TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 679 di Mercoledì 28 settembre 2005


MOZIONI SULLE MISURE PER GARANTIRE LA SICUREZZA DEI CITTADINI

La Camera,
premesso che:
la strage di Madrid ha scosso l'opinione pubblica, provocando dolore, rabbia e paura. Gli attentati ai treni hanno portato l'attacco terroristico nel cuore dell'Europa: sono stati ideati per uccidere in modo indiscriminato, per mostrare un'eccezionale capacità di colpire e di nuocere, per portare la sfida fin dentro l'ordinaria vita civile di una comunità. Tutti abbiamo partecipato al dramma del popolo spagnolo, tutti sentiamo che quella minaccia ci insidia. E rende più insicuri;
sconfiggere il terrorismo rappresenta una priorità. Il terrorismo va arginato, colpito e sconfitto operando sul terreno in cui si muove. Serve un'azione comune di intelligence e di coordinamento per penetrare nelle sue organizzazioni, conoscere le reti di collegamento, recidere le fonti di finanziamento e di sostegno logistico, scoprire complicità e coperture. Serve insistere sulla prevenzione;
alla paura del terrorismo si lega la paura dei cittadini per la criminalità. Negli ultimi anni questo fenomeno sociale ha alimentato in Italia un senso di insicurezza diffuso, in grado di modificare le abitudini di vita delle persone e le loro relazioni. La paura di subire imprevedibili episodi di violenza matura dal numero dei reati o dalla constatazione di illegalità che si compiono nei contesti sociali abituali. Interessa maggiormente le persone socialmente deboli, che sentono di non essere in grado di opporre una resistenza adeguata in caso di aggressione, le persone meno abbienti, che non hanno i mezzi per assicurarsi o proteggere il proprio spazio di vita e per le quali i danni arrecabili rappresentano un'irrimediabile perdita, le persone che vivono in contesti urbani degradati o a forte disagio sociale, come sono, per esempio, le periferie delle grandi città;
il bisogno di sicurezza dei cittadini è divenuto, giustamente, una priorità dell'agenda politica di tutti i partiti. Invero, negli anni di Governo dell'Ulivo, il centrodestra lo ha assunto come cavallo di battaglia della propria opposizione, aiutato da una puntuale attenzione mediatica ai fatti di criminalità, e lo ha portato al centro dello scontro politico, fino a tutta la campagna elettorale del 2001. La paura era enfatizzata a prescindere dai dati reali dei reati, che, pur mostrando un andamento decrescente - soprattutto con riferimento ai reati di criminalità diffusa - non erano accettati come motivo di rassicurazione, ma volutamente ignorati, con l'intento di alimentare l'allarme sociale e il vissuto di vittimizzazione;
la scadenza elettorale per le elezioni politiche del 2001 è stata la più forte cassa di risonanza delle paure evocate e delle idee lanciate dal centrodestra, tradotte in slogan dentro una campagna carica di promesse. A partire da quelle fatte da Silvio Berlusconi nel suo «contratto con gli italiani», dove la strategia per «proteggere davvero i cittadini» contemplava l'obiettivo di «una forte riduzione dei reati commessi». Nel programma di Forza Italia questa strategia consisteva in: «controllo del territorio, forze dell'ordine meglio equipaggiate e meglio pagate, rapidità dei processi, certezza della pena, controllo dell'immigrazione clandestina»;
conclusa la campagna elettorale, l'avvio dell'attuale esperienza di Governo ha coinciso con un drastico abbassamento dei toni e sono scomparse dal lessico politico del centrodestra alcune istanze di cambiamento, come, ad esempio, la necessità di intervenire sulle norme processuali penali per garantire la certezza della pena. Le polemiche roventi sulla relazione esistente tra immigrazione e criminalità hanno ceduto il passo ad una nuova normativa, la cosiddetta «legge Bossi-Fini» del 2002, che, lungi dall'arrestare i fenomeni migratori, come più volte la Lega Nord aveva chiesto, ha inasprito alcune norme della cosiddetta «legge Turco-Napolitano» e ha favorito la richiesta di regolarizzazione per oltre 700.000 immigrati, un numero complessivamente pari alla somma delle quattro legalizzazioni precedenti;
in corrispondenza, i media hanno ridotto, nei numeri e nei tempi, la considerazione data agli episodi di criminalità. Nel 2002 l'osservatorio di Pavia ha riscontrato una diminuzione degli spazi dati da Rai e Mediaset alle notizie sull'immigrazione e sulla criminalità, scese le prime dai 963 minuti del primo trimestre 2001 ai 350 minuti del secondo trimestre 2001 e le seconde dai 2.625 ai 2.134 minuti;
i dati più recenti sull'andamento della criminalità in Italia dimostrano che, finora, non solo non si è verificata nel Paese la controtendenza promessa dal Presidente del Consiglio dei ministri in campagna elettorale, ma che, addirittura, alcune fattispecie criminose sono di nuovo in aumento, legittimando una diffusa preoccupazione dei cittadini per la loro sicurezza;
così, nella relazione presentata al Parlamento dal Ministro dell'interno il 3 ottobre 2003 è scritto: «Il quadro nazionale della sicurezza pubblica è stato caratterizzato nel 2002 da un aumento del numero dei delitti denunciati alle forze di polizia (+3,13 per cento) rispetto al 2001». Ed infatti, mentre il 2001, coerentemente con i quattro anni precedenti, segnava una diminuzione del totale generale dei delitti, pari a 2.163.830, nel 2002 ne erano censiti complessivamente 2.231.550;
la stessa tendenza è stata confermata dal dottor Francesco Favara nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2004. Egli, richiamando i dati Istat, denuncia un'evidente crescita percentuale dei delitti registrati dagli uffici di procura nel periodo 1o luglio 2002-30 giugno 2003, ad esclusione di una riduzione dei reati di violenza sessuale: rapine +9,5 per cento, estorsioni +8 per cento, sequestro di persona a scopo di estorsione +6 per cento, maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli +5 per cento, bancarotta +4 per cento, stupefacenti +8 per cento, truffe +21 per cento, furti +4 per cento;
privo di novità rimane, per lo stesso periodo, il numero dei delitti dei quali restano sconosciuti gli autori: 2.236.650 (80 per cento) rispetto ai 2.289.363 (81 per cento) del periodo precedente;
sono proprio i dati sulla criminalità diffusa, cioè quei reati che per la loro diffusione e per la casualità o l'imprevedibilità con cui si verificano generano maggiore allarme, a contraddire il «patto con gli elettori»;
i furti - ricorda la citata relazione presentata al Parlamento dal Ministro dell'interno - sono stati la fenomenologia criminale di maggiore rilievo per il 2002, il 58,49 per cento del totale generale dei delitti segnalati. Contro una tendenza alla diminuzione iniziata nel 1999 (1.480.775 nel 1999, 1.367.216 nel 2000, 1.303.356 nel 2001), nel 2002 sono stati registrati 1.305.245 episodi, con un aumento dello 0,14 rispetto al precedente anno. Un dato più allarmante interessa le rapine perpetrate nell'anno 2002 (40.006), aumentate del 5,12 per cento rispetto al 2001 (38.056) e del 6,04 per cento rispetto al 2000;
nella citata relazione, il dottor Favara ha sottolineato che talora i reati contro il patrimonio si realizzano con atti di violenza estrema ed anche mortale, specialmente in danno di anziani e deboli, e che al Nord permane alto il numero di rapine in case di abitazione realizzate con cinica violenza e brutalità fisica da rapinatori che non occultano la propria identità;
il rapporto su «Lo stato della sicurezza in Italia», presentato dal Ministro dell'interno il 15 agosto 2003, ha offerto una lettura parziale e incoerente dell'andamento della criminalità in Italia, perché è omesso in più parti il raffronto dei dati del 2002 con quelli del 2001 e non sono riconosciuti gli incrementi di alcuni delitti, tra i quali i furti e le rapine. Per quanto riguarda gli scippi, si respingono le denunce se la vittima non dichiara di avere visto personalmente l'autore del reato. Queste ed altre elusioni alterano la rappresentazione della realtà, che, invece, emerge dalle analisi convergenti dei centri di ricerca e di raccolta delle cifre sulla criminalità: è fallito il tanto declamato obiettivo del Governo di raggiungere una diminuzione dei reati. Soprattutto, il tentativo di piegare la chiarezza dei dati alle operazioni di immagine, mentre altera il rapporto di lealtà tra eletti ed elettori, impedisce una corretta conoscenza dei fenomeni sui quali orientare le scelte politiche;
anche per quanto riguarda la criminalità violenta la situazione rivela aspetti di criticità. Indubbiamente, nell'ultimo decennio, l'Italia ha visto una costante flessione del numero degli omicidi consumati, confermata dal dato che il numero delle vittime è sceso da 746 del 2000 a 703 del 2001 e a 639 nel 2002. Tuttavia, proprio in questi ultimi tre anni, la dinamica è stata diversa per il numero dei tentati omicidi, passati da 1399 del 2000 a 1454 del 2001, sino a 1555 del 2002: l'effetto è stato un incremento complessivo dei delitti contro la vita delle persone;
il dato che più suscita preoccupazione è che, nel contesto, mentre diminuiscono gli omicidi legati alla criminalità organizzata (sono stati il 16,79 per cento nel 2001 e il 15,49 per cento nel 2002), crescono quelli legati alla criminalità comune (83,21 per cento nel 2001 e 85,64 per cento nel 2002) e a questa crescita contribuiscono gli omicidi di prossimità o intrafamiliari, nei quali esiste, cioè, un rapporto di conoscenza o di fiducia tra la vittima e l'autore del reato. Ha ricordato lo stesso Ministro Pisanu che nel 2000 essi hanno rappresentato il 75 per cento circa degli episodi registrati e nel 2002 oltre l'80 per cento;
la cruda realtà dei dati e l'attenzione mediatica prestata ad alcune drammatiche vicende, anche nei loro risvolti processuali, portano, quindi, gli omicidi in ambiente domestico in cima ai fenomeni di maggiore allarme sociale, proponendo un tema della criminologia moderna da approfondire, sia quanto alle condizioni e alle cause, sia quanto al trattamento successivo dei fatti sul versante di indagine, processuale e di informazione;
permane elevato il numero di reati relativi alla produzione, al traffico e al commercio di stupefacenti, in crescita negli anni 2001 (36.045) e 2002 (38.126) rispetto al 2000 (34.800). È un dato che porta in evidenza una domanda di consumo tale da sostenere una quotidiana attività di spaccio, praticata attraverso un ricambio continuo dei soggetti coinvolti nell'attività criminale. Il mercato di droga è probabilmente il più grande mercato illecito italiano e la diversificazione dei prodotti offerti ha realizzato il consumo in tutti gli strati sociali e le fasce di età comprese tra i 15 e i 50 anni. Nella gran parte delle regioni italiane i Sert hanno registrato un incremento dell'utenza: nel 2001 sono stati oltre 150.000 i soggetti presi in carico, con un aumento del 2,2 per cento rispetto all'anno precedente. È certo che l'Italia ha una popolazione di iniettori di eroina e altre droghe pesanti più alta rispetto alla media europea;
