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Seduta dell'1/6/2005


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Audizione di Alessandro Marangoni e Andrea Gilardoni, rappresentanti di AGICI, di Angelo Bonsignori, direttore generale di Unionplast, di Cesare Spreafico, direttore generale di Corepla, e di Giuseppe Riva, direttore di Plastics Europe Italia e rappresentante di Polimeri Europa.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione di Alessandro Marangoni e Andrea Gilardoni, rappresentanti di AGICI, di Angelo Bonsignori, direttore generale di Unionplast, di Cesare Spreafico, direttore generale di Corepla, e di Giuseppe Riva, direttore di Plastics Europe Italia e rappresentante di Polimeri Europa.
Nel corso della seduta odierna la Commissione svolgerà una serie di audizioni tese ad acquisire elementi informativi e valutazioni in ordine alle problematiche ed ai profili di criticità che afferiscono alla normativa che attualmente regola il settore delle materie plastiche. In particolare saranno ascoltati, con la prima audizione, i responsabili di uno studio trasmesso alla Commissione, che traccia le linee di un progetto di rilancio delle politiche ambientali ad opera dell'industria delle materie plastiche.
Nel rivolgere un saluto ed un ringraziamento per la presenza in questa sede, do subito la parola al professor Alessandro Marangoni, riservando le eventuali domande dei colleghi della Commissione in esito alla sua relazione e ascoltando a seguire, se lo ritengono, il professor Gilardoni, il dottor Bonsignori, il dottor Spreafico e il dottor Riva.

ALESSANDRO MARANGONI, Rappresentante di AGICI. Signor presidente, ringrazio la Commissione per avermi concesso l'opportunità di presentare i risultati di questo studio che abbiamo condotto su indicazione e sostegno dei soggetti che operano nella filiera delle materie plastiche in Italia, vale a dire Corepla, Plastics Europe Italia e Unionplast. Non è facile riassumere in pochi minuti un lavoro durato un anno, che ha condotto ad un rapporto di circa 160 pagine e che ha toccato tutte le tematiche inerenti all'industria della plastica dal punto di vista delle politiche ambientali. L'obiettivo del nostro lavoro è quello di esaminare le politiche ambientali della filiera al fine di proporre azioni, politiche e modelli di sviluppo del sistema della plastica in una prospettiva di ampia compatibilità, sia sotto il profilo economico sia sotto quelli ambientale, tecnologico e sociale.
Ho cercato di riassumere tutto il lavoro in tre punti chiave: la rappresentazione dell'industria delle materie plastiche, evidenziandone il ruolo economico e quello ambientale; la chiave di lettura che abbiamo


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voluto imprimere all'intero lavoro, vale a dire quella del riciclo sostenibile; le proposte dell'industria e della filiera delle materie plastiche. Prima di svolgere tali punti, vorrei sottolineare due elementi che, sulla base sia dell'esperienza accademica - infatti, mi occupo di tematiche ambientali presso l'università Bocconi - sia dell'esperienza professionale in diversi settori che ho avuto modo di osservare, appaiono fondamentali in questo ambito. Uno è rappresentato dal fatto che, per la prima volta nel nostro paese, il lavoro si focalizza non esclusivamente su un'industria, ma sulla filiera, sul sistema. Non consideriamo semplicemente i produttori della materia prima, dei prodotti o il consorzio deputato al riciclo, ma il lavoro nasce da un'analisi congiunta del sistema, quindi dell'intera filiera, che parte dalla produzione ed importazione delle materie prime, alla realizzazione (rappresentata da Plastics Europe), alla trasformazione da parte dell'industria manifatturiera (rappresentata da Unionplast), fino ad arrivare alla chiusura del cerchio da parte dell'industria del riciclo e del recupero (dunque dal Consorzio Corepla che, com'è noto, nasce in ottemperanza al dettato del decreto Ronchi).
Il secondo elemento rilevante è costituito dalla particolarità e dalla complessità di questa industria e di questa filiera rispetto a quella degli altri materiali oggetto della normativa sui rifiuti e del decreto Ronchi in particolare. Tale complessità deriva tra l'altro dalla non coincidenza - o perlomeno dalla coincidenza solo parziale a differenza di altri materiali - dell'industria che produce le materie prime con quella che ricicla e recupera il materiale. Infatti, mentre in altri comparti (vetro, carta) i produttori del materiale coincidono con i riciclatori, in questo caso ciò avviene solo in parte.
Intendo fornire qualche elemento per individuare cosa sia l'industria delle materie plastiche nel nostro paese. Lo studio è abbastanza articolato; abbiamo individuato le caratteristiche salienti e il peso, tutt'altro che trascurabile, del settore nel sistema economico italiano.
Le materie plastiche sono, per loro caratteristica, molto diversificate e pervasive dal punto di vista della presenza nelle attività di tutti giorni nonché in quelle industriali. Al di là del senso comune, che spesso tende ad ignorare gli aspetti più squisitamente tecnici e di dettaglio, vi sono vantaggi ambientali, oltre che impatti ambientali, derivanti dall'impiego dei materiali plastici. Un esempio per tutti, che tocca anche gli aspetti sociali oltre che quelli ambientali, è quello degli impieghi sanitari. D'altro canto, negli ultimi anni l'industria ha compiuto una serie di investimenti e di attività nel campo delle politiche ambientali sicuramente significativi, che hanno permesso di ridurre ulteriormente l'impatto ambientale complessivo del settore. In particolare, individuiamo un contributo allo sviluppo tecnologico ed economico del sistema italiano, minori impatti ambientali indotti dall'uso della plastica ed una serie di risposte - non ultima, evidentemente, quella nell'ambito dei rifiuti e, quindi, del sistema Corepla - già fornite dalle industrie.
L'industria della plastica in Italia è rappresentata da quasi 6.200 aziende e da più di 160 mila addetti, con un fatturato, secondo i dati del 2003, di oltre 28 miliardi di euro. Il settore è articolato in una filiera composta da produttori (rappresentati da Plastics Europe), trasformatori (rappresentati da Unionplast), costruttori di macchine, con riferimento ai quali la nostra industria ha una posizione di rilievo anche a livello internazionale, ed industria del riciclo (rappresentata da Unionplast), che ricopre posizioni di eccellenza. Per brevità non mi soffermo sui dati di dettaglio dei vari comparti ma, riassumendo il tutto dal punto di vista del giro di affari, ciò significa circa 8,3 miliardi di euro per i produttori, quasi 16 miliardi di euro per i trasformatori (che inglobano tutto il tessuto delle piccole e medie imprese che in Italia lavorano la plastica), 3,6 miliardi di euro per i costruttori di macchinari e impianti e circa mezzo miliardo di fatturato per quanto concerne l'area del riciclo.


