TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 188 di Giovedì 12 luglio 2007

MOZIONI SULLE INIZIATIVE IN FAVORE DEL POPOLO SAHARAWI

La Camera,
premesso che:
il protrarsi del conflitto, ormai più che trentennale, nel Sahara occidentale obbliga all'esilio tanti saharawi, mentre la popolazione che vive nei territori occupati dal Regno del Marocco è vittima di inammissibili violazioni dei propri diritti umani;
l'Onu, nel corso degli anni, mediante risoluzioni dell'Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza, ha riaffermato più volte il diritto all'autodeterminazione del popolo saharawi e ha presentato diversi piani di regolamento per la soluzione del conflitto, come il piano di regolamento delle Nazioni Unite, approvato dal Consiglio di Sicurezza con risoluzioni n. 658 del 27 giugno 1990 e n. 690 del 29 aprile 1991, gli accordi di Houston firmati nel settembre 1997 dalle due parti in conflitto e il piano Baker III per l'autodeterminazione del popolo saharawi, elaborato su richiesta del Consiglio di sicurezza e da questo approvato con risoluzione n. 1495 del 31 luglio 2003;
la soluzione della questione del Sahara occidentale non può che avvenire mediante la libera espressione della scelta del popolo saharawi sul proprio avvenire, mediante un libero referendum per l'autodeterminazione, cui la comunità internazionale non può ormai più derogare;
il rappresentante italiano nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, nella riunione del 30 aprile 2007, ha espresso voto favorevole sulla risoluzione n. 1754, che invitava le parti ad un negoziato diretto sotto l'egida dell'Onu;
il negoziato in questione ha avuto inizio nel mese di giugno 2007 e proseguirà nel mese di agosto 2007;

impegna il Governo:

a mettere in pratica ogni iniziativa per giungere ad una soluzione condivisa e definitiva del conflitto nel Sahara occidentale, nell'ambito di quanto stabilito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;
ad adoperarsi affinché abbia termine il dramma umanitario che il popolo saharawi vive da più di trent'anni in violazione dei propri fondamentali diritti umani;
a riconoscere alla rappresentanza in Italia del Fronte polisario lo status diplomatico, come è stato fatto in passato per altri movimenti di liberazione riconosciuti dall'Onu come interlocutori ufficiali in processi di pace;
ad assumere iniziative volte a conseguire la soluzione del conflitto mediante la piena accettazione delle parti del principio del diritto all'autodeterminazione del popolo saharawi, senza presupporre, in nessun caso, alcun diritto di sovranità del Regno del Marocco sul Sahara occidentale finché non si sia pronunciato, mediante referendum, liberamente e democraticamente il popolo saharawi.
(1-00159)
(Nuova formulazione) «Leoni, Meloni, D'Elia, De Simone, D'Antona, Forlani, Giulietti, Mantovani, Mariani, Motta, Venier, Mellano, Scotto, Giancarlo Giorgetti, Boato, Leoluca Orlando, Burgio».
(10 maggio 2007)

La Camera,
premesso che:
la grave situazione in cui versa da decenni il popolo saharawi resta una priorità della comunità internazionale, che deve accrescere i propri sforzi per riportare l'area del Sahara occidentale in una situazione di normalità;
l'Onu, attraverso risoluzioni dell'Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza, ha riaffermato più volte la necessità di arrivare ad una soluzione politica, giusta, duratura e condivisa, che tenga conto dei diritti del popolo saharawi;
il Consiglio di sicurezza dell'Onu, nell'ultima risoluzione n. 1754 del 30 aprile 2007, ha preso nota della proposta per la negoziazione di uno statuto d'autonomia per la regione del Sahara occidentale;
negli ultimi mesi sono stati fatti numerosi passi avanti per la risoluzione di tale drammatico problema, non solo nel Consiglio di sicurezza, ma anche nel corso della riunione di Manhasset del 18 e 19 giugno 2007;

impegna il Governo:

ad attivarsi affinché si arrivi, in tempi brevi, ad una soluzione condivisa nell'interesse del popolo saharawi, nel quadro di riferimento delle Nazioni Unite;
a favorire il processo di pace affinché, nelle prossime riunioni di proseguimento delle negoziazioni, iniziate a Manhasset, si arrivi ad una vera e propria soluzione politica democratica del conflitto, che tenga conto del dramma in cui vive il popolo saharawi;
a promuovere il diretto coinvolgimento delle popolazioni interessate nella soluzione della crisi, favorendo il dialogo con tutte le organizzazioni rappresentative;
ad incoraggiare, in sintonia con l'impegno già profuso a livello internazionale, il dialogo tra le parti per una soluzione definitiva nell'ottica della stabilizzazione di tutta la regione del Maghreb.
(1-00203)
«Fabris, Cioffi, Morrone, Satta, Picano, D'Elpidio».
(10 luglio 2007)



INTERPELLANZE URGENTI

A)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro per l'attuazione del programma di Governo, per sapere - premesso che:
la Commissione parlamentare di controllo sull'attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, dal marzo 2007, sta svolgendo un'indagine conoscitiva sulla situazione organizzativa e gestionale degli enti pubblici e sulle eventuali prospettive di riordino;
nell'ambito del ciclo di audizioni previste sono già stati auditi, tra gli altri, il Ministro del lavoro e della previdenza sociale e il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, rispettivamente in data 31 maggio e 7 giugno 2007;
il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, pur ricordando che il tema dell'unificazione degli enti previdenziali è stato posto dal Presidente del Consiglio dei ministri all'interno dei dodici punti prioritari del Governo anche al fine di reperire una quota di risorse necessarie per le manovre economiche, mediante una razionalizzazione della spesa, che passa anche attraverso l'unificazione degli enti, non ha, tuttavia, chiarito quale sia la tempistica di tale unificazione e con quali provvedimenti normativi o regolamentari si intenda dare avvio a tale processo di riforma, né tanto meno in che forma si intendano coinvolgere «in sedi sufficientemente autorevoli» le parti sociali e gli enti di previdenza pubblici in tale progetto; il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione ha affermato che «in un'ottica di riforma, si potrebbe, allora, ipotizzare un processo di unificazione degli enti, preceduto da un percorso di collaborazione e sinergia più stringente, tale da mettere in comune una serie di servizi e prestazioni secondo standard e livelli di performance uniformi ed elevati» e che «il Governo intende, dunque, procedere verso l'unificazione degli enti previdenziali attraverso un percorso graduale e sinergico»;
il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione ha altresì affermato che «occorrerà, pertanto, lavorare ad un vero e proprio piano per la ricollocazione del personale degli enti che saranno soppressi, coinvolgendo nel disegno di riforma anche il Ministero del lavoro e della previdenza sociale ed il Ministero dell'economia e delle finanze»;
nel corso di un convegno sull'unificazione degli istituti di previdenza, promosso dall'università degli studi Roma tre, lo stesso giorno in cui si svolgeva l'audizione del Ministro per le riforme e l'innovazione nella pubblica amministrazione Nicolais, sembrerebbe che il Ministro per l'attuazione del programma di Governo abbia detto che è già pronto un provvedimento amministrativo di unificazione degli enti -:
quale sia il provvedimento al quale si riferiva il Ministro per l'attuazione del programma di Governo e se, per procedere all'accorpamento degli enti, il Governo intenda utilizzare i commi da 482 a 484 dell'articolo 1 della legge finanziaria per il 2007, che prevedono il termine del 30 giugno 2007 per l'adozione dei relativi regolamenti di delegificazione.
(2-00606)«La Russa, Lo Presti».
(14 giugno 2007)

