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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.
Ringraziamo il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, per averci garantito la sua presenza. Con l'odierna audizione, di fatto, cominciamo l'attività di inchiesta della Commissione dopo aver discusso la relazione programmatica e dopo aver assunto le prime deliberazioni. Credo che questa audizione abbia un carattere centrale per l'avvio dei nostri lavori, proprio perché abbiamo bisogno di conoscere direttamente dal procuratore - per l'istituzione che rappresenta - lo stato e il livello dell'azione di contrasto, i problemi e le difficoltà esistenti, le potenzialità, i filoni di lavoro e d'inchiesta sui quali sono concentrate in questo momento l'azione giudiziaria e l'attività della magistratura, il ruolo stesso che in questa fase sta svolgendo la procura nazionale.
Do la parola al procuratore Grasso, avvertendolo che, nel caso in cui dovesse ritenere necessario procedere in seduta segreta, sarà disattivato l'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Ringrazio la Commissione per l'opportunità concessami di far conoscere le linee dell'attività del mio ufficio, la procura nazionale antimafia, che sono opportunamente concordate con i procuratori aggiunti ed i sostituti che ne fanno parte.
La Direzione nazionale antimafia, tra gli uffici del pubblico ministero, oltre che per le sue competenze istituzionali, si caratterizza per il fatto che gran parte del lavoro viene svolto su iniziativa dell'ufficio. Ciò a differenza delle procure, dove le procedure trattate sono determinate da iniziative obbligatorie e di legge, o da iniziative della polizia giudiziaria, o ancora da privati, o da procedure previste dalla legge. Per questo motivo, il ruolo dell'ufficio e le linee strategiche sono importanti, perché condizionano grandemente l'efficacia della sua azione ed anche la visibilità dell'azione dell'ufficio stesso.
Penso di essere giunto, a poco più di un anno dall'insediamento, avvenuto nell'ottobre 2005, ad un consolidamento dell'ufficio attraverso l'esperienza che già è stata raggiunta. In questi giorni, l'organizzazione avrà un successivo ritocco per cercare di distribuire meglio cariche e funzioni interne e, soprattutto, di organizzare meglio l'impulso investigativo, che è una delle componenti, oltre al coordinamento delle indagini, importantissime per il nostro ufficio.
Evito, adesso, di illustrarvi l'organizzazione, però penso che un settore in cui la Direzione nazionale antimafia può svolgere un ruolo importante è certamente quello del contrasto patrimoniale al crimine organizzato. Per questo motivo ho creato una sezione apposita, che racchiude tutto ciò che nelle varie materie può essere utile ai fini del contrasto patrimoniale.
In base alla legislazione vigente, può essere attivato un meccanismo di anticipo
della soglia di punibilità attraverso le misure di prevenzione, che possono essere personali o patrimoniali, oppure attraverso il controllo e l'individuazione dei beni provento del delitto in una fase successiva, e quindi con la legislazione antiriciclaggio, o infine attraverso modelli e strumenti di contrasto all'accumulazione patrimoniale della richiesta illecita, che conseguono alle condanne definitive ai sensi dell'articolo 416-bis (vedi articolo 12-sexies della legge n. 356 del 1992).
Questo è un settore in cui si richiede una specializzazione del pubblico ministero e la capacità di gestire indagini patrimoniali particolarmente complesse. Il ruolo dell'ufficio potrebbe essere quello di prestare il proprio contributo alle singole indagini, quando è necessario, quando è richiesto dalle situazioni locali, oppure di organizzare riunioni, incontri e corsi seminariali, per sensibilizzare i colleghi a questo tipo di indagini. Contemporaneamente, potrebbe essere studiata la possibilità di potenziare al massimo l'utilizzo delle segnalazioni per operazioni sospette, aggiungendo alla normale attività del servizio già esistente quella più generale di un contrasto patrimoniale alla ricchezza illecita.
In ogni caso, appare necessario ricondurre a denominatore comune, all'interno dell'ufficio, tutto il contrasto patrimoniale, prestando particolarissima attenzione a questo aspetto, che sinora - vi confesso - non è stato molto praticato, soprattutto dagli organi periferici e dalle procure distrettuali che più si impegnano a cercare il delitto. Ma è molto più difficile, dopo la conclusione di una certa indagine, riuscire a trovare i patrimoni illeciti. Naturalmente, esistono problemi, che magari affronteremo in un secondo momento proprio per descrivere le difficoltà che si incontrano in questo tipo di indagini.
La DNA pensa di poter incrementare le riunioni di coordinamento con le varie procure distrettuali, con le forze di polizia, e di poter attuare il collegamento investigativo, che rappresenta la fonte primaria di informazione da cui trarre, successivamente, le attività di impulso, così da poter facilitare la fase propositiva presso tutti gli uffici giudiziari. Il fiore all'occhiello dell'ufficio è rappresentato dal sistema informativo SIDDA/SIDNA, che mediante l'informatizzazione delle DDA e dei procedimenti costituisce un indubbio strumento per la circolazione delle informazioni e per la concreta realizzazione delle attività di coordinamento. È l'unica banca dati giudiziaria che può essere consultata sia durante la fase delle indagini che vengono dirette dalla magistratura, sia nelle fasi successive, in quanto contiene anche le evoluzioni dei procedimenti, le sentenze. Pertanto, cerchiamo di continuare a seguire i fatti processuali, per controllare anche quali effetti e risultanze abbiano le fasi di indagine iniziale, al fine di trarne utili insegnamenti per il futuro.
Parallelamente a queste attività di collegamento investigativo, la DNA partecipa anche a strutture e organismi operanti in specifici settori, quali ad esempio la commissione centrale (articolo 10 della legge n. 82 del 1991) - quella dei collaboratori di giustizia -, attraverso due magistrati che fanno parte della commissione. È un importante raccordo istituzionale. Allo stesso modo, i magistrati partecipano all'autorità di vigilanza sui lavori pubblici in tema di appalti. È un contributo che è stato dato, mano a mano, da questa commissione e ci rende felici di poter continuare su questo piano.
Il comitato di sicurezza finanziaria, previsto dal decreto legislativo 12 ottobre 2001, n. 369, è un altro degli organismi a cui partecipiamo, insieme ad alcuni magistrati. Tale comitato è stato creato per reprimere e contrastare il finanziamento del terrorismo internazionale, ma sono spesso emersi collegamenti, di cui parlerò successivamente, tra la criminalità organizzata ed elementi vicini o collegati al terrorismo internazionale. L'ufficio, inoltre, dà un suo contributo partecipativo al comitato di coordinamento per l'alta sorveglianza sulle grandi opere, istituito presso il Ministero dell'interno, per la realizzazione di grandi opere strategiche, proprio per cercare di dare dei suggerimenti, creare protocolli di legalità e protocolli
di intesa, cercare di approfondire le problematiche connesse alle misure dirette ad impedire le infiltrazioni della criminalità organizzata nello specifico settore degli appalti.
Si partecipa anche ad un'importante iniziativa rappresentata dal gruppo di lavoro relativo alla banca data dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che sta partendo in alcune sedi sperimentali (come Palermo, per quel che mi risulta).
In questo contesto, si ricorda anche un memorandum per lo scambio di informazioni siglato il 14 luglio 2005 tra la DNA e l'Alto commissario per la prevenzione e il contrasto alla corruzione e alle altre forme di illecito all'interno della pubblica amministrazione, per creare un raccordo informativo tra i casi di corruzione, laddove spunta presso le forme di criminalità organizzata, e i collegamenti che possono sussistere.