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Per quanto riguarda la dimensione di ciò che stiamo affrontando relativamente ai rifiuti di materie plastiche, se consideriamo un monte rifiuti complessivo (che quindi abbraccia tutte le tipologie di rifiuti), notiamo che i rifiuti solidi urbani rappresentano a livello europeo poco più dell'8 per cento del totale. Se poi consideriamo la componente costituita da plastica nei rifiuti solidi urbani, si parla a sua volta del 6 per cento sull'8 per cento precedente. Quindi, si ottiene circa lo 0,5 per cento di rifiuti solidi urbani sul totale dei rifiuti complessivi prodotti in Europa in un anno. Tra l'altro, tali percentuali di rifiuti nel comparto della plastica equivalgono a circa il 60 per cento della produzione del settore; infatti, la plastica, a differenza di altri comparti, genera beni durevoli e semidurevoli che allungano il ciclo di vita dell'insieme. Quindi, siamo in presenza di un'industria con i numeri mostrati e di una questione ambientale relativa ai rifiuti (perché è sui rifiuti che si focalizza il nostro lavoro, invece che sulle politiche ambientali in generale) che rappresenta circa lo 0,5 per cento del totale dei rifiuti in Europa.
Qual è, a nostro avviso, la chiave di lettura più produttiva per affrontare questo tipo di problema? Ebbene, forti di un'esperienza accademica durata diversi anni su queste tematiche avuta presso l'università Bocconi, insieme al professor Gilardoni abbiamo avviato circa 10-12 anni fa in Italia un corso di management ambientale. Abbiamo pensato che non basta adottare il concetto di riciclo, ma occorre quello di riciclo sostenibile. Tale impostazione è coerente con gli indirizzi di fondo della politica dell'Unione europea, che attualmente spinge verso politiche non solo rispettose della compatibilità ambientale, ma anche inquadrate in un complesso di risorse complessive compatibili con il sistema stesso. Quindi, il termine «sostenibilità» ha un significato non soltanto ambientale, ma anche sociale ed economico.
La traduzione di tali concetti dal principio alla pratica comporta l'adozione di politiche di recupero e di riciclo basate su una scala di priorità tecnologiche ed economiche per il fine vita dei prodotti, adottando quindi un concetto lato di riciclo e di recupero. Le priorità tecnologiche indicano che, a seconda dei prodotti, dei settori e delle tipologie di plastica dei diversi polimeri, possono essere adottate soluzioni differenti, che vanno dal riutilizzo alla raccolta - ovviamente da considerare una fase del sistema e non un fine in sé -, dal riciclo al recupero energetico. Questo anticipa uno degli elementi delle politiche da noi individuate come il ripensamento delle politiche di raccolta differenziata in Italia per quanto riguarda le materie plastiche, ridefinendo il perimetro e focalizzandosi sui prodotti e sui materiali ritenuti più interessanti ed idonei dal punto di vista del rapporto tra sforzo e risultato, da un punto di vista sia ambientale sia economico. Se in pochi numeri è difficile riassumere il quadro dell'industria, è ancora più difficile riassumere un quadro articolato delle opzioni percorribili dal punto di vista delle politiche ambientali. Ovviamente abbiamo preso in considerazione, insieme ai rappresentanti delle varie fasi della filiera, una molteplicità di opzioni; in questa sede andrò ad illustrare quelle che a noi sembrano più rilevanti.
Innanzitutto, occorre partire dal quadro attuale. A seguito della prima direttiva europea sul packaging waste, che poi ha portato all'emanazione del cosiddetto decreto Ronchi in Italia, nel 2004 è stata emanata una seconda direttiva; pertanto, sul tema delle materie plastiche attualmente l'Italia ha già raggiunto gli obiettivi contenuti nella nuova direttiva con un anticipo di diversi anni. D'altro lato, stanno per essere introdotti altri compliance scheme per categorie di prodotti diversi dal packaging. L'esempio riguarda ovviamente il settore delle automobili e degli equipaggiamenti elettrici ed elettronici a fine vita.
Un altro elemento di partenza imprescindibile nell'impostare le proposte è quello per il quale, ad oggi, i sistemi di raccolta differenziata, di recupero e riciclo nel nostro paese hanno comunque raggiunto livelli di efficienza molto buoni, sia


