frenano lo sviluppo di un'Europa democratica e di progresso.
Siamo convinti che la crescita della ricchezza con l'arretramento dei diritti significhi riduzione della democrazia da elemento sostanziale a fenomeno sovrastrutturale; significhi ridurre i diritti a possibilità e il mercato ad unica certezza; significhi volere un'Europa intesa come un potenziale gigante economico ma politicamente subordinato e non invece, come noi vogliamo, un gigante politico che governa l'economia.
Idee forti quindi su cui non arretrare. Il nostro paese può essere davvero il motore dei più alti ideali europeisti, per la sua storia, per la sua cultura, per la cultura che ha ispirato la nostra Costituzione. Dobbiamo essere all'avanguardia per costruire - ha ragione il collega che l'ha detto - un'Europa laica che rifiuti ogni fondamentalismo e le concezioni etiche degli ordinamenti giuridici e degli impianti legislativi, un'Europa che non ponga alla base dell'idea di cittadinanza le appartenenze identitarie legate al suolo, al sangue, alle religioni.
Per questo il passaggio di oggi in quest'aula non può essere formale. La risoluzione che voteremo è un'occasione straordinaria per il Parlamento italiano; è l'occasione per fissare priorità, indicare contenuti, impegnare il Governo fino all'appuntamento di Nizza e oltre. I limiti e l'ambiguità della Carta vanno superati non per esigenza di purezza di cultura giuridica ma proprio per garantire che il processo di allargamento sia governato per un'Europa di pace, democratica e del progresso.
Bisogna quindi lavorare per correggere anzitutto la parte sui diritti sociali. Questa è una tappa indispensabile per garantire le condizioni vere e reali di un allargamento e di un'Europa politica. La bussola è quella dei nostri padri costituenti che hanno definito i diritti fondamentali al lavoro, alla salute, al reddito, come diritti sociali affidati all'individuo, cioè come interesse insieme della collettività e del singolo, un bene pubblico per la dignità del cittadino.
Garantire questa definizione di diritto sociale è diverso dal dire che l'individuo semplicemente accede ad un diritto. Questo nuovo secolo non può riportare l'Europa, i suoi livelli di conquiste sociali, di cultura giuridica, insomma la sua civiltà, indietro fino al secolo della rivoluzione francese per un'idea di cittadino come individuo proprietario di diritti, ma che resta solo e diseguale nella contrattazione dei suoi bisogni rispetto ad una economia senza vincoli.
D'altra parte già il dibattito - possiamo ben dire lo scontro politico - che è avvenuto nel nostro paese a proposito della cosiddetta libertà di scelta rispetto al tipo di servizio sanitario ha evidenziato quanto di arcaico sia presente in questa apparente modernissima proposta.
Il diritto alla libertà di scelta, che può anche essere letto purtroppo, con una forzosa interpretazione della Carta, nella definizione del diritto all'accesso sganciato da quello della fruizione, è in realtà il grimaldello per scardinare l'attuale impianto istituzionale del sistema di garanzie sociali degli Stati membri; una porta aperta verso la trasformazione di questo modello sociale europeo conquistato storicamente dalle lotte dei lavoratori.
Difendere la Carta e il suo ruolo, quindi, significa per noi comunisti italiani correggere questi limiti, significa sostenere politicamente che il riconoscimento pieno dei diritti sociali, la difesa dei sistemi pubblici e di sicurezza sociale non sono un input negativo per lo sviluppo.
Occorre quindi colmare i limiti ed ampliare la sfera di protezione dei diritti per tener conto anzitutto di principi fondamentali quali il ripudio della guerra, come dice l'articolo 11 della nostra Costituzione, come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Ha ragione l'onorevole Evangelisti, questo è un principio fondamentale, di
I diritti della Carta - ricordiamolo - sono diritti delle donne e degli uomini dell'unione. Riconoscere il diritto alla salute riproduttiva significa finalmente riconoscere la disparità di genere rispetto alla procreazione ed anche ricollocare, rispetto al genere, tutta la cultura del moderno costituzionalismo, rideclinare la grammatica neutra e quindi maschile dell'idea stessa di cittadinanza. Una Carta, quindi, moderna, aperta che abbia forza giuridica e sia il presupposto cogente e fondante per la costruzione di una vera e propria Costituzione europea.
Il passaggio di oggi, non è, per noi formale. Come dice il Presidente Ciampi, occorrono determinazione, fermezza, volontà politica.
Le scadenze che ci attendono esigono una forte collaborazione tra tutte le istituzioni: Parlamento europeo, Consiglio, Commissione e Parlamenti nazionali. Noi comunisti italiani ci assumiamo fino in fondo, con piena consapevolezza, questa responsabilità. Siamo una forza politica coerentemente europeista e siamo una forza della sinistra europea che si batte per l'unità politica dell'Unione, per un'Europa dei popoli democratica e del progresso (Applausi).
Vorrei soffermarmi sul metodo e su alcuni passaggi che, a mio avviso, sollevano perplessità, cui abbiamo assistito in Commissione. Se infatti è indiscutibile, da una parte, la volontà di dare un contributo all'incontro del presidente Berlusconi con il Presidente Chirac, che ha assicurato l'impegno a discutere questa Carta in occasione del vertice di Nizza, dall'altra, dobbiamo ogni volta constatare che, in realtà, questo contributo diventa formale ed è difficile, in concreto, riuscire ad inserire le nostre proposte e le nostre idee nell'elaborazione finale del documento.
Credo si debba valutare negativamente che la discussione odierna si svolga in un'aula semideserta, così come è avvenuto anche nel passato per analoghi dibattiti sulle leggi comunitarie che troppo spesso contenevano deleghe al Governo e leggi che poco avevano a che vedere con lo spirito delle norme di recepimento, trasformandosi in un canale per introdurre provvedimenti che avrebbero dovuto seguire l'ordinario iter procedurale. Il problema, a mio avviso, è - come ho detto - relativo al metodo, come abbiamo avuto modo di evidenziare anche in Commissione.
Sul testo in esame ha già espresso le nostre perplessità il presidente Pisanu, perché si tratta di un documento inemendabile. A questo riguardo, il Governo dovrebbe farsi carico di trovare soluzioni alternative perché siamo tutti convinti che non basti l'Europa dei Governi, ma che sia necessario realizzare l'incontro della storia e della cultura di tutti i paesi europei, cui indubbiamente il nostro paese può contribuire in maniera particolare. Il pregio di questo documento è di rappresentare il passaggio dall'Europa economica, sancita dal trattato di Roma fino al trattato istitutivo della CEE, ad un documento basato sulla salvaguardia dei diritti di libertà fondamentali dell'individuo.
Credo pertanto che, se cogliessimo un significato così importante, noi dovremmo svolgere un ruolo concreto in occasione dell'appuntamento di Nizza.
Siamo tutti convinti che quello di Nizza non sarà un incontro facile perché, in quella sede, dovremo assumere decisioni molto importanti per un'Europa che
Ritengo importante, allora, anche da questo punto di vista, che il Governo prenda posizioni decise relativamente alla limitazione del diritto di veto, andando nella direzione di un voto a maggioranza, ed in favore di un documento che non resti soltanto una Carta di principi, ma che acquisisca a Nizza un vero valore giuridico vincolante, tale da rappresentare, in sostanza, un preambolo dei trattati internazionali.
Sarà un incontro difficile e penso che ci dovremmo presentare con risoluzioni unitarie, sostenendo principi comuni. Signor ministro, diventa difficile giungere a tale risultato se, mentre da una parte si dà tale disponibilità ed il presidente Berlusconi si reca a Parigi per prendere posizioni in questo senso, dall'altra ci troviamo di fronte ad un documento che non può essere integrato, ad una risoluzione che, a nostro avviso, andrebbe integrata per tenere conto dei principi evidenziati dal presidente Pisanu nel suo intervento. Per tale ragione, noi non abbiamo presentato una nostra risoluzione ed attendiamo risposte dal Governo per verificare la possibilità di giungere ad un documento unitario.
Vorrei aggiungere una considerazione di carattere generale, che, però, non penso mi porti fuori tema, relativamente al ruolo che il nostro paese dovrà svolgere in occasione dell'approvazione del documento in questione. Anche se discutiamo di una Carta che dovrà rappresentare la base della prossima Costituzione europea, penso non vada tralasciata l'importanza del ruolo internazionale che l'Europa ed il nostro paese devono svolgere in funzione dell'approvazione di tale documento, che avrà certamente un seguito non solo dal punto di vista dei rapporti umani e del significato dei diritti dell'uomo, ma anche con riferimento alla posizione economica dell'Europa.
Tutti sappiamo come l'euro abbia stentato. Credo che i segnali provenienti dal rafforzamento della sterlina inglese, nonostante l'isolazionismo del Regno Unito, e dal referendum svoltosi in Danimarca ci facciano capire come il cammino sia difficile e come per una ripresa economica del sistema occorra qualcosa di più. Credo, allora, che, oltre a partecipare a quella conferenza per evidenziare l'esigenza di un'immagine esterna dell'Europa più forte dal punto di vista della politica europea (mi riferisco, ad esempio, all'esigenza di assumere con fermezza certe posizione che riguardano la sicurezza, la difesa, il controllo dei confini della nostra Europa), non sarà possibile, signor ministro, che i rappresentanti del nostro paese si presentino in quel consesso con l'idea di fare i protagonisti in Europa, avendo l'Italia un prezzo della benzina e delle bollette così elevato e un costo del lavoro superiore a quello degli altri partner europei, con un prodotto interno lordo inferiore a quello di altri paesi europei.
Non ritengo di discostarmi dall'argomento in discussione perché credo che poi, all'interno dell'Europa, il peso che i paesi potranno avere nell'approvazione di questo documento, sarà certamente pari alla spinta di carattere economico che saranno in grado di dare, che rappresenterà la solidità di quel paese. Credo che da questo punto di vista l'asse franco-tedesco rappresenterà certamente un ostacolo rispetto alla possibilità di garantire un ruolo adeguato al nostro paese.
In buona sostanza, ritengo che vi siano le condizioni per giungere ad un documento conclusivo comune. Credo che sia importante arrivarci ma, da questo punto di vista, ritengo necessario che si apra veramente un dibattito nel quale l'opposizione possa veramente e concretamente portare quel contributo che vuole offrire e che, invece, troppo spesso non gli è consentito di dare.
Sottolineo che il documento che abbiamo in discussione ha un valore costituzionale all'apparenza scarso, non comporta nuovi poteri, né introduce nuovi effetti giuridici. Si potrebbe dire che non è attualmente pericoloso, nonostante le «follie comuniste» contenute al suo interno. In realtà, è notevole il valore politico di questo atto.
Il dibattito parlamentare deve, a mio parere, visto che questo è un documento politico ed elettoralistico, servire a respingere al mittente comunista i cavalli di Troia della mondializzazione e deve servire altresì a rimarcare i nostri differenziali di visione e di valori.
Noi liberali cristiani, noi autenticamente europei, non possiamo votare le scelte comuniste che sono contro l'Europa e che la trascinerebbero in un sud est ben lontano dai diritti classici insegnatici dall'Europa. In questo documento i grandi principi universali sono esposti con totale sciatteria perché, in realtà, servono a ben altro: è campagna elettorale, per chi non l'avesse capito, come del resto ci è stato confermato, tra l'altro, dall'intervento iniziale del relatore Schmid che si è vantato del fatto che la maggioranza si sia fatta portatrice in Europa di questa iniziativa. Ripeto: è campagna elettorale; serve a fini interni!
In questo documento prevalgono i piccoli principi tipici dello Stato sociale, socialdemocratico e paleolaburista.
Entrando nel particolare, nel preambolo la figura soggettiva di riferimento è la persona, mentre, in tutto il resto del testo, diventa sempre l'individuo, che è un'entità asettica e impersonale; praticamente un numero! Non si tratta quindi della persona, cioè di tutti; non si tratta quindi del cittadino, cioè di colui il quale ha cittadinanza europea, ma solo e unicamente di un numero!
Sempre nel preambolo vi è una contraddizione. C'è il tentativo di metterci in difficoltà davanti al cittadino, sempre a scopo elettoralistico. Infatti, si parla positivamente di solidarietà, sussidiarietà e tradizioni, ma stranamente non si parla né di federalismo né di devoluzione. In realtà, per capire il senso della struttura costituzionale di fondo della Carta, è necessario partire dalla fine, dagli articoli 50 e 51. Qui è evidente che la Carta non è né una nuova Costituzione europea, né un nuovo trattato di Unione europea, ma è un miscuglio ibrido che è sopra gli Stati e sotto l'Unione per sostenere principi generali che legittimano, non già la creazione di uno Stato europeo, costruito tra l'altro senza che si sia espressa la volontà del popolo, ma una cosa ben più banale, cioè praticamente la vostra campagna elettorale che sta per iniziare e in cui voi comunisti sapete bene che se perderete in Italia avrete finito anche di spadroneggiare in Europa. Ma entriamo nel dettaglio.
