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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla efficienza organizzativa e finanziaria del sistema previdenziale pubblico e privato, l'audizione del presidente dell'Unione nazionale giovani ragionieri commercialisti, ragionier Massimo Lusuriello, del presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati, avvocato Mario Papa, e del presidente dell'Unione nazionale giovani dottori commercialisti, dottor Marco Piemonte. Preciso che quest'ultimo è accompagnato dal dottor Fabio Battaglia, mentre l'avvocato Papa è accompagnato dal vicepresidente dell'Associazione, avvocato Sergio Russo.
Vorrei in primo luogo ringraziarvi per la disponibilità accordataci. Ricordo inoltre che normalmente questa Commissione si riunisce in seduta antimeridiana; purtroppo, l'andamento dei lavori in corso di seduta pomeridiana sconta qualche difficoltà per la contemporaneità delle riunioni delle Commissioni permanenti, in particolar modo in questo scorcio finale della legislatura.
Riteniamo utile, nell'ambito della presente indagine conoscitiva, approfondire questioni che riguardano le associazioni che voi rappresentante. In occasione del convegno realizzato presso l'Università degli studi «La Sapienza» di Roma dal professor Angrisani, ho avuto modo di conoscere alcuni dei rappresentanti qui presenti. Sulla scorta di tale esperienza, ho ritenuto di dover acquisire le testimonianze di tali categorie.
Per completezza di informazione, vorrei segnalare che è giunta alla Commissione una lettera inviataci da un'associazione di dottori commercialisti che, in buona sostanza, si oppone alla fusione tra le realtà dei commercialisti e dei ragionieri, arrivando addirittura a sostenere la formale impossibilità di audire in questa sede le giovani categorie di professionisti, per carenza di legittimazione. Per quanto ci riguarda, queste associazioni sono assolutamente legittime dal punto di vista normativo e quindi nella nostra discrezionalità rientra la possibilità di disporre una loro audizione. Penso dunque che il vostro contributo possa essere utile ai fini della definizione del documento conclusivo di questa indagine conoscitiva, ferma restando
la necessità di inviare da parte nostra una risposta formale a tale associazione.
Se si parla infatti di previdenza e di sostenibilità dei relativi sistemi nel medio e nel lungo periodo, lo si fa essenzialmente nella prospettiva che i giovani di oggi saranno i pensionati di domani.
Do quindi la parola ai nostri ospiti.
MASSIMO LUSURIELLO, Presidente dell'Unione nazionale giovani ragionieri commercialisti. Vorrei preliminarmente ringraziare la presidenza della Commissione per l'invito rivoltoci. In questo senso, vorremmo portare il nostro «trascorso» relativamente al profilo della previdenza. Ovviamente non siamo esperti in senso tecnico di previdenza, ma siamo interessati alle tematiche relative a quella che è stata una riforma epocale, una riforma che ha portato da un sistema di previdenza basato sulla ripartizione retributiva ad uno fondato sulla ripartizione contributiva.
Da anni, come Unione dei giovani ragionieri, seguiamo l'evolversi delle vicende di questa Cassa di previdenza che è nata nel 1963. I suoi iscritti fino al 1991 hanno versato un contributo fisso, indipendentemente dal reddito dichiarato; esso era uguale per tutti e a questo corrispondeva il diritto ad una prestazione fissa equivalente a circa 13 milioni di lire annue. Dal 1963 al 1968 il contributo era di 60 mila lire all'anno; dal 1969 al 1983 tale contributo ammontava a 81.500 lire annue; dal 1984 al 1991 era di 960 mila lire annue.
Con la legge n. 414 del 31 dicembre 1991 si è passati, ahimè, ad un sistema basato sulla contribuzione retributiva. Pertanto, dal 1992 i ragionieri commercialisti hanno dichiarato i propri redditi alla Cassa di previdenza ed hanno cominciato a pagare somme di maggiore entità. I contributi rappresentano dunque la percentuale sul reddito dichiarato. I contributi fissi versati da un iscritto nel periodo tra il 1963 ed il 1991 in 28 anni corrispondevano agli attuali 14.600 euro.
Con la nuova legge, la Cassa di previdenza dei ragionieri ha introdotto un sistema che, com'è ovvio, ha bene operato sino a quando la Cassa si limitava ad introitare i contributi. Quando con il passare degli anni si sono avuti i primi pensionati, le cose non hanno funzionato.
Nel 1992 le uscite per prestazioni corrispondevano all'incirca al 19 per cento dei contributi incassati; nel 2003 le uscite per pensioni «erodono» il 62 per cento delle entrate. Il rapporto è sempre quello di un pensionato ogni dieci iscritti; tuttavia, quel pensionato ha progressivamente portato via una entità crescente delle uscite, arrivando al 60 per cento.
