![]() |
Resoconto stenografico
INDAGINE CONOSCITIVA
La seduta comincia alle 14,10.
(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla fame nel mondo, l'audizione del sottosegretario di Stato per gli affari esteri, Alfredo Luigi Mantica.
Ringrazio il sottosegretario per essere presente a questa audizione e per la documentazione che intende consegnare a questo Comitato.
ALFREDO LUIGI MANTICA, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor presidente, ho preparato un documento molto dettagliato poiché ho voluto affrontare questa audizione con una premessa di carattere politico e strategico circa le iniziative della comunità internazionale in materia di lotta alla fame nel mondo. Una visione, invece, molto più concreta ispira la politica nazionale per la lotta alla fame attuata attraverso la cooperazione bilaterale e la cooperazione multi-bilaterale. Per cooperazione bilaterale intendo quell'attività nella quale è direttamente impegnato il Governo italiano attraverso le sue strutture, nei vari paesi in cui il fenomeno si verifica; per cooperazione multilaterale intendo quella che sviluppiamo attraverso le grandi agenzie dell'ONU, cioè la FAO, l'IFAD ed il PAM, soprattutto nel settore dell'emergenza. In merito a queste specifiche attività svolte attraverso le organizzazioni internazionali esiste un dettagliato rapporto relativo a tutte le iniziative in corso. Ricordo anche che, accanto alla tradizionale visione della lotta alla fame nel mondo, vi è un grande sforzo sul piano della ricerca per il progresso dell'agricoltura nei paesi in via di sviluppo.
Per quanto riguarda le iniziative intraprese dalla comunità internazionale, credo di dire cosa ovvia affermando che lo sradicamento della povertà e della fame costituisce uno degli obiettivi primari. Ricordo, a tal proposito, la Dichiarazione del Millennio dell'ONU del settembre 2000 e la road map della Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite dell'anno successivo, cui hanno collaborato la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l'OCSE/DAC. L'obiettivo è quello di ridurre la fame nel mondo addirittura fino a dimezzarla entro il 2015. Gli Stati membri dell'ONU, praticamente all'unanimità (180 su 182), hanno approvato una dichiarazione che chiede a tutti i governi una alleanza internazionale contro la fame. In quella sede, sono stati fissati alcuni obiettivi e impegni da parte dei singoli governi.
Credo di dover sottolineare due momenti particolarmente significativi. Il primo attiene agli impegni assunti a Doha, sui quali ritengo che occorrerà compiere una profonda riflessione perché l'estrema
povertà che colpisce alcuni paesi è strettamente legata non soltanto alle tecniche, alle risorse agricole e alle loro capacità tecnologiche e di conoscenza ma anche al problema dei mercati. Voglio ricordare che sono sul tappeto, a livello internazionale, problemi come quello del cotone, del tabacco, delle banane e del cacao, che solo apparentemente sono di scarsa rilevanza. Infatti, pur essendo per molti paesi in via di sviluppo i principali prodotti dell'agricoltura, a causa delle difficoltà che incontrano nella libera circolazione non costituiscono più un elemento di ricchezza ma diventano, addirittura, un fattore negativo per il loro sviluppo economico.
Altrettanto importante, a mio avviso, è la dichiarazione di Maputo dell'Unione africana, del luglio 2003, anche perché proviene proprio dall'Africa, il continente maggiormente colpito da questo fenomeno. Se lo desiderate, posso intrattenermi più dettagliatamente, in seguito, sull'argomento. In questa dichiarazione si afferma il principio alla base della Unione africana e dell'accordo politico tra tutti gli Stati del continente: non c'è sviluppo se non c'è pace. Quindi, la lotta alla fame è strettamente collegata alla pace e al superamento e alla gestione dei conflitti.
Recentemente, si è svolto un vertice, a Roma, nel corso del quale è stato rilanciato o, quanto meno, affacciato il principio del diritto al cibo e all'alimentazione come uno tra i fondamentali diritti economici degli individui. In questo vertice, è stato stabilito un collegamento tra i risultati della lotta contro la fame ed il livello degli investimenti nel settore agricolo e nel mondo rurale. Gli strumenti operativi sono stati individuati nel fondo della FAO ed è stato richiamato quanto era stato stabilito e concordato in sede di G8, a Genova, in materia di lotta alla fame e quanto era stato sancito dalla Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo di Monterrey. Abbiamo segnato, in tal modo, le tappe e i punti di riferimento che la comunità internazionale si è data in materia di lotta alla fame.