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dal punto di vista ambientale sia da quello dei costi. I confronti effettuati con quanto accade in molti paesi europei di rilievo in questo particolare ambito dimostrano che i cittadini italiani devono essere orgogliosi perché il nostro paese è sicuramente in una posizione di eccellenza. Infatti, sono stati centrati gli obiettivi contenuti nella direttiva in termini complessivi per quanto riguarda i materiali plastici; inoltre, i costi e l'efficienza del nostro sistema sono sicuramente migliori di quelli di molti altri paesi, come ad esempio la Germania. Ovviamente questo non significa che non esistano margini di miglioramento. Tutto è perfettibile; infatti, i livelli di efficienza del sistema della raccolta differenziata, che quindi riguardano soprattutto la fase più a valle toccando i soggetti gestori sul territorio - tipicamente i comuni ed alcune delle aziende da loro gestite -, in taluni casi raggiungono risultati di eccellenza ed avanguardia, mentre in altri denotano margini di miglioramento sicuramente ancora ampi.
Detto questo, vorrei indicare quattro punti relativi alle possibili azioni da intraprendere. Il primo riguarda l'affinamento delle politiche di raccolta differenziata, affinché siano più funzionali all'impiego dei materiali raccolti. Il secondo punto, che assume caratteri di grande delicatezza, risultando assai complesso ed articolato per tutte le implicazioni che comporta sui settori industriali che coinvolge, è la revisione del modello organizzativo del Conai. Il terzo punto riguarda le politiche ambientali incidenti sulla domanda come le politiche di approvvigionamento sostenibile che, a nostro avviso, devono essere affidabili e coerenti. In proposito, il riferimento normativo è il famoso decreto relativo all'approvvigionamento dei soggetti pubblici legato al rispetto di determinate quote di acquisto di prodotti ecocompatibili. Il quarto ed ultimo punto - certamente non in ordine di importanza - è la promozione dell'innovazione tecnologica.
Ovviamente tutte le riflessioni da noi condotte partono dal presupposto che dall'emanazione del decreto Ronchi ad oggi è passato quasi un decennio; quindi, le attività, le azioni, i soggetti, le politiche che allora avevano un senso, producendo risultati indubbiamente positivi negli anni passati, si confrontano oggi con un contesto molto cambiato, sia dal punto di vista ambientale che da quello tecnologico ed economico. Ad esempio, il concetto di riciclo sostenibile, da noi introdotto anni or sono, a me pare ancora oggi di grandissima attualità per l'Italia, nel momento in cui si discute di competitività del paese e, quindi, della possibilità per l'industria dell'ambiente di dar vita a politiche proattive che però non vadano a detrimento della competitività del nostro sistema industriale rispetto a quello degli altri paesi.
Ritengo vi sia spazio per ripensare alcuni aspetti di quelle politiche, atteso che alcune delle attività che sono state svolte hanno prodotto risultati positivi. Tali attività avevano una logica nel contesto storico in cui sono state concepite e sviluppate, mentre oggi hanno pur sempre una loro giustificazione ma vanno parzialmente ripensate. Ci soffermeremo sui quattro punti che ho citato, anche se lo studio riguarda una serie di tematiche più ampie.
Per quanto concerne le politiche di raccolta differenziata e funzionale all'impiego, vorrei partire con un paradosso, vale a dire con la constatazione che l'attuale raccolta differenziata - mi riferisco alla plastica, non ad altri materiali - è indifferenziata, dal punto di vista dell'industria del riciclo, che è il fruitore dell'attività di raccolta differenziata. Infatti, vengono raccolte tutte le plastiche indipendentemente dalla possibilità e dalla convenienza di recupero e di riciclo. Ciò è anche il frutto, come ho già osservato, di un portato storico, perché nel momento in cui è entrato in vigore il decreto Ronchi occorreva raggiungere un determinato obiettivo e non aveva senso andare a fare distinzioni. Oggi, forse, la prescrizione che riguardava indistintamente tutte le plastiche è superata dal fatto stesso che l'obiettivo quantitativo posto dalla nuova direttiva - il 22,5 per cento per il 2008 - è


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raggiunto, e riteniamo pertanto sia opportuno concentrarsi piuttosto su obiettivi qualitativi.
Ciò significa ridefinire il perimetro della raccolta differenziata, il che è probabilmente fattibile solo in misura marginale nell'attuale contesto normativo (di tale fattore va tenuto conto in una prospettiva legislativa futura), in considerazione dell'effettivo fine di tale attività, vale a dire il riciclo e la riduzione dell'impatto ambientale, non la raccolta. Spesso, con le campagne di promozione promosse dai vari soggetti sul territorio, viene trasmesso al cittadino il messaggio per cui la raccolta differenziata è il fine: la raccolta differenziata è lo strumento che consente di raggiungere determinati risultati ambientali. Peraltro - non inventiamo nulla - ciò è quello che già accade in altri paesi - come ad esempio in Francia e in Belgio - nei quali ci si concentra sui materiali e sui prodotti di plastica che presentano un maggiore beneficio in termini di rapporto tra sforzo e risultato. Lo studio, come è noto, è stato condotto da chi vi parla e dal professor Gilardoni, che illustrerà alla Commissione gli altri tre punti.