Sotto il profilo internazionale, in considerazione dell'operatività della criminalità organizzata, che ormai ha travalicato i confini dei singoli paesi, è venuta fuori la definizione di criminalità transnazionale. Nel caso una parte dei reati venga commessa in certi paesi e un'altra parte dell'azione o dell'evento avvenga in altri paesi, è divenuta di uso comune la dizione «criminalità transnazionale», che è stata anche oggetto di una specifica convenzione ONU, della quale più avanti magari si parlerà. Quindi, la DNA estende le proprie attività anche in ambito internazionale, operando attraverso dei memorandum di intesa siglati con le autorità giudiziarie centrali di numerosi paesi, al fine di una proficua collaborazione, anche mediante un rapido scambio di informazioni e dati. Naturalmente, questa attività viene svolta con il pieno accordo, nell'ambito sempre dei rapporti istituzionali, con il Ministero della giustizia da un lato, per la sua attività di raccordo sotto il profilo delle rogatorie internazionali, e con il Ministero degli affari esteri dall'altro, che preventivamente viene sempre consultato, poiché stiamo molto attenti, da un punto di vista istituzionale, alle varie situazioni politiche che in questi paesi possono influenzare anche l'attività della polizia giudiziaria locale, e quindi i nostri rapporti.
Sotto il profilo internazionale avviene anche, sotto varie formule, la partecipazione ad organismi internazionali, quali: la rete giudiziaria europea, della quale la DNA è un punto di contatto centrale; il gruppo multidisciplinare sulla criminalità organizzata, costituito presso il Consiglio dell'Unione europea; il gruppo orizzontale droga, costituito presso l'Unione europea, nonché l'UNODC, l'ufficio delle Nazioni unite per la droga e il crimine di Vienna, in materia di lotta alla criminalità organizzata internazionale e al narcotraffico. Anche con tale ufficio è stato siglato un memorandum di cooperazione nel contrasto di gravi forme di criminalità.
Infine, la procura nazionale è corrispondente nazionale di Eurojust, nel rispetto delle proprie attribuzioni e per quanto disposto dall'articolo 9 della legge del 14 marzo 2005, n. 41. In questo contesto, si pone anche la previsione contenuta nel comma 5-ter dell'articolo 727 del codice di procedura penale, aggiunto dalla legge del 5 ottobre 2001, n. 367, in base alla quale al procuratore nazionale antimafia vengono trasmesse le copie delle rogatorie dei magistrati del pubblico ministero formulate nell'ambito, naturalmente, dei procedimenti relativi ai reati di cui all'articolo 51 comma 3-bis, con ciò consentendo all'ufficio di avere cognizione di tali atti e poter meglio esercitare le sue funzioni di coordinamento, anche a livello internazionale. Questi rapporti poi vengono esaltati da questi memorandum di intesa, che non sono assolutamente da considerare convenzioni e che non hanno neppure lo schema di convenzioni internazionali - questo è sempre ben chiaro e teniamo a precisarlo -, ma che servono ad avere dei punti di contatto personali, molto spesso internazionali, con autorità giudiziarie centrali a servizio della più celere attività di raccordo internazionale per le indagini che le varie procure ormai svolgono e devono svolgere anche all'estero.
L'aspetto internazionale è certamente rilevante, come si evince dalla convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale, con i protocolli, anch'essi approvati, sul traffico di esseri umani, sui migranti e sulle armi, ai cui lavori abbiamo partecipato come ufficio e personalmente. Vi è tutta una serie di altre attività, nell'ambito delle istituzioni che vi ho citato. Eventualmente, se qualcuno ha curiosità, potremo approfondirle.
Le linee di attività dell'ufficio, per quanto riguarda l'azione internazionale, sono da individuare nella segnalazione dei paesi più sensibili alla collaborazione giudiziaria; di quelli con la maggior presenza di italiani dediti ad attività di criminalità organizzata all'estero e di cittadini stranieri sospettati di tale attività in Italia. Quindi, ci dedichiamo allo sviluppo di contatti con quei paesi in cui si verificano entrambe queste condizioni.
Naturalmente, questo non toglie che si approfondisca la nostra attività per individuare i vari gruppi criminali stranieri operanti in Italia e per conoscere la loro struttura, la dislocazione sul territorio, i rapporti con le altre criminalità, rapporti con i paesi d'origine. Proprio in questo contesto è emersa una serie di etnie che hanno assunto una particolare e rilevante attività criminale sul nostro territorio. Cito ad esempio, in maniera non esaustiva, l'etnia colombiana, quella turca, quella di origine russa, quella albanese, nigeriana, cinese e via dicendo. Non vanno trascurante anche altre etnie dell'Europa dell'est, dell'ex Repubblica federale sovietica, come l'Ucraina, la Bielorussia e via elencando.
Nel ritagliare i campi d'azione dell'ufficio, si sono via via elaborate alcune materie di interesse che hanno gradualmente fatto nascere l'esigenza di esaminare i rapporti di queste con la criminalità organizzata. Si tratta di settori nei quali, in precedenza, non si pensava che ci potesse essere un interesse della criminalità organizzata. Parlo, ad esempio, del traffico di sostanze dopanti che è una realtà che abbiamo riscontrato avere queste caratteristiche, così come delle contraffazioni di materiale di vario genere, che ormai hanno raggiunto livelli tali da suscitare l'interesse economico anche della criminalità organizzata.
Avevo accennato ai rapporti fra criminalità organizzata e terrorismo. A tal proposito, possiamo dire che ormai in Europa, quando si parla di criminalità organizzata, non si fa più differenza fra queste due tematiche, che nel nostro paese invece continuano ad essere distinte. Intendo dire che noi, per criminalità organizzata, intendiamo le mafie tradizionali, mentre in Europa ormai si è inserito anche il terrorismo, in una dizione molto più ampia. Pertanto, spesso ci troviamo, in sede internazionale, ad essere leggermente fuori tono quando si affrontano problemi di cui, istituzionalmente, non ci potremmo occupare.
Naturalmente, nel caso in cui raccogliamo informazioni, non possiamo fare altro che veicolarle verso quelle procure o quegli uffici che compiono questo tipo di indagini. Già alcuni uffici di procure distrettuali utilizzano il nostro sistema informativo, con riferimento alle indagini in materia di terrorismo ed eversione, proprio perché in qualche modo bisogna archiviare le informazioni che via via arrivano ma manca il collegamento e il coordinamento centrale, che non è previsto nel nostro ordinamento.
Credo che questa sia ormai una attività assolutamente necessaria, indipendentemente dal fatto che se ne possa occupare o meno l'ufficio che io dirigo ( questo è un particolare assolutamente trascurabile). Certamente, considerate le carenze di risorse umane e materiali, avere un'organizzazione che possa, attraverso una sezione e un sistema informatico già disponibile, avviarsi rapidamente verso il coordinamento di questa attività, non potrebbe che essere una delle tante soluzioni. Tuttavia, ritengo che per questo tipo di attività vi sia comunque bisogno della magistratura ordinaria per poter effettuare le indagini, in quanto è quest'ultima che le dirige, che autorizza le intercettazioni telefoniche e poi deve coordinarle. Dunque, penso che sia sempre più necessario, tanto più che sono emerse dalle analisi di certi
rapporti (c'è anche la precedente Commissione parlamentare antimafia che, proprio nella sua relazione, ha riportato dichiarazioni di amministratori della DEA o altri elementi che testimoniano questo tipo di rapporti tra traffico internazionale di stupefacenti, ad esempio, e collegamenti con il terrorismo).
Noi possiamo testimoniarne alcuni, soprattutto nell'ambito dei rapporti con alcune formazioni terroristiche colombiane, come le FARC o le altre formazioni terroristiche che adesso si cerca di riportare, da parte del Governo colombiano, dentro la legalità, che sono organizzazioni paramilitari che hanno cominciato a gestire le piantagioni, il traffico di stupefacenti in posti in cui assolutamente non può entrare nemmeno la polizia, mentre i rappresentanti della nostra criminalità organizzata, come 'ndranghetisti o camorristi o siciliani, possono tranquillamente andare lì, essere accolti e poi stabilire tutti gli accordi per poter utilizzare i canali di trasferimento della droga in Europa.
