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EGIDIO STERPA. Signor ministro, seguo il suo lavoro di riforma della scuola sin dall'inizio, come lei sa certamente, perché presumo che le sia capitato di scorrere qualche mio scritto sul tema.
Lei sa benissimo che ho avuto molti dubbi e come me del resto molti nel mondo della scuola. Dubbi e non certezze, intendiamoci, come è logico che avvenga in chi, con la sua cultura liberale, si avvicina ai problemi, principalmente quando si tratti del mondo delle idee e dell'educazione.
I miei dubbi, insomma, sono figli della ragione e non, come direbbe Montale «musica di un'anima inquieta che non si decide».
Le devo, signor ministro, questa spiegazione con la stima che ho di lei, dell'impegno e della serietà che sta mettendo nel perseguire la strada della riforma scolastica.
È un riconoscimento che sento, per onestà, di doverle. Come del resto sento di doverle a mia volta lealtà nel dirle che di questa sua riforma mi sfugge tuttora la filosofia, il supporto concettuale, almeno - voglio dirlo con altrettanta onestà - secondo la mia concezione della scuola in quanto luogo e strumento per l'istituzione dei giovani e la graduazione di cultura, più che come azienda.
Mi creda, signor ministro, non c'è presunzione intellettuale in questa mia dichiarazione. C'è, questo sì, una motivata, razionalissima preoccupazione per il futuro della nostra scuola e perciò delle generazioni che la frequenteranno nei prossimi anni.
C'è in me - e credo di non essere il solo - il timore che ci si imbarchi in provvedimenti radicali e irreversibili che possano pregiudicare il nostro sistema scolastico.
La nostra scuola versa in una condizione assai preoccupante e se si procurano ulteriori guasti, chissà quanto ci vorrà per risanarla.
No, signor ministro, non mi pongo in una posizione di conservazione.
Che la nostra scuola vada aggiornata, che una riforma sia necessaria, sono il primo ad ammetterlo.
È da più di vent'anni che seguo da questa Camera le vicende della scuola italiana con spirito critico ma con altrettanta passione, civile prima che politica, perché ritengo, come ho sempre ritenuto, che i guai della nostra scuola siano dovuti in gran parte alle lotte ideologiche e politiche, alla voglia dei partiti di assoggettarla e strumentalizzarla.
Ma la scuola è una cosa troppo seria, troppo importante perché sia lasciata in balia delle lotte politiche.
Il suo scopo ultimo non è la visione del mondo secondo l'ideologia di chi la governa momentaneamente, ma la civiltà, la cultura libera, l'educazione della libertà, innanzitutto, la creazione di un patrimonio intellettuale che, appunto, sia messo a disposizione dell'umanità.
Ecco, in questa visione non si può non ritenere necessaria una riforma. Perché, indubbiamente, la scuola di oggi va male, per non dire malissimo.
Sì, una riforma è anche urgente. Occorre però avere la consapevolezza della estrema delicatezza dell'operazione da condurre. Senza farsi l'illusione che una riforma scritta sulla carta possa eliminare d'un tratto i mali esistenti.
Chi coltivasse questa illusione sarebbe non un serio riformatore ma un guastatore, oltre che un presuntuoso.
Sa, signor ministro, che cosa riesce a sciogliere qualche mio dubbio? Il fatto che questa sia una legge delega. È vero, la delega concede poteri discrezionali al ministro e alla sua struttura, ma è anche vero che ministro e struttura non potranno sfuggire al controllo e al vaglio del Parlamento.
Dunque, signor ministro, oltre che sul suo impegno, in cui c'è, ne sono certo, la consapevolezza di avere per le mani una questione davvero assai delicata che può qualificarla o addirittura screditarla, non le nascondo che faccio molto conto sul controllo e il vaglio del Parlamento.
Non c'è dubbio, la scuola italiana va ringiovanita, va riavvicinata ai tempi, ai problemi, alle speranze della società moderna. Ma che significa ringiovanire la scuola?
È un problema che ogni generazione, si può dire, si è posto.
Se lo posero gli uomini che ancora prima dell'unità d'Italia contribuirono alla creazione di una politica scolastica, che alla metà dell'Ottocento era quasi esclusivamente nelle mani del clero.
