a farsi portavoce in seno al Consiglio europeo di un atteggiamento di massimo rigore nella valutazione dei profili di compatibilità della Turchia con il contesto comunitario;
a rilanciare il processo di unificazione basato su valori comuni, in particolare promuovendo e salvaguardando la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e il diritto alla vita e al rispetto della dignità dell'essere umano;
a farsi promotore nelle sedi europee, innanzitutto in occasione del Consiglio europeo del 21-22 giugno 2007, di iniziative volte ad accrescere le competenze del Parlamento europeo investendolo della competenza a redigere, in collaborazione con i Parlamenti nazionali e con l'attivazione di forme di partecipazione della società civile, un progetto di Costituzione europea da sottoporre a tutti/e i/le cittadini/e dei Paesi dell'Unione europea per la sua approvazione attraverso il metodo della consultazione referendaria.
a dare il massimo appoggio alla presidenza di turno dell'Unione europea affinché il Consiglio europeo del 21 e 22 giugno 2007, sulla base di un mandato preciso e selettivo, operino per creare le condizioni, prima del rinnovo del Parlamento europeo del 2009, che consentano, con la partecipazione attiva del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali e con una politica di ascolto e di pronunciamento della società civile, di dotare l'Europa di una Costituzione democratica di alto profilo, capace di preservare gli equilibri istituzionali delineati dal Trattato costituzionale, garantendo valori e diritti, quali quelli della pace come valore per la politica estera e di difesa, quello del lavoro stabile e contrattualizzato come base della coesione sociale, della qualità dell'ambiente, come bene comune che ispiri le politiche per il clima, fondandole sulla cooperazione, dei diritti di cittadinanza anche per i migranti residenti;
a sottolineare l'importanza che si giunga comunque ad una sollecita e generale adesione di tutti gli Stati membri ad una Carta costituzionale, che - sia pur ridotta rispetto al testo attuale - comunque sottolinei i valori fondamentali e condivisi che stanno alla base del comune spirito europeo;
a sostenere nel Consiglio europeo del 21 giugno 2007 il rilancio del processo costituente, seppure in un testo semplificato, che tuttavia contenga i seguenti obiettivi istituzionali:
qualora i suddetti obiettivi non fossero conseguiti, a non accettare compromessi al ribasso e a promuovere un gruppo di avanguardia fra i Paesi che risultino concordi nella volontà di costruire l'unione politica, ferma restando l'apertura a successive partecipazioni dei Paesi che lo richiedano.
a rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola dell'obbligo, autorizzando il loro ingresso previo superamento di test e specifiche prove di valutazione, disciplinate dalle singole regioni interessate, così come previsto dal terzo comma dell'articolo 117 della Costituzione;
ad attivare un confronto con le esperienze maturate su questa problematica dagli altri Paesi europei con maggiore tradizione immigratoria;
a prevedere nelle diverse scuole percorsi formativi che filtrino e preparino l'accesso effettivo alla scuola di studenti stranieri di recente immigrazione, spesso sprovvisti di qualsiasi conoscenza della lingua italiana e in alcuni casi con percorsi scolastici frammentari anche nel Paese d'origine, in modo da contenere il disorientamento degli alunni inseriti in un contesto loro totalmente estraneo, di cui non conoscono le regole formali e informali, ed in modo da limitare le difficoltà degli insegnanti e degli alunni già presenti a proseguire regolarmente un percorso didattico spesso già avviato;
ad attivare una maggiore formazione, iniziale e in servizio, all'educazione interculturale, che è una dimensione trasversale che accomuna tutti gli insegnanti e gli operatori scolastici, tenendo presente che la complessità del nostro tempo richiede una continua crescita professionale di tutto il personale della scuola;
a prevedere, nel disegno di legge finanziaria per il 2008, stanziamenti aggiuntivi per un piano nazionale di formazione diffusa dei dirigenti scolastici e degli insegnanti, finalizzati a promuovere ulteriormente l'educazione interculturale;
A)
B)
C)
premesso che:
il quadro negoziale tra Turchia ed Unione europea approvato dal Consiglio europeo del 3 ottobre 2005 sottolinea chiaramente che il negoziato con la Turchia è un processo aperto, il cui esito non può dirsi scontato. In altri termini, il negoziato non porterà necessariamente all'adesione ma eventualmente anche a forme alternative di partenariato, potrà essere sospeso in qualsiasi momento e non ha orizzonti definiti di durata;
lo stesso quadro negoziale, in considerazione dell'impatto economico potenzialmente destrutturante di un ingresso della Turchia per l'Unione europea, impedisce che possa procedere all'adesione prima della definizione delle prospettive finanziarie dell'Unione europea per gli anni dopo il 2014, e che ogni decisione deve tenere conto in primis della coesione e della tenuta dell'Unione europea stessa;
l'8 novembre 2006 la Commissione europea ha adottato il rapporto dell'esecutivo dell'Unione europea sui progressi fatti dai Paesi candidati all'ingresso nell'Unione europea, per venire incontro ai criteri per l'adesione;
per quel che riguarda la Turchia il rapporto è tranchant, e fotografa in 73 pagine di analisi puntuale gli scarsi progressi, e in alcuni casi i passi indietro, della Turchia nella sua marcia di avvicinamento all'Unione europea, soprattutto in campo politico;
il documento è tale da giustificare - secondo i firmatari del presente atto di indirizzo - il congelamento dei negoziati di adesione con Ankara, come previsto peraltro esplicitamente dal punto 5 dell'accordo negoziale del 2005;
ogni decisione in merito è stata demandata al Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre 2006, che ha analizzato il rapporto della Commissione europea ed eventuali cambiamenti di scenario nel frattempo intervenuti, cambiamenti abbastanza improbabili, data l'esiguità del tempo a disposizione;
fra gli aspetti più critici del rapporto sulla Turchia, emerge l'ancora preoccupante influenza dei militari nella società civile e nella politica, nodo sul quale il Governo turco ha dimostrato di non avere sufficiente forza. Il rapporto denuncia che la legge relativa alle forze armate «resta invariata» e contiene articoli «che assicurano ai militari un ampio margine di manovra». Inoltre «non sono state prese misure per migliorare il controllo civile sulla gendarmeria», né per rafforzare «il controllo parlamentare del bilancio e delle spese militari» e resta un protocollo segreto del 1997 che consente di attuare operazioni militari per questioni di sicurezza interna;
anche nella lotta alla corruzione i progressi sono «limitati», secondo il rapporto della Commissione europea, soprattutto «nell'aumento di trasparenza della pubblica amministrazione». Il risultato è quindi che «la corruzione rimane diffusa e le autorità anti-corruzione e la polizia sono ancora deboli» e continua a non esserci una strategia complessiva ed un piano d'azione per impedire e combattere la corruzione;
sul nodo delicato dei diritti umani la Commissione europea sottolinea che la Turchia «ha fatto progressi nella ratifica degli strumenti internazionali», ma nel concreto si registrano tuttora «casi di tortura fuori dai centri di detenzione», «violazioni dei diritti umani nel sud-est curdo», casi di «impunità» di «maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie» e «l'applicazione troppo estesa dell'isolamento per i prigionieri». Rimane problematico il rispetto dei diritti delle donne, soprattutto nelle aree più povere del Paese; infine, la Commissione europea constata che «la Turchia ha fatto scarsi progressi nell'assicurare la diversità culturale e nella promozione del rispetto e della protezione delle minoranze in accordo con gli standard internazionali»;
nessun progresso è stato compiuto riguardo alle difficoltà incontrate dalle comunità religiose non musulmane sul terreno e «vi sono restrizioni all'addestramento del clero e nei confronti degli ecclesiastici stranieri che vogliono lavorare in Turchia» scrive la Commissione europea;
il divieto di insegnamento nelle scuole pubbliche in lingue diverse dal turco e la chiusura nel 2004 di tutti gli istituti privati che davano lezioni in lingua curda fanno sì che «oggi non ci sono possibilità di apprendere il curdo nel sistema scolastico turco»;
il quadro generale è, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, quello di un adeguamento legislativo abbastanza superficiale e completamente disatteso sul piano reale, con una mancanza di potere o di interesse del Governo verso le aree più periferiche e più povere del Paese;
resta uno strumento molto pericoloso l'articolo 301 del codice penale turco, giudicato «illiberale» anche dal Ministro D'Alema, che sotto la condanna di «vilipendio all'identità turca» reprime la stampa, la scrittura e ogni forma di libera espressione (e ha colpito il premio nobel Ohran Pamuk), e in particolare condanna chiunque osi parlare di genocidio armeno;
al momento dell'avvio dei negoziati il 3 ottobre 2005 la Turchia si era impegnata ad estendere entro un anno a tutta l'Unione europea il protocollo che estende l'unione doganale ai membri entrati nel maggio 2004, aprendo dunque anche ai ciprioti i propri porti ed aeroporti, impegno che era stato salutato dagli europei come implicito riconoscimento di Cipro da parte turca, ma cedendo di fatto al ricatto e all'orgoglio di Ankara che si era impuntata nel rifiuto di un atto esplicito di riconoscimento, atto pienamente dovuto;
ad un anno di distanza, come ha sottolineato la Commissione europea nel rapporto dell'8 ottobre 2006, «nessun progresso è stato fatto su nessun aspetto della normalizzazione delle relazioni delle relazioni bilaterali tra Turchia e Cipro». Ad Ankara si rimprovera di «continuare ad imporre il veto sull'adesione di Cipro ad alcune organizzazioni internazionali come l'Oecd» e di bandire l'accesso nei propri porti delle navi cipriote;
il Governo turco, in un comunicato ufficiale, sulla questione del riconoscimento di Cipro ha dichiarato: «Cipro è un problema politico, quindi non costituisce un obbligo rispetto al nostro processo negoziale che è di natura tecnica»;
seppure si sia già sottolineata in passato l'insufficienza e l'inadeguatezza dei criteri di adesione, cosiddetti «criteri di Copenaghen», per le carenze sul piano politico ed identitario, la posizione di Ankara è comunque - secondo i firmatari del presente atto di indirizzo - indifendibile sul piano giuridico: l'adesione all'Unione europea non può prescindere dal riconoscimento di uno Stato che già ne è parte, anche perché l'adesione richiede un voto all'unanimità;
a differenza di quanto sostenuto dal Governo italiano, il rapporto della Commissione europea e l'oggettiva situazione della Turchia hanno suscitato nelle altre cancellerie europee perplessità e cautela, ed anche il Presidente del Parlamento europeo Borrell, a margine di un incontro del 9 novembre 2006 con il Presidente del Consiglio dei ministri Prodi, ha affermato che per l'adesione della Turchia «ancora non ci sono le condizioni e per la decisione passeranno altri 15-20 anni»;
a farsi promotore della messa a punto di nuovi e più adeguati criteri di carattere identitario e valoriale prima di avviare nuovi processi di adesione.
