Back

Seduta del 31/1/2007


Pag. 4


...
Seguito dell'audizione del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito dell'audizione, iniziata nella seduta di ieri, del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, che ringrazio per la sua presenza.
Riprendiamo gli interventi dei colleghi, cominciando dall'onorevole Bono.

NICOLA BONO. Signor procuratore, ferma restando, ovviamente, la stima incondizionata nei suoi confronti, non posso esprimere soddisfazione nei confronti della sua relazione. Riguardo a ciò, mi unisco al coro di critiche che finora è stato registrato in questa Commissione, rilevando che almeno un merito la sua relazione ce l'ha: ci ha messo tutti d'accordo nel criticarla.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Vorrei intervenire per chiarire questo aspetto, considerate anche le delusioni manifestate dall'onorevole Napoli ieri ed ampiamente diffuse.
Ho una certa esperienza e per qualche anno ho fatto anche il consulente a tempo pieno delle Commissioni antimafia Chiaromonte, Violante ed altre. Poiché so benissimo che la vera rilevanza delle audizioni consiste non tanto nelle relazioni iniziali, quanto nelle domande e nelle risposte, mi sono ripromesso di cercare di svolgere una relazione introduttiva generica, proprio per dare modo ai parlamentari, attraverso le loro domande, di approfondire tutti i temi che richiedono una risposta. Dunque, si tratta di una precisa scelta. Mi dispiace di aver provocato queste reazioni.
Inoltre, se la relazione fosse stata completa, non avreste avuto modo di porre quesiti: avrei risposto già a tutto in precedenza. Se avessi già potuto interpretare e prevedere tutte le domande, se avessi approfondito la relazione fino a tal punto, avremmo già terminato l'audizione, con la sola illustrazione della relazione.
Con questa precisazione, spero che tale aspetto sia chiarito e si possa procedere con l'audizione, poiché sull'onda delle delusioni non possiamo andare avanti.

NICOLA BONO. La mia non era una delusione definitiva, ma era ispirata alla speranza che lei correggesse in sede di replica, come sta assicurando di voler fare, e ne prendo atto con soddisfazione. Proprio per questo motivo, vorrei rivolgerle alcune domande che mirano a far comprendere a questo organismo parlamentare alcuni nodi ancora irrisolti e la cui soluzione è fondamentale ai fini di una corretta strategia per contrastare la criminalità organizzata e mafiosa.
Pongo una prima questione. Oltre tremila beni sequestrati non sono passati ancora al patrimonio dello Stato. Questo è un fatto grave, non solo dal punto di vista dell'immagine, ma anche da quello delle conseguenze pratiche. Molti di tali beni sequestrati sono res nullius, sono nelle mani di nessuno, vengono danneggiati - a volte volutamente dagli stessi ex detentori - per fare in modo che l'eventuale presa di possesso non comporti utilizzazione di fatto. Infatti, costerebbe di più restaurare un immobile danneggiato, che edificarlo ex novo. Per non parlare, poi, della situazione delle aziende sequestrate, che appare ancora


Pag. 5

più inquietante, perché in qualche caso c'è il dubbio che i curatori servano più alle logiche degli ex proprietari illegittimi che non a quelle di un interesse politico. Questo è uno dei punti nodali. Cosa suggerisce in ordine all'intervento finalizzato a rendere più immediate, più veloci, più incisive le procedure per l'acquisizione dei beni confiscati e, soprattutto, a conseguire una ricaduta di ordine sociale e collettivo che sia testimonianza e monito che il crimine, comunque, non paga?
Pongo, poi, una seconda questione. È stato notato, in più occasioni, che le denunce antiracket sono in calo. Perché? Si tratta di sfiducia nelle istituzioni? È un fatto che dipende da altre questioni? Può forse essere, ad esempio, che le denunce dei testimoni di giustizia non vengano definite nei tempi che sarebbe opportuno mantenere sia dal punto di vista giudiziario - a causa della lentezza dei procedimenti - sia, soprattutto, dal punto di vista del risarcimento del danno? Quest'ultimo problema registra una burocratizzazione esagerata delle procedure e, spesso, una vanificazione delle attese. Voglio sollevare un caso specifico riguardante la Sicilia, dove, probabilmente per una legislazione antimafia particolare, o per altre questioni di natura amministrativa, da qualche anno a questa parte non si ha notizia di parenti di vittime della criminalità organizzata di stampo mafioso che abbiano riscontri in ordine alla soddisfazione dell'indennizzo. Invito il presidente Forgione a riservare uno spazio - a margine dell'audizione, ovviamente - per affrontare questo problema.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Ha in mente un caso specifico?

NICOLA BONO. Potrei citare diversi casi specifici, ma non mi pare il caso di citare nomi e cognomi. Cito il fatto che, dal 2004, le pratiche che vengono inoltrate riguardo a vittime siciliane della criminalità organizzata di stampo mafioso non ricevono pareri da parte del comitato speciale del Ministero. Credo che questo sia un problema da affrontare presto, se non immediatamente.
Le chiedo quali strumenti lei ritenga opportuno eventualmente suggerire, al Parlamento e alla Commissione, per cambiare questo atteggiamento nei confronti delle istituzioni e sollecitare uno dei punti essenziali della battaglia antimafia, ovverosia il coinvolgimento della società civile nella resistenza alle pressioni della mafia. Se le denunce dell'antiracket si esauriscono, si esaurisce uno dei postulati alla base della battaglia che tutti vorremmo combattere.
Pongo ora una terza questione, che ritengo importante e su cui le chiedo di pronunciarsi. Lei, nella sua relazione, ha fatto più volte riferimento alla necessità di modificare la legge sullo scioglimento dei comuni - o degli enti locali in generale - afflitti da fenomeni di infiltrazione criminale, ma non ha specificato «come», cioè sotto quali aspetti questa legislazione debba essere cambiata. Condivido l'analisi da lei svolta e sono convinto, come lei, che la legislazione sia obsoleta e inadeguata rispetto alle esigenze attuali. Mi auguro che nella risposta lei individui i punti essenziali su cui bisogna accentrare l'attenzione ai fini di un intervento in merito.
Condivido l'attacco che lei ha mosso indirettamente - ma l'ha fatto in maniera chiara, poiché l'ha richiamato più volte - all'indulto. Ciò apre scenari di confronto, anche politico, tra chi in Parlamento ha voluto tale strumento e chi, invece, l'ha osteggiato. Ma vi è un aspetto più importante, e concludo, signor presidente, così non vado oltre i limiti che ci eravamo autoassegnati. Mi riferisco alle vicende che lei, signor procuratore, ha denunciato sulle infiltrazioni della criminalità nell'ambito delle società miste che fanno capo agli enti locali: lei sa perfettamente che il decreto Bersani sulle liberalizzazioni non prende minimamente in considerazione questo aspetto. Esso, invece, rappresenta uno dei temi che riguardano non soltanto le liberalizzazioni, ma anche, come emerge con lucidità dalla sua relazione, il diverso modo di interpretare il ruolo delle società miste, che in questo momento costituiscono


Pag. 6

l'elemento più permeabile alle infiltrazioni. La pregherei di voler svolgere una riflessione su questo aspetto. Capisco che, forse, ciò esuli leggermente dalle sue competenze, ma stiamo affrontando un tema che, in questo momento, ci consente di intervenire in maniera più pertinente, anche sotto l'aspetto che lei ha giustamente denunciato.