In questa Carta nulla si dice sul diritto, o perlomeno sulla tutela, della vita sin dal concepimento. Un principio che in Italia noi abbiamo ormai sancito e che la Corte costituzionale ha ribadito più volte, non è nemmeno accennato in questa Carta! Nulla si dice sul diritto all'identità genetica, ossia sul diritto inviolabile di conoscere il proprio padre e la propria madre genetica. Nulla, nulla di tutto questo. Addirittura, si introduce la falsificazione riguardo al concetto di clonazione. Si fa una distinzione fra clonazione riproduttiva e clonazione a fine terapeutici, consentendo la seconda. Questo è inaudito! Questo è un comportamento che oserei definire, ma senza virgolette, nazista. Infatti, qui si tratta di prevedere in una Carta costituzionale la selezione della razza, si tratta di stabilire che possono
All'articolo 9, ad esempio, si parla della famiglia, ma non la si definisce, in modo che resti un concetto indefinito. Noi pensiamo, senza ombra di dubbio, che solo la famiglia naturale - tra l'altro anche la nostra Costituzione si esprime in questo modo - debba avere uno status giuridico. Le altre combinazioni sociali non sono famiglia. Esse non possono essere discriminate, giustamente, ma neppure legittimate.
All'articolo 10 si parla di riti, senza definirli; non si sa cosa siano: se siano riti religiosi o tribali come, ad esempio, l'infibulazione, che nel nostro paese purtroppo si verifica; se siano pratiche contro l'ordine pubblico (per la religione musulmana non costituisce reato contro l'ordine pubblico che una schiera di fedeli si fermi a pregare in mezzo alla strada). Di questo non si fa minimamente cenno.
All'articolo 12 si parla di partiti politici a livello europeo. Vorrei chiedere al relatore: di cosa si tratta? Sono per caso i partiti transnazionali? E allora, che fine faranno i partiti che rappresentano i popoli? Devono scomparire? Questa è un'altra norma assolutamente comunista e centralista, che non rispetta la libertà dei popoli e dei cittadini.
All'articolo 14, comma 2, c'è un'altra chicca: è prevista la facoltà di accedere gratuitamente all'istruzione obbligatoria, il che significa l'istituzione di una facoltà-obbligo. Questa è un'invenzione che la dice lunga sulla capacità della Commissione che ha redatto questo documento: veramente è un crogiolo di persone incapaci, non solo di autonomia, ma anche asservite ad un potere politico che ne fa un uso strumentale. Questa facoltà-obbligo, cioè una possibilità-obbligo, ha un precedente storico. In realtà, è la replica della famosa formula della Costituzione di Stalin: i diritti obbligatori (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
Sempre all'articolo 14 si parla di diritto all'istruzione e non capiamo se significhi anche diritto all'istruzione musulmana; al riguardo, bisogna essere chiari: rispettiamo tutti e siamo disposti ad accogliere tutti, ma secondo le nostre regole, perché non è possibile concepire per il futuro una società in cui chiunque possa venire qui e stabilire le proprie regole o imporre la propria cultura! Bisogna davvero mettere i paletti al posto giusto e scoprire le carte: allora, se voi la pensate così, abbiate il coraggio di dirlo in quest'aula ed il confronto sarà veramente democratico; se vi nascondete sempre sotto denominazioni approssimative, che però hanno questo obiettivo, allora siete antidemocratici.
In altre parti della Carta viene confermato che è lo Stato il padrone dei bambini: vi sono articoli che si esprimono appunto in tal senso. Siamo pienamente convinti, e difenderemo tale posizione fino all'ultimo, che sono i genitori a dover curare, accudire, educare, crescere i figli; lo Stato è altra cosa, viene molto dopo (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania). La vostra concezione, quindi, è quella di Sparta, sicuramente non quella di Atene!
All'articolo 15 si prevede l'ingresso degli immigrati in uno Stato in base alla legge di un altro Stato: si sostiene pertanto il principio di libero ingresso degli immigrati, contrastante addirittura con l'accordo di Schengen; si svuota così, di fatto, la legislazione nazionale e si riconosce unilateralmente, per esempio, il diritto musulmano, senza alcuna reciprocità. Noi difenderemo con forza la matrice cristiana dell'Europa, non siamo disponibili a svendere la nostra cultura al prezzo che ci volete imporre!
Amici miei, cosa vuol dire, poi, un altro punto fondamentale di questa Carta, relativo alle tendenze sessuali? Ancora una volta, artatamente, si vogliono stravolgere i valori di fondo della nostra società; logicamente, siamo d'accordo sul fatto che bisogna rispettare le scelte individuali, però diverso è voler equiparare la famiglia naturale eterosessuale alla
Molti altri aspetti della Carta ci trovano su posizioni antitetiche: per esempio, non è assolutamente garantita la libertà di scelta educativa, né la parità tra pubblico e privato, né la supremazia della società nei confronti dello Stato, il famoso principio di sussidiarietà orizzontale che sembra essere patrimonio di tutti in questo Parlamento ma a cui non si fa nemmeno un accenno in questa Carta. In definitiva, in essa, emerge il pensiero unico, la taglia unica, la razza unica: è un documento devastante, con un effetto demolitore di tutti i valori liberali e cristiani, nei quali crediamo fortemente: la società europea ha una matrice cristiana, non dimentichiamolo!
Per quanto riguarda il settore del lavoro, anche in tale ambito viene sottolineata la libera circolazione degli immigrati, materia nella quale riteniamo che, per lo meno, vada prevista una regolamentazione a livello nazionale.
Nell'articolo 48 si parla di diritto internazionale e di principi generali riconosciuti da tutte le nazioni, ma non si parla di autodeterminazione. Voi non avete mai riconosciuto il diritto all'autodeterminazione, nonostante esso sia sancito da molti anni dal comma 7 dell'articolo 2 della Carta dell'ONU. Neanche oggi, ormai è scontato (lo ripetete tutti i giorni), riconoscete questo diritto, per cui dobbiamo ritenere che si tratti della dichiarazione di un diritto unico mondiale per una dittatura comunista che, oltre a non riconoscere il diritto all'autodeterminazione, avrebbe, grazie a questa Carta, ingerenze nel diritto nazionale. Quello che voi oggi definite garantista, fino a ieri - anzi fino al 18 ottobre prossimo, quando si svolgerà il processo contro gli eversivi della Lega messo in piedi da Papalia - avete cercato di definirlo eversivo. Il principio di autodeterminazione non è eversivo, è nella Carta dell'ONU e non si possono fare processi e mobilitare la magistratura per questo motivo.
Allora per voi il diritto internazionale è garantista o eversivo? All'articolo 50 cade ogni maschera, perché vi è la prova che questa Carta, così com'è, serve a poco: come Carta è debole e come norma realmente efficace è nulla. «Per fortuna» aggiungiamo noi.
Si potrebbe evincere che voi ritenete che la società sia democratica solo quando è mondialista, ma dato che nessuno fa qualcosa che non serve, dobbiamo dedurre che si tratta solo di propaganda elettorale per le prossime elezioni che perderete. Prendiamo atto che il partito popolare europeo ha presentato un documento sull'Europa dei popoli estremamente interessante e democratico che fa partire l'Europa dal basso, dai popoli e non invece, come fate voi, dall'alto, in senso ideologico e affaristico. La vostra è l'Europa dei banchieri e dei comunisti.
Restiamo in attesa del documento del Partito popolare europeo sui diritti europei
L'aula è come lei la vede, però, quando si tratta di discussioni sulle linee generali, capita che i colleghi non sentano la stessa esigenza di presenza che hanno quando sono in corso votazioni. Credo che ciò valga per questo come per tutti i casi, altrimenti si avrebbe un fervore puramente di presenza, senza che nel dibattito che segue vi sia una partecipazione tesa in funzione delle decisioni che devono essere assunte o delle mozioni che devono essere votate.
Dico questo perché chi ci ascolta potrebbe pensare che vi sia una contumacia piuttosto che una legittima non presenza dei colleghi che hanno altri impegni in diverse realtà della vita politica e istituzionale. Lo dico a favore di tutti e non per rimproverare lei che ha fatto un rilievo. Anch'io gradirei che l'aula fosse più affollata quando i temi sono rilevanti come quello in trattazione, però succede che altri impegni impediscano ai colleghi di essere presenti come desidererebbero poter fare.
È iscritto a parlare l'onorevole De Benetti. Ne ha facoltà.
Prima di iniziare il mio intervento, signor Presidente, vorrei evidenziare che oggi pomeriggio le agenzie di stampa sottolineano un grande allarme per la situazione in Jugoslavia. Ne ho a disposizione alcune di circa mezz'ora fa: carri armati dell'esercito iugoslavo starebbero marciando su Belgrado; nel Parlamento occupato vi sarebbero stati spari, feriti e lancio di bombe molotov; i dimostranti, grazie ai bulldozer, sono entrati nell'edificio della televisione di Stato; secondo fonti dell'opposizione decine di agenti di polizia si sono uniti ai manifestanti davanti al Parlamento; vi sono stati incendi. Naturalmente ho letto a caso due o tre righe delle decine di agenzie che si stanno affollando; non so cosa stia succedendo negli ultimi minuti poiché quelle che ho a disposizione sono di quaranta minuti fa.
Dico queste cose, Presidente, perché l'Italia ha avuto ed ha una grande responsabilità nei confronti di quel paese al di là del mare Adriatico. Siccome questa responsabilità è importante e siccome questi fatti sono gravi, tragici - mi auguro che non portino ad una nuova guerra civile e fratricida all'interno di quel popolo -, chiedo, anche a nome del presidente Paissan, con il quale mi sono consultato qualche minuto fa, che lei stesso o il Presidente della Camera chiediate al Ministero degli esteri di fornire nei tempi più rapidi informazioni su ciò che sta succedendo, in maniera più autorevole di quanto possa aver fatto io attraverso la lettura delle agenzie di stampa, che peraltro sono veritiere per quanto riguarda i fatti e di riferire quanto il Governo italiano intenda fare rispetto a questi fatti drammatici, che non vorrei diventassero tragici - almeno questo è nei sentimenti e nei propositi dei Verdi - proprio per l'azione importante che l'Italia ha svolto finora e che ci riguarda molto, molto da vicino. Questo volevo rappresentare...
Credo che ciò che lei ha detto sia importante. Lo riferirò al Presidente della Camera, che sono convinto si farà carico di avvertire il Governo perché su questo punto vengano date indicazioni più complete e più compiute di quanto possano esserlo quelle fornite dalle agenzie di stampa.
Le posso ancora dire che la situazione di questo popolo martoriato - mi auguro che tali fatti non abbiano un'evoluzione ancora più tragica - è collegata proprio con ciò che stiamo dibattendo in questo momento: il diritto alla pace, il diritto nella realtà europea alla scelta di sistemi che garantiscano l'equilibrio e la garanzia che, come si afferma nella nostra Costituzione, non siano le armi a risolvere i conflitti. Ma queste sono aspirazioni che purtroppo urtano contro la dolorosa realtà.
Credo che il nostro Parlamento, proprio perché ha manifestato sensibilità verso queste tragedie dei popoli, possa esprimersi con dignità ed anche con la consequenzialità che è nella sua tradizione. La ringrazio per aver sottolineato questo aspetto.
Avevo pensato di iniziare il mio intervento dicendo proprio che purtroppo siamo in un momento difficile di crisi internazionale. Naturalmente sappiamo tutti ciò che sta succedendo nell'area dei Balcani, così come in Medio Oriente e forse anche altrove.
Credo che questi argomenti e queste gravi preoccupazioni non siano alieni dal dibattito di oggi: non è esattamente questo l'oggetto della discussione, ma tali questioni non sono fuori quadro o fuori contesto. Dico ciò perché, anche se non voglio addentrarmi in problemi di merito, vorrei ricordare quanto l'Europa su tali questioni sia stata finora non so se impotente, assente o altro. Sono fatti che registriamo con grande preoccupazione ma con la speranza che possano cambiare completamente nell'immediato futuro. Siamo ad una tappa importante del processo di integrazione europea, ma delicatissima e difficilissima.
Penso che a nessuna forza politica - né di destra né di sinistra - sia consentito l'uso di parole d'ordine, siano consentiti semplicismi o scorciatoie, fughe in avanti o indietro. Non vorrei essere retorico o generico ma mantengo ancora oggi la convinzione di colui che è stato il mio maestro culturale e che appartiene ad un altro momento storico: sono convinto che ci troviamo nel momento in cui l'etica della convinzione va davvero coniugata con l'etica della responsabilità (ciascuno per sé, naturalmente, per quanto può rappresentare). Tuttavia, il tempo stringe e mi auguro che i pochi mesi restanti prima del termine della Presidenza francese siano decisivi per raggiungere altre importanti tappe.
Il collega Schmid ha con molta precisione configurato il quadro in cui tutto questo si colloca. Il collega Cè è andato via, forse è andato a fare lo spot elettorale precedente...