(1-00050)
«Maroni, Pini, Alessandri, Allasia, Bodega, Bricolo, Brigandì, Caparini, Cota, Dozzo, Dussin, Fava, Filippi, Fugatti, Garavaglia, Gibelli, Giancarlo Giorgetti, Goisis, Grimoldi, Lussana, Montani, Pottino, Stucchi».
(17 novembre 2006)
premesso che:
con la legge 7 aprile 2005, n. 57, di ratifica ed esecuzione del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, firmato a Roma il 29 ottobre 2004, l'Italia ha confermato il proprio impegno nel processo di unificazione europea tendente a realizzare, prima di tutto, un'unione tra i popoli europei rispettosa delle differenti culture e sensibilità nazionali;
tale processo di unificazione europea è stato interrotto dall'esito negativo del referendum celebrato in Francia e in Olanda;
il Trattato costituzionale ha comportato l'esigenza di addivenire a compromessi e interviene in materie particolarmente delicate, come il diritto alla vita e la tutela della famiglia;
in tali materie, a livello europeo, non vi è ancora un comune sentire: pertanto, anche al fine di rafforzare la condivisione di valori fondamentali, occorre, in una fase di rilancio del processo di integrazione con un'Europa allargata a 27 Stati membri, riaffermare con fermezza i valori fondanti le tradizioni costituzionali dei diversi Stati membri;
gli articoli II-62 e II-63 del Trattato costituzionale, che intervengono sul diritto alla vita e sul diritto all'integrità della persona, sembrano parziali rispetto alla tutela già accordata nelle applicazioni della biologia e della medicina alla vita prenatale e all'embrione da convenzioni internazionali, come la Convenzione per la protezione dei diritti umani e della dignità dell'essere umano riguardo le applicazioni della biologia e della medicina, firmata a Oviedo nel 1997, e i suoi protocolli addizionali;
gli articoli II-69, relativo al diritto di sposarsi e costituire una famiglia, e II-93, in materia di vita familiare e vita professionale, non appaiono coerenti con i principi rinvenibili nella tradizione costituzionale italiana e negli atti internazionali in materia di diritti umani;
in particolare, la formulazione adottata dall'articolo II-69, secondo la quale il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia è assicurato a chiunque, si discosta da quella comunemente accettata in sede internazionale, secondo cui «uomini e donne in età adatta hanno diritto di sposarsi» (si confronti l'articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani, proclamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, l'articolo 23 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966 e l'articolo 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950);
il ruolo della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, riconosciuto dall'articolo 29 della Costituzione italiana, dovrebbe essere esplicitato nel testo di un trattato su cui si deve fondare un delicato processo di integrazione, che richiede l'adesione a valori comuni;
anche se formalmente nel Trattato costituzionale la disciplina delle citate materie è lasciata agli Stati membri, si avverte l'importanza, anche ai fini di un rilancio del processo di unificazione basato sui valori, di chiarire l'esigenza di promozione e tutela di alcuni principi irrinunciabili;
vi sono, infatti, competenze attribuite alle istituzioni dell'Unione europea che possono avere una diretta incidenza su di esse e, quindi, una ricaduta sugli ordinamenti nazionali, come dimostra l'applicazione delle disposizioni in materia di ricerca e sviluppo tecnologico, che possono legittimare finanziamenti a carico del bilancio comunitario di ricerche che comportano l'uso di cellule staminali embrionali, quando in Paesi come l'Italia la soppressione di embrioni umani è sanzionata penalmente, o le disposizioni sulla cooperazione giudiziaria in materia civile, che potrebbero portare a iniziative comunitarie in materia di diritto di famiglia aventi implicazioni transnazionali (si veda l'articolo III-269 del Trattato costituzionale);
la presenza di clausole interpretative di chiusura in materia di diritti fondamentali, contenute negli articoli II-112 e II-113, non rappresenta idonea garanzia, in quanto esse fanno riferimento ad elementi troppo generici, come le tradizioni costituzionali degli Stati membri, la cui ricognizione non è certo agevole;
permane l'esigenza per gli Stati membri di riservare alle sedi di rappresentanza democratica nazionali, come il Parlamento, le scelte su questioni così rilevanti;
occorre valutare con la massima attenzione le condizioni per ulteriori allargamenti dell'Unione europea;
il Consiglio europeo ha già precisato che «l'appartenenza all'Unione richiede che il Paese abbia raggiunto una stabilità istituzionale che garantisca la democrazia, il principio di legalità, i diritti umani e la protezione delle minoranze» (si confrontino le conclusioni della Presidenza del Consiglio europeo di Copenaghen del 12 e 13 dicembre 2002);
l'appartenenza all'Unione europea impone l'obbligo di garantire, nella sostanza, il rispetto dei predetti principi;
permangono gravi motivi per ritenere che la Turchia continui a non impegnarsi abbastanza per garantire il rispetto di tali principi;
il processo di democratizzazione avviato dalla Turchia appare incerto e contraddittorio;
la Commissione europea è stata costretta a sospendere i negoziati per l'adesione della Turchia, a causa della mancata applicazione del protocollo aggiuntivo di Ankara;
dal 29 marzo 2007 sono state ufficialmente riaperte le trattative per l'adesione della Turchia all'Europa;
permangono i gravi motivi che portarono alla sospensione delle procedure di adesione e, in particolare, la questione cipriota, le continue violazioni del diritto di espressione, la compressione della libertà religiosa;
nel 2006 la Turchia ha subito circa 300 (nel 2005 270) condanne da parte della Corte di Strasburgo per violazioni gravi e ripetute di diritti fondamentali;
ben 36 delle 312 condanne si riferiscono alla violazione della libertà di espressione;
sebbene le predette condanne si riferiscano a violazioni consumate in anni precedenti, permangono gravi segnali di allarme, sia con riferimento al mancato riconoscimento della libertà di espressione, sia alla difficile dialettica tra le istituzioni nazionali;
occorre, pertanto, potenziare gli sforzi per il riconoscimento dei diritti umani in Turchia, con particolare riferimento alla libertà di religione, al pieno godimento dei diritti di proprietà da parte di tutte le comunità religiose, alla protezione delle minoranze, nonché alla libertà di espressione;
a proseguire, in coerenza con quanto avvenuto in sede di Convenzione, nell'impegno di introdurre - tra i valori dell'Unione europea - le radici giudaico-cristiane nelle prossime modifiche del Trattato per la Costituzione d'Europa e, in generale, nel diritto dell'Unione europea;
nel caso in cui non vi siano i presupposti per assicurare a livello europeo le esigenze sopra prospettate, a proseguire sulla base del mutuo riconoscimento e del rispetto delle diversità culturali il processo di unificazione;
a sospendere le trattative per l'ingresso della Turchia nell'Unione europea fino a quando non sarà data piena prova del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e fin quando non vengano ristabilite al culto cristiano le chiese devastate nella parte turca di Cipro.