ALFREDO VITO. Signor procuratore, vorrei porle due serie di domande: una più direttamente riguardante la situazione generale dell'amministrazione della giustizia nel nostro paese, l'altra con maggiori riferimenti alla sua relazione.
In occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, che si è svolta in varie sedi d'Italia nei giorni scorsi, da parte di tutti i procuratori generali è emersa una richiesta al Governo di una maggiore disponibilità di personale. Si parla di più magistrati, di più cancellieri, di più amministrativi. Siamo ormai abituati, da decenni, a questo tipo di richieste, che evidentemente non riescono mai ad essere evase come forse l'autorità giudiziaria vorrebbe. Ebbene, vorrei la sua opinione su questo aspetto, ovvero se lei ritiene, dall'alto del suo osservatorio, di poter affermare che effettivamente, oggi, uno dei problemi fondamentali, come hanno detto i procuratori generali, è la carenza del personale e, quindi, l'esigenza che il Governo e il Parlamento possano appostare più fondi per l'amministrazione della giustizia. Vorrei domandarle se, nel quadro generale della situazione della giustizia in Italia, stanti anche le suddette dichiarazioni, lei ritiene che sia possibile concludere un processo penale in cinque anni, come è stato detto di recente alla Camera dei deputati dal ministro della giustizia. Quali possono essere i passaggi attraverso cui si può arrivare ad un simile traguardo, che francamente in questo momento mi sembra piuttosto utopistico?
Di fronte al dilagare del crimine ed al suo impatto sull'opinione pubblica, al fine di poter meglio affrontare questa situazione, lei ritiene che possa essere utile esperire un tentativo di ulteriore eventuale depenalizzazione? Come lei ritiene potrà essere accolto, un tale tentativo, dalla pubblica opinione? Cosa pensa della possibilità che le procure stabiliscano, d'intesa con gli uffici competenti del Ministero della giustizia e con chi di dovere, un ordine di priorità dei reati da perseguire?
Con riferimento alla sua relazione, invece, premetto di trovare quest'ultima un quadro molto dettagliato delle mafie italiane e della loro presenza nelle regioni meridionali. Ovviamente, ci attendiamo dalle sue risposte anche un'indicazione sulle misure di contrasto che bisogna mettere in campo per poterle adeguatamente affrontare. Come parlamentare della Campania, ho una maggiore conoscenza dei problemi della mia regione. Vorrei, in particolare, parlare di ciò che riguarda, oggi, la situazione dei rifiuti proprio nella regione Campania. Lei stesso ha riconosciuto essere, questo, un terreno di infiltrazione della malavita organizzata. Credo che in Campania, negli ultimi quindici anni, sia stato operato un autentico disastro ambientale. Da un lato, vi è il seppellimento di rifiuti tossici, velenosi e nocivi - come è abbondantemente descritto anche nella relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse della precedente legislatura -, con conseguenze che potrebbero rivelarsi devastanti per la vita della popolazione campana nel corso del tempo. Infatti, questi rifiuti tossici altamente nocivi e velenosi potrebbero inquinare - se ne parla in varie occasioni e lo si legge anche su riviste di stampa specializzata - le falde acquifere. E anche se gli emungimenti oggi avvengono a livelli piuttosto profondi, saremmo abbastanza vicini a questo rischio. Dall'altro lato, l'erba per l'alimentazione animale, e mi riferisco ai bovini, agli ovini e ai suini che sono largamente presenti nella regione Campania, è oggi certamente inquinata, come anche l'ARPAC ha dichiarato. Tutto ciò può produrre difficoltà enormi per l'alimentazione degli animali e, quindi, per la produzione di insaccati, mozzarelle ed altro.


Pag. 7


In Campania, per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti solidi, vi è una situazione del tutto particolare: non si effettua alcuna raccolta differenziata e si è puntato sulla politica delle discariche. Io sono personalmente convinto che questa non sia una scelta casuale, bensì voluta. Attraverso la politica delle discariche si sono realizzate una serie di situazioni contigue, che appaiono paradossali. A tal riguardo, permettetemi di leggere un passaggio della relazione territoriale sulla Campania, redatta dalla Commissione parlamentare ed approvata all'unanimità: «È accaduto, infatti, che nello stesso giorno sono stati acquisiti da società di dubbia origine e successivamente rivenduti o affittati, alla FIBE, che era la società concessionaria, terreni per un valore talora più che quintuplicato. Ed è accaduto pure che molti di questi terreni fossero stati acquisiti e rivenduti alla FIBE sempre dai medesimi soggetti, con atti rogati dai medesimi notai».
Non so se una situazione del genere è all'esame della Direzione nazionale antimafia. Naturalmente, mi riferisco ad un lavoro ufficiale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica che riconosce, evidentemente, la capacità pervasiva della delinquenza organizzata in questo settore e parla anche di atti rogati, dei medesimi notai, dei medesimi soggetti. Credo si tratti di fatti di grande interesse. Anche per quanto concerne il trasporto dei rifiuti, questa relazione parla di presenza della malavita organizzata. Insomma, si tratta di una situazione obiettivamente disastrosa. Vorrei pertanto sapere a che punto sono le indagini nel settore. Si tratta solamente di fatti relativi a cattiva amministrazione, si tratta solamente di fatti di difficile e complessa gestione, o si tratta di reati in relazione ai quali i cittadini della Campania - oltre a vedere le immondizie - vedranno provvedimenti adottati dagli organi giudiziari?
Pongo un'ultima domanda - e concludo - sul sequestro dei patrimoni illeciti. Si è sempre sentito dire che la camorra era una holding formidabile in quanto a fatturazione. Mi riferisco, ad esempio, ai due clan Alfieri e Galasso, che sono stati colpiti all'inizio degli anni '90. Lei ha parlato di «pulviscolo», mentre in questo caso c'era un'organizzazione e, quindi, è presumibile che si trattasse di famiglie molto forti. Ebbene, quando sono iniziate, ed a che punto sono, le operazioni di sequestro nei clan Alfieri e Galasso?