Allo stesso modo, in alcune indagini è emerso, attraverso triangolazioni molto indicative, che un'organizzazione camorristica aveva dei contatti con l'ETA, a cui forniva armi ed esplosivi che venivano dall'Albania e riceveva in cambio droga, che poi smerciava in Europa. Quindi, questi rapporti tra criminalità straniere e organizzazioni terroristiche, se pur non finalizzate all'attività propria del terrorismo da un lato o dell'attività del traffico di stupefacenti dall'altro, comunque costituiscono canali di collegamento. Sono stati scoperti canali di collegamento anche in Afghanistan, tra chi gestisce la produzione e la coltivazione del papavero, quindi dell'eroina, e coloro che poi, come criminalità organizzata, la importano in Europa e nel resto del mondo.
Passando al panorama sulle mafie italiane e quelle straniere, devo dire che, andando per ripartizioni e partendo da Cosa nostra, l'organizzazione mafiosa oggi, attraverso il sistema delle estorsioni, delle intimidazioni diffuse, degli attentati incendiari, dell'inserimento nel mondo dei pubblici appalti, continua comunque e sempre ad esercitare un pesante, violento ed esteso controllo sulle attività economiche, sociali e politiche nel territorio. Questo avviene nonostante i successi ottenuti, che sono da attribuire a questa forma di collaborazione, che ha del miracolistico, tra le tante forze di polizia sul territorio e che ha portato la magistratura e le forze di polizia ad un'azione congiunta ed efficace, di cui tuttavia si sente ancora l'esigenza.
Le indagini dirette alla cattura dei più importanti latitanti continuano a svelare progressivamente l'esistenza di una vasta rete di fiancheggiatori nei più svariati settori della società e dell'economia, evidenziando la perdurante ed estrema pericolosità dell'organizzazione mafiosa, nonché la sua straordinaria capacità di infiltrare il tessuto economico e sociale, il mondo della politica e dell'amministrazione
Abbiamo indagini veramente emblematiche sotto questo profilo. Alludo a quelle più recenti, a Palermo, sull'onorevole Lo Giudice, in cui, addirittura, l'onorevole regionale invitava e dava suggerimenti al capomafia di Canicattì per sciogliere il consiglio comunale e poter poi attuare i propri disegni politici, al punto da ribaltare i rapporti: non più di intermediazione, ma addirittura di suggerimento o comunque, come nel caso della successiva indagine «Gotha», rapporti in cui si cerca di utilizzare persone molto vicine, all'interno dell'organizzazione mafiosa, per candidarle alle prossime elezioni come consiglieri comunali. Per fare un esempio, ricordo che tale ribaltamento di prospettiva era stato - fra la fine del 1993 e l'inizio del 1994 - addirittura teorizzato dall'allora reggente capo di Cosa nostra, Bagarella: ad un suo collaboratore diceva che dovevano smetterla di farsi prendere in giro come lo zio Totò (cioè Salvatore Riina), e che dovevano ormai entrare a piè pari nella politica, perché così nessuno poteva più scherzare, e se si sbagliava e non si faceva ciò che loro richiedevano, sapevano bene quale era la sanzione.
Un'altra indagine molto indicativa è quella sul comune di Villabate, laddove un
presidente del consiglio comunale era funzionario di una banca e, allo stesso tempo, procurava il documento con cui Provenzano poteva espatriare a Marsiglia, per farsi l'operazione di cui aveva bisogno. Questo lo dico per dare degli esempi del condizionamento, dell'infiltrazione della criminalità organizzata negli enti locali e in quelle situazioni ambientali che ancora oggi non appaiono assolutamente fuori da questo contesto. Quindi, non può essere sottovalutato il pericolo concreto rappresentato dalla criminalità organizzata. Certo, abbiamo avuto la cattura di Provenzano, ma è stata frutto di un progetto investigativo, perseguito negli anni e che via via ha portato a far terra bruciata di tutto il regime di affari, di appalti che gli stava intorno. Quindi si è passati ad arrestare i prestanome, poi coloro che lo gestivano direttamente. Successivamente si è arrivati a scoprire anche alcune «talpe» nelle istituzioni, che certamente facevano uscire «spifferi» - sulle indagini - che arrivavano alla criminalità. La conclusione è stata frutto di queste varie fasi - Provenzano alla fine è stato costretto a rivolgersi soltanto alla propria famiglia - che hanno condotto ad uno sviluppo positivo del progetto investigativo.
Per quanto riguarda la 'ndrangheta, i dati che risultano dalle acquisizioni investigative la indicano come uno dei maggiori fenomeni criminali presenti sul territorio italiano, sempre più orientata a attività illecite transnazionali e, in primis, proprio al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, nell'ambito del quale ha quasi assunto una posizione monopolistica, resa possibile dagli stretti collegamenti con soggetti operanti nei paesi produttori. In particolare la Colombia, ma non solo: anche con quelli posti sulle principali rotte di transito degli stupefacenti.
La posizione della 'ndrangheta risulta ulteriormente rafforzata da cellule operative di suoi esponenti presenti in tanti paesi come l'Olanda, la Spagna, dove sono state stabilite solide basi per collegamenti con la criminalità locale, nonché con quella dell'Est europeo. Ormai è dimostrata l'elevata capacità della 'ndrangheta di rapportarsi con le principali organizzazioni criminali straniere, in particolare con i cartelli colombiani, ed anche con quella struttura paramilitare colombiana di cui vi ho già parlato, che risulta coinvolta in attività di produzione e fornitura di cocaina.
In generale, appaiono consolidati e stabili i rapporti con i gruppi sudamericani e mediorientali fornitori di stupefacenti, tanto da far divenire la 'ndrangheta, nello specifico settore, un punto di riferimento anche per le altre organizzazioni criminali. Diversamente dalla strategia di sommersione adottata da Cosa nostra, la 'ndrangheta si manifesta, si espande su piano nazionale internazionale, tendendo ad affermare la propria supremazia con insolita arroganza, forse data dal raggiungimento di un grande potere economico, con la consapevolezza del più forte, soprattutto sul piano della disponibilità finanziaria.
Le istituzioni calabresi hanno spesso subito l'arroganza, la supremazia criminale delle 'ndrine, concretizzatasi in un considerevole numero di azioni intimidatorie nei confronti di amministratori e politici locali, che ha toccato uno dei suoi apici più recenti nell'omicidio dell'onorevole Fortugno. Le notevoli disponibilità economiche derivanti dai traffici illeciti, quindi il potere economico assunto dalle organizzazioni 'ndranghetiste, oltre ad inquinare la fragile economia calabrese e comunque di buona parte del meridione, si traducono in attività di riciclaggio e reinvestimento, anche mediante acquisizioni immobiliari e commerciali, nonché in strumenti di condizionamento e di pressione nei confronti del potere politico, in particolare di quello locale.
È fra l'altro da mettere in risalto come la 'ndrangheta, dalla Calabria, prenda risorse finanziarie quasi esclusivamente pubbliche, per poi investire il ricavato di questa appropriazione iniziale in attività imprenditoriali private (e comunque inserite in un mondo economico-finanziario assolutamente diverso) in condizioni in cui
c'è più alta redditività, in contesti molto più portati all'investimento come il nord Italia o addirittura l'estero.