La prima riforma della scuola italiana fu varata nel 1859, ministro Gabrio Casati. Vi contribuirono uomini di alto livello culturale, allora rifugiati a Torino e provenienti da tutta Italia. Bastano alcuni nomi: Francesco De Santis, Niccolò Tommaseo, Bertrando Spaventa, Luigi Carlo Farini, Ferrante Aporti, Terenzio Mamiani, Mauro Macchi, Antonio Scialoia.
Fu lì che nacque il problema della laicizzazione della scuola e perciò anche lo scontro Stato-Chiesa, a cui naturalmente contribuirà il ruolo illuministico venutoci dalla Francia.
Va detto, per obiettività e in piena coscienza, che l'irrobustimento e la elevazione dello spessore della nostra scuola viene con la riforma Gentile del 1923.
Si indulge, con troppa prevenzione, a definire fascista la riforma Gentile. In realtà il filosofo, già amico e sodàle di Croce, chiede alla nostra scuola una impronta idealistica, tanto è vero che più tardi esponenti fascisti, tra cui Bottai, pur riconoscendo che la riforma Gentile era cosa «assai seria», la classificarono «liberale e borghese». Piero Gobetti arrivò a definirla «più reazionaria che fascista». Piacque ad Agostino Gemelli, invece.
Insomma, la storia ha dimostrato del resto che nella scuola gentiliana di fascista c'era quasi niente e che servì molto ad elevare, sia pure elitariamente, gli studi in Italia.
Sì, è vero, la scuola gentiliana fu fortemente selettiva: esami frequenti, difficoltà
nelle promozioni, istituzione di uno steccato rigoroso tra scuole per l'avviamento al lavoro e serale, di maggiore impegno culturale, come per esempio, il liceo classico, che divenne il distintivo massimo della scuola secondaria italiana.
Va anche riconosciuto - lo dico per una analisi obiettiva del problema - che già all'inizio del Novecento, quando s'andava diffondendo il positivismo e s'andava attuando concretamente la nostra rivoluzione industriale e s'affermavano anche i sindacati e si insisteva per il suffragio universale, la scuola elitaria veniva considerata inadeguata alla società in continuo progresso.
Mi soffermo su questi cenni storici per una analisi compiuta e serena della problematica che solleva un dibattito sulla riforma della scuola.
Purtroppo, nel dopoguerra il dibattito ha assunto aspetti e temi francamente spesso lontani dalla ragione, decisamente ideologistici e ispirati ad interessi di parte politica.
Soprattutto negli anni Settanta prese il via l'idea di una riforma della scuola. A cui si volle dare a tutti i costi un indirizzo antigentiliniano, sminuendo l'insegnamento umanistico, deprezzando la selezione e puntando a studi egualitari.
Non fu, diciamolo con realismo, un momento felice per la nostra scuola. Ci fu chi non esitò, nella furia ideologica di quegli anni, a dire: vogliamo una scuola a nostra immagine e somiglianza, vogliamo nuovi maestri, che siano nostri uomini, che vengano dalla nostra storia e dalla nostra cultura (1974: Lucio Lombardo Radice).
Ma non venne solo da sinistra un simile sbandamento. Va ricordato un convegno che in quegli anni si tenne a Frascati, al contributo anche della sinistra cattolica.
Ne venne un progetto di riforma della scuola che decisamente, se fosse stato approvato, avrebbe umiliato e smobilitato il nostro sistema scolastico.
A questo proposito voglio citare il giudice di uno studioso che stimo grandemente: Angelo Panebianco, che sul Corriere della sera non ha esitato a scrivere che in quegli anni la scuola italiana registrò un vero «disastro» in quanto vi si cementò l'alleanza tra laureati ex sessantottini, sindacati e una classe politica lassita disposta ad assecondarli.
Non fu, ripeto, una bella lezione di razionalità e saggezza politica. Si andò così ad una inquietante dequalificazione degli studi.
Tanto inquietante che - ecco un riconoscimento che va dato - Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI, in un suo discorso a Genova sentì il bisogno di richiamare studenti e docenti alla serietà ed al rigore degli studi. Lo segnalo a quei colleghi della sinistra che non di rado si lasciano andare a giudizi e posizioni tutt'altro che edificanti.
Mi fermo qui con la storia e con i riferimenti.
Signor ministro, a me pare, purtroppo, che anche la nascita del suo progetto in qualche modo abbia risentito di una certa concezione lassista della scuola.
Ciononostante, non le farò mancare il mio apprezzamento, molto personale e franco, anche se non certo acritico. Voglio continuare a sperare nel suo buonsenso e nel suo impegno.
