Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 267 del 18/2/2003
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(Dati sui decessi colposi all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche - n. 3-01641)

PRESIDENTE. Il sottosegretario per la salute, onorevole Guidi, ha facoltà di rispondere all'interrogazione Delmastro Delle Vedove n. 3-01641 (vedi l'allegato A - Interpellanze e interrogazioni sezione 2).

ANTONIO GUIDI, Sottosegretario di Stato per la salute. Signor Presidente, in via preliminare, si informa che il Ministero della salute, pur non essendo in possesso di una raccolta organica dei dati riguardanti i decessi colposi all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche, dispone di sufficienti elementi di conoscenza concernenti particolari e rilevanti componenti del cosiddetto rischio clinico. In particolare, sul tema delle infezioni ospedaliere, stante la prevedibilità del fenomeno e la frequenza delle stesse, soprattutto in passato, quali cause di decessi, sono state condotte indagini dal ministero, a partire da molti anni fa sino ad oggi.


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Uno degli studi più recenti, realizzato dal nostro Istituto superiore di sanità, concernente: «Indagine conoscitiva nazionale sulle attività di sorveglianza e controllo delle infezioni ospedaliere negli ospedali pubblici italiani», pubblicato nel 2001, ha evidenziato che: «si può stimare che in Italia dal 5 all'8 per cento dei ricoverati contragga un'infezione ospedaliera, soprattutto infezioni dell'apparato urinario, seguite da infezioni da ferita chirurgica, polmoniti e sepsi». Precisamente, si va dai 135 mila ai 210 mila casi, veramente troppi ed inaccettabili. La medesima indagine ha sottolineato, peraltro, un aumento dei programmi di intervento negli ospedali pubblici osservati.
Appare, inoltre, importante segnalare che attualmente è in corso un'indagine, sempre a cura dell'Istituto superiore di sanità, relativa al fenomeno della mortalità postoperatoria in cardiochirurgia, i cui risultati iniziali sono attesi nelle prossime settimane.
Ulteriori elementi, ai fini dello studio e della comprensione della problematica del rischio clinico, verranno mutuati dai risultati delle indagini svolte sulla questione a livello internazionale mettendo a confronto le varie realtà. A tal riguardo, particolarmente interessanti appaiono le sperimentazioni, tuttora in corso di svolgimento, effettuate negli Stati Uniti, tendenti ad individuare e a convalidare clinicamente, attraverso informazioni desunte da fonti amministrative simili alla scheda di dimissione ospedaliera, alcuni indicatori che consentano il primo screening di alcuni eventi avversi.
Si informa, infine, che il Ministero della salute sta valutando la possibilità di formare un gruppo tecnico di esperti che fornisca elementi di conoscenza ed indicazioni utili per imprimere ulteriore impulso alla vigilanza sul rischio clinico presso le strutture sanitarie.
Mi permetto di aggiungere che questi dati dimostrano - e qui non si tratta di un Governo o di un altro, ma soprattutto dei governi locali: certamente nessuno di noi si tira indietro - che esiste ancora una grossa discrasia tra i cosiddetti ospedali di eccellenza: su questi bisognerà anche rivedere cosa significhi eccellenza, perché la qualità non può essere solo quella delle strutture e dell'erogazione del servizio medico in sé, non solamente dell'erogazione dell'atto medico, ma anche dei tipi di rapporti psicologici, dell'accoglienza, se vogliamo, di quella situazione di umanizzazione ospedaliera che fa qualità.
Contrasta con questa ricerca dell'eccellenza il fatto che un numero veramente alto di persone contraggano malattie dall'ospedale: si entra per essere curati - se non guariti, quantomeno curati -, si esce ammalati per motivi interni alla struttura ospedaliera. Personalmente, facendo il medico da troppi anni mi rendo conto che certi eventi sono casuali, che anche l'errore umano può, anzi, deve essere concepito, anche se in una équipe l'errore di uno dovrebbe essere bilanciato dalla saggezza degli altri.
In ogni caso, credo che dovremmo batterci davvero tutti quanti perché questa malattia di chi cura - malattia nel senso metaforico: in altre parole che ci si ammali invece di essere curati - deve essere veramente eradicata nel nostro paese. Abbiamo medici e personale di eccellenza e strutture sicuramente carenti, soprattutto in alcune regioni, ma certo non ci manca la capacità di evitare queste cosiddette malattie evitabili. Sulla questione ringrazio l'interrogante, perché su tutto quello che è inevitabile dobbiamo batterci, ma su quello che può essere evitato dobbiamo batterci due volte.