(1-00161)
(Nuova formulazione) «Volontè, Adolfo, Ciro Alfano, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Casini, Cesa, Ciocchetti, Compagnon, D'Agrò, D'Alia, De Laurentiis, Delfino, Dionisi, Drago, Forlani, Formisano, Galati, Galletti, Giovanardi, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Oppi, Peretti, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tabacci, Tassone, Tucci, Vietti, Zinzi».
(14 maggio 2007)
premesso che:
con la dichiarazione del giugno 2005 il Consiglio europeo, prendendo atto «dei risultati dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi» e considerando che il no al Trattato costituzionale non rimettesse «in discussione l'interesse dei cittadini per la costruzione europea», avviò una fase di riflessione;
questa fase è durata quasi due anni e ha prodotto la Dichiarazione di Berlino (in occasione del 50o anniversario dei Trattati di Roma), che a parte le solenni espressioni, soprattutto del primo paragrafo, non ha indicato alcuna iniziativa capace di porre su nuove basi la costruzione europea;
da autorevoli personalità, da ultimo il neopresidente francese Sarkozy, viene avanzata la proposta di superare lo stallo europeo nel campo delle riforme istituzionali attraverso un mini-trattato da varare attraverso una conferenza intergovernativa, che non richiederebbe nuove consultazioni referendarie;
si rinuncia, così, esplicitamente a dotare l'Unione europea di una costituzione, proponendosi solo di razionalizzare l'attuale assetto istituzionale, non sanando pertanto il deficit democratico che affligge l'Unione europea;
finora al centro della costruzione europea è stata l'integrazione dei mercati e la concorrenza, in funzione delle quali si sono molto parzialmente affermati taluni diritti della persona, e si sono semplicemente richiamati nel Trattato dell'Unione europea i valori democratici;
l'attività giurisdizionale della Corte di giustizia delle Comunità europee è limitata dai Trattati che non sanciscono i diritti fondamentali, risultando così impossibile la loro tutela;
le procedure decisionali dell'Unione europea sono dominate dagli Stati, nonostante l'accresciuto ruolo del Parlamento europeo, privato ancora della capacità di iniziativa legislativa, attribuita esclusivamente alla Commissione;
tutto ciò evidenzia il perdurare di un grave deficit democratico, sanabile solo attraverso la partecipazione dei/delle cittadini/e europei/e alla statuizione della Costituzione europea, in cui si sanciscano i diritti fondamentali della persona e le forme democratiche dei processi decisionali dell'Unione europea;
già nel 1984, con il progetto promosso da Altiero Spinelli, e poi con l'iniziativa Hermann del 1994, i1 Parlamento europeo aveva approvato testi di natura costituzionale per superare i Trattati;
nel 1989 in Italia fu approvata, con un referendum di indirizzo che ottenne un vasto consenso, la proposta di affidare al Parlamento europeo il compito di redigere la Costituzione;
(1-00178)
«Migliore, Franco Russo, Mascia, Falomi».
(7 giugno 2007)
premesso che:
lo sviluppo del processo di integrazione europea rappresenta per l'Italia l'orizzonte strategico in cui collocare i propri obiettivi di crescita politica, economica e sociale, in quanto corrisponde sia ai valori contenuti nella Carta costituzionale, che alle priorità di politica interna e internazionale;
la dichiarazione solenne adottata a Berlino, in occasione del 50o anniversario della firma dei Trattati di Roma, ha ribadito che l'Europa si fonda sulla pace e la libertà, sulla democrazia e lo stato di diritto, sul rispetto reciproco e sull'assunzione di responsabilità per il benessere, la sicurezza, la tolleranza, la partecipazione, la giustizia e la solidarietà;
l'allargamento a 27 Stati membri e la prospettiva rappresentata dagli ulteriori negoziati di adesione in corso rendono improcrastinabile per l'Unione europea il rinnovamento ed il consolidamento del proprio assetto istituzionale, da conseguire in un contesto di valorizzazione del ruolo del Parlamento europeo e di partecipazione dei Parlamenti nazionali e di trasparenza e di dialogo con i cittadini europei, al fine di accrescerne la legittimità democratica e la capacità operativa;
la ratifica da parte dei due terzi degli Stati membri, in rappresentanza di 275 milioni di cittadini europei, del Trattato costituzionale unanimemente sottoscritto a Roma il 29 ottobre 2004 - insieme all'orientamento favorevole confermato da altri due Stati - mette in luce il giudizio largamente maggioritario sulla validità dell'impianto negoziale originario. Occorre, tuttavia, dare risposta ai problemi ed alle aspettative emerse dalla mancata ratifica del Trattato nei referendum in Francia e in Olanda;
Germania, Portogallo e Slovenia - che si avvicenderanno nella presidenza dell'Unione europea fino al 30 giugno 2008 - si sono impegnate congiuntamente a dare priorità al processo di riforma dell'Unione europea, affinché si concluda in tempo per le prossime elezioni del Parlamento europeo nel 2009;
il Parlamento europeo, nell'invitare il Consiglio europeo a convocare una conferenza intergovernativa per giungere a un accordo entro la fine del 2007, ha richiamato le linee direttrici elaborate insieme ai Parlamenti nazionali nel corso del periodo di riflessione, volte a garantire la capacità decisionale dell'Unione europea, l'efficacia delle sue politiche, la sua piena democraticità, nel pieno rispetto dei principi della partecipazione parlamentare, dell'associazione della società civile e della trasparenza;
a considerare essenziale l'istituzione di una presidenza stabile del Consiglio europeo, l'estensione del voto a maggioranza qualificata, il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune attraverso un Ministro degli esteri, il superamento della struttura su tre pilastri, l'attribuzione della personalità giuridica all'Unione europea, il primato del diritto comunitario, il mantenimento della Carta dei diritti fondamentali, rafforzando i riferimenti ai diritti sociali e al lavoro, e il rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali nel processo legislativo;
a sostenere i processi negoziali di adesione degli Stati candidati, sulla base dell'integrale rispetto dei criteri di Copenhagen e in modo tale da garantire la coesione politica ed istituzionale dell'Unione europea;
a coinvolgere il Parlamento italiano nelle scelte che verranno operate in tutte le fasi del negoziato.
(1-00179)
(Nuova formulazione) «Ranieri, Bimbi, Bellillo, Cassola, Fumagalli, De Zulueta, Cioffi, Boato, Brugger, D'Elia, Leoluca Orlando, Razzi, Mancini, Mattarella, Frigato, Picano, Del Mese, Giuditta».
(11 giugno 2007)
premesso che:
il 29 ottobre 2004 l'Italia ha ospitato la cerimonia di ratifica del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, tradotto nella legge 7 aprile 2005, n. 57, approvata e votata dal Parlamento italiano a grandissima maggioranza;
il trattato è stato successivamente approvato da numerosi Paesi facenti parte dell'Unione europea;
il progetto costituzionale è attualmente in una fase di stallo a seguito degli esiti negativi dei referendum popolari di ratifica in Francia ed Olanda e per le riserve sollevate in altri Paesi: il che ha portato alcuni Governi a sospenderne la ratifica;
da più parti si sottolinea la necessità di riaprire questo processo costituente almeno per quei punti del trattato - che, peraltro, ne sono la maggior parte - che godono di sostanziale unanimità, al fine di dotare comunque l'Unione europea di una propria carta fondamentale;
meritano sottolineatura e tutela quelle parti del Trattato dedicate al diritto ed alla difesa della vita, nonché all'integrità della persona, mentre sarebbe anche auspicabile un richiamo all'ininterrotta tradizione storica che ha fatto crescere l'Europa, con le sue radici ebree e cristiane;
altrettanto importanti e degne di essere sottolineate, tutelate e difese sono quelle parti del trattato laddove si sottolinea l'importanza della famiglia, nel senso inteso e riconosciuto dall'articolo 29 della Costituzione italiana, in termini che anche più chiaramente dovrebbero essere recepiti in sede di trattato europeo;
un altro aspetto importante del predetto trattato è relativo alla possibilità di ulteriore allargamento dell'Unione europea ad altri Stati oggi non facenti parte dell'Unione europea;
su questo tema vanno ricordate le perplessità che attraversano parte dell'opinione pubblica, che però non appare spesso sufficientemente informata di tutti gli aspetti - positivi e negativi - legati all'allargamento dell'Unione europea, sia dal punto di vista economico che culturale e sociale, nonché dal punto di vista della sicurezza e della difesa;
si è posta e si pone la questione di un allargamento alla Turchia dell'Unione europea, questione controversa, ma sulla quale sono state ufficialmente riaperte le trattative di adesione, tenuto conto degli obbiettivi raggiunti e dei notevoli passi avanti compiuti da questo Paese negli ultimi anni;
è fondamentale per l'Europa avere stretti collegamenti con la Turchia, importante Paese a cavallo tra Mediterraneo e Paesi arabi, dotato di forte unitarietà nazionale, di una Costituzione laica e che da decenni contribuisce alla difesa dell'Europa con la sua adesione alla Nato, al Consiglio d'Europa e a numerose altre associazioni, assemblee ed enti europei;
in questo momento di difficoltà istituzionale la Turchia merita attenzione ed amicizia da parte dell'Europa, aiuto per mantenere la sua laicità costituzionale e perché possa proseguire concretamente sulla strada della integrazione verso l'Europa, accettandone e progressivamente attuandone i diversi protocolli richiesti per una sua formale adesione all'Unione europea;
l'Italia ha da sempre operato per rilanciare il processo di unificazione europea basato su valori comuni, in coerenza con quanto già sottolineato in sede di dibattito sul testo della Convenzione, quando suggerì di introdurre un richiamo costituzionale alle radici ebree e cristiane nel Trattato europeo, nel quadro peraltro del rispetto per ogni religione che accetti i principi, i diritti della persona ed i valori fondamentali dell'Unione europea;
a seguire con attenzione quanto avviene in Turchia, monitorando il processo di adesione della Turchia all'Unione europea, affinché vengano rispettati i tempi ed i parametri concordati in sede di avvio delle trattative di adesione.