Il collega Pisanu, presidente del gruppo di Forza Italia, afferma che la Carta dei diritti non è emendabile, per cui o non si approva alcuna risoluzione (il che significa che il Parlamento italiano se ne lava le mani e mi chiedo se questa sia responsabilità parlamentare) oppure si scende ad un compromesso modificando i principi della Carta dei diritti. Collega Pisanu che ora non è più in aula, noi Verdi vorremmo davvero che i Parlamenti nazionali avessero maggiori responsabilità, ma penso che questo sia l'obiettivo di tante altre forze politiche di destra e di sinistra. È esattamente questo ciò che potrebbe accadere a Nizza proprio perché la Carta dei diritti è nata da un organismo che in qualche modo ha forzato lo strapotere della CIG e dei Governi nazionali o dei grandi interessi in campo europeo, anche grazie al contributo di molti parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione. Lo dice uno che, parlando di contenuti, nutre parecchie perplessità e vuole denunciare numerose insufficienze. Dobbiamo però partire da un passaggio che può diventare fondamentale, forse addirittura emendabile, se sarà legato in maniera inviolabile con i trattati dell'Unione europea.
Posso dire che noi Verdi non siamo divenuti europeisti ora. L'unico campanello che mi sento di suonare è che noi siamo nati europeisti nella nostra, seppur giovane, soggettività politica, in quanto ci sentiamo cittadini del nostro paese e delle nostre terre, ma anche cittadini italiani, cittadini europei e cittadini del mondo. Questi sono i nostri connotati politici.
Pertanto, vogliamo un'Europa che abbia una sua Costituzione, un'Assemblea costituente, un Parlamento effettivamente deliberante e una Commissione di Governo autorevole. Questi sono alcuni degli obiettivi che risuonano ormai da decenni e che erano patrimonio dei padri fondatori. Non mi riferisco ai padri fondatori del movimento dei Verdi, bensì a Einaudi, Sturzo, Altiero Spinelli, per arrivare a De Gasperi e a Langer (per citare un padre fondatore del movimento dei Verdi). Tutti costoro hanno parlato con toni certamente migliori dei miei, ma con la stessa visione di Unione europea.
La Carta dei diritti va in tale direzione e vorremmo che questo passaggio fondamentale fosse più forte: dobbiamo chiederci quali siano le prospettive politiche, sociali e istituzionali, giurisdizionali ed economiche. Ritengo che qualche insufficienza di sostanza e di merito debba essere indicata, se non altro, per far capire meglio i punti che a nostro avviso sono critici. Innanzitutto, vi è quello che definirei un deficit di equilibri nei diritti umani, sociali e dell'ambiente che debbono intrecciarsi di più e meglio con le istanze economico-finanziarie, di mercato e di moneta (che non vogliamo mettere in dubbio).
In questo Parlamento, anni or sono, abbiamo ratificato convintamente il processo di unione monetaria e, quindi, ritengo che non vi siano riserve; proprio per questo, riteniamo che i diritti siano l'anima costituente dell'Unione europea. Lo ha affermato colui che non è un cittadino qualsiasi, bensì il Presidente della Repubblica Ciampi, per ben tre volte quest'anno: a Lipsia, in un'altra occasione (che ora mi sfugge) e ieri. Lo ha affermato, altresì, il Presidente della Commissione europea Prodi, l'altro ieri. Non si tratta degli ultimi rappresentanti dell'Unione europea, bensì, di figure importanti, le quali hanno altresì una grandissima responsabilità nel paese.
In conclusione, ci sembra che nel documento, siano deboli i diritti delle minoranze e della solidarietà, nonché dell'identità di genere: altro che facezie - che starei per definire scurrili - da qualcuno pronunciate su tali questioni! Manca, altresì, con riferimento all'ambiente, quel principio di precauzione in relazione alla ricerca scientifica, alle biotecnologie e agli organismi modificati geneticamente; non vi è riferimento, poi, agli animali come essere senzienti.
Inoltre, ci sembra che sia assente una prospettiva di metodo (che, in questo caso è sostanza); ritengo che a Biarritz e a
Noi chiediamo che il Governo italiano si impegni affinché a Nizza si chiuda l'accordo per l'estensione del voto a maggioranza del Consiglio e della codecisione del Parlamento europeo. Lo dico al Governo, al ministro Mattioli, che ha ascoltato finora pazientemente e con attenzione. Il vertice di Nizza rappresenta perciò una scadenza delicatissima e difficile anche per i processi di allargamento, per i sei paesi candidati in prima fascia e per gli altri paesi candidati in seconda fascia. Ho sentito dire che questa Carta dei diritti è ancora poco ed anch'io affermo che vi sono delle insufficienze. Io vengo da un viaggio in un paese candidato, l'Estonia, un paese in grande crescita europeista, che guarda a questa Carta come ad un obiettivo duro da raggiungere, come duro fu ed è per noi il sacrificio rappresentato dalla partecipazione all'Unione europea in termini economici. Allora, ricordando queste cose, mi auguro che la risoluzione della Camera dei deputati possa essere unitaria. Cercheremo non di fare mediazioni al ribasso o al rialzo, ognuno cercando di mettere i paletti che corrispondono alla sua visione. Certamente questo sarà giusto se arriveremo ad un'Assemblea costituente dei Parlamenti europei, ma qui cerchiamo di dare un segnale forte al nostro Governo ed agli altri Governi nazionali. L'attività che dal 13 di questo mese si svolgerà a Biarritz e poi il 6 e 7 dicembre a Nizza speriamo porti ad un risultato che sostanzialmente corrisponda alla volontà del Parlamento italiano, volontà che però, per essere affermata, richiede l'eliminazione di pretese che hanno un'importanza non di primo piano ed alle quali chiedo a tutti i gruppi, a tutti i colleghi di rinunciare. I Verdi si attiveranno affinché ciò avvenga e daranno il massimo contributo per la composizione delle divergenze ed il raggiungimento di una risoluzione unitaria (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi-l'Ulivo).
Io appartengo ad una generazione che ha attraversato la tragedia della seconda guerra mondiale, che ha vissuto le fasi della ricostruzione postbellica, per la quale i migliori uomini dei sei paesi promotori della Comunità europea del carbone e dell'acciaio e poi della Comunità economica europea hanno pensato ad un'Europa di grandi valori culturali, etici, politici, umani e religiosi. Il fondamento di questi valori - ed è molto importante collegarvi proprio ciò che accade in queste
Un obiettivo difficile, da far tremare le vene ai polsi, anche perché come disse Winston Churchill, appena finita la guerra, una «cortina di ferro» era caduta nel cuore dell'Europa, a dividere popoli e nazioni in due aree politiche: quella occidentale in cui i popoli furono chiamati - anche quelli di paesi come l'Italia e la Germania che uscivano da due dittature - a costruire liberamente un sistema democratico e parlamentare, e quella orientale, dove l'Unione Sovietica impose con la forza ai suoi confinanti l'egemonia del sistema politico comunista, segnato emblematicamente fino al 1989 dal muro di Berlino, edificato in una notte (che vissi da giovane giornalista), quella del 13 agosto 1961.
L'unità europea nacque con una forte carica utopica: arrivare attraverso i Trattati della UEO e della CED all'Europa politica e della difesa. Né Churchill avrebbe pronunciato il famoso discorso di Aquisgrana, né Spaak avrebbe accettato di figurare nell'album di famiglia dei padri fondatori della Comunità, unico socialista accanto alla triade cattolica De Gasperi-Adenauer-Schuman e ad esponenti liberali come Sforza, Einaudi e Martino, se la spinta ideale non si fosse concretizzata, dopo il fallimento della CED, con il lavoro degli europeisti della prima ora - che ho citato - nelle conferenze di Venezia e di Messina, che sfociarono nei Trattati di Roma, che per l'Italia portano la firma di Antonio Segni e di Gaetano Martino.
Oggi quello che si chiamò allora il Mercato comune a sei, è diventata l'Unione europea a quindici con gli allargamenti al Regno Unito, poi alla Grecia, alla Spagna, quindi al Portogallo e successivamente all'Irlanda, alla Danimarca, alla Svezia, alla Finlandia ed all'Austria.
Altri quindici paesi bussano oggi alla porta dell'Europa. La capacità di attrazione economica è di proporzioni sempre maggiori e questa capacità si è accentuata dopo la caduta del muro di Berlino, diventando un'aspirazione che coinvolge soprattutto i popoli dell'est dopo la riunificazione della Germania, dato questo scaturito dalla volontà dei popoli e dei loro governanti. Voglio qui ricordare - anche perché sempre nella mia veste professionale ne sono stato diretto testimone - le figure del mitico borgomastro di Berlino Willy Brandt e di Helmut Kohl, l'altrettanto coraggioso realizzatore della riunificazione tedesca, scaturita - lo ripeto - dallo storico fallimento del comunismo e dal successo economico e sociale dell'Europa comunitaria.
I soli successi economici, perciò, non possono appagare soprattutto i giovani, chi concepisce l'Europa come il trionfo della pace sulla guerra, della vita sulla morte, del rispetto della persona sulle vessazioni, della tolleranza sul settarismo, della dignità del lavoro sull'assistenzialismo, della civiltà sulla barbarie, della cultura sull'ignoranza.
Due giorni fa il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ricordato che l'Italia è un paese fondatore dell'Unione e che intende continuare ad esserne un motore. Questa volontà è sorretta anche da un autentico sentimento popolare, che se non si manifesta con la presenza qui in aula dei suoi rappresentanti, ciò nondimeno è forte, precisa, esplicita e voluta ed io ho il piacere, quale presidente, di essere qui a rappresentare - anche solo con due colleghi - l'intero gruppo di Alleanza nazionale.
Già più volte questa volontà del popolo si è manifestata nel Parlamento italiano con un'ampia concordanza di voto sui temi fondamentali della politica europea e della sicurezza.
Ma per dirla come Carlo Azeglio Ciampi sono i nostri stessi successi che ci
L'Europa è davvero una se guardiamo i suoi campanili, alle sue cattedrali, che siano gotiche o barocche o romane, che si trovino a Praga o a Reims, a Madrid o a Colonia, un'unità di credo religioso ma anche di speranze, di sogni che legano i popoli all'inizio del nostro nuovo millennio.
L'Europa è una se guardiamo alle comunità locali le cui diversità e originalità di istituzioni politiche ed amministrative producono aspirazioni identiche o molto simili nei popoli: parlare l'uno la lingua dell'altro, conoscerne meglio i costumi, la cultura e soprattutto le idee che insieme traggono origine dalle radici latine e greche e che vanno salvaguardate nel rispetto delle singole identità per affermare la solidarietà sull'isolamento e l'egoismo.
L'Italia ha un grande ruolo, onorevoli colleghi. La coraggiosa ed originaria politica europeista di De Gasperi, di Einaudi, di Sforza ha ottenuto consensi a destra e a sinistra in un percorso talvolta tormentato, durato decenni.
Altiero Spinelli che con il Manifesto di Ventotene ha segnato la nascita del movimento federalista europeo infrange negli anni settanta la disciplina del partito comunista che non solo si oppose ai Trattati di Roma ma anche al sistema monetario europeo, che venne invece approvato da Altiero Spinelli, allora senatore del PCI, e con i voti della destra che sedeva in questi banchi, voti che sostituirono quelli venuti meno da parte di un certo numero di socialisti.
Onorevoli colleghi, cosa è oggi la Carta fondamentale dei diritti dell'Unione europea? Ci sono, per quello che ci presentate, in questo documento principi di carattere generale, alcuni contenuti già nei Trattati di Roma e di Amsterdam, che appaiono ribaditi però con notazioni politologiche ed ideologiche di marca socialista, che oscillano spesso tra l'ovvio e il difficilmente comprensibile o per noi impossibile da accettare.
Del resto, mi pare se ho ben capito - e su questo vorrei qualche chiarimento più preciso anche dal relatore che mi è sembrato molto ottativo ma non sempre molto preciso - dalle procedure seguite che la cosiddetta convention ha stilato 54 articoli, tutti ancora aperti alla discussione definitiva nel merito e persino alle due ipotesi, se eventualmente adottarli come atto singolo o includerli nei trattati in vigore.
Ci vorrà dunque molta chiarezza su questo punto, perché altrimenti finiamo per fare qualcosa - e qui forse l'onorevole Cè non ha del tutto torto - che corrisponde alle esigenze di un manifesto elettoralistico ma che non corrisponde alla volontà e al lavoro che siamo chiamati a fare.
Per parte nostra respingiamo l'automatico inserimento nei trattati che a loro volta dovrebbero essere modificati quando con l'allargamento dovranno sicuramente cambiare metodi di votazione; ciò vale particolarmente per quanto riguarda il diritto di veto, la composizione delle Commissione e via dicendo. Il documento non è stato votato perché i componenti della Convention, con tutto il rispetto per loro, hanno lavorato più come esperti non investiti di un potere di rappresentanza politica e parlamentare.