GUIDO CALVI. Signor presidente, mi permetta brevemente di intervenire sull'ordine dei lavori.
Non so quali siano gli impegni dei colleghi deputati, però alle 16,30 dobbiamo recarci in Aula per le votazioni. Ricordo che stiamo affrontando la conversione in legge di un decreto-legge del Governo.
Pertanto, signor presidente, la pregherei, se possibile, di fare attenere tutti rigidamente ai tempi che lei ha fissato, e di consentirci in ogni caso di recarci in Aula entro le 16,30 per votare.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Ci piacerebbe sentire il procuratore!

PRESIDENTE. Andiamo avanti. Ieri avevo proposto di attenerci a domande da porre al procuratore Grasso, perché poi gli elementi di dibattito e di approfondimento li possiamo sempre sviluppare nei lavori della Commissione, in modo da non superare i cinque minuti per ogni intervento. Naturalmente, il tutto va condotto con un minimo di elasticità.
Considerando che vi sono ancora venti commissari che hanno chiesto di parlare, domando a tutti di attenersi ai tempi che ci siamo prefissati, in modo da consentire al procuratore Grasso di rispondere nella prossima seduta.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Venti interventi in un'ora!

MARIO TASSONE. Signor presidente, cercherò di essere breve, anche se, a mio avviso, l'audizione del procuratore nazionale antimafia rappresenta un passaggio importante, fondamentale per questa Commissione.


Pag. 8


Mi asterrò, in questa sede, dal dare giudizi e valutazioni sulla relazione del procuratore Grasso, ma non c'è dubbio che da questo confronto deve emergere un modo di essere di questa Commissione, un rapporto tra questa Commissione, la procura antimafia e tutte le realtà preposte istituzionalmente al contrasto della criminalità organizzata. Porrò ora alcuni quesiti.
Signor procuratore, lei ha fatto riferimento ai territori classici dove vi è la mafia, ai territori sottratti alla sovranità delle istituzioni, però ritengo che sarebbe stato opportuno spendere qualche parola in più...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Per il resto d'Italia...

MARIO TASSONE. Per il resto d'Italia, ovviamente. Chiedo scusa per averglielo chiesto. So che lei è - ovviamente - al corrente di queste vicende, e non c'è dubbio che è abbastanza «robusto» anche per affrontarle... Nelle zone del centro-nord avvengono riciclaggi, investimenti societari e immobiliari, traffici di stupefacenti ed esistono forti centrali di illegalità basate sull'attività della criminalità organizzata che parte dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Puglia, e da altre regioni. Sono i centri di illegalità più forti, anche rispetto a quelli dei territori che poc'anzi ho indicato. Vorrei dire spendere alcune parole in più sul terrorismo internazionale, considerato che molte di tali zone sono aree di passaggio di forniture di armi. Posso anche fare riferimento ai porti della mia regione, da Corigliano Calabro a Gioia Tauro, in cui si rilevano collegamenti con l'ETA e con l'Afghanistan. Lei ha anche fatto riferimento alla Colombia e, dunque, alle attività legate al traffico della droga, con i paesi «emergenti» dell'Est europeo, che si sono attrezzati anche da questo punto di vista. Credo pertanto che il dato del terrorismo sia importante, anzi fondamentale.
A proposito di terrorismo - ciò esula dalle mie domande e dalle sue competenze, ma vorrei comunque esprimere questa mia valutazione -, vorrei sapere se esistono rapporti con i servizi segreti, se c'è una sinergia di risorse da mettere a disposizione per il contrasto dell'organizzazione criminale.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Rapporti di chi?

MARIO TASSONE. Rapporti da parte della procura, naturalmente assieme alle forze di polizia.
Inoltre, vorrei porre un quesito sul coordinamento investigativo a livello centrale: lei vi ha fatto riferimento anche ieri. Vi sono la Direzione nazionale antimafia e la Direzione distrettuale: vorrei che lei spendesse qualche parola in più sull'attività investigativa. Secondo lei, tale sistema funziona - anche con riferimento alle forze dell'ordine, ognuna delle quali ha una sua particolare specializzazione per quanto riguarda l'attività contro alcune organizzazioni criminali - nel contesto dell'organizzazione criminale? Personalmente, nutro qualche perplessità in merito. Ho dato una mia valutazione e credo che qualche perplessità sia ovvia. Evidentemente, non posso porre domande senza esprimere le mie valutazioni e le mie perplessità.
Vorrei sapere se esiste un coordinamento efficace ed efficiente all'interno delle forze dell'ordine, un coordinamento nell'attività investigativa, un'integrità dell'intelligence e, se l'attuale presenza delle forze dell'ordine sul territorio - penso, ad esempio, all'Arma dei carabinieri - possa essere ritenuta soddisfacente e se sia d'aiuto nello specifico. Secondo le statistiche, sul territorio vi sono duemila stazioni di carabinieri. Ritengo che una visione in particolare dovrebbe essere impostata anche sotto questo punto di vista.
Inoltre, lei ha parlato, così come molti colleghi, dei rapporti fra criminalità e politica. Quando si parla dei rapporti con la politica, ovviamente si fa subito riferimento al Parlamento, al Governo centrale, ai sindaci, agli amministratori ed altro. Tuttavia, esistono anche le finte cooperative, ed esistono poi, nel paese centri di