(1-00180)
(Nuova formulazione) «Zacchera, Angeli, Ascierto, Bellotti, Benedetti Valentini, Ciccioli, Catanoso, Giorgio Conte, Contento, Migliori, Murgia».
(11 giugno 2007)
premesso che:
l'imminente riunione, il 21 giugno 2007, del Consiglio europeo a Bruxelles assume un'importanza cruciale al fine del rilancio del processo costituente verso l'unione politica;
va considerato l'ordine del giorno presentato al Senato della Repubblica ed accolto dal Governo il 14 marzo 2007 in vista della dichiarazione di Berlino;
il movimento federalista europeo ha promosso la petizione per il referendum consultivo sulla costituzione europea e la petizione ha già raccolto molte migliaia di firme;
a) la supremazia del diritto comunitario sulle legislazioni nazionali;
b) la personalità giuridica dell'Unione;
c) il recepimento con efficacia giuridica della Carta dei diritti fondamentali;
d) i nuovi strumenti di democrazia partecipativa, in particolare il dialogo e l'iniziativa legislativa dei cittadini con la società civile;
e) il presidente stabile del Consiglio europeo;
f) il ministro degli esteri dell'Unione;
g) il sistema di decisione a doppia maggioranza e la più ampia estensione del voto a maggioranza qualificata, soprattutto in materia di politiche dell'immigrazione, energetiche ed ambientali;
h) la cooperazione strutturata nella politica di sicurezza e difesa;
i) le relazioni speciali con i Paesi vicini;
(1-00181)
«De Zulueta, Gozi, Venier, Giovannelli, Betta, Vannucci, Bianco, Tranfaglia, Dato, Frigato, Boato, Bellillo, Leoluca Orlando, Crema, Ottone, Mellano, Intrieri, Marchi, Grassi, Farinone, D'Antona, Samperi, Razzi, De Brasi, Brandolini, Cassola».
(11 giugno 2007)
premesso che:
il crescente fenomeno dell'immigrazione ha modificato sensibilmente il modello organizzativo del sistema scolastico italiano;
l'elevata presenza di alunni stranieri nelle singole classi scolastiche della scuola dell'obbligo determina difficoltà oggettive d'insegnamento per i docenti e di apprendimento per gli studenti;
il diverso grado di alfabetizzazione linguistica si rivela, quindi, un ostacolo per gli studenti stranieri che devono affrontare lo studio e gli insegnamenti previsti nei programmi scolastici e per gli alunni italiani che assistono a una «penalizzante riduzione dell'offerta didattica», a causa dei rallentamenti degli insegnamenti, dovuti alle specifiche esigenze di apprendimento degli studenti stranieri;
tale situazione è ancora più evidente nelle classi che vedono la presenza di studenti provenienti da diversi Paesi, le cui specifiche esigenze personali sono anche caratterizzate dalle diversità culturali del Paese di origine, tanto da indurre gli insegnanti ad essere più tolleranti e meno rigorosi in merito alle valutazioni volte a stabilire i livelli di competenza acquisiti dagli alunni stranieri e italiani sulle singole discipline;
dalle anticipazioni dei dati forniti dal ministero della pubblica istruzione, la crescita di alunni stranieri registrata nell'anno scolastico 2005-2006 è pari a circa 500.000 unità, con un incidenza del 5 per cento rispetto alla popolazione scolastica complessiva;
l'aumento nel triennio 2003-2005 è stato mediamente di 60-70 mila unità all'anno; si è, quindi, passati dalle 50.000 unità di alunni stranieri dell'anno 1995-1996 ai 430.000 del 2005-2006;
rispetto alle nazionalità di provenienza di questi studenti, si confermano ai primi posti i gruppi provenienti dai Paesi dell'Est europeo, per esempio la Romania, che, nell'arco di due anni, passa dal 9,7 per cento al 12,4 per cento (52.821 alunni), ma anche l'Ucraina e la Moldavia; l'Albania e il Marocco, pur avendo avuto una leggera flessione, continuano ad attestarsi ai primi posti nella classifica delle cittadinanze, rispettivamente con 69.374 e 59.489 presenze;
la disomogenea distribuzione territoriale di alunni con cittadinanza non italiana, molto concentrata al Centro-Nord e scarsa al Sud e nelle isole, interessa circa 37.000 punti di erogazione del servizio scolastico, rispetto ai 57.000 presenti in ambito nazionale. È evidente il divario esistente tra i primi e i secondi, determinato dalla necessità per i primi di adeguare gli aspetti organizzativi e didattici all'attività di integrazione degli alunni stranieri;
la più elevata consistenza di alunni stranieri si trova nella scuola primaria e secondaria di primo grado. Gli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, pur non raggiungendo complessivamente i valori delle presenze registrate nella scuola primaria e secondaria di primo grado, raccolgono in valore percentuale oltre il 38 per cento (23 mila studenti in più rispetto agli anni precedenti);
l'area del Paese con l'incidenza più elevata di presenze si conferma il Nord-Est, che, rispetto all'anno scolastico 2004-2005, è in crescita, raggiungendo l'8,4 per cento; il Nord-Ovest è al 7,8 per cento, il Centro al 6,4 per cento, il Sud all'1,2 per cento e le isole all'1 per cento;
la maggiore concentrazione a livello regionale si registra in Emilia Romagna, con una percentuale del 9,5 per cento; a livello provinciale si attesta al primo posto Mantova, con l'11,9 per cento, seguita da Piacenza (11,8 per cento) e da Reggio Emilia (11,5 per cento); relativamente ai comuni capoluogo, la percentuale più alta è quella di Milano (12,7). Se poi si prendono in considerazione i dati di piccole città, emerge che nelle scuole di Cuneo e di Treviso, di Macerata e di Siena c'è una percentuale più alta di alunni stranieri che non nelle scuole delle province di Venezia, di Bari, di Napoli e di Palermo, in cui ci si aspetterebbero percentuali superiori;
relativamente al rapporto tra la frequenza delle scuole statali e non statali e le loro suddivisione tra i diversi gradi della scuola, si registra la presenza del 90,3 per cento di alunni stranieri in scuole statali, mentre il restante 9,7 per cento risulta iscritto in istituzioni scolastiche non statali;
i Paesi di provenienza degli alunni stranieri, sui 194 censiti dall'Istituto nazionale di statistica, sono ben 191. Nelle scuole della provincia di Bergamo, ad esempio, i dati del 2005 registrano la rappresentanza di 118 cittadinanze, a Perugia 109, a Pesaro 90, a Siena 80, a Latina 78;
nell'analoga indagine avviata dal Ministro Moratti per l'anno scolastico 2003-2004, è significativo il capitolo dedicato a «Esiti in relazione alla complessità della presenza straniera nelle scuole». L'osservazione sull'esito scolastico degli alunni italiani, a confronto con quello degli alunni stranieri, rivela che nelle scuole dove sono presenti alunni con cittadinanza non italiana si riscontra una maggiore selezione nei loro riguardi, che finisce per incidere sui livelli generali di promozione: il divario dei tassi di promozione degli allievi stranieri e di quelli italiani è -3,36 della scuola primaria, -7,06 della secondaria di primo grado, -12,56 della secondaria di secondo grado, in cui più di un alunno straniero su quattro non consegue la promozione. Le regioni con esiti migliori da parte degli allievi stranieri sono quelle del Centro-Nord;
l'indagine del Ministro Moratti ha cercato di chiarire in che modo la dimensione della scuola, la quantità di stranieri rispetto alla popolazione scolastica e la quantità di cittadinanze concorrano al successo o all'insuccesso scolastico;
dai dati ministeriali si rileva che per i diversi ordini di scuola gli alunni stranieri sembrano ottenere maggiori risultati quando sono ridotti di numero;
la densità della presenza di alunni con cittadinanza non italiana in piccole scuole sembra non favorire livelli elevati di esiti positivi. Tale fattore si determina maggiormente nelle scuole secondarie di secondo grado, dove il decremento degli esiti in rapporto alla maggiore consistenza di alunni stranieri è ancora più accentuato: negli istituti di piccole dimensioni con gruppi minimi di studenti non italiani, il tasso di promozione degli alunni stranieri scende dal 93,29 per cento (da 1 a 5) fino al 78,64 per cento (da 11 a 30), se vi sono consistenti gruppi di alunni stranieri. Negli istituti di medie dimensioni (da 101 a 300 alunni complessivi) si passa dal 91,79 per cento al 78,46 per cento; negli istituti maggiormente dimensionati si passa dal 89,87 per cento al 80,26 per cento, ciò vuol dire che il tasso di promozione di alunni stranieri nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è inversamente proporzionale alla dimensione della loro presenza nella scuola;
l'elemento della presenza di molte diverse cittadinanze nelle scuole, pur non coincidendo necessariamente con esiti negativi finali degli alunni stranieri, rappresenta un fattore condizionante del complesso sistema educativo e formativo che influenza l'intera classe;
le sopraccitate analisi sugli esiti scolastici sono importanti poiché consentono di comprendere determinate categorie di alunni per i quali l'obiettivo, oltre a quello degli apprendimenti, è anche quello dell'integrazione del sistema scolastico e del sistema sociale;
questa tipologia di alunni con cittadinanza non italiana consegue determinati esiti scolastici, in rapporto al livello di conoscenza della lingua italiana, alla dimensione temporale di scolarizzazione nel nostro Paese, alle misure di accompagnamento per la loro integrazione all'interno e all'esterno dell'ambito scolastico;
tali misure risultano, infatti, determinate sia dal numero degli studenti stranieri, sia dalle diverse nazionalità presenti nella stessa classe o scuola e dalle conseguenti differenti situazioni culturali e sociali, che generano molteplici esigenze cui dare risposta;
