XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 4054
Onorevoli Colleghi! - Come è noto i governi degli Stati
Uniti e del Regno Unito hanno dichiarato che la guerra in Iraq
si è resa necessaria a causa del possesso, da parte del regime
irakeno, di armi di distruzione di massa di varia natura:
atomica e nucleare, chimica, batteriologica. Su tale aspetto
l'ONU aveva condotto delle ispezioni nel Paese mediorientale,
durate diversi anni. Tali ispezioni, che a detta degli
ispettori nelle settimane prima della guerra erano state
condotte con una collaborazione del regime irakeno, e che poi
sono state interrotte dall'inizio del conflitto, non hanno
portato ad alcuna conclusione tale da giustificare l'attacco
armato. L'Amministrazione degli USA, in sede di Consiglio di
sicurezza, presentò quelle che definì come "prove" del
possesso o della costruzione di armi non convenzionali da
parte dell'Iraq. Tali elementi furono giudicati insufficienti
dagli stessi responsabili delle ispezioni ONU e dal Consiglio
di sicurezza dell'ONU.
Il governo della Gran Bretagna, inoltre, produsse una
relazione, che fu presentata come prova inconfutabile, la
quale successivamente si rivelò essere in larga parte il
frutto degli studi di un ricercatore riferiti al periodo del
primo conflitto irakeno e quindi risalenti a più di dieci anni
prima.
Sono passati ormai due mesi dalla fine della guerra in
Iraq e le forze anglo-americane occupano il Paese (lo stesso
Consiglio di sicurezza dell'ONU, nella risoluzione n. 1483 del
22 maggio 2003, parla di "potenze occupanti"). Nessuna arma di
distruzione di massa è stata reperita. Il Consiglio di
sicurezza, nella citata risoluzione n. 1483, riafferma "che è
importante disarmare l'Iraq delle sue armi di distruzione di
massa e, alla fine, confermare l'avvenuto disarmo dell'Iraq",
confermando implicitamente che l'unica parziale legittimazione
a posteriori dell'intervento in Iraq sarebbe
rappresentata dal reperimento di tali armi.
L'opinione pubblica mondiale si interroga su quanto
avvenuto e chiede l'evidenza del possesso o meno di armi di
distruzione di massa da parte del regime irakeno. Grandi
testate giornalistiche hanno sensibilizzato i propri lettori
sull'importanza di scoprire la verità circa le cause reali che
hanno scatenato la guerra.
In questo contesto, negli USA, nel Regno Unito e in
Spagna, i rispettivi Parlamenti stanno avviando delle indagini
volte a scoprire se tali armi fossero realmente nelle mani di
Saddam Hussein. Si tratta di un questione capitale per la
credibilità di quei governi tanto che il Primo ministro
inglese, pur respingendo l'accusa di aver mentito al
Parlamento e all'opinione pubblica, ha assicurato la piena
collaborazione all'indagine parlamentare. Anche il Governo
italiano ha sempre appoggiato la tesi sostenuta dagli USA e
dal Regno Unito. Il Presidente del Consiglio dei ministri e il
Ministro degli affari esteri, tanto nel riferire al Parlamento
quanto in dichiarazioni pubbliche, anche dopo la guerra, hanno
affermato con sicurezza l'esistenza di armi di distruzione di
massa in Iraq. In particolare, il Presidente del Consiglio dei
ministri ha considerato, nelle comunicazioni alle Camere del 6
febbraio 2003, come vere le informazioni contenute nel
dossier che il Segretario di Stato americano Colin
Powell ha presentato al Consiglio di sicurezza.
Il Governo italiano, al fine di appoggiare l'intervento in
Iraq, ha inoltre concesso l'uso delle infrastrutture di
trasporto insistenti sul territorio nazionale alle Forze
armate statunitensi. L'appoggio italiano al conflitto è stato
quindi evidente, sebbene il nostro Paese si sia dichiarato non
belligerante. Appoggio che gli USA hanno riconosciuto,
diffondendo la lista dei Paesi "volenterosi" che affiancavano
USA e Regno Unito nella guerra.