Pag. 9

potere molto forti che non sono assimilabili alla politica, ma che certamente decidono e operano con molta più capacità e con maggiore efficacia, anche rispetto alla politica. Perciò si pone un problema di lobby e di centri di potere: molte volte, quando si parla di politica, si fanno delle semplificazioni. Questo punto di vista, espresso anche dal collega Bono, vale anche riguardo alla legge sullo scioglimento dei comuni. Personalmente ho presentato, insieme ad un collega, un disegno di legge in merito. Non votai, e mi sottrassi anche al dovere di partito, la legge attuale, che ritengo scarsamente efficace ed ingiusta. Infatti, chi è indicato - anche nel decreto di scioglimento - come uno dei responsabili dello scioglimento stesso, rimane dotato dell'elettorato attivo e passivo, senza che sia esperita un'azione giudiziaria nei suoi confronti. Eppure, lo scioglimento del consiglio comunale è la misura più gravida di conseguenze che può essere adottata, in quanto per effetto di essa si scioglie un organismo che è espressione della volontà popolare!
Signor procuratore, credo che dobbiamo metterci d'accordo, su alcune questioni di merito. Forse si avranno successive opportunità e modi di interloquire con questa Commissione, per come la concepisco. Sicuramente non si va, e non si deve andare, verso vicende particolari in grado di richiamare situazioni complessive e di merito. Anche perché, se si perseguono alcune vicende particolari, si va verso uno svuotamento di carattere generale. Potrei parlare della mia Calabria: una situazione drammatica, lo sanno tutti. Fin quando non si accerterà la verità sul delitto Fortugno, non ci sarà pace per questa regione e non ci sarà pace per tutto il paese. Vorremmo capire quali sono i percorsi e gli sviluppi di tale situazione. Ecco perché la Commissione antimafia non può fungere da cassa di risonanza per notizie, molte volte parziali e frammentarie, che si perseguono o inseguono.
Ritengo che dobbiamo, tutti, cambiare metodo, anche perché questa Commissione è stata accompagnata da grande sospetto e perplessità. Questa Commissione è espressione del Parlamento, che vuole sapere - anche da parte sua, signor Procuratore - se, a proposito della necessità di modificare il quadro normativo, le leggi esistenti siano inefficaci in quanto incomplete e lacunose, oppure perché non applicate.
Voglio anche capire se lei è d'accordo con quello che ha detto il sottosegretario per la giustizia Li Gotti nel corso della cerimonia d'inaugurazione dell'anno giudiziario sullo squilibrio tra le spese per le intercettazioni e gli obiettivi raggiunti. Ritengo che questo sia un metodo per capire di più, per poter operare, sia per quanto riguarda la normativa, sia per quanto riguarda le strutture. Sono spesso molto preoccupato e perplesso: non vorrei che ci trovassimo di fronte semplicemente ad un meccanismo scarsamente funzionante, implicante responsabilità del Parlamento e altrui.
Ritengo, infine, che occorra effettuare anche una valutazione dei rapporti tra procura antimafia e procura della repubblica, ed altro, ovviamente sempre nel rispetto dell'autonomia dei magistrati, sulla quale dobbiamo tuttavia riflettere, al fine di operare con maggiore efficacia e con maggiori disponibilità.

NITTO FRANCESCO PALMA. Presidente, sono le 15,5 e lei ci ha ricordato poc'anzi che mancano ancora venti interventi. Facendo un piccolo conto, 5 minuti a persona fanno 100 minuti, quindi un'ora e 40...

PRESIDENTE. Bisogna continuare...

NITTO FRANCESCO PALMA. Senz'altro, presidente, ma poiché dovremmo presenziare anche alle riunioni di altre Commissioni, ci consenta una possibilità di scelta tra l'ascoltare le interessanti domande dei colleghi ed il partecipare ai lavori, in sede referente, di altre Commissioni. Credo sia necessario programmare un'altra seduta, per porre le domande...

PRESIDENTE. Intanto si va avanti. Decideremo nel prosieguo dei lavori a qual


Pag. 10

punto arrivare, fermarsi ed, eventualmente, riconvocare la Commissione per un'altra seduta dedicata al seguito dell'audizione.

NITTO FRANCESCO PALMA. Mi scusi presidente. Siccome ci ...

PRESIDENTE. Non posso sospendere ora la seduta.

NITTO FRANCESCO PALMA. Non le chiedo di sospendere la seduta. Le sto domandando di fissare sin d'ora un'altra seduta per le domande.

PRESIDENTE. Questo è indubbio, se è necessario. Intanto, desidero informare la Commissione che la relazione del procuratore è stata stampata ed è disponibile.

VITO LI CAUSI. Signor procuratore, il ministro dell'istruzione Fioroni ha deliberato, per la scuola italiana, il piano nazionale di educazione alla legalità. Facendo parte della VII commissione cultura, scienza e istruzione, me ne occupo visitando le scuole, principalmente quelle della Sicilia. Proprio in merito alla criminalità minorile, mi risulta che nei registri degli indagati per appartenenza mafiosa delle procure minorili della Sicilia (che sarebbero, mi pare, Caltanissetta, Catania, Messina e Palermo) figurino 119 segnalazioni a carico di 98 minori, cioè di ragazzi di età compresa tra i 16 ed i 17 anni, cooptati dalle cosche. Questo dato è sicuramente sottostimato, considerato che non tutti i ragazzi che intrecciano legami con le mafie entrano poi nel circuito penale dell'articolo 416-bis. Si tratta, quindi, di un numero di minori ancora più elevato. Le chiedo, dottor Grasso, se la Direzione nazionale antimafia riterrà opportuno dedicare un'attenzione particolare alla prevenzione, anche di concerto con il ministro della pubblica istruzione, in modo da poter recidere - totalmente e per sempre - questo rapporto tra minori e criminalità organizzata.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Li Causi: lei è stato finora l'unico a mantenere le promesse sui tempi.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor procuratore, nel rapporto sempre più infiltrante tra mafia, istituzioni politiche ed economia, lei ha fatto più volte riferimento ad una «zona grigia», ossia alla «borghesia mafiosa». A tal proposito, si è svolta in Sicilia orientale un'inchiesta importante denominata «Dionisio». Tale inchiesta ha messo in rilievo uno «spaccato» particolare della situazione. Ci sono state indagini, con arresti, in una città come Catania, con il rilievo di imprese mafiose che avevano acquisito appalti direttamente nel comune capoluogo. Le chiedo se ci siano stati ulteriori sviluppi e, soprattutto, se il personaggio emergente in questa inchiesta, tale La Rocca, che viene indicato come l'individuo che sta sostituendo Giuffrè, con incarichi anche fuori provincia, sia stato meglio inquadrato nella sua caratura, su quali siano le sue aree di influenza, quali riferimenti man mano sia riuscito a sviluppare nel campo della politica e delle istituzioni.
Sempre fermando la mia attenzione sulla realtà catanese, è stato più volte detto che il gruppo Santapaola fece compiere un salto di qualità alla mafia della Sicilia orientale, soprattutto nel rapporto tra mafia, economia e politica. Considerando che è finita la stagione dei cosiddetti «cavalieri», ma permane ancora la presenza forte e radicata di gruppi mafiosi, vorrei capire se sono stati promossi, o se si intendono promuovere, indagini per capire quali siano i nuovi riferimenti nel campo economico, i cosiddetti «nuovi cavalieri», dal momento che proprio nella predetta realtà si rileva un fiorire di lavori, di appalti pubblici o anche privati.
Vi è, poi, il tema della grande distribuzione, con la presenza, ancora, della Despar. Chiedo, al riguardo, se la vicenda Scuto venga ancora seguita con l'attenzione dovuta e soprattutto se si sia posta attenzione al fiorire, in quel territorio, di tutti quei centri commerciali che si possono


Pag. 11

vedere. La presenza dei centri commerciali in provincia di Catania è superiore a qualsiasi provincia della Lombardia e a me non pare che sussistano le stesse condizioni economiche.
Fermo ancora l'attenzione, brevemente, sulla borghesia mafiosa per chiedere la sua valutazione sul rapporto così perverso, in Sicilia, tra sanità e mafia; sulla questione della privatizzazione delle acque; ed, infine, sul fiorire di un nuovo settore, quello dell'eolico, con la nascita, che certamente inquieta, di tante società «a scatole cinesi».
Infine, signor procuratore, in provincia di Ragusa sono state eseguite molte operazioni - ricordiamo la strage, drammatica, di Vittoria - e fece scalpore la cosiddetta «piazza pulita». Ci chiediamo se, anche in quel territorio, sia in corso il tentativo di riorganizzare Cosa nostra.