B)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, il Ministro dell'università e della ricerca, per sapere - premesso che:
l'ipotizzata istituzione del nuovo profilo professionale dell'odontotecnico è basata sull'assunto di una presunta assimilabilità delle arti ausiliarie delle professioni sanitarie alle professioni sanitarie propriamente dette, trasposto nel nostro ordinamento con la legge 26 febbraio 1999, n. 42;
tale «intuizione» - in conseguenza della quale gli odontotecnici possono essere considerati una professione sanitaria - non ha trovato da parte della giurisprudenza un'accoglienza favorevole, né in ambito nazionale, né in quello comunitario;
sullo schema di decreto concernente l'individuazione della figura professionale e del relativo profilo professionale dell'odontotecnico predisposto nel 2002 ed oggi reiterato, infatti, si era già espresso negativamente il Consiglio di Stato, il quale aveva - altresì - concluso che, a seguito della emanazione del nuovo titolo V della Costituzione, che ha iscritto la materia delle «professioni» e della «salute» tra quelle di legislazione concorrente, è da escludere che lo Stato possa disciplinare le materie predette nella loro intera estensione e, per giunta, a livello regolamentare;
appare dubbia, in quest'ottica, la legittimità del percorso istituzionale scelto, che prevede il ricorso a decreti ministeriali senza la necessaria approvazione di una legge ordinaria in materia;
l'articolo 5 della legge 1o febbraio 2006, n. 43, subordina - altresì - l'individuazione di nuove professioni sanitarie a una seria definizione, sinora mai effettuata, del fabbisogno di tali profili professionali e il comma 5 del citato articolo, in particolare, prevede testualmente che: «la definizione delle funzioni caratterizzanti le nuove professioni avviene evitando parcellizzazioni e sovrapposizioni con le professioni già riconosciute o con le specializzazioni delle stesse»;
tale schema di decreto contravviene, inoltre, a quanto previsto nella direttiva 93/42 - recepita nell'ordinamento italiano - la quale definisce gli odontotecnici come fabbricanti ed addetti alla produzione di manufatti individuali e, dopo il conseguimento del diploma professionale, appartenenti alle attività riconosciute dall'artigianato;
a questo proposito, il tentativo di dare una dimensione professionale alla figura dell'odontotecnico attraverso una laurea triennale abilitante - oltre a non trovare analogie a livello europeo, con il rischio dell'eventuale apertura di una procedura di infrazione nei riguardi dell'Italia - costituirebbe soltanto il presupposto per una sovrapposizione di competenze senza alcun miglioramento degli attuali livelli di assistenza;
si verrebbero a creare, in sostanza, due figure - entrambe con competenze in campo protesico - contribuendo a generare confusione di ruoli indistinguibili per il cittadino, con un obiettivo incentivo al malcostume e all'esercizio abusivo della professione e gravi rischi connessi alla difesa da pericolose e letali patologie trasmissibili attraverso cure non controllate, praticate da soggetti non qualificati;
in Italia, attualmente, l'assistenza odontoiatrica è garantita da circa 52.000 medici iscritti al relativo albo professionale, mentre secondo un'analisi degli studi di settore relativa agli anni 2001-2004 sarebbero presenti sul territorio nazionale circa 23.000 odontotecnici inseriti in 5.000 laboratori, per cui l'eventuale sanatoria degli attuali esercenti l'attività artigianale odontotecnica condurrebbe ad un totale di addetti in ambito odontoiatrico sanitario (considerando anche circa 5.000 igieniste dentali) di circa 80.000 sanitari;
attraverso l'ipotizzata istituzione di questo nuovo profilo professionale, infine, si tende ancora una volta a trasformare il cittadino-paziente in un consumatore di servizi, senza alcuna preoccupazione nel distinguere tra prestazione sanitaria svolta nell'ambito del rapporto medico-paziente, da un lato, e attività imprenditoriale finalizzata all'incremento dei profitti, dall'altro -:
quali iniziative il Governo intenda porre in essere per evitare l'istituzione del profilo professionale dell'odontotecnico, che - come ampiamente dimostrato - rischierebbe di provocare danni alla migliore tutela della salute, comportando lesioni anche ai legittimi esercenti l'odontoiatria, nonché agli stessi odontotecnici che vedrebbero probabilmente chiuse le attuali scuole, con conseguente perdita di posti di lavoro e di professionalità.
(2-00653)
«Marinello, Angelino Alfano, Lo Presti, Casero, Scalia, Romele, Stagno D'Alcontres, Giuseppe Fini, Uggè, Cossiga, D'Ippolito Vitale, Fabbri, Zorzato, Compagnon, Boscetto, Gioacchino Alfano, Osvaldo Napoli, Zanetta, Biancofiore, Franzoso, Mazzaracchio, Galli, Palmieri, Fasolino, Gelmini, Vitali, Laurini, Azzolini, Forlani, Verro, Di Virgilio, Ruvolo, Misuraca, Garagnani, Bertolini, Caligiuri, Porcu, Paoletti Tangheroni, Germontani, Lazzari».
(5 luglio 2007)

C)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture, per sapere - premesso che:
la legge 21 dicembre 2001, n. 443, individuava 125 grandi opere infrastrutturali da realizzare su tutto il territorio italiano;
nella regione Friuli Venezia Giulia erano state programmate le seguenti opere improntate a favorire la competitività e la coesione territoriale:
a) ampliamento a tre corsie del tratto Quarto d'Altino-Villesse;
b) raccordo autostradale Villesse-Gorizia;
c) collegamento autostradale A27-A23;
d) completamento corridoio V;
e) messa in sicurezza della strada statale n. 354;
f) grande viabilità triestina;
g) alta velocità/alta capacità Venezia-Trieste;
h) piattaforma logistica del porto di Trieste;
il Ministro interpellato ha indicato al Presidente del Consiglio dei ministri un piano nel quale le opere sono state ridotte a 50, delle quali 4 relative all'alta velocità. Fra queste rientra il completamento del corridoio V;
le potenzialità di questo corridoio e delle altre opere previste inizialmente sono basate sul fatto che attraversa un ampio bacino naturale di traffici, dove ormai sono diventati estremamente importanti gli scambi tra l'Italia e i Paesi attraversati direttamente dal corridoio (Slovenia, Ungheria) o dalle sue diramazioni (Croazia, Bosnia Erzegovina, Repubblica federale di Jugoslavia, Slovacchia) o che gravitano su di esso (Repubblica ceca a nord, Romania a sud);
l'11 giugno 2007 a Gorizia il Ministro interpellato invitava le regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto a risolvere la questione dei tracciati;
nonostante l'esperienza positiva del commissario per il passante di Mestre, che ha contribuito ad accorciare i tempi complessivi di realizzazione dell'opera, il Ministro interpellato si è dichiarato contrario alla nomina di un commissario straordinario per la realizzazione della Terza corsia -:
quali siano stati i criteri utilizzati per effettuare la selezione delle opere;
se siano state stanziate risorse sufficienti per il completamento del corridoio V;
perché non ritenga utile la nomina di un commissario per la realizzazione della terza corsia e se le risorse a disposizione siano sufficienti alla realizzazione della stessa;
se non ritenga necessario e strategico per lo sviluppo della regione Friuli Venezia Giulia e dell'intero Nord-Est procedere ed in che tempi alla realizzazione completa delle opere previste originariamente.
(2-00656)
«Compagnon, Adolfo, Ciro Alfano, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Ciocchetti, D'Agrò, D'Alia, De Laurentiis, Delfino, Dionisi, Drago, Forlani, Formisano, Galati, Galletti, Giovanardi, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Oppi, Peretti, Pisacane, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tabacci, Tassone, Tucci, Vietti, Zinzi».
(10 luglio 2007)