ANDREA GILARDONI, Rappresentante di AGICI. Signor presidente, intendo in primo luogo svolgere alcune osservazioni sul modello organizzativo Conai, sul suo funzionamento e su possibili modifiche. Negli anni scorsi sono state sollevate critiche anche forti nei confronti di questo modello. Da parte nostra, come ha osservato il professor Marangoni, riteniamo, anche alla luce di dati quantitativi e di misurazioni eseguite, che il modello Conai abbia funzionato bene. Se si osserva che con 400 miliardi di vecchie lire si è gestito l'intero sistema e che in Germania e in altri paesi sono stati utilizzate quantità notevolmente maggiori di risorse, si deve ritenere che il modello abbia funzionato, forse anche in virtù di quel meccanismo per così dire «perverso» per cui sono responsabilizzati nella gestione del sistema Conai coloro che pagano o che comunque subiscono l'impatto del contributo ambientale. È dunque evidente che è interesse del settore della plastica minimizzare l'incidenza, tramite il contributo ambientale, sul costo dei loro prodotti che sono in concorrenza con altri prodotti, ad esempio del settore del vetro. Dunque, tale meccanismo «perverso» - uso questo termine in un'accezione positiva - ha consentito di sviluppare un modello che funziona.
Ho già avuto modo di scrivere che analizzando il decreto Ronchi si riscontra che l'unica parte che è stata completamente attuata è il sistema Conai. Per quanto riguarda gli aspetti tariffari, quelli relativi ai consorzi e numerosi altri temi, il decreto è rimasto inattuato o ha incontrato difficoltà di attuazione. Per quanto concerne l'aspetto in esame, invece, il decreto ha funzionato, ed è quindi complesso indicare gli aspetti da modificare di una disciplina che ha dato risultati ragionevolmente interessanti. Il decreto Ronchi risale a nove anni fa e ha previsto il Conai sulla base di una normativa comunitaria che poneva l'attenzione sui rifiuti da imballaggio, in virtù della logica per cui il rifiuto solido urbano è costituito in parte significativa da rifiuto da imballaggio. Conseguentemente, si è ipotizzato un sistema che mirasse a lavorare su tale componente del rifiuto. Da ciò nascono in parte la logica del decreto Ronchi e il sistema Conai. Tuttavia, tale logica, che ha caratterizzato anche i consorzi di filiera intorno al packaging, va, a nostro avviso, messa in discussione, in quanto è probabilmente superata.
Ormai i consorzi hanno raggiunto un certo grado di maturità e hanno dato vita in alcuni casi, come in quello della plastica, a una vera e propria industria con imprese che lavorano anche con tecnologie interessanti e innovative, nate intorno al processo del riciclo. Dunque, a nostro avviso va valutato un sistema che si focalizza solo sul packaging, poiché il problema è costituito non solo da quest'ultimo, ma anche dal materiale da riciclare. Va peraltro osservato che alcuni consorzi si sono già mossi in tale direzione: ad esempio, Comieco, che si occupa della carta da macero, raccoglie, al di fuori del


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sistema del contributo ambientale, anche carta da giornale, che nulla ha a che fare con il packaging ma che comunque interessa dal punto di vista del riciclo.
Il secondo aspetto importante è costituito dal fatto che si stanno sviluppando nuovi compliance scheme (si tratta di un modo complicato per definire sistemi volti a far fronte alle istanze della legislazione). Si parlava dell'automotive: ci si chiede se tali iniziative debbano svilupparsi autonomamente o se si debba immaginare un sistema in qualche modo integrato e coordinato, che sfrutti le sinergie e le esperienze acquisite dal sistema Conai. Infatti, il motivo per cui il sistema Conai nel nostro paese è costato poco risiede nel fatto che è andato ad integrarsi con il sistema dei rifiuti, al contrario di quanto accaduto negli altri paesi. In Germania, ad esempio, vi è il dual system, un sistema di raccolta che procede parallelamente a quello del rifiuto solido urbano, con il risultato di raddoppiare i costi. Dunque, questi nuovi compliance scheme debbono procedere autonomamente, oppure è opportuno che vengano integrati? È opportuno che, smontando le auto, i pezzi di plastica siano gestiti unitariamente? Occorre ragionare al riguardo; non ho una risposta precisa e so che vi sono difficoltà ad andare in questa direzione, ma il tema va affrontato. Vi sono questioni relative all'impegno finanziario, al peso decisionale e alla rappresentatività dei vari soggetti coinvolti nel sistema, ma non si tratta probabilmente del problema più importante.
L'altro tema su cui riflettere attentamente è l'esperienza pratica vissuta in questa complicata filiera: si sta evidenziando l'esistenza di due tipi di consorzi (o di soggetti analoghi). Mi riferisco anzitutto a quei soggetti che si specializzano nella raccolta delle varie tipologie di rifiuti. Vi sono poi i soggetti specializzati nella trasformazione dei rifiuti in materie prime o seconde. Si tratta di due attività sostanzialmente differenti, nonostante quanto si sia portati a ritenere.
Abbiamo realizzato, ad esempio, degli studi di fattibilità nel settore dei rifiuti elettrici o elettronici: il vero problema in questo campo è intercettare il rifiuto. Per sostenere un investimento ingente per un impianto di trattamento, è necessario poter contare su un costante afflusso di rifiuti. Si manifesta, al riguardo, l'esigenza di una raccolta sistematica di tali rifiuti, necessaria per poter compiere tutte le operazioni a valle della filiera.
A fronte di questo quadro esiste anche la realtà di quei soggetti il cui compito è trattare i rifiuti affinché questi acquisiscano le caratteristiche atte a consentirne il riciclo. Tali soggetti vanno considerati con approcci differenti. A nostro avviso, è necessario realizzare un modello che riconosca tali differenti orientamenti e sappia coniugarli, distinguendo, da un lato, i soggetti orientati al prodotto e quindi al mercato (inteso come sistema di approvvigionamento dei rifiuti), dall'altro, i consorzi di filiera, specializzati nella trasformazione del rifiuto grezzo in materia prima o seconda effettivamente utilizzabile dall'industria.
Mentre i primi sono orientati al mercato dei rifiuti, i secondi sono orientati al mercato delle industrie che utilizzano i rifiuti. I consorzi di filiera dei materiali sono tipicamente orientati a fornire servizi alle industrie in grado di utilizzare quei materiali come materie prime (grazie ad un processo produttivo che ha richiesto ingenti investimenti).
Anche in Europa è in atto un primo riconoscimento di tali peculiarità: si inizia a prestare attenzione al settore e si sta prendendo atto che il suo sviluppo richiederà la creazione di consorzi specializzati per materiale. L'opzione che abbiamo davanti, a nostro avviso, è se sia ipotizzabile lasciare che tutto proceda in ordine sparso, o se sia necessario, invece, pensare ad un sistema - non coercitivo - di incentivi alla collaborazione e all'integrazione tra i vari soggetti. È questa la nostra riflessione sul modello Conai: ovviamente sarebbero necessari ulteriori approfondimenti, ma il tempo a disposizione non lo consente.
In materia di sustainable procurement abbiamo seguito la politica governativa del