Questo si è verificato per ragioni legate al funzionamento di un sistema che ha retto sino ad oggi la previdenza in Italia, ma che sta ora dimostrando tutti i suoi lati deboli. Ciò soprattutto perché esso dava la possibilità di dichiarare redditi più alti negli ultimi anni di vita professionale per poi giungere, come nel caso della nostra categoria, ai casi di colleghi che in 2 o 3 anni hanno recuperato ciò che avevano versato in 30-35 anni di contributi.
Ovviamente, noi giovani siamo i più penalizzati da questa riforma che, tuttavia, abbiamo approvato e voluto perché garantisce anche a noi quanto meno un futuro pensionistico. Ne siamo penalizzati perché - come ben sapete - a differenza di quello retributivo il sistema contributivo nulla regala: ognuno di noi dispone di un salvadanaio nel quale versa i propri contributi ed il montante matura nel tempo con una rivalutazione che avviene con una indicizzazione quinquennale, attualmente valutata intorno al 3,8 per cento. In sostanza, quello sarà il ristorno di cui disporremo sul montante versato.
Ci troviamo in una situazione paradossale perché dobbiamo provvedere, in parte, alle nostre future pensioni e, per altra parte, a colmare quel debito attuariale e latente che il sistema retributivo ha creato. Attualmente, gli iscritti sono circa 30 mila ed il 60 per cento di essi ha un'età compresa entro i 45 anni. Questo è un dato importante: la Cassa risente di un buon rapporto tra giovani e pensionati.
Gran parte di questi giovani esercitano la professione e sono iscritti già da molti anni; perciò, hanno maturato un pro rata che sarà calcolato come fascia A in base al sistema retributivo e solo dal 1o gennaio 2004 maturano la pensione in base al sistema contributivo. Naturalmente, ai nuovi iscritti si applica esclusivamente il sistema contributivo.
Dal 1991 la Cassa di previdenza dei ragionieri prevede due tipi di contributi, quello soggettivo, calcolato sul reddito dichiarato di lavoro autonomo, e quello integrativo, calcolato sul volume d'affari. A partire dal 1o gennaio 2004, quest'ultimo è aumentato dal 2 al 4 per cento e questa parte è destinata a coprire il debito latente, cioè l'onere derivante dai colleghi che sono in pensione attualmente. Ovviamente, a noi giovani questo sta bene dal punto di vista solidaristico, ma certamente si tratta di somme che noi versiamo. Perciò, abbiamo chiesto ai vertici della nostra Cassa che almeno una parte di questo contributo integrativo sia destinata al nostro montante, come nel sistema soggettivo. Ancora oggi, per problemi di equilibrio finanziario e attuariale, una risposta non ci è stata fornita.
Le Casse di previdenza finora hanno subito soltanto due controlli, l'uno di carattere gestionale e l'altro relativo al rispetto della riserva legale, che deve essere pari a cinque annualità. A nostro parere, questi controlli sono un po' limitati e concordo con quanto affermato, in questa sede, dal professor Angrisani, il quale sottolineava come essi dovrebbero essere più sostanziali, per così dire. Soprattutto, sarebbe necessario imporre alcune regole per gli investimenti effettuati dai consigli di amministrazione con le somme che amministrano. A nostro parere, infatti, soprattutto riguardo agli investimenti mobiliari mancano le regole, mentre dovrebbero essere fissati, almeno, i limiti massimi. Attualmente, un consiglio di amministrazione ha troppo arbitrio, a nostro avviso, nella decisione di acquistare un singolo titolo azionario piuttosto che nel rivolgersi a professionisti ed estendere il rischio dell'investimento mobiliare, notoriamente molto alto, su una massa di investimenti diversi. Con il sistema retributivo, i consigli di amministrazione precedentemente in carica hanno sempre vantato un equilibrio economico e grandi entrate. Non mi riferisco soltanto alla Cassa di previdenza dei ragionieri che, come ripeto, ha avuto coraggio, con il sostegno dei giovani e dell'intera categoria. In generale, mi riferisco a tutti quei consigli di amministrazione che hanno sempre vantato un equilibrio economico creando, però, un fenomeno di illusione di ricchezza, che il sistema retributivo ha demarcato.