COSTANTINO GARRAFFA. Questa Commissione sta operando anche per ricercare percorsi condivisi e per individuare strategie ed atti conseguenti per sconfiggere la mafia. Ieri ho ascoltato le sue comunicazioni e sono certo che le sue risposte andranno oltre quanto scritto nella relazione e ci daranno un significativo aiuto a svolgere il compito che il Parlamento ci ha affidato.
Quando ha annunciato la partecipazione della procura nazionale antimafia ai lavori di Commissioni di vigilanza ed altro, lei ha fatto riferimento ad un raccolto informativo su corruzione e collegamenti. È implicito il rapporto tra mafia e politica? Lei ha fatto riferimento alle ultime due operazioni delle forze dell'ordine a Palermo, che hanno portato all'arresto di un centinaio di presunti criminali. Molti di noi hanno esternato l'apprezzamento nei confronti delle forze dell'ordine. È vero o no che, se non ci fosse stato l'apporto dei collaboratori di giustizia, non sarebbero stati ottenuti risultati così significativi? I collaboratori continuano ad essere essenziali per la lotta al crimine organizzato?
Le intercettazioni dimostrano la loro efficacia ed hanno incastrato centinaia di criminali. Il «tam tam» delle notizie, le voci nei paesi e nei rioni, molto spesso non hanno riscontri nell'azione giornaliera delle forze dell'ordine. Cercherò di essere più chiaro: nei paesi dell'hinterland palermitano, ciò che leggiamo sui giornali è già a conoscenza, da più di due, quattro o cinque anni, di coloro che abitano in tali zone. Esistono atti, denunce, azioni e delibere, risultanti dai verbali dei consigli comunali di tutte le province della Sicilia del meridione. Ma le relazioni delle stazioni dei carabinieri o delle forze dell'ordine non fanno riferimento alcuno a quanto già risaputo, da molti, in quei paesi del meridione. Dipende dall'attività delle forze dell'ordine in loco? Oppure esiste una direttiva precisa in tal senso?
Voglio leggere un comunicato che è apparso sull'ANSA il giorno 30. L'operazione è stata condotta il 26, se non sbaglio: «È di due arresti e di una denuncia, il bilancio l'attività di controllo nel territorio dei carabinieri della compagnia di Carini compiuta nell'ultima settimana. I militari hanno arrestato Antonino Colombo, 21 anni, disoccupato, per spaccio di sostanze stupefacenti. È stato, infatti, sorpreso a Carini mentre vendeva circa 20 grammi di hashish ad un ragazzo del luogo. A Capaci è stato, invece arrestato, Salem Jenhani, 29 anni, tunisino, disoccupato, per inosservanza dei provvedimenti di espulsione dal territorio italiano e soggiorno clandestino. Jenhani, che aveva ricevuto il provvedimento di espulsione nel luglio scorso, è stato sorpreso dai Carabinieri nel centro di Capaci. Infine, a Torretta è stata denunciata M.R, 50 anni, gestore del ristorante "Il Cascinale", per inosservanza dei provvedimenti dell'autorità: il locale, nonostante fosse destinatario di un'ordinanza di chiusura emessa dal comune di Torretta nel settembre scorso, era ancora in attività». Non so se tali locali, che sono stati individuati e che erano in possesso della criminalità organizzata, siano mai stati visitati dalle forze dell'ordine e dai Vigili urbani, per verificare la legittimità della loro attività.


Pag. 12


Per quanto riguarda la lotta al racket ed all'usura vi sono stati appelli e denunce. Le associazioni sono state schierate nell'operazione «Occidente»...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Scusi, senatore: non vorrei essere lacunoso nelle risposte. Non ho ben compreso il fine della sua domanda. Lei, citando questi esempi, ha parlato di direttive su cosa? Se non chiarisce il senso delle sue domande non riuscirò a darle risposta.

COSTANTINO GARRAFFA. Sostengo che le due operazioni sono state compiute grazie all'impegno delle forze dell'ordine, ma non ci sono dubbi che c'è anche una presenza sul territorio delle forze dell'ordine stesse. Tale presenza non si può manifestare solo dopo il contributo dei collaboratori di giustizia. Basta leggere i verbali delle sedute dei consigli comunali sulle vicende che riguardano i piani regolatori di tutti i paesi della Sicilia per individuare che alcune cose si possono già sapere da prima. Vorrei, dunque, sapere: perché le stazioni dei carabinieri, o le forze dell'ordine, non svolgono questa azione giornaliera? Per intenderci, l'azione giornaliera nei confronti della criminalità organizzata non può manifestarsi con un comunicato riportante che, in una settimana, sono state arrestate tre persone per reati che non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata.
Nell'operazione «Occidente», tre aspetti hanno fatto riflettere l'opinione pubblica. Il primo non è la storia di un nonno in guerra che, facendo il partigiano, libera ebrei o antifascisti con un'azione coraggiosa, bensì quella di un nonno che trasmette i valori di Cosa nostra: l'attesa, l'azione, la vendetta. Egli racconta al nipote, che ha il suo stesso nome e cognome, come si strangola un tizio che da quattro anni gli rendeva la vita difficile. Il secondo aspetto sono le dichiarazioni dei rappresentanti delle forze dell'ordine. «Adesso non ci sono più alibi: i commercianti devono denunciare l'estorsione. Noi siamo in grado di assicurare la massima protezione ventiquattr'ore su ventiquattro a chiunque faccia questa scelta. Cosa nostra è alle corde, non può fare più paura».
L'ultimo aspetto che ha fatto riflettere sono le dichiarazioni rilasciate nel corso di una conferenza stampa da un noto magistrato palermitano che si domanda come si possa chiedere ai commercianti di denunciare gli esattori del «pizzo», se in città giungono continui messaggi e segnali di collusione da parte di esponenti delle istituzioni che tollerano la vicinanza con i mafiosi. Condivido quest'ultima dichiarazione, quest'ultimo metodo. Lei è d'accordo ad inibire, attraverso la legge, la presenza nelle istituzioni rappresentative di soggetti condannati aventi rapporti con Cosa nostra, ossia sull'ineleggibilità di tali soggetti? Ritiene necessaria l'accelerazione dei processi, attraverso la modifica di norme che vedono imputati i rappresentanti delle istituzioni? Ritiene opportuno che la lotta alla mafia debba essere alimentata dalla cosiddetta «convenienza sociale»? Bisogna rafforzare l'apparato normativo, per garantire la certezza della pena? Considera utile e necessaria la modifica sulla normativa relativa allo scioglimento dei comuni, per evitare che ne siano estromessi politici non collusi e vi rimangano dirigenti o impiegati legati alla criminalità organizzata nei comuni stessi? Cosa può dirci del rapporto tra mafia e 'ndrangheta, sulle vicende che riguardano l'autostrada Palermo-Messina e il ponte sullo stretto di Messina?