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famoso 30 per cento, incontrando alcune difficoltà al riguardo. La nostra maggior preoccupazione verte sul problema del possibile squilibrio che - paradossalmente - potrebbe derivare da un «eccessivo» successo di tale operazione. Attualmente non è ben comprensibile, né quantificabile, l'impatto di questo meccanismo. Indubbiamente, alcune realtà si stanno muovendo per adeguarsi agli standard previsti. Nella nostra documentazione indichiamo alcuni spunti, a nostro avviso importanti, che indicano una strada interessante e innovativa. In realtà, il cosiddetto decreto Ronchi si basa su una logica esattamente opposta, volta a porre le basi per la creazione di una filiera di gestione dei rifiuti, quasi dimenticandosi della domanda degli stessi, o quanto meno considerandola un automatismo. È questa la sintesi delle critiche rivolte al cosiddetto decreto Ronchi.
Il nostro approccio, invece, tende ad invertire tale logica, puntando alla creazione di una domanda (di tipo pubblico) del prodotto riciclato. Il problema è come far sì che il sistema - nel suo complesso - sia trasparente, che si possano evitare le possibili distorsioni, i possibili problemi di antitrust e gli effetti impropri sulla concorrenza, magari sussidiando alcuni prodotti a scapito di altri. Ma questo è un tema delicato.
L'ultimo elemento che abbiamo affrontato nella nostra disamina, sia pur non approfonditamente, è una considerazione sull'innovazione tecnologica. Se il cambiamento tecnologico è all'origine di diversi problemi ambientali, allo stesso modo questo può - e deve - rappresentare la soluzione di molte tematiche ambientali. Abbiamo identificato, in tal senso, una serie di tematiche che, al riguardo, riteniamo importanti dal punto di vista tecnologico (le abbiamo indicate nella nostra documentazione). Si tratta, ad esempio, di elementi quali la ricerca sui polimeri, il design dei prodotti e l'interessante problema della tracciabilità dei flussi dei rifiuti, che considero centrale anche per la tutela da comportamenti illeciti. A tal fine, esistono studi volti ad introdurre l'utilizzo di microchip per seguire i movimenti dei diversi materiali.
Una strada che ci sembra interessante, sulla quale invitiamo a porre l'attenzione, è la tecnologia per la separazione dei rifiuti. Se, ipoteticamente, disponessimo di tecnologie in grado di separare perfettamente tutti i rifiuti, non sarebbe più necessario ricorrere alla raccolta differenziata. Sarebbe sufficiente, infatti, effettuare una raccolta dei rifiuti tal quali per poi conferirli in appositi siti dove si provvederà alla loro separazione. Non sono ipotesi fantascientifiche: sono in corso specifici studi su possibili metodologie.
Vi è poi il tema della ricerca volta ad introdurre tecnologie che consentano una migliore qualità ed affidabilità dei materiali riciclati. In ciò, sempre avendo ben presente la convenienza di tali metodiche.
Mi avvio a concludere affrontando una tematica che considero centrale. Il nostro gruppo ha già raggiunto gli obiettivi fissati per il 2008; siamo, quindi, in una situazione molto diversa da quella esistente al momento dell'introduzione del cosiddetto decreto Ronchi. Abbiamo raggiunto gli obiettivi molto più rapidamente di tutti gli altri e siamo, quindi, nelle condizioni di porci obiettivi diversi da quelli strettamente quantitativi. Possiamo, ad esempio, puntare sul raggiungimento di migliori livelli qualitativi, oppure, mirare ad un innalzamento degli stessi obiettivi fissati in sede comunitaria, ponendoci traguardi più ambiziosi.
Consideriamo rilevante, al riguardo, la cost-benefit analysis, avvalorata anche dagli atti dell'Unione europea. Dobbiamo, quindi, rafforzare le analisi del rapporto tra costi e benefici su tutta una serie di tematiche relative alla raccolta differenziata e al riciclo. Personalmente, ritengo che se vi è stato un periodo positivo in cui la raccolta differenziata ha ricevuto un certo impulso, oggi forse può essere giunto il momento di valutare attentamente - per il futuro - quali strade sarà opportuno seguire.
Quando ero presidente dell'AMSA di Milano siamo partiti con la raccolta differenziata,


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porta a porta, dell'umido; ci siamo poi accorti (e se ne è accorto il presidente che ha preso il mio posto) che forse non ne valeva la pena, perché il costo per andare a raccogliere mezzo chilo di rifiuti alla settimana della signora Maria di 78 anni nel rapporto costi-benefici non aveva alcun senso.
So che questo ragionamento non piace agli ambientalisti, è però la stessa Unione europea che ci invita a ragionare sulle strategie future in un'ottica di valutazione costi-benefici.

PRESIDENTE. Do ora la parola al direttore generale di Unionplast, Angelo Bonsignori.

ANGELO BONSIGNORI, Direttore generale di Unionplast. Vorrei far presente che abbiamo partecipato alla realizzazione di questo studio attraverso le competenze delle nostre imprese: è ovvio dire che lo condividiamo in pieno.
Relativamente ad un aspetto che ci sta particolarmente a cuore, quello cui ha accennato il professor Gilardoni relativo al 30 per cento che dovrebbe servire per sviluppare i mercati, si tratta di un problema di produzione, che abbiamo affrontato anche come associazione mettendo a disposizione delle imprese un sistema di certificazione che possa garantire che i prodotti derivino effettivamente dai circuiti dei rifiuti. Ciò che temiamo infatti è la nascita di industrie falso-verdi, imprese cioè che utilizzano materie prime di scarsa qualità, oppure scarti di lavorazione spacciandoli per manufatti derivanti da circuiti virtuosi di raccolte differenziate di rifiuti.
Avvertiamo molto, infatti, il sistema della concorrenza a tutto tondo, quella sui contributi ambientali, quella delle filiere falso-verdi, quella derivante anche - come si accenna in questo studio - da operazioni ambientali che non hanno riflessi positivi né sull'ambiente né sull'economia. Molti dei nostri prodotti mal sopportano i lunghi trasporti, i quali poi si traducono in fonti di inquinamento; molti di questi prodotti sono frazioni merceologiche talmente varie che richiedono operazioni di selezione con costi energetici, a loro volta, particolarmente elevati. Dunque, noi osserviamo la concorrenza in tutte le fasi, compresa quella della politica ambientale.

