XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 4001
Onorevoli Colleghi! - Il giro d'affari mondiale della
contraffazione commerciale è valutato in 250 miliardi di
dollari annui. Secondo le ultime statistiche, pubblicate nel
luglio 2002 dalla Commissione europea con l'aiuto delle
autorità doganali, il mercato del falso è aumentato in Europa
del 900 per cento rispetto al 1998; ha origini sempre più
difficili da individuare e potrebbe nascondere legami con le
reti terroristiche. Il rischio di destabilizzazione di taluni
mercati, quali ad esempio il tessile, è altissimo e sono
segnalati materiali sanitari difettosi, detersivi con agenti
caustici, sostanze cancerogene negli indumenti, bevande
alcoliche e profumi tossici. La contraffazione e la pirateria,
un tempo condotte su scala artigianale, sono oggi
riconducibili alla criminalità organizzata e rappresentano un
rischio per l'ordine pubblico.
Va anche ricordato che a maggio del 2004 la frontiera
dell'Unione europea si troverà tra Polonia ed Ucraina, la
quale ultima è considerata uno dei Paesi con le maggiori
percentuali di prodotti falsificati in tutti i settori.
Sono circa 95 milioni gli articoli contraffatti
sequestrati nel 2001 alle frontiere dell'Unione, per un valore
equivalente a circa due miliardi di euro sul mercato
comunitario legale. Rispetto all'anno precedente i cambiamenti
sono quantitativi e qualitativi: il fenomeno è aumentato di
circa il 39 per cento e si è allargato dalla sfera dei
prodotti di lusso a quello dei prodotti di più largo consumo.
In appena un anno sono aumentate considerevolmente le
contraffazioni di CD di musica e giochi (+349 per cento), i
telefonini e altri oggetti elettronici (+252 per cento), i
prodotti alimentari e le bevande (+75 per cento).
Quasi la metà (45 per cento) dei prodotti contraffatti
sequestrati nel 2001 è rappresentata da articoli di largo
consumo (42 milioni di oggetti), come medicine, dentifrici,
profilattici, shampoo, detersivi in polvere. L'altra metà (42
per cento) è rappresentata da CD, DVD e cassette; a seguire
vengono i prodotti alimentari (4 per cento) con 4 milioni di
prodotti contraffatti.
Complessivamente si è stimata una perdita di posti di
lavoro pari a 200.000 unità.
In Italia, Paese purtroppo in prima fila nel commercio
illegale, si calcola come questo faccia perdere circa 40 mila
posti di lavoro all'anno, oltre al 13 per cento di entrate
fiscali ed al 23 per cento di IVA. Secondo la Confesercenti
gli operatori abusivi commerciali sono circa 400 mila e danno
vita ad un giro d'affari stimato in 13 miliardi di euro, 8
secondo il Ministro delle attività produttive, Antonio
Marzano.
In pochi anni la contraffazione si è globalizzata ed
adotta i medesimi canali distributivi del commercio mondiale;
a volte anche le medesime fabbriche; oltre a ciò si è
estremamente raffinata, tanto da falsificare anche loghi e
marchi di fabbrica. In conseguenza di ciò, pur ritenendo
necessaria l'istituzione di un marchio "Made in Italy"
la si ritiene insufficiente se non inserita in un sistema
complessivo di protezione e di controllo, che non è possibile
far gravare, come accaduto sinora, sulle singole aziende e
nemmeno sulle loro associazioni, ma di cui devono farsi carico
lo Stato e l'Unione europea.
A fronte di questo quadro e nei limiti delle attività
possibili all'interno del nostro Stato, la presente proposta
di legge nasce dall'esigenza di tutelare non solo i
consumatori, ma anche il sistema produttivo italiano che, per
sua natura, è proiettato verso i mercati esteri. Si consideri
che dalla metà degli anni '90 i settori dell'alta qualità
italiana - moda, scarpe, legno-arredo, casa, alimentazione
mediterranea, meccanica e componentistica - hanno assicurato
un bilancio positivo annuale di circa 70-75 miliardi di euro,
in grado di coprire ampiamente il costo della bolletta
energetica. Tali settori, basati prevalentemente su aziende
piccole e medie e su circa 200 distretti industriali,
rappresentano due terzi della occupazione manifatturiera del
nostro Paese e costituiscono un elemento di progresso, di
coesione civile e di orgoglio nazionale. E ne abbiamo ben
ragione: senza averne praticamente i mezzi l'Italia si colloca
tra i primi Paesi esportatori al mondo: dai dati relativi al
2001 siamo ottavi nell'esportazione di merci con 241 miliardi
di dollari (primi gli Stati Uniti con 731 miliardi di
dollari); ma è buona anche la performance
nell'esportazione di servizi: settimi con 52 miliardi di
dollari.
Sotto questo profilo va sottolineata la notevole attività
posta in essere dal Governo. L'accorpamento del Ministero del
commercio estero con il Ministero delle attività produttive è
un positivo segnale di concentrazione delle forze a scapito
delle burocrazie. Il richiamo operato dal Presidente del
Consiglio dei ministri Berlusconi in relazione ad una maggiore
attenzione nei riguardi delle nostre imprese da parte del
Ministero degli affari esteri, lungi dal "mercantilizzarlo",
ne ha invece arricchito i contenuti, ricordando che l'Italia è
un Paese trasformatore e che pertanto la nostra politica
estera deve facilitare l'accesso alle materie prime ed ai
mercati di sbocco. Il Ministero delle attività produttive si è
mosso a tutela e per la promozione delle realtà produttive
italiane, effettuando numerose missioni cui hanno preso parte,
oltre ai rappresentanti degli istituti che operano con il
commercio estero, anche associazioni di categoria e le stesse
imprese. Le aree seguite sono quelle dell'Estremo Oriente, dei
Balcani, dell'Europa dell'est, ma anche l'area
mediterranea.
Nella sua visita in Cina del giugno 2002, il Ministro
delle attività produttive ha sottolineato la necessità per le
imprese di unirsi in consorzi sia per la penetrazione
commerciale in Cina, sia per la tutela dei diritti
industriali. Su impulso governativo l'Associazione bancaria
italiana ha annunziato che i principali istituti di credito
italiani provvederanno all'apertura di linee di credito per
3,5 miliardi di dollari destinate alla penetrazione
commerciale delle aziende italiane.