In tale prospettiva, era stata inquadrata la situazione dell'ordine pubblico (calabrese in generale, di Reggio Calabria in particolare) all'indomani dell'omicidio Fortugno, delle centinaia di atti intimidatori consumati con un uso di esplosivo armi e materiale incendiario ai danni di amministratori locali ed esponenti politici esposti alla violenza mafiosa, non più bisognosa di intermediazioni che costituivano in passato quei lacci dei quali, pare, si sia liberata, con una certa insofferenza.
Nel quadro ora ricordato s'inserisce anche la capacità collusiva di infiltrazione nelle amministrazioni locali, ampiamente dimostrata dai provvedimenti, anche inerenti l'esercizio del potere di accesso, in proposito assunti dal Ministero dell'interno, indispensabile per accedere ad illeciti arricchimenti, sfruttando gli investimenti pubblici che rappresentano la quasi esclusiva possibilità di sviluppo della regione.
Talune indagini hanno dimostrato che sono stati sciolti i comuni di Platì e l'ASL 9 di Locri, mentre sono in corso ancora indagini ispettive di accesso nell'ASL di Melito Porto Salvo e del comune omonimo. Le indagini hanno dimostrato l'illecita acquisizione di appalti nel settore dello smaltimento rifiuti, anche mediante corruzione dei funzionari pubblici da parte degli esponenti della 'ndrangheta. Oltre a ciò, si pongono comunque anche ulteriori attività delittuose come estorsioni, usura, strumenti di acquisizione di esercizi commerciali che poi si utilizzano per il riciclaggio, oltre che per il controllo economico, sul quale continua la prosecuzione dell'acquisizione lenta, ma purtroppo inarrestabile delle più svariate attività commerciali.
La possibilità di diversificazione delle tradizionali attività con l'ingresso di quelle, parimenti lucrose, del traffico di esseri umani, destinato al mercato del lavoro nero e della prostituzione, determina quella sinergia tra mafia autoctona e mafia d'importazione, che appare in particolare allo stato la novità più pericolosa sul fronte della provincia di Reggio Calabria. Un esempio di come tale connubio possa avere effetti devastanti sul piano della sicurezza è dato dall'arsenale di armi da guerra di cui disponeva una cosca, dalle riserve di esplosivo sequestrate a più riprese, dalla frequenza dei ritrovamenti di armi nei container sbarcati a Gioia Tauro. Sembra quasi che ci si prepari per una guerra, anche per la tipologia di armi.
In ordine ai rapporti con organizzazioni straniere, le risultanze investigative hanno accertato l'esistenza di collegamenti della 'ndrangheta calabrese con esponenti di organizzazioni criminali albanesi, bulgare, turche, oltre ai classici rapporti con i trafficanti colombiani di cocaina, non più in modo occasionale come in passato, ma con modalità che lasciano intravedere un quadro dei rapporti sempre più stretti, costituiti intorno alle lucrose attività sopra specificate: traffico di esseri umani, in particolare dall'Est europeo, sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero, nuove rotte del traffico di droga.
Molto spesso si è assistito, sulla costa crotonese, ad un'attività di quasi cessione del territorio a criminalità straniere per lo sfruttamento della prostituzione, in cambio di rapporti molto più facili nel traffico di droga. In pratica, la droga era fornita a prezzi stracciati, in cambio della disponibilità di territorio per poter esercitare la prostituzione. Questo fenomeno lo abbiamo visto anche in Puglia, ma ne parlerò più avanti.
Per quanto concerne l'organizzazione, le indagini hanno consentito di constatare un avvenuto processo di verticalizzazione della struttura, in special modo nella provincia di Reggio Calabria, determinando così una fase di relativa calma nei continui scontri fra cosche, una sorta di divisione in mandamenti che creano una certa direzione verticistica o quanto meno l'assenza di scontri. In passato, questa soluzione era stata suggerita da Cosa nostra, che aveva fatto comprendere come i continui scontri e le continue faide, certamente non aiutavano allo svolgimento degli «affari». Non può escludersi una recrudescenza
degli scontri fra cosche con fenomeni di instabilità, favoriti dal perdurare di latitanze o da scarcerazioni che fanno ritornare soggetti che vogliono riprendere in mano la situazione criminale, o decessi di personaggi di spicco, non tanto a Reggio Calabria, ma in altre zone della regione.
Per quanto riguarda la camorra, la realtà criminale di Napoli continua ad essere caratterizzata da una struttura pulviscolare dei gruppi camorristici. Nella provincia del capoluogo partenopeo operano circa 100 gruppi camorristici, a prevalente conduzione familiare, ciascuno di essi su un ben definito ambito territoriale. Talvolta più sodalizi insistono sul medesimo territorio, addirittura individuabile in un quartiere. Accade perciò che alcuni gruppi tentino, attraverso sconfinamenti, di acquisire il dominio dell'intera area territoriale, ovvero nuovi spazi di influenza già controllati da altri gruppi, con la conseguenza del verificarsi di inevitabili scontri armati che culminano in vere e proprie guerre di camorra con azioni omicidiarie efferate che purtroppo, con sempre maggiore frequenza, coinvolgono inermi cittadini, si spostano nel centro della città di Napoli e destano quindi un intenso allarme sociale.
I gruppi camorristici nella zona di rispettiva influenza delinquenziale, hanno creato attraverso il ferreo controllo del territorio, dei veri e propri quartieri-Stato che, mediante la costruzione addirittura di opere di fortificazione di ogni tipo hanno reso difficilmente aggredibili dai gruppi avversari - e quasi inaccessibili agli interventi delle forze di polizia - certi quartieri. E proprio in tali quartieri i capi camorra hanno imposto agli abitanti, affiliati e non, proprie regole, la cui trasgressione è punita con pene severe, anche di morte, erogate dal tribunale di camorra con sentenze inappellabili.
Addirittura - penso che sia noto attraverso le cronache - in un quartiere, una strada era stata completamente tagliata da costruzioni con una sorta di sportelli, dove i clienti andavano ad acquistare la droga in maniera tale che gli spacciatori non potessero venire né identificati, né arrestati, né controllati dalle forze di polizia. Altri sodalizi cercano di evitare il descritto tipo di conflitto, stipulando con i gruppi concorrenti alleanze che, comunque, si dimostrano spesso precarie.
Le organizzazioni camorristiche più consistenti, quanto a numero di affiliati, ed a maggiore diffusione sul territorio di Napoli, hanno costituito una sorta di confederazione criminale. In assenza di conflitti interni, risultano meno visibili e possono quindi gestire, con maggiore impermeabilità alle indagini, i propri traffici illeciti. Soprattutto nell'hinterland di Napoli si riscontra questa diversa aggregazione che comporta, a queste confederazioni criminali, di gestire in apparente calma le situazioni di affari.
La precarietà degli equilibri attualmente esistente (si sono registrati altri segnali di rottura nel corso degli ultimi anni, con un riuscito tentativo di espansione del cartello facente capo alla famiglia Misso e soprattutto con l'arresto di numerosi esponenti di vertice e gregari di entrambi i cartelli) può generare potenzialmente una devastante guerra fra le due grandi organizzazioni.
Unitamente al capoluogo, anche il casertano risulta una area di instabilità criminale dovuta all'operatività del noto clan dei casalesi, costituito dalle due principali fazioni: una riconducibile a Schiavone Francesco, detto Sandokan, e l'altra a Bidognetti Francesco, entrambi detenuti, a cui si sono andati aggregando i vari gruppi operanti nelle singole aree territoriali della provincia di Caserta. Nonostante l'efficace azione di contrasto, con l'esecuzione di numerosi arresti, di sequestri preventivi di immobili e di esercizi commerciali, di quote societarie e di denaro contante, per l'importo complessivo di migliaia di miliardi delle vecchie lire, il clan dei casalesi è tuttora attivo, potendo anche contare sempre su nuovi affiliati di più giovane età, reclutati facilmente a causa dell'altissimo indice di disoccupazione esistente nella provincia di Caserta, nonché sul carisma criminale di taluni soggetti
latitanti ormai da oltre un decennio e sulle ramificazioni in diverse parti del territorio nazionale e anche all'estero, soprattutto nei paesi dell'Est europeo, dove sono stati tratti in arresto, rispettivamente in Polonia e in Germania nel marzo 2006, i latitanti Schiavone Francesco, cugino ed omonimo del capo dell'organizzazione, e Russo Giuseppe, estradati poi in Italia. Anche con talune eccezioni (principalmente dovute all'instabilità dei gruppi criminali localmente operanti, ovvero al condizionamento sui medesimi operato dalle aggregazioni napoletane o casertane), gli equilibri criminali appaiono più stabili nelle altre province campane.