Permettete la notazione per essere chiaro e semplice. Basti pensare che, dei quattro «esperti» italiani, tre, il senatore Manzella per il Senato, il professor Rodotà per il Presidente del Consiglio e l'onorevole Elena Paciotti per la delegazione italiana al Parlamento europeo, sono di area di sinistra e un solo componente, l'onorevole e amico, Piero Melograni - designato, del resto, dal Presidente della Camera - appartiene all'area di centrodestra. Colgo l'occasione per congratularmi con lui per l'attento lavoro scientifico svolto, che, tuttavia, serve per noi - non può essere diversamente - soltanto come base, restando aperte tutte le possibili ipotesi di conclusione. Anche
Mi rifiuto - dirò poi la ragione per cui non faccio un'analisi dettagliata, come ha fatto del resto in modo molto caloroso il collega, onorevole Cè - di entrare in un esame dettagliato degli articoli perché insisto su questo fatto: si tratta della bozza di un documento che non so a quanti altri vagli dovrà essere sottoposto; sicuramente, qualora diventasse un trattato, dovrà essere sottoposto al vaglio definitivo dei Parlamenti nazionali ai quali spetterà il voto decisivo.
Come ha detto il collega Pisanu, voglio sottolineare il fatto che c'è stata data, fino a questo momento, la sottrazione di questo potere. Il collega verde prima ha parlato di costruzione originale; sono molto favorevole all'originalità, ma essa non deve mai scendere nell'arbitrio per cui, ad un certo momento, questi signori - tutti stimatissimi - non essendo nostri delegati, nel senso che non «promanano» dal nostro voto, possono avere anche espresso opinioni che noi contestiamo.
Mi rifiuto di entrare in questo esame e per questa ragione voglio precisare fin d'ora che tengo distinta la posizione adottata - che mi riservo di annunciare in sede di dichiarazione di voto - sulla risoluzione riguardante la Carta, da quella che sarà espressa su iniziativa del Governo o del Parlamento, in un'apposita sessione di lavori decisa oggi dalla Conferenza dei presidenti di gruppo, per quanto riguarda gli obiettivi più immediati che l'Italia dovrà prefiggersi per il prossimo Consiglio europeo di Nizza in programma per dicembre.
Ho, comunque, esaminato con grande attenzione almeno alcuni punti di questo documento e voglio dare qualche indicazione del nostro pensiero. Nel preambolo manca il riferimento, per noi, per me essenziale, al patrimonio culturale, umanistico e religioso dei popoli europei.
Credo davvero, onorevole ministro, che l'Europa non possa essere definita senza il riferimento storico preciso alle sue radici cristiane. Ha fatto bene Giovanni Paolo II a mettere come patroni dell'Europa, accanto a San Benedetto, i santi Cirillo e Metodio per indicare, in questo modo, che nel pensiero della chiesa l'unità dell'Europa è ideale e spirituale.
Non è espresso con chiarezza il divieto alla clonazione umana - ne ha già parlato con maggiore competenza di me l'onorevole Cè - e alle manipolazioni genetiche non rispettose del diritto della vita fin dal suo concepimento.
Non sono riconosciuti con chiarezza, onorevoli colleghi, i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Quanto mi dispiace non sia presente in questo momento l'onorevole Maura Cossutta, alla quale avrei detto che la Costituzione si rispetta e si esalta nel suo complesso, finché rimane valida, e che non si estrapolano soltanto le parti che possono dare ragione alla nostra tesi. In proposito, l'articolo 29 della Carta costituzionale non è equivoco; è tanto poco equivoco che noi non potremo mai accettare una Carta costituzionale europea che si distacchi dalla formulazione dell'articolo 29 della Carta fondamentale della Repubblica italiana.
Le nostre riserve valgono anche relativamente all'espressione citata dall'onorevole Cè, vale a dire le «tendenze sessuali». Sissignori, sotto questa equivoca e generica definizione, per «tendenza sessuale» domani si potrà anche far passare la pedofilia, la necrofilia, eccetera; qualche volta la genericità è proprio il mezzo, il grimaldello con il quale si cerca di entrare in un ambito che per noi resta sacro ed inviolabile.
Anche l'affermazione del diritto delle confessioni religiose ad organizzarsi secondo i propri statuti, nel rispetto degli ordinamenti giuridici dei singoli Stati, va definita con maggiore precisione, qualora si prenda in considerazione l'idea di dare al Governo il mandato di andare avanti con questa Carta.
Mi chiedo, a questo punto, onorevole ministro, onorevoli colleghi, se prima o poi non sia necessario ed utile indire un referendum, se il processo in atto andrà avanti, perché è impossibile che possa essere accettata la bozza di una Costituzione scritta, finora, da una sessantina di degnissime persone di orientamento politico diverso dalla stessa maggioranza attuale del Parlamento di Strasburgo.
L'Europa - ha detto qualcuno - si può definire una «simpolitia», cioè un prodotto del fare politica insieme in senso sinergico ed unificante; invece, essa si è trasformata molto. Nella mia vita professionale ho avuto modo di essere corrispondente da Bruxelles per la Radiotelevisione italiana proprio negli anni in cui nasceva la Comunità europea, cioè dal 1958 in poi; ebbene, forse in ragione della più giovane età, ho vissuto un entusiasmo ed uno spirito pionieristico che poi, invece, ho visto attenuarsi, mettersi nei meandri oscuri di una burocrazia pignola che si occupa magari delle dimensioni delle mele o delle uova. Manca oggi - lo dico al Presidente Prodi ogni volta che lo incontro - quel grande respiro, quella grande iniziativa politica e culturale che sono necessari all'Europa se vuole trovare una sua anima; in caso contrario, l'Unione diventerà uno dei tanti organismi internazionali, molti dei quali benemeriti, ma incapace di essere fattore di trasformazione, di modernizzazione, di «culturalizzazione» di una società che non può vivere soltanto di parametri materiali e finanziari ma che, se vuole essere una comunità di popoli, deve avere ambizioni ben maggiori. La conoscenza delle lingue, la compatibilità dei titoli di studio (sono tutti passi importanti che dobbiamo cercare, anche attraverso le nostre politiche scolastiche, di attivare), la libera circolazione dei lavoratori e dei professionisti sono strumenti di osmosi perenne - in parte, per questo sì, già realizzate - e diffusa per avvicinare cittadini di razze, di culture, di tradizioni diverse, per contribuire così in modo determinante a formare i cittadini dell'Europa.
Ce lo ricordava già nel 1946 Jean Monnet: «Nous ne coalisons pas des Etats; nous unissons des hommes»; noi non uniamo, non coalizziamo degli Stati, noi uniamo degli uomini!
Ritorna così la centralità dell'uomo, dei suoi diritti e delle sue libertà fondamentali: in uno Stato di diritto potranno sì formare dei cittadini, nel senso migliore del termine, con valori alti, spirituali e materiali, perché oggi di questo il mondo ha particolarmente bisogno, se però noi abbiamo presente che questo è l'obiettivo che dobbiamo raggiungere.
Vogliamo perfino tentare uno slogan (ad un giornalista-deputato forse è consentito per una volta)? L'Europa, un tempo culla del diritto e scintilla di tante guerre, diventi domani culla di una civiltà di convivenza pacifica ed operosa.
La futura Costituzione europea dovrà disegnare un complesso insieme di diritti accettati e condivisi da tutti, perché la grande Europa possa svolgere anche nel mondo il ruolo che noi saremo capaci di consegnarle per un migliore futuro dell'umanità (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, della Lega nord Padania e misto-CDU - Congratulazioni).
Signor Presidente, onorevoli colleghi, di un'ulteriore proclamazione di buone intenzioni francamente l'Europa non sente
Per queste ragioni io, fin dall'inizio, sono stato favorevole ad una Carta che avesse un carattere vincolante, che possa essere fatta valere erga omnes proprio in quanto perno del nuovo diritto di cittadinanza europea che è necessario perché l'Europa vi sia. Con questo spirito, ho partecipato ai lavori per la redazione di questa Carta.
Devo però dire che, nella fase attuale, io non potrei raccomandare a questo Parlamento di approvare la Carta così com'è come nucleo dei diritti di cittadinanza. Questo per due ragioni: una di carattere formale e l'altra di carattere sostanziale. La ragione di carattere formale è che questa Carta ha una legittimazione democratica dubbia, che ci mette d'altro canto davanti alla legittimazione democratica dubbia di gran parte delle decisioni europee, le quali scaturiscono in prevalenza dal Consiglio dei ministri, il quale non è vincolato al controllo del Parlamento europeo. Si potrebbe dire: ma è espressione dei Parlamenti nazionali. Ma non è vero perché il controllo dei Parlamenti nazionali sull'attività europea dei nostri Governi è estremamente ridotto.
Per questa ragione, considerando anche le difficoltà che l'approvazione della Carta incontra per ragioni sostanziali di cui dirò fra breve, mi sembra illuminante la proposta del Presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi, avanzata nel suo discorso di ieri al Parlamento europeo; una proposta, per la verità, un po' sottesa a quel discorso, ma che mi prendo la responsabilità di esplicitare. Noi dobbiamo dire che l'Europa ha bisogno di una Carta e che questa Carta non è adatta ad essere la Carta di cittadinanza; dobbiamo impegnare i Governi, nella Conferenza intergovernativa di Nizza del dicembre prossimo, a porre allo studio una Costituzione europea di cui questa Carta può costituire un utile lavoro preparatorio, da rielaborare su alcune questioni di contenuto che per noi sono straordinariamente importanti e da riapprovare, in modo da sanarne il deficit di legittimità democratica.
Non è possibile che tutti dicano di non volere l'Europa dei banchieri e poi ci sia una Carta che omette le radici culturali dell'Europa. Queste radici culturali sono ebraico-cristiane, greco-latine e derivanti dall'illuminismo. Queste sono le tre fonti della cultura europea di oggi che crescono l'una sull'altra fecondandosi reciprocamente. Non è pensabile che una Carta non contenga questo esplicito riferimento, altrimenti può sembrare che in Europa tutti abbiano diritto ad avere una cultura, tranne gli europei, tranne quelli che in questo continente sono nati. Ognuno ha diritto di venire portando la sua cultura - questo è giusto -, ma avremo anche noi il diritto di essere portatori di una nostra cultura che dialoga con le altre e che crea le condizioni del loro accoglimento dentro una comune cittadinanza europea.
Manca una difesa chiara dei valori familiari. Si menziona la famiglia, ma si ha troppa prudenza nell'indicare che cosa sia la famiglia. Il tema della preferenza sessuale, già ricordato dall'amico Selva, è un tema da trattare con straordinaria delicatezza perché può voler dire troppo. Può voler dire cose con le quali siamo totalmente d'accordo e può voler dire cose con le quali siamo totalmente in disaccordo e non è sull'equivoco che si costruisce una Carta di diritti fondamentali.
Sul tema della clonazione, la Carta è chiaramente in ritardo sul voto recente del Parlamento europeo, il quale ha escluso la clonazione non solo per fini riproduttivi, perché clonare degli embrioni per utilizzarli come materia prima di processi di produzione industriale è certamente una cosa che offende la dignità
Colgo l'occasione per segnalare che è necessario uno scatto di volontà nel processo di integrazione europea. Devo dare atto, nello spirito di una politica bipartisan in questioni europee ed internazionali, sia al Presidente della Commissione Prodi che al nostro Presidente della Repubblica nei discorsi di ieri e dell'altro ieri a Strasburgo, di aver ridato animo e coraggio ad una prospettiva europea. Noi dobbiamo andare avanti.
Ci sono alcuni che hanno delle perplessità e dei dubbi. Se ci chiedono di andare più lenti perché vogliono venire con noi, hanno il diritto di chiederci di andare più lenti; se non vogliono andare verso lo stesso obiettivo verso il quale vogliamo andare noi, che ci lascino camminare con il ritmo che noi decidiamo. Questo è aut aut che nella Conferenza di Nizza il nostro Governo deve avere il coraggio di porre con decisione e con forza.
Devo sottolineare che per la prima volta, nel discorso di Prodi, ho colto lo spirito di un'alleanza tra Commissione e Parlamento europeo: la Commissione ha un ruolo politico se dipende dal Parlamento europeo, che le dà legittimazione democratica, altrimenti è un organo di alta amministrazione alle dipendenze del Consiglio, che legittimazione democratica non è in grado di darle perché in quella dimensione è sottratto al controllo democratico.
Vorrei fare un'ultima importante osservazione. Occorre uno scatto di generosità. C'è un dogma contro il quale oggi mi prendo la responsabilità di una bestemmia politica. È il dogma dell'allargamento a costo zero. Noi siamo per l'allargamento, ma chi ha detto che le politiche di integrazione non possono essere finanziate in misura maggiore di quella decisa fino ad ora? Allargamento a costo zero significa che un'operazione a cui siamo moralmente tenuti, ma di cui il maggior vantaggio economico va alla Germania, viene pagata dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia e dalle regioni del meridione italiano.