Con la legge n. 273 del 2002 (cosiddetto "collegato
concorrenza") è stata prevista l'istituzione, nei tribunali
delle principali città italiane, di 12 sezioni specializzate
in materia di tutela industriale; si sana così un ritardo dei
precedenti Governi, poiché infatti il regolamento (CE) n.
40/94 del Consiglio, del 20 dicembre 1993, prevedeva
l'istituzione delle sezioni specializzate entro il 1997.
Inoltre si delega al Governo la riforma del sistema di
tutela della proprietà industriale.
Con l'articolo 49 della legge finanziaria per il 2002
(legge n. 448 del 2001) è stata approvata una norma che
consente di avviare a distruzione la merce contraffatta,
sequestrata anche dall'autorità amministrativa (i vigili ad
esempio), salvo tenere dei campioni a scopo di prova.
Ci si muove anche in ambito regionale: la Lombardia ha da
pochi mesi approvato la cosiddetta "legge Ferretto" dal nome
del presidente della commissione commercio della regione, che
prevede l'immediato sequestro e la distruzione entro 48 ore
della merce sequestrata; la normativa si pone a tutela
dell'esercizio commerciale svolto su aree pubbliche.
Infine ricordiamo la provocazione del Ministro
dell'economia e delle finanze, Giulio Tremonti che, in
un'intervista al Corsera del 14 febbraio 2003, stigmatizzando
l'invasione dei prodotti asiatici falsificati ha minacciato
l'impossibile in ambito WTO (World Trade Organization),
cioè l'imposizione di dazi rivolti contro i Paesi
contraffattori. Tremonti ha anche chiesto di muoversi con
sollecitudine prima che il marchio CE finisca per significare
China export.
Anche l'Unione europea recentemente si è mossa presentando
nel gennaio 2003 due documenti. Una proposta di regolamento
del 20 gennaio 2003, che agevola il sequestro delle merci
contraffatte da parte delle autorità doganali; nella bozza è
prevista la procedibilità d'ufficio contro le aziende
contraffattrici, in caso di sequestro alla dogana, sollevando
le aziende da rivalse legali.
Inoltre è stata presentata una proposta di direttiva del
Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 gennaio 2003,
avente il fine di armonizzare gli strumenti destinati ad
assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale,
ambito nel quale l'Unione si attribuisce la completa
competenza.
Se la progressiva armonizzazione del diritto di proprietà
intellettuale ha facilitato la libera circolazione delle
merci, gli autori di contraffazioni hanno approfittato delle
lacune nelle legislazioni nazionali e europee, spostando
luoghi di produzione e di smercio della merce contraffatta, in
Paesi meno attenti. L'armonizzazione degli strumenti per
assicurare il rispetto delle norme permetterà anche di
garantire una circolazione senza distorsioni nel mercato
interno.
La protezione giuridica degli Stati membri è
caratterizzata da notevoli disparità che non consentono di
beneficiare di una pari condizione su tutto il territorio
dell'Unione.
Ad esempio, in Grecia, la sanzione non implica colpa e
quindi può essere diretta anche alle persone in buona fede.
Svezia e Finlandia la pensano in maniera opposta, mentre in
Italia, Danimarca e Spagna la sanzione non si applica solo a
chi fa un uso privato del bene contraffatto (l'acquirente
finale).
In materia di prove in Gran Bretagna è ammessa sia
l'ispezione che il sequestro di prove nei locali del presunto
autore della violazione (senza averlo ascoltato), sia un
procedimento nel quale è possibile richiedere documenti o
beni. E' possibile inoltre bloccare conti o beni del presunto
responsabile. In Germania e nel Benelux sussiste il diritto di
informazione, che si esercita contro chiunque sia implicato
nella violazione, obbligandolo a fornire informazioni
sull'origine delle merci, sui circuiti di distribuzione e
sull'identità dei partecipanti alle precedenti operazioni.
Quanto alle pene e alle ammende esse sono assai differenti
tra i vari Stati. Le ammende variano da alcune migliaia di
euro (Italia e Lussemburgo) a 500.000 euro (Belgio), fino a
750.000 euro (Francia), per le persone giuridiche. In Gran
Bretagna non esistono importi massimi ma ci si affida
all'apprezzamento del giudice. Altri Paesi valutano l'ammenda
secondo i redditi dell'autore della violazione (Paesi nordici,
Austria e Germania). Le pene detentive variano da alcuni
giorni fino a 10 anni (Grecia e Gran Bretagna).
Quali sono i Paesi che maggiormente producono o acquistano
beni contraffati ? Ne esaminiamo due: la Cina tra i produttori
e la Russia tra gli acquirenti.
Da tempo il "nocciolo duro" del "Made in Italy"
circa una ventina di tipologie di prodotto, è sotto il tiro
della contraffazione in particolare cinese. E' possibile
rendersene conto in via indiretta, osservando la crescita
dell'export cinese: posto a 100 l'export italiano,
per il corrispondente export cinese dal 1996 al 2000 si
osservano incrementi vistosi: gli occhiali da 31 a 39;
l'oreficeria da 23 a 30; le sedie e i divani da 18 a 41; i
mobili e le cucine da 21 a 45; la ferramenta da 57 a 64; la
rubinetteria da 11 a 27; addirittura per il pentolame da 159 a
405; nei settori dove eravamo già stati superati (tessuti,
abiti, calzature) è proseguito, e forte, il trend
negativo.
Per impostazione culturale copiare in Cina non è
considerato moralmente riprovevole. In Cina si copiano anche i
Ferrero Rocher: si tratta di copy cat, cioè non di
contraffazione integrale, ma di copia dei principali elementi
ornamentali con un nome lievemente storpiato. Una ditta cinese
addirittura aveva posto il copyright sulla
traslitterazione cinese del nome Rocher; e questo accade per
moltissimi altri prodotti.
Il diritto d'autore è stato introdotto in Cina solo da
pochi anni, se si considera che la prima legge in materia
risale al 1990 e che solo nel 1992 ha aderito alla Convenzione
di Berna e ha istituito la Copyright Agency of China
chiamata a tutelare i diritti degli autori.
Recentemente però la Cina si è trovata a dovere affrontare
la tutela della proprietà intellettuale in modo concreto,
spinta a uniformarsi a seguito del suo ingresso nel WTO
avvenuto nel 2001, alle normative internazionali in materia.
In quell'anno la Cina ha così modificato la legge sui marchi,
la legge sui brevetti e la legge sul copyright,
introducendo una nuova normativa anche in materia di
concorrenza sleale, tutela del software,
licencing, nomi a dominio e tutela dei prodotti
farmaceutici.