la diminuzione degli omicidi di mafia si scrive in un processo di cambiamento dell'attività delle organizzazioni criminali, diretto al loro inserimento nel tessuto economico e produttivo. L'esercizio del potere criminale in questo contesto realizza reati funzionali ad un modello mafia-impresa, che, come ha ricordato il dottor Favara, tende a porsi come alternativa allo Stato ed alle forze sane del Paese, anche nella capacità di creare occupazione. È cresciuto, così, il numero delle estorsioni denunciate in Calabria (da 239 nel 1998 a 255 nel 2002, + 6,7 per cento) e in Campania (da 475 nel 1998 a 517 nel 2002, + 8,8 per cento), rispetto ad una realtà che cela sempre una quota di numero oscuro data dalla paura di ritorsioni. Sono aumentati nello stesso periodo gli attentati incendiari e dinamitardi in Calabria (+ 18,3), in Puglia (16,4) e in Campania (1,0 per cento) messi in atto per garantire il controllo delle attività produttive. La Puglia ha registrato dal 1998 al 2002 un incremento di denunce per associazione di stampo mafioso pari all'80 per cento;
da una indagine svolta dal Censis emerge che il 75,2 per cento degli imprenditori che operano nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa rileva la presenza di fenomeni di usura, il 76,8 per cento denuncia l'esistenza del racket. La stessa indagine consegna una forte percezione del controllo della criminalità sul sistema delle imprese, operato attraverso reati comuni, ma anche alterando i sistemi di concorrenza, condizionando il mercato, imponendo manodopera e forniture, intervenendo sulle procedure degli appalti pubblici;
il progressivo aumento dei flussi di immigrazione verso il nostro Paese ha comportato un interesse sempre maggiore della criminalità organizzata internazionale e transnazionale nella gestione e nell'organizzazione della tratta degli esseri umani, favorendo, così, l'immigrazione clandestina. L'utilizzo delle conoscenze, delle strutture, delle rotte e delle relazioni criminali impiegate nello svolgimento di altre attività illecite, come il traffico di droga, delle armi e dei tabacchi, ha permesso anche ad organizzazioni criminali transnazionali di creare reti di fornitura di servizi illeciti (trasporto, falsificazione di documenti, alloggi) e di inserirsi all'interno dei flussi migratori, simulando l'assunzione di cittadini extracomunitari o coprendone la clandestinità. Ciò al fine di realizzare guadagni tramite il controllo degli immigrati e un sistema di sfruttamento con l'avvio alla prostituzione - fenomeno che, sceso nel 2001 con 3.004 delitti denunciati rispetto ai 3.511 del 2000, è cresciuto nuovamente nel 2002 a 3173 - ai mercati illeciti del lavoro, al coinvolgimento in attività criminose;
lo stato della criminalità in Italia richiede una serietà nell'approccio politico che non consente di strumentalizzare l'insicurezza dei cittadini ai fini elettorali, come è accaduto nel passato, ottenendo il risultato di rispondere alle paure alimentandole, né di celare l'entità dei fenomeni con operazioni di immagine o slogan, senza verificare le responsabilità ed anche le difficoltà dell'azione di governo. L'idea di contrastare la criminalità soltanto mediante il rafforzamento dell'azione repressiva e penale si è rivelata, alla prova dei fatti, un mero messaggio propagandistico. È stata completamente abbandonata la promessa di intervenire per rendere certi i tempi dei processi e le pene. Anzi, all'interno di un sistema normativo che produce processi che si trascinano per anni, sono state introdotte innovazioni che ritardano irragionevolmente la definizione dei processi e che stanno avendo effetti dilatori proprio nei processi per mafia;
l'attuazione di un modello di «sicurezza partecipata», attraverso politiche che integrino l'azione di tutte le risorse disponibili (forze di polizia, regioni e enti locali, magistratura, associazioni, cittadini), è stato il principio che ha ispirato l'azione dei Governi dell'Ulivo. Diversi sono gli strumenti che furono messi in campo e che hanno continuato a produrre un'effettiva condivisione delle responsabilità: la partecipazione dei sindaci al comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, i protocolli per la sicurezza urbana, la creazione di specifici assessorati presso le regioni e gli enti locali, l'approvazione di leggi regionali per l'ordinata e civile convivenza nelle città;
l'affermazione più alta di questo principio si è avuta con la modifica del titolo V della Costituzione, specificamente degli articoli 117 e 118. È stata mantenuta allo Stato la competenza legislativa esclusiva sull'ordine pubblico e la sicurezza, prevedendo l'individuazione dl forme di coordinamento con le regioni nella stessa materia; è stata attribuita alle regioni la competenza esclusiva in materia di polizia amministrativa locale;
la nuova definizione costituzionale delle competenze dello Stato e delle regioni in materia di sicurezza è stata ampiamente condivisa in Parlamento. Il successivo referendum popolare ha confermato la validità del testo adottato;
con grave responsabilità, l'attuale Governo sta arrestando l'applicazione delle nuove norme costituzionali, a causa di un disegno di modifica che ha presentato al Parlamento e che è stato approvato in prima lettura. Questo disegno è inaccettabile perché lede la convinzione radicata nella storia democratica del Paese, ossia che serve allo Stato e ai cittadini - a presidio della civile convivenza, dei diritti e delle libertà fondamentali - un governo unitario della politica per la sicurezza e l'ordine pubblico: si vorrebbe, infatti, che le regioni assumessero una competenza a disporre di polizie locali non più limitata alle materie amministrative, ma concorrente con i compiti delle forze di polizia nazionali. È una scriteriata idea devolutiva delle competenze che avrebbe un effetto destabilizzante per le istituzioni. Ciò nonostante, il Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione continua ad invocare un patto di maggioranza che piega la volontà dei suoi alleati e del Ministro dell'interno, pure se questi, in più occasioni, ha dichiarato di non essere d'accordo;
la garanzia più evidente dell'impegno dello Stato contro la criminalità è rappresentata dal lavoro quotidiano delle forze di polizia. La crescita del loro profilo democratico ha affiancato ai compiti tradizionali di tutela dell'ordine e della sicurezza altre funzioni. Ne sono prova le numerose competenze in materia di immigrazione e le iniziative di prossimità ai cittadini. Queste diverse strategie di azione e la complessità dei fenomeni criminali attuali comportano un carico di responsabilità che deve essere sostenuto con risorse umane e strumentali adeguate, nel numero e nella qualità, per mantenere forte la motivazione degli operatori e per assicurare il conseguimento di risultati positivi. Si deve, invece, constatare che le politiche per le forze di polizia non sono state conseguenti al sistema promesso in campagna elettorale dalla Casa delle libertà, «il sistema della responsabilità e del premio, il sistema del riconoscimento del merito». Fortunatamente, non hanno trovato seguito alcune formule bizzarre allora proposte, quali l'idea di una divisione territoriale della polizia e dei carabinieri per grandi aree geografiche di competenza o quella di legare gli avanzamenti reddituali all'abbattimento del numero dei reati. È grave constatare oggi che alla formula «forze dell'ordine meglio equipaggiate e meglio pagate» si sta contrapponendo la realtà della delusione degli operatori, che costatano un peggioramento delle proprie condizioni lavorative e stipendiali;
la legge finanziaria per il 2004 ha confermato questa tendenza negativa. Sono state ridotte le risorse destinate ai trattamenti accessori e dimezzate, rispetto al biennio precedente, quelle destinate ai prossimi rinnovi contrattuali, considerando, quindi, adeguato per un agente un incremento di pochi euro al mese. Sono state disattese le aspettative di un riordino delle carriere, condivise da tutti gli operatori del comparto sicurezza, prevedendo su questo versante risorse assolutamente insufficienti per un serio intervento di riforma. Non è stato previsto alcun intervento per sostenere la mobilità e favorire la disponibilità di alloggi; non si è avviata la previdenza integrativa per le forze di polizia, non è stata introdotta l'auspicata contrattualizzazione dei dirigenti. I soldi destinati alle parametrazioni stipendiali saranno spesi nel 2005, per supplire con gli effetti di questa revisione ai mancati incrementi reddituali. Cresce il disagio degli operatori e il clima di sfiducia, che è cartina di tornasole del fallimento delle politiche governative verso il personale delle forze di polizia;
dimenticando di avere difeso, in passato, un'idea parziale, essenzialmente repressiva, del lavoro delle forze di polizia, il centrodestra ha compreso l'impraticabilità democratica di quel disegno e l'utilità di favorire una presenza tra i cittadini delle forze di polizia ispirata ad un'azione di prevenzione. Così il Governo ha proseguito l'opera di creazione di un modello di polizia di prossimità, avviata dai Governi dell'Ulivo. Questo modello ha ispirato la sperimentazione delle figure del poliziotto e carabiniere di quartiere: 1.200 operatori hanno prestato un servizio visibile su 300 aree dei capoluoghi di provincia;
non mancano le perplessità sul modo con cui è stata condotta questa sperimentazione e sulle prospettive di introduzione stabile di queste figure. Si è trattato di un'operazione di immagine realizzata su alcune strade più frequentate delle città. L'offerta del servizio non ha interessato - come il nome sembra far pensare - i quartieri, per i quali, come è dato a ciascuno comprendere, il modello di prossimità invoca risposte più articolate e altrettanto visibili;
l'azione di prevenzione, inoltre, non può trascurare di garantire una presenza delle forze di polizia, anche nei quartieri a più forte disagio sociale o periferici; l'avvio della sperimentazione con organici invariati ha sottratto a questi quartieri il personale utile al controllo del territorio. Resta inevasa la necessità di assicurare una presenza visibile delle forze di polizia nelle ore notturne, nonostante - come evidenziato dal dottor Favara - sia la notte a produrre maggiore paura ed insicurezza;
il Governo aveva previsto, per garantire la riuscita dell'iniziativa, l'assunzione in deroga di 1.100 poliziotti e di 800 civili. Considerato che ciò non è avvenuto - non nelle cifre indicate - e che l'estensione del progetto dovrebbe impegnare un più alto numero di operatori già impegnati in altri servizi, si può bene sostenere che l'istituzione a regime del poliziotto di quartiere non può rimanere estranea da una pianificazione complessiva delle strategie di polizia, da realizzare, secondo i bisogni, in tutti i territori urbani, anche con una conseguente riorganizzazione delle risorse;
la risposta al senso di insicurezza dei cittadini si compone con politiche integrate, continuamente verificate, che richiedono conoscenza o competenza specifica. Per questo, non è più rinviabile la decisione di istituire, in ambito parlamentare, una Commissione interni, che, specificamente, si occupi di queste politiche;