Ci sono alcuni aspetti importanti di questa riforma che, come ripeto, i giovani ragionieri comunque hanno voluto e approvato. Vi fornisco in proposito alcuni dati che possono essere indicativi. Il contributo soggettivo dal 1992 sino al 2003 è stato costituito da una aliquota fissa. Con la riforma è stata lasciata all'iscritto - come previsto dalla legge n. 335 del 1995 - la facoltà di decidere la propria percentuale, che può variare tra l'8 e il 15 per cento e ciascuno può scegliere per sé. Naturalmente, trattandosi di un sistema contributivo, più si versa oggi più si avrà domani in termini di pensione. Per il 96 per cento gli iscritti hanno optato per la percentuale minima, ma il 5 per cento di essi ha scelto addirittura il massimo, cioè il 15 per cento. Circa 800 colleghi la cui età è al di sotto dei 45 anni ha scelto il contributo massimo e questo dimostra che anche i giovani hanno compreso la genuinità di questa riforma. Il 9 per cento ha scelto l'aliquota compresa tra il 9 ed il 14 per cento.
Desidero aggiungere soltanto che abbiamo raccomandato alla nostra Cassa, in termini di equilibrio finanziario ed economico, la massima oculatezza negli investimenti perché con il sistema contributivo deve essere assicurato almeno quanto previsto per legge quale rendimento garantito; ben venga, ovviamente, un rendimento superiore. Se questa oculatezza negli investimenti non ci fosse, si rischierebbe di non ottenere nemmeno la media quinquennale del PIL, cioè il minimo ristorno
per i nostri montanti. Inoltre, è necessaria una sostanziale riduzione delle spese generali che sicuramente hanno inciso molto sulla gestione delle casse finora. Valuteremo quale sarà l'esito in ambito previdenziale della unificazione degli albi dei ragionieri e dei dottori commercialisti. Un aspetto positivo mi auguro sarà quello della riduzione delle spese per l'amministrazione di un unico ente che, magari, avrà tre gestioni separate, quelle degli ex ragionieri, dei dottori commercialisti e degli iscritti al nuovo albo. Si avrà un'unica struttura che dovrebbe permettere una riduzione dei costi di struttura, del consiglio di amministrazione e così via.
MARCO PIEMONTE, Presidente dell'Unione nazionale giovani dottori commercialisti. Ringrazio questa Commissione per l'attenzione dedicata ad un tema a volte sottovalutato ma che riteniamo scottante. Vorrei iniziare la mia relazione in maniera provocatoria, affermando che oggi stiamo discutendo del debito che altri, prima di noi, hanno contratto e lasciato sulle nostre spalle. Non mi riferisco, purtroppo, al problema del debito pubblico, forse più noto e di pubblico dominio, ma ad un argomento che ho definito scottante in quanto attiene al legittimo diritto di ogni individuo, garantito dalla Costituzione, alla tutela della propria anzianità e vecchiaia, al termine di una vita di lavoro.
Intendo affermare che c'è stata scelleratezza in talune gestioni. Non voglio dire che ci sia stata sempre cattiva fede; probabilmente si è trattato di scarsa perizia. Il dato di fatto è che le scelte sono state effettuate senza tenere conto degli effetti devastanti che esse avrebbero comportato in futuro. Sono certo che tutti voi conosciate - il presidente Amoruso ne è stato buon testimone - il percorso di importante riforma che la Cassa dei dottori commercialisti ha intrapreso, al pari della Cassa dei ragionieri. In una parola, è stato effettuato il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo, quanto meno per arginare la falla cui facevo riferimento in precedenza. A partire da una certa data, ciascuno versa sulla propria posizione individuale e quel montante viene capitalizzato.
Devo introdurre un elemento tecnico, il tasso di sostituzione, che indica la conversione del montante versato in termini di contributi pensionistici. Se fino al 2004 questo valore si aggirava intorno al 70-80 per cento delle retribuzioni degli ultimi anni, oggi possiamo dire ai giovani iscritti che questo tasso di sostituzione, se tutto va bene, si dimezzerà. L'Unione giovani ha assunto una seria responsabilità nel dare sostegno a questa riforma, ben conoscendo le sue conseguenze e avendo la certezza che le pensioni future saranno ben lontane da quelle attuali.
Il collega Lusuriello ha ragione quando sostiene che l'incidenza delle pensioni va crescendo, pur non ribaltandosi sostanzialmente il rapporto tra numero di iscritti e di pensionati, e ciò avviene perché si è sicuramente arricchita la pensione. Uno dei problemi più urgenti è quello di evidenziare la fonte del deficit e di porvi rimedio.
Abbiamo fatto e stiamo facendo la nostra parte. Innanzitutto, abbiamo appoggiato una riforma di questo tipo. Adesso dobbiamo pensare al futuro. Per i giovani dottori commercialisti, esistono due elementi fondamentali: conoscere il livello dei redditi disponibili e capire se sia necessario ricorrere alla previdenza complementare.