Un'importante novità è costituita dal fatto che contro chi
viola la normativa sul copyright si può agire chiedendo
un'inibitoria e il risarcimento dei danni quantificato in base
alle perdite economiche subite dall'autore a causa del plagio
e incluso il rimborso delle spese sostenute per il giudizio
fino a un importo massimo stabilito per legge. Inoltre i
titolari del diritto d'autore possono adire una Corte per
ottenere una preliminary injunction; una sorta di
provvedimento d'urgenza con il quale si chiede di bloccare
immediatamente un plagio in corso.
Con il Giappone sono stati presi accordi per lo scambio di
informazioni in materia di contraffazione tra la Japanese
Society for Rights of Authors e la corrispondente agenzia
cinese.
Il consiglio per le aziende che intendono operare in Cina
è: registrare subito il marchio seguendo scrupolosamente le
norme locali.
Tra i mercati emergenti la Russia, con i suoi 144 milioni
di consumatori, è sempre stata uno dei paradisi per le merci
contraffatte, con danni evidenti per il Made in Italy
soprattutto per beni di consumo come scarpe, vestiti e
occhiali. In realtà, le contraffazioni si estendono a una
vasta gamma di prodotti, dagli articoli sportivi agli
alimentari, ai farmaceutici, fino ai microprocessori per
personal computer. Certamente, non esistono cifre
precise, ma il mercato di merci contraffatte in Russia nel
2002 si stima in oltre 2 miliardi di dollari, mentre
quest'anno la cifra potrebbe salire a 3-4 miliardi.
Il capo dipartimento del Ministero degli Interni per la
lotta contro la criminalità economica ha precisato che i
medicinali contraffatti sono stimati al 10 per cento del
mercato farmaceutico, fruttando circa 250-300 milioni di
dollari all'anno. Il livello dei prodotti contraffatti supera
in Russia gli indici medi dei mercati mondiali di 3 volte per
i ricambi auto, di 6 volte per i capi di abbigliamento e di
ben 12 volte per gli articoli di profumeria e cosmetica.
Il grado di tolleranza sociale varia molto in rapporto
alle categorie di prodotti: l'80 per cento dei russi ritiene
inaccettabile la contraffazione di medicine, alimentari e
alcolici. Tra l'altro, nel Paese si sono avuti numerosi
decessi, l'anno scorso, di persone intossicate da alcolici
contraffatti. Nei settori cinema e musica l'opposizione ai
falsi scende già al 47 per cento, mentre il 30 per cento della
gente li ritiene "accettabili". Ancor più tolleranza
incontrano i vestiti e gli articoli sportivi contraffatti,
ritenuti inaccettabili da appena il 34 per cento dei
potenziali consumatori. E qui il fascino o il prestigio del
Made in Italy è tale che varie donne russe comprano al
mercato scarpe con l'etichetta italiana, a prezzo conveniente,
pur sapendo che quasi certamente sono contraffatte e
potrebbero rompersi presto.
Le autorità russe, soprattutto in vista dell'ingresso del
Paese nel WTO, stanno cercando di prendere sul serio il
fenomeno anche perché, per i tre quarti, il mercato dei falsi
è controllato da organizzazioni criminali. Ma c'è molto da
fare a cominciare dalla modifica di leggi che, per ora,
nemmeno prevedono il concetto di "prodotto contraffatto",
soprattutto in campo cosmetico e farmaceutico.
Due inquietanti questioni: la contraffazione dei farmaci
ed il finanziamento del terrorismo internazionale.
Il problema della contraffazione dei farmaci, sinora
riscontrato nel Terzo mondo, si sta allargando al mondo
industrializzato, con numerosi casi segnalati anche negli
Stati Uniti. Il fenomeno è favorito dalla vendita on
line dei farmaci. I medicinali falsi imitano prodotti ad
alto costo e, in genere, di volume contenuto. Gli incentivi
economici sono enormi ed aumentano i segnali di coinvolgimento
della criminalità organizzata internazionale: mafia russa,
triade cinese, signori della droga colombiani e messicani,
camorra. Le tipologie di falsificazione sono diverse e vanno
dall'utilizzo degli stessi princìpi attivi, o di una quantità
ridotta di essi, o all'utilizzo di placebo, sino all'utilizzo
di sostanze nocive, quali vernici al piombo per la
colorazione. L'Organizzazione mondiale della sanità ha
attivato nel 2000, una task force per contrastare queste
attività, ma poche sono le segnalazioni ed i sequestri sinora
effettuati. I principali Paesi produttori sono Cina e India.
In Cina addirittura, è stata scoperta un'azienda farmaceutica
pubblica che contraffaceva tre medicinali di tre diverse case
farmaceutiche.
In Messico sembra che un quarto dei medicinali in
circolazione sia falso. Negli Stati Uniti tali prodotti
entrano tramite cittadini americani che vanno a fare incetta
di farmaci a basso prezzo. In uno studio condotto dalla dogana
statunitense su 200 viaggiatori di ritorno dal Messico è
risultato che ognuno di essi aveva acquistato una media di 28
mila singole dosi. Il che vuol dire che almeno 7000 dosi a
testa erano false. Ed ogni giorno 15 mila americani
attraversano la frontiere con il Messico.
In Europa i sequestri sono in forte aumento, poiché sono
state adottate le stesse misure per la lotta alla droga; ma in
Paesi come la Russia e l'Ucraina, la situazione è drammatica;
a volte sono le stesse case farmaceutiche locali ad
organizzare linee di produzione parallele di
farmaci prevalentemente destinati al mercato africano o
mediorientale. Si calcola che in Russia almeno il 10 per cento
degli antibiotici, degli analgesici, degli antistaminici e dei
farmaci cardiovascolari sia falso.
Per l'Europa occidentale il problema riguarda per ora gli
steroidi e gli anabolizzanti distribuiti nei circuiti
illegali. Ma la dogana tedesca negli ultimi tempi ha
sequestrato una gran quantità di Viagra contraffatto spedito
per posta. Per non destare sospetti le fabbriche asiatiche
spediscono in mercati "neutri" (Nuova Zelanda, Australia, Usa,
Canada) da dove, a seguito di ordini on line, vengono
spediti i pacchi.
In Italia esistono sistemi anticontraffazione applicati ai
medicinali, nati per contrastare le truffe al Servizio
sanitario nazionale. Il sistema, già operativo, potrebbe
tornare utile contro i falsi veri e propri.