impegna il Governo:

ad assicurare la partecipazione e il contributo dell'Italia all'azione europea di contrasto alla criminalità e alla lotta al terrorismo, attraverso la rapida assunzione degli strumenti di cooperazione giudiziaria tra i Paesi membri;
ad adottare iniziative normative volte all'istituzione di una sezione della Direzione nazionale antimafia specializzata per il coordinamento per la lotta al terrorismo nazionale e internazionale, con l'assegnazione di un potere di proposta agli organi territorialmente competenti (questore o procuratore della Repubblica), e a salvaguardare l'efficienza di tutti gli uffici della direzione, con un sostanziale potenziamento del personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove professionalità e il superamento del vincolo degli otto anni come tempo massimo di permanenza dei magistrati;
a salvaguardare il principio di unitarietà di ispirazione e di governo della politica per l'ordine pubblico e la sicurezza, dal momento che la riforma degli articoli 117 e 118 della Costituzione ha ribadito in modo inequivocabile questo principio;
a promuovere una concezione moderna di sicurezza partecipata, che coinvolga, in modo paritario, le competenze dello Stato e quelle degli enti territoriali autonomi, un'idea di sicurezza che superi le definizioni classiche e si affermi come l'esistenza delle migliori condizioni di vivibilità di un territorio, e, quindi, come un progetto affidato a tutti i soggetti istituzionali che su quel territorio esercitano responsabilità di governo ed a creare, a tale scopo, una sede di consultazione permanente alla quale prenda parte il Ministro dell'interno, l'Anci, l'Upi e la conferenza dei presidenti delle regioni;
ad assumere il bisogno di sicurezza dei cittadini come la premessa di politiche mirate a costruire un sistema integrato di interventi istituzionali e sociali, realizzando la fattiva collaborazione tra tutti i soggetti idonei a contrastare il crimine e le sue cause, nella consapevolezza che l'analisi dell'andamento temporale dei fenomeni criminali deve essere aliena da un uso strumentale o propagandistico o, comunque, occasionale e deve servire alla conoscenza vera delle emergenze e alla conseguente individuazione delle priorità verso le quali indirizzare la reazione dello Stato;
a sostenere l'organizzazione della rete di sicurezza nelle regioni meridionali, mediante l'implementazione del programma operativo nazionale volto a realizzare il progetto sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno, per liberarne, nel quadro dell'integrazione economica europea, le potenzialità di cambiamento, messe a rischio dalla distrazione degli investimenti verso aree del Paese più competitive e non mortificate dai costi dell'illegalità;
a rendere più efficace la lotta contro la criminalità organizzata attraverso iniziative normative volte all'elaborazione di un testo unico sulle misure di prevenzione personali e patrimoniali, in modo da offrire all'autorità giudiziaria uno strumento necessario a colpire con maggiore incisività le illecite accumulazioni di capitale, prodotto di reati e fonte di finanziamento delle attività, nonché di esercizio di potere criminale, e in modo da attribuire alla Direzione nazionale antimafia un potere di proposta agli organi territorialmente competenti (questore o procuratore della Repubblica), per l'applicazione delle misure, prima di tutto patrimoniali, qualora l'accumulazione di proventi illeciti avvenga in un contesto nazionale o internazionale, e alle direzioni distrettuali antimafia un potere di promuoverle direttamente;
a garantire, con l'adozione di misure urgenti, la piena efficacia della legge n. 310 del 1993 (cosiddetta «legge Mancino») per realizzare una mappa dei movimenti della proprietà e dell'economia, a cominciare da un adeguato trattamento informatico dei dati raccolti e da una razionale elaborazione delle informazioni che da essi derivano;
ad adottare iniziative normative in merito all'uso sociale dei beni confiscati, escludendo in maniera netta che possano essere venduti all'asta per contrapporre con rigore ogni tentativo della criminalità organizzata di influenzare il destino di questi beni, anche recuperandoli nella propria disponibilità e attribuendo ad un soggetto esterno all'agenzia del demanio i compiti di coordinamento svolti fino a dicembre 2003 dall'ufficio del commissario per i beni confiscati, organismo immotivatamente soppresso dal Governo senza una nuova attribuzione di responsabilità;
ad adottare iniziative normative volte a modificare parzialmente la legge in materia di conservazione, per fini di giustizia, dei dati concernenti il traffico telefonico, per assicurare al pubblico ministero di poter acquisire, in caso di assoluta urgenza, i tabulati telefonici senza l'autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, in analogia al procedimento ideato in materia di intercettazioni;
ad adottare iniziative normative concernenti il soccorso e il sostegno alle vittime di reati, in adempimento alla decisione-quadro del Consiglio dell'Unione europea del 15 marzo 2001;
ad assicurare il sostegno all'associazionismo antiracket, a favorire l'informazione, soprattutto nelle regioni meridionali, sull'esistenza dei fondi per le vittime di usura per scongiurarne l'isolamento ed a favorire, altresì, il recupero, con l'aiuto di operatori e di volontari, di una rete di solidarietà contro la logica dell'imposizione mafiosa;
ad adottare iniziative normative volte a prevedere e a garantire un sistema di agevolazioni in favore dei commercianti, con particolare riguardo alle categorie più esposte alla criminalità predatoria, al fine di consentire il ricorso a strumentazioni di protezione - cassaforti, porte blindate - o a personale o a sistemi di vigilanza - telecamere, teleallarme, collegamento a centrali - utili a prevenire aggressioni criminali, in particolare, attraverso l'estensione a nuovi destinatari delle disposizioni già introdotte con il collegato alla legge finanziaria del 1998 e con la legge n. 448 del 2001;
a garantire gli stanziamenti di bilancio per l'attività di osservazione, trattamento e reinserimento sociale dei detenuti, necessari per rendere effettiva la funzione costituzionale della pena e per dare opportunità di cambiamento idonee a garantire un diverso reingresso nella comunità, dal momento che i tagli operati in questi anni - fino al 30 per cento delle risorse - mortificano l'opera quotidiana degli operatori penitenziari, aumentano la distanza tra il carcere e la società e incidono, così, sul bisogno di sicurezza al quale l'esecuzione penale può dare risposte concrete;
ad attivarsi per investire risorse volte ad accrescere e a diffondere, in tutto il Paese, tra le nuove generazioni, la cultura della legalità e dell'educazione al rispetto dei beni e delle persone, nonché la consapevolezza che la cura degli spazi pubblici è responsabilità di ciascuno e che la loro rovina o il loro abbandono alimenta la solitudine, promuovendo, attraverso i ministeri di più marcato impatto sociale (istruzione, università e ricerca, lavoro e politiche sociali, giustizia), insieme al ministero dell'interno, campagne informative di educazione alle legalità e di educazione civica, anche valorizzando l'esperienza e le conoscenze del terzo settore;
a realizzare il coordinamento delle attività quotidiane delle forze di polizia per migliorare la loro azione comune di contrasto al crimine, nonché le condizioni e i tempi di risposta alle esigenze dei cittadini, attraverso la creazione di sale operative uniche o, nel medio periodo, l'attivazione di sale operative interconnesse o attraverso l'istituzione di un numero unico per le emergenze, nonché assicurando, per evitare duplicazioni e conflitti di competenza, la confluenza al centro elaborazione dati del dipartimento di pubblica sicurezza di tutte le informazioni raccolte;
a promuovere il modello di prossimità nella pianificazione complessiva delle azioni e dei servizi di polizia, svolti in rapporto con i cittadini, favorendo la sperimentazione di questa filosofia operativa anche nelle periferie e nei quartieri più degradati, al fine di assicurare che l'impiego di personale nell'attività del poliziotto o del carabiniere di quartiere non indebolisca la presenza diffusa e costante delle forze di polizia sul territorio;
ad adottare iniziative normative volte a sostenere con maggiori e più razionali impegni economici il lavoro degli operatori delle forze di polizia, incoraggiandone le responsabilità e definendo un sistema coerente anche nel rapporto tra qualifiche e funzioni e, più specificamente, per favorire:
a) l'incremento delle risorse finanziarie per la riparametrazione degli stipendi del personale non dirigente, promuovendo ogni utile iniziativa per garantire il riconoscimento dell'anzianità di servizio e risolvendo l'evidente sperequazione nei riconoscimenti economici operata in danno dei gradi più bassi;
b) il completamento del riordino delle carriere, con l'introduzione di un ruolo unico delle funzioni esecutive e di prospettive di carriera e arricchimento professionale per il personale del ruolo degli ispettori, in relazione ad un'effettiva valorizzazione della funzione dirigenziale del ruolo dei direttivi;
c) il sostegno ai dirigenti delle forze di polizia nei loro compiti e responsabilità, necessari per superare la sperequazione economica che ancora subiscono rispetto ad altre figure dirigenziali, disponendo anche gli strumenti per avviarne la contrattualizzazione;
d) l'impegno di ulteriori disponibilità finanziarie per la copertura del fabbisogno utile a sostanziare forme di assicurazione per responsabilità civile ed amministrativa per eventi dannosi non dolosi causati a terzi dagli operatori;
e) l'incremento degli organici (per un bisogno calcolato in 4.000 nuove unità per la polizia di Stato);
a proporre un codice di comportamento delle forze di polizia, ispirato al «codice etico per una polizia democratica» proposto dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, per riconoscerne sia funzioni sociali sia di servizio alla comunità e all'ordine democratico, nonché per fare emergere nel rapporto degli operatori con i cittadini i valori del rispetto della dignità umana, dei diritti e delle libertà personali;
ad adottare iniziative normative volte alla riforma delle polizie municipali e provinciali, conforme alla distinzione di competenze legislative tra Stato e regioni, tenendo in considerazione il progetto elaborato in merito da Anci, Upi e Conferenza dei presidenti delle regioni;
ad adottare iniziative normative volte a ripensare la disciplina dell'attività di vigilanza privata, per promuovere un moderno e corretto svolgimento dell'attività delle imprese e per dare riconoscimento giuridico e professionale al lavoro svolto dalle guardie particolari giurate.
(1-00359)
«Lucidi, Minniti, Violante, Abbondanzieri, Adduce, Albonetti, Amici, Angioni, Battaglia, Bellini, Benvenuto, Bettini, Bielli, Bolognesi, Bonito, Bova, Burlando, Capitelli, Carboni, Cialente, Chiaromonte, Chiti, Alberta De Simone, Di Serio D'Antona, Diana, Filippeschi, Finocchiaro, Folena, Franci, Gambini, Gasperoni, Grandi, Grignaffini, Grillini, Guerzoni, Innocenti, Kessler, Labate, Leoni, Lucà, Lumia, Magnolfi, Manzini, Raffaella Mariani, Mariotti, Martella, Maurandi, Mazzarello, Montecchi, Motta, Nannicini, Nigra, Olivieri, Ottone, Piglionica, Pinotti, Pollastrini, Preda, Quartiani, Ranieri, Rava, Rossiello, Ruzzante, Sandi, Sereni, Spini, Tocci, Tolotti, Zunino, Chianale, Sasso, Cennamo, Siniscalchi».
(19 aprile 2004)