D)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri delle infrastrutture e dell'economia e delle finanze, per sapere - premesso che:
a seguito degli eventi eccezionali del 1966 che hanno determinato l'allagamento della città di Venezia è stata promulgata una legge, la legge n. 171 del 1973, recante «Interventi per la salvaguardia di Venezia»;
l'articolo 1 della riferita legge n. 171 del 1973 ha stabilito che «la salvaguardia di Venezia è problema di preminente interesse nazionale» e che «la Repubblica garantisce la salvaguardia dell'ambiente paesistico, storico, archeologico ed artistico della città di Venezia e della sua laguna», con il corollario che «perseguimento della predetta finalità concorrono, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze, lo Stato, la regione e gli enti locali»;
la stessa legge n. 171 del 1973 ha previsto, con la disposizione di cui all'articolo 7, che lo Stato provvedesse alla realizzazione degli interventi preordinati alla regolazione dei livelli massimi in laguna;
l'articolo 3 della legge n. 798 del 1984, recante «Nuovi interventi per la salvaguardia di Venezia», prevede la realizzazione, tra l'altro, degli interventi preordinati alla regolazione delle maree nel rispetto dei principi di gradualità, reversibilità e sperimentalità, di cui al voto n. 209 del 1982 del Consiglio superiore dei lavori pubblici;
la suddetta opera è ricompresa nel piano generale degli interventi, approvato dal comitato misto il 19 giugno 1991;
ai sensi dell'articolo 3 della legge n. 139 del 1992, il ministero delle infrastrutture (allora ministero dei lavori pubblici) è tenuto a realizzare le opere volte alla salvaguardia di Venezia nel rispetto del menzionato piano generale degli interventi, approvato dal comitato misto per Venezia il 19 giugno 1991;
sulla base delle leggi sopra richiamate, è stato redatto il progetto preliminare di massima, il progetto di massima e, quindi, il progetto definitivo delle opere di regolazione delle maree da realizzare alle tre bocche di porto (sistema Mose);
sul progetto preliminare di massima si è positivamente espresso, oltre al comitato tecnico di magistratura in data 17 novembre 1989 e 6 dicembre 1989, anche il Consiglio superiore dei lavori pubblici, con voto n. 540/89-625/89 del 15 marzo 1990;
sul progetto di massima si è ulteriormente espresso lo stesso Consiglio superiore dei lavori pubblici, sia con voto n. 48 in data 18 ottobre 1994 sia con voto n. 19 del 26 febbraio 1999;
le opere di regolazione delle maree (sistema Mose) sono state inserite nel 1o programma delle infrastrutture strategiche approvato ex lege n. 443 del 2001 dal Cipe, con delibera 21 dicembre 2001, n. 121;
successivamente, veniva redatto il progetto definitivo;
il comitato di indirizzo coordinamento e controllo, acquisito sul progetto definitivo, ai sensi dell'articolo 3, comma 4, della legge n. 139 del 1992, il parere del comune di Venezia, del comune di Chioggia e della regione Veneto, disponeva, con delibera del 3 aprile 2003, che si procedesse alla redazione della progettazione esecutiva ed alla realizzazione dei lavori;
il progetto definitivo veniva approvato con decreto presidenziale 16 gennaio 2003, n. 8721, del presidente del magistrato alle acque di Venezia;
sul progetto definitivo esprimeva il proprio parere vincolante la commissione per la salvaguardia di Venezia in data 26 gennaio 2004;
il comitato misto per Venezia, con delibera del 22 novembre 2006, valutata l'insussistenza, a seguito di approfondite valutazioni e confronti tecnici, di valide alternative alle opere progettate, approvate ed in avanzata esecuzione, confermava che si sarebbe dovuto procedere nella realizzazione delle opere che costituiscono il sistema Mose;
secondo le previsioni contrattuali il rispetto dei tempi esecutivi, che verranno a spirare entro l'anno 2012, è condizionato dal rispetto delle erogazioni finanziarie ipotizzate;
peraltro, un costante flusso di finanziamento è indispensabile, al fine di evitare che le opere sino ad ora realizzate siano gravemente pregiudicate sotto il profilo dell'efficienza e della durabilità, in quanto interventi eseguiti per lo più in acqua;
secondo quanto reso noto agli organi di informazione, con il disegno di legge finanziaria per il 2008 sarebbe dovuto essere destinata alla realizzazione delle opere di regolazione delle maree, nell'ambito delle risorse da impiegare per l'attuazione delle infrastrutture strategiche già programmate, la somma di euro 550 milioni;
da più recenti notizie è emerso che il suddetto finanziamento sarebbe stato stralciato per essere destinato ad altri interventi diversi dalle opere di regolazione delle maree -:
se corrisponda all'effettiva intenzione dei Ministri interpellati omettere di destinare il finanziamento di euro 550 milioni allo sviluppo dei lavori volti alla realizzazione del sistema Mose in difformità a quanto inizialmente previsto e dichiarato;
nel caso in cui fosse confermato che effettivamente il riferito finanziamento non sarà destinato alla realizzazione del sistema Mose, con quali modalità e risorse si intende rispettare il programma di sviluppo delle attività e gli obblighi contrattuali, al fine di permettere il sollecito completamento dei lavori, la cui esecuzione, peraltro, determina alcuni disagi che saranno evidentemente aggravati dal prolungamento delle attività connesse alla limitazione delle risorse finanziarie;
come potrà evitarsi il depauperamento dei lavori già realizzati per effetto del mancato sviluppo della fase esecutiva secondo i programmi concordati;
quale effetto avrà il rallentamento dei flussi finanziari sulle opere e, più in generale, sul programma di salvaguardia di Venezia, che, con la carenza di risorse, sarà ulteriormente e gravemente differito, peraltro in totale violazione dei principi e delle norme di legge che disciplinano la materia.
(2-00660)
«Elio Vito, Leone, Adornato, Brancher, Campa, Giuseppe Fini, Fratta Pasini, Gardini, Milanato, Mistrello Destro, Paniz, Valentini, Zorzato, Di Cagno Abbrescia, Fasolino, Germanà, Lupi, Mondello, Osvaldo Napoli, Paroli, Simeoni, Stradella, Tortoli, Angelino Alfano, Armosino, Casero, Crosetto, Giudice, Marras, Ravetto, Verro».
(10 luglio 2007)