Un'inchiesta del Sole 24 Ore del settembre 2002, ha
messo in luce che le organizzazioni terroristiche potrebbero
finanziarsi, riciclare denaro o trasmettere fondi da un Paese
all'altro, tramite i prodotti contraffatti. Secondo il gruppo
di monitoraggio su Al Qaeda delle Nazioni Unite tale metodo è
usato dalla organizzazione per finanziare le proprie cellule.
Alcune settimane dopo l'attacco alle Torri gemelle viene
sequestrato a Copenhagen un carico di otto tonnellate di
prodotti per l'igiene personale, decongestionanti,
lubrificanti e cosmetici, tutti, falsi, partito da Dubai. Il
mittente: un importante membro di Al Qaeda. Che
l'organizzazione abbia parte dei propri fondi in conti bancari
a Dubai è del resto confermato dall'ONU. E a Dubai, i capi
talebani e i membri di Al Qaeda avrebbero trasferito forti
quantitativi d'oro prima di abbandonare Kabul. Dubai ha la sua
free trade zone da cui entra ed esce qualsiasi cosa
inclusa, naturalmente, la merce contrabbandata e contraffatta.
Ed è da tempo una delle basi operative e finanziarie di Al
Qaeda.
Ma perché contraffare, oltre a costosi profumi italiani e
francesi, anche prodotti a basso costo, come lo shampoo e la
vasellina ?
Secondo i funzionari dell'ONU la scelta del prodotto
avviene in funzione della rete di distribuzione; i membri di
Al Qaeda hanno così più facile accesso alla comunità degli
immigrati, che acquista lo shampoo e gli altri prodotti di
largo consumo a basso costo. Inoltre nel business dei
prodotti falsi i margini di guadagno sono elevati anche per
beni relativamente economici, se i volumi smerciati sono
rilevanti. E se sono state sequestrate 8 tonnellate di merce
contraffatta, è possibile che ne siano passate 80, se non
addirittura 800.
Secondo Roslyn Mazer, all'epoca dell'amministrazione
Clinton responsabile per la proprietà intellettuale del
dipartimento USA della giustizia, bisogna indagare sulle vie
commerciali di alcuni Paesi in via di sviluppo nei quali Al
Qaeda ha disteso i propri tentacoli. Fiumi di prodotti falsi
hanno inondato Pakistan, Egitto, Kazakistan, Uzbekistan: tutti
Paesi in cui esistono cellule di Al Qaeda. Insomma, il carico
di Copenhagen potrebbe essere la classica punta
dell'iceberg.
Il problema dell'import parallelo.
L'import parallelo consiste nell'importazione al di
fuori dei canali distributivi delle imprese; il guadagno
consiste nel lucrare i differenziali dei prezzi dei prodotti
tra Paese e Paese. Attualmente è vietato importare liberamente
prodotti acquistati su mercati extracomunitari senza un
accordo con il titolare del marchio, ma è in corso un
confronto in sede europea tra Parlamento e Commissione teso ad
una liberalizzazione, definita selvaggia dai diretti
interessati, degli scambi. In sostanza verrebbe meno la
protezione dei marchi. La Commissione sta effettuando una
approfondita ricognizione sull'impatto economico della
deregulation e dovrà pronunziarsi a breve. Le
griffe valutano il danno della commercializzazione senza
controllo attorno al 30 per cento del volume complessivo
dell'interscambio; i settori colpiti sono: ottica, automobili,
articoli sportivi, abbigliamento, elettrodomestici, cosmetici
e profumi. La Confindustria ha stimato una diminuzione della
redditività delle imprese interessate sino al 35 per cento.
Ma vediamo, settore per settore, quali sono le questioni
segnalate ed i problemi che il sistema produttivo ha
sottoposto all'attenzione del Governo e del Parlamento.
Settore legno-arredo.
C'è un'azienda cinese nel Donguan, la provincia dove è
concentrata la produzione del mobile, con il nome italiano di
Borralli, che presenta i suoi divani con la sigla "made in
China - italian design", basta prendere un architetto
italiano per sviluppare una linea di mobili, poi la si
realizza in Cina. L'industria del mobile italiano costituisce
per i cinesi un punto di riferimento. Sino a pochi anni fa
l'Italia era contemporaneamente il maggior produttore ed
esportatore di mobili; il primo dei due primati l'abbiamo
perso. Tuttavia, il settore rappresenta uno dei più grossi
raggruppamenti manufatturieri dell'industria italiana con un
fatturato (dati relativi al 2002) di oltre 38 miliardi di
euro, di cui 12,6 esportati con quasi 88 mila imprese e 412
mila addetti.
Occorre anche considerare che l'enorme mercato interno
cinese ha consentito ad aziende come la Landbond di crescere
enormemente e sfondare anche negli Stati Uniti.
Considerata la qualità, nel medio periodo, la concorrenza
cinese sarà devastante nella fascia bassa, limitata nella
fascia medio-alta e nulla nel segmento medio-alto. Il settore
legno-arredo pertanto si trova di fronte all'opzione di
delocalizzare, ponendosi come obiettivo anche il mercato
cinese, oppure gestire il mercato per conto dei cinesi come è
avvenuto nel tessile: trasferire le produzioni in Cina
mantenendo la realizzazione del design, dei cataloghi e
del marketing. Tutto ciò, però, comporta una profonda
ristrutturazione del sistema che, se non accompagnata da
adeguati provvedimenti di politica industriale, potrebbe
comportare la distruzione di quel "reticolo produttivo" che lo
caratterizza e lo rende così innovativo e competitivo.
Moda.
A dicembre il Governo italiano ha segnalato a quello di
Pechino circa 1000 violazioni nel settore della moda. Il giro
d'affari illegale è di 4 miliardi di euro l'anno, oltre a 1,5
miliardi nel settore calzature e pelletterie. Se si valuta che
il settore tessile-abbigliamento italiano ha una produttività
media di 165 mila euro ad addetto ne consegue una perdita di
posti di lavoro pari a 25 mila unità. Nell'ultima indagine
campione effettuata dal "Sistema moda Italia" due capi su
dieci erano falsi. Il settore richiede un aumento abnorme
delle pene pecuniarie. Il tema della reciprocità di accesso ai
mercati e della tracciatura dei beni importati sono le
storiche battaglie della moda italiana, svantaggiata anche da
barriere all'ingresso degli altri mercati.