E voglio anche darle atto di aggiustamenti positivi: la differenziazione tra elementari e medie, il ritorno al ruolo del maestro, il ripristino del quinto anno nei licei, il che riporta a tredici anni di istruzione il corso di studi preuniversitario.
Mi rimane - non posso fare a meno di dirlo - il rammarico che si sia posta poca attenzione al ruolo dei docenti, e anzi nel progetto ci sono segni di svalutazione di questo ruolo.
È un errore, signor ministro. Una scuola buona o cattiva la fanno gli insegnanti. Sono essi la scuola ed è ad essi che, dopo averli reclutati con la dovuta selezione e serietà, che bisogna affidare la formazione e l'educazione dei nostri giovani.
A sollevarmi molti dubbi è il cosiddetto «biennio valutativo», uno strumento normativo che finisce per avere effetti diseducativi
negli studenti e crea quindi disagio negli insegnanti, i quali vedono umiliata la loro funzione.
Mi sono limitato a presentare emendamenti proprio a questo proposito.
Consapevole che forse opportunamente si è voluto blindare il testo in discussione, mi riprometto di trasformare gli emendamenti in ordini del giorno, sempre che non siano accettati come semplici raccomandazioni.
Confido, quindi - come ho già detto - che il ministro in sede di delega sia così sensibile e accorto da provvedere a correzioni, senza le quali la riforma rischia di contenere gravi ed esiziali storture.
Signor ministro, accetti queste mie osservazioni con lo stesso spirito di collaborazione che me le hanno ispirate. Cordialmente, signor ministro, buon lavoro! Con l'augurio di dare alla nostra scuola un domani sereno e fortemente proficuo, per il futuro del paese e della sua civiltà.
LUANA ZANELLA. Gli obiettivi generali di questo disegno di legge sono espressi in modo generico e ambiguo e non si richiamano, se non di sfuggita, ai principi costituzionali, che dovrebbero invece essere i riferimenti necessari della scuola pubblica. La scuola è un'istituzione fondamentale della Repubblica, è un fattore attivo nel «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese» (articolo 3 della Costituzione).
Il sistema scolastico proposto dal ministro Moratti prevede dopo la scuola dell'infanzia, due cicli: un primo ciclo costituito dalla scuola primaria e dalla scuola secondaria di primo grado, e un secondo ciclo costituito dal sistema dei licei (della durata di cinque anni con esame di Stato finale) e dal sistema dell'istruzione e formazione professionale (della durata minima di quattro anni).
È certamente negativo l'anticipo a due anni e cinque mesi dell'inizio del percorso formativo e quindi la diversa età di accesso e di uscita dalla scuola dell'infanzia. Tanto più se tale scelta è affidata alla responsabilità dei soli genitori.
La proposta di anticipo era stata esclusa dalla stessa commissione di esperti, istituita dal ministro dell'istruzione. Peraltro le indicazioni contenute nel progetto di legge sono vaghe e non permettono di capire con quali risorse, tempi, indirizzi si intendano approntare i nuovi modelli educativi e organizzativi. Si dice solo «secondo criteri di gradualità e in forma di sperimentazione».
L'anticipo dell'età per la scuola dell'infanzia, è un grave errore, che si ripercuoterà lungo tutto il percorso verticale, portando ad avere nella stessa classe livelli di maturazione cognitiva molto distante (fenomeno che sarà pesantemente significativo nella scuola elementare), con conseguenze sulla qualità di processi di insegnamento-apprendimento.
Esiste sicuramente una domanda sociale relativa ai servizi educativi per bambini di due anni e pochi mesi 'di 'età, ma è necessario farvi fronte con tutta la delicatezza e l'impegno necessari per costruire ambienti educativi rispettosi e adatti ai bambini di tale età. A tal fine lo strumento più idoneo appare la legge n. 1044 del 1971, istitutiva degli asili nido.
La scuola elementare (scuola primaria) dura cinque anni ed è composta da un primo anno, e da due periodi didattici biennali. A questa scuola si possono già iscrivere le bambine ed i bambini di poco più di cinque anni.
La scuola media (scuola secondaria di primo grado) dura invece tre anni, ed è composta da un biennio e da un terzo anno che assicura l'orientamento e il raccordo con il secondo successivo ciclo (articolo 2, comma f). In pratica ad un'età di poco superiore ai dodici anni gli studenti devono scegliere tra un sistema di studi finalizzato all'istruzione superiore (i lìcei) ed uno che indirizza al lavoro (formazione professionale).