Credo che la parte più significativa, invece, sia costituita dalle politiche nazionali per la lotta contro la fame. Ovviamente, noi siamo inseriti in questa logica della comunità internazionale e la cooperazione italiana, soprattutto negli ultimi due anni, ha rafforzato considerevolmente il proprio impegno nel settore. Lo affermo perché, ad esempio, nel compimento della scelta - qualche volta dolorosa ma assolutamente necessaria, in termini di strategia - relativa agli aiuti che possiamo stanziare per i paesi in via di sviluppo, la lotta contro la povertà e contro la fame rappresentano i tratti caratteristici dell'azione della cooperazione, insieme a quelle in materia di sanità e di formazione. Si tratta di una scelta precisa poiché - si dice - non si possono aiutare tutti i paesi in tutti i loro bisogni, non soltanto perché, ovviamente, non si dispone dei fondi necessari ma anche perché, spesso, noi riteniamo che sia opportuno fare le cose che sappiamo fare. Credo di poter affermare che nei settori agricolo e agroalimentare l'Italia presenti alcune caratteristiche di eccellenza. A Roma vi è il polo alimentare dell'ONU, con le sedi di FAO, IFAD e PAM e ricordo anche che a Firenze ha sede un istituto agricolo, al quale noi affidiamo la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie agricole per i paesi in via di sviluppo, che fa parte in modo specifico delle strutture del Ministero degli affari esteri.
Per quanto riguarda il canale bilaterale, che offre la maggiore visibilità alla presenza della cooperazione italiana, devo dire che non tengo, in modo particolare, alla visibilità del tricolore in tali operazioni. Si tratta, spesso, di operazioni molto complesse. I costi ed i criteri della distribuzione sono prevalenti rispetto alla visibilità.
Sovente, quindi, il ricorso alle strutture multilaterali o multi-bilaterali è una scelta precisa, anche di maggior efficacia.
Per quanto riguarda la cooperazione bilaterale, vi è l'affiancamento con i ministeri dell'agricoltura dei singoli paesi, sul principio del partenariato. Vi sono, pertanto, scelte comuni; analisi di situazioni locali e tendenza ad individuare una politica agricola, con il sostanziale obiettivo
di aumentare la produzione alimentare. Si può, come è noto, o rendere più produttive le singole unità o aumentare le superfici coltivabili attraverso sistemi di irrigazione.
La scelta che ci distingue è l'operare in aree precise di tali paesi. Si tratta, quasi di una «sponsorizzazione» su una determinata area, affinché la presenza della cooperazione sia più forte.
Segnalo alcune iniziative significative.
La cooperazione italiana è nota nel Sahel (negli Stati della fascia della Savana: Mali, Burkina Faso, Niger, Senegal, eccetera) per un grande progetto, intrapreso da alcuni anni. Si tratta della lotta al degrado ambientale (sostanzialmente, all'avanzata del deserto).
Siamo presenti con una serie di stazioni di recupero dei dati e di individuazione di modelli e di progetti per la lotta alla desertificazione, che rappresenta uno tra i problemi drammatici della suddetta fascia, dalla quale, tra l'altro, ha origine gran parte dei flussi migratori illegali che ci riguardano.
Vi è, inoltre, un'attività particolare, legata ad un'antica questione: mi riferisco ai distretti dell'Arsi e Bale, in Etiopia, dove è ancora in fase di completamento un grande progetto di sviluppo agricolo (peraltro, all'origine di molte discussioni: sull'Arsi e Bale vi era stato il problema dei trasferimenti della popolazione).
Spesso le linee politiche da noi adottate, quando sono in partenariato con i governi locali, presentano alcuni rischi. È facile, infatti, dire: «Sviluppiamo alcune aree del paese, poiché in tali aree è più semplice lo sviluppo agricolo». Spesso si tratta di capire che dietro alcune scelte vi sono ragioni non solo economiche ed agricole, ma anche etniche e politiche.
Un'altra area sulla quale abbiamo concentrato la nostra attenzione è il Mozambico, per la riattivazione dei sistemi di irrigazione, soprattutto nella zona della Zambesia.
Altro paese in cui operiamo è l'Uganda, soprattutto nel settore settentrionale, che, come è noto, è attualmente devastato da una selvaggia guerra civile.
Operazioni di tale tipo svolgiamo anche nel vicino e Medio Oriente.
È in corso un'attività specifica nei Territori autonomi palestinesi e nella valle della Béqaa, in Libano, in Marocco ed in Giordania.
In America latina, operiamo, sempre attraverso rapporti bilaterali, soprattutto in Nicaragua e nella Repubblica dominicana.
In Brasile è stata avviata un'iniziativa particolare, mirata alla conservazione ed alla valorizzazione delle biodiversità, nella convinzione che il suo mantenimento, con il rispetto delle locali colture agricole e dei consueti impieghi delle risorse per l'agricoltura sia un importante elemento di mantenimento della tradizione.