E)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri delle infrastrutture, dei trasporti e dell'economia e delle finanze, per sapere - premesso che:
i lavori di completamento del 2o lotto penetrazione urbana (nodo di Napoli) - S. Giovanni Barra e dell'impianto dinamico polifunzionale di Napoli, dell'area Centro Sud hanno bisogno ancora di un anno circa di tempo per la loro realizzazione;
non si giustificano, alla luce dei lavori da realizzare, né le pressioni che informalmente verrebbero effettuate su alcune specifiche professionalità, paventando anche esuberi non accertati, né tanto meno l'invio remunerato in trasferta, nell'area Centro Sud di Napoli, di numerosi dipendenti provenienti da altre aree operative specie dall'area Centro Ovest (sede di Roma);
dette trasferte sembra occorrano specialmente per la realizzazione della stazione «Campania», ubicata nel comune di Afragola (Napoli) e ricadente territorialmente nelle competenze dell'area Centro Sud, la cui consegna lavori era prevista nel febbraio 2007, mortificando di fatto le professionalità che già operano quotidianamente nell'area Centro Sud;
tale modus operandi immancabilmente ci riporta a rimarcare alcune carenze progettuali riscontrate nella realizzazione della stazione Porta di Afragola;
infatti, risulta agli interpellanti che:
a) i lavori per la realizzazione della stazione Porta Afragola-Campania, importo di gara euro 70.000.000,00, sono stati aggiudicati, con un ribasso del 15,6 per cento, all'associazione temporanea d'impresa Sacaim;
b) si tratta di appalto integrato, ovvero appalto in cui, dopo l'aggiudicazione della gara, Italferr ha effettuato la consegna delle prestazioni, avvenuta nel luglio del 2006, dopo di che l'impresa aggiudicataria (Sacaim) ha dovuto produrre il progetto esecutivo entro i successivi 150 giorni;
c) successivamente Italferr ha avuto 60 giorni di tempo per redigere il verbale d'approvazione e, quindi, la successiva definitiva consegna per l'inizio dei lavori;
d) dopo la consegna delle prestazioni, avvenuta a luglio 2006, l'impresa aggiudicataria ha fatto una prima verifica del progetto di gara ed avrebbe evidenziato che mancava del tutto la parte relativa alla progettazione dell'indagine archeologica;
e) Italferr, verificato ciò, avrebbe affidato l'incarico di predisporre la progettazione ed effettuare l'indagine archeologica alla stessa associazione temporanea d'impresa Sacaim;
f) tale mancanza avrebbe comportato un aumento dei costi di circa euro 1.000.000,00, che sarebbe stato concordato con la stessa impresa;
g) alla seconda verifica del progetto esecutivo l'impresa Sacaim avrebbe riscontrato errori progettuali, che avrebbero inciso notevolmente sulla valutazione dell'importo e sui tempi di realizzazione dell'opera;
h) infatti, secondo il progetto esecutivo, redatto sempre dall'associazione temporanea d'impresa Sacaim, si riscontrerebbe un aumento del 30 per cento circa dell'importo d'asta aggiudicato -:
se risulti vero che il progetto di realizzazione della stazione Porta di Afragola, vincitore della gara internazionale, ha le gravi lacune evidenziate;
se oggi, ancora prima di iniziare i lavori, l'importo degli stessi sia aumentato e, in caso affermativo, di quale importo;
se l'invio di personale da Roma a Napoli sia connesso con le suddette carenze progettuali;
se risulti vera la prossima emanazione da parte del nuovo amministratore delegato di Italferr di un ordine di servizio che accorpa l'area Centro Sud (Napoli) con l'area Centro Ovest (Roma) per evitare resistenze del personale interessato, sempre in rapporto alle difficoltà progettuali;
quale compito di ispezione e sorveglianza stia effettuando il presidente di Italferr ed amministratore delegato di Ferrovie dello Stato.
(2-00643) «Nespoli, Moffa, Menia».
(3 luglio 2007)

F)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della difesa, per sapere - premesso che:
sembrerebbe prossimo il cambiamento di destinazione o la chiusura della scuola allievi carabinieri «Piemonte» di Moncalieri, tanto che l'attuale corso potrebbe essere l'ultimo;
in alternativa, si ipotizza il futuro trasferimento del battaglione carabinieri da Moncalieri a Fossano, anche se appare poco credibile, in considerazione del fatto che i militari del battaglione in questione vengono impiegati prevalentemente nel capoluogo regionale per servizi di ordine pubblico e vigilanza ad obiettivi fissi; inoltre, la sua dislocazione a Fossano sarebbe antieconomica e dispendiosa in termini di risorse umane e materiali;
la scuola allievi impiega numeroso personale civile del comune di Fossano e dei comuni vicini (circa 50 dipendenti) per le proprie esigenze logistiche;
alcune strutture militari della provincia di Cuneo, come la scuola allievi della guardia di finanza di Mondovì e la scuola dei marescialli della guardia di finanza di Cuneo sono già state soppresse -:
quali siano le iniziative urgenti adottate al fine di evitare la chiusura della scuola allievi, considerato che la presenza degli allievi carabinieri è una risorsa rilevante in termini umani ed economici, che ha risvolti positivi su tutto il tessuto sociale.
(2-00655) «Delfino, Volontè».
(10 luglio 2007)

G)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, per sapere - premesso che:
il consiglio regionale della regione autonoma Valle d'Aosta ha approvato il 19 aprile 2007 il testo di legge, di cui all'articolo 15, secondo comma, dello statuto speciale, recante «modificazioni alle leggi regionali 12 gennaio 1993 n. 3 (norme per le elezioni del consiglio regionale della Valle d'Aosta), e 17 marzo 1986, n. 6 (funzionamento di gruppi consiliari)»;
all'articolo 7 (modificazioni all'articolo 6) si legge che «la lista dei candidati deve essere corredata dai moduli di cui all'articolo 7, comma 4, contenenti le firme di non meno di 1.000 e non più di 1.500 elettori»;
quindi, più chiaramente, per le nuove formazioni politiche é necessario avere 1000 firme di appoggio al fine di essere presenti alle elezioni regionali;
la Valle d'Aosta ha circa 80.000 elettori e, normalmente, 56.000 votanti;
l'intera popolazione è di circa 120.000 persone;
alla materia de quo si applica l'articolo 122, primo comma, della Costituzione e la legge 2 luglio 2004, n. 165, i cui principi generali sono per un verso quello di agevolare le maggioranze stabili, ma, per altro verso, quello di assicurare la rappresentanza delle minoranze;
l'adozione di questi limiti contrasta, secondo gli interpellanti, con la legge generale 17 febbraio 1968, n. 108, che, però, è riferita alle regioni a statuto ordinario. Ora, pur essendo vero che in buona sostanza non vi sia una normativa generale riferentesi alle regioni a statuto speciale, appare altrettanto vero che questo tipo di metodo per presentare le liste non è peculiare di tali regioni. In sostanza la democrazia rappresentativa ha le stesse esigenze da qualsiasi parte, però, per quanto riguarda la Valle d'Aosta, ad avviso degli interpellanti, vi è una discrepanza inaccettabile in aperto contrasto con i principi di cui alla legge 2 luglio 2004, n. 165. Si pensi, ad esempio, che la regione Marche prevede da 350 a 700 firme per una circoscrizione con 250.000 abitanti e, quindi, il doppio della Valle d'Aosta. Su questi limiti si situano le altre regioni;
praticamente è come se l'Italia richiedesse per la presentazione di una lista la firma di 60.000 persone;
è chiaro che tale norma è stata concepita per evitare il proliferare di nuovi partiti, salvaguardando gratuitamente quelli esistenti;
le funzioni prefettizie in Valle d'Aosta sono svolte dal presidente della regione e, quindi, appare assai difficile che questi impugni la norma che ha promulgato -:
se, ove ritenga che la norma sopra descritta non sia coerente con la Costituzione e le leggi costituzionali che la riguardano, intenda promuovere, su di essa, la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte costituzionale.
(2-00659) «Maroni, Brigandì, Alessandri».
(10 luglio 2007)