La Camera,
premesso che:
l'azione del Governo nel contrasto al terrorismo nazionale e internazionale, alla criminalità organizzata e non e all'immigrazione clandestina ha conseguito in questi anni, tenendo conto delle difficili condizioni di partenza, successi innegabili, tali da garantire, in misura maggiore rispetto al passato, la sicurezza dei cittadini e la tutela della legalità;
notevoli risultati si sono registrati, in particolare, nella lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica, che hanno consentito di garantire la sicurezza del Paese nei confronti di minacce, che altrove hanno dato luogo a gravissimi attentati e a tanti lutti. Numerosi sono stati gli arresti di persone accusate di appartenere a cellule terroristiche ed assume particolare rilievo l'arresto di tre cittadini marocchini accusati di coinvolgimento negli attentati di Casablanca del 16 maggio 2003;
successi innegabili sono stati ottenuti nel contrasto al terrorismo interno, con l'arresto di numerosi militanti delle Brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente, alcuni dei quali sono stati posti sotto processo per gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Notevoli risultati sono stati conseguiti anche nel contrasto del fenomeno anarco-insurrezionalista e dei nuclei proletari per il comunismo;
l'azione di contrasto nei confronti della criminalità organizzata è stata portata avanti con grande determinazione ed ha condotto, fra l'altro, alla cattura di pericolosissimi latitanti, appartenenti sia a Cosa nostra, sia alla camorra, sia alla `ndrangheta, sia alla criminalità organizzata pugliese; sono stati sequestrati e confiscati beni cospicui appartenenti ad organizzazioni criminali ed è proseguita un'azione determinata per rafforzare il controllo del territorio e tutelare al massimo grado il principio di legalità, come premessa indispensabile per lo sviluppo di molte aree del Mezzogiorno e delle isole;
importanti sono stati i risultati anche nel campo della lotta alla criminalità diffusa, attraverso l'esercizio di una forte pressione verso ogni genere di atteggiamento delinquenziale. A tale riguardo assume particolare rilevanza il metodo della cosiddetta «polizia di prossimità» e, in particolare, l'istituzione del «poliziotto di quartiere». In tale contesto appaiono particolarmente significative le operazioni «alto impatto» e «vie libere»;
la legge per il contrasto dell'immigrazione clandestina denominata «legge Bossi-Fini» ha dato indubbi risultati positivi, anche attraverso la regolarizzazione di oltre 700.000 lavoratori immigrati, cui è stato consentito il rientro nella legalità. La nuova legge ha permesso di rafforzare il contrasto dei flussi di immigrati clandestini, che ha portato, anche grazie ad accordi con i Paesi di provenienza, all'azzeramento pressoché totale delle provenienze da Albania e Turchia verso Puglia e Calabria, mentre resta tuttora aperto il problema degli sbarchi a Lampedusa e sulle coste siciliane, con provenienze prevalenti dalla Libia e dalla Tunisia. In ogni caso il flusso complessivo degli immigrati clandestini è sensibilmente diminuito;
il Governo in questi anni, pur nelle difficili condizioni di bilancio, ha assicurato un incremento di risorse a favore delle forze dell'ordine, con aumenti retributivi, delle dotazioni di mezzi ed adeguata copertura degli organici;

impegna il Governo:

a proseguire con forza nell'efficace azione intrapresa per difendere la sicurezza dei cittadini dalle minacce interne ed internazionali, per garantire il rispetto della legalità in tutto il territorio nazionale, comprese quelle parti che sono storicamente caratterizzate da un'aggressiva presenza della criminalità organizzata;
a proseguire sulla strada, che si è dimostrata in molti casi fruttuosa, degli accordi con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo per contrastare l'immigrazione clandestina e la tratta dei esseri umani, che, oltre a produrre problemi gravi per il nostro Paese, causa lutti e sofferenze intollerabili a tante persone indifese;
a sviluppare ulteriormente l'azione, peraltro già avviata, per coinvolgere concretamente l'Unione europea nel contrasto dell'immigrazione clandestina;
ad attivarsi per riservare, nell'ambito della manovra di bilancio per il 2006, risorse adeguate alle forze dell'ordine, in modo da metterle in grado di proseguire la loro missione meritoria di tutela della sicurezza dei cittadini e di garanzia dei principi di legalità.
(1-00465)
«Antonio Leone, Palma, Bertolini, Bondi, Bruno, Cicchitto, Cossiga, Fontana, Paoletti Tangheroni, Schmidt, Sterpa, Taormina, Zanettin, Perrotta, Baldi».
(4 luglio 2005)

La Camera,
premesso che:
uno dei punti fondamentali del programma elettorale che caratterizzarono l'affermazione della Casa delle libertà alle elezioni politiche del 2001 riguardava l'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini;
gran parte della campagna elettorale di allora verteva su questi temi perché le politiche del Governo precedente, soprattutto quelle relative all'immigrazione, derivanti dalla cosiddetta «legge Turco-Napolitano», avevano creato gravissimi problemi di ordine pubblico, con pesanti ripercussioni che si registrano tutt'oggi;
significativi a tal riguardo i dati ormai consolidati che vedono in diverse regioni d'Italia il numero dei reati commessi da extracomunitari superare del cinquanta per cento il totale degli illeciti compiuti; il numero degli extracomunitari presenti nelle carceri italiane é altissimo e arriva a superare il trenta per cento del totale dei detenuti, mentre ancora oggi il numero degli immigrati denunciati ed arrestati rappresenta il quaranta per cento del valore totale registrato; numerose sono le presenze individuate di soggetti collegati al terrorismo internazionale di matrice islamica;
questi sono i risultati di una legge sbagliata, che fin da subito aveva comportato un aumento dei reati commessi dagli immigrati in crescita esponenziale, soprattutto in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia e poi estesi al resto del Paese;
merita ricordare che con quella legge sono stati concessi numerosissimi permessi di soggiorno addirittura al solo fine di «cercare» lavoro nel nostro Paese (richieste per la maggior parte dei casi presentate strumentalmente), tanto che ad oggi ben il sessantasette per cento dei clandestini ed irregolari presenti sul territorio è costituito da chi, dopo aver ottenuto in tal modo il permesso temporaneo, si è reso alla scadenza irreperibile;
come se ciò non bastasse, con quella legge sono stati garantiti ricongiungimenti familiari estesi fino al terzo grado di parentela, senza richiedere dati certi sulle persone «ospitate» o adottare misure di controllo, come i rilievi fotodattiloscopici;
seguirono le due sanatorie per 500.000 clandestini, che vennero effettuate semplicemente chiedendo agli immigrati di dimostrare la loro presenza a qualsiasi titolo nel nostro territorio prima dell'approvazione della cosiddetta «legge Turco-Napolitano», di modo che sono state così regolarizzate persone delle quali non si sa praticamente nulla;
molti altri sarebbero gli aspetti negativi che si potrebbero evidenziare in riferimento agli effetti della legge in parola, quali la figura dello sponsor, spesso attivata dagli stessi extracomunitari per far entrare altri immigrati nel nostro Paese (strumento utilizzato, ad esempio, dalla mafia nigeriana nel Veneto), o le espulsioni nulle attuate in quei periodi;
molti invece sono i rimedi adottati in tema di immigrazione con l'approvazione della cosiddetta «legge Bossi-Fini»: il permesso di soggiorno legato al contratto di lavoro ed alla disponibilità di un alloggio ha limitato drasticamente gli ingressi prima concessi senza nessuna certezza e gli abusi che ne derivavano, garantendo, nel contempo, agli immigrati ospitati una permanenza decorosa, assicurata per l'appunto dal lavoro e dalla presenza di un alloggio;
con la cosiddetta «legge Bossi-Fini» si ha ora la certezza dei dati anagrafici dei richiedenti il permesso di soggiorno, i rinnovi e le regolarizzazioni e la possibilità, quindi, di conoscere anche chi è entrato in precedenza senza regole o addirittura clandestinamente, tant'è che proprio per merito di questa legge si è riusciti a far emergere dalla clandestinità oltre seicentomila stranieri immigrati illegalmente;
questa regolarizzazione, che nulla ha a che vedere con le precedenti sanatorie, ha imposto le stesse regole che la cosiddetta «legge Bossi-Fini» chiede per la concessione dei nuovi contratti di soggiorno, cosicché, dovendo dichiarare le proprie generalità, queste persone risultano ora conosciute, con tutti i vantaggi che ne conseguono, sia per loro stesse, sia per le nostre istituzioni;
molto resta ancora da fare, ma il lavoro di riordino iniziato, pur fra mille difficoltà, deve continuare, anche se ostacolato da una serie infinita di eccezioni sollevate da una magistratura sempre più impegnata in funzioni politiche che non nelle proprie;
i risultati ottenuti dall'applicazione della cosiddetta «legge Bossi-Fini» sono stati notevoli; le espulsioni sono aumentate considerevolmente a tutto vantaggio della legalità, ma per ottenere ulteriori risultati è necessario attivare al più presto l'apertura di nuovi centri di permanenza temporanea e di identificazione, poiché i pochi centri presenti non consentono i dovuti controlli da parte delle forze dell'ordine, vanificandone spesso il lavoro;
sempre al fine di guidare al meglio gli aspetti dell'immigrazione e della sicurezza del nostro territorio, si ritiene indispensabile che venga approntato un attento ed accorto studio sulle attuali necessità occupazionali della nostra economia, che, nonostante la crisi profonda che interessa il mondo produttivo, continua a richiedere nuovi ingressi di immigrati, per poi lasciarli senza lavoro appena non servono più, con i conseguenti inevitabili problemi e costi sociali che ben conosciamo;
determinante al fine di garantire la sicurezza dei nostri cittadini deve essere l'intervento dello Stato nel controllo dei campi nomadi sparsi sul territorio nazionale, autentiche fucine di illegalità non più sopportabili;
è assolutamente ingiustificabile che anche con questo Governo non si attivino verifiche di congruità patrimoniale nei confronti dei soliti nomadi che continuano ad esibirsi nelle nostre strade alla guida di autovetture del valore di centinaia di migliaia di euro, senza svolgere nessuna attività, se non quella di delinquere sistematicamente;
basta sfogliare i quotidiani locali per rendersi conto che furti, scippi, rapine in casa, assalti ad istituti di credito e porta valori, fino all'utilizzo e sfruttamento di minori e donne nei più svariati campi dell'illegalità, sono opera in gran parte di nomadi e giostrai, gli stessi che negli anni '80 si dilettavano nei sequestri di persona;
tutto questo è assolutamente inammissibile in uno Stato che deve saper rispettare e garantire adeguatamente il diritto dei propri cittadini a vivere senza il terrore di essere in balia dei soliti delinquenti impuniti;