Alcuni paesi africani, pur conoscendo un grande sviluppo agricolo - come la Costa d'Avorio, con le sue piantagioni di cacao e di ananas - non hanno un ritorno immediato, in termini di alimentazione delle proprie popolazioni.
Vi è, poi, una particolare operazione, in Albania. Il progetto mira a rendere tale paese autosufficiente dal punto di vista alimentare.
Per quanto riguarda la cooperazione multi-bilaterale, siamo tra i più grandi contribuenti (o donatori, per usare l'espressione più amata dalle organizzazioni dell'ONU). Si tratta di rispondere ad appelli umanitari per interventi di emergenza. Riteniamo tale aspetto importante, anche se non risolutivo, nel breve e medio termine.
In Eritrea, su tre milioni e mezzo di abitanti, un milione e mezzo è sotto il livello di sopravvivenza; in Etiopia, su sessanta milioni di abitanti, sono sotto tale livello dodici milioni.
La situazione peggiore, sotto tale profilo - ciò introduce un ulteriore elemento di riflessione -, è rappresentata dallo Zimbabwe. Fino a venti anni fa, tale paese era considerato la Svizzera dell'Africa; la sua produzione agricola era un modello di sviluppo; per una serie di scelte politiche - che in altra sede potremmo discutere -, esso ha sei milioni di persone sotto il livello di sopravvivenza.
Di fronte a tali numeri, è abbastanza difficile non immaginare gli interventi d'emergenza.
Come dicevo, l'aspetto positivo è rappresentato dalla dichiarazione di Maputo, in cui vi è un impegno dei paesi industrializzati a destinare almeno lo 0,36 per cento del loro prodotto interno lordo a fondi per i paesi in via di sviluppo. A tale impegno ne corrisponde uno analogo dei paesi africani, a dedicare il 10 per cento delle risorse pubbliche nazionali al settore agricolo ed allo sviluppo rurale.
L'Italia è, come si accennava, tra i primi paesi contribuenti. Offriamo un gran contributo al Trust fund della FAO, su tre percorsi: la sicurezza alimentare, intesa come aumento del potenziale reddituale delle produzioni; la prevenzione ed il controllo delle malattie degli animali e delle piante (che rappresenta una della situazioni più drammatiche dell'Africa, anche per la mancanza di una serie di conoscenze chimiche e batteriologiche nel settore agricolo, dati i tradizionali sistemi d'irrigazione esistenti); la promozione degli investimenti nel campo agro-alimentare (ossia, nella trasformazione dei prodotti agricoli). Lo scorso anno, l'Italia ha offerto un contributo a tale fondo per complessivi 100 milioni di euro.
Nel programma del PAM (sostanzialmente, l'aiuto alimentare di emergenza), l'Italia è il nono contribuente nel mondo. Opera tramite l'AGEA, attraverso la quale sono distribuite anche le eccedenze della produzione alimentare italiana ed europea.
Se dovessi affermare che siamo soddisfatti di tale procedimento, direi una bugia. Credo che utilizzare metodi, procedure e impegni per la lotta alla fame nel mondo per smaltire le sovraeccedenze alimentari rientri in una delle strane posizioni che si registrano nel mondo occidentale nei confronti dei problemi agricoli dei paesi in via di sviluppo.
Ad esempio, il più grande produttore africano di cotone è il Mali: il prezzo di una balla di cotone resa franco Dakar e prodotta nel Mali, paese in cui non credo vi sia un costo della manodopera comparabile con quello degli Stati Uniti, è superiore a quello della stessa merce prodotta negli Stati Uniti. Non è un miracolo della natura, ma, semplicemente, un'operazione di dumping.
Peraltro, se ci sono sovraeccedenze agricole, è altrettanto scandaloso vedere i trattori che le distruggono. Il problema è sempre quello di usare le sovraeccedenze agricole e non di usare la fame nel mondo per smaltirle. In tal senso, il Ministero delle politiche agricole e forestali, in accordo con il Ministero degli affari esteri, ha cercato di imporre alcune regole abbastanza precise.
L'IFAD è un fondo che si dedica allo sviluppo agricolo, mentre il PAM si dedica all'emergenza e la FAO alla politica. In particolare, l'IFAD si occupa degli investimenti e, quindi, di attrezzare, anche dal punto di vista tecnologico, le strutture dei paesi in via di sviluppo per garantire un minimo di redditività, onde arrivare ad una produzione sufficiente. Considerate che uno dei problemi esistenti è costituito dal fatto che difficilmente i contadini sono proprietari dei loro terreni. Anche in paesi che si sono allineati recentemente al cosiddetto mondo del libero mercato, la proprietà della terra, spesso, è ancora statale. Lo affermo perché il sistema dell'affitto, anche a prezzi molto bassi, e quello della frantumazione del territorio impediscono e rendono molto faticoso un processo di sviluppo agricolo basato su tecnologie moderne. Tendenzialmente, si hanno produzioni agricole di sopravvivenza per la famiglia. La presenza di trattori, nei paesi africani, è molto, molto scarsa.