le normative sull'immigrazione del 1998 e del 2002 (testo unico, di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 e legge n. 189 del 2002) contengono indicazioni utili sulla funzione e sull'uso dei cosiddetti «spazi dotati di strumenti appositamente dedicati», demandando alle scuole e agli enti locali l'iniziativa e la gestione di tali spazi e strumenti mirati all'istituzione di percorsi specifici di alfabetizzazione linguistica, di durata variabile;
a istituire classi di inserimento temporaneo, che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test sopra menzionati di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, nonché gli insegnamenti di base previsti dai vigenti programmi scolastici, preparatori e propedeutici all'ingresso nelle classi permanenti;
a prevedere l'eventuale maggiore fabbisogno di personale docente da assegnare a tali classi, inserendolo nel prossimo programma triennale delle assunzioni di personale docente disciplinato dal decreto-legge n. 97 del 2004, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 143 del 2004, alla cui copertura finanziaria si provvede mediante finanziamenti da iscrivere annualmente nella legge finanziaria.
(1-00024)«Gibelli, Lussana, Maroni».
(22 settembre 2006)
premesso che:
rispetto agli altri grandi Paesi dell'Unione europea, di storia immigratoria meno recente, come Germania, Francia e Regno Unito, il nostro Paese ha visto crescere la presenza straniera in tempi molto più brevi e a ritmi intensi;
secondo il rapporto Istat 2006, gli studenti di cittadinanza non italiana sono più che raddoppiati negli ultimi cinque anni, fino a superare quota 430 mila nell'anno scolastico 2005-2006;
le rilevazioni realizzate a livello regionale registrano, infatti, una presenza di alunni stranieri in costante ascesa nella scuola primaria e secondaria di primo grado ed in rapida crescita anche nella scuola secondaria di secondo grado;
le aule scolastiche sono il primo luogo di incontro con la realtà degli immigrati e possono trasformarsi in strumenti di integrazione, obbligando le istituzioni a trovare idonee soluzioni a garanzia del diritto all'istruzione;
il valore dell'istruzione statale è quello di una scuola che deve essere capace di fare integrazione e che non può prevedere discriminazioni;
occorre ridurre la dispersione, superare il disorientamento iniziale e recuperare la motivazione allo studio degli studenti stranieri in difficoltà;
anche se numerose scuole si stanno attrezzando, elaborando piani e percorsi didattici dedicati, l'incremento di studenti stranieri, se da una parte costituisce un arricchimento del profilo culturale, rappresenta un fattore di pressione sul sistema scolastico e non è pensabile che le singole scuole ed i singoli ex provveditorati debbano farsi carico di tale problematica;
sono necessari una grande solidarietà all'interno del sistema dell'istruzione, chiamato a servire una società che sta diventando multietnica, la ricerca di condizioni favorevoli all'inserimento di alunni stranieri nelle scuola primaria e secondaria, in modo da consentirne il pieno espletamento delle proprie potenzialità e il successo formativo e l'eliminazione dei dislivelli linguistici che si possono creare nel cammino di apprendimento della generalità degli alunni;
per superare il disagio della difficile integrazione, che non può gravare sulle famiglie, né su quelle che faticosamente si vanno inserendo, né su quelle italiane, occorre superare la logica dell'emergenza, attivando iniziative volte al rinnovamento dell'organizzazione della didattica per garantire a tutti l'accesso alla conoscenza;
in mancanza di una vera presa in carico del problema, è inevitabile la creazione di sospetti e ingiustizie intorno al problema, nonché di nuovi motivi di diffidenza e di odio reciproco;
a rafforzare la presenza e l'utilizzo, in modo sempre più mirato, della figura del mediatore interculturale professionale e favorirne la formazione di nuovi;
ad attivare percorsi formativi per fornire al personale della scuola strumenti utili e comuni che consentano un efficace approccio alla problematica e la costruzione di percorsi innovativi in risposta al reali bisogni specifici;
a prevedere, anche mediante apposite iniziative, le risorse economiche necessarie per attivare in tempi rapidi corsi di sostegno linguistico, che operino in parallelo alle lezioni, ripristinando la figura del tutor, che potrebbe rivelarsi uno strumento prezioso di ausilio per l'alfabetizzazione, per il sostegno e per il perfezionamento della lingua italiana, non solo degli studenti stranieri ma anche delle loro famiglie, con le quali fungerà da terminale di raccordo.
(1-00165)«Capitanio Santolini, Volontè».
(29 maggio 2007)
premesso che:
l'aumento progressivo negli ultimi anni del numero di alunni stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado rappresenta un dato di grande rilevanza culturale e sociale e coinvolge, in particolar modo, la capacità di accoglienza e di integrazione di tutte le strutture scolastiche, ma anche la sostenibilità di un tale fenomeno per tali strutture, sia sotto il profilo logistico che sotto il profilo didattico;
secondo gli ultimi dati ufficiali del ministero della pubblica istruzione, gli alunni con cittadinanza non italiana sono all'incirca 500.000, con un'incidenza di quasi il 5 per cento sul totale della popolazione scolastica complessiva;
il tasso di crescita dell'ultimo triennio, pari a 60/70 mila unità all'anno, rende presumibile che nei prossimi anni la presenza di alunni stranieri aumenterà con ritmi di crescita estremamente significativi, rendendo la loro presenza nelle nostre scuole un dato non congiunturale ma strutturale;
i cambiamenti per la scuola italiana determinati da tale flusso di nuovi inserimenti di alunni stranieri sono stati estremamente rapidi: si è passati dai 50.000 alunni stranieri dell'anno 1995/1996 ai 430.000 del 2005/2006;
si evidenzia una crescita numericamente rilevante e costante dei minori di origine straniera, che accedono alla scuola dell'obbligo anche ad anno scolastico iniziato e con evidenti difficoltà connesse con la non conoscenza della lingua italiana e/o con percorsi scolastici irregolari e frammentari nel Paese di origine;
si è potuto constatare che l'ingresso di minori stranieri in età scolare interessa in modo costante tutto l'arco dell'anno solare, anche perché connesso con la concessione di nuovi permessi di soggiorno ai fini del ricongiungimento familiare;
il costante arrivo di alunni stranieri, durante l'intero arco dell'anno solare, provoca spesso fenomeni di disorientamento nell'organizzazione e nella didattica, costantemente da ridefinirsi, influendo sul lavoro quotidiano; a ciò si aggiungono le problematicità che tale situazione provoca quando si innesta su contesti che già si caratterizzano per una notevole complessità legata a criticità di ordine sociale, economico, culturale;
i dati a disposizione ci segnalano una crescita significativa di studenti stranieri nella scuola secondaria superiore: più di 80.000 nell'anno scolastico 2005/2006, quasi l'80 per cento iscritti negli istituti tecnici e professionali;
i dati e, soprattutto, le esperienze e le preoccupazioni che arrivano dalle scuole segnalano situazioni di forte concentrazione in singole scuole e territori: una criticità da tenere sotto osservazione e su cui investire;
la mappa della presenza di alunni stranieri è molto disomogenea e differenziata sul territorio nazionale: la presenza di alunni stranieri raggiunge la percentuale del 9,5 per cento in Emilia Romagna, supera l'8 per cento in Lombardia, Veneto e Marche, ma è dell'1 per cento in regioni come Campania e Sicilia;
la tipologia delle presenze evidenzia un panorama scolastico all'insegna della molteplicità delle cittadinanze: sono addirittura 191 i Paesi d'origine degli alunni stranieri nella nostra scuola;
si conferma un aumento significativo dell'incidenza delle cittadinanze dei Paesi dell'Est europeo, Romania soprattutto, che passa, in due anni, dal 9,7 per cento al 12,4 per cento, ma anche Ucraina e Moldavia, mentre è leggermente diminuito il peso della presenza degli alunni stranieri provenienti da Albania e Marocco;
il totale degli alunni con cittadinanza non italiana provenienti da Paesi a prevalente tradizione islamica è circa un terzo del totale degli alunni stranieri, con evidenti problemi di natura religiosa collegati a tale presenza;
alcuni dati del ministero della pubblica istruzione sul ritardo scolastico degli alunni stranieri, inteso come la frequenza di uno o più classi inferiori a quella prevista dall'età anagrafica posseduta, evidenziano come, sin dalla prima classe della scuola primaria, vi sia un ritardo del 10 per cento degli alunni stranieri, che sale al 75,5 per cento nella prima classe della scuola secondaria, con enormi difficoltà di inserimento per questi nuovi alunni;
a limitare in ogni caso, durante l'anno in corso, l'ingresso di nuovi alunni provenienti da Paesi stranieri, in misura tale da non compromettere il regolare svolgimento del percorso didattico annuale;
a prevedere la distribuzione di personale qualificato su base regionale in funzione della presenza diversificata degli alunni stranieri;
a destinare risorse aggiuntive rispetto alla situazione attuale, finalizzate ad un intervento didattico mirato, qualitativamente e quantitativamente consistente e che consenta processi integrativi e di socializzazione nell'istituzione scolastica.