PRESIDENTE. L'onorevole Delmastro Delle Vedove ha facoltà di replicare.

SANDRO DELMASTRO DELLE VEDOVE. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, l'autentica ecatombe che ogni anno si verifica nelle strutture sanitarie pubbliche lascia francamente sconcertati. La forbice dei dati relativi ai decessi a causa di errori terapeutici, secondo studi e statistiche ormai consolidate, va da un minimo di 14 mila ad un massimo di 50 mila vittime all'anno.
Una vera e propria battaglia campale si svolge ogni anno, lasciando sul campo un


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numero di morti pari agli abitanti di una cittadina di medie dimensioni. Lungi dall'interrogante, onorevole sottosegretario, l'intenzione di imbastire un processo alla categoria dei medici ospedalieri, indulgendo a tentazioni di facili demagogie.
Certamente, però, il Ministero della salute, che per onorare la propria ragione sociale deve incentivare cure e guarigioni - come lei stesso ha giustamente rilevato - non può continuare ad ignorare un fenomeno di dimensioni quantitative ormai impressionanti. Credo che la questione debba essere affrontata con un taglio - insieme laico e scientifico - scevro da valutazioni emotive. Si deve avviare poi una precisa metodologia di accurato monitoraggio, finalizzata all'individuazione delle più ricorrenti categorie di errori terapeutici: conoscenza essenziale per poterle contenere nelle dimensioni e per poter ridurre il numero dei decessi. Le attuali tecnologie informatiche, onorevole sottosegretario, certamente consentono certamente al ministero di raccogliere sistematicamente, e non in modo episodico, i dati provenienti dalle singole strutture sanitarie per una loro corretta elaborazione e per ricavarne considerazioni tecnico-scientifiche, idonee ad aggredire con successo questo negativo segmento di vita quotidiana sanitaria.
Signor sottosegretario, l'errore rappresenta - non solo per la classe medica, come lei ha correttamente rilevato - la connotazione della limitatezza umana e, dunque, va affrontato con indulgente comprensione. Comunque, quando l'errore, nella sua reiterazione, produce - secondo i dati citati nella mia interrogazione - venti, trenta, quaranta, cinquanta mila morti all'anno, in questo caso assume la caratteristica di un gigantesco disastro sociale ed umano. Quindi, il Ministero della salute non può non affrontare con grande determinazione il problema ricercando con urgenza soluzioni soddisfacenti.
Ho preso atto, e la ringrazio, onorevole sottosegretario, della volontà di creare un gruppo tecnico di esperti per l'analisi di questo problema e per le indagini del caso. Credo che questa sia la strada da seguire e che la questione - come ho già detto - debba essere affrontata con grande determinazione perché non credo che, francamente, si possa pensare - come lei stesso ha riconosciuto - all'ambizione di andare verso la sanità dell'eccellenza avendo, di contro, un numero così spropositato di morti per errori terapeutici. Quanto alle cifre, onorevole sottosegretario, vi è altresì da dire che, probabilmente, esse sono indicate per difetto. Infatti, è tutto sommato comprensibile dal punto di vista umano che si cerchi di coprire molti di questi errori. Dunque, anche se non può essere conteggiato ufficialmente, deve essere considerato un numero probabilmente più elevato di decessi, ancorché questi ultimi non ufficialmente riconducibili ad errori terapeutici: quindi, il problema è grave.
Prendo atto con soddisfazione dell'indicazione che ci ha fornito l'onorevole sottosegretario e, dunque, mi ritengo soddisfatto sotto il profilo metodologico della volontà espressa dal Governo tramite la sua risposta. Ovviamente, come deputato della maggioranza incalzerò il Governo chiedendo a cadenza annuale quali siano i risultati di questa attività che il ministero si accinge a svolgere e, soprattutto, quali siano in termini concreti i numeri del contenimento di questo fenomeno che, francamente, penso impressioni tutti gli italiani.

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