Mi associo infine alla richiesta che domani il ministro degli esteri o il Presidente del Consiglio riferiscano sulla gravissima situazione serba che ci tiene tutti in ansia gravissima.
È iscritto a parlare l'onorevole Saonara, al quale ricordo che ha trenta minuti di tempo a disposizione che utilizzerà nella misura che riterrà opportuna. Ne ha facoltà.
L'onorevole Saonara non è presente? È lassù? Lo cercavo giù.
Cercherò di essere sintetico, anche perché gli approcci che abbiamo registrato oggi sono i più diversi, alcuni anche paradossali e direi non del tutto attenti all'oggetto che stiamo esaminando.
Si tratta di una questione che interpella il Parlamento italiano nel cammino avviato nel 1999 non casualmente, a mio modo di vedere, perché a Colonia si rifletteva soprattutto su come presentarsi con un nucleo fondamentale di cittadinanza - come è stato detto giustamente poco fa - ai paesi che chiedono il pieno inserimento negli organismi europei.
Rivolgo quindi un ringraziamento non formale al relatore, ai rappresentanti italiani e a tutti i membri della convenzione che, a mio modo di vedere, hanno confezionato non un documento ideologico e tanto meno elettoralistico, ma un'utile base di riflessione, sulla quale spero che il vertice di Biarritz prima e quello di Nizza poi esercitino un discernimento non frettoloso.
Di fatto a me sembra che anche oggi, alla luce degli interventi - almeno quelli più lungimiranti - che abbiamo sentito fino ad ora, ci si possa chiedere se questo sia un lavoro concluso. Signor Presidente, preferisco pensare che sia semplicemente
La relazione presentata all'Assemblea dall'onorevole Schmid descrive con doverosi dettagli l'insieme delle procedure poste in atto per arrivare sin qui. Su queste il relatore ha rinviato al testo, ma io credo che occorrerà fare una riflessione perché non ci troviamo di fronte ad un lavoro improvvisato né ad un referendum su questo o quell'articolo della Carta, ma dobbiamo dare una valutazione politica e dire al Governo come proseguire e soprattutto che questa è una buona base per procedere e non per recedere, per andare avanti e non per tornare indietro con le piccole o grandi paure. Dobbiamo anche chiedere al Governo - come già fa la bozza di risoluzione presentata dal collega Schmid che ne è primo firmatario - di individuare con chiarezza la procedura per l'emendabilità del testo.
Non credo ai toni - usati anche oggi pomeriggio - di totale condanna del testo; ritengo che sia utile individuare le lacune che esistono nei singoli capi e negli articoli, ma è necessario soprattutto, una volta esaurito il compito della convenzione, trovare un modo per procedere e non per tornare indietro, in particolare se si accetta l'idea che questo sia il nucleo su cui può ruotare l'individuazione di una Costituzione europea. È quindi necessario non smarrire lo spirito della Convenzione.
Chiariamoci, signor ministro: è del tutto evidente che le produzioni giuridiche - anche questa - sono un punto di equilibrio delle bozze, dei testi, delle indicazioni, dei confronti, però io credo che lo spirito della convenzione non possa essere disperso e che quindi sia necessario riattivare spazi e strumenti efficaci di confronto. So che lei lo ha già fatto, anche a ridosso delle ultime battute del lavoro della Convenzione, convocando ed incontrando le parti sociali, mentre la XIV Commissione della Camera e la Giunta per gli affari europei del Senato hanno svolto un'indagine conoscitiva.
Credo che tutto questo indichi una strada, che può essere anche limitata e forse non urlata, ma che ci consente di accumulare esperienze utili, perché già ora i capi dell'articolato - dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia - interpellano in profondità non solo il nostro sentire, ma anche la nostra capacità di tradurre questi principi in diritti, in azioni, in linee giuridiche e poi evidentemente anche in prassi politiche e amministrative.
Da questo punto di vista è evidente, Presidente, che, quando noi riflettiamo su dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia, non possiamo che riflettere su una qualche stanchezza che rispetto a questi principi vi può essere in questa o quella zona delle società europee.
A volte più che una volontà di princìpi potrebbe anche emergere una voglia di prìncipi, se mi consente il gioco di parole. Oggi, ad esempio, Tzvetan Todorov in un'intervista ad un quotidiano italiano osservava che la tendenza è di svuotare la politica dei suoi contributi per rimpiazzarla con la seduzione. Max Weber ha parlato a suo tempo di potere carismatico, definendolo il meno evoluto, una specie più primitiva di potere.
Credo che se, invece, il confronto resta alto sui capi dell'articolato, evidentemente troviamo lacune su questo o su quel capitolo, ma non ci facciamo prendere dalla voglia di prìncipi, che evidentemente è assai lontana dalla dimensione democratica e popolare tipica dei nostri paesi e che vorremmo sempre di più fosse tipica anche dei paesi che entreranno a far parte dell'Unione europea.
Da questo punto di vista trovo rassicurante - mi si consenta - anche l'insieme delle disposizioni generali dell'articolato (articoli 51-54) in cui si indicano anche ambiti di applicazione, limiti e raccordi. Forse qualcuno ha sorvolato su questo punto e non ha letto, ma evidentemente
Vorrei ricordare - del resto, per la sua cultura e la sua sensibilità personale, ben lo sa il ministro Mattioli - che, a differenza di quanto è stato detto anche oggi pomeriggio, le religioni non sono solo elementi distintivi, ma sono anche elementi unitivi. Ricordo i grandi convegni ecumenici di Basilea e di Graz, svoltisi all'indomani di quella intuizione, che non era un'intuizione clericale, ma culturale, di Giovanni Paolo II di concepire le persone e le figure di Benedetto, di Cirillo e Metodio come inscindibili nella storia europea.
Tutto ciò evidentemente ci può portare anche a riflettere su questo patrimonio e su una quasi freddezza che si respira in alcuni tratti dell'articolato rispetto a questo patrimonio, perché le confessioni non sono confessionalismo e l'asse, signor ministro, tra persona e comunità è l'asse vincente nella storia europea, non quello che ha perso: non quello che ha perso i confronti storici, non quello che perderà il confronto anche con altre culture.
Detto questo, ritrovare questi assi, questi spazi, non evita il confronto anche con le paure, con quelle che sono state descritte in questi anni dagli osservatori più attenti come il «ritorno alle piccole patrie». Di tutto questo abbiamo avuto riflessi anche in quest'aula dove si è tentato il ritorno alle piccole patrie e alle sicurezze assolute ma queste ultime in un mondo come il nostro si confrontano quotidianamente con le logiche dell'interdipendenza e della globalizzazione.
A questo punto, signor ministro, ci chiediamo che significato abbia questo nucleo che riteniamo buono e a volte lacunoso, significativo e a volte insufficiente; cosa vorrà dire se apriamo le finestre della nostra intelligenza e sensibilità non solo sulla vicina Belgrado ma anche su Gerusalemme, su Lima (impegnata in una difficile transizione dopo le dimissioni del presidente) e anche su Bujumbura, capitale del Burundi? Apriamo le finestre affinché questo catalogo non chiuso venga inteso come messaggio di ideali e di valori dell'Europa verso quei paesi. Parlare dei nostri diritti fondamentali significa anche e soprattutto considerarli un cantiere aperto nei confronti di un'umanità che questi diritti spesso li invoca perché non ne ha mai goduto.
In questo senso credo che i contributi del ministro Fischer, di Chirac, del Presidente Ciampi prima a Lipsia e poi a Strasburgo debbano essere interamente ripresi e meditati. Forse sarà difficile trovare loro spazio all'interno delle trattative di Biarritz e di Nizza; tuttavia credo che, se l'esame non sarà frettoloso e formale, i Governi troveranno gli spazi per ricominciare senza ricorrere a perenni mediazioni e negoziati e saranno in grado di dotarsi degli strumenti per affinare meglio il testo. Dico questo perché credo che in questa direzione si siano mosse tre personalità significative della costruzione europea. Mi riferisco in primo luogo a Jacques Delors che qualche giorno fa in un'intervista ha osservato: «non ci si può occupare soltanto del design della vettura Europa ma anche del suo motore, ora inceppato. Oggi nel triangolo 'Consiglio, Commissione, Parlamento' nessuno gioca il ruolo che gli spetta e tutto va a finire al Consiglio europeo, che è diventato una specie di G7». Poiché i G7 in realtà sono già 15, credo che dovremmo chiedere al ministro Mattioli di rimettere ordine anche al motore europeo. Così la pensa anche il Presidente del Consiglio Amato che in una intervista del 3 ottobre
Credo che su questo ci possa essere una convergenza in maniera tale che cogliamo l'occasione della Carta dei diritti come nucleo fondante della Costituzione perché tutto questo possa l'allargamento che - mi rivolgo amabilmente al collega Buttiglione, perché nessuno se lo nasconde - non è a costo zero e lo sappiamo bene proprio perché i negoziatori da anni sono impegnati in una difficilissima negoziazione sui costi dell'allargamento che però non si può chiamare più così, è un ritorno all'Europa dei paesi europei.
E ancora. Romano Prodi l'altro giorno al Parlamento europeo ha ricordato che «il futuro dell'Europa finalmente ricomposta nella sua unità non è scritto una volta per tutte. Gli esiti di questo ciclo politico dipenderanno dalla volontà che saremo capaci di esprimere e, cioè o il mantenimento dello status quo, o un parziale e illusorio incremento della cooperazione intergovenativa o, invece, una prosecuzione del disegno istituzionale dell'Unione in modo coerente con i principi della democrazia, dell'equilibrio dei poteri, della sussidiarietà».
Signor Presidente, mi auguro che tutti i colleghi, al momento della valutazione delle varie risoluzioni, ritornino a considerare questo scenario complesso e denso di incognite, ma anche di speranze. Alla luce degli avvenimenti di queste ultime ore a Belgrado e Bujumbura (unisco volutamente queste due città così lontane e così vicine) lo scenario si mostra ancor più denso di responsabilità.
La Carta apre la strada ad un'Europa dei cittadini e dei diritti e costituisce il primo passo verso un ambizioso progetto di Costituzione europea che faccia da struttura portante di un'Europa unita e fondata su valori democratici. Essa rappresenta, inoltre, il presupposto necessario per la realizzazione di uno spazio comunitario integrato in cui siano garantiti simultaneamente, negli Stati membri, la pace, la sicurezza ed un livello uniforme di democrazia e di tutela dei diritti.
La stessa originale composizione della Convenzione, incaricata all'unanimità di predisporre il progetto di Carta, è indicativa dello sforzo compiuto tra istituzioni comunitarie e Stati membri e della volontà comune di codificare un insieme di valori e di diritti comuni europei.
In questa solenne sede mi preme sottolineare l'apporto innovativo che la Carta dei diritti può fornire in termini di codificazione del diritto comunitario e di introduzione di nuovi diritti. Per quanto attiene al primo aspetto (la codificazione del diritto comunitario), alla Carta spetta di unificare in un unico testo le norme comunitarie a tutela dei diritti che traggono la loro fonte nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo, nelle comuni tradizioni costituzionali degli Stati membri, nella Carta sociale europea, nel diritto comunitario primario e derivato, nelle diverse convenzioni internazionali e nella giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, va ricordato che, per la prima volta in un documento internazionale di tale livello, compaiono - insieme ai diritti civili e politici tradizionali - i diritti sociali ed economici ed i cosiddetti nuovi diritti inerenti bioetica, ambiente e protezione dei dati personali, la cui tutela è resa
Penso al diritto di accesso a misure di assistenza e sicurezza sociale, al fine di combattere l'esclusione e la povertà; al diritto ad un livello elevato di protezione della salute; a quello di accesso ai servizi di interesse economico generale; al diritto alla tutela dell'ambiente e ad un elevato livello di protezione dei consumatori.
Le norme contenute nel capo IV rispondono alla tendenza generale che si riscontra attualmente nell'Unione: riservare maggiore attenzione alle politiche sociali ed occupazionali. Le disposizioni in esso contenute rispecchiano, infatti, i principi che stanno alla base della nuova agenda sociale europea. Essa, in linea con le indicazioni del Consiglio europeo di Lisbona, si propone di incrementare il livello occupazionale dell'Unione, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, sviluppando una serie di misure di tutela sociale e sanitaria e promuovendo la lotta all'esclusione sociale e alla discriminazione.
Altri articoli che mi paiono particolarmente innovativi sono quelli relativi al divieto di clonazione riproduttiva per gli esseri umani, al diritto alla protezione dei dati di carattere personale, alla libertà delle arti e della ricerca scientifica, alla libertà di impresa, alla parità tra uomini e donne in materia di occupazione e retribuzione, al diritto ad una buona amministrazione.