L'operatività delle strutture criminali camorristiche rimane principalmente proiettata verso i settori tradizionali quale il traffico di stupefacenti, dove è stata dimostrata la capacità di rapportarsi con talune delle principali organizzazioni criminali straniere e fra queste anche la stessa struttura paramilitare colombiana, che abbiamo visto in contatto la 'ndrangheta, che risulta coinvolta nell'attività di produzione e fornitura di cocaina. Altre attività sono l'estorsione e l'usura,che comportano il controllo del territorio e spesso si pongono all'origine dei contrasti. A queste attività illecite si uniscono poi il lotto e il gioco clandestino, il contrabbando di tabacchi lavorati esteri, anche se questi ultimi a livelli inferiori. Ma il contrabbando è ripreso non tanto per il consumo in Italia del tabacco lavorato estero, quanto per l'esportazione in mercati molto più redditizi, come per esempio quello inglese, dove le sigarette hanno un mercato che le fa costare molto di più, quindi con maggiori margini di guadagno.
Il traffico di merci contraffatte, soprattutto attraverso il porto di Napoli, è un'altra delle attività. Nel corso di un'indagine, è venuto fuori che si pagavano mille euro per ogni camion che usciva dalla cinta portuale del porto di Napoli, indipendentemente da quello che c'era dentro. Devo dire che poi, l'esito di questa scoperta, ha portato ad un'indagine che è stata alimentata anche grazie alla collaborazione di persone di etnia cinese, che non capivano perché, per uscire da un porto, dovessero pagare qualcosa (appunto mille euro) e, quindi, sono andate delle forze di polizia per avere spiegazioni. Da lì è nata l'indagine.
Ai settori sopraindicati si aggiungono, in taluni casi, attività tese al condizionamento dei risultati elettorali in occasione di consultazioni amministrative, finalizzate ad infiltrare la pubblica amministrazione, per poter poi orientare le scelte e assumere il controllo diretto o indiretto di pubblici appalti. Un indice delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sono i numerosi decreti di scioglimento, per infiltrazione della camorra, adottati nei confronti dei diversi comuni della provincia di Napoli, nonché di una ASL della medesima area. Di contro, nella provincia di Salerno questi fenomeni risultano più circoscritti.
Altro settore di particolare importanza, che per la Campania è assolutamente ai primi posti, è quella del controllo illecito del ciclo dei rifiuti, dal controllo delle discariche abusive, finanche alle infiltrazioni nelle attività di bonifica dei siti inquinati, principalmente riconducibili ai gruppi appartenenti al clan dei casalesi.
Per quanto riguarda le estorsioni, nonostante le encomiabili iniziative assunte nella città di Napoli, dove adesso fioriscono le associazioni antiracket, anche in relazione all'azione del mio omonimo Tano Grasso, esse ancora sussistono in maniera diffusa, a parte alcune eccezioni, e spesso i clan cercano di infiltrarsi al punto di ottenere piano piano, attraverso prestiti, il controllo dell'attività imprenditoriale o commerciale.
Nel settore del controllo degli appalti è risultata evidente la capacità da parte di taluni dei gruppi più pericolosi di condizionare l'assegnazione degli appalti dei servizi pubblici sia nella fase di aggiudicazione delle gare che in quella dell'esecuzione dei lavori. In quest'ultimo caso, mediante il controllo di una rete di imprese che intervengono con l'assunzione di subappalti o con forniture di materiali e mezzi.
Talune attività investigative depongono poi in favore dell'esistenza di una sorta di scambi di favore fra la criminalità organizzata salernitana e quella napoletana, anche al fine di commettere azioni delittuose di comune interesse, ovvero nella prospettiva di rinsaldare antichi legami di solidarietà criminale. A tal fine ho creato un gruppo che continuasse a monitorare questa serie di scambi tra criminalità con dei sostituti che hanno dato vita ad un organismo di consultazione reciproca e di collegamento investigativo, per tenere viva l'attenzione su questa comunanza di interessi.
In ordine alla distribuzione di stupefacenti nel napoletano, essa è affidata gruppi criminali stranieri, soprattutto nigeriani; mentre l'approvvigionamento dall'America Latina, la Turchia e l'Asia per tutte le varie tipologie di stupefacenti invece è ad opera delle organizzazioni camorristiche.
Nel casertano è emersa l'operatività di gruppi criminali albanesi, che hanno accettato rapporti di collaborazione con gruppi camorristici finalizzati al traffico di eroina e di marijuana. L'eroina proviene dall'Asia, attraverso i paesi dell'est, o la Turchia o la Grecia, e poi va agli albanesi che a loro volta prendono contatto con i gruppi camorristici.
Passando ai gruppi criminali pugliesi, bisogna dire essi sono storicamente inseriti o comunque gravitanti nell'ambito di una associazione di tipo mafioso comunemente nota con la denominazione di Sacra corona unita. Tale organizzazione, però, è già fortemente ridimensionata, in quanto parecchi dei suoi componenti sono in carcere. Devo dire che quindi la Sacra corona unita, come tipica organizzazione di provenienza pugliese, ora cede il posto a gruppi criminali pugliesi che non hanno la stessa caratteristica di aggregazione unitaria, che invece era assicurata da quel tipo di organizzazione. In sostanza, anche la criminalità organizzata pugliese appare orientata verso l'ottica del maggior profitto mediante un processo di inabissamento, costituito da una minore visibilità e da uno sviluppo dei profili economici e imprenditoriali. In quest'ottica, si pongono la diminuzione degli scontri armati fra gli appartenenti ai vari gruppi, originati più da contrasti personali che da vere strategie dei clan; dall'altro lato taluni rapporti collusivi di condizionamento con amministrazioni pubbliche pongono l'attenzione su altri tipi di attività illecite dirette proprio all'accaparramento di finanziamenti pubblici, attuati soprattutto attraverso finte cooperative agricole e commerciali.
In ordine a questa sorta di pax mafiosa non può sottacersi come un elemento di pericolo per la ripresa di scontri armati potrebbe derivare dalle numerose scarcerazioni avvenute a seguito della concessione dell'indulto.
Le attività illecite privilegiate, prime fra tutte il traffico di stupefacenti e il contrabbando dei tabacchi lavorati esteri, necessitano dell'esistenza di sinergie operative con le organizzazioni straniere e, quindi, proiettano l'operatività dei gruppi pugliesi oltre il confine e comunque risultano indicative dell'elevato livello criminale raggiunto.
Gli sbarchi di immigrati clandestini sulle coste pugliesi si sono ridotti moltissimo, dimostrando come la politica dell'Italia nei confronti dell'Albania abbia pagato. Quest'ultimo paese ha assunto un ruolo importante sotto un altro profilo: non più quello del traffico di immigrati, bensì di stupefacenti, diretto in Italia. Rispetto a questo traffico, la Puglia rappresenta la principale porta di ingresso, sia per la vicinanza delle coste, sia per i collegamenti marittimi esistenti, anche con la Grecia. Inoltre, tale paese, non dimentichiamolo, fa parte dell'Unione europea, quindi aderisce al Trattato di Schengen e, di conseguenza, ha confini sostanzialmente inesistenti in ambito europeo.