Questa è la fotografia di quanto noi realizziamo. Tutto quello che facciamo, come tutto quanto è realizzato dalla comunità internazionale, resta ed è rimasto, fino ad oggi, un gesto di buona volontà e di solidarietà, nel senso che, certamente, non abbiamo registrato nel mondo significativi cambiamenti della situazione. Anche nei paesi in cui si riesca a ritornare alla autosufficienza alimentare basta poco per annullare questo risultato (si veda il caso dello Zimbabwe). Ciò dipende dalle
strutture molto deboli quanto a proprietà dei terreni, tecnologie, abitudini, insediamento sul territorio e collegamenti. Spesso, quando effettuiamo investimenti agricoli, noi forniamo strade rurali perché la mancanza di strade è una delle grandi problematiche di questi territori. Potete immaginare che cosa sia la raccolta e come sia difficile pensare di rendere competitivi e distribuibili i prodotti della terra quando questi sono trasportati dalle donne, sulla testa, per 10 o 15 chilometri. Noi intendiamo questa attività come doverosa, una attività che comporta un doveroso sforzo. Per quanto riguarda gli obiettivi del Millennio, non credo che sia questa l'unica strada da perseguire.
Come Governo, riteniamo che l'altro corno del dilemma, nella lotta alla povertà e alla fame, sia relativo al commercio e, quindi, allo sviluppo agricolo tendente non solo alla autosufficienza ma anche alla creazione di ricchezza attraverso l'agricoltura. Per questo, al momento, non servono fondi o investimenti ma un atteggiamento più consapevole da parte di tutto il sistema internazionale. Il sistema protezionistico - che citavo precedentemente - relativo alle quattro produzioni principali dell'Africa rappresenta un elemento di freno allo sviluppo. Allo stesso modo, spesso si presenta il problema della prima fase della produzione industriale e agroalimentare. È ovvio, ad esempio, laddove si raccoglie l'ananas, che può essere messo nei cestoni e portato all'imbarco nei porti ma chi lo taglia e lo mette nei container riduce di un terzo o di un quarto i costi della distribuzione. Bisogna anche aiutare la prima fase della trasformazione agricola per rendere la produzione compatibile.
Il Governo è impegnato anche su questo piano nelle sedi in cui si discutono tali temi, registrando, peraltro, alcuni fallimenti, come è accaduto, recentemente, a Cancun. In proposito, credo si possa affermare chiaramente che non sono stati compiuti passi in avanti, come erano stati compiuti, invece, a Doha. Sembrava, dopo quest'ultimo vertice, che fosse ormai avviato un percorso, per quanto stretto e difficile, benché si rendesse necessario cambiare molte abitudini. Questo dilemma relativo al commercio, in parte, è in relazione con il commercio solidale ed ecosolidale. Voi sapete che c'è una tendenza a favorire lo sviluppo dell'agricoltura nei paesi in via di sviluppo anche eliminando le sovrastrutture della distribuzione dei prodotti agricoli nel resto del mondo. Noi crediamo che questo fenomeno sia positivo anche dal punto di vista educativo sia per i consumatori sia per i produttori. Tuttavia, nei grandi settori come quelli del grano, dei cereali, dell'orzo, della soia, del cacao e così via lo sforzo che può essere realizzato e gli obiettivi che possono essere conseguiti da questo tipo di commercio non sono certamente quelli per i quali ci stiamo adoperando.
Vi ho parlato soltanto dell'aspetto solidaristico della lotta alla fame nel mondo e credo che, in altra sede, si potrebbe affrontare il problema dello sviluppo dell'agricoltura come elemento di sviluppo economico e sociale di un paese, quindi come sistema di lotta contro la fame e contro la povertà. Ritengo che questo argomento debba essere approfondito, perché il nostro Governo ritiene che non soltanto attraverso la FAO, l'IFAD ed il PAM si possano ottenere risultati significativi. Avendo consultato i resoconti di questa Commissione, so che è stato sollevato il problema dell'efficienza e dell'efficacia di queste istituzioni internazionali. Non intervengo in questa sede in qualità di avvocato difensore di dette organizzazioni e non intendo aprire questo discorso. Tuttavia, quando formulano osservazioni che hanno una loro rilevanza - bisogna riconoscerlo - e che, spesso, sono oggetto di nostra preoccupazione, vorrei che i colleghi considerassero che non si tratta di andare a distribuire sacchi di riso al supermercato di Cinisello Balsamo ma di portare riso a Kampala, in Uganda, o a Nairobi, in Kenya, e da lì, per via aerea, paracadutarlo sui monti Nuba, nelle zone del nord dell'Uganda o sull'altopiano etiope. Questo significa che l'organizzazione ed il sistema di distribuzione dei soccorsi devono essere valutati per come sono. Anche a questo proposito, il Governo
ritiene che si potrebbe fare di meglio ma, lo ripeto, teniamo conto di queste considerazioni.