H)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri e i Ministri degli affari esteri e della difesa, per sapere - premesso che:
il Governo italiano negli ultimi anni ha investito numerosi milioni di euro per la riforma del sistema giudiziario in Afghanistan;
nonostante siano stati fatti enormi sforzi, anche nell'ultimo anno, per stabilire regole democratiche e rispettose dei diritti umani e civili nel sistema giudiziario afgano, siamo in presenza, però, di un apparato che presenta ancora gravi lacune e inefficienze tali da minare alla radice la certezza del diritto nel Paese;
sono numerosi i casi giunti all'attenzione della comunità internazionale, che hanno messo in evidenza le criticità tutt'ora presenti in Afghanistan;
il 21 maggio 2007 Malalai Joya, la parlamentare afghana che dal dicembre 2003 denuncia instancabilmente la presenza di signori della guerra fondamentalisti nelle istituzioni afgane, è stata espulsa dal Parlamento, interdetta a uscire dal Paese e oggetto di un procedimento penale per aver espresso in un'intervista a Tolo Tv, un canale privato locale, una dura condanna nei confronti del Parlamento afgano; nello stesso Parlamento, esattamente un anno fa, nel maggio del 2006, Malalai è stata aggredita fisicamente e insultata e, in pochi anni, ha subito quattro attentati;
il 20 marzo 2007 dalle autorità afghane è stato arrestato Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, con l'accusa di essere coinvolto nel rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo; dopo tre mesi di detenzione Hanefi è stato scarcerato, anche e soprattutto in forza delle pressioni del Governo italiano, dell'associazione Emergency e di un vasto movimento di opinione pubblica;
a 25 chilometri dalla capitale afgana sorge il penitenziario di Pol-i-Chark, alla realizzazione del quale ha contribuito in maniera decisiva l'Italia, in via di trasformazione in carcere di massima sicurezza (dovranno esservi trasferiti i detenuti di Guantanamo): risulta agli interpellanti che all'interno del carcere, nel settore femminile, vivono segregate in uno spazio angusto perlomeno 70 giovani donne con 50 figli piccoli; la più giovane detenuta ha 15 anni con un figlio neonato; la natura della loro colpevolezza, peraltro acquisita senza processo e senza tempi finiti di detenzione, sembrerebbe risiedere unicamente nella violazione delle regole del codice tribale e, pertanto, secondo le opinioni di alcuni avvocati afgani, non punibile neanche secondo la sharia;
in sede di conferenza internazionale, svoltasi nei giorni scorsi a Roma, l'Italia ha nuovamente rinnovato il proprio impegno affinché il Paese afgano sia dotato di un sistema giudiziario efficiente e rispettosa dello stato di diritto; ma dalla conferenza, a giudizio degli interpellanti, non sono emerse con precisione le linee guida di tale processo innovatore -:
quali siano, a giudizio del Governo, gli elementi positivi che il programma italiano di giustizia in Afghanistan ha realizzato;
se il Governo sia in grado di fornire indicazione utili relativamente alla vicenda delle detenute del carcere di Pol-i-Chark, sia riguardo le loro condizioni di detenzione, sia in relazione alle garanzie processuali e i tempi di scarcerazione;
quali siano i criteri cui risponde l'istituzione del nuovo carcere di Pol-i-Chark, soprattutto in relazione alla necessità di evitare il ripetersi di situazioni analoghe a quelle di Guantanamo.
(2-00654) «Deiana, Siniscalchi, Migliore».
(10 luglio 2007)