Scarpe.
L'Agenzia delle dogane ha firmato (gennaio 2003) un
memorandum d'intesa con i rappresentanti dei
calzaturieri. Ormai una scarpa su tre è prodotta in Cina, ma
anche a Taiwan, Polonia e Russia. Si tratta di 50,2 milioni di
scarpe nel 2002. Inoltre ci si scontra con barriere tariffarie
e non, pari a circa il 65 per cento del prezzo per l'ingresso
in India ed in Cina, mentre il Giappone si rifiuta da anni di
rinegoziare i contingenti di importazione oltre a gravare con
pesanti dazi la merce in ingresso. Va ricordato che il sistema
esporta l'83 per cento della produzione, ma nel 2002 ha subito
un calo dell'export di circa il 10 per cento.
Meccanica e componentistica.
Nel settore della rubinetteria (nel 2002 15 mila addetti,
con un fatturato di 4,5 miliardi di euro di cui 3,3 esportati)
la nostra industria tenta di difendersi con il marchio
collettivo di qualità "Q Avr". Ma rubinetti e valvole vengono
imitati alla perfezione compresi i marchi delle aziende
italiane; un caso è stato denunziato recentemente ai
presentatori della proposta di legge dalla Cimberio, che ha
visto imitato anche il proprio trademark, ed i
certificati degli enti certificatori internazionali. L'azienda
citata ha osservato che spesso le valvole imitate hanno una
presenza di piombo fuori dalla norma; si consideri che sono
destinate ad acqua potabile per uso umano, che sono al di
fuori di qualsiasi normativa internazionale e che sono
pericolose per i consumatori. In taluni casi i consumatori
truffati hanno citato l'azienda colpita dalla contraffazione e
la dimostrazione che non si tratta di prodotti italiani
comporta ulteriori spese legali. Così oltre al danno c'è anche
la beffa.
La FICEP, azienda varesina specializzata negli impianti
per la lavorazione dei metalli si è vista copiare qualcosa
come 60 installazioni in Cina, ed ha avuto anche la spiacevole
sorpresa di scoprire, alla EMO di Hannover, un clone delle
proprie macchine presentato da una ditta spagnola.
Un piccolo ritocco al nome, da FASEP a PASEF, la copiatura
di sana pianta del logo dell'azienda, e per l'impresa
fiorentina che produce attrezzature per la manutenzione delle
automobili la vicenda si è tradotta in 1,5 milioni di euro di
perdita di fatturato. Con una prospettiva ancora più pesante:
l'impossibilità di restare sul mercato cinese e il rischio di
perdere altri sbocchi nell'area orientale. Non è stata
intentata nemmeno una causa perché servono soldi e gente in
loco per seguirla.
La ditta Maselli combatte invece da quattro anni con gli
avvocati. L'azienda produce attrezzature per montaggio e
smontaggio di ruote ed equilibratori, ed è in Cina dai primi
anni '90. Ha scoperto la contraffazione per una serie di
telefonate di clienti insoddisfatti: i produttori cinesi,
inizialmente suoi distributori, avevano fotocopiato
addirittura il libretto delle istruzioni, compreso il numero
di telefono dell'azienda. Il prodotto cinese funziona male, ma
si vende a prezzi stracciati. In Cina ormai la Maselli non
riesce più a vendere.
La Corghi, 150 milioni di euro di fatturato, leader
nel campo delle autoattrezzature, ha intentato due cause, una
nel 1995, l'altra nel 1998, che due anni fa si sono concluse
con la condanna dei contraffattori. La Corghi è in Cina da 40
anni, da 10 ha una filiale e anche uno stabilimento
produttivo. Ha mezzi e forze per poter affrontare il problema:
ad ogni fiera si controlla la documentazione commerciale degli
altri stand e se si vede qualcosa che non convince,
viene mandata una lettera di diffida.
I produttori segnalano inoltre che taluni fabbricanti
italiani importano direttamente prodotti fabbricati in Cina su
loro progetto, marchiandoli "Made in Italy". Si segnala
inoltre che recentemente la società cinese Su Jie Bin - China
ha depositato in Perù il marchio WALITALY per diversi prodotti
di rubinetteria e purtroppo il marchio è stato registrato. I
produttori italiani hanno fatto ricorso, poiché secondo la
legge peruviana non è possibile registrare marchi con
denominazioni di Paesi, tuttavia i risultati sono limitati e
le spese legali assai elevate.
Il Sottosegretario per l'economia e le finanze, Vegas, al
salone internazionale dei componenti (22^ Automotor), tenutosi
nel marzo al Lingotto di Torino, ha proposto un marchio DOC
per la componentistica auto italiana, settore che ha fatturato
22.200 milioni di euro nel 2002. Il direttore generale
dell'Istituto per il commercio estero, Ugo Calzoni, ha
annunziato un progetto speciale di comunicazione dell'Istituto
per la penetrazione dei mercati internazionali da parte delle
aziende di settore.
Altri casi recenti.
Si riportano, in ordine cronologico, alcuni dei più
clamorosi casi di contraffazione e di commercio abusivo
scoperti in Italia nell'ultimo anno; ovviamente non si ha
alcuna pretesa di esaustività, ma solo di mera elencazione di
fatti riportati dalle agenzie di stampa nazionali.
Nel luglio 2002 i carabinieri hanno sequestrato a Napoli
oltre 2000 borse griffate, di qualità tale da non essere
facilmente distinguibili dalle originali. Probabilmente erano
destinate al mercato legale. Nell'operazione denominata
"Veronica" oltre le borse sono state scoperte due fabbriche
abusive con sofisticati macchinari; 17 operai vi lavoravano in
totale assenza di tutele.
Un'organizzazione commerciale cinese con sede legale e
depositi a Roma riproduceva perfettamente le scarpe Nike e gli
accessori per cellulari Nokia, completi di confezioni. E'
stata scoperta a dicembre dalla Guardia di finanza, che ha
avviato le indagini da sequestri effettuati a venditori
ambulanti abusivi.
A Campi Bisenzio nel gennaio 2003 la Guardia di finanza ha
sequestrato due capannoni in cui venivano stoccati capi di
pelletteria col logo Fendi e Alviero Martini. I pezzi erano
150 mila. L'organizzazione era completamente cinese, sia
l'amministratore, che gli operai e gli acquirenti.