(1-00168)
«Bertolini, Paoletti Tangheroni, Cossiga, Carlucci, Licastro Scardino, Misuraca, Garagnani, Campa, Azzolini, Di Virgilio».
(29 maggio 2007)
premesso che:
l'interdipendenza delle economie, la rapidità degli scambi e dell'informazione si accompagna ad un flusso imponente, che aumenterà sempre di più, di migrazioni e di mobilità di persone tra diversi continenti e Paesi;
secondo le stime attuali (Caritas), gli immigrati nel mondo sono oggi oltre 190 milioni, essendo la migrazione uno dei bilanciamenti delle differenze economico-sociali, dal momento che su una popolazione di oltre 6 miliardi e mezzo solo 960 milioni risiedono in Paesi a sviluppo avanzato;
di fronte alle dimensioni di tale fenomeno, tutti i Paesi hanno cercato soluzioni delineando e concretizzando specifiche politiche sociali, con l'obiettivo principale dell'integrazione piena degli immigrati nel Paese di arrivo e cioè la previsione di diritti e doveri tanto per gli immigrati, quanto per la società che li accoglie. In questo contesto, diventa strategico il ruolo della scuola, che nella sua funzione pubblica è soggetto qualificato, proprio in quanto sede di costruzione di valori - tradotti e traducibili in percorsi di crescita umana e culturale - ed istituzione, plurale e coesa, che si commisura con altre culture, pur senza, con questo, rinunciare alle proprie specificità culturali;
la scuola, infatti, è determinante per la costruzione e condivisione di regole comuni e con la sua azione può, nella vita quotidiana, indurre alle regole democratiche di convivenza e formare alla cittadinanza, trasmettendo le conoscenze storiche, sociali, giuridiche ed economiche del Paese;
attraverso, per esempio, uno studio e un approfondimento della nostra Carta costituzionale, le regole e i diritti sono agevolmente assorbiti, con i valori da essa rappresentati anche dagli studenti non di cittadinanza italiana. L'inserimento positivo in percorsi educativi e formativi di bambini e ragazzi di cittadinanza non italiana deve, però, tenere conto di diversi fattori che ne determinano la complessità: il fattore numerico, con profonde disomogeneità di concentrazione territoriale; la frammentazione etnica, che comporta quasi sempre la presenza contemporanea in classe di alunni provenienti da Paesi di lingua e cultura profondamente diverse tra loro; l'ostacolo di un contesto linguistico spesso totalmente sconosciuto;
dalla lettura del rapporto, pubblicato dal ministero della pubblica istruzione nel dicembre 2006, «Alunni con cittadinanza non italiana - scuole statali e non statali», risulta che nell'anno scolastico 2005/2006 gli alunni di cittadinanza non italiana erano 424.683, con un incremento rispetto all'anno precedente pari a 17,5 per cento e che, per l'anno in corso 2006/2007, il numero stimato è di 485.706 (5,5 per cento dell'intera popolazione scolastica), mentre per il 2010/2011 se ne prevedono 747.678 (8,3 per cento dell'intera popolazione scolastica). Le scuole con incidenza più elevata sono quelle primarie (elementari) e l'area del Paese con incidenza più elevata è il Nord-Est; la provincia con incidenza più elevata è quella di Mantova; il comune capoluogo con l'incidenza più elevata è Milano;
il numero di cittadinanze straniere rappresentate è 191 su 194 cittadinanze straniere esistenti;
il Paese di provenienza più rappresentato, rispetto alla percentuale degli stranieri, è l'Albania, mentre il Paese di provenienza con la maggiore crescita di alunni rispetto all'anno precedente è la Romania: più 50,9 per cento nell'anno scolastico 2004/2005, più 26,7 per cento nell'anno scolastico 2005/2006;
la percentuale di scuole con presenza di alunni con cittadinanza non italiana è pari al 64,5 per cento del totale, ma con una assoluta disomogeneità territoriale, dal momento che Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte assorbono da sole ben oltre la metà di tali studenti;
i dati ci segnalano, quindi, una concentrazione di alunni stranieri in singoli territori e, nell'ambito di questi, in singole scuole;
la presenza di alunni di cittadinanza non italiana è, inoltre, destinata ad aumentare sempre più, in considerazione, tra l'altro, che le donne straniere, come risulta dal recentissimo rapporto Istat - maggio 2007, hanno una propensione ad avere figli doppia di quelle italiane. I bambini di origine non italiana che nascono in Italia, infatti, rappresentano ormai quasi il 10 per cento del totale delle nascite;
oltre alle considerazioni sulla presenza numerica degli alunni di cittadinanza non italiana che frequentano la scuola, va considerato, poi, come ulteriore dato di complessità, il ritardo scolastico, inteso come la frequenza di una o più classi inferiori a quella prevista dall'età anagrafica posseduta. Infatti, gli alunni in ritardo sono complessivamente: nella scuola primaria il 22,5 per cento, nella secondaria di I grado il 54,4 per cento e nella secondaria di II grado il 72,6 per cento (fonte ministero della pubblica istruzione, già citata);
tali dati dimostrano ancora di più quanto sia critico e delicato per l'intera classe, e quindi anche per gli studenti italiani, il momento dell'ingresso dell'alunno straniero a scuola, soprattutto se è un adolescente e arriva ad anno scolastico già iniziato. La presenza di alunni stranieri è un dato strutturale, per cui, al di là delle buone pratiche e delle singole iniziative di integrazione da parte delle scuole, sempre più sole ad affrontare questa emergenza, occorre un impegno organico e un'azione strutturale capace di sostenere l'intero sistema formativo nazionale. L'autonomia non è solitudine e, soprattutto, da sola non basta, in quanto l'accoglienza deve essere un sistema dotato di strumenti e risorse idonee messi a disposizione delle scuole dai diversi soggetti istituzionali, per evitare che un inserimento tout court affievolisca il diritto formativo dell'intera classe;
la consapevolezza del patrimonio di civiltà europea, il dialogo con altre culture e modelli di vita, la garanzia per tutti i cittadini, italiani e non, di acquisire nelle nostre scuole una reale esperienza di apprendimento e di inclusione sociale, sono obiettivi a cui le istituzioni scolastiche devono mirare con il concorso e la collaborazione dei soggetti educativi presenti sul territorio: famiglia, enti locali, università, associazioni e istituzioni a vario titolo interessate;
occorre, dunque, una più concreta e fattiva interazione tra i soggetti istituzionali coinvolti, mirata alla predisposizione di misure di accompagnamento dedicate, finalizzate a dare indirizzo alle scuole e concreto appoggio con risorse umane aggiuntive, figure professionali specifiche (mediatori linguistici e culturali), assegnazione equilibrata di risorse a seconda delle specificità territoriali;
a sostenere e implementare la collaborazione dei centri territoriali permanenti con gli organismi di istruzione e formazione professionale, con particolare riferimento alla lunga e positiva esperienza salesiana, e gli enti locali, per promuovere l'acquisizione dell'italiano scritto e parlato, uno dei fattori principali di successo scolastico e di inclusione sociale, con corsi destinati anche ai genitori degli alunni stranieri;
a prevedere risorse integrate per la realizzazione di un sistema organizzato di corsi di italiano come seconda lingua, propedeutici alla frequenza scolastica, da realizzarsi per la fascia d'età compresa nell'obbligo, all'interno delle istituzioni scolastiche, anche organizzate in rete;
a prevedere, una volta frequentati i predetti corsi, per particolari esigenze didattiche, la formazione temporanea di gruppi omogenei all'interno dell'istituzione scolastica o reti di scuole per la frequenza di laboratori linguistici, finalizzati all'acquisizione di linguaggi specifici, propri delle diverse discipline;
a prevedere per i ragazzi più grandi di oltre 16 anni la frequenza dei corsi presso i centri territoriali permanenti, destinatari di organico dedicato e riorganizzati, così come previsto dall'articolo 1, comma 632, della legge finanziaria per il 2007, su base provinciale e articolati in reti territoriali. Con la frequenza presso i centri territoriali permanenti tali studenti potrebbero, inoltre, assolvere l'obbligo scolastico, o se già assolto, ottenere una qualifica professionale, con la possibilità, qualora lo vogliano, di un rientro nel circuito scolastico;
a promuovere successivamente un'attenta analisi per valutare la ricaduta dell'alfabetizzazione linguistica sui risultati scolastici.