I)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro degli affari esteri, per sapere - premesso che:
la società Icma srl, con sede in Italia, Villa Poma (Mantova), via Roma Nord n. 155, rappresentata dal cavalier Ferdinando Bombarda, e la società Agri.Ben. sas, con sede in Italia, Villa Poma (Mantova), Via Roma Nord n. 161/1, rappresentata dal signor Ugo Benatti ed il ministero dell'agricoltura e dell'alimentazione dello Stato albanese, nella qualità di socio albanese, costituivano la joint-venture di capitale italo-albanese denominata Pranvera Sh. P.K., una società a responsabilità limitata disciplinata dalla legge albanese n. 7638 del 19 novembre 1992, sulle società commerciali, e le quote di conferimento del capitale venivano distribuite al 60 per cento in favore del socio italiano ed al 40 per cento in favore di quello albanese;
la società Pranvera era stata creata al fine di porre in essere la coltivazione di terreni agricoli, l'allevamento di bestiame, la lavorazione e produzione di prodotti agricoli ed animali nella zona di Sukth, Rrushkull e Hamallaj, nel distretto di Durazzo, in Albania, nonché l'importazione ed esportazione di tali prodotti;
i soci italiani conferivano 106.000 dollari americani in denaro e 230.000 dollari americani in equipaggiamento tecnico e merce, mentre la parte albanese si impegnava a:
a) rendere disponibile alla società la terra per la coltivazione mediante l'attribuzione a quest'ultima di un diritto di usufrutto su 600 ettari di terreno per la durata di 90 anni;
b) assicurare alla società la proprietà di un complesso di circa 9 ettari di serre riscaldate, gli uffici centrali della società con terreni circostanti, due magazzini e le officine necessarie per la lavorazione e trasformazione dei prodotti, corrispondente ad un valore globale di 224.000 dollari americani;
pur avendo i soci italiani conferito alla data del febbraio 1994 213.094 dollari americani fra denaro e materiali, il socio albanese non aveva fornito alcuno dei conferimenti previsti, tanto che per superare tale impasse in data 24 aprile 1994 il ministero dell'agricoltura ed alimentazione e agenzia per la ristrutturazione e privatizzazione delle aziende statali, in persona del Ministro, signor Hasan Halili, ufficialmente al fine di superare le difficoltà sorte nei rapporti con i dipendenti della società, proponeva di dare in uso la terra non più alla joint-venture, ma agli operai albanesi impiegati nella Pranvera stessa. Tale provvedimento, peraltro, creava una situazione di instabilità ancora maggiore, poiché i dipendenti si rifiutavano di lavorare le terre in conformità delle direttive della società;
nel giugno del 1994 il Ministro dell'agricoltura suggeriva la privatizzazione delle quote di capitale statale, relativamente al complesso delle serre, a favore di un'associazione tra gli ex operai ed inoltre veniva deliberata - malgrado l'opposizione dei soci italiani - la rinuncia al diritto di opzione da parte degli stessi, garantito dall'ultimo comma dell'articolo 9 dello statuto, per le quote che il socio albanese avrebbe privatizzato a favore della suddetta associazione. In forza di tale provvedimento - che gli interpellanti giudicano iniquo - il complesso delle serre veniva consegnato dalla polizia di Shjiak alla associazione costituita (Unitet Rreth). L'ordine del Ministro veniva impugnato dal rappresentante della Pranvera, che presentava ricorso al tribunale di Durazzo per tutelare il possesso di tali immobili e in relazione a tale controversia è tuttora pendente il ricorso per cassazione;
durante l'assemblea dei soci di Pranvera del 18 dicembre 1995 (e dunque passati circa due anni dalla costituzione) il rappresentante del socio albanese prendeva atto che i conferimenti promessi non erano ancora stati realizzati e reiterava l'impegno di costituire il contributo del socio statale albanese entro 30 giorni;
nel dicembre del 1996 (trascorso quindi un altro anno) si addiveniva ad un atto d'intesa tra il ministero dell'agricoltura ed il signor Bombarda, quale rappresentante del partner italiano, per la soluzione dei problemi e delle pretese del socio italiano in Pranvera. Ancora una volta, all'atto di tale intesa il socio albanese si impegnava a trasferire la titolarità degli uffici centrali e ad assicurare la proprietà del magazzino nel vigneto di Rrushkull, della stalla situata nella parcella catastale n. 17 a Rrushkull, della superficie di 210.73 ettari di terreno agricolo, di un'ulteriore parcella di 6 ettari di terreno nella zona di Shkozetit concessa in cambio della parcella ormai divisa tra i contadini di Sukth;
intanto i bilanci della società fotografavano l'effettivo risultato delle continue difficoltà con il socio albanese: il 1996 si chiudeva con un bilancio in perdita per un totale di 111.107 dollari americani, il 1997 con perdite per 68.675 dollari americani, il 1998 con una perdita di 112.771 dollari americani, tutte ripianate con versamenti da parte dei soci italiani;
nel marzo del 1999, a seguito dell'emergenza del Kosovo, il signor Bombarda veniva contattato dall'ambasciata italiana a Tirana, dall'ambasciata tedesca e dal ministero dell'agricoltura e alimentazione albanese, per ottenere il suo assenso alla locazione di 150 ettari di terreno nella zona di Sukth, località Amala. Tale assenso non veniva dato, ma, nonostante ciò, i terreni a disposizione della società nella zona venivano dati in uso ad un'organizzazione umanitaria norvegese (Norwegian people's aid) per la costruzione di campeggi. Le terre (più di 150 ettari di terreno coltivato) venivano occupate, ghiaiate e cementate, con ingentissimi danni alle coltivazioni in atto e, di fatto, rendendole inutilizzabili per le successive semine;
ma oltre al danno, si aggiunse la beffa; sebbene, infatti, un accordo scritto prevedesse in favore della Pranvera il diritto al ripristino delle terre poste a disposizione degli organismi umanitari, la somma di 2.750.000 dollari americani stanziata dall'organizzazione umanitaria per la bonifica dei terreni utilizzati per le tendopoli non veniva utilizzata per tale fine, né la società riusciva ad ottenere alcun indennizzo per l'occupazione delle terre in questione, dopo la loro restituzione;
al contrario, la bonifica della terra veniva affidata alla società albanese Alb-Shpresa Sh. P.K., per l'importo di 380.718 dollari americani. In realtà, tale iniziativa si rivelava ulteriormente dannosa, in quanto in concreto la società si limitava a dare mano libera a contadini ed operai per asportare a loro piacimento porzioni di cemento e materiali lasciati dalle costruzioni della Norwegian people's aid;
a questo punto l'attività della società veniva del tutto interrotta ed il signor Bombarda ed il signor Benatti continuavano nei loro sforzi per addivenire ad una soluzione della questione, tentando di ottenere dei risultati per via diplomatica con colloqui e lettere di informazione alle autorità albanesi, nonché chiedendo l'intervento dell'ambasciata italiana a Tirana;
infine, maturata la consapevolezza che nessuna altra via era ormai più percorribile, i signori Bombarda e Benatti decidevano di adire la Corte internazionale di arbitrato per risolvere una situazione ormai divenuta insostenibile attraverso la procedura conclusasi, come si vedrà più oltre, nel dicembre del 2005;
tale situazione pare contrastare la normativa albanese a tutela degli investimenti stranieri del 1992, che, all'articolo 4, prevede: «gli investimenti stranieri non potranno essere espropriati o nazionalizzati direttamente o indirettamente, né sottoposti a misure in alcun modo equivalenti». Stessa tutela, del resto, è assicurata anche dall'accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica di Albania sulla promozione e protezione degli investimenti firmato a Roma il 12 settembre 1991;
ancora, con il provvedimento del 29 luglio 1994, protocollo n. 1484, il Ministro dell'agricoltura ha disposto la privatizzazione delle quote di capitale statale relative al complesso delle serre, a favore della Unitet Rreth Sh. P.K., in contrasto con la normativa albanese sulle società commerciali n. 7638 del 1992, che prevede la possibilità di privatizzazione di una percentuale del capitale sociale e non la materiale cessione di un bene fisico con trasferimento della sua titolarità;
in conclusione, si vuole sottolineare che di fatto si è reso del tutto impossibile il normale svolgimento dell'attività sociale, omettendo di porre a disposizione beni mobili ed immobili assolutamente indispensabili per il perseguimento dell'oggetto sociale, così violando il contratto sottoscritto e la normativa albanese di cui alle leggi n. 7638 e n. 7584 del 1992;
la concretezza e fondatezza delle argomentazioni che precedono è stata, infine, come già in precedenza accennato, confermata dal definitivo pronunciamento del tribunale arbitrale adito, il quale, con apposito lodo, si è così testualmente espresso:
a) il ministero dell'agricoltura e dell'alimentazione dello Stato albanese è condannato a pagare alla Icma srl in liquidazione ed alla società Agri.Ben. sas in qualità di creditori solidali, la somma di dollari statunitensi 1.608.001, con un interesse annuo del 4,61 per cento con decorrenza dal 1o gennaio 2005 e capitalizzazione annuale degli interessi maturati;
b) la joint-venture di capitale italo-albanese denominata Pranvera Sh. P.K. è sciolta;
c) il ministero dell'agricoltura e dell'alimentazione dello Stato albanese è condannato a pagare alla Icma srl in liquidazione ed alla società Agri.Ben. sas in qualità di creditori solidali, la somma di dollari statunitensi 143.000, con un interesse annuo del 4,61 per cento con decorrenza dal 1o gennaio 2005 e capitalizzazione annuale degli interessi maturati a titolo di rifusione delle spese legali;
d) il ministero dell'agricoltura e dell'alimentazione dello Stato albanese è condannato a rifondere alla Icma srl in liquidazione ed alla società Agri.Ben. sas in qualità di creditori solidali, le spese vive di arbitrato stabilite in complessivi dollari statunitensi 106.000, con un interesse annuo del 4,61 per cento con decorrenza dal 22 dicembre 2005;
come si vede, dunque, la parte albanese è stata condannata in via definitiva e non più impugnabile, non avendo la stessa interposto alcuna forma di gravame a detta pronuncia, a corrispondere alle società italiane una somma complessiva ad oggi quantificabile, compresi gli interessi, ad oltre 2 milioni di dollari, tuttora non pagati, nonostante le società di cui sopra abbiano più che tempestivamente sia adito la corte d'appello di Tirana per ottenere l'attuazione del provvedimento ed ottenere per via gerarchica amministrativa il pagamento, sia essendosi adoperate da mesi per ottenere l'emissione di un mandato di pagamento per l'ulteriore via prevista dall'ordinamento albanese ed ovvero quella della decretazione politica -:
se non ritenga di intervenire urgentemente presso le autorità albanesi al fine di consentire alle due società italiane di vedersi finalmente riconosciuto quanto stabilito in sede giudiziale, al fine di permettere alle predette società, già provate dalla fallimentare esperienza della joint-venture albanese, il parziale rientro dei capitali a suo tempo investiti.
(2-00658) «Marcazzan, Volontè».
(10 luglio 2007)

L)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere - premesso che:
il consiglio dell'ordine degli avvocati di Torre Annunziata ha annunciato la decisione di astenersi dalle udienze per carenza di personale amministrativo dal 25 giugno al 13 luglio 2007;
particolarmente grave e preoccupante è la situazione delle cancellerie delle sezioni distaccate del tribunale di Torre Annunziata, in quanto le sole otto unità di personale, previste in organico presso la sezione distaccata di Gragnano e le nove unità presso le sezioni distaccate di Sorrento e Torre del Greco (a seguito della ingiustificata riduzione delle piante organiche) risultano essere del tutto insufficienti a fronteggiare l'eccezionale carico di lavoro devoluto alla cognizione dei tre giudici civili e due penali alla sezione distaccata di Sorrento, nonché dei tre giudici civili e dei due giudici penali delle sezioni distaccate di Gragnano e Torre del Greco;
tale situazione diventerà ancor più ingovernabile, atteso che alcuni cancellieri delle sezioni di Sorrento e di Torre del Greco saranno a breve posti in pensionamento;
la sezione distaccata di Torre del Greco, ad esempio, prevede in pianta organica n. 1 cancelliere c2, n. 4 cancellieri c1, n. 1 cancelliere b3, n. 3 operatori giudiziari b2, n. 1 ausiliario a1, per un totale di dieci unità a fronte di un contenzioso, sia penale che civile, trattato presso la sezione notevole: nei giorni scorsi, come già accaduto più volte per il passato, la cancelleria civile ha letteralmente chiuso in quanto l'unico operatore presente (l'altro era in ferie) in un momento di intensa affluenza all'ufficio di avvocati e pubblico ha avvertito un malore e pertanto si è allontanato dal posto di lavoro per ricevere le cure necessarie;
nella stessa sezione distaccata la figura prevista del cancelliere dirigente c2 è vacante ormai da anni senza che si sia mai sbloccata la situazione, ed un operatore b2 è stato applicato da due anni presso la corte di appello di Napoli senza che sia mai stato sostituito mentre il settore ufficiali giudiziari è quasi sguarnito;
anche la struttura che ospita i giudici di pace di Torre del Greco è insufficiente e occorre reperire una sistemazione idonea e decorosa per una sede dove si amministra la giustizia;
nella sezione distaccata di Sorrento i procedimenti civili di cognizione ordinaria pendenti sono passati dai 2.090 del 2001 ai 4.357 del 2006 con una durata media dei processi di ben 7 anni;
dai dati statistici si evince che, per quanto riguarda il settore penale le sopravvenienze dell'anno 2005 presso il circondario di Torre Annunziata sono state pari circa ad un quinto di quelle del tribunale di Napoli nel medesimo periodo, a fronte di organici non commisurati al carico di lavoro: essendo previsti in organico presso il tribunale di Torre Annunziata circa un sesto dei dipendenti amministrativi di Napoli, di conseguenza presso gli uffici di Torre Annunziata occorrerebbero altre 34 unità in pianta per rispettare la citata proporzione con il tribunale di Napoli -:
se il ministero intenda procedere ad una immediata revisione della pianta organica del personale di cancelleria ed alla immediata copertura dei relativi posti in aumento, al fine di scongiurare il pericolo della paralisi della funzione giurisdizionale presso il tribunale di Torre Annunziata, impegnato a trattare complessi processi penali contro pericolose organizzazioni camorristiche e delicate cause civili particolarmente rilevanti sotto il profilo economico-sociale a fronte di un organico, anche di magistratura ampiamente sottodimensionato.
(2-00642)
«Scotto, Cesario, Pellegrino, Iannuzzi, Boffa, Tranfaglia, Paolo Russo, Tuccillo, Fumagalli, Chiaromonte, Aurisicchio, Marone, Iacomino, Incostante, Sasso, Tessitore, De Angelis, Fadda, Ruggeri, Sanna, Leddi Maiola, Amendola, Bianco, Bordo, Schirru, Napoletano, Gioacchino Alfano, Carfagna, Grillini, Astore, Lomaglio, Raiti, Attili, Longhi, De Cristofaro, Villari».
(3 luglio 2007)