impegna il Governo:

ad attivare l'apertura di nuovi centri di permanenza temporanea ed accoglienza, in modo che tutte le prefetture e le questure siano realmente messe nella possibilità di applicare la cosiddetta «legge Bossi-Fini» sull'immigrazione;
a valutare il ricorso al potere sostitutivo garantito dalla Costituzione, se risulterà confermata la posizione strumentale di molte regioni nel negare il loro consenso all'apertura di questi fondamentali strumenti di controllo della legalità nel nostro Paese, al solo scopo di far fallire e rendere inapplicabile la cosiddetta «legge Bossi-Fini»;
ad attivarsi perché venga data effettiva e puntuale applicazione a tutte le prescrizioni contenute nella cosiddetta «legge Bossi-Fini» in riferimento alle richieste di asilo politico, spesso utilizzate dai membri delle cellule terroristiche di matrice islamica;
a verificare se esistano sacche di resistenza istituzionali che si distinguono nei loro territori di pertinenza nel non applicare tutte le previsioni della legge sull'immigrazione, con particolare riferimento al numero delle espulsioni effettuate;
ad attivare sistematici controlli sui beni e sulle ricchezze esibite dai cosiddetti nomadi e giostrai, i quali, peraltro, nell'ottanta per cento dei casi godono della cittadinanza italiana, perché è ormai noto a tutti che i loro mezzi sono, ad avviso dei firmatari del presente atto, quasi sempre il frutto di attività illegali, come tali, quindi, soggette a tutte le verifiche del caso fino all'adozione delle misure repressive e sanzionatorie reputate idonee, come, ove necessario, il relativo sequestro dei beni;
a garantire un maggior controllo della legalità in quelle regioni che storicamente sono vittime della criminalità organizzata, anche per creare opportunità di sviluppo economico, con relativa nuova occupazione locale;
ad adottare iniziative affinché l'Italia si adegui alla decisione assunta da Francia e Olanda di sospendere temporaneamente il trattato di Schengen in attesa dell'assunzione di una posizione unitaria da parte dell'Unione europea.
(1-00467)
(Nuova formulazione) «Gibelli, Luciano Dussin, Dario Galli, Cè, Guido Giuseppe Rossi, Ballaman, Bianchi Clerici, Caparini, Didonè, Guido Dussin, Ercole, Fontanini, Giancarlo Giorgetti, Lussana, Francesca Martini, Pagliarini, Parolo, Polledri, Rizzi, Rodeghiero, Sergio Rossi, Stucchi, Vascon».
(5 luglio 2005)

La Camera,
premesso che:
il tema della sicurezza si inscrive in un quadro mondiale che è profondamente mutato. La minaccia più grave per la sicurezza dei cittadini, quanto meno per la qualità della stessa, viene dalla situazione internazionale e, in modo particolare, dal terrorismo internazionale, per contrastare il quale serve davvero una grande unità di tutti gli italiani, oltre che delle forze politiche. Occorre, quindi, mobilitare anche le coscienze degli italiani e non soltanto fare affidamento sul lavoro delle forze di polizia per questa difficile opera di contrasto;
il tema della sicurezza oggettiva (i dati, il numero dei reati, il loro aumento o la loro diminuzione) è un dato sicuramente significativo, un indicatore certamente rilevante, ma accanto a questo c'è anche un altro tema, altrettanto significativo, ed è la percezione che i cittadini hanno di vivere in territori sicuri o insicuri, il tema relativo a quella che viene definita sicurezza soggettiva o sicurezza percepita. In questo senso è evidente il ruolo dei media, che sono decisivi per costruire la percezione della sicurezza o dell'insicurezza. Su questa percezione di insicurezza sono stati costruiti anche fortunati messaggi politici: «città più sicure» insieme a «meno tasse per tutti». Fu uno dei grandi messaggi lanciati agli italiani dalla coalizione che oggi si trova al Governo. Si creava insicurezza con l'uso spregiudicato dei media e con la propaganda e, nel contempo, si prometteva una ricetta miracolistica per creare sicurezza. Si creava insicurezza e si prometteva sicurezza. Oggi è diffusa la percezione che i cittadini non sono sicuri in vaste aree del Paese - e non solo in quelle urbane - e che lo Stato non riesce (comunque non sempre) nel suo compito primario, quello di garantire sicurezza ai cittadini. Per garantire e per dare sicurezza ai cittadini occorre una guida politica sicura, responsabile ed autorevole: ad avviso dei firmatari del presente atto, questo Governo, al contrario, è privo delle caratteristiche di credibilità e di autorevolezza indispensabili per dare sicurezza ai cittadini. Per questo motivo sul tema della sicurezza percepita si può registrare il fallimento della politica governativa;
nel celebre «contratto con gli italiani» di Berlusconi, come impegno, si legge: «attuazione del piano per la difesa dei cittadini e per la prevenzione di crimini, che prevede, fra l'altro, l'introduzione dell'istituto del poliziotto, carabiniere o vigile di quartiere nelle città, con il risultato di una forte riduzione del numero dei reati rispetto agli attuali tre milioni». Quel contratto, secondo i firmatari della presente mozione, era falso, perché nel 2000 i reati riguardanti la chiusura dell'anno precedente erano meno di due milioni e mezzo. Nel 2001, anno governato nella prima parte dal centrosinistra e poi dalla nuova coalizione del centrodestra, i reati sono scesi a 2 milioni 163 mila. Nel 2002 essi sono saliti a 2 milioni 231 mila, nel 2003 sono tornati sostanzialmente al livello del 2000, ossia 2 milioni e mezzo, e sono ulteriormente aumentati nel 2004, nonostante l'impegno e la professionalità degli uomini e delle donne delle forze di polizia e delle forze dell'ordine, ai quali vanno la riconoscenza, il plauso ed il ringraziamento per gli sforzi che quotidianamente vengono compiuti e che portano anche ad importanti risultati. In ogni caso questi dati ci indicano che quelle promesse non sono state mantenute;
per quanto concerne le politiche della sicurezza è necessaria una risposta multilaterale, per la quale è di fondamentale importanza l'azione delle forze dell'ordine e delle forze di polizia, la dotazione di tecnologie avanzate, ma anche la creazione di un clima sociale di sicurezze sociali ed un ruolo fondamentale delle autorità locali delle città. Il clima che si respira nelle città è fondamentale per arginare tali fenomeni. Creare un clima di fiducia spetta alle forze politiche, al Governo e alle forze dell'ordine, ma è anche frutto di un clima complessivo che si respira nel territorio. Naturalmente, tutto ciò deve avvenire all'interno di un quadro di collaborazione sovranazionale: una sfida alla quale anche l'Italia è chiamata. Una risposta multilaterale richiede, anzitutto, risorse, mezzi e personale, che va pagato e valorizzato, perché la risorsa umana è la più importante per il contrasto alla delinquenza;
se, quindi, appare fallimentare la politica sulla sicurezza, lo stesso Governo, con la cosiddetta devolution, ha proposto la creazione di forze regionali di polizia, che sono in realtà forze di polizia locale amministrativa. Questa proposta è evidentemente una strada che va in controtendenza rispetto alle vere esigenze, che sono quelle di un maggiore coordinamento, di una semplificazione e di una migliore operatività delle forze dell'ordine;
è, infine, molto rilevante la situazione del Sud. Al Sud è necessario dedicare, per i temi della sicurezza, un'attenzione e una devoluzione di risorse assolutamente prioritarie, perché per il Sud del nostro Paese la sicurezza non è soltanto sicurezza dei cittadini, ma è anche precondizione di sviluppo. Non si può pensare ad alcun sviluppo di questa parte fondamentale del nostro Paese, se non garantendo alle imprese che vogliono investire al Sud la possibilità di farlo in condizioni di sostanziale sicurezza;

impegna il Governo:

ad assicurare, con il prossimo documento di programmazione economico-finanziaria e con il disegno di legge finanziaria per il 2006, le necessarie risorse finanziarie per il sistema «sicurezza», garantendo il recupero di quegli stanziamenti ridotti con le precedenti leggi finanziarie, nonché ad attivarsi per garantire le risorse necessarie per finanziare i «patti per la sicurezza», fondamentali per lo sviluppo del sistema imprenditoriale del Mezzogiorno d'Italia;
ad adottare un'iniziativa legislativa per garantire la rilevazione delle impronte fotodattiloscopiche (le cosiddette impronte digitali) a tutti i cittadini e non soltanto agli immigrati, poiché l'efficacia nella lotta al crimine si garantisce anche con misure di questo tipo, perché, in una società nella quale deve essere assicurata la più ampia mobilità delle persone, deve essere garantita altrettanto l'identificazione certa delle stesse;
sul terreno della certezza della pena, ad intervenire con iniziative legislative, per esempio sulla normazione dei provvedimenti cautelari, in particolare per i delinquenti recidivi, abbassando da quattro a tre anni il limite massimo di pena, che consente l'adozione di provvedimenti cautelari, e ritenendo presunta l'esigenza di provvedimento cautelare, salvo prova contraria (invertendo quanto oggi stabilito dal codice di procedura penale), per il caso degli indagati recidivi specifici reiterati, quelli cioè che nell'ultimo quinquennio siano stati più volte condannati per lo stesso reato e che commettano un altro reato della stessa specie;
ad adottare un'iniziativa legislativa per modificare la lacunosa normativa per il porto d'armi, per la difesa personale e, soprattutto, per la detenzione di armi da fuoco, in particolare con l'obiettivo di porre un freno al fenomeno della «giustizia fai da te», per modificare il sistema di controllo dei requisiti per il rilascio delle licenze, che spesso sono di tipo cartaceo e formali, e, soprattutto, per introdurre efficienti controlli successivi sullo stato psicofisico dei soggetti interessati;
a garantire un migliore coordinamento fra le forze dell'ordine, con una maggiore unitarietà degli indirizzi operativi.
(1-00468)
«Fistarol, Castagnetti, Bressa e Fanfani, Sinisi».
(6 luglio 2005)