PRESIDENTE. Rivolgerò ai professori alcune sollecitazioni derivanti dalle esaurienti relazioni, che costituiscono per noi sicuramente un elemento importante per ulteriori approfondimenti.
I quantitativi di plastica riciclati dagli operatori indipendenti come vengono certificati? I dati Corepla sono frutto del vostro studio in sinergia con loro o provengono da una vera e propria attività di censimento?

CESARE SPREAFICO, Direttore generale di Corepla. Colgo l'opportunità, rispondendo alla domanda, per descrivere alcune azioni avviate a prescindere dall'analisi vera e propria riguardante la direttiva n. 2 citata dal professor Gilardoni, una delega ambientale attualmente in discussione (è un discorso che riguarda la verifica di compatibilità verso il mercato e l'antitrust, che è sottoposto, come ben sapete, ad una analisi di approfondimento). Alla luce delle possibilità di intervenire da parte del sistema, si è cercato di attivare alcune soluzioni sulla logica di quel documento.
Per quanto riguarda, ad esempio, la rinegoziazione dell'accordo ANCI-Conai (mi riservo di rispondere alla domanda in un secondo momento, prendendomi qualche minuto di tempo per inquadrare il discorso), si è introdotto un criterio di leva relativamente all'aspetto qualitativo della raccolta. Sicuramente in accordo con l'associazione Assorimap, che ha introdotto l'aspetto dell'assimilazione esasperata in riferimento a imballaggi derivanti dal commercio e dall'industria, si è introdotta l'identificazione di traccianti che consentono che quello che viene identificato come prodotto assimilato, e quindi già soggetto di circuiti virtuosi e autonomi, venga pagato molto meno (mi riferisco a 30 euro a tonnellata rispetto ai 200 euro dell'accordo ANCI-Conai per l'imballo in plastica che i comuni conferiscono in cambio dei servizi di raccolta).


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Si è, dunque, introdotto un elemento di tipo qualitativo che dovrebbe avere un doppio effetto: il primo, è quello di disincentivare la pratica di assimilazione e lasciare prodotti e rifiuti già ad un certo livello di qualità a disposizione dei circuiti cosiddetti «indipendenti» (quelli che, quando ero ragazzo, passavano con l'Ape presso il grande o il piccolo supermarket o la piccola impresa erano in grado di approvvigionarsi evitando che i rifiuti finissero nella raccolta di tipo pubblico: e questo è stato fatto); il secondo - dato che il mercato della termovalorizzazione è ormai consolidato con tassi di rendimento più che positivi - è quello di non dover pagare più il contributo di termovalorizzazione al sistema Federambiente nell'accordo ANCI-Conai, superato il primo contratto e il periodo di avviamento. Si è trattato di un intervento (non c'ero ma immagino che questo sia stato il ragionamento svolto) volto a creare incentivi tali da consentire l'evoluzione di alcuni mercati, per poi decidere di uscirne, avendoli messi in condizioni di proseguire da soli. Anche in questo caso abbiamo ridotto cospicuamente l'intervento di incentivazione relativo alla frazione della termovalorizzazione.
Per quanto riguarda il settore secondario e quello terziario (quindi industria e commercio) - un tema che già dibattemmo lo scorso anno durante l'audizione in cui intervenni con il presidente - si era preso atto che occorreva «uscire» e rimanere marginali relativamente ai circuiti virtuosi già avviati. Il Conai volle l'implementazione di piattaforme multimateriale e devo dire che, al momento attuale, tale genere di attività è praticamente ridotto quasi a zero. Se ha creato disturbi si è rientrati in una logica di integrazione sul mercato; se il mercato esiste non vi è bisogno di alcun intervento invasivo.
L'ultimo elemento molto importante è costituito dall'aggiornamento degli strumenti di tipo commerciale. Da un anno a questa parte si è passati alla rinegoziazione di alcuni contratti-ponte relativamente alle frazioni PET e HDPE. Gran parte del materiale viene inserito in una sorta di asta via web, di grande interesse sia per le altre filiere di materiali che non sono ancora arrivati a questo livello, sia per l'Europa, dove rappresenta un significativo elemento di accessibilità alle frazioni per tutte le imprese che intendano utilizzarli e di diversificazione rispetto ad un prezzo quanto più possibile vicino a quello di mercato.
Riguardo alla domanda posta dal presidente, noi riportiamo nel nostro bilancio, certificato da uditor esterni, i dati relativi ai flussi Corepla, che vivevano in gran parte (direi al 95 per cento, salvo alcuni piccoli flussi provenienti dalle piattaforme e che sono ridotti a ben poco) della raccolta differenziata. Tali dati sono supportati da formulari di contabilità: fatture, pagamento e altro.
I dati dei riciclatori indipendenti vengono da noi riportati nel piano specifico di prevenzione soltanto per offrire una visione completa; dunque il dato del riciclaggio italiano (il 22,5 per cento fissato dalla direttiva al 2008) è costituito da due componenti: i dati offerti da noi e di cui rispondiamo in termini di bilancio e di costi sostenuti e quelli dei riciclatori indipendenti, risultanti dai censimenti effettuati dalle due associazioni di categoria, Unionplast e Assorimap (si collocano se ben ricordo, intorno a 220 mila tonnellate).
È da tempo in atto un'attività da parte nostra, di Conai e dell'osservatorio - ne abbiamo parlato più volte - circa il modo di dare sostanza e maggior supporto ai dati derivanti dai censimenti delle imprese. Sono dati non di Corepla ma del consorzio Conip e riguardano le cassette in polipropilene. Quando si fanno le somme sull'immesso al consumo (che riguarda una parte il settore primario, un'altra l'industria e commercio), la parte Conip è formata da tanti elementi. Noi rispondiamo dei nostri numeri e riportiamo quelli dei riciclati indipendenti come risultato derivante dai censimenti svolti dalle industrie e dalle associazioni di settore, e via dicendo.