I redditi dei giovani professionisti sono sconvolgenti: tra gli iscritti alla Cassa di previdenza dei dottori commercialisti, il 52 per cento è sotto i 42 anni, mentre ben l'83 per cento è sotto i 53 anni. Abbiamo una categoria piuttosto giovane e pur incassando molti contributi, la Cassa comunque assume un debito previdenziale abbastanza consistente. Il reddito medio dei commercialisti al di sotto dei 42 anni è di 33 mila euro annui, ma oltre la metà di questi soggetti percepisce un reddito inferiore a 24 mila euro. Ecco perché, presidente, sorrido quando sento che le professioni rappresentano delle lobbies, che strozzano la competitività e che danno vita a mercati protetti. In realtà, i giovani dottori commercialisti sono un esercito
piuttosto ampio di giovani professionisti, che hanno redditi molto bassi, per i quali in futuro sorgerà il problema previdenziale, problema accentuato dal fatto che l'età media degli italiani aumenta. Ciò costituisce per il settore previdenziale una sciagura, perché aumentano le prestazioni da erogare.
Ai giovani commercialisti dobbiamo dire che abbiamo approvato una riforma per loro penalizzante e che occorre far fronte ai debiti del sistema precedente. Inoltre ci sarà l'esigenza di pensare a forme di previdenza complementare, ma mi chiedo come ciò sia possibile, visto che i redditi percepiti dalla maggior parte di questi giovani professionisti sono molto bassi. È evidente quindi che i massimi esponenti del potere legislativo ed esecutivo del paese debbano prendere piena cognizione di questo fatto. Avvertiamo inoltre l'esigenza di una più ampia informazione. Cerchiamo di informare i nostri giovani iscritti, ma nella previdenza occorre un maggiore sostegno da parte del mondo politico. Occorre ripensare seriamente il tema fiscale e la regolamentazione dei sistemi previdenziali. Non parlo di scalfire i diritti acquisiti, ma ponendo il tema su questo tavolo, vorrei dire a chiare lettere che questo problema prima o poi dovrà essere preso in considerazione, perché così come i giovani hanno acquisito consapevolezza di questo aspetto, allo stesso modo anche chi è più anziano deve avere cognizione dell'esistenza di tali problemi.
Cercheremo di spiegare ai nostri iscritti che nella forbice prevista dalla nostra Cassa, che va dal 10 al 17 per cento, sarà meglio optare per il 17 per cento, che comunque è basso rispetto al tasso di sostituzione previsto.
Questa audizione segue l'approvazione del decreto sulla previdenza complementare, settore nel quale i commercialisti e i consulenti d'impresa giocheranno un ruolo importante.
Ho appreso dal presidente dell'Unione giovani ragionieri che qualcuno reputa poco legittima la nostra presenza qui; al contrario, ritengo che lo scambio di idee possa essere comunque proficuo. I ragionieri hanno fatto una riforma quasi identica a quella dei commercialisti. Dobbiamo valutare seriamente il debito previdenziale a carico delle rispettive casse e probabilmente la strada delle gestioni separate resterà l'unica da percorrere.
È evidente che, all'indomani di queste due pesanti riforme, nessuno potrà sostenere costi aggiuntivi ed è quindi chiaro che i processi di avvicinamento ed unificazione non dovranno avere ulteriori costi per nessuna delle due casse, anche perché, allo stato attuale, i rapporti esistenti tra le due casse consentono di mantenere un certo equilibrio.
SERGIO RUSSO, Vicepresidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Ringrazio la Commissione per questa opportunità. Il vostro interesse per i temi oggetto dell'indagine fa onore a questa Commissione, che manifesta sensibilità nei confronti dei soggetti che più di altri dovrebbero essere ascoltati su questo argomento; vorrei che questo tipo di sensibilità fosse presente anche in altre sedi, ma purtroppo non è così.
Ascoltando i colleghi, non so se provare invidia o sollievo, nel senso che, a differenza di essi, stiamo attendendo una riforma strutturale. La nostra Cassa si finanzia secondo un sistema a ripartizione ed eroga prestazioni secondo un sistema contributivo. In linea generale, come associazione dei giovani avvocati, abbiamo cominciato ad occuparci del problema: in questo siamo novizi esattamente come i colleghi ragionieri e commercialisti, anzi, siamo privi delle loro nozioni attuariali; tuttavia, con la pervicacia che dovrebbe caratterizzarci, abbiamo compreso rapidamente alcuni problemi.