Inoltre, esiste un altro grande problema, quello relativo ai criteri di distribuzione; tanto è vero che, spesso, i governi donatori chiedono di poterla sorvegliare. Nel caso dello Zimbabwe, ad esempio, abbiamo riscontrato che la distribuzione dei prodotti alimentari era effettuata nei distretti in cui il partito di governo aveva vinto e non in quelli nei quali era risultato vincente il partito dell'opposizione. In altre situazioni, si è registrato che la distribuzione era etnica e non per esigenze. Anche questo presuppone strumenti e strutture di controllo che incidono sull'efficienza degli aiuti.
Credo che la mia esposizione sia stata utile. In ogni caso, consegno a questo Comitato, quale documentazione, alcuni appunti contenenti dati significativi.
PRESIDENTE. Credo che la relazione del Governo conforti questo Comitato rispetto ad un'azione che non si limita a stanziare fondi ed a finanziare programmi.
L'attenzione con la quale sono state affrontate alcune tematiche evidenzia un enorme interesse per l'efficacia dell'azione finanziata ed il possibile risultato che si può ottenere. So che la relazione del Governo è più ampia di quanto il sottosegretario Mantica ci ha esposto nel suo intervento e credo sarà utile acquisirla e approfondirla. Vi sarà una successiva riunione del Comitato, in merito alla relazione. Do ora la parola ai colleghi che desiderano intervenire.
LAURA CIMA. Mi riservo di leggere con attenzione la relazione prodotta, che, sicuramente, sarà molto dettagliata.
Voglio avere dal sottosegretario Mantica alcuni chiarimenti. Innanzi tutto, in ordine ai filoni dei programmi e dei progetti che il nostro Governo sta finanziando: quelli multilaterali; quelli bilaterali; ed anche quelli di partnership pubblico-privata.
In particolare, mi riferisco a quei progetti che, nei vertici internazionali cui ho partecipato, sono stati sottolineati come molto importanti: Johannesburg, Kyoto (rispetto ai progetti dell'acqua)...
ALFREDO LUIGI MANTICA, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. La mia illustrazione è carente su alcuni aspetti, per esempio su Johannesburg.
Sotto la voce «lotta alla fame nel mondo» vi è di tutto.
Ho risposto riguardo all'aspetto emergenziale e più strettamente legato alla fame nel mondo. Altri aspetti, quali quelli che lei cita, onorevole Cima, non sono compresi nella relazione. Se ne potrebbe parlare in altra sede.
Lei sa che, anche la settimana scorsa, presso la sede della FAO, si è svolta una grande conferenza internazionale, presieduta dal nostro ministro dell'ambiente, dedicata ai problemi e agli aspetti del mantenimento della natura e, quindi, anche dell'utilizzo delle risorse.
LAURA CIMA. Mi spiego meglio, signor sottosegretario. Si riscontra una certa stanchezza di fronte al fallimento - riconosciuto, credo da tutti; mi sembra, anche nella sua relazione - degli step che si dovevano compiere per avere la possibilità concreta di raggiungere i Millennium goal.
Vi è una certa stanchezza, nelle parole, nei convegni, eccetera. Tutti noi vorremmo sapere, concretamente - credo, infatti, che questo non sia un comitato in cui si debbano discutere grandi linee politiche del Governo - quali sono i programmi ed i progetti che hanno migliore possibilità di riuscita.
Le pongo questa domanda perché ho sentito citare tali progetti dai nostri ministri, nei summit, ma non ho il quadro esatto di quale incisività e di quale successo gli stessi abbiano ottenuto.
Ho sentito affermazioni molto interessanti riguardo alla sperimentazione.
Per esempio, nella mia città, si effettua un'eccellente formazione per tecnici dell'acqua (a Torino, sotto la direzione dell'ambasciatore Giacomelli). Cerco, in ogni occasione, di valorizzare tale iniziativa. Mi sembra che essa sia molto interessante,
poiché, da questo punto di vista, disponiamo - anche negli enti locali - di competenze molto avanzate.
Le rivolgo tale domanda, perché mi piacerebbe capire, anche con riferimento alla mia attività di parlamentare, quali siano le linee-guida che, sulla base dell'esperienza e del successo, dobbiamo portare avanti.