A distanza di due mesi dalla fine del conflitto autorevoli
esponenti del governo USA hanno in parte ammesso che il
conflitto non è stato causato dai motivi inizialmente
dichiarati (il possesso delle armi da parte del regime e i
conseguenti pericoli per la sicurezza internazionale), quanto
dalla volontà di produrre un cambiamento di regime politico.
Inoltre l'atteggiamento profondamente differente nei riguardi
della Corea del Nord, la quale ha dichiarato di possedere armi
nucleari e di volerle usare in caso di necessità, solleva
ulteriori dubbi sugli effettivi motivi che hanno portato al
conflitto.
L'interrogativo che si pone l'opinione pubblica italiana
(tra le più sensibili al mondo alle ragioni della pace e
all'opposizione a qual conflitto armato), quindi, è il
seguente: il Governo italiano era a conoscenza di informazioni
sui motivi che hanno scatenato il conflitto e
sull'attendibilità delle prove fornite, informazioni non rese
pubbliche dagli USA e dalla Gran Bretagna, o tali governi
hanno tenuto all'oscuro l'Italia ? E, nel primo caso, perché
il Governo non ha fornito al Parlamento tali informazioni ? O,
nel secondo caso, perché il Governo non ha predisposto proprie
indagini al fine di valutare l'attendibilità delle prove e
conseguentemente la veridicità delle dichiarazioni dei governi
degli USA e del Regno Unito in merito alla necessità di un
attacco all'Iraq ?
Onorevoli colleghi, in una situazione in cui sono
possibili altri nuovi conflitti, a partire dall'Iran, e in una
situazione in cui in Iraq non è garantita la sicurezza,
l'obiettivo di realizzare "il diritto del popolo irakeno di
determinare liberamente il proprio avvenire e di avere il
controllo delle proprie risorse naturali", menzionato dalla
citata risoluzione n. 1483, appare assai incerto e lontano nel
tempo, e l'Italia è diventata "potenza occupante", con un
contingente militare sotto comando anglo-americano, è
fondamentale per il Parlamento e per il Paese sapere se è
stata raccontata tutta la verità sul conflitto, sulle sue
cause e sul suo svolgimento.
In mancanza di ciò qualsiasi nuovo intervento armato sarà
velato dal dubbio di motivazioni nascoste, volutamente non
divulgate, al fine di trarre in inganno i cittadini e i loro
rappresentanti.
Per questi motivi si ritiene urgente e importante avviare
anche in Italia una inchiesta parlamentare, così come sta
avvenendo altrove. La presente proposta di legge istituisce a
tale fine una apposita Commissione parlamentare di
inchiesta.
Scoprire la verità su quanto avvenuto è nell'interesse del
Paese e della credibilità delle istituzioni agli occhi dei
cittadini italiani e di quelli del resto del mondo.
L'articolo 1 istituisce la Commissione e ne fissa i
compiti.
L'articolo 2 ne fissa la composizione e la durata e
prevede le norme per la nomina dei membri e dell'Ufficio di
presidenza.
L'articolo 3 stabilisce le modalità di indagine e i poteri
della Commissione, con particolare riguardo all'acquisizione
di documenti, agli interrogatori e alle audizioni. In
particolare stabilisce la non opponibilità del segreto di
Stato o d'ufficio alle indagini della Commissione e la facoltà
della stessa di utilizzare i servizi di intelligence per
l'inchiesta.
L'articolo 4 stabilisce l'obbligo del segreto, per gli
atti dichiarati non divulgabili dalla Commissione stessa, per
quanti sono stati coinvolti nei lavori della Commissione
nonché le pene per coloro che dovessero violare tale
disposizione.
L'articolo 5 dispone la trasmissione delle risultanze
della Commissione alla magistratura civile e militare, alla
Corte penale internazionale e al Consiglio di sicurezza
dell'ONU al fine di permettere a tali istituzioni di
approfondire le indagini per quanto di loro competenza ed
eventualmente di perseguire coloro che si siano resi
responsabili di reati.
L'articolo 6, infine, stabilisce la data di entrata in
vigore della legge nel giorno successivo a quello della sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.