Secondo queste acquisizioni investigative, le organizzazioni albanesi, mentre provvedono a far introdurre in Italia la marijuana a bordo dei vecchi gommoni, un tempo utilizzati per il trasporto dei clandestini o per il contrabbando, veicolano attraverso la Macedonia altro stupefacente, in specie cocaina ma anche eroina, in Grecia, da dove poi giunge in Italia. Gli albanesi dunque, visto il controllo
sempre più stringente sulle coste, adesso lo aggirano con una nuova rotta che passa attraverso il Kosovo, la Macedonia, la Grecia, per poi ritornare in Europa attraverso la Grecia, via mare.
Secondo talune acquisizioni investigative, queste sono le nuove rotte. Questo profilo, unito alla recente ripresa di taluni sbarchi di clandestini salpati dalle coste greche e poi approdati nel leccese, denotano i collegamenti fra criminalità albanese e pugliese, in favore della presenza di gruppi albanesi in Grecia che comunque sono indicativi dell'esistenza di una collaborazione, seppure insolita, quanto a rapporti etnici - ma si sa che gli affari portano a qualsiasi tipo di rapporto e non ci sono discriminazioni razziali sotto questo punto di vista -, fra greci e albanesi nell'espletamento di traffici illeciti. Nel settore del traffico di stupefacenti, la Puglia si pone come un importante luogo di transito delle sostanze destinate ad altre regioni italiane e quindi pone necessariamente la criminalità organizzata pugliese in collegamento e sinergia con altri gruppi criminali italiani, oltre alle organizzazioni straniere fornitrici - principalmente albanesi - di stupefacenti. Le sole organizzazioni pugliesi svolgono funzioni intermediarie fra i gruppi strutturati italiani e quelli albanesi.
Vengo al tema del'estorsione e dell'usura con riferimento alla Puglia. Relativamente al primo tema, è molto diffusa la tecnica del cosiddetto «cavallo di ritorno», piccole estorsioni per la restituzione dei veicoli, anche agricoli, che vengono rubati e poi restituiti dietro il pagamento di una sorta di mancia per la restituzione. Nei fenomeni inerenti alla tratta delle persone e all'immigrazione clandestina, dalle varie inchieste condotte rimane confermata l'esistenza di cartelli criminali tra organizzazioni albanesi, turche, iraniane e nordafricane, per la gestione del traffico di esseri umani. A tale scenario sembra rimanere totalmente estranea la criminalità organizzata italiana.
A taluni dei citati settori di operatività criminale si collega direttamente il fenomeno del riciclaggio, in ordine al quale le attività investigative svolte hanno anche fatto emergere l'esistenza di collegamenti tra esponenti della criminalità organizzata ed ambienti imprenditoriali, che provvedevano a gestire un circuito economico-finanziario; investimenti di capitali illeciti sono anche risultati in attività immobiliari e societarie. Anche nei rapporti con queste etnie abbiamo assistito alla cessione di parti del territorio per far esercitare la prostituzione e il controllo della parte finale della tratta degli esseri umani, che prevede lo sfruttamento anche sul nostro territorio.
Avendo terminato di delineare il panorama delle mafie italiane, potrei passare a quelle straniere, ma credo che casomai il deposito della relazione, o altre domande, possano soddisfare eventuali curiosità o richieste di chiarimenti. Penso pertanto di fermarmi qui e di ascoltare le domande per approfondire altri temi.
PRESIDENTE. Ringrazio il procuratore Grasso per la sua relazione.
Do la parola ai commissari che intendano formulare domande o chiedere chiarimenti, auspicando che si limitino a porre domande, trattandosi di un'audizione e non di un dibattito.
ANGELA NAPOLI. Cercherò di essere lapidaria nelle domande, non senza aver premesso che sono un po' smarrita e un po' delusa, procuratore. Sono delusa perché, conoscendo la sua sensibilità, la sua professionalità, la sua conoscenza del settore relativo alla criminalità organizzata, pensavo che avrebbe potuto fornire a questa Commissione informazioni più puntuali. Molte delle cose che lei ha detto credo siano a conoscenza di chi fa parte di una Commissione parlamentare antimafia. Queste audizioni vengono svolte anche per acquisire elementi che possano poi diventare produttivi per la Commissione stessa e, quindi, abbiamo bisogno di informazioni chiare, puntuali e che non conosciamo.
Pertanto, passo subito alle domande. Che differenza c'è tra la 'ndrangheta di due anni fa e quella di oggi? Esiste un
rapporto tra la politica, la 'ndrangheta e la massoneria deviata in Calabria? La Direzione nazionale antimafia è a conoscenza di questo rapporto? Se sì, è a conoscenza del fatto che fino ad oggi questo rapporto, pur denunziato anche dai procuratori nella recente inaugurazione dell'anno giudiziario, non è stato mai intaccato dalla magistratura calabrese? Ci può dire, nell'ambito delle famiglie della 'ndrangheta, quali risultano alla DNA essere - con nomi e cognomi - le più potenti e più pericolose, nonché quelle che coordinano, all'interno della stessa struttura della 'ndrangheta, i tavoli delle trattative? Dottor Grasso, le risulta che siano giacenti 600 richieste di arresto per mafia presso la DDA di Catanzaro? Quante altre richieste di questo tipo risultano giacenti presso la DDA di Reggio Calabria? Qual è lo stato delle indagini sul delitto Fortugno, alla luce della sentenza di Cassazione relativa ai presunti mandanti e basisti nonché alla luce delle dichiarazioni che il presunto killer, a detta del legale, dovrebbe rendere (le ha già rese o comunque le produrrà nell'ambito processuale)?
Chiedo, altresì, sempre in connessione al delitto Fortugno: lei ha fatto riferimento alla relazione e quindi al commissariamento conseguente dell'ASL di Locri. In quella relazione, che lei avrà letto certamente e che a mio avviso contiene anche molti omissis, in quanto ci sono tanti personaggi - altrettanto noti - che non vengono elencati in quella relazione, le chiedo: come mai, fino ad oggi, a parte il commissariamento, non è avvenuto nulla da parte della magistratura calabrese per incidere i legami che esistono tra il settore sanità di quell'ASL e i personaggi della malavita locale o comunque calabrese? Quali sono i rapporti tra la Direzione nazionale antimafia e le DDA calabresi? Le risulta che esista collaborazione tra le direzioni distrettuali antimafia calabresi e le procure ordinarie calabresi? Lei ha parlato di intimidazioni subite, dalle istituzioni, da parte della 'ndrangheta. Le chiedo: la Direzione nazionale antimafia è fermamente convinta a compiere atti che possano evidenziare che tutte le intimidazioni subite dalle istituzioni calabresi, o meglio dai rappresentanti di istituzioni calabresi, sia addebitabile esclusivamente alla 'ndrangheta? Oppure, risulta alla Direzione nazionale antimafia che possano anche esserci stati atti intimidatori provenienti sì dalla 'ndrangheta, ma per collusioni chiare tra parti delle istituzioni e la 'ndrangheta stessa?
Può dirci qualcosa in merito alla potenzialità della 'ndrangheta in merito alla gestione dei fondi comunitari? Su come la 'ndrangheta risulta essersi, di fatto, già impadronita dell'economia legale calabrese? Chi ha aiutato e favorito questa situazione?
Da ultimo, procuratore, le risulta che il consiglio regionale calabrese abbia tra le sue componenti ben 28 personaggi indagati, o inquisiti, o che hanno in atto procedimenti giudiziari per reati certamente non di poco conto?