Tutto comincia nel settembre 2003 quando la Cassa, nel corso di una conferenza tenuta a Pisa, rende noto il «famoso» rapporto CERP nel quale vengono riferiti dati che definire allarmanti per noi sarebbe un eufemismo. Ci viene detto che nel 2027 la nostra Cassa subirà un saldo tecnico negativo, vale a dire che il sistema a ripartizione non riuscirà più ad autoalimentarsi
e che entrerà in sofferenza due anni dopo. Infine, questo patrimonio si esaurirà e non ci sarà nemmeno la possibilità di far riferimento ad esso per erogare le pensioni nel 2037.
Per quanto riguarda le cause, una è nota a tutti voi, vale a dire la privatizzazione della nostra Cassa nel 1994, che determina un passaggio dal pubblico al privato senza incidere sul sistema a ripartizione che, come voi sapete, è pienamente esposto al rischio demografico. Nel caso dell'Avvocatura, il rischio demografico raggiunge livelli che definire preoccupanti significa usare un termine come palliativo. In verità, abbiamo un rapporto tra iscritti attivi e pensionati che è di 5 a 1.
Questo rapporto elevatissimo viene reso chiaro ai nostri associati attraverso l'esempio che io definisco della «falange» macedone: per quanto mi riguarda, esiste una linea immaginaria su un terreno che è quello della soglia pensionistica, al di là della quale si trova una falange, quella degli iscritti attivi e quella dei pensionati. Oggi, se i pensionati guardano al di là di questa linea possono vedere una falange molto ampia, che garantisce loro pensioni estremamente elevate e soddisfacenti. Questa falange nel corso degli anni passerà la soglia, sino al punto tale che il rischio demografico farà sì che, quando il sottoscritto nel 2027 raggiungerà l'età pensionabile, non troverà una compagine identica a quella degli altri. Ne troverà invece una assai inferiore e pertanto il sistema a ripartizione assicurerà una pensione men che dignitosa.
Tutto ciò si aggrava, come ulteriore elemento che va al di là del rischio demografico tipico di ogni processo storico, a causa di un problema intrinseco alla classe forense. Infatti, proprio noi giovani avvocati chiediamo che venga riformato il nostro esame di Stato ed in ogni caso i nostri numeri endemicamente si ridurranno perché il mercato lo farà da sé. Di conseguenza, questa falange macedone subirà una ulteriore decurtazione, con ulteriori «caduti». Il numero che ci vedremo alle spalle sarà dunque assai inferiore.
Fra l'altro - e qui richiamo le parole del professor Angrisani, ma anche di altri esponenti dello stesso Comitato dei delegati della Cassa e di membri dell'ufficio attuariale - il sistema basato sulla ripartizione ha creato quella che viene considerata dagli esperti un'anomalia del sistema a ripartizione all'interno della Cassa. C'è un notevole accumulo patrimoniale. Mi viene insegnato che il sistema a ripartizione rappresenta di per sé un sistema equilibrato, nel quale vi è una patrimonializzazione solo al fine di far fronte a certe contingenze, come ad esempio drastici e bruschi cali demografici o, ad esempio, insolvenze di particolare natura. Si tratta di una fascia emergenziale. Qui invece siamo di fronte ad una Cassa che ha enormi entità patrimoniali, che lo stesso professor Angrisani definiva improprie rispetto all'orgoglio che si manifesta per il fatto di averle accumulate. Esse non sono infatti altro che l'effetto diretto ed immediato dell'estrema ricchezza del sistema a ripartizione come oggi viene strutturato.
La Cassa, nel pubblicare il rapporto CERP, ha immaginato anche alcuni interventi, che vengono definiti come misure parametriche. Vi elenco le più dirette: l'elevazione dell'età pensionabile; il raddoppio del contributo integrativo dal 2 al 4 per cento (si tratta, per dirla in soldoni, del contributo che noi inseriamo nella fattura e che si «scarica» sull'utente finale); infine, l'incremento del nostro contributo soggettivo, che per i ragionieri è variabile dall'8 al 15 per cento e che per noi è fisso nella misura del 10 per cento. La Cassa immagina di «spalmarlo», nel corso dei prossimi cinque anni, nella misura del 15 per cento.
Per quanto ci riguarda, i vizi di queste misure parametriche sono individuabili in primo luogo nel fatto che ci si limita a rinviare la soluzione del problema al 2050; vi è invece la necessità di una profonda riforma strutturale: inoltre, ciò che ho appreso leggendo il testo dell'audizione del professor Angrisani è che per la riforma dei dottori commercialisti, l'incremento del contributo dal 2 al 4 per cento è posto
in funzione di una ricapitalizzazione del patrimonio ai fini del passaggio al sistema contributivo puro. Si tratta quindi di una riforma strutturale. Invece nel nostro caso, il raddoppio del nostro contributo non è associato ad una riforma di carattere strutturale, bensì a quella che si definisce una misura parametrica. Non comprendo il significato tecnico del termine; io parlerei piuttosto di una misura palliativa.