La Camera,
premesso che:
i drammatici fatti dell'11 settembre 2001, la strage di Madrid, gli attentati in Asia e gli ultimi sconcertanti attacchi alla metropolitana di Londra hanno sconvolto l'opinione pubblica, provocando dolore, rabbia e paura;
gli attentati di Madrid e Londra hanno dimostrato che i terroristi hanno mosso la propria criminale azione verso il cuore dell'Europa;
occorre, quindi, intensificare l'azione di prevenzione e contrasto al terrorismo attraverso un'opera di intelligence coordinata, sia a livello nazionale che a livello internazionale, coinvolgendo fattivamente l'Unione europea;
occorre penetrare le organizzazioni nelle loro strutture, capire quali sono le procedure e le reti di collegamento, individuare e eliminare le fonti di finanziamento e di sostegno logistico, scoprire complicità e coperture. Individuati i responsabili e i loro fiancheggiatori, occorre un'azione decisa della magistratura, affinché anche gli integralisti fanatici siano giudicati per quello che sono, ovvero «terroristi» e non, come incredibilmente è successo, dei «combattenti»;
un'altra piaga da contrastare, poi, è la criminalità, la criminalità organizzata, ma anche quella comune. Negli ultimi anni si è fatto molto per combattere questo fenomeno sociale, iniziando dalla lotta all'immigrazione clandestina, nella quale grazie alla cosiddetta «legge Bossi-Fini» si sono ottenuti risultati importanti. Occorre ora fare in modo che la cosiddetta «legge Bossi-Fini» sia applicata nella sua interezza. Per far ciò occorre innanzitutto realizzare in ogni regione un centro di permanenza temporanea, ovvero un centro per l'avvio all'espulsione, affinché tutte le questure abbiano a disposizione una struttura idonea, dove ospitare, fino al loro rimpatrio e nel rispetto dei diritti umani, gli extracomunitari giunti irregolarmente nel nostro Paese. Il centro di permanenza temporanea deve essere considerato, di per sé, un presidio di polizia e come tale costituisce, per la località che lo ospita, un efficace deterrente per la criminalità;
occorrono, poi, intensificare sempre più le collaborazioni con i Governi e le polizie dei Paesi dai quali questi poveri disperati tentano di partire, affinché la prevenzione venga fatta a monte, proseguendo il lavoro che già si sta svolgendo in modo intelligente e proficuo;
non si può prescindere, però, da una magistratura imparziale, ma che deve essere più severa nei confronti dei criminali: è, infatti, vero che, nelle aree dove i reati risultano essere in aumento, gli stessi reati vengono commessi da delinquenti recidivi, rimessi in libertà forse con troppa facilità da chi aveva il compito di giudicare e punire;
per ottenere un efficace contrasto alla criminalità occorre investire in tecnologie e mezzi. L'innovazione tecnologica e la ricerca finalizzata alla sicurezza del cittadino deve essere una risorsa da sfruttare e sulla quale occorre investire, prevedendo nelle leggi finanziarie risorse economiche ad hoc;
gli stessi strumenti tecnologici potranno essere utilizzati, in regime di sperimentazione, dalle istituzioni e dagli enti locali, per realizzare un immediato ed efficace strumento di prevenzione. È utile prevedere un contributo o una defiscalizzazione per i commercianti ed i cittadini che vorranno dotarsi di apparati tecnologici per la sicurezza, che, correttamente installati in un principio di compatibilità ed integrazione tra loro, potranno essere messi a disposizione anche delle forze dell'ordine;
integrazione e compatibilità dei sistemi sono due elementi chiave nell'organizzazione di una rete di sicurezza realmente capace di prevenire ed intervenire in caso di necessità;
di fronte alla cronaca doverosa di spiacevoli episodi criminali occorre che i Ministri competenti promuovano campagne di comunicazione, soprattutto fra i giovani, sia nelle scuole che attraverso i mass media, per rilanciare la cultura della legalità e della sicurezza;
occorre, inoltre, intensificare l'azione di prevenzione e controllo delle comunità nomadi presenti nel nostro Paese, le quali spesso basano la propria sussistenza sul ricavato di azioni criminose (furti accattonaggio ed altro), e provvedere, laddove ce ne siano i presupposti, alla confisca di tutti quei beni di illecita provenienza;

impegna il Governo:

ad attivarsi per stanziare, nell'ambito della legge finanziaria per l'anno 2006, risorse economiche adeguate in favore delle forze dell'ordine, affinché siano poste nelle condizioni migliori per proseguire la loro missione meritoria di tutela della sicurezza dei cittadini dalle minacce interne ed internazionali e per garantire il rispetto della legalità in tutto il territorio nazionale;
ad incentivare ed incrementare gli accordi con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo per contrastare l'immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani;
a garantire un maggior controllo della legalità in quelle regioni che storicamente sono vittime della criminalità organizzata, anche per creare opportunità di sviluppo economico, con relativo rilancio dell'occupazione;
ad attivarsi affinché sia intensificata l'azione dell'Unione europea nel contrasto dell'immigrazione clandestina e ad assicurare la partecipazione e il contributo dell'Italia all'azione europea di contrasto alla criminalità e alla lotta al terrorismo, attraverso la rapida assunzione degli strumenti di cooperazione giudiziaria tra i Paesi membri;
ad adottare iniziative affinché si prevedano, nella legge finanziaria relativa all'anno 2006, ulteriori risorse economiche per il soccorso ed il sostegno delle vittime della criminalità e dell'usura;
ad attivarsi per prevedere l'integrazione di tutti i sistemi tecnologici per la sicurezza del cittadino, per creare una compatibilizzazione in un unico sistema centrale presso il ministero dell'interno;
ad adottare iniziative normative volte a prevedere un sistema di agevolazioni in favore dei commercianti, con particolare riguardo alle categorie più esposte alla criminalità predatoria, al fine di consentire il ricorso a strumentazioni di protezione - cassaforti, porte blindate ed altro - o a personale o a sistemi di vigilanza - telecamere, teleallarme, collegamento a centrali ed altro - utili a prevenire aggressioni criminali, in particolare, attraverso l'estensione a nuovi destinatari delle disposizioni già introdotte con il collegato alla legge finanziaria del 1998 e con la legge n. 448 del 2001;
ad incrementare le iniziative finalizzate alla diffusione in tutto il Paese, con un'attenzione particolare al mondo degli adolescenti, della cultura della legalità e della sicurezza, attraverso campagne informative a cura dei ministeri competenti;
ad estendere la diffusione su tutto il territorio della figura del poliziotto/carabiniere di quartiere per intensificare il rapporto delle forze di polizia con il territorio ed i cittadini, con particolare attenzione alle periferie ed ai quartieri più degradati;
ad adottare iniziative normative volte a prevedere la riforma delle polizie municipali e provinciali per garantire il loro concorso nella prevenzione e nella lotta alla criminalità;
ad attivarsi per completare la riforma dell'attività di vigilanza privata per dare alle guardie particolari giurate un riconoscimento giuridico e professionale per il lavoro svolto;
ad attivare con celerità l'apertura di un centro di permanenza temporanea ed accoglienza in ogni regione del nostro Paese, in modo che tutte le prefetture e le questure siano realmente messe nella possibilità di applicare la cosiddetta «legge Bossi-Fini» sull'immigrazione;
ad attivarsi perché venga data sempre effettiva e puntuale applicazione a tutte le prescrizioni contenute nella cosiddetta «legge Bossi-Fini» in riferimento alle richieste di asilo politico, spesso utilizzate dai membri delle cellule terroristiche di matrice islamica;
ad attivare sistematici controlli sui beni e sui patrimoni dei nomadi e giostrai, spesso in possesso di cittadinanza italiana, procedendo, ove ce ne siano i presupposti, alla loro immediata confisca.
(1-00470)
«La Russa, Buontempo, Ascierto, Franz, Butti, Onnis, Porcu, Arrighi, Menia, Garnero Santanché, Geraci».
(8 luglio 2005)

La Camera,
premesso che:
gli ultimi avvenimenti internazionali - la strage di Ground Zero, a New York, l'11 settembre del 2001, e quella della stazione ferroviaria Atocha di Madrid, l'11 marzo del 2004 e quella appena consumata in alcune stazioni metropolitane di Londra - oltre a scuotere l'opinione pubblica mondiale, ci hanno svelato e poi riconfermato una nuova faccia, nonché una nuova realtà dimensionale della paura e dell'incertezza sociale nel nuovo millennio. E tutto ciò non solo rientra, di per sé, sotto la competenza delle istituzioni preposte a garantire la sicurezza interna ed esterna del Paese, ma risulta anche, almeno per ciò che si evince da numerose indagini sul fenomeno terroristico degli ultimi tempi, spesso connessa alle tradizionali problematiche della criminalità comune od organizzata;
in altri termini, oggi la questione «sicurezza» appare come un unico involucro di un complesso di tematiche interdipendenti - terrorismo, criminalità comune ed organizzata, immigrazione, culto e pratica di religioni o costumi estranei alle nostre tradizioni - e tutte inerenti sia a rilevanti questioni di sicurezza nazionale ed internazionale, sia alla quotidianità delle nostre città e dei nostri cittadini;
se per questi temi, e le implicazioni sociali che ne possono derivare, ad avviso dei firmatari del presente atto, una parte del centrodestra italiano ed il Governo che lo rappresenta ha spesso sacrificato un approccio analitico e puntuale al tentativo di tradurre una quota sempre crescente di rabbia e preoccupazione sociale in consenso elettorale, dal canto suo il centrosinistra ha sì cercato di contrapporre una discussione seria su questi temi, ma la decisione di alcune sue frange di puntare «strategicamente» tutta la propria verve comunicativa sul rispetto di inderogabili principi costituzionali - funzionalmente derivanti dall'articolo 2 della Costituzione («La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo..») - ha rischiato di dare all'opinione pubblica l'impressione di uno sterile confronto politicoparlamentare giocato sui problemi quotidiani dei nostri concittadini e della qualità della vita che conducono, oltre che della sicurezza dei nostri territori in linea generale e nel quadro di logiche e flussi del tutto nuovi del terrorismo e della criminalità internazionale;
in questo quadro e su molti di questi temi, soprattutto per ciò che concerne i loro riflessi sul versante della sicurezza pubblica, la mancanza di un quadro aggregato e complessivo dei dati inerenti ciascuna tematica, nonché delle logiche interdipendenti che li producono, oltre ad aver lasciato spazio a provvedimenti legislativi nati sull'onda dell'emotività sociale e che hanno pure finito per comprimere gli spazi di un pieno rispetto di alcuni inderogabili principi costituzionali, rappresenta il dato più evidente del bisogno di quell'indagine conoscitiva bipartisan che, in forza della propria oggettività, possa sciogliere il fitto groviglio di storiche posizioni politiche e di tradizionali interessi e rivendicazioni localistico territoriali su cui entrambi i poli del confronto politico italiano sembrano essersi da tempo impantanati;