Un'altra questione che voglio affrontare riguarda l'importanza del metodo di trasposizione della Carta in ambito comunitario. Ritengo essenziale che la Carta abbia valore giuridico vincolante e non sia una semplice dichiarazione di intenti. A tal fine essa dovrebbe essere integrata nei trattati, cosa che permetterebbe di estendere anche alle disposizioni della Carta la tutela giurisdizionale della Corte di giustizia. A tale proposito mi piace richiamare alla memoria dei colleghi la risoluzione approvata il 10 febbraio scorso dalle Commissioni riunite affari esteri e politiche dell'Unione europea della Camera, con cui si impegnava il Governo in un'azione atta ad assumere la Carta dei diritti come preambolo fondamentale costitutivo dei trattati. Ritengo, pertanto, che uno status giuridico vincolante, accompagnato da adeguati meccanismi sanzionatori in caso di violazioni delle disposizioni della Carta, sia essenziale perché la stessa possa svolgere il compito che le è proprio: promuovere ed assicurare maggiore garanzia e certezza del diritto. La definizione di un quadro giuridicamente vincolante di principi democratici comuni mi pare oltremodo opportuna in vista dell'allargamento dell'Unione ai tredici nuovi Stati dell'Europa dell'est. Si tratta, infatti, di garantire a tutti i cittadini dell'Europa unita uno standard uniforme di protezione dei diritti e di individuare nel rispetto dei principi contenuti nella Carta una delle condizioni necessarie per l'annessione dei paesi candidati.
La definizione di un quadro giuridico dei diritti è ancor più urgente se si considera che in ambito comunitario l'unico articolo di riferimento in materia di tutela dei diritti è l'articolo 6 del Trattato dell'Unione europea. Esso stabilisce in modo generico, senza specificarne i contenuti, che l'Unione si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, principi che sono comuni agli Stati membri. L'unico meccanismo di sanzione previsto in caso di violazione dei diritti è disciplinato dal successivo articolo 7, con cui si attribuisce al Consiglio dei ministri dell'Unione la facoltà di constatare l'esistenza di una violazione grave e persistente dei principi di cui all'articolo 6 da parte di uno Stato membro e di disporre a carico
Onorevoli colleghi, il progetto di Carta dei diritti, come si legge nella relazione, è certamente il frutto di una mediazione tra posizioni e culture diverse, ma mi pare giusto ed importante sottolineare che, mentre registriamo questo aspetto, dobbiamo anche esaltare il dato significativo che esso non si limita ad un semplice assemblaggio dei diritti riconosciuti dalle costituzioni nazionali e dalle convenzioni internazionali, ma introduce nuovi diritti e principi innovativi la cui positiva affermazione non è contemplata nelle costituzioni dei singoli Stati membri dell'Unione.
Se è vero, come a noi tutti sembra essere, che l'esito positivo del processo di riforma dell'Unione europea dipende dal mantenimento di un forte nesso tra Carta dei diritti fondamentali, riforme istituzionali e processo di allargamento, il primo passo è l'adozione di una Carta dei diritti che conduca ad un'Europa politicamente più coesa e maggiormente consapevole delle proprie radici di democrazia, libertà e riconoscimento dei diritti della persona. Riforme istituzionali e Carta dei diritti sono due aspetti inseparabili tra loro, non solo per procedere alla fase dell'allargamento, ma anche per realizzare un nuovo capitolo della storia della costruzione dell'Europa unita, non solo come occasione di grande mercato economico, ma unita politicamente nelle sue capacità decisionali, nei suoi valori sociali, nei principi fondamentali di libertà, democrazia e tutela dei diritti della persona.
L'appuntamento di Nizza è quindi di importanza decisiva per il futuro dell'Europa. Sappiamo che i suoi esiti non sono affatto scontati, come si è detto. Lo dimostra il travaglio del dibattito fin qui registratosi proprio nel corso della Conferenza intergovernativa e sulla Carta dei diritti. Tale dibattito è stato caratterizzato da posizioni spesso molto divergenti e di difficile composizione, al punto che, come si è detto, si è temuto uno slittamento dell'appuntamento di Nizza.
Non c'è dubbio che l'ipotesi di un fallimento esporrebbe l'Europa ad una crisi di credibilità non solo rispetto ai mercati ed ai paesi candidati alle elezioni, ma nei confronti degli stessi cittadini. L'augurio che rivolgo (mi sembra strana peraltro la posizione assunta dal capogruppo di Forza Italia, onorevole Pisanu, perché in essa noto un arretramento rispetto ai passi avanti che si erano compiuti, grazie anche al contributo che la stessa Forza Italia aveva fornito nel partito popolare all'elaborazione della Carta dei diritti) è che il Parlamento italiano sia in grado di raggiungere una convergenza unitaria e che nei prossimi giorni, quando saremo chiamati al voto sulla risoluzione presentata, per il momento, dalla maggioranza, si possa realizzare una convergenza che dia forza al Governo italiano ed alla delegazione del nostro paese nella Conferenza intergovernativa e nel Consiglio europeo. Auspico anche che per questa via si raggiunga un pieno successo e la realizzazione degli impegni che in questa occasione abbiamo sottoscritto e sostenuto (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
Onorevole Nardini, le ricordo che ha tredici minuti di tempo.
L'Europa dei popoli, avevamo detto, e non dei mercati e dei mercanti, un'Europa che potesse cogliere un'importante occasione di riflessione culturale e politica avanzata sul terreno dei diritti consolidati
Quanto al metodo, abbiamo la partecipazione degli addetti ai lavori con una modalità ed una pratica politica che ormai sta diventando una costante: tante prolusioni, tante parole che sotto nascondono il nulla o poco più ed infatti l'enunciazione dei principi si scontra fortemente con la realtà.
Da qui sarebbe dovuta partire una discussione sulla Carta dei diritti europei, un andare oltre rispetto alla Costituzione già in vigore, un di più, molto di più, una nuova capacità di darsi istituzioni non sulla base di una razionalità astratta, ma muovendo da se stessi, per darsi regole insieme e per vivere insieme, per riconoscersi reciprocamente come cittadini.
Ma a quale Europa si pensa se il diritto alla pace non è previsto, se vi è poco, molto poco di garanzie per i cittadini emigranti, poco rilievo sui problemi delle biotecnologie, niente sul diritto di sciopero e poco sul diritto fondante del patto costituzionale: la libertà o le libertà?
Questa Carta dei diritti è senz'anima perché non guarda ai soggetti, alle donne, agli uomini, ai bambini e alle bambine. Veramente non guarda neppure agli animali poiché non viene promosso neppure il loro rispetto!
Anche questa Carta è attraversata da una ispirazione profondamente liberista e sono scivolati chissà dove gli uomini e le donne in carne ed ossa. È scivolato come acqua sul vetro il teatro di guerra del Kosovo; esso non ha insegnato nulla. È stato fatto un compitino, che non ha voluto arrivare al cuore della questione e non ha voluto che i soggetti si affacciassero sulla scena europea, per essere determinanti alla sua costruzione.
Signor Presidente, nel dibattito di questa sera siamo per così dire scivolati nei desiderata che ciascuno ha voluto esprimere. Non è stato un dibattito sincero e leale perché tutti hanno voluto esprimere i propri desideri e hanno finto che fossero scritti sulla Carta; altri hanno risfoderato i manifesti del 1948, contro il comunismo.
Credo che si sarebbe dovuti veramente andare al di là. Con ciò intendo riferirmi a quello che Foucault ha chiamato diritto alla vita, al corpo, alla salute, alla felicità, alla soddisfazione dei bisogni. Mi riferisco anche al diritto di ritrovare, al di là di tutte le oppressioni nei confronti delle nazioni, quello che si è. Questo diritto così incomprensibile per il vecchio sistema giuridico è ormai sottoposto alla replica politica e costituzionale che lo organizza e lo sistema in forme giuridiche astratte perdendo così la complessità e l'unitarietà dell'individuo vivente.
Ecco, avremmo voluto che queste cose fossero entrate nel dibattito e in una discussione. Ci auguriamo che il Presidente del Consiglio venga qui in Parlamento perché si possa avviare una discussione vera, sui contenuti e sul merito di questa Carta e non solo sui principi fondamentali. Chiediamo questo perché il Parlamento abbia un senso e si esprima come soggetto e possa intervenire anche introducendo delle modificazioni nella Carta.
Diversamente, questa sera avremmo fatto un dibattito ameno e sinceramente non avremmo fatto un lavoro per questo paese e nemmeno per l'Europa.
La convenzione, di cui ho fatto parte, incaricata di scrivere il progetto della Carta dei diritti, ha concluso i suoi lavori soltanto lunedì scorso, formulando un progetto che sarà consegnato a Biarritz nella prossima settimana: tempi, dunque, ravvicinatissimi.
Questo progetto di Carta - lo dico anche per chi mi ascolta fuori da quest'aula, è rintracciabile anche in Internet nel sito dell'Unione europea sotto il nome di «convent50» - è frutto di molti compromessi ed è, quindi, destinata a suscitare critiche in ciascuno di noi, me compreso che ho fatto parte di questa Convenzione. Spero, però, che in altre parti sia destinata a suscitare anche consenso, come del resto accade per tutti i compromessi.
A ben vedere, l'alternativa sarebbe stata quella di rinunciare a scrivere un progetto di Carta dei diritti e di dichiarare che 62 persone provenienti da tutti e 15 i paesi dell'Unione europea non erano in grado di delineare un progetto - badate bene - di Carta dei diritti fondamentali grazie al quale consentire al Consiglio europeo di lavorare e di prendere decisioni.
Ciascuno dei 15 Stati facenti parte dell'Unione ha i propri caratteri specifici, quindi la Carta è un compromesso perché ha dovuto trovare una conciliazione innanzitutto tra i diversi caratteri nazionali. Tuttavia, la Convenzione non ha dovuto tenere conto soltanto di queste 15 diversità; infatti, in Europa e all'interno di ciascuno Stato esistono differenti culture politiche e differenti tradizioni giuridiche, tradizioni costituzionali, a volte addirittura opposte, il che spiega anche l'opposizione che il rappresentante del Governo britannico ha esercitato fino all'ultimo nei confronti di questa Carta che costituirà per la Gran Bretagna, se sarà adottata, un vero e terribile shock perché, come molti sanno, essa non ha una costituzione scritta. Essa è, inoltre, un compromesso tra una variegata gamma di opinioni filosofiche e di convinzioni religiose di cui tanto si è parlato anche nella seduta di oggi. Per di più, l'Europa, come tutto il resto del mondo, sta vivendo il tormentato passaggio da una civiltà agricola durata diecimila anni e una civiltà nuova che sta nascendo ora e che è ancora confusa e informe. È un passaggio di civiltà che contribuisce a rendere ancora più problematica la ricerca dei compromessi necessari.
Dal 1914, vale a dire dall'epoca in cui l'84 per cento delle terre emerse si trovavano sotto il suo dominio, l'Europa è in costante declino. È vero, l'Europa possiede un grande patrimonio culturale, contiene in sé enormi possibilità e posso dire che è il luogo delle nostre speranze e, tuttavia, è in declino. Non soltanto, ma è ancora capace di straziarsi drammaticamente, proprio in queste ore, come ci viene confermato dalle notizie che ci pervengono minuto per minuto dalla ex Iugoslavia. Questi drammi avvengono proprio perché i diritti fondamentali, magari di quelli che noi possiamo considerare banali, contenuti in questa Carta dei diritti, non vengono rispettati.
Riprendendo ad occuparmi della storia e non della drammatica cronaca di queste ore, dirò che l'Europa si è lacerata nel corso della prima guerra mondiale e che soltanto l'intervento degli Stati Uniti d'America riuscì a riportare la pace. L'Europa si è lacerata nel corso della seconda guerra mondiale e, ancora una volta, l'intervento degli Stati Uniti d'America si è rivelato decisivo per riportare la pace.
La terza guerra mondiale, vale a dire la «guerra fredda», ha spaccato anch'essa
Dopo la fine della «guerra fredda», l'Europa, o per meglio dire l'Unione europea, ha deciso di dare vita ad una moneta unica e molti immaginavano che tale moneta potesse raccogliere una fiducia pari, se non superiore, a quella del dollaro, il che, come sappiamo, non è stato.
Oggi l'Unione europea vuole estendersi ad est, ma anche tale allargamento rischia di provocare problemi difficili da risolvere. Leggendo poco fa le notizie di agenzia, ho appreso che l'onorevole Amato è andato a Londra a parlare con Blair di questi problemi, perché si tratta di problemi molto drammatici che - mi auguro di no - potrebbero preludere ad una crisi grave dell'Unione europea, molto più grave di quella che finora si è resa evidente. Tra l'altro, domani Blair pronuncerà a Varsavia un discorso che pare cruciale - così è stato definito dalle agenzie -, ma del quale i giornali inglesi parlano già da quindici giorni. Non ho trovato alcuna eco di tale notizia e di tale preannuncio; per la verità, credevo che questo discorso sarebbe stato pronunciato oggi e ne ho cercato traccia questa mattina nelle notizie di agenzia. Domani vedremo cosa dirà Blair; presumo di saperlo, perché i giornali inglesi li leggo, ma non voglio annunciarlo perché potrei essere smentito molto facilmente quando leggeremo le cronache di questo viaggio in Polonia.