CARLO VIZZINI. Non intendo ripetere alcune questioni già poste dai colleghi, quale quella riguardante lo stato della collaborazione tra le forze dell'ordine nelle indagini antimafia (tema sempre complesso, controverso e difficile). Chiederò invece se vadano bene i rapporti fra la procura nazionale antimafia e tutte le procure circondariali, che sono investite più direttamente dalla lotta alla mafia, e se la funzione di coordinamento si possa svolgere con le notizie che arrivano, oppure se bisogna, anche in questo caso, affidarsi più ai rapporti personali che non a quelli istituzionali.


Pag. 13


Faccio un cenno brevissimo ad una storia che sento ripetere ormai ogni volta: quella della mafia «borghese». Non vorrei che si equivocasse in proposito: gli atti giudiziari dimostrano che un certo numero di professionisti medici, avvocati, ingegneri, dottori e commercialisti, si recano nelle case dei mafiosi, per concordare con questi ultimi disegni criminosi. Questa non è mafia «borghese»: è mafia. La mafia «borghese», cui si faceva riferimento negli anni '70, era sostanzialmente una mafia che tentava di frequentare i salotti della borghesia «buona», per nobilitarsi. Oggi vi è il problema di una parte della borghesia che vuole diventare mafiosa. Non è un'«area grigia», si tratta di mafia. Nei processi che si stanno svolgendo a Palermo risulta il coinvolgimento pieno di soggetti di estrazione borghese, che si comportano da perfetti mafiosi.
Faccio una domanda esattamente opposta a quella del collega che mi ha preceduto. Siccome sono convinto che nello scenario attuale manchino i grandi collaboratori di giustizia, è pensabile che si possano diminuire le spese per le intercettazioni ambientali e telefoniche, che sono all'origine dei successi delle più recenti operazioni antimafia fatte a Palermo, dove non ci sono stati collaboratori, bensì un paziente lavoro? Pongo questo tema perché è vero che si deve risparmiare e che esiste il problema della spesa pubblica, ma non siamo né in Olanda né in altri paesi. C'è, nel territorio della Sicilia, della Calabria e della Campania, un problema di criminalità organizzata che va combattuta senza lesinare risorse. Non so se concorda con questa mia affermazione.
Proseguo rapidamente, per domande. È possibile tenere sempre sotto monitoraggio i grandi processi di privatizzazione di risorse quali l'acqua, il gas e i rifiuti? Si pone, in merito, un problema, che non è solo quello delle società miste. Quando si privatizza l'acqua, quest'ultima viene gestita da una società privata, che finisce per avere rapporti, anche per la distribuzione, con alcune società miste. È il caso di Palermo: non voglio citarlo per dire che c'è qualcosa che non va, ma solo per rappresentare lo schema del problema. I processi di privatizzazione, peraltro, sono quelli che consentono al denaro sporco di entrare nelle Spa, e «chi s'è visto s'è visto», in quanto diventa molto più difficile perseguire. Lo stesso si può dire per la per la sanità.
Le pongo ancora una domanda: per cominciare a lavorare, ho affrontato un concorso pubblico, all'università, con prova scritta e orale e lei pure, sicuramente in forma più severa, in magistratura. Si tratta di tanti anni fa, e allora i concorsi all'università erano ancora difficili. La sanità è gestita in Italia da trecento persone, che guadagnano da 250 mila a 350 mila euro l'anno, che gestiscono un personale di 650 mila italiani (tra medici, infermieri e personale ordinario), nonché un fiume di decine di miliardi: oltre 100 miliardi l'anno. È chiaro che, in alcune zone del paese, tale gestione sta diventando la cerniera tra il clientelismo e la mafia. La parete, poi, è abbastanza debole. Non pensa, sulla base della sua esperienza di procuratore capo a Palermo prima e di procuratore antimafia oggi, che se si ricorresse ai concorsi pubblici, nonché a prove di merito molto severe, si potrebbe avere una classe dirigente della sanità non schiava del potere politico e della partitocrazia? Credo che nessuno abbia mai tentato di avvicinarla, perché sapevano benissimo che, avvicinando un magistrato (che aveva affrontato un concorso duro, per fare il magistrato), sarebbero stati immediatamente denunciati. Chi è figlio dell'appartenenza politica, chi deve inchinarsi di fronte a tale appartenenza per essere nominato da qualche parte, mi pare un po' meno impermeabile rispetto a chi sostiene un concorso pubblico e lo vince con le proprie risorse.
Un'altra domanda riguarda la valutazione, dal suo osservatorio, del funzionamento dell'articolo 41-bis, del quale si è molto parlato e sul quale ci siamo molto impegnati, ma che ancora tanti dispiaceri dà nei casi in cui si scopre che alcuni detenuti, pur sottoposti al regime dell'articolo 41-bis, dalle carceri ancora riescono ad operare. Nessuno vuole vendicarsi nei