La realtà è (e non si tratta di un sofisma da giuristi) che un sistema previdenziale è per definizione un sistema ontologicamente equo. Un sistema previdenziale infatti è equo non perché risponde ad un imperativo morale, ma perché è strutturalmente tale. Altrimenti, esso non è un sistema previdenziale, bensì altro, ovvero clientelismo, favoritismo o corporativismo; sicuramente è qualcos'altro!
Abbiamo pertanto chiesto (e devo dire che questo è avvenuto in un passaggio cruciale rappresentato da un'audizione dinanzi alla Cassa nel giugno 2004) che il Comitato dei delegati, tra l'altro in scadenza, abbandonasse l'idea delle misure parametriche ed accettasse che, attraverso il comitato dei delegati di nuova nomina, si cominciasse a porre la questione di una riforma strutturale.
Noi chiediamo in questa direzione il vostro aiuto. Per quanto riguarda una riforma strutturale, non abbiamo né ricette né panacee. Richiediamo l'assistenza di chi ne sa più di noi; con grande umiltà noi abbiamo maturato al riguardo una serie di idee. In primo luogo, sono felice di aver trovato nell'audizione del professor Angrisani le stesse parole sull'estensione del calcolo attuariale. È il concetto dei controlli vaghi dei quali parlava poc'anzi il ragionier Lusuriello: si passa cioè ad una previsione nel tempo che non sarà quella degli 80 anni degli americani, ma magari a 40 anni. Mi sembra si tratti della stessa cifra che indicava il professor Angrisani.
Proponiamo poi un passaggio ad un sistema a capitalizzazione, come sistema misto. Ancora, un graduale passaggio sul versante delle erogazioni al contributivo. Infine, un'aspettativa di carattere strettamente sindacale, che è rappresentata dall'elevazione del periodo entro il quale i giovani sono esentati, o comunque vedono il loro obbligo contributivo particolarmente ridotto, in termini temporali piuttosto brevi.
Torno a dire, e sono contento che il dottor Piemonte abbia «rotto» il fronte, che il punto principale è quello di creare una solidarietà intergenerazionale. Questo vuol dire inevitabilmente incidere sul problema dei diritti quesiti. I colleghi commercialisti, che hanno approvato una riforma con grande coraggio, hanno detto ai loro associati che questa presenta inevitabilmente sacrifici e rischi. Tuttavia, è l'ora che qualcun altro accetti l'idea che un sistema di eccessivi privilegi ha creato una disfunzione tale rispetto alla quale occorre intervenire incisivamente.
Circa il tema dei diritti quesiti, esso può essere aggirato da un altro punto di vista: si può discutere sul fatto che si pongano in gioco i meccanismi di calcolo delle pensioni, il che non significa che non si possa mettere in discussione un ulteriore parametro, quello dell'accesso all'età pensionabile, che per quanto ci riguarda consente di accedere alla pensione pur continuando a lavorare. Infatti, perché non porre come condizione, per continuare l'attività professionale, che la pensione eroganda non sia calcolata con un sistema misto, che inevitabilmente comprenda anche il calcolo secondo il contributivo, comportando così una pensione inferiore?
Questo ai giovani dovrebbe essere riconosciuto: infatti, o abbiamo un carico pensionistico più leggero (che alleggerisce quindi la «barca»), o abbiamo una maggiore libertà sul mercato, perché qualcuno non esercita più la professione e quindi «libera» fasce di mercato.
Siamo gli unici ad avere un problema di carattere strettamente politico: siamo i soli che non sono in condizione di poter incidere sulla situazione. Abbiamo infatti una soglia elettorale di sbarramento, addirittura raddoppiata attraverso l'ultima riforma, in base alla quale, per poter far parte del comitato dei delegati, è necessario aver maturato almeno dieci anni di
pensione. Ho effettuato uno screening degli statuti delle Casse dei ragionieri, dei commercialisti, degli ingegneri, degli architetti e dei geometri e non vi ho trovato alcuna traccia di questo limite. Abbiamo anche denunciato questo fatto. Ad oggi, su 80 delegati siamo riusciti a introdurne appena 3, con grande sforzo, a causa di questo vincolo, di questo limite.
Noi vi rappresentiamo tutto questo, vi ringraziamo sinceramente per la sensibilità che avete dimostrato e speriamo che il nostro grido d'allarme non cada nel vuoto.