Questo primo ciclo dell'istruzione (scuola primaria, e scuola secondaria di primo grado) viene suddiviso in due segmenti
chiaramente e fin troppo distinti. E questo è un problema. Va tra l'altro ricordato che oltre il 43 per cento delle istituzioni scolastiche «di base» sono oggi organizzate negli istituti comprensivi di scuola materna elementare e media, dove sono da anni avviate pratiche positive di continuità curriculare, e il cui destino non viene neanche preso in considerazione in questo disegno di legge.
Si propone quindi una cesura nel passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria, in pratica la riproposizione della separazione tra scuola elementare e scuola media.
Estremamente negativo e soprattutto pericoloso, è quanto è scritto all'articolo 2, lettera f) dove si dice che la scuola secondaria di primo grado è «caratterizzata dalla diversificazione didattica e metodologica in relazione allo sviluppo della personalità dell'allievo». L'espressione fa pensare a una diversificazione di percorso che si avvicina molto alle classi differenziali o a gruppi di allievi divisi per livelli di capacità. Esprime un'idea di diversificazione permanente tra chi è più bravo e chi meno, presume percorsi distinti, destinati a cristallizzarsi anche in funzione delle scelte successive.
La personalizzazione dei piani di studio e dei percorsi non è la stessa cosa della pratica didattica consolidata nella scuola dell'obbligo che ha avuto l'obiettivo di portare tutti gli allievi a un livello comune di apprendimento, secondo una logica inclusiva.
La scuola deve rimanere il luogo dove si interviene per cercare di rimuovere le differenze di natura economica, sociale e culturale; con questa riforma si va in direzione opposta, e queste differenze rischiano fortemente di essere acuite; e questo mentre non viene assolutamente presa in considerazione la necessità di radicare il percorso formativo delle bambine e dei bambini nella consapevolezza della differenza sessuale.
In riferimento al secondo ciclo di istruzione, ossia ai percorsi di istruzione e di formazione proposti per la fascia scolare successiva alla scuola media il giudizio è anche in questo caso fortemente critico.
Il disegno di legge prevede l'abbassamento dell'obbligo scolastico a tredici anni e mezzo (età delicata) e l'obbligo della scelta precoce, a 12-13 anni, tra sistema dei licei e formazione professionale.
Negli ultimi anni la scuola ha operato nella prospettiva di considerare il primo biennio della scuola secondaria superiore come unitario e conclusivo dell'obbligo di istruzione e i diciotto anni come la tappa conclusiva del diritto/dovere alla formazione.
Ricordiamo che con la legge n. 9 del 1999 (con decorrenza dall'anno scolastico 1999-2000) l'obbligo scolastico è stato elevato da otto a dieci anni e che fino all'approvazione del riordino del sistema scolastico e formativo, l'obbligo di istruzione ha durata di nove anni.
Differenziare precocemente fra contrapposti canali per nulla equivalenti dal punto di vista formativo i percorsi formativi, non risolve il problema dei ragazzi in difficoltà mentre mette in discussione la durata attuale dell'obbligo di istruzione che, di fatto, torna ad essere di otto anni - tant'è che il testo legislativo abolisce la legge n. 9 del 1999 -, ricollocando l'Italia in coda fra i paesi europei in quanto a durata del percorso obbligatorio di istruzione.
L'espressione «diritto-dovere all'istruzione» non garantisce il diritto all'istruzione e ad un apprendimento di qualità per ogni studente; moltissimi di loro infatti si troveranno a quattordici anni nel cosiddetto secondo canale, dove sarà possibile saltare alcune tappe formative, in nome di ipotetiche e precoci «vocazioni» al lavoro.
Una separazione tra istruzione e istruzione-formazione professionale che di fatto certifica l'esistenza di due scuole: la scuola del sapere, ossia il sistema dei licei, e la scuola del fare, cioè la formazione professionale, una formazione professionale ancora tutta da modernizzare.
La separazione tra percorso scolastico e quello formativo, soprattutto se è una separazione precoce produce disuguaglianze.
La realtà ci dice che il passaggio dalla scuola al canale formativo sarà condizionato fortemente dalle condizioni sociali ed economiche dell'alunno. Come del tutto contestabile è la norma che prevede una quota riservata alle regioni, per gli aspetti di interesse territoriale, relativamente alla predisposizione dei piani di studio, e che di fatto riduce l'unitarietà del sistema scolastico (articolo 2, lettera l).