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PRESIDENTE. Dottor Spreafico, mi aiuti a comprendere meglio. Con quali sistemi Conai e Corepla controllano i flussi extra Unione europea della plastica degli shopper?

CESARE SPREAFICO, Direttore generale di Corepla. Noi non svolgiamo alcuna funzione a questo riguardo. Consideriamo lo shopper, come prevede anche la nuova direttiva europea, come un imballo. Le attività svolte da Corepla in ordine agli shopper, conferiti in gran parte nella raccolta differenziata, rientrano nel mix di plastica derivante appunto da raccolta differenziata.

PRESIDENTE. Qual è la percentuale di riciclaggio della plastica del Corepla se si escludono i ritiri effettuati dal Conip e dagli operatori indipendenti?

CESARE SPREAFICO, Direttore generale di Corepla. Dovrebbe trattarsi di una percentuale che si aggira intorno al 60 per cento del totale. Per il 2004 il riciclo è stato pari a 220 mila tonnellate; di queste si fa presente che 30 mila sono riciclate dal Conip e 190 mila da operatori indipendenti. I dati citati sono esposti in maniera disaggregata. I dati di Corepla sono in gran parte derivanti dal circuito di raccolta primaria, cioè dalla raccolta differenziata. Per i circuiti secondari e terziari, l'attività prevalente è quella del riciclo indipendente.

PRESIDENTE. Quali sono i codici CER di riferimento della plastica Corepla?

CESARE SPREAFICO, Direttore generale di Corepla. Non li ricordo. Dovrei recuperare dei dati di dettaglio per rispondere.

PRESIDENTE. A vostro parere, una volta terminato il ciclo del riciclaggio, qual è la percentuale nazionale di plastica da riciclo che può essere destinata alla termovalorizzazione?

CESARE SPREAFICO, Direttore generale di Corepla. Attualmente, tale percentuale dovrebbe aggirarsi intorno al 30 per cento.

PRESIDENTE. Do ora la parola al dottor Riva, direttore di Plastics Europe Italia, cui rivolgo anche l'invito a fornirci un chiarimento sull'impegno che lo stesso ha assunto in questa sede tempo fa e che - ahimè - è tuttora disatteso.

GIUSEPPE RIVA, Direttore di Plastics Europe Italia e rappresentante di Polimeri Europa. Come rappresentante dell'associazione Plastics Europe Italia, desidero porre in rilievo, come hanno già fatto sia il professor Marangoni sia il professor Gilardoni, il momento in cui lo studio illustrato oggi è stato elaborato. Quello attuale è, infatti, un momento molto particolare, sia a livello nazionale sia a livello europeo, per affrontare la problematica al nostro esame. In particolare, in questo specifico campo si assiste ad un fiorire di iniziative, di dibattiti e di analisi. Moltissimi paesi dell'Unione europea, una volta raggiunti gli obiettivi prefissatisi in termini di riciclaggio, avvertono ora l'esigenza di fermarsi e di svolgere una riflessione sulla soluzione adottata in questo campo. Una soluzione - lo ricordo - scelta in modo indiscriminato proprio perché in questo campo non vi era nulla, tutto era da costruire. Valeva la pena, quindi, fermarsi, e fare un po' di fine-tuning in modo da vedere, sia dal punto di vista economico sia da quello della sostenibilità, quali potrebbero essere i traguardi da raggiungere nei prossimi 10-15 anni. In tutta Europa si sta iniziando a pensare in chiave strategica a come verrà effettuata la gestione dei rifiuti, soprattutto di quelli di plastica, nel prossimo futuro.

PRESIDENTE. Dottor Riva, sulla vicenda Polieco cosa ha da dire? Lei ricorda cosa abbiamo detto al riguardo in questa Commissione?

GIUSEPPE RIVA, Direttore di Plastics Europe Italia e rappresentante di Polimeri Europa.


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Come rappresentante di Polimeri Europa e dell'associazione Plastics Europe Italia ribadisco la posizione di apertura e di disponibilità assunta a questo riguardo dai produttori di polietilene da più di un anno. Su questa vicenda c'è forse una situazione di misunderstanding. I produttori di polietilene, ripeto, sono assolutamente disponibili, naturalmente alle condizioni da essi accettate, a riprendere qualsiasi discussione.

PRESIDENTE. Do la parola al senatore Specchia.

GIUSEPPE SPECCHIA. Su questa storia ho una mia idea. Il Governo farà, a mio avviso, senz'altro prima rispetto ai tempi che richiede il raggiungimento dell'intesa di cui si è detto, varando degli appositi decreti legislativi che rendano non più obbligatori i consorzi. Ovviamente, nonostante gli interessi in campo, è necessario che vi sia la volontà di intervenire. E in questo specifico caso ritengo, tanto per essere chiari, che la volontà manchi.

PRESIDENTE. Senatore Specchia, mi scusi. Per essere chiari: quella di cui stiamo discutendo è una volontaria e romantica condizione di accordo oppure si tratta di un obbligo?

GIUSEPPE SPECCHIA. È un obbligo.

PRESIDENTE. Se è un obbligo c'è poco da essere sensibili e volenterosi: occorre pagare.