MARIO PAPA, Presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Intervengo soprattutto per ringraziare la Commissione, signor presidente, per la sensibilità che ha dimostrato e per rivolgere ad essa una sollecitazione.
Come prima considerazione, evidenzio la assoluta urgenza di una riforma previdenziale strutturale nel panorama forense. Ne abbiamo discusso, da ultimo, con il comitato dei delegati uscente, nel giugno 2004. È trascorso un anno senza che nulla sia stato fatto. Avvertiamo il bisogno urgente di discutere di una riforma previdenziale perché - come vi ha spiegato il mio collega - le misure parametriche verso le quali si dirigeva quel comitato dei delegati producono due effetti negativi. Innanzitutto, differiscono semplicemente nel tempo il problema, la crisi, senza risolverla; in secondo luogo, aggravano e penalizzano ancora di più la situazione dei giovani i quali, con scarse capacità finanziarie, sono costretti ad aumentare ulteriormente il gettito. Infatti, se si aumenta la parte contributiva, cioè il contributo soggettivo, è evidente che essi devono compiere sforzi economici maggiori e si riduce la loro possibilità di accedere alla previdenza complementare. Quindi, questa proposta risultava penalizzante e utile soltanto a differire la crisi nel tempo. Le misure parametriche momentaneamente sono state abbandonate dal comitato dei delegati uscente ma non sappiamo cosa si intenda fare. Certo è che non vediamo all'orizzonte nemmeno l'inizio di una discussione sulla riforma strutturale alla quale facevo riferimento.
Nel frattempo, le pensioni rendono all'avvocato pensionato, attualmente, oltre il 200 per cento di quanto ha versato. La solidarietà - come affermava il mio collega in precedenza - deve essere intesa in senso intergenerazionale e non può essere a senso unico perché, in tal caso, non è più solidarietà. La situazione è gravissima, al punto da sollecitare le persone a scendere in piazza, se non si trattasse di ceti professionali. Il comitato dei delegati della Cassa - cioè il parlamento che deve decidere se riformare o meno, in quale direzione muovere per compiere questa riforma e dove tirare una coperta che tutti sappiamo essere troppo corta - in questa situazione ha deciso di introdurre una soglia di anzianità per l'elettorato passivo di dieci anni. In sostanza, è come affermare che i giovani, i quali rappresentano il 60 per cento dei contribuenti, cioè versano la maggior parte dei contributi, non possono decidere che cosa occorra fare di questo denaro, perché la decisione spetta a coloro che vantano almeno dieci anni di iscrizione e sono più vicini alla pensione. Siamo in pieno, totale e assoluto conflitto di interessi da parte di questi signori.
Questa è la situazione, che alcuni di voi conoscono bene perché sono stati investiti del problema e hanno collaborato a studiarlo. Vi ringrazio ancora una volta per averci illuminato. Credo che dobbiate darci una mano, quale Parlamento della Repubblica, per risolverlo. Non so quali siano i limiti di azione di una Commissione parlamentare nei confronti di una Cassa privata; so soltanto che il problema continua ad essere di ordine pubblico e se non riusciamo a tutelare i nostri interessi all'interno di un «parlamentino privato», perché lo statuto ci esclude da quella sede decisionale, credo che il Parlamento della Repubblica debba farsene carico.
PRESIDENTE. Prego i componenti della Commissione di formulare le loro domande.
ANTONIO PIZZINATO. Avvocato Papa, a quanto ammonta mediamente una pensione annua?
MARIO PAPA, Presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Se si riferisce all'importo, i nostri studi portano a concludere che corrisponda ad oltre il 200 per cento di quanto il pensionato ha versato. Si tratta di un dato consolidato.
ANTONIO PIZZINATO. D'accordo. Ma a quanto ammonta una pensione media, al mese o all'anno?
MARIO PAPA, Presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Credo che sia difficile calcolare attualmente il dato in valore assoluto. Tuttavia, in base alle nostre stime, la media è di 40 mila euro netti all'anno. Inoltre, è necessario considerare - come ricordava l'avvocato Russo - che questi signori continuano a lavorare.
ANTONIO PIZZINATO. C'è qualcosa di assurdo nel regolamento perché credo che nessun'altra associazione, di qualsiasi tipo, segua un criterio del genere riguardo ai soggetti che possono partecipare alle deliberazioni. Chi ha approvato questo statuto e questo regolamento?
PRESIDENTE. Da quanto abbiamo capito, è un po' autoreferenziale.
MARIO PAPA, Presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Lo stesso comitato che da quello statuto viene premiato.
SERGIO RUSSO, Vicepresidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. La legge di istituzione prevede che il comitato dei delegati abbia questo potere.