EMIDDIO NOVI. Lei, procuratore, ha accennato all'emergenza rifiuti in Campania collegata alla presenza del sistema criminale campano. Le componenti della criminalità organizzata campana , con quali persone e con quali funzioni sono entrate in rapporto per poter inserirsi nella gestione dell'emergenza rifiuti?
Le chiedo, inoltre, quanto segue. Esistono dei consorzi che sono profondamente inquinati da presenze criminali, non solo nel casertano, ma anche in provincia di Napoli. Bene, da chi erano gestiti questi consorzi, che hanno anche provveduto all'assunzione di masse clientelari nella prossimità di ogni scadenza elettorale? I vertici della gestione commissariale emergenza rifiuti erano o meno a conoscenza di questi fatti? È credibile che ignorassero tutto quello che avveniva a livello di consorzi e a livello di rapporto tra commissariamento per l'emergenza rifiuti e componenti del sistema criminale?
Le pongo anche un'altra questione. Qualche tempo fa c'è stato uno scontro, a suon di dichiarazioni riportate anche dai giornali, che trovò una una vasta eco sul periodico L'attesa, nella città di Marano - emblematica, in quanto territorio del clan
Nuvoletta - , tra l'attuale assessore al lavoro della regione Campania, Corrado Gabriele, e l'attuale sindaco di Marano. Entrambi si scambiavano accuse di collegamento con le famiglie camorristiche della città. Esistono tracce di queste accuse? Esiste un lavoro inquirente da parte della Direzione distrettuale antimafia di Napoli circa queste accuse pesantissime che si rivolsero i due uomini politici?
Lei ha parlato, con grande coraggio, di quartieri-Stato nella città di Napoli. Ormai, il sistema criminale sta debordando anche in quartieri che erano immuni da queste presenze. Ad esempio, il Vomero e piazza Vanvitelli fino a quattro anni fa erano immuni da presenze e da infiltrazioni dei sistemi criminali periferici, di Secondigliano e di Napoli. Ora, invece, la presenza si avverte sul territorio, con il fenomeno tutto nuovo delle baby gang che terrorizzano gli abitanti di quei quartieri ed hanno espugnato per ben due giorni alla settimana il controllo del territorio.
Delle misure sono state prese solo dopo l'assassinio del giornalaio al Vomero. Si ritiene o non si ritiene opportuno procedere a un censimento nella gestione dei bar, degli esercizi commerciali di questi quartieri, dei cambiamenti avvenuti nella gestione di questi punti di vendita negli ultimi tre-quattro anni? La presenza così massiccia di gang giovanili non annuncia anche una sorta di pressione su quello che è il sistema immobiliare in quei quartieri? Le faccio questa domanda, perché, devo dire la verità, in quella città, fino ad ora, sono stati alquanto sottovalutati questi fenomeni. Con la sua esperienza, lei sa benissimo che, una volta sperimentati in una grande città del sud, questi fenomeni vengono poi esportati altrove. Si tratta soltanto di sperimentare quel tipo di strategia di infiltrazione e di ulteriore conquista e controllo del territorio.
Un'ultima domanda. Quando con il presidente Centaro ci recammo in missione negli Stati Uniti, ricordo che in una Commissione del Senato posi la questione delle contaminazioni tra sistemi criminali e terrorismo. Allora, non erano ancora emerse queste forme di contaminazioni così forti che lei, con grande responsabilità e preveggenza ha enunciato. Anche perché, immaginare che ci si possa rifornire sul mercato internazionale della droga, afghano o sudamericano, senza passare per il controllo dei prezzi da parte di organizzazioni terroristiche è un puro esercizio retorico.
Infatti, è chiaro che chi si rifornisce su quei mercati entra in contatto con i gruppi terroristici e finanzia con i profitti criminali anche i gruppi terroristici. Abbiamo letto sul giornale di oggi della presenza a Guantanamo di uomini del Ministero dell'interno. Lo ha accennato proprio ieri l'ex capo della struttura militare Pollari.
Le risultano acquisizioni di fatti, atti, eventi, che sono stati attivati rapporti? È stato informato di quanto hanno appreso gli uomini del Ministero dell'interno che sono stati a Guantanamo, come afferma il generale Pollari? Probabilmente lei non ne saprà nulla, ma è giusto che in questa sede si dica qualcosa. Se uomini del Ministero dell'interno sono stati a Guantanamo e se qui ci sono soprattutto talebani, se questi ultimi fanno concorrenza ai signori della guerra schierati dall'altra parte nel controllo dell'economia della droga, è chiaro che qualcosa avranno pure saputo. Se non l'hanno messa a conoscenza, vedrà che, con quello che diremo in questa sede, qualche rapporto le arriverà nelle prossime settimane.
GIUSEPPE LUMIA. Dall'osservatorio privilegiato della Procura nazionale antimafia, volevo che lei ci fornisse, se possibile, un elenco dettagliato dei punti deboli che esistono oggi nella lotta alla mafia. Sicuramente li toccate con mano e sicuramente con questi punti deboli fate i conti quotidianamente. Sarebbe importante avere un'elencazione, per quanto sintetica, di questi punti deboli, in modo tale che la Commissione antimafia li possa esaminare e fornire il suo contributo per superarli. Naturalmente, le chiedo anche se esistono punti di forza, da migliorare. Anche in questo caso, le chiedo di fornircene un'elencazione, che potrebbe rivelarsi utile per gli stessi motivi anzidetti.
Procuratore, affronto il tasto delicato della legislazione, della competenza del Parlamento, della sua autonomia e della sua libertà. Le chiedo: quali sono le indicazioni che fornite alla Commissione per quella legislazione che ritenete possa essere utile da migliorare, da rafforzare, o addirittura da superare?
Le rivolgo una domanda più specifica su una legge molto delicata che, di volta in volta, viene presentata nel nostro Parlamento e che, appunto, suscita preoccupazioni e profonde lacerazioni, cioè la legge sulla revisione dei processi. Che valutazione fate? È importante che, oltre alle valutazioni, ci forniate anche il grado di attesa dei boss condannati con sentenze passate in giudicato, oggi, di fronte a questa possibile opportunità.
Inoltre, procuratore, non è mai successo nella storia del nostro paese di avere tanti condannati con sentenze passate in giudicato. Il mondo delle carceri è diventato un mondo che va osservato e analizzato. Volevo sapere da questo punto di vista, che cosa succede: i boss della 'ndrangheta, di Cosa nostra, della camorra e della Sacra corona unita accettano tranquillamente e serenamente queste sentenze? Che analisi fanno, che collegamenti hanno, come comunicano al loro interno, quali notizie si scambiano, quale strategia intendono attuare?
Vorrei che poi, magari in secretazione, il procuratore ci aggiornasse sulla loro vecchia strategia della dissociazione, che in questa Commissione abbiamo condannato e che per loro poteva costituire una via di superamento delle proprie difficoltà. Volevo, appunto, sapere a che punto siamo: se quella strategia è stata sepolta definitivamente, o se ci sono, ancora una volta, tentativi di contatto con le istituzioni per riprenderne il percorso.
Vengo al capitolo del riciclaggio, forse il più debole e difficile, ma sicuramente uno dei più decisivi. Esiste un lavoro vero, reale, integrato a livello europeo e internazionale? Che cosa succede «realmente» sul versante della droga da un lato, sul versante di quei service internazionali che offrono disponibilità a riciclare, sia alle organizzazioni terroristiche, sia alle organizzazioni mafiose, dall'altro? Avete una mappatura di questi punti di contatto nelle attività di riciclaggio? C'è un'azione costante di monitoraggio? Ci sono squadre comuni di lavoro, che le risulti, in grado di colpire questi punti strategici molto importanti e delicati?