(1-00169)
«Frassinetti, Briguglio, Lo Presti, Castellani, Raisi, Filipponio Tatarella, Armani, Benedetti Valentini, Porcu, Meloni».
(29 maggio 2007)
premesso che:
i cittadini stranieri presenti in Italia sono 3.035.000 e il sensibile aumento registrato nel 2005 è dovuto sia ai nuovi arrivi (187.000) che alle nascite di figli di cittadini stranieri (52.000). Dunque, la popolazione straniera aumenta per effetto non solo dei ricongiungimenti, ma anche per l'incremento dovuto ai bambini stranieri nati in Italia, fenomeno che ha inciso per il 9,4 per cento sulle nascite complessive nel nostro Paese. Dei 585.483 minori stranieri, pari al 19,3 per cento della popolazione straniera stimata come soggiornante in Italia a inizio 2006, il 55,6 per cento risulta nato nel nostro Paese;
l'aumento progressivo negli ultimi anni del numero di alunni stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado rappresenta un dato di grande rilevanza culturale e sociale e interroga, in particolar modo, sulla capacità di accoglienza e di integrazione di tutte le strutture scolastiche, ma anche la sostenibilità di un tale fenomeno per tali strutture, sia sotto il profilo logistico che sotto il profilo didattico;
la presenza di alunni stranieri, pur in percentuale inferiore a quella di altri Paesi europei, è un dato strutturale del nostro sistema scolastico ed in progressivo aumento: gli studenti con cittadinanza straniera sono 431 mila (ministero della pubblica istruzione, «Alunni con cittadinanza non italiana», dicembre 2006) e tra due anni supereranno abbondantemente il mezzo milione: essi incidono mediamente per il 4,8 per cento sul totale della popolazione studentesca, con punte del 6 per cento sugli iscritti nella scuola primaria. I dati a disposizione ci segnalano, inoltre, una crescita nella presenza di allievi stranieri nella scuola secondaria superiore, con una marcata tendenza verso gli istituti tecnici e professionali;
la situazione italiana presenta due principali caratteristiche. La prima è che la presenza di alunni stranieri è molto disomogenea e differenziata sul territorio nazionale. Si va dalla percentuale massima della regione Emilia Romagna, che si avvicina al 10 per cento, all'8 per cento della Lombardia, Veneto e Marche, fino alla percentuale minima della regione Campania, che si avvicina all'1 per cento. L'area geografica del Paese con l'incidenza maggiore è il Nord-Est, con l'8,4 per cento. La provenienza degli alunni stranieri comprende una grande molteplicità di cittadinanze, con un aumento significativo dell'incidenza di cittadinanze dei Paesi dell'Est europeo. Un'altra caratteristica è la rapidità del cambiamento e mobilità delle varie cittadinanze sul territorio, che portano anche a situazioni di concentrazione di alunni stranieri in singole scuole o territori, fenomeno di fronte al quale si pone il problema di un'equilibrata distribuzione delle presenze, attraverso un'intesa fra scuole e reti di scuole in collaborazione con gli enti locali. La costruzione di reti e coordinamenti è anche utile per l'organizzazione di un'offerta formativa che riduca le disuguaglianze e i rischi di esclusione;
la Dichiarazione universale dei diritti umani, all'articolo 2, recita: «ad ogni individuo spettano tutti i diritti e le libertà enunciate nella presente dichiarazione, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione». Principi confermati dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, ratificata dall'Italia con la legge 25 maggio 1991, n. 176, la quale, all'articolo 2, ribadisce: «gli Stati parte si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione pubblica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica e sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza»;
l'Italia ha scelto la piena integrazione di tutti nella scuola, «ivi compresi i minori stranieri presenti nel territorio dello Stato», attraverso lo strumento dell'educazione interculturale, scelta confermata anche dalla recente normativa, «Linee guida per l'accoglienza e l'integrazione degli alunni stranieri» (circolare ministeriale 1o marzo 2006, n. 24), e per la cui realizzazione sono necessari specifici interventi per l'apprendimento della lingua, per l'adeguamento dei programmi, per la formulazione di contenuti e stili educativi interculturali, per il ricorso ai mediatori linguistici culturali in caso di necessità nell'ambito di un'adeguata programmazione;
l'attività di mediazione culturale ha l'obiettivo di facilitare le relazioni tra gli autoctoni ed i cittadini stranieri, con l'intento di promuovere la reciproca conoscenza e comprensione, al fine di favorire un rapporto positivo fra soggetti di culture diverse. Attualmente i mediatori culturali, in prevalenza immigrati, sono circa 2.400, per i tre quarti donne. In 4 casi su 10 hanno un titolo universitario ed hanno conseguito un corso per potersi inserire nel lavoro della mediazione, quasi sempre precario, in prevalenza esplicato nei servizi educativi e sanitari. La maggioranza dei servizi di mediazione culturale è concentrata nel Nord (54,1 per cento) ed al Centro (30,3 per cento);
promuovere una buona competenza nell'italiano scritto e parlato è uno degli obiettivi prioritari dell'integrazione e uno dei principali fattori di successo scolastico. L'apprendimento dell'italiano come seconda lingua deve essere al centro dell'azione didattica. La considerazione del bilinguismo e del plurilinguismo, come fonte di vantaggi cognitivi, deve portare al riconoscimento e alla valorizzazione delle lingue d'origine e del patrimonio linguistico dei ragazzi stranieri;
va, inoltre, considerato l'ordine del giorno, accolto dal Governo, n. 9/1746-bis/157 della legge finanziaria per il 2007, dal quale deriva l'impegno per il Governo di realizzare interventi mirati a colmare il gap tra alunni immigrati e alunni nativi, di adottare un piano di formazione rivolto ai docenti della scuola primaria per l'insegnamento dell'italiano come seconda lingua, di favorire l'inserimento sociale di alunni immigrati anche attraverso l'opera in ambito scolastico di mediatori linguistico-culturali;
a prevedere nel disegno di legge finanziaria per il 2008 risorse finalizzate all'utilizzazione di insegnanti già formati, nel proprio istituto o su coordinamenti di scuole, utilizzando e stimolando la formazione di reti o coordinamenti di più istituzioni scolastiche presenti su un territorio, ai fini dell'integrazione degli alunni stranieri;
a coordinare l'utilizzo, in modo sempre più mirato, dei mediatori culturali, d'intesa con gli enti locali e il ministero della solidarietà sociale, che nel fondo per l'inclusione sociale ha destinato a questa figura apposite risorse;
a favorire iniziative da parte delle istituzioni scolastiche, nell'ambito della loro autonomia organizzativa e didattica, finalizzate alla strutturazione di corsi o di attività che possano facilitare l'apprendimento della lingua italiana come lingua seconda, sulla base delle effettive esigenze degli alunni rilevate in sede di valutazione d'ingresso, adattando anche tutte le possibili modalità organizzative e didattiche; per un pieno inserimento, come indica anche la citata circolare ministeriale, è necessario che l'alunno trascorra il tempo scuola nel gruppo classe, fatta eccezione per progetti didattici mirati e temporanei per l'apprendimento della lingua italiana;
ad attivare un confronto con le esperienze maturate su questa problematica dagli altri Paesi europei con maggiore tradizione immigratoria e ad attivare, altresì, intese con i principali Paesi di provenienza degli alunni stranieri;
a favorire iniziative delle istituzioni scolastiche, nell'ambito dell'autonomia delle medesime, volte a realizzare momenti strutturati di incontro con le famiglie dei ragazzi immigrati per facilitare la conoscenza del sistema scolastico italiano e favorire lo scambio tra la cultura del nostro Paese e quella del Paese d'origine degli studenti immigrati.
