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MONICA STEFANIA BALDI. Il conflitto è sempre una catastrofe umana: molte persone subiranno violenze e sofferenze; dobbiamo lavorare da subito per aiutare questa gente a ritrovare la democrazia, la libertà e lo Stato di diritto.
È necessario affrontare il problema della ricostruzione, sotto l'egida delle Nazioni Unite e con il supporto di tutta la comunità internazionale.
È triste ricordare le violazioni dei diritti umani del regime iracheno, che hanno portato a soprusi terribili, violenze e torture, soprattutto sui più deboli, quali bambini, anziani e donne.
In questi ultimi dodici anni la tensione nella penisola araba è stata particolarmente elevata, gli stessi paesi del Golfo si sono mossi per evitare la destabilizzazione dell'intera area ed è serrata l'azione diplomatica della Lega araba in queste ore.
Lo stesso Kuwait ha chiesto più volte, da anni, al Governo iracheno di cooperare nel dar conto dei prigionieri kuwaitiani e dei paesi terzi, vittime del dopoguerra e detenuti illegalmente in Iraq, o di restituire i beni del Kuwait illegalmente confiscati come riportato nella risoluzione 1441 delle Nazioni Unite.
La paura di ritorsioni è sempre stata presente, specie dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre, ed in questi giorni forte è il timore dell'utilizzo di armi biochimiche, come l'antrace, il gas nervino, che possono portare inquietanti conseguenze.
E il mio pensiero va ai circa duecento italiani rimasti, anche se mi risulta che l'ambasciata italiana in Kuwait stia attuando un forte piano di sicurezza, che abbia dotato i nostri connazionali di mezzi di sopravvivenza, compresa la realizzazione di rifugi sigillati nella propria abitazione, e che abbia previsto un piano di evacuazione di emergenza via terra e via mare.
Ma il mio pensiero in questo momento va soprattutto ai bambini iracheni ed è colmo di speranza per il loro futuro, un futuro in cui non vi sia antrace, in cui non vi sia fame, in cui non debbano più subire la perdita di un genitore ucciso ingiustamente.
GIUSEPPE GAMBALE. E torno al punto dal quale ho iniziato questo breve intervento: il ruolo della politica.
Il Presidente Prodi richiamava l'Europa a imparare la lezione: davvero solo un'Europa unita può garantire la pace. Dobbiamo ricominciare da qui: ritessere i fili dell'unità europea. L'Europa che ha conosciuto la guerra al suo interno, l'Europa dove convivono da sempre diversità di popoli e culture può e deve diventare motore e lievito della ricostruzione di relazioni internazionali nuove.
Sempre l'onorevole Igino Giordani in quest'aula, nel 1949, diceva: «L'umanità si svena sempre per le stesse ragioni, o meglio per gli stessi pretesti. Per esempio si dice: «Si vis pacem para bellum» (Se vuoi la pace prepara la guerra). E invece per noi la verità è un'altra. Se vuoi la pace prepara la pace. Se prepari la guerra, i fucili ad un certo momento spareranno da soli, come è stato detto. Chi prepara la guerra alla guerra finisce. Se vogliamo arrivare alla pace, dobbiamo cominciare a costruirla fra noi»; e poi ancora: «Se vogliamo arrivare alla pace dobbiamo cominciare a costruirla fra noi. Siamo gente razionale, tutti comprendiamo questa verità; che la pace comincia veramente da ciascuno di noi, la pace comincia da noi».
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