Il progetto di Carta è stato redatto anche in vista dell'indicato allargamento, al fine di disporre di un elenco di diritti fondamentali da presentare preliminarmente ai paesi candidati; questa è una delle ragioni per le quali la Carta è stata elaborata. Ecco, dunque, un altro elemento importante di cui la Convenzione ha dovuto tenere conto nel concludere i compromessi di cui ho parlato, compromessi che hanno condizionato la redazione del progetto. Anche i paesi candidati possiedono culture, tradizioni, a volte molto, molto difformi da quelle dei quindici Stati oggi facenti parte dell'Unione.
Dichiaro tutto ciò per ricordare a tutti fino a qual punto la realtà dell'Unione europea sia multiforme e fino a qual punto sia arduo il cammino per conferire ad essa un'unità politica oltre che economica; lo dico proprio per amore verso l'Europa. Secondo me, la salveremo soltanto valutando con freddezza le sue difficoltà e i suoi drammi, non nascondendoli, come spesso si è fatto anche in quest'aula, anche oggi pomeriggio, sotto il manto della retorica.
Il fatto che questo progetto di Carta possa suscitare critiche, oltre che consensi, non deve affatto essere considerato un male; infatti, è soltanto attraverso le polemiche più sofferte che potranno essere ricomposte le ben più tremende lacerazioni che fino a ieri hanno dissanguato l'Europa nelle trincee, nelle guerre, nei campi di concentramento e nei lager.
Il fatto che questo progetto di Carta possa animare ed anche turbare i cittadini servirà, forse, a far capire loro quale rilievo possa assumere nella vita quotidiana la presenza di un'unione europea e potrà incitarli, pertanto, a recarsi alle urne in maggior numero allorché bisognerà eleggere il Parlamento europeo.
Neppure il fatto che questo progetto di Carta possa provocare un forte ed acceso dibattito in seno al nostro Parlamento deve essere considerato un male, poiché, anzi, l'intensità del dibattito potrà aiutarci ad uscire dalla nostra provincia, dal nostro circoscritto teatro politico, e potrebbe - speriamo - insegnarci a guardare le cose secondo una prospettiva più ampia.
Prima di concludere, vi ricorderò che la Convenzione, incaricata di scrivere il progetto di Carta, era composta da 62 membri provenienti dai Parlamenti nazionali (due per ciascuno Stato), dal Parlamento europeo (sedici parlamentari in totale), oppure erano quindici persone nominate dai quindici Governi (uno per ogni esecutivo) più un rappresentante della Commissione europea, che era il commissario Vittorino.
Le diverse componenti della Convenzione hanno votato soltanto all'inizio - come è già stato detto - per eleggere i tre vicepresidenti ed hanno eletto per acclamazione il Presidente Roman Herzog, ex Presidente della Repubblica federale tedesca. Ricordo, purtroppo, che quest'ultimo poi si è ammalato ed ha perso sua moglie mentre i lavori erano in corso (ha avuto un infarto). Ciò dimostra, tra l'altro, la sua forte qualità umana, poiché la sofferenza per la perdita di sua moglie penso che sia stata una delle cause di questo infarto.
Manca molto la presenza di Herzog, perché è una persona equilibratissima, che avrebbe potuto svolgere un ruolo molto importante a Biarritz nella prossima settimana; invece, dovranno andarci i tre vicepresidenti e il commissario Vittorino.
Le diverse componenti della Convenzione quindi hanno votato soltanto all'inizio ma, a parte ciò, dopo il metodo non ha più comportato votazioni. In ogni riunione, infatti, noi parlavamo, esprimevamo le nostre critiche e i nostri rilievi e davamo i nostri suggerimenti; ma, a un certo momento, siamo stati anche autorizzati a presentare dei veri emendamenti scritti e, di volta in volta, il Presidium (ovvero i tre vicepresidenti, il presidente e il commissario Vittorino) aggiornava un progetto di Carta modificandolo, a loro giudizio, in base alle discussioni intervenute e agli emendamenti presentati.
A questo proposito, vorrei fare una precisazione rispetto a quanto aveva detto il collega Pisanu circa il rapporto tra il sottoscritto e gli altri membri italiani della Convenzione. Ho avuto sempre rapporti cordialissimi con tutti e tre i membri; è stata, anzi, una bella esperienza, anche grazie alla loro presenza, tuttavia, ciò che Pisanu intendeva dire era che io i miei emendamenti li ho presentati da solo, grazie anche all'aiuto dei funzionari di Montecitorio. Ho soltanto aderito ad un emendamento del professor Rodotà, che riguardava la privacy e, assieme al deputato tedesco Mombaur, ho presentato un emendamento che riguardava il preambolo.
Tutto il lavoro della Convenzione si è svolto con la massima trasparenza poiché tutti i documenti della Convenzione, fin dall'inizio, e tutti i progetti di Carta sono stati messi a disposizione di tutti grazie a Internet, in tempo reale! Un numero elevatissimo di persone, di personalità, di organizzazioni appartenenti ai paesi di tutta l'Europa hanno di continuo inviato le loro osservazioni, le loro critiche e i loro suggerimenti.
Il 31 luglio - probabilmente sapendo che i deputati italiani non hanno in genere grande confidenza con Internet - il Presidente Violante ha inviato in forma cartacea a tutti i deputati il Convent n. 45, che era non la redazione finale, ma la «quasi» redazione finale di questa Carta. Ebbene, vi dirò che nessun deputato di nessun gruppo mi ha fatto un discorso di questo genere: altolà Melograni, ho letto che tu sei membro di questa Convenzione; questa Carta dice certe cose che non mi garbano (oggi abbiamo sentito molti criticarla) e, per favore, porta a Bruxelles la voce di un dissenso! Poi io avrei fatto, naturalmente, sovranamente ciò che volevo. Ma non ho avuto questo imbarazzo, perché nessun deputato mi ha detto nulla!
Ricordo che la Convenzione non aveva alcun mandato per innovare. Si è dovuta limitare alle fonti giuridiche indicate nel mandato ricevuto e quindi ha dovuto attingere a queste fonti: in primo luogo, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo; in secondo luogo, le tradizioni costituzionali degli Stati membri in quanto principi generali del diritto comunitario; in terzo luogo, i diritti economici e sociali contenuti nella Carta sociale europea, purché non meramente programmatici. Poi, in effetti, qualcosa di programmatico ho l'impressione che sia rimasto.
Il risultato finale è sotto gli occhi vostri. Si tratta per ora di un documento dell'Unione che dovrà essere accettato dal Consiglio europeo, forse già la prossima
La questione di valutare se, e all'occorrenza come, questa Carta possa essere integrata nei trattati dell'Unione sarà affrontata in una fase successiva. Così è già scritto nei documenti dell'Unione europea.
Come ho già spiegato, io stesso assumo nei confronti di questo documento un atteggiamento ambivalente: ne accetto con entusiasmo molte parti, sono molto dubbioso su altre; ma questo è il risultato di tutti i compromessi.
Sono lieto di segnalare che il progetto di Carta condanna la pena di morte, proclama il rispetto della vita privata e familiare, afferma il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione, d'informazione, di riunione e di associazione. Un articolo è dedicato al rispetto del diritto di proprietà; un altro al rispetto della diversità culturale, religiosa e linguistica.
A differenza della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, questa Carta tiene sempre presente il ruolo fondamentale delle donne. In più, c'è anche il diritto di sciopero, contrariamente a quanto ho sentito prima dall'onorevole che mi ha preceduto.
I diritti sociali sono inclusi nel capo IV. Potranno essere giudicati incompleti da numerosi deputati della sinistra, come abbiamo già visto oggi, ma sappiamo che le organizzazioni dei datori di lavoro hanno già consegnato dei documenti di fuoco.
In primo luogo, questa Carta è troppo lunga ed ha incluso dei diritti che non sono fondamentali, a dire il vero. Ho detto pubblicamente questa cosa, in sede di convenzione, ma non è che la mia parola sia decisiva.
In secondo luogo, mi sembra che la Carta sia troppo timida dal punto di vista della modernità e quindi della globalizzazione. Se, infatti, vogliamo consentire all'Europa di contrastare il declino del quale essa soffre da quasi un secolo, dovremmo ribadire principi e diritti atti a favorire in ogni modo il processo di modernizzazione.
Per comprendere fino a che punto sia difficile mettersi tutti d'accordo attorno ad una Carta dei diritti, ricorderò che sia a Bruxelles, sia in Europa, sia in Italia, sia qui, in questa stessa aula, molti o moltissimi, a differenza di me, temono questo processo e possono arrivare a considerarlo addirittura contrario al vero spirito dell'Europa. Il fatto che, nonostante tante diversità, tanti timori, tanti giudizi e tanti pregiudizi, i rappresentanti di quindici Stati si siano messi d'accordo su un testo comune - spero di buon livello - rappresenta di per sé un evento straordinario grazie al quale - ce lo auguriamo - l'Unione europea potrà sopravvivere, crescere e prendere maggiore coscienza di sé. Grazie. Mi scuso per avere sforato i tempi.
È iscritto a parlare l'onorevole Mantovano. Ne ha facoltà.
Inizio dal preambolo, là dove si fa riferimento ai valori comuni dell'Europa che sono la garanzia per un futuro di pace. Questi valori - si legge nel preambolo - hanno base nella consapevolezza del patrimonio spirituale e morale dell'Europa, ma sembra che l'Europa esista soltanto a partire dal 1789. Si parla infatti di valori universali di dignità umana, libertà, eguaglianza, solidarietà. Forse è mancata la fraternità in questa adesione quasi acritica alla rivoluzione francese. Potrei aggiungere che il 1789 ha introdotto nel cuore dell'Europa elementi di crisi che hanno effetti ancora oggi, ma l'esistenza dell'Europa, la sua identità politica e prima ancora culturale hanno radici più lontane; tre città descrivono il profilo ideale dell'Europa: Atene con la sua filosofia dell'essere, Roma con la sua costruzione giuridica e prima ancora, anche se si trova fuori dei confini dell'Europa, Gerusalemme, testimone della fede in un Dio unico che stabilisce un rapporto personale con l'uomo e che parla all'uomo in modo diretto in un'epoca in cui l'idolatria comportava anche una minore considerazione dell'uomo in quanto tale.
Per le strade dell'Europa è identificabile un percorso religioso, prima ancora che culturale e politico, che partendo da Gerusalemme riversa nel continente l'elaborazione filosofica greca e la struttura del diritto romano. Questo patrimonio costituisce la base di sviluppo e il riferimento costante della crescita dell'Europa e il grave limite della Carta si trova già nel preambolo: non include nel patrimonio comune dell'Europa il riferimento alle sue radici cristiane, quelle radici che hanno consentito al nostro continente di sollevare se stesso dopo le invasioni barbariche, che hanno preservato il retaggio della cultura antica, che hanno consentito all'Europa di respirare contestualmente con i polmoni delle differenti sensibilità orientale e occidentale. L'Europa di questa Carta - lo ripeto - sembra essere nata il 14 luglio 1789 e non, per esempio, il 21 aprile del 754 avanti Cristo o la notte di Natale dell'anno 800.
Non solo non si fa riferimento alle radici cristiane dell'Europa, ma neanche al suo patrimonio religioso. Certamente non si vuole negare il pluralismo religioso oggi presente in Europa, si chiede soltanto rispetto per la verità storica, un rispetto che poi nel corso dell'articolato deve portare necessariamente a delle rettifiche, a delle risistemazioni. Va scongiurato il rischio che questa Carta rappresenti un ulteriore contributo alla destrutturazione dell'uomo. Mi sembra veramente strano, per esempio (non vi è il tempo per esaminare tutti i problemi che la Carta solleva, ma provo ad accennarne qualcuno), che all'articolo 1 della Carta si parli della dignità dell'uomo - è giusto parlarne - e all'articolo 2 si parli del diritto alla vita: forse la vita non è il presupposto di ogni altro diritto e di ogni altro tipo di rispetto che merita l'uomo? La vita - forse andrebbe precisato e questa potrebbe essere l'occasione giusta per farlo - in tutta la sua estensione, dal concepimento alla morte naturale.
Il rischio di un utilizzo improprio della Carta si riscontra anche in alcuni passaggi ulteriori, là dove per esempio nella parte finale dell'articolo 3 si parla del rispetto delle persone e del divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani. Perché l'aggettivo «riproduttiva»? Forse la clonazione cosiddetta terapeutica va tollerata o addirittura sollecitata?
Perplessità emergono anche dall'articolo 9, in cui si parla del diritto di sposarsi e del diritto di costituire una famiglia, quasi a voler scindere - mi auguro che questa non sia un'interpretazione maliziosa, ma credo invece che sia
Nella Carta non trovo traccia né riferimento alla libertà di educazione. Vi è un elenco di vari diritti e di varie libertà, ebbene questa manca e non si può dire che nel nostro continente non vi sia un problema di tendenziale monopolio statalistico dell'educazione e dell'istruzione. Un articolo teso esplicitamente a rivendicare la scelta della famiglia in ordine all'indirizzo educativo dei propri figli e all'indirizzo di istruzione non può mancare in una Carta che, peraltro, si diffonde analiticamente su altre libertà e su altri diritti certamente meno importanti.