Pag. 14

confronti di nessun altro: lo Stato non si vendica, tuttavia sarebbe importante - credo - impedire che questa presenza sul territorio la si possa far sentire dalle carceri. Dovremmo pertanto monitorare il regime del 41-bis per capire quali siano gli eventuali rimedi da apportavi per farlo funzionare meglio.
Signor procuratore, ritiene utile monitorare l'attività di cose più moderne, rispetto al tavolo degli appalti, quali le società di progettazione? Parlo delle progettazioni milionarie, non di quelle banali: se si indagasse su base addirittura nazionale, si scoprirebbero strani incroci tra i soggetti che partecipano a queste società e le commissioni che esaminano i progetti delle società. I risultati che si otterrebbero, a mio avviso, configurerebbero - a dir poco - l'esistenza di una sorta di consorteria.
Dalla sua esperienza di Procuratore nazionale antimafia, le risulta che le banche diano la collaborazione che dovrebbero dare, rispetto alla segnalazione di movimenti sospetti, in anticipo rispetto ai provvedimenti che la magistratura assume nei confronti di soggetti già sottoposti ad indagini giudiziarie? Su questo tema indagheremo come Commissione antimafia, lo abbiamo già deliberato. Oppure, il vecchio motto pecunia non olet guida sempre lo spirito delle banche, per cui un movimento è sospetto se è fatto da un cliente povero, magari con i conti «in rosso», ma è un movimento «bellissimo» quando è fatto da un cliente molto capiente, che le banche non osano disturbare, qualunque sia il suo cognome ed i suoi precedenti?
Ancora, provengo da una città che si appresta a rinnovare l'amministrazione comunale. Sono convinto che questo livello di elezione, col sistema del voto di lista e della preferenza, è quello che ancora si presti ad infiltrazioni, anche perché non occorrono decine di migliaia di voti. In una città quale Palermo con un migliaio di voti si può diventare consigliere comunale. C'è gente che investe, in campagne elettorali di questo genere, cifre che neanche un deputato o un senatore possono cercare di guadagnare in una legislatura, figurarsi in una consiliatura comunale! Qual è la sinergia che si può creare tra la politica «perbene», quella che vorrebbe aiuto per capire come non sbagliare? Nei confronti di un deputato è più facile sbagliarsi: quando a Palermo ogni forza politica deve scegliere centoventi candidati alle circoscrizioni - si tratta di soggetti più o meno sconosciuti - può diventare facile incorrere in un errore, talvolta non voluto. Né un semplice certificato serve a qualcosa. Credo che si dovrebbe tornare ad avere un rapporto di collaborazione tra politica e istituzioni, che consenta, a chi volesse farlo senza accampare alibi, di trovare le collaborazioni utili a scartare chi va scartato.
Concludo, essendomi preso il tempo che mi spettava, ringraziandola per la relazione che ha svolto e sapendo che la stessa sarà arricchita dalle risposte che ci darà. Lei ha fatto una fotografia che sarà completata dalle domande che le stiamo ponendo. Forse taluno si aspettava dichiarazioni ad effetto, anche se - quando, qualche volta, ha ritenuto di dovere intervenire in tale direzione, come ad esempio alla vigilia delle elezioni politiche - lei è rimasto abbastanza isolato rispetto alle reazioni dei partiti politici. Fa bene, pertanto, a rappresentare, in questa sede, le situazioni e successivamente rispondere alle domande che le vengono poste, così come ha fatto già nella precedente legislatura.

NUCCIO IOVENE. Signor procuratore, condivido alcune domande che le sono già state rivolte, quindi mi limiterò a formularne ulteriori cinque, nel più breve tempo possibile.
La prima: si è accennato, fin dalla prima riunione di questa Commissione, all'esistenza in Calabria di un numero considerevole di ordini di custodia cautelare inevasi. Ne ha parlato, anche ieri, la collega Napoli. Comunque, al di là dei numeri - in un'inchiesta giornalistica si è parlato di mille ordini, nelle voci circolate negli ultimi giorni di seicento -, vi è un dato ufficiale: nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario della


Pag. 15

Corte d'appello di Catanzaro, il presidente della Corte stessa ha detto che gli risulta che, al 31 dicembre 2006, solo presso l'ufficio del GIP di Catanzaro erano inevase 278 richieste di custodia cautelare. È evidente che tale dato, se rapportato a tutta la Calabria, è abbastanza preoccupante e lei ne comprende perfettamente le ragioni. Ebbene, vorrei conoscere i motivi che hanno portato a questo stato di cose e quali possono essere i rimedi perché si sblocchi, nell'immediato, una situazione che rischia di lasciare a piede libero e di permettere di continuare nella propria attività criminale persone ritenute a tal punto pericolose, da portare all'emissione di richieste di custodia cautelare nei loro confronti.
La seconda questione riguarda l'omicidio Fortugno, di cui si è parlato, e che lei ha ricordato nella sua relazione. Come lei stesso ha detto, si tratta del primo grave omicidio di rilievo politico avvenuto in Calabria. Ciò significherebbe anche un cambio di strategia, un salto di qualità delle cosche calabresi, che non si erano mai spinte fino a quel punto. Le indagini sono in corso e stanno andando avanti, ma al di là delle indagini, sulla base delle risultanze fin qui avute, quali sono le valutazioni della procura nazionale rispetto a questo omicidio? Cosa avrebbe determinato questo cambio di strategia e questo salto di qualità? Stando alle notizie a disposizione, risulterebbe che ciò che viene definito il «locale» di Locri sarebbe stato sciolto. Nella «verticalizzazione» che lei ha individuato nella provincia di Reggio Calabria potrebbero esserci anche la ragione, la sede, il luogo della decisione. Insomma, l'omicidio ricordato è maturato a Locri o da altre parti, a suo avviso?
Terza questione: esiste, presso la procura che lei dirige, un monitoraggio sulla qualità, sull'efficacia, sull'esito dell'indagine e dei processi? Mi riferisco, in particolare, a quelli che riguardano la mafia e la criminalità organizzata. Lei conosce Lamezia Terme, un'area particolarmente delicata della Calabria: il comune è stato sciolto due volte, in dieci anni, per infiltrazioni mafiose. Dalla fine del 2000 è in corso una guerra di mafia con decine di morti. Le cito solo un dato: nel 2002 fu avviata un'inchiesta, denominata «Tabula rasa», che vide l'emissione di 61 avvisi di garanzia e di 58 ordini di custodia cautelare. Ebbene, nel giro di pochissime settimane, di tali 58 ordinanze di custodia cautelare ben 42 furono annullate, con la conseguente messa in libertà delle persone interessate. Gran parte delle ricordate 42 persone messe in libertà sono state vittime della guerra di mafia e sono morte nei mesi e negli anni successivi. Vi è, dunque, un problema che riguarda la qualità, la tenuta e l'efficacia delle indagini. A Lamezia Terme, in modo particolare, la società e le istituzioni locali hanno reagito, tant'è che è stata avviata un'azione molto forte, in questi mesi, in risposta all'attacco criminale. Le chiedo quanto la procura possa fare per aiutare quest'importante reazione che è scattata. In modo particolare, esiste una richiesta che riguarda l'applicazione della DDA di Catanzaro a Lamezia Terme, proprio per seguire le inchieste e le indagini in quell'area particolarmente calda?
Concludo con le ultime due domande. La prima riguarda le armi da guerra. Lei ha parlato di importanti ritrovamenti, sia in mano alle cosche, sia all'interno di container a Gioia Tauro a disposizione delle cosche della 'ndrangheta. Tali ritrovamenti, a quanto le risulta, riguardano, in modo particolare, il traffico, oppure anche il possibile uso? Vi sono preoccupazioni o notizie sul fatto che si stiano preparando azioni particolari? Inoltre, vorrei sapere se, rispetto al tema dell'enorme circolazione di armi, in particolare nelle aree esposte alla presenza della criminalità organizzata, si possono introdurre o predisporre specifiche misure legislative che rendano più efficace l'azione di contrasto o di disarmo delle cosche.
L'ultima domanda riguarda i testimoni di giustizia. Come lei ben sa, i testimoni di giustizia non sono solo pentiti o collaboratori, ma spesso si tratta di vittime che restano coinvolte in un meccanismo infernale che stravolge le loro vite e che rischia di far pagare loro ed alle loro famiglie la