MARIO PAPA, Presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Per rispondere al senatore Pizzinato, ricordo che lo statuto è stato votato dallo stesso comitato dei delegati che, così facendo, ha istituito per se stesso quella soglia per l'elettorato passivo. Ovviamente, lo stesso statuto poi è stato inviato al Ministero del welfare per la ratifica finale.
SERGIO RUSSO, Vicepresidente dell'Associazione italiana giovani avvocati. Sempre con la stessa procedura di approvazione, è stato previsto anche che il comitato sia rieleggibile per altri 4 anni. Attualmente, un componente rischia di rimanere a farne parte per 12 anni. La modifica è avvenuta nello stesso momento in cui è stato raddoppiato il limite di ingresso.
TIZIANO TREU. Vorrei sottolineare quello che credo sia chiaro a tutti. Noi abbiamo esaminato già la situazione in generale; adesso stiamo ascoltando la voce di un gruppo che si preoccupa maggiormente di quelli che stanno lontani. Anche noi siamo preoccupati, perché la situazione delle Casse in generale ci è stata denunciata anche da autorevoli fonti istituzionali. Mi pare opportuno avere ascoltato le future vittime di questo sistema, se non sarà cambiato. Ho avuto modo di conoscere in parte le varie vicende.
Possiamo fare poco rispetto allo statuto, che è un atto giuridico dotato di autonomia. Possiamo svolgere una azione di pressione politica sul legislatore, ma anche sul ministero, che ha dimostrato di essere sensibile alle prospettive negative legate a questa situazione. Uno statuto di quel tipo è politicamente non corretto, perché impedisce ai soggetti interessati di partecipare alle decisioni. Potremmo almeno svolgere questa funzione. Vi confermo la mia preoccupazione e la mia solidarietà.
PRESIDENTE. Vorrei aggiungere qualche considerazione rispetto a ciò che è stato detto dai miei colleghi. Reputo che questa audizione sia stata estremamente importante, perché ha permesso alla Commissione di conoscere il punto di vista di chi in futuro si troverà direttamente coinvolto da questa riforma.
Nel convegno svoltosi all'università «La Sapienza» su questo tema, è stato posto
l'accento sul problema della sostenibilità. Tale problema è considerato dalla nostra Commissione come fondamentale, soprattutto nel medio e nel lungo periodo. Non è sufficiente il riferimento al termine dei quindici anni, previsto dalla legge attuale, ma occorre una visione di insieme più ampia.
Riteniamo che l'autonomia delle Casse e la relativa funzionalità siano importanti, ma occorre che il sistema funzioni. Se il sistema non funzionerà le Casse dovranno ricorrere all'aiuto dello Stato per mancanza di risorse, ma credo che il principio dell'autonomia delle Casse, pur se importante, non possa portare a conseguenze così estreme.
Penso quindi che il nostro lavoro sia stato attento a questi aspetti. Oggi non abbiamo la possibilità di incidere direttamente sulle Casse, ma siamo una Commissione parlamentare di controllo di tali enti. Abbiamo svolto tale funzione in questi anni, anche innovando il tipo di lavoro rispetto al passato, evidenziando una serie di situazioni critiche.
Sicuramente non possiamo incidere direttamente sulle Casse degli enti previdenziali, ma è nostro dovere segnalare le questioni problematiche e comunque il nostro lavoro è utile per il legislatore, per il Governo, ma anche per le casse previdenziali, le quali hanno dato vita ad alcune iniziative spinte dalle nostre sollecitazioni. Credo quindi che abbiamo svolto e potremmo continuare a svolgere un ruolo importante.
Le richieste che ci sono state fatte oggi sono rilevanti: maggiori regole, maggiori controlli, soprattutto in settori specifici, come gli investimenti immobiliari, l'esigenza di creare un coordinamento tra le varie Casse di previdenza, una razionalizzazione maggiore delle norme e del funzionamento delle Casse stesse.
Occorre inoltre porre mano ad una riforma strutturale sotto il profilo della sostenibilità, come è stato già evidenziato nel corso del nostro lavoro. Il sistema non può reggere in questo modo. Abbiamo un sistema di previdenza privato che rispetto al settore pubblico è in ottima salute, ma tale salute sembra ottima limitatamente al periodo attuale. Bisognerebbe tenere presente non solo la solidarietà nei confronti dei lavoratori anziani, ma anche l'equità nei confronti delle nuove generazioni.
A settembre pubblicheremo gli atti relativi alle varie audizioni svolte su questo tema, atti in cui verranno riportate tutte le istanze e le necessità che sono emerse nel corso degli incontri svolti in questi mesi.
Ringrazio i nostri ospiti per il loro utile contributo e dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 15,10.
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