Un cittadino cinese, titolare di una ditta di
import-export con sede a Roma stava per mettere in
commercio 200 mila occhiali da vista e 9 mila Pokemon
contraffatti, completi di marchio CE contraffatto, e non
rispondenti alla normativa di sicurezza. E' stato denunziato
dalla Guardia di finanza a gennaio.
A gennaio 2003 la Guardia di finanza ha sequestrato a Roma
un container proveniente dalla Cina con 50 mila articoli
contraffatti: 30 mila indumenti intimi marca Lycra, 3 mila
orologi Rolex, Breitling e Panerai, 20 mila cover Nokia e
penne Mont Blanc. Il livello di perfezione era tale che è
stato necessario ricorrere ad esperti.
A La Spezia nel febbraio 2003 la Guardia di finanza ha
sequestrato 28 mila penne di qualità perfettamente imitate,
tra cui 11 mila Parker e 1000 Mont Blanc. La contraffazione
comprendeva i pennini in oro, le garanzie e gli astucci.
Secondo gli inquirenti la merce era destinata ad esercizi
commerciali.
A febbraio 2003 un maxi sequestro a Fiumicino con 3,5
milioni di capi contraffatti delle marche Levi's, Versace,
Hugo Boss, per un valore di 6 milioni di euro. Le due
spedizioni sequestrate provenivano da Turchia ed Egitto; i
contraffattori avevano attaccato sopra le etichette delle
griffe, quelle di marchi locali.
All'inizio di maggio 2003 la Guardia di finanza ha
scoperto a Casalnuovo (Napoli) un deposito del valore di oltre
300 mila euro, con migliaia di profumi falsi (Chanel, Calvin
Klein, Biagiotti, Dolce e Gabbana), false borse griffate
Fendi, Gucci, Vuitton. In particolare risultano essere
pericolose le creme solari. Le indagini dovranno appurare se
questi prodotti sono stati smerciati anche attraverso le
normali rivendite.
Considerazioni finali.
Nell'esaminare i documenti e nel predisporre i testi due
considerazioni hanno colpito i presentatori. La prima, poco
più che una curiosità, che pure legittimamente andrebbe
soddisfatta è la seguente: non si sente mai parlare dei costi
di trasporto, che pure non dovrebbero essere irrilevanti.
Eppure né le aziende globalizzate, che assemblano parti
provenienti da tutto il mondo, se ne lamentano, né le distanze
sembrano fermare i contraffattori; anzi in taluni casi, per
eludere la sorveglianza, le merci false fanno dei percorsi
molto più lunghi di quelli che potrebbero fare.
La seconda è invece più seria e si richiama all'etica
dell'economia, più volte citata quando i crolli borsistici ed
i fallimenti di grandi società hanno minato la fiducia dei
risparmiatori. Forse si potrebbe disporre di un'arma in più
nei riguardi della contraffazione e del falso se i prezzi dei
prodotti fossero maggiormente riferiti al costo di produzione.
Altrimenti per chi pretende di vendere a centinaia di volte il
costo di produzione, magari realizzata in Paesi poveri e senza
tutele, il falso sarà sempre in agguato.
L'articolato.
L'articolo 1 istituisce il marchio "Made in Italy"
allo scopo di contraddistinguere i beni industriali ed
artigianali che "presentino caratteristiche di eccellenza
sotto il profilo della qualità, dell'originalità, della
progettazione, del design o del valore artistico,
dell'innovazione tecnologica o produttiva, nonché dell'elevata
competitività sui mercati esteri". Diversamente dagli altri
progetti in materia non è richiesto che il bene sia
interamente prodotto in Italia, limitazione che ha sollevato
perplessità nelle diverse organizzazioni imprenditoriali e che
per taluni versi, è anacronistica, ove si consideri che in
tempi di globalizzazione i mercati di approvvigionamento di
ogni singola parte del bene possono essere sparsi su tutto il
pianeta. Viceversa si richiede che siano realizzate in Italia
"tutte le parti di prodotto e le fasi della lavorazione che ne
conferiscono le caratteristiche di eccellenza".
L'impostazione del testo consente pertanto un'ampia gamma
di tutele sia di prodotti industriali che artigianali, di
qualsiasi comparto merceologico, allo scopo di avere uno
strumento agile ed adattabile alle diverse circostanze.
D'altra parte si ritiene del tutto insufficiente l'apposizione
di un semplice marchio, metodo di tutela passivo in quanto
anch'esso falsificabile, mentre è necessario che il marchio
sia il punto di partenza di tutta una serie di interventi
propri sia dell'azienda danneggiata, sia della pubblica
amministrazione. Sarà poi cura del Ministero delle attività
produttive dettare criteri applicativi dettagliati,
presumibilmente comparto per comparto, per l'attribuzione del
marchio. Spetta inoltre al Ministero la registrazione del
marchio "Made in Italy" in sede comunitaria e
internazionale.
L'articolo 2 detta il procedimento di attribuzione del
marchio. Il compito è affidato ad un'apposita Commissione, la
cui istituzione è ottenuta mediante modifica delle
attribuzioni del Ministero delle attività produttive in
materia di proprietà industriale, inserite nel "collegato
concorrenza" approvato nel dicembre 2002 (legge 12 dicembre
2002, n. 273). Si è adottato questo procedimento in modo da
alterare il minimo possibile l'attuazione delle disposizioni
del testo citato.
Il comma 2 indica gli elementi formali per l'inoltro alla
Commissione del protocollo di richiesta di attribuzione:
attestazione di "italianità delle fasi salienti"; attestazione
di ottemperanza alle norme vigenti in materia di sicurezza del
lavoro, fiscali, contributive e di tutela dei consumatori;
certificazione di qualità rilasciata da enti terzi
certificatori. Le attestazioni sono rilasciate a cura delle
camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura o,
per le aziende consorziate, dalle Unioni delle camere.
Si sottolinea l'importanza delle certificazioni, nelle
varie tipologie con cui esse possono essere adottate. Su scala
nazionale il mercato è di 1,5 miliardi e cresce ad un ritmo
del 15 per cento annuo. Tra il 2000 ed il 2002 la pattuglia di
aziende certificate ISO 9000 è aumentata del 66 per cento;
quelle con certificazione ambientale di 10 volte. In ogni caso
la certificazione sta diventando un vantaggio competitivo:
apre la strada ai contributi pubblici, migliora l'efficienza
dei processi aziendali.
L'università di Padova ha varato un master di primo
livello in sistemi di gestione ambientale. A 300 ore di aula
si aggiungono 500 ore di stage, per maturare la
sensibilità dei nuovi professionisti in ambito aziendale.