Che dire poi di quello che si legge all'articolo 21, dedicato alla non discriminazione? Si dice all'inizio che è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata in particolare sul sesso. Tutti condividiamo il divieto di discriminare sulla base del sesso - ci mancherebbe altro -, ma che significato ha poi più avanti nel testo dell'articolo vietare la discriminazione fondata sulle tendenze sessuali? È evidente quale sia lo scopo di una norma concepita in questo modo: scindere la sessualità biologica dalla sessualità «scelta», tra virgolette, che può non coincidere, ma per volontà del soggetto certamente non conforme al diritto naturale, con la sessualità biologica.
Vi sono poi tante imprecisioni sulle quali non mi soffermo - anche perché credo che il tempo a mia disposizione stia per esaurirsi -, ma credo che qualche rettifica anche sul piano strettamente...
Sul piano strettamente tecnico qualche rettifica è indispensabile. Vi è un passaggio in cui si dice che nessuno può essere condannato per un'azione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o il diritto internazionale. Apprendo, leggendo questa norma, che il diritto internazionale è fonte normativa in materia di reati. Credevo che fosse qualche altra cosa, ma probabilmente i ricordi dell'università sono sbiaditi.
Va evitata una partenza zoppa. Questa bozza può costituire un punto di riferimento per iniziare un lavoro che è tutto da fare e va fatto in conformità alle autentiche tradizioni dell'Europa, ciò per cui l'Europa è ammirata nel mondo (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania).
Questa Carta si divide in sette capitoli. Il compito che mi accingo a svolgere è commentare il secondo capitolo, quello sulle libertà, e credo che si potrebbe parlarne a lungo senza riuscire a concludere nulla.
Ritengo che, prima di tutto, bisogna intendersi sul significato dell'espressione «diritto alla libertà». Secondo me libertà non significa fare quello che si vuole, a meno che non si abiti su un'isola deserta come Robinson Crusoe, perché questa è anarchia; libertà significa, in un mondo che si appresta a vivere il terzo millennio dell'era cristiana, costruire un insieme di diritti e di doveri che contribuiscano a creare una convivenza pacifica solidale e moralmente sana. Pertanto, secondo noi della Lega nord, i diritti di libertà enunciati in questa Carta sono eccessivamente permeati da una pseudocultura di presupposta modernità e di evidente ispirazione marxista.
Tale modo di pensare, che tende ad annullare le singole identità culturali e le antiche consuetudini morali, dimenticando tutto il passato, è forse dovuto alla grande tragedia della seconda guerra mondiale che, come un grande spartiacque mentale, ha indotto una forma mentis nelle generazioni che l'hanno vissuta tendente ad annullare tutto ciò che era prima compresi anche - purtroppo, dico io - quei valori positivi che sono stati il fondamento della nostra civiltà europea ed imperniati sulla cellula minima, che è la famiglia naturale, fondata sul matrimonio e atta a procreare figli, mal rappresentata dall'articolo 9 che potrebbe aprire anche a coppie anomale che noi della Lega nord non possiamo considerare come un fondamento della nuova società europea.
Questa cellula minima ha poi necessità di aggregarsi ad altri nuclei ed ecco che i grandi Stati nazionali, che nell'ottocento hanno fatto grande l'Europa, ora paradossalmente sono i maggiori ostacoli all'integrazione europea; servono nuove aggregazioni, non create dall'alto ma dal basso, che secondo noi della Lega nord Padania devono rifarsi secondo il diritto di autodeterminazione dei popoli. È questo, secondo noi, il grande assente in questa Carta dei diritti e il pilastro fondamentale di costruzione della nuova Europa (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
L'altro momento importante che celebriamo è quello della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (ma sarebbe stato meglio dire «dei cittadini europei») che è il primo grande momento di aggregazione, di scambio, di tentativo di avvio di una cooperazione politica.
Non so se avrò il tempo di entrare nel merito ma vorrei parlare di una questione che mi sta particolarmente a cuore. Se è una Carta dei diritti fondamentali, deve enunciare principi fondamentali e non può essere frutto di compromessi: i principi fondamentali debbono assolutamente trovare tutti concordi. Non si può dare priorità alla libertà o ai diritti piuttosto che ai doveri, alla dignità della vita piuttosto che al diritto alla vita. Deve trattarsi, quindi, di principi mentre, in questo caso, si sta andando al di là delle enunciazioni di principio.
Una cosa è la Carta che dovrebbe, appunto, enunciare e permettere di riconoscersi nei principi fondamentali, altra cosa è la Costituzione europea che - se mai si farà - potrà anche avere in premessa la Carta, ma dovrà essere qualcosa che stabilisca i rapporti, i tipi di sovranità e di sussidiarietà all'interno dell'Unione europea. Inoltre, si dovrà trattare anche dei rapporti fuori dell'Unione europea; infatti, ricordiamoci che con gli accordi di Schengen (ovvero, il terzo pilastro) si arriva ai cerchi non concentrici: infatti, l'Islanda e la Norvegia, pur cooperando strettamente, rientrano nel terzo pilastro dell'Unione europea.
Dunque, i principi debbono essere fondamentali e la Costituzione europea dovrebbe avere tutt'altro aspetto; inoltre, vi è la questione della revisione dei trattati. Nel Parlamento si continuano ad affrontare questi tre punti come se fossero questioni separate. Colleghi, se davvero vogliamo una forte integrazione europea ed una Europa paneuropea (che delimiti chiaramente i confini entro cui vuole arrivare con la cooperazione economica e politica e in materia di sicurezza internazionale), non possiamo continuare a trattare i tre temi fondamentali sul tavolo dell'Europa come se fossero tre merci da comprare in mercati diversi. Non è possibile! Affrontiamoli tutti in un'ottica completa ed unica per poter dare, finalmente, un segnale di integrazione e di volontà di andare avanti.
Inoltre, per restare in questo ambito, vorrei suggerire che si arrivi ad un trattato unico. A cosa serve continuare a fare le conferenze intergovernative per la revisione dei trattati? Sarebbe meglio studiare tutti insieme un trattato unico, eliminando ciò che non serve più degli altri trattati e rafforzando quel che, invece, va mantenuto. Potremmo comporre il tutto con la Carta dei diritti fondamentali (che preferirei definire l'enunciazione dei principi fondamentali in cui tutti i cittadini europei si riconoscono) e con una eventuale Costituzione europea, che stabilisca punti fondamentali in materia di rapporti di sovranità.
Signor Presidente, nella risoluzione a mia firma sono enunciati alcuni principi; certamente nella Carta sono contenute alcune cose inutili e si fa grande confusione. Alcune parti sono scritte male: sto riportando commenti fatti anche dalla stampa, per cui non dico nulla di nuovo. Vi è, però, una cosa importante da sottolineare: non si è voluta rispettare la chiara distinzione con quello che già l'Unione europea ha fatto e con ciò che gli Stati membri dell'Unione europea hanno acquisito come proprio; mi riferisco alla dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite e alla Convenzione cosiddetta di Strasburgo, sebbene sia stata firmata a Roma.
C'è anche una grande confusione e sovrapposizione - o contrapposizione, a seconda dei punti - con la Carta sociale, la prima e la seconda. Peraltro, tanti paesi che hanno collaborato a questa Carta dei diritti fondamentali non hanno ancora ratificato la Carta sociale, soprattutto la seconda.
Avrei voluto fare altri commenti, ma il Presidente suona il campanello ed io non voglio assolutamente abusare della sua pazienza. Suggerisco però una cosa, ritornando al punto di partenza che riguarda specificamente il dibattito, per essere non più soltanto europeisti, ma europei, e sentirci davvero tali. Allora il dibattito potrebbe nascere da questo primo inizio, da questa consultazione parlamentare - non la considererei, infatti, molto di
È iscritto a parlare l'onorevole Guido Giuseppe Rossi. Ne ha facoltà.
Non a caso in questa Carta non si parla dei diritti dei popoli. Si parla dei diritti degli individui, si parla dei diritti degli Stati, ma non dei diritti dei popoli. Allora la domanda che poniamo è questa: i popoli hanno dei diritti? Hanno il diritto di tutelare la propria lingua, la propria identità culturale, la propria fisicità nei confronti di un'immigrazione da popolamento che diventa, in taluni casi, invasione? I popoli, insomma, hanno diritti o non ne hanno? A questa domanda, purtroppo, una certa impostazione culturale non dà risposta o addirittura dà una risposta negativa. I popoli non devono avere diritti; possono averli solo gli individui, ma sappiamo che di fronte ai grandi fenomeni della globalizzazione anche gli stessi individui perdono quei diritti. Infatti, in processi di dimensioni così ampie come la globalizzazione e il mondialismo, l'individuo non conta assolutamente più niente. Solo i popoli, i corpi intermedi, possono essere uno scudo, rappresentare una possibilità di difesa nei confronti di processi che sono totalitari... Presidente, posso utilizzare i tre minuti di tempo del collega che non è presente?
Si tratta dunque della stessa logica che è stata usata in questo Parlamento sulla
Questa confusione secondo noi non è casuale. Equiparare i cittadini che da sempre vivono in Europa e che sono espressione dei popoli che formano la grande famiglia europea con coloro i quali magari sono entrati clandestinamente nei nostri territori e che, grazie alle numerose sanatorie che i Governi d'Europa a guida socialista hanno fatto in questi anni, vengono equiparati agli altri cittadini è un attentato all'identità della nuova Europa. Vi è una filosofia di fondo che ispira questa Carta, che è quella tipica dei sistemi socialisti: sono i sistemi della pianificazione e del centralismo democratico che impongono stravolgimenti radicali all'identità dei popoli, convinti che solo le istituzioni pubbliche siano portatrici delle risposte vere dei bisogni dei cittadini.
Signor Presidente, noi ci riconosciamo nei valori profondi che storicamente hanno plasmato i popoli d'Europa. Non vogliamo essere massificati ed omologati con culture che non ci rispettano e che dimostrano nelle terre in cui sono egemoni tutta la loro aggressività.
Una Carta dei diritti fondamentali per la nostra Europa non può prescindere dalla storia che caratterizza le nostre identità, ma deve essere rispettosa delle nostre culture e rimarcare e difendere i diritti di chi, da sempre, vive in Europa (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
Per quanto riguarda il contenuto degli articoli del documento in esame, avrei dovuto occuparmi delle problematiche relative al settore della giustizia. Vista l'eseguità del tempo a mia disposizione dirò che quelle di cui ci stiamo occupando mi sembrano pure enunciazioni di principio e di una vacuità sostanziale.
Vorrei aggiungere - lo dico rivolgendomi ai pochi colleghi presenti e perché ne rimanga traccia nel resoconto stenografico - due basilari considerazioni sul binomio inscindibile democrazia-giustizia, che ci tengono e ci terranno lontani dall'Europa dei popoli e dai principi comuni che proprio la nostra legislazione più recente rende irraggiungibili, divergendo ulteriormente da essi la nostra giurisprudenza nazionale.
La prima considerazione attiene al mantenimento nei nostri codici dei più odiosi e superati reati di opinione. Mi riferisco alla recente mancata depenalizzazione dei reati di opinione. A tale riguardo ricordo - come abbiamo sostenuto in quest'aula - che siamo rimasti i soli!
La seconda considerazione attiene all'allontanamento del cittadino dalle sedi in cui si esercita la giustizia, e ciò in assoluta controtendenza con quanto avviene negli altri paesi europei che stanno portando la giustizia verso il cittadino. È quanto è avvenuto con la redistribuzione dei distretti giudiziari, in conseguenza dell'abolizione delle preture e con l'istituzione del giudice unico (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
È iscritto a parlare l'onorevole Borghezio. Ne ha facoltà.
Non c'è nemmeno il principio sacrosanto di autodeterminazione dei popoli riconosciuto dalla Carta dell'ONU. Ma vi è di più e di più grave e noi lo abbiamo rilevato in alcuni articoli che attengono ad un problema che sta particolarmente a cuore a chi come noi è attento alla difesa nell'identità culturale dei nostri popoli: l'immigrazione selvaggia. All'articolo 10 notiamo il riferimento ad un principio generalizzato e non definito di diritti di libertà religiosa estesi alla libera osservanza dei riti.
Il nostro saggio costituente aveva, invece, limitato questo diritto con la clausola «purché non si tratti di riti contrari al buon costume» che non contrastino con l'ordinamento giuridico (articoli 8 e 19 della Costituzione italiana). Qui si apre alla poligamia e all'infibulazione; siamo di fronte al tentativo di spalancare le porte, dal punto di vista giuridico, non a processi regolari ed ordinati di immigrazione, ma ad un'invasione indifferenziata.
Salta agli occhi un richiamo che singolarmente viene da un uomo di chiesa e che sarebbe stato lecito aspettarsi da un