Abbiamo il caso Mancuso in Colombia e il caso Deodato in Bolivia. Che cosa si sta facendo con questi paesi, per catturare questi due boss di origine italiana che hanno una funzione destabilizzante e di collegamento con la 'ndrangheta e con le altre organizzazioni mafiose presenti nel nostro paese?
Per quel che riguarda Provenzano, è vero che abbiamo smantellato il suo sistema. Per quanto riguarda il lato riciclaggio del sistema Provenzano, a che punto siamo? Non penso che ci possiamo accontentare di un risultato positivo (faccio l'esempio del famoso Di Fiore, che è stato preso a Bagheria con una contabilità che penso sia riferita alla parte delle estorsioni); riguardo alla parte, invece, più lucrosa delle frodi, degli appalti, del traffico di droga, del controllo della spesa pubblica, le domando: dove vanno a finire quelle risorse? Chi ci lavora? Quali strategie sono in atto per individuarle?
Di recente, uno dei più importanti imprenditori sul piano dell'edilizia, forse l'erede dei cavalieri del lavoro, e poi dei grandi imprenditori di Agrigento, il Di Vincenzo, ha subito una misura di prevenzione patrimoniale cospicua di circa 280 milioni di euro. Sono state individuate anche due società finanziarie a Milano. Viene svolto, anche in questo caso, un lavoro tendente ad individuare i risvolti internazionali di quell'attività? Come mi auguro venga svolto su Ajello, anch'egli depositario di patrimoni immensi, individuati per la parte dei conti correnti depositati in una banca di Palermo e di Bagheria per una cifra - pensate un po' - di 40 milioni di euro (in conti correnti, con una redditività del tutto non conveniente). Quindi, su tutta la parte internazionale, chi ci lavora? Come si organizza un'attività di questo tipo?
Lo stesso dicasi per quanto riguarda la vicenda campana. Abbiamo discusso molto dei Di Lauro, della loro capacità di contraffazione e di proiezione delle merci in Canada, in Australia, negli Stati Uniti. E il riciclaggio? E le risorse che se ne traggono? Lo stesso dicono sui Casalesi, altro clan potentissimo che lei ci ha qui descritto. Non dimentichiamo poi il clan Romito, che in Puglia ha una forza enorme. Anche qui quella dimensione economica e quel risvolto internazionale, a che punto stanno?
Veniamo al capitolo della politica, delicato, che spesso porta a divisioni, ma sul quale dobbiamo con molto rigore provare a lavorare in questa Commissione. Volevo che ci spiegasse meglio il grado di penetrazione delle mafie, oggi, all'interno della politica; i canali che utilizzano; se è vero che accanto al classico meccanismo di intermediazione tra due sfere autonome (le cosche mafiose e la politica) che si incontrano sugli appalti, sul controllo della spesa pubblica, sullo scambio affaristico-clientelare, o sul condizionamento dei voti, c'è anche una penetrazione diretta, una sorta di rappresentanza diretta.
Come avviene oggi tale rappresentanza diretta? Che geografia ci può descrivere in Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia per capire bene questo grado di presenza diretta? Le chiedo anche di presentarci una specifica relazione sui politici coinvolti: quanti sono, che storia hanno, che caratteristiche hanno. Questo lavoro fu fatto in altre epoche della Commissione parlamentare antimafia. Ricordo il generale Dalla Chiesa, che fornì delle schede puntuali sui vari politici coinvolti nelle organizzazioni mafiose. So che questo lavoro è molto delicato e che potrebbe suscitare notevoli difficoltà per chi lo compie; però fu fatto in altre epoche storiche. Da questo punto di vista penso che dobbiamo accettare questa sfida e, quindi, per la Calabria, la Sicilia e la Campania, avere una mappatura, come allora si tentò di fare su alcune parti della Sicilia, in modo tale che la Commissione parlamentare antimafia si confronti con questo fenomeno e prenda le misure più adeguate.
All'atto della costituzione della DNA lei, procuratore, ci aveva annunciato la costituzione di un comitato sulle stragi. Anche lì ci sono alcuni «buchi» e su questo, forse, bisogna continuare a scavare. Questo è tema che molto si confà al lavoro della Commissione parlamentare antimafia, perché, al di là dei risvolti penali, ci sono altri tipi di risvolti e di responsabilità con cui la Commissione, con molto rigore, deve fare i conti. Volevo quindi capire a che punto ci troviamo.
Lo stesso dicasi per la vicenda Fortugno. Mi piacerebbe che lei potesse descriverci quali sono le cosche che eventualmente avrebbero autorizzato questo importante e devastante omicidio, che fine hanno fatto le denunce di Fortugno, quali sono state le armi, quali sono stati i canali, qual è il contesto politico in cui è maturato l'omicidio Fortugno, qual è il contesto della sanità.
Procuratore, sarebbe interessante se ci fornisse l'elenco delle cliniche private, degli eventuali prestanome, dei contatti con la politica e con la burocrazia del territorio, che ci dicesse se ci sono contatti con forze investigative e con esponenti della stessa magistratura, oltre che ovviamente della politica.
C'è un punto delicato, che penso che in questa Commissione vada affrontato: non solo, come chiedeva l'onorevole Napoli, lo stato dei contatti della DNA con le DDA di Catanzaro e di Reggio Calabria, ma sarebbe importante sapere, procuratore, perché la DNA non ha valutato, oppure è stata impedita in un coinvolgimento diretto all'interno di questa inchiesta. Volevo sapere anche la valutazione che lei dà dell'ultima introduzione all'interno della DDA di Reggio Calabria del procuratore Lombardo. Volevo anche su questo una sua valutazione e conoscere il parere che voi avete offerto per questo tipo di introduzione all'interno della DDA.
Inoltre, le chiedo lumi su una particolare condizione che penso presto la Commissione dovrà valutare, circa la vicenda
di Barcellona. Quali sono le valutazioni che fa sulla presenza e sul grado di condizionamento delle istituzioni in quel comune, importante anche per alcune presenze - Rosario Cattafi, coinvolto in indagini addirittura sulle stragi, ed altre - che sono state analizzate in altre occasioni da parte della Commissione parlamentare antimafia. Le chiedo di fornirci anche su questo una sua attenta valutazione.
Infine, dopo l'inchiesta «Gotha», che ha coinvolto ai massimi livelli Cosa Nostra palermitana, sono emerse tensioni e differenziazioni tra coloro i quali sono legati a Provenzano e gli altri che sono legati agli emergenti Lo Piccolo. Allora, alla luce di questo dato, potrebbe fornirci la vostra lettura più aggiornata sul «dopo Provenzano», le possibili tensioni e i conflitti: ad esempio, le lupare bianche che si sono verificate all'interno dell'organizzazione mafiosa?
Quali strategie voi pensate che Cosa nostra possa utilizzare dopo l'arresto di Provenzano? Occorre fare in modo che, ogni tanto, lo Stato arrivi prima che loro si riorganizzino e si diano nuove strategie per poterle colpire sul versante, non solo repressivo, ma anche sociale, politico edeconomico, su cui la Commissione potrebbe dare il suo contributo.
PRESIDENTE. Sebbene sia iscritto a parlare l'onorevole Tassone, credo non si possa più proseguire, data l'imminenza dei lavori d'Aula.
Ringrazio pertanto il procuratore Piero Grasso, che credo che abbia fatto una relazione necessariamente aperta. Non poteva non essere così, perché tutti gli approfondimenti sono conseguenti alle domande dei deputati e dei senatori . Da questo punto di vista penso che non ci sia nessuna delusione - come ci ha detto l'onorevole Napoli -, se non il tratto introduttivo, sul quale ora dobbiamo approfondire.
Il seguito dell'audizione è rinviato alla seduta di domani, mercoledì 31 gennaio 2007, alle ore 14.15.
La seduta termina alle 15,15.
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