Se lei ha consultato gli atti, avrà costatato che non sono mai intervenuta aggredendo organismi o istituzioni internazionali, per la loro inefficienza. Mi rendo, infatti, conto che si tratta di problemi talmente grandi che non sono certamente le inefficienze di taluni organismi a non permettere il raggiungimento degli obiettivi fissati.
Siamo, comunque, di fronte a problemi sui quali non è possibile parlare a vuoto. Lo dicevo anche ieri, mentre discutevamo, nella riunione congiunta delle Commissioni attività produttive ed affari esteri, la risoluzione dell'onorevole Landi di Chiavenna e mia sul fallimento del vertice di Cancun.
Sicuramente l'ambiente ed i cambiamenti climatici hanno un peso notevole sul problema, come evidenzia anche il rapporto della NASA sui disastri che saranno prodotti, in dieci-quindici anni, dai cambiamenti climatici, molto più dannosi del terrorismo (tale rapporto è apparso come un fantasma; vorremmo sapere se il nostro Governo lo possiede).
Se vi sono studi e rapporti che giungono a tali conclusioni, sarebbe forse bene non tenerli segreti, ma utilizzarli per comprendere quale possa essere il ruolo dei parlamenti e dei governi sul problema.
Signor presidente, le chiedo se sia possibile attribuire, sin d'ora, a questo Comitato un'impronta di concretezza, evitando - almeno in questa sede - le polemiche tra maggioranza ed opposizione. Lo ripeto, credo che su tali temi non si possa scherzare.
Ho l'impressione che si possano rendere i lavori di questo Comitato più concreti se si conoscono i progetti che funzionano, che hanno avuto un buon successo e che ci sono riconosciuti anche a livello internazionale; oltre agli strumenti organizzativi per farli procedere, anche assieme alle organizzazioni internazionali.
Tutti i rapporti delle Nazioni Unite hanno rilevato che se si finanziano le donne o le organizzazioni di donne, si può essere certi che tali finanziamenti sono produttivi e rendono enormemente. Non è così, troppo spesso, quando i fondi finiscono per essere gestiti da alcune classi dirigenti, corrotte. Vorrei capire se il Governo italiano adotti un criterio simile a quello menzionato.
Sono davvero stanca dell'enormità di chiacchiere che si fanno riguardo ad un problema drammatico quale la fame nel mondo.
PRESIDENTE. Onorevole Cima, credo che il suo appello alla concretezza e a un lavoro bipartisan sarà accolto da tutti.
ALFREDO LUIGI MANTICA, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Preciso all'onorevole Cima che nella relazione del Ministero per gli affari esteri si possono trovare i temi della cooperazione italiana e della fame nel mondo. Se, come è giusto, si vuole andare oltre, si dovrebbe pensare ad un'audizione del Ministero dell'agricoltura che, in termini di ricerca, di collaborazione, di finanziamento e di utilizzo delle sovraeccedenze alimentari è competente. Sul protocollo di Kyoto è competente il Ministero dell'ambiente. Per quanto riguarda i vertici di Doha e Cancun, è competente il Ministero delle attività produttive.
Se si vuole, dunque, andare al di là del discorso sulla cooperazione allo sviluppo credo si debba allargare l'indagine a tali ministeri, che, con funzioni e compiti diversi, agiscono nei settori menzionati.
Lei, onorevole Cima, ha sollevato il problema dell'acqua. Credo sappia che, a Kampala, è in corso una riunione dei dieci paesi confinanti o, comunque, legati alle sorgenti del Nilo.
LAURA CIMA. L'ho ricordato, appena ieri.
ALFREDO LUIGI MANTICA, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. L'utilizzazione dell'acqua costituisce un problema internazionale. Nel caso del Nilo - lo ricordo a beneficio di chi non lo sapesse - nove paesi sono in rivolta nei confronti dell'Egitto il quale, in base ad un accordo internazionale siglato ai tempi dell'impero britannico, ha praticamente bloccato l'utilizzo di quelle acque da parte di tali paesi. Esistono queste grandi realtà. Nella discussione relativa ai contrasti israelo-palestinesi e israelo-siro-libanesi, uno dei problemi fondamentali attiene allo sfruttamento di alcuni fiumi. Il livello del lago di Tiberiade e del Mar Morto sono argomenti di politica internazionale di importanza quasi pari ai temi delle armi di distruzione di massa. Per quanto riguarda la gestione delle acque, potrei fornirle una risposta ma farei un discorso di politica estera, cioè di politica dei rapporti fra Stati. Lo affermo, per spiegare che lei non troverà, nella relazione consegnata a questo Comitato, le risposte su tutto, perché bisogna sommare agricoltura, ambiente, commercio e una relazione - se vuole - del Ministero degli affari esteri sui grandi problemi concernenti lo sfruttamento della risorsa idrica.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. Intendo ringraziare il sottosegretario Mantica per la sua importante relazione. Oltre al testo scritto, sicuramente è importante anche il suo commento perché presenta elementi molto utili per la nostra futura riflessione.