impegna il Governo:

a promuovere presso di sé, la costituzione di una Commissione di Studio per la Sicurezza Civica ed Internazionale, con presidenza di alto profilo istituzionale, che, in stretto e continuo coordinamento con le istituzioni governative (tra cui il Ministero dell'interno, le regioni ed i competenti organi parlamentari, attingendo direttamente ai dati ed agli studi disponibili, possa:
a) rappresentare il luogo istituzionale per eccellenza, deputato all'indagine delle tematiche dimensionanti il complesso tema della «sicurezza» civica;
b) procedere alla composizione di un quadro aggregato delle conoscenze complessivamente acquisite, così da rappresentare altresì un più valido strumento di ausilio per le libere determinazioni di Governo e Parlamento in materia di sicurezza dei cittadini in direzione di una maggiore concretezza e di provvedimenti più rispondenti alle esigenze di sicurezza del Paese;
c) procedere alla diffusione pubblica e periodica del «quadro» risultante dalla propria attività di studio e di indagine, col fine di rendere i cittadini più consapevoli della reale entità dei livelli di sicurezza che lo Stato provvede a garantire loro.
(1-00471)
«Cusumano, Potenza, Acquarone, Santulli, Pisicchio, Luigi Pepe, Ostillio, Oricchio, Nuvoli, Mongiello, De Franciscis, Iannuccilli, Mastella».
(8 luglio 2005)



INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

RUSSO SPENA. - Al Ministro per lo sviluppo e la coesione territoriale. - Per sapere - premesso che:
tremila lavoratori del gruppo Finmek sono da tre mesi senza stipendio: non vi sono fondi per pagare i fornitori e non si riesce a portare avanti la produzione;
eppure, la Finmek ha commesse importanti (prima tra tutte, quella per la produzione del decoder per il digitale terrestre);
dal maggio 2004, a seguito di una situazione finanziaria fallimentare, il gruppo (che ha stabilimenti a Sulmona, Pagani, Ariccia, L'Aquila, Capua, oltre che in alcune località del Nord) è retto da un commissario nominato dal Governo (è stato applicato il cosiddetto «decreto Marzano»);
l'Esecutivo non ha finora promosso nessun intervento; non ha neppure incontrato sindacati e lavoratori; l'incontro pare possa avvenire a fine settimana, dopo la determinata mobilitazione che lavoratori e sindacati stanno attuando, coinvolgendo anche gli enti locali;
i lavoratori esprimono l'intenzione di presidiare ad oltranza Palazzo Chigi se il Governo non interverrà con decisione, prontezza ed efficacia;
l'azione del Governo dovrebbe intervenire sia sulla salvaguardia occupazionale di ben tremila unità e sia sulla continuità di una produzione tecnologicamente avanzata, la cui fine impoverirebbe ulteriormente la presenza italiana nei settori industriali più innovativi -:
se il Governo intenda, finalmente, avviare un confronto ed un'iniziativa di politica industriale nel settore dell'elettronica italiana - che versa in uno stato disastroso e di cui la crisi Finmek è una metafora dolorosa - e se -non intenda con il disegno di legge finanziaria per il 2006 che finalmente il Governo si appresta a portare in Parlamento, attivarsi per dotare il Paese, a partire dal Mezzogiorno, di strutture e di fonti che permettano di rilanciare piani industriali e possibilità di interventi.
(3-05046)
(27 settembre 2005)

LA RUSSA, LA GRUA, AIRAGHI, AMORUSO, ANEDDA, ARMANI, ARRIGHI, ASCIERTO, BELLOTTI, BENEDETTI VALENTINI, BOCCHINO, BORNACIN, BRIGUGLIO, BUONTEMPO, BUTTI, CANNELLA, CARDIELLO, CARUSO, CASTELLANI, CATANOSO, CIRIELLI, COLA, GIORGIO CONTE, GIULIO CONTI, CORONELLA, CRISTALDI, DE SENEEN, DELMASTRO DELLE VEDOVE, FASANO, FATUZZO, FOTI, FRAGALÀ, FRANZ, GALLO, GAMBA, GASPARRI, GERACI, ALBERTO GIORGETTI, GIRONDA VERALDI, LA STARZA, LAMORTE, LANDI DI CHIAVENNA, LEO, LISI, LO PRESTI, LOSURDO, MACERATINI, MAGGI, MALGIERI, GIANNI MANCUSO, LUIGI MARTINI, MAZZOCCHI, MENIA, MEROI, MESSA, MIGLIORI, ANGELA NAPOLI, NESPOLI, ONNIS, PAOLONE, PATARINO, ANTONIO PEPE, PEZZELLA, PORCU, RAISI, RAMPONI, RICCIO, RONCHI, ROSITANI, SAGLIA, SAIA, GARNERO SANTANCHÈ, SCALIA, SELVA, STRANO, TAGLIALATELA, TRANTINO, VILLANI MIGLIETTA, ZACCHEO e ZACCHERA. - Al Ministro delle politiche agricole e forestali. - Per sapere - premesso che:
negli ultimi tempi il mercato ortofrutticolo nazionale, già in crisi per un eccesso di offerta che non trova collocazione a prezzi remunerativi per i produttori, è divenuto oggetto di situazioni di sleale concorrenza poste in essere attraverso false indicazioni di origine;
il Ministro interrogato ha avviato qualche mese fa, in collaborazione con il ministero dell'economia e delle finanze, un'attività ispettiva sinergica svolta dall'ispettorato centrale repressione frodi e dall'agenzia delle dogane, al fine di contrastare i fenomeni di concorrenza sleale che danneggiano pesantemente sia i produttori che i consumatori italiani;
tra le cause, infatti, della crisi che ha colpito il settore ortofrutticolo, vi sono anche le importazioni di prodotti commercializzati in Italia con false indicazioni di origine, ragion per cui assicurare la corretta indicazione dell'origine dei prodotti costituisce un eccellente strumento di tutela e di difesa della qualità e della specificità delle produzioni italiane -:
quali azioni di controllo siano state poste in essere, a tutt'oggi, dall'ispettorato centrale repressione frodi e dall'agenzia delle dogane, al fine di verificare la regolare commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli e di scongiurare ogni frode nel comparto agroalimentare, che, com'è noto, costituisce uno dei settori più importanti e vitali dell'economia nazionale.
(3-05047)
(27 settembre 2005)

CANELLI. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
sulla vicenda delle obbligazioni argentine - così come in relazione ad altri recenti casi di insolvenza di importanti gruppi industriali - non è stata ancora fatta piena chiarezza circa il ruolo che le banche italiane hanno svolto nel collocamento dei titoli presso i risparmiatori;
da notizie di stampa risulta che il valore dei bond argentini detenuti nel portafoglio delle banche italiane si è sensibilmente ridotto nel periodo compreso fra il 1999 e il 2003, passando da 460 milioni di euro nel 1999 a 419 milioni di euro nel 2000, per scendere drasticamente a 173 milioni di euro nel 2001, a 135 milioni di euro nel 2002 e, infine, a poco più di 60 milioni di euro nel 2003;
qualora tali dati si riferissero al valore nominale dei bond, essi costituirebbero un concreto indizio del fatto che le banche italiane, mentre si andava delineando una possibile situazione di insolvenza dell'Argentina, alleggerivano la loro esposizione diretta attraverso un collocamento delle obbligazioni sul mercato retail;
è in ogni caso fondamentale ristabilire un clima di assoluta fiducia dei risparmiatori nei confronti del sistema bancario italiano;
in data 15 febbraio 2005 l'onorevole Bruno Tabacci ha presentato un'interrogazione a risposta immediata in assemblea (la n. 3-04211) in ordine allo stesso argomento e il Governo, nella persona del Ministro Giovanardi, aveva risposto che la Banca d'Italia avrebbe avviato «un approfondito esame sui dati in suo possesso (in ordine ai titoli obbligazionari in questione detenuti nel portafoglio dalle banche italiane negli ultimi anni)», i cui risultati sarebbero stati comunicati al Governo e, quindi, al Parlamento -:
se, ad oggi, siano stati comunicati i risultati dell'indagine condotta sui dati forniti in premessa e se, in mancanza di questi, il Governo intenda assumere iniziative normative atte ad assicurare una vigilanza più efficace sul corretto funzionamento del sistema bancario italiano.
(3-05048)
(27 settembre 2005)

VOLONTÈ, MANINETTI, CIRO ALFANO, PERETTI, D'AGRÒ, MEREU, DI GIANDOMENICO, FILIPPO MARIA DRAGO, DE LAURENTIIS e GIUSEPPE GIANNI. -. Al Ministro della giustizia. Per sapere - premesso che:
secondo quanto riportato dal quotidiano Il Giornale e da un esposto presentato alla procura di Roma, la scorsa settimana, dai microfoni dell'emittente Radio Radio, nel corso della trasmissione «Un giorno speciale», condotta da Francesco Vergovich e Bruno Ripepi, il professor Mario Tozzi, geologo, primo ricercatore del Cnr, nonché conduttore della trasmissione di Rai Tre «Gaia, il pianeta che vive» e di Rai International (per cui ha firmato circa 150 documentari), ha pronunciato una serie di frasi altamente offensive nei confronti del cardinale Camillo Ruini, del tipo «rifiuto tossico da eliminare» o «da far finire con un limone in bocca come una porchetta»;
il professor Tozzi, nonostante un «timido invito da parte dei conduttori a moderare i termini», secondo quanto riportato dall'esposto, avrebbe rivolto le seguenti frasi: «io conosco qualcuno della camorra che per 500 euro potrebbe far sparire il cardinale Ruini e anche il tabernacolo» e «in Italia si continuano a costruire le chiese, mentre bisognerebbe radere al suolo quelle esistenti con le ruspe o magari con la dinamite»;
il motivo risiederebbe nelle frasi pronunciate dal cardinale Ruini in merito al dibattito sulla regolarizzazione delle coppie di fatto, anche omosessuali: frasi che, secondo il Tozzi, «avrebbero ostacolato il progresso dell'Italia»;
qualora la registrazione della trasmissione confermasse quanto riportato dal quotidiano citato, secondo gli interroganti, le offese gravi rivolte dal professor Tozzi al cardinale Ruini, oltre ad esser state pronunciate nei confronti di un alto esponente di uno Stato sovrano e straniero e, nel contempo, di una religione riconosciuta dalla Repubblica italiana, hanno una rilevanza penale in virtù di quel riferimento ad una esternata conoscenza di esponenti della malavita organizzata e di quell'invito ad usare la dinamite per radere al suolo le chiese -:
se siano state avviate indagini sulla vicenda.
(3-05049)