GIUSEPPE SPECCHIA. Lo so, però la realtà è quella che è. Ho avuto modo di esaminare che la documentazione oggi illustrataci in maniera egregia dai nostri ospiti ai quali manifesto il mio apprezzamento per il contributo fornito, anche in termini di proposte formulate.
Sono convinto che su alcune - non credo tutte - delle problematiche trattate sarà data risposta dal Governo con il varo di appositi decreti legislativi che dovrebbero essere adottati quanto prima.
Relativamente ai consorzi, vorrei porre una domanda specifica collegata al quesito posto dal presidente in ordine al concetto di obbligatorietà ed alle sanzioni.
Ricordo che questa Commissione diede una mano, per così dire, per modificare il decreto Ronchi proprio con riferimento al consorzio Polieco. Infatti, alla previsione dell'adesione obbligatoria non era collegata alcuna sanzione per il caso di inosservanza e, di conseguenza, il sistema non funzionava. Bisogna aggiungere subito che, anche dopo, il sistema ha continuato a non funzionare per la parte più rilevante, perché, nonostante le sanzioni, alcuni non hanno aderito e, ovviamente, non hanno pagato. Nell'interesse di tutti, spero che tale questione abbia una sollecita conclusione.
Tuttavia, la cosa che più mi premeva dire è la seguente: come loro ricordano, nella legge delega, a proposito dei consorzi, si fa riferimento a modifiche normative, ma anche all'eventualità che si passi da un sistema obbligatorio ad un sistema volontario. Peraltro, fui proprio io, in qualità di relatore sul disegno di legge innanzi menzionato, a suggerire questa ipotesi, che venne preferita ad altra che prevedeva la volontarietà solo in relazione ad alcuni consorzi. Alla Camera, era stato licenziato un testo che prevedeva il passaggio dall'obbligatorietà alla volontarietà solo per alcuni consorzi; a me non sembrò giusto e dissi che la stessa sorte doveva toccare a tutto il sistema.
Il Governo prenderà le sue decisioni al riguardo - ed anche noi, come Commissione, esprimeremo, com'è normale, la nostra opinione -, ma desidererei sapere se consideriate il sistema maturo per passare dalla fase obbligatoria a quella volontaria.

ANDREA GILARDONI, Rappresentante di AGICI. Credo che la questione sia molto interessante.
Quello dell'adesione obbligatoria ai consorzi era un modello corretto nella fase di nascita del sistema. Non dimentichiamo che la logica di fondo, in Europa e in Italia, è che alcuni soggetti sono obbligati


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ad occuparsi dei rifiuti ed anche dei prodotti utilizzati di loro competenza. In teoria, ognuno può organizzarsi come gli pare, sempre che raggiunga l'obiettivo in quanto soggetto obbligato.
Ciò premesso, l'esperienza di questi anni ha dimostrato che la massa critica dei consorzi è stata utile, perché si sono sviluppate economie di scala e sono stati prodotti altri effetti. La mia opinione - che è del tutto personale e che, quindi, può non essere condivisa - è la seguente: qualora l'attività dei predetti consorzi dovesse essere caratterizzata da inefficienze dovute alla loro supposta posizione monopolistica, allora sarebbe meglio rompere il sistema.
Sono molto preoccupato e debbo dire che mi sono opposto in svariate circostanze (alla Bocconi abbiamo organizzato un convegno sul tema) all'eliminazione dell'obbligatorietà. A me va anche bene che la si elimini, ma vorrei che disponessimo di un altro modello. Insomma, bisogna capire bene gli effetti dell'eliminazione ed occorre che si sappia, come si suole dire, dove si va a parare. Tutti i modelli sono perfettibili e, quindi, anche il sistema Conai ha le sue aree da perfezionare: siamo tutti pronti a smontarlo, ma mi si deve dire con chiarezza dove si va a parare (ho visto che questa posizione è stata assunta anche da Confindustria).
Secondo me il problema sta in questi termini e la mia preoccupazione è quella che ho esposto. Tutto sommato, il sistema ha funzionato. Perciò, prima di smontare uno dei non tanti «giocattoli» che hanno funzionato nel settore dei rifiuti - che, diciamocelo con franchezza, è un mezzo disastro -, bisogna pensarci bene.

PRESIDENTE. Non essendovi altre sollecitazioni, ringrazio gli auditi per essere cortesemente intervenuti e per avere offerto a questa Commissione un contributo ed un modello di riflessione importante.
Per il rispetto che ho nei confronti della Commissione che immeritatamente presiedo, ho il dovere di rilevare che, in data 18 febbraio 2003, l'amministratore delegato di Polimeri Europa ha dichiarato: «Ho cominciato ad occuparmi di Polieco un mese fa; prima non sapevo neanche cosa fosse. Ho trovato una situazione in cui vi era una diatriba su ciò che si intende per beni in polietilene, se la materia prima vergine o il prodotto trasformato, diatriba che aveva una serie di altri addentellati: obbligatorietà del consorzio, problemi di corretta competizione tra polimeri alternativi (un tubo per l'acqua in una casa può essere fatto in polietilene o in PVC). Io, non come amministratore delegato di Polimeri Europa, ma come presidente di Assoplast Federchimica, carica che ho assunto a novembre scorso, ho affrontato il problema di Polieco e ho dato la disponibilità dell'azienda ad aderire; posso dire che siamo molto vicini a definire le modalità di adesione, almeno in questa fase transitoria, che può portare ad una revisione del discorso della raccolta e del riciclo delle materie plastiche. Quindi, spero che il problema sia risolto entro breve tempo».
Ovviamente, per il rispetto che devo a questa Commissione, nel rilevare che, a distanza di oltre due anni, nulla è stato fatto, se non rappresentare la medesima disponibilità, mi permetterò di far presente già ora che proporrò al prossimo ufficio di presidenza di sollecitare in via ultimativa non solo Polimeri Europa, ma quanti hanno il dovere di versare i contributi e, in via sostitutiva, tutti gli enti e gli organismi interessati all'attività di controllo ed all'attività di verifica su quanto accade e su quanto non accade.
Ringrazio quanti hanno partecipato a questa prima parte dell'audizione per la cortesia di essere stati qui, ma anche per il contributo che ci hanno offerto. Dichiaro conclusa l'audizione.

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