Dovendo interpretare le finalità di questo Comitato, credo che la questione non sia soltanto quella di capire come l'Italia e la comunità internazionale agiscano per cercare di risolvere il problema della fame nel mondo e delle povertà in genere, secondo i noti obiettivi previsti dal Millennium goal, i quali temo stiano subendo un forte rallentamento rispetto agli step temporali che erano stati prefissati. Ritengo, infatti, che la finalità e la ratio di questo Comitato debbano consistere nel cercare di sviscerare e comprendere le cause che originano la fame nel mondo e i drammi che da essa conseguono. Evidentemente, ove si pensi di potere agire, intervenire ed aggredire il problema della fame senza avere una conoscenza, a monte, delle cause e delle ragioni che la generano, si rischia - lo ha sottolineato anche il sottosegretario - di non ottenere i risultati e le finalità auspicate, nonostante un significativo intervento di carattere economico-finanziario italiano e mondiale.
Ho rilevato, nella esposizione del sottosegretario Mantica, due aspetti importanti. So che egli conosce perfettamente il problema, anche se non ha voluto sottolinearne le cause. Tuttavia, egli ha associato il problema di cui stiamo discutendo con l'organizzazione mondiale del commercio (a prescindere dal fallimento della conferenza di Cancun) e con le problematiche, le cause e gli effetti negativi che possono derivare da una non corretta analisi del problema del commercio internazionale sui livelli del protezionismo e sulla politica protezionistica. Questo è un segnale che mi trova perfettamente d'accordo. Come ricordava l'onorevole Cima, ieri abbiamo iniziato la discussione su due risoluzioni congiunte presentate dall'onorevole Cima e dal sottoscritto sul rilancio del Doha round. Già in quell'occasione, sono emersi alcuni passaggi importanti ed interessanti. Mi pare di poter riscontrare, nell'intervento del senatore Mantica, questi elementi.
L'altro aspetto, altrettanto importante, che mi sembra di avere colto nel ragionamento del sottosegretario è costituito dal riferimento ai fattori politici endogeni ed ai livelli di costruzione di democrazia, o di carenza di democrazia, in molti paesi in via di sviluppo, che frenano o rendono addirittura impossibile un processo di crescita. Mi riferisco non soltanto alla crescita politica, economica e culturale in senso lato, ma anche alla possibilità di fare uscire questi paesi dalle carestie ormai costituzionali ed endemiche o dalle situazioni altrettanto gravi relative alle malattie. Il fatto che il sottosegretario abbia voluto citare il Mozambico e lo Zimbabwe sta a significare proprio questo.
In Mozambico, vi sono stati decenni di lotte intestine e di guerre civili ma, dopo la firma della pace - raggiunta, tra l'altro, grazie al significativo contributo dell'Italia e della comunità di Sant'Egidio - nel 1994, una pace faticosa, si è aperta una evoluzione del processo politico ed economico in chiave molto più liberale. Questa evoluzione sta producendo risultati abbastanza interessanti.
Tra l'altro, il sottosegretario sa perfettamente (ma la responsabilità non è, certamente, di questo Governo, né di questa maggioranza) quanto di male abbia fatto la cooperazione allo sviluppo proprio in Mozambico, tra gli anni '80 e '90. Vi è stata una incredibile dispersione di denaro. Alcune critiche, in parte correttamente stigmatizzate dal sottosegretario, che sono emerse anche durante il dibattito in questa Commissione riguardo alla non chiara, imprecisa e non puntuale attività della cooperazione bilaterale e multi-bilaterale, forse, non sono del tutto peregrine, almeno alla luce di quanto abbiamo assistito, purtroppo, nell'utilizzazione dei fondi della cooperazione negli anni scorsi.
Invece, lo Zimbabwe, paese fortemente sviluppato e con una capacità estremamente importante di produzione agricola, proprio per il regime politico che lo ha contraddistinto negli ultimi anni, per le politiche di nazionalizzazione e per le politiche di estromissione dei bianchi dai settori agricoli da parte di questo presidente-dittatore, che ha fatto ricorso anche ad azioni di violenza ed a veri e propri omicidi di massa, oggi presenta un tasso di povertà altissimo. Evidentemente, sui fattori che determinano la povertà nel mondo incidono molto le costruzioni dei livelli politici e le classi politiche che guidano i paesi più poveri.