M)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri per i beni e le attività culturali, delle infrastrutture e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per sapere - premesso che:
il tema del tracciato autostradale tra Livorno e Civitavecchia, da anni al centro delle attenzioni e delle aspettative dei cittadini, delle amministrazioni locali e delle forze produttive e imprenditoriali, riveste un ruolo strategico per un equilibrato sviluppo territoriale e per le potenzialità del sistema delle portualità interessate, nonché per il decongestionamento della dorsale appenninica;
la società Sat, concessionaria della realizzazione e gestione della cosiddetta «tirrenica», ha presentato un piano che prevede l'apertura dei cantieri nel 2010 e la conclusione dei lavori nel 2013;
il progetto risulta essere a costo zero per lo Stato, condizione quest'ultima che sembra giustificare la circostanza per cui l'opera rientri tra le priorità all'esame del Cipe, in quanto interamente finanziato attraverso il meccanismo tariffario e la proroga della scadenza della concessione, ovvero tramite operazioni di project financing;
da notizie apparse sugli organi di informazione, secondo il direttore generale del dipartimento salvaguardia ambientale del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il tracciato delineato necessiterebbe di una nuova pubblicazione ed una nuova valutazione di compatibilità ambientale, a causa di riferite carenze documentali e progettuali e della mancanza di un chiaro quadro programmatico per quanto riguarda la tratta laziale, che risulta oltretutto quella che presenta problemi minori dal punto di vista della compatibilità ambientale;
per il 4 luglio 2007 era stata prevista la firma a chiusura degli accordi per il completamento del suddetto corridoio tirrenico attraverso la realizzazione del tratto autostradale Livorno-Civitavecchia;
tale firma avrebbe avviato il cosiddetto project financing necessario per stabilire la base economico-finanziaria dei lavori;
lo stesso ministero delle infrastrutture ha più volte ricordato la propria posizione favorevole all'avvio dei lavori, accogliendo le istanze del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e di quello delle politiche agricole, alimentari e forestali;
proprio in data 4 luglio 2007, si apprende dal quotidiano Il Tirreno, che, per intervento del Ministro Francesco Rutelli è stata ulteriormente rinviata la firma per gli accordi succitati relativi il completamento dei lavori per il corridoio tirrenico -:
se i Ministri interpellati possano chiarire la propria posizione in merito a tale notizia;
quali siano le azioni che abbiano intenzione di intraprendere per dissipare ogni dubbio sulla fattibilità e il concreto avvio dei lavori.
(2-00651)
«Evangelisti, Velo, Barbi, Mariani, Lovelli, Meta, Pedrini, Ventura, Cordoni, Ceccuzzi, Franci, Filippeschi, Giacomelli».
(5 luglio 2007)

N)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'università e della ricerca, per sapere - premesso che:
l'articolo 1, comma 647, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria per il 2007), dispone che: «in attesa della riforma dello stato giuridico dei ricercatori universitari, il Ministro dell'università e della ricerca, con proprio decreto da emanare entro il 31 marzo 2007, sentiti il Consiglio universitario nazionale (CUN) e la CRUI, disciplina le modalità di svolgimento dei concorsi per ricercatore, banditi dalle università successivamente alla data di emanazione del predetto decreto ministeriale, con particolare riguardo alle modalità procedurali ed ai criteri di valutazione dei titoli didattici e dell'attività di ricerca, garantendo celerità, trasparenza e allineamento agli standard internazionali»;
la disposizione di legge sopra richiamata costituisce un grave precedente, dal momento che, mai prima d'ora, la materia relativa alle procedure concorsuali per l'accesso alla carriera universitaria è stata normata a livello di fonte del diritto di rango secondario;
il ricorso allo strumento dell'atto amministrativo, rappresentato dal decreto ministeriale di attuazione del comma 647 dell'articolo 1 della legge n. 296 del 2006, oltre a destare gravi perplessità sul piano giuridico-costituzionale, esautora, di fatto, il ruolo del Parlamento, costretto, ancora una volta, a subire il discrezionale esercizio della potestà normativa del Governo;
in un settore così delicato, qual è quello che attiene ai concorsi per ricercatori universitari, l'utilizzo di norme regolamentari, facilmente modificabili in sede governativa (rectius ministeriale), non rappresenta la soluzione migliore per affermare il principio della «certezza del diritto», intendendosi per questa il bisogno di mantenere una ragionevole, tendenziale stabilità del quadro normativo complessivo;
l'assemblea della Conferenza dei rettori delle università italiane, riunita il 24 maggio 2007, nell'esprimere il proprio parere sullo schema di regolamento recante modalità di svolgimento dei concorsi per ricercatori universitari, predisposto dal ministero dell'università e della ricerca, ai sensi dell'articolo 1, comma 647, della legge n. 296 del 2006, ha ritenuto che «l'impianto previsto sia caratterizzato da una notevole complessità applicativa e da alcune incongruità, che vanno riconsiderate e corrette, introducendo elementi di maggiore garanzia e funzionalità ed evitando ogni rischio di dubbia legittimità»;
in particolare, la Conferenza dei rettori delle università italiane manifesta le proprie perplessità su alcuni aspetti della normativa riguardante la questione della selezione dei possibili «esperti revisori», sia a regime sia, e soprattutto, in prima applicazione, con riferimento alla composizione delle relative liste e alle modalità di individuazione degli «studiosi» stranieri;
sull'intera materia potrebbe gravare un rilevante contenzioso giurisdizionale, dal momento che non pochi aspetti della normativa che si intende introdurre sembrano confliggere con i più elementari principi di pubblicità e di buon andamento, che sono alla base di ogni efficiente azione amministrativa -:
se il Ministro interpellato non ritenga opportuno ritirare il provvedimento amministrativo di riforma delle procedure concorsuali per l'accesso alla carriera dei ricercatori universitari, consentendo così di riportare, nell'alveo del Parlamento, il relativo dibattito, così da pervenire, in tempi ragionevoli, ad una soluzione condivisa da tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione.
(2-00650)
«La Russa, Filipponio Tatarella».
(5 luglio 2007)