Quanto alle camere di commercio, industria, artigianato e
agricoltura si è voluto esaltarne il ruolo anche, come
vedremo, con i poteri ad esse delegabili da parte della
Commissione centrale, in conformità ad una visione liberista
dell'economia, che vuole che il sistema economico si regoli e
si controlli da solo. Infatti, le stesse aziende concorrenti
potranno, nell'ambito del procedimento di attribuzione, ma
anche successivamente, sollevare obiezioni in caso di
richiesta di iscrizione non dotata di sufficienti
requisiti.
Il complessivo iter è ricalcato su quello
istruttorio dell'Autorità garante della concorrenza e del
mercato, che prevede l'intervento di organizzazioni datoriali
dei lavoratori e dei consumatori.
Delle iscrizioni o cancellazioni al marchio viene data
notizia sulla Gazzetta Ufficiale, coma avviene per i
DOC, DOP o IGP agricoli. Norme di raccordo (comma 6) prevedono
la comunicazione della Commissione all'Autorità garante della
concorrenza e del mercato per fatti lesivi della stessa o
all'autorità giudiziaria per fatti penalmente rilevanti.
Con l'articolo 3 si interviene sull'articolo 18 del
"collegato concorrenza" (legge n. 273 del 2002)
sostanzialmente riscrivendolo. Precedentemente il suddetto
articolo conteneva un mandato al Ministero delle attività
produttive per la riorganizzazione dei servizi di proprietà
industriale, con un apposito stanziamento. Tale stanziamento,
finalizzato anche ad interventi internazionali, viene elevato
a 3 milioni di euro a decorrere dal 2003, con possibilità di
mantenimento delle eventuali somme residue. Lo stanziamento
può sembrare esiguo, ma va ricordato che esso si aggiunge alle
risorse ministeriali già finalizzate allo scopo e che
complessivamente verranno riorganizzate. Inoltre,
sostanzialmente, si indirizza parte dell'attività del
Ministero alla tutela internazionale delle aziende italiane,
che siano o meno coperte dal marchio, come richiesto dal
sistema produttivo.
Il comma 2 istituisce la Commissione per l'attribuzione
del marchio "Made in Italy". La sua organizzazione e la
sua composizione sono demandate al Ministero delle attività
produttive salvo taluni princìpi generali quali efficienza,
rapidità di decisione, applicazione delle procedure
informatiche in tutte le fasi del procedimento e collegamento
con il Ministero degli affari esteri, gli uffici del commercio
estero e le rappresentanze commerciali italiane nei Paesi
esteri.
L'articolo 4 contiene una serie di disposizioni centrali
riguardanti la tutela dei disegni e dei modelli industriali e
per la riforma delle disposizioni in materia di tutela della
proprietà industriale. Quest'ultima è stata già avviata, con
delega al Governo, dall'articolo 15 del "collegato
concorrenza".
Il comma 1 riduce da 10 a 5 anni l'inoperabilità del
diritto d'autore, che prevede tutele sino a 50 anni dalla
morte dell'autore per i disegni e modelli industriali. Con
l'articolo 22 del decreto legislativo n. 95 del 2001 si è
riconosciuto il valore di opera di ingegno del design
industriale, inserendo apposita previsione <articolo 2, primo
comma, numero 10)> nella legge generale in materia, legge n.
633 del 1941. Tuttavia, per motivi di natura economica,
concernenti la tutela degli utilizzatori in buona fede,
l'articolo 25-bis del medesimo decreto legislativo n. 95
del 2001 prevedeva 10 anni di inoperabilità di tale diritto a
decorrere dal 19 aprile 2001. Nel "collegato concorrenza" si
interveniva di nuovo in materia, prevedendo la riduzione
dell'inoperabilità ad un anno dopo l'entrata in vigore della
legge e ritenendo la sospensione "eccessiva sul piano
giuridico e ingiustificata sul piano economico"; il testo,
emendato più volte - segno evidente degli interessi in campo -
ha finito per occuparsi (articolo 17 della legge n. 273 del
2002) degli adempimenti amministrativi connessi all'estensione
del diritto d'autore per i disegni industriali, limitando a 25
anni la durata dei diritti di utilizzazione economica del
disegno o modello, protetto dal diritto d'autore. La questione
dell'inoperabilità sino al 2011, che il Governo voleva
modificare, è così rimasta in piedi. Concordando con le
finalità del Governo, coincidenti con quelle del presente
progetto, riprendiamo la questione proponendo la riduzione
alla metà del suddetto termine, cioè sino al 19 aprile
2006.
Il medesimo comma, inoltre, provvede a riallineare, con la
disposizione generale, la restante normativa introducendo la
tutela del diritto d'autore per i modelli di particolare
valore nel testo delle disposizioni legislative in materia di
brevetti per modelli industriali, di cui al regio decreto n.
1411 del 1940 (lettera b) del comma 1), e modificando il
regolamento per l'esecuzione della legge n. 633 del 1941 di
cui al regio decreto n. 1369 del 1942 (lettera c) del
comma 1).
Il comma 2 dispone ulteriori criteri direttivi oltre
quelli previsti per la delega al riassetto della normativa
sulla proprietà industriale di cui alla legge n. 273 del 2002.
Al criterio relativo all'adeguamento della normativa alla
disciplina internazionale e comunitaria, si aggiunge la
dizione "fatte salve le maggiori tutele previste
dall'ordinamento italiano"; al criterio (lettera e) del
comma 1 dell'articolo 15 della legge n. 273 del 2002) relativo
al riordino e potenziamento della struttura istituzionale
preposta alla gestione della normativa, si aggiunge la
"collaborazione con le strutture istituzionali, anche
sopranazionali con chiaro riferimento in particolare al WTO,
preposte alla lotta alle contraffazioni ed agli abusi in tema
di proprietà industriale".
Le restanti lettere aggiuntive costituiscono
l'anticipazione della citata direttiva comunitaria destinata
ad uniformare la normativa in tema di lotta alla
contraffazione, la cui bozza, ancora ben lontana dall'essere
definita, è stata diffusa alla fine del mese di gennaio 2003.
Contestualmente l'Unione europea ha diffuso il testo di una
direttiva in materia di uniformazione della politica doganale
degli Stati membri, con la quale potrebbe essere affrontata la
questione dei dazi sulle merci in entrata (attualmente non
consentiti dalla normativa comunitaria) imposti secondo
criteri di reciprocità nei riguardi di Paesi terzi che li
impongono alle merci comunitarie in entrata.