Si prevede l'alternanza scuola-lavoro per gli studenti che abbiano compiuto quindici anni, una sorta di ulteriore canale ancora più povero di saperi, che rischia molto probabilmente di diventare uno strumento per le imprese per ottenere incentivi e utilizzare manodopera gratuita. Questa sì che è vera scuola «di classe». Se è positiva la scelta prevista di dare «pari dignità e durata per tutti i docenti» ai corsi di laurea specialistica, così come la prospettiva di una laurea specialistica finalizzata all'insegnamento, è negativa la soluzione prevista per l'accesso ai ruoli organici del personale docente. Affidare alle università le attività di tirocinio per i contratti di formazione lavoro, attraverso la gestione di apposite strutture di ateneo - che dovrebbero anche curare i centri di eccellenza per la formazione degli insegnanti - vuol dire non tener conto della funzione, delle competenze e della cultura della scuola. La scuola può essere l'anello terminale - che stipula convenzioni proposte dagli atenei - di decisioni prese dall'università su un terreno non di sua competenza.
In tale ipotesi si rileva una concezione gerarchica del rapporto fra scuola e università che non tiene conto della assoluta diversità tra università e scuola.
Viene svuotato il principio di una scuola laica e pluralista a vantaggio di una scuola che deve favorire una formazione spirituale e morale, decisa a livello governativo; viene introdotto un anticipo differenziato nella scuola dell'infanzia e nella scuola elementare; vengono delineati percorsi personalizzati e a più velocità nella scuola di base che ripropongono, nel nuovo quadro di riferimento, una scuola per i bravi e una scuola per chi non ce la fa.
Viene di fatto riorganizzato un pezzo di istruzione secondaria superiore per costruire un canale per gli alunni, a cui si può accedere dopo la terza media, andando nella direzione opposta a quello che dovrebbe essere il primo obiettivo della scuola: quello di dare più sapere, più conoscenze, più scuola di qualità a tutti; viene messo sotto tutela dell'università il mestiere degli insegnanti per quanto riguarda la formazione iniziale sia per quella in servizio, disconoscendo l'autonomia dei professionisti della scuola.
ALESSIO BUTTI. Non è necessario spendere altre parole, rispetto a quanto già detto negli interventi dei deputati del nostro gruppo in sede di discussione, su questa riforma, che Alleanza nazionale - così come tutto il centrodestra - ha fortemente voluto e sostenuto, grazie anche all'importante ruolo svolto dalla collega Angela Napoli, ottima relatrice di questo provvedimento.
Con questo primo ed unico passaggio alla Camera, licenziamo una riforma epocale, a lungo attesa; nutriamo la speranza di vederla attuata - almeno in parte - entro la fine di questa legislatura.
Si tratta di una riforma tanto attesa da studenti e docenti di varia natura e titolo - attori protagonisti nella vita della scuola - ma salutata con soddisfazione anche dalle famiglie, alle quali Alleanza nazionale riconosce un ruolo ineludibile nell'educazione e nella formazione dei giovani.
Non intendiamo ripercorrere le tappe fondamentali di questa legge delega, cosa che ho tentato di fare in sede di discussione sulle linee generali qualche giorno fa, né indugiare nuovamente sul grande contributo fornito, durante l'intenso e lungo dibattito iniziato al Senato, dal gruppo di Alleanza nazionale. Saranno gli atti parlamentari del Senato e della Camera
a testimoniare il nostro impegno e gli obiettivi raggiunti.
Siamo coscienti del fatto che da domani inizierà la fase più delicata, certamente per il Governo, che ha ventiquattro mesi di tempo per attuare i principi cardine della riforma, ma anche per noi deputati, impegnati sul territorio ad informare docenti, studenti e famiglie circa le caratteristiche della riforma stessa, messe a dura prova dalle falsità che in queste settimane abbiamo letto o ascoltato.
Non consentiremo mistificazioni, né demagogie! Ora la riforma c'è, bisogna solo applicarla. Un ringraziamento a nome del gruppo di Alleanza nazionale alla relatrice, onorevole Angela Napoli, al sottosegretario, onorevole Aprea, ed al ministro Moratti per il proficuo lavoro svolto; come dire: una riforma al femminile.
Ovviamente i deputati del gruppo di Alleanza nazionale voteranno a favore di questo provvedimento.
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