O)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri delle politiche agricole, alimentari e forestali e dell'interno, per sapere - premesso che:
nelle valli del bresciano è tristemente diffuso il fenomeno del bracconaggio, soprattutto durante la delicata fase della migrazione, con catture e abbattimenti illegali di grandi quantità di fauna selvatica. L'uso diffuso di trappole, reti, richiami e ogni altro mezzo illecito di cattura lungo le rotte di migrazione autunnale situate nel territorio provinciale crea un notevole danno al patrimonio faunistico, che sarebbe più corretto definire transcontinentale, patrimonio quindi appartenente collettivamente all'intera umanità;
nella risposta del 30 maggio 2007 all'interrogazione n. 4-03080, presentata dal primo firmatario del presente atto di sindacato ispettivo, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali rispondeva che il fenomeno del bracconaggio nella provincia di Brescia si ritiene ampliamente normato dall'articolo 30 (sanzioni penali) e dall'articolo 31 (sanzioni amministrative) della legge n. 157/92 e che «eventuali modifiche o inasprimenti delle sanzioni stesse, non possono che costituire oggetto di apposito disegno di legge»;
la normativa attualmente in vigore risulta, però, insufficiente, come dimostrano le continue denunce sia da parte dell'opinione pubblica e dei gruppi di ornitologi e studiosi, sia della stampa nazionale ed estera specializzata;
l'attività delle guardie volontarie verte, in particolare, sulla salvaguardia delle specie protette e alla prevenzione del bracconaggio, non limitando in alcun modo né il normale e tradizionale esercizio dell'attività venatoria da parte dei cittadini bresciani che sono legalmente autorizzati ad esercitarla, né con il volersi sostituire alla attività del personale provinciale a ciò preposto;
ogni anno (dal 1997 al 2006 incluso) alcune guardie giurate addette alla vigilanza sull'esercizio venatorio (articolo 27, comma 1, lettera b), della legge n. 157 del 1992) dell'associazione Wwf e di altre associazioni ambientaliste nazionali, che hanno come propri fini statutari la protezione e la tutela della fauna selvatica (Lipu, Lac ed altre), organizzano campi antibracconaggio (circa due pattuglie operative al giorno), ottenendo importanti risultati nella prevenzione e sorprendendo in flagranza di reato diversi bracconieri;
nei confronti delle guardie venatorie volontarie, secondo gli interpellanti, continuano da tempo azioni persecutorie e atteggiamenti pregiudizievoli da parte di alcuni organi politico-amministrativi, che dovrebbero tutelare gli interessi pubblici e garantire neutralità di giudizio;
sulla stampa locale e durante una recente conferenza stampa pubblica presso l'assessorato alla caccia della provincia di Brescia, sono state fatte dichiarazioni e comunicati stampa che agli interpellanti sembrano diffamatori nei confronti dell'opera di volontariato delle associazioni ambientaliste;
l'ultimo atto, che conferma quello che agli interpellanti appare un continuo ostruzionismo nei confronti delle guardie venatorie volontarie, è il «regolamento per il coordinamento dell'attività di vigilanza volontaria ittico-venatoria e faunistica», approvato il 29 maggio 2007 dal consiglio provinciale di Brescia, che disciplina l'attività delle guardie venatorie volontarie, delle associazioni dei cacciatori, delle associazioni degli agricoltori e delle associazioni ambientaliste;
la figura di queste guardie, che operano per garantire il rispetto delle norme a tutela della fauna, è prevista dalla legge sulla caccia, che stabilisce anche un coordinamento della loro attività da parte della provincia. Ed è proprio la parola «coordinamento» che crea un equivoco di fondo. Il coordinamento è perfettamente logico se si pensa alla necessità di coprire in maniera uniforme il territorio, se è necessaria una particolare concentrazione di forze in una determinata area per motivi particolari;
il coordinamento implica anche un principio di autonomia delle parti: ci si coordina tra soggetti indipendenti e se c'è un capo e chi deve obbedire, non si tratta più di «coordinare», ma di «comandare». E sembra essere proprio questa la strada che ha deciso di intraprendere la provincia di Brescia con il regolamento approvato. Un regolamento che, innanzitutto, esclude completamente le associazioni;
nel regolamento si evince che, una volta ottenuto il decreto dalla provincia, la guardia volontaria comunica la propria disponibilità alla provincia, che decide cosa la guardia deve fare, dove, con chi, a quale scopo. L'associazione di cui fa parte nella migliore delle ipotesi viene solo informata, senza avere alcuna voce in capitolo sulle operazioni da svolgere;
è un regolamento che prescinde completamente da un aspetto essenziale: le guardie sono volontarie, ovvero persone che sacrificano il proprio tempo libero per una causa che ritengono giusta, compatibilmente alle proprie disponibilità. La provincia, invece, impone orari minimi, un minimo di giornate da prestare e un completo controllo sul servizio, equiparando quindi l'attività dei volontari di un'associazione esterna con quella dei propri dipendenti;
la vigilanza volontaria viene definita a «supporto» di quella istituzionale, stabilendo una gerarchia che la legislazione non prevede;
per quanto riguarda il coordinamento operativo appare agli interpellanti poco comprensibile la funzione e il livello di discrezionalità del comandante nell'acquisizione e verifica della regolarità dei verbali prima dell'inoltro in provincia. Questo implica una costante supervisione e convalida dell'operato delle guardie volontarie che le pone in una posizione subalterna, non prevista dalla legge;
nessuna legge, inoltre, prevede dei limiti numerici alle guardie volontarie, che sono tra l'altro «potenziali» e non quelle effettivamente in servizio;
il regolamento impone di dare disponibilità orarie per l'intero anno, nonostante non si tratti di un contratto di lavoro, ma di attività volontaria completamente gratuita. Per il regolamento, infatti, la guardia deve lavorare gratis per la provincia di Brescia quasi il 10 per cento del tempo lavorativo annuale di un dipendente (140 ore), mentre il volontariato si basa sulla libera disponibilità del singolo in base ai suoi impegni famigliari, lavorativi ed alto. Ma la provincia si è spinta oltre, arrivando addirittura ad ipotizzare un controllo assoluto delle attività delle guardie, anche al di là di quanto previsto dalla legge, quasi fossero generici «volontari» da poter impiegare dove si ritiene più opportuno (mostre venatorie o corsi nelle scuole per esempio) e non delle figure previste dalla legge n. 157 del 1992 per esercitare un'unica attività: la vigilanza venatoria;
il nuovo regolamento prevede, inoltre, quello che agli interpellanti sembra l'ennesimo ente inutile, il «coordinamento provinciale delle guardie volontarie», un'assise di qualche decina di persone, di cui il regolamento dettaglia minuziosamente le procedure di nomina, ma dimentica totalmente di specificare quali dovrebbero essere le sue funzioni -:
se i Ministri interpellati, in risposta alla normativa insufficiente che regola il fenomeno del bracconaggio, non vogliano farsi promotori di iniziative normative che modifichino o inaspriscano le sanzioni e, alla luce del quadro sopra delineato che ripropone la situazione di numerose altre province italiane, non ritenga opportuno intervenire con apposite iniziative normative che definiscano, anche tenuto conto della copiosa giurisprudenza amministrativa intervenuta, gli elementi a fondamento di tale potestà di coordinamento, che mai può travalicare i margini di autonomia delle associazioni cui le singole guardie devono fare riferimento.
(2-00657) «Camillo Piazza, Bonelli».
(10 luglio 2007)