I criteri aggiunti, di assoluto buon senso, prevedono:
l'introduzione di criteri di reciprocità, nei limiti
consentiti dalla normativa comunitaria, per il riconoscimento
della proprietà industriale tutelata da Paesi extracomunitari
e per l'attivazione di strumenti di tutela; la previsione di
misure di urgenza, anche finalizzate alla protezione degli
elementi di prova, in relazione a denunzie riguardati la
violazione delle norme a tutela della proprietà industriale;
l'introduzione del diritto di informazione applicato contro
chiunque sia implicato nella violazione (in particolare i
dettaglianti), imponendogli di fornire informazioni
sull'origine delle merci; la previsione di forme sanzionatorie
ulteriori per le aziende responsabili quali la liquidazione
coatta, il divieto di accesso a fondi pubblici, gli obblighi
di ritiro e distruzione dei beni contraffatti nonché la
pubblicazione della sentenza.
Con l'articolo 5 si riprende il tema della tracciabilità,
che ha tenuto banco in questi anni per quel che riguarda i
prodotti agricoli, ma che non è stato mai affrontato
adeguatamente in sede comunitaria per quel che riguarda i
prodotti industriali. L'attuale posizione europea in tema è
infatti piuttosto capziosa: non si è voluto sin qui rendere
obbligatoria l'apposizione del Paese di origine sui prodotti
importati "per non influenzare le scelte del consumatore".
Viceversa negli USA su qualsiasi prodotto deve essere indicato
lo Stato di fabbricazione. Addirittura, in taluni casi, la
dizione "Made in UE" non è sufficiente per consentire
l'ingresso del bene.
Tuttavia l'Unione europea ha sottoscritto l'Accordo
generale sulle tariffe doganali ed il commercio (Gatt 1994),
mediante la decisione 94/800/CE del Consiglio, del 22 dicembre
1994. Tali regole sono state introdotte nel nostro ordinamento
con la legge 29 dicembre 1994, n. 747. Nell'Accordo sono
dettati alcuni princìpi generali in materia di origine e di
tracciabilità dei prodotti, nonché sulla possibilità per gli
Stati aderenti di esercitare azioni antidumping a fronte
di dazi (il Giappone ad esempio, pur essendo membro del WTO,
ha dazi in entrata su talune merci agricole, pari al 490 per
cento del prezzo), o altri ostacoli posti alla libera
circolazione delle proprie merci.
L'Italia non può procedere autonomamente a modificare la
propria posizione in tema; tuttavia è possibile intervenire
con un'azione di impulso in ambito comunitario. In tema di
lotta al protezionismo si potrà intervenire anche in termini
positivi, prevedendo clausole di scambio privilegiate con i
Paesi che applichino minori barriere.
L'articolo 6 interviene sulla base di un'istanza, più
volte espressa dai settori tessile, dell'abbigliamento e
calzaturiero in relazione alla valutazione fiscale delle
rimanenze. In considerazione della forte stagionalità e dei
fenomeni legati alla moda taluni prodotti del settore vanno
incontro ad una notevole diminuzione del valore se non venduti
entro un certo periodo; stiamo parlando delle collezioni
stagionali per le quali sono famose le case di moda, le
imprese dei settori dell'abbigliamento e calzaturiero del
nostro Paese. E' sembrato opportuno introdurre una
disposizione che, migliorando la valutazione delle rimanenze,
consentisse di premiare coloro che, operando secondo legge,
investono nei prodotti di qualità, piuttosto che in
standard importati e di basso livello.
Con l'articolo 7 si estendono le norme sull'acquisto
simulato e sul ritardo degli atti di cattura o di sequestro,
anche alle merci contraffatte. Tali norme ad oggi sono
previste solo in materia di lotta alla diffusione degli
stupefacenti. E' prevista la non punibilità degli agenti di
polizia giudiziaria e tributaria per l'acquisto simulato ed il
ritardo dei provvedimenti giudiziari obbligati ove questo sia
necessario per acquisire maggiori elementi probatori ovvero
per l'individuazione o la cattura dei responsabili. La
struttura dell'articolo è aperta, nel senso che è applicabile
a qualsiasi tipo di merce che possa ritenersi contraffatta e
quindi ad esempio, anche al contrabbando di tabacchi.
Il comma 3 modifica, in senso estensivo, la disciplina
relativa alla distruzione delle merci confiscate anche dalla
autorità amministrativa; si prevede, infatti, che l'operazione
avvenga, ove possibile, a spese del contravventore e che i
sequestri non siano limitati solo al commercio svolto su aree
pubbliche.
Il comma 4 consente alle Forze dell'ordine di avvalersi da
subito delle disposizioni vigenti in materia di poteri
ispettivi legati alle indagini fiscali (accesso, ispezioni,
inviti a presentarsi o a presentare documentazioni, eccetera),
nonché di quelle relative alle presunzioni di cessione e di
acquisto dei beni d'impresa.
Infine l'articolo 8 conferisce una delega al Governo per
l'istituzione di consorzi per lo sviluppo economico con
particolare riguardo per i settori che maggiormente
caratterizzano il panorama produttivo nazionale. La necessità
della lotta alla pirateria industriale ha reso indifferibile
l'istituzione di strumenti collettivi di autotutela
imprenditoriale. Gli scopi dei consorzi sono, tuttavia, più
vasti e comprendono interventi destinati a migliorare la
competitività del sistema produttivo nazionale. Questo
articolo non è limitato al solo "Made in Italy" e
fornisce alle aziende maggiormente esposte uno strumento di
supporto fondamentale: la creazione di proprie strutture
ispettive, di consulenza e supporto legale anche in Paesi
terzi. Di conseguenza l'imprenditoria italiana, anche se
attaccata singolarmente, potrà difendersi in forma
associata.
Tra le altre finalità vanno segnalate: la ricerca e
l'innovazione tecnologica; la formazione e l'aggiornamento
professionale degli addetti; la promozione, in Italia e
all'estero, dei propri prodotti.
Altre caratteristiche significative dei consorzi sono: la
necessità di adesione di "una quota rilevante" delle imprese
di settore; la possibilità di istituzione per i settori
caratterizzati da grande frammentazione e dalla forte presenza
di piccole e medie imprese; la deducibilità fiscale dei
contributi, la cui entità è stabilita dagli statuti dei
consorzi stessi.