Mi rendo conto che esulano dalle competenze specifiche del Ministero degli esteri, ma desidero segnalare anche altri fattori, come quello delle risorse idriche, già richiamato, e del loro utilizzo più coerente, da cui derivano insoddisfacenti condizioni igienico-sanitarie, a loro volta cause che ingenerano problemi sanitari e malattie, soprattutto a danno delle donne e dei bambini. Inoltre, ricordo l'elemento demografico e, in particolare, le migrazioni di massa, che incidono sugli equilibri geopolitici e sono strettamente connesse ai livelli di povertà e di fame.
È stata ricordata - mi compiaccio, ancora una volta, con il sottosegretario - la necessità di aprire, comunque, i cosiddetti mercati poveri anche al mercato dei servizi e non soltanto a quello industriale. Ricordiamo che il round di Cancun è fallito anche per la chiusura da parte dei G22, dei paesi meno sviluppati, sul problema dei diritti di Singapore, sul sistema dei servizi e così via.
Investimenti scientifici, liberalizzazione dei mercati, apertura a investimenti di carattere tecnologico e in biotecnologia aiuterebbero moltissimo lo sviluppo di questi paesi. Il sottosegretario - che ne ha anche la delega per competenza - ricorderà l'esempio dello Zambia in materia di organismi geneticamente modificati. Mentre il Sudafrica si sta aprendo a queste biotecnologie o, comunque, all'utilizzo di questi organismi geneticamente modificati, con ottimi risultati dal punto di vista qualitativo e quantitativo (come risulta anche dalle audizioni svolte proprio in questa Commissione), lo Zambia ha rifiutato, in virtù di prevenzioni di carattere ideologico, derrate alimentari, provenienti dal Sudafrica, costituite da organismi geneticamente modificati, nonostante presenti livelli di povertà altissimi e di mortalità infantile eccezionali. Dal mio punto di vista, questo sta a significare che ci sono, purtroppo, elementi che devono far riflettere circa le cause e le concause delle responsabilità di molti paesi in via di sviluppo.
Raccogliendo anche il suggerimento dell'onorevole Cima di superare le prevenzioni e le barriere ideologiche o, a volte, la bassa demagogia, sarebbe auspicabile che - a prescindere dalla collocazione politica di ognuno - vi fosse un approccio culturalmente avanzato e scevro da condizionamenti, su tali temi.
Signor presidente, mi sembra che siamo partiti nel modo giusto. La relazione del sottosegretario Mantica è importante.
Abbiamo capito che l'Italia è fortemente impegnata nel settore della cooperazione.
Siamo impegnati su molti progetti, ma vi è - personalmente, ne sono convinto - una strategia? Ossia: la nostra cooperazione è genericamente rivolta alle richieste contingenti, dove si ritiene vi siano maggiori esigenze o particolari sensibilità; o alla direzione per la cooperazione e lo sviluppo del Ministero degli affari esteri si è stabilita una linea mirata a determinate aree geografiche o a priorità di settori in cui operare?
Credo, infatti, che indirizzare la nostra capacità finanziaria, bilaterale o multilaterale, su aree geografiche determinate sia importante. È chiaro che il nostro paese, da solo, non può risolvere il problema della fame nel mondo, ma sarebbe auspicabile che l'Italia individuasse alcune aree in cui si ritengono sussistere maggiori esigenze e si concentrasse su tali aree, impegnando le proprie risorse (non solo economiche, ma anche umane).
ALFREDO LUIGI MANTICA, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Sono disponibile a spiegare, nelle sedi opportune, le strategie della cooperazione nei diversi paesi e nelle diverse aree. Dico ciò perché non è mai bello affermare: «Aiutiamo il Niger a risolvere il problema della fame, piuttosto che il Burkina Faso».
Nell'Africa occidentale, operiamo con il sistema della cooperazione premiale. Più il paese che riceve gli aiuti si impegna nella lotta all'immigrazione clandestina, maggiormente lo si aiuta. L'aiuto è rivolto, in particolar modo, alla lotta alla fame.
Ripeto, sono a disposizione per fornire risposte molto più dettagliate e specifiche sul problema. Il Governo rinnova alla Commissione affari esteri, attraverso di voi, onorevole Cima e onorevole Landi di Chiavenna, la possibilità di essere audito sulla politica estera.
Vorrei pregarla, signor presidente, di allegare il documento che ho presentato agli atti di questo Comitato.
PRESIDENTE. Autorizzo la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna della documentazione consegnata dal sottosegretario Mantica (vedi allegato).
Ringrazio il sottosegretario Mantica per l'esauriente relazione svolta.
Dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 15,10.
![]() |