(1-00175)
«Froner, Ghizzoni, Frias, Tranfaglia, Boato, Razzi, Sasso, Rusconi, Benzoni, Colasio, Giachetti, Giulietti, De Biasi, Tessitore, Tocci, Villari, Volpini».
(6 giugno 2007)
il neo eletto sindaco di Verona, Flavio Tosi, appena giurato, ha dichiarato di voler sostituire nel suo ufficio municipale la foto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con la foto dell'ex Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, comunicando di aver gia provveduto ad effettuare la richiesta dell'Istituto poligrafico dello Stato della foto del Presidente della Repubblica Pertini, da esporre al posto di quella di Napolitano;
la notizia ha avuto larga eco sui maggiori organi di stampa nazionali, arrecando - ad avviso degli interroganti - grave offesa all'istituzione della Presidenza della Repubblica, quale simbolo dell'unità della nazione -:
se non ritenga opportuno attivarsi affinché sia garantito il rispetto dell'articolo 6 del decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n. 121.
(2-00614) «Fogliardi, Quartiani».
(19 giugno 2007)
numerosi sono i cittadini italiani, forse addirittura 14.000, i quali, a fronte di pratiche trasfusionali effettuate presso enti ospedalieri pubblici, hanno contratto - con gravissimo danno biologico ed alla loro integrità psico-fisica - il virus hcv, che ha di poi cagionato ai medesimi la grave patologia meglio nota come «epatite C»;
molti di essi sono stati oggetto del riconoscimento del beneficio stabilito dalla legge 25 ottobre 1992, n. 210, con il quale lo Stato ha stabilito di riconoscere un seppure minimo indennizzo, a fronte del riconosciuto nesso di causalità fra le trasfusioni effettuate presso le strutture pubbliche ed il contagio verificatosi;
tuttavia, nonostante l'evidente riconoscimento giusta beneficio ex lege n. 210 del 1992 da parte del ministero della sanità del suddetto nesso di causalità fra le trasfusioni effettuate ed il virus contratto, alcun risarcimento del nocumento all'integrità fisica degli aventi diritto è stato erogato dallo Stato, pur a fronte della responsabilità da atto illecito ex articolo 2043 del codice civile e ciò per avere la sanità pubblica omesso colposamente ogni doveroso controllo circa il reperimento del sangue e le trasfusioni contaminanti;
molti sono stati negli ultimi anni i soggetti contagiati da epatite C ad adire l'autorità giudiziaria, al fine di ottenere tale riconoscimento, e in tal senso si è pronunciata più volte sia la magistratura di merito (si veda Trib. Roma 21060 del 27 novembre 1998; idem sez. II, G.U. Lamorgese, del 4-5 giugno 2001 all.ta e sent. 10 marzo 2004 in Foro It., I, 2893, 2004 ed altre conformi), che la magistratura di legittimità;
a fronte di tali pronunce dell'autorità giudiziaria, giusta decreto in data 13 marzo 2002 il Ministro della salute istituiva un apposito «gruppo tecnico», onde fissare i criteri delle transazioni con gli aventi diritto;
con nota protocollo 9266, il direttore generale del ministero della salute, dipartimento della qualità, dottor Filippo Palombo, rendeva note le somme dovute per il sommario risarcimento del danaro ai soli fini transattivi;
con legge 20 giugno 2003, n. 141, e con il successivo decreto del ministero della salute in data 3 novembre 2003 - pubblicato in Gazzetta ufficiale 2 dicembre 2003, n. 280 - veniva riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico a favore degli aventi causa. secondo i criteri e le somme di cui alla citata nota protocollo 9266;
appare pertanto equo ed opportuno, secondo i principi costituzionali che dovrebbero improntare l'azione del ministero della salute a criteri di giustizia ed equità fra tutti cittadini, applicare tali disposizioni e tali principi risarcitori anche a tutti gli altri soggetti contagiati nelle medesime circostanze dal virus dell'epatite C e che, nel frattempo, hanno esperito domande giudiziali per il risarcimento del danno biologico innanzi all'autorità giudiziaria -:
quali siano le intenzioni del ministero della salute nei confronti degli aventi diritto al risarcimento per contagio da epatite C da trasfusione ed aventi procedimenti giudiziari pendenti;
se sia intenzione o meno dar corso, secondo criteri di equità e giustizia, a procedure transattive delle cause pendenti secondo i criteri risarcitori già stabiliti con legge 20 giugno 2003, n. 141, con il successivo decreto del ministero della salute in data 3 novembre 2003 - pubblicato in Gazzetta Ufficiale 2 dicembre 2003, n. 280 - e con la nota protocollo 9266 della direzione generale del ministero della salute, dipartimento della qualità.
(2-00586)
«Rositani, Giulio Conti, Patarino, Holzmann, Briguglio, Frassinetti, Moffa, Germontani, Scalia, Consolo, Menia, Mancuso, Amoruso, Salerno, Antonio Pepe, Benedetti Valentini, Filipponio Tatarella, Bertolini, Baiamonte, Bellotti, Bocciardo, Adornato, Ricevuto, Di Virgilio, Buontempo, Licastro Scardino, Iannarilli, Tassone, Forlani, Castellani, Porcu, Martinelli, Minasso, Urso, Contento, Leo, Proietti Cosimi, Gamba, Garnero Santanché, Armani, Lamorte, Ulivi».
(6 giugno 2007)
nel 1859 Alessandro Torlonia fondò a Roma, nel quartiere Trastevere, un museo di scultura antica greca e romana, che, nelle sue settantasette sale, ospitava ben 620 sculture provenienti dalle più importanti collezioni private, appartenenti alle famiglie dei Giustiniani, dei Cavaceppi, dei Vitali, degli Albacini, dei Savelli, dei Caetani, dei Cesarini e degli Orsini;
successivamente la collezione si è arricchita di ulteriori opere, a seguito degli scavi effettuati nei possedimenti familiari dei Torlonia: dalla Villa dei Quintili a quelle di Massenzio e dei Gordiani, dall'area del porto di Traiano a Fiumicino a quella del Fucino, da Centocelle e Villa Adriana, a Cerveteri, ad Anzio e ad altre località del Lazio;
il Museo Torlonia è stato fino a metà del XIX secolo accessibile su richiesta degli interessati, ma successivamente ne è stata impedita l'apertura al pubblico, a causa del venir meno dell'attività di manutenzione delle opere;
negli anni settanta, le settantasette sale del museo sono state trasformate, abusivamente, in novantatre miniappartamenti, immediatamente affittati, e le seicentoventi antiche sculture greche e romane sono state trasferite ad ammassate in altri ed inidonei locali, compromettendo così sia la conservazione che il valore artistico delle stesse;
nel 1948 la collezione Torlonia è stata oggetto di notifica da parte dell'allora Ministro della pubblica istruzione, ai sensi e per gli effetti della legge n. 1089 del 1939, recante disposizioni in materia di «Tutela delle cose d'interesse artistico e storico», in quanto rientrante tra i beni mobili che «per tradizione, fama e caratteristiche ambientali, rivestono come complesso un eccezionale interesse artistico e storico»;
in base alla medesima legge, la notifica, indirizzata ai proprietari, ai possessori o ai detentori a qualsiasi titolo dei beni in oggetto, oltre a riconoscere a questi ultimi un interesse particolarmente importante, ne condiziona l'eventuale smembramento all'autorizzazione da parte del Ministro della pubblica istruzione, in quanto opera artisticamente protetta;
come accertato dalla Corte di cassazione, con sentenza del 27 aprile 1979, il trasferimento delle sculture della collezione Torlonia da un museo vero e proprio a locali del tutto inidonei ne ha di fatto determinato «la morte dal punto di vista culturale», cagionando alla collettività un notevole danno pubblico, nonché culturale;
è interesse della collettività che sia recuperata al più presto la possibilità di godere della impareggiabile bellezza della collezione medesima, segnatamente nel luogo originario sito in Roma, via della Lungara 3 -:
se e quali misure istituzionali il Ministro interpellato intenda adottare, anche attraverso un piano straordinario di interventi, al fine di recuperare la collezione Torlonia nella sua interezza ed unitarietà e di garantirne la pubblica fruizione, la valorizzazione, nonché un'adeguata conservazione nella sede originaria.
(2-00602) «Fabris, Capotosti».
(13 giugno 2007)