Pag. 16

scelta di collaborare - esponendosi e dicendo ciò che hanno visto o fatto - con lo Stato. Ritiene sufficiente ciò che fino ad ora si sta facendo in materia di tutela di questi testimoni di giustizia, o valuta, invece, che vi sia dell'altro da fare? Soprattutto, lei ritiene che si possa ampliare il fenomeno per cui i testimoni di giustizia sono intervenuti positivamente e che vi possa essere, quindi, una maggiore possibilità da parte dei cittadini di intervenire a sostegno dello Stato e delle istituzioni nella sua azione contro la mafia, oppure, alla luce - purtroppo - di molte denunce e di molte preoccupazioni, si rischia di ottenere l'effetto opposto?

MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Signor procuratore, le difficoltà in cui versa la Calabria in questa fase, oggetto di accertamenti di questa Commissione, a mio avviso sono in parte dovute ad una diffusa sensazione di impunità. Molti calabresi vivono nell'illiceità perché pensano di non dover pagare per i crimini commessi, o comunque di risentire di danni marginali. Questa situazione è inaccettabile e mette in gioco il ruolo e la credibilità della magistratura calabrese. A mio avviso, deve essere eseguito un monitoraggio su ogni possibile interconnessione tra politica, amministrazione, mafia e magistratura.
Alla luce di queste considerazioni, le chiedo di accertare tutti i rapporti di parentela e affinità tra i magistrati, inquirenti e giudicanti, in servizio presso i tribunali calabresi e gli uomini politici calabresi, a partire dal 2000 sino ad oggi; di accertare tutte le eventuali incompatibilità dei magistrati calabresi con riferimento al territorio di competenza; di accertare se gli eletti calabresi abbiano procedimenti penali per contiguità mafiosa; di accertare se i principali dirigenti pubblici - direttori generali delle amministrazioni statali, regionali e provinciali, dirigenti di dipartimento, dirigenti di ASL. - operanti nella regione abbiano procedimenti penali pendenti e, specificamente, se abbiano segnalazioni per contiguità mafiosa. Le chiedo altresì di monitorare tutti gli attentati, gli atti di intimidazione e minaccia subiti da amministratori pubblici calabresi a partire dall'anno 2000; di accertare lo stato delle indagini relative a tali vicende; di verificare se è stata esercitata azione penale, la qualità e lo stato delle indagini, il loro esito conclusivo.
Lei, ieri, ha fatto un'affermazione molto forte sulla capacità militare della 'ndrangheta, riguardo ad armi ed esplosivi. Da dove arrivano le armi? E quali sono i possibili sviluppi della strategia militare delle cosche? Esiste una mappatura della presenza della 'ndrangheta nel centro-nord e nei vari paesi esteri? Nell'ambito della sanità: quante strutture private esistono in Calabria? Quali sono le collusioni che state verificando? Soprattutto, chi sono i veri proprietari di tali strutture? Quali sono le società presenti nel settore della gestione dei rifiuti in Calabria? Cosa ci può dire sulla società «miraggio» Europaradiso di Crotone? Come avviene il riciclaggio? Come si svolge la gestione mafiosa?
Lei immagina, naturalmente, che avrei molte altre domande da porre sulla vicenda che mi riguarda. Aspetto le risposte anche alle domande che le sono state rivolte da altri colleghi.

MICHELE BORDO. Signor presidente, signor procuratore, è vero che, specialmente negli ultimi anni, in Puglia non viviamo la stessa emergenza della Calabria e della Campania, ma non vorrei che, poiché in questo periodo non c'è l'emergenza, ci si distraesse e non si ponesse l'attenzione necessaria al fenomeno. Penso, infatti, che non vada affatto sottovalutato il fenomeno della criminalità organizzata, anche di stampo mafioso, presente nella regione Puglia e, in modo particolare e forse nell'ultimo periodo con maggiore forza, nella provincia di Foggia.
È vero, come ha detto anche lei nell'intervento di ieri, che negli ultimi anni è stata ridimensionata, anzitutto, l'organizzazione che si chiamava Sacra corona unita. Essa certo non ha più la forza e la struttura unitaria che aveva fino a poco tempo fa, grazie anche agli interventi incisivi


Pag. 17

delle forze dell'ordine e degli inquirenti. Ma quella era un'organizzazione criminale che operava specialmente nelle zone del Salento, di Brindisi e di Lecce. È a tutti noto, tuttavia, che, nel frattempo sono cresciute anzitutto le organizzazioni criminali presenti in provincia di Bari e, in modo particolare, quelle presenti in provincia di Foggia. Se si considerano, infatti, le inchieste degli ultimi anni, ci si rende conto che sono molti gli intrecci esistenti tra queste organizzazioni criminali e settori dello Stato, con il coinvolgimento di Carabinieri ed anche di settori della magistratura della procura di Foggia. Ci rendiamo anche conto del fatto che queste organizzazioni, nell'ultimo periodo, hanno compiuto un salto di qualità non indifferente, provando a condizionare le pubbliche amministrazioni, con il riciclaggio, investendo in moltissime attività imprenditoriali ed aprendo numerosi esercizi commerciali affidati a nomi «puliti», dietro i quali, invece, si nascondono i capiclan delle organizzazioni presenti sul territorio.
Inchieste importanti sono quelle svolte, ad esempio, per la cosiddetta «faida del Gargano», dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, che portò, tra il 2003 e il 2004, all'arresto di più di cento affiliati ai clan Romito-Li