(27 settembre 2005)

ROSATO. - Al Ministro per gli affari regionali. - Per sapere - premesso che:
il 12 febbraio 2001 è stata approvata la legge n. 38 di tutela della minoranza linguistica slovena;
la legge interviene in tre settori fondamentali: istituzioni scolastiche; uso della lingua nella pubblica amministrazione e mass media e nei confronti delle attività culturali, artistiche, sportive, ricreative, scientifiche, educative, informative ed editoriali della minoranza slovena, prevedendo per il loro sostegno un apposito finanziamento annuale (articolo 16) alla regione Friuli Venezia Giulia;
a quasi cinque anni dall'entrata in vigore della legge ancora diverse disposizioni in essa contenute non hanno trovato piena applicazione: in particolare, la mancata realizzazione della sezione slovena del conservatorio di musica «Tartini» di Trieste, le problematiche relative alle scuole con lingua di insegnamento slovena e l'apertura degli appositi uffici della pubblica amministrazione bilingui a Trieste, Gorizia e Cividale;
l'articolo 3 ha istituito un apposito comitato, definito «comitato istituzionale paritetico», per i problemi della minoranza slovena, composto da venti membri, di cui dieci cittadini italiani di lingua slovena;
la legge attribuisce all'organismo importanti funzioni di coordinamento ed impulso nell'attuazione delle singole norme in essa contenute;
tale comitato ha scontato numerosi problemi di funzionamento;
i ritardi nell'applicazione della legge sono, però, indipendenti dal funzionamento del comitato paritetico, poiché le norme sopra indicate avrebbero dovuto trovare immediata applicazione sin dall'entrata in vigore della legge n. 38 del 2001 -:
quali provvedimenti il Governo intenda predisporre affinché le norme previste trovino immediata applicazione, posta l'asserita volontà del Governo, espressa in più occasioni, di adempiere a quanto previsto dalla legge n. 38 del 2001, e se nel disegno di legge finanziaria per l'anno 2006 il Governo non intenda prevedere un aumento dello stanziamento alla regione Friuli Venezia Giulia, come previsto dall'articolo 16 della legge n. 38 del 2001.
(3-05050)
(27 settembre 2005)

GIBELLI, GUIDO GIUSEPPE ROSSI, DARIO GALLI, LUCIANO DUSSIN, BALLAMAN, BIANCHI CLERICI, CAPARINI, DIDONÈ, GUIDO DUSSIN, ERCOLE, FONTANINI, GIANCARLO GIORGETTI, LUSSANA, FRANCESCA MARTINI, PAGLIARINI, PAROLO, POLLEDRI, RIZZI, RODEGHIERO, SERGIO ROSSI, STUCCHI e VASCON. - Al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
il recente e tragico episodio dell'aggressione di Gerenzano (Varese), ove una ragazza tredicenne, aggredita a martellate da un malato psichiatrico, è ora in fin di vita, solleva nuovi interrogativi sul sistema di assistenza che il nostro servizio sanitario nazionale predispone nei confronti dei soggetti affetti da patologie psichiatriche;
in particolare, il caso di cronaca di Gerenzano dimostra l'inadeguatezza della legislazione sull'assistenza psichiatrica e, in particolare, della nota legge n. 180 del 1978 ad una presa in carico responsabile dei circa 600.000 pazienti psichiatrici gravi esistenti in Italia;
la legge n. 180 del 1978 non solo non affronta il problema della cronicità psichiatrica, abbandonando di fatto i malati a se stessi o alle loro famiglie, ma rende estremamente difficile il ricorso ai trattamenti sanitari obbligatori nei confronti dei malati psichiatrici che rifiutano di sottoporsi alle prestazioni assistenziali prescritte dai medici;
dei circa 600.000 pazienti psichiatrici gravi esistenti in Italia, si stima che almeno 50.000 siano resistenti alle cure, dato questo che solleva numerose preoccupazioni ed interrogativi, data l'assenza di una rete sociale e sanitaria adeguata sia a fornire al malato e alla sua famiglia un'assistenza continuativa, a fronte della cronicità della patologia, sia a garantire l'intera collettività dalla potenziale pericolosità dei malati psichiatrici abbandonati a se stessi -:
quali iniziative normative il Governo intenda presentare al fine di rimediare alle lacune e alle inefficienze dell'attuale sistema di assistenza psichiatrica, come configurato dalla legge n. 180 del 1978, e di garantire più elevati livelli di sicurezza dell'intera collettività nei confronti della potenziale pericolosità sociale dei malati psichiatrici abbandonati a se stessi, prevenendo il reiterarsi di episodi di violenza come quello di Gerenzano (Varese).
(3-05051)
(27 settembre 2005)

SASSO, GRIGNAFFINI, CAPITELLI, TOCCI, LOLLI, INNOCENTI, RUZZANTE, MONTECCHI, BUFFO, CARLI, CHIAROMONTE, GIULIETTI e MARTELLA. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
anche quest'anno l'inizio dell'anno scolastico ha mostrato, malgrado le dichiarazioni del Ministro interrogato, inadeguatezze, mancanze e problemi ancora irrisolti, che peseranno sul buon andamento dell'anno scolastico e, soprattutto, sulla qualità dell'apprendimento;
resta, innanzitutto, il problema del precariato. In questi anni, se sono diminuiti gli insegnanti, è aumentato il numero dei precari, ormai circa il 14 per cento dell'intera categoria. E l'immissione in ruolo, per questo anno scolastico, di 30.000 precari ha, secondo gli interroganti, solo il sapore di un'iniziativa elettorale. Perché questa non è altro che una goccia nel mare rispetto ai circa 100.000 posti disponibili, cioè assegnati di anno in anno per incarichi e supplenze. Né c'è traccia di quel piano pluriennale di assunzioni previsto dal decreto del luglio 2005, che doveva essere pronto entro la fine di settembre 2005;
sono 127.400 i docenti che cambiano scuola ogni anno (questo è ormai un dato costante). Ciò significa che, con una media di 25 alunni per classe, 3.185.000 studenti ogni anno cambiano insegnanti. E anche i docenti immessi in ruolo quest'anno provengono da graduatorie fortemente contestate e saranno destinati a cambiare posto entro breve tempo. Allora, l'ordinato avvio dell'anno scolastico appare più dichiarato che realizzato;
e il «caro-libri» che colpisce le famiglie italiane? Persino di fronte alle cifre fornite dalle associazioni dei consumatori, che hanno denunciato l'aumento del costo dei libri di testo, il ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca sottovaluta la questione;
diminuiscono i fondi per le scuole. Per le bambine e i bambini che entrano anticipatamente nelle scuole dell'infanzia e nella scuola elementare, soprattutto al Sud, non ci sono strutture e risorse adeguate. Diminuiscono le ore di inglese e non ci sono attrezzature valide per l'informatica. La drastica riduzione dei bidelli renderà difficile l'avvio dell'anno scolastico, in molte parti d'Italia;
le classi sono sempre più affollate e il tasso di dispersione scolastica è ancora assai elevato;
valga per tutti il dato rilevato a inizio dello scorso anno scolastico in Lombardia. La dispersione scolastica, nel primo anno della secondaria superiore, è stata circa del 20 per cento, mentre nei professionali che hanno attivato la sperimentazione del secondo canale - quello della formazione professionale - del 52 per cento nei corsi ordinari e del 48 per cento in quelli sperimentali;
restano, infine, tutte le perplessità e le incognite in merito alla riforma sul secondo ciclo dell'istruzione. E gli effetti già si vedono, con il fenomeno della fuga dagli istituti tecnici e professionale. Le famiglie hanno scelto;
in questo mare profondo di approssimazione e di incapacità resta un punto fermo: l'aumento del «buono scuola» in favore delle famiglie che mandano i figli alle scuole paritarie. E senza nessun vincolo di reddito per chi fa la domanda, ma sulla base del solo requisito dell'iscrizione e a scuola -:
come pensi il Ministro interrogato di garantire, rispetto a questi problemi, il diritto allo studio di studentesse e studenti e, soprattutto, il buon funzionamento di un settore così importante per la vita del Paese.
(3-05052)
(27 settembre 2005)

ZANETTIN, PANIZ, ADORNATO, CAMPA, DALLE FRATTE, FRATTA PASINI, FERRO, GHEDINI, MILANATO, ORSINI, PALMA, ZORZATO e ZUIN. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
in data 6 settembre 2005 il leader dei «disobbedienti» veneti Luca Casarini, dopo aver rivendicato il sabotaggio ai cantieri del Mose di Venezia, con il danneggiamento di attrezzature ed impianti, ha testualmente dichiarato all'agenzia Ansa che intende proseguire la propria opera di devastazione anche nei confronti del Consorzio di Venezia Nuova e del signor Mantovani, titolare dell'azienda leader del Consorzio;
Casarini ha concluso il proprio delirante proclama, dichiarando che «i giochi un giorno potrebbero riguardare anche Galan o la sua villa»;
a fronte di tale gravissimo episodio, gli interroganti esprimono preoccupazione per l'impunità di cui fino ad oggi hanno goduto Casarini e la sua banda di teppisti;
non possono neppure rimanere ignorate le gravissime minacce rivolte in questa occasione, sia al titolare della ditta Mantovani che al presidente della regione del Veneto, onorevole Giancarlo Galan, cui va tutta la solidarietà degli interroganti -:
quali azioni si siano intraprese per garantire la sicurezza delle persone e dei beni chiaramente minacciati dal Casarini e quali iniziative di propria competenza si intendano adottare per evitare il ripetersi di similari atti di violenza, che turbano l'opinione pubblica veneta e di tutto il Paese.
(3-05053)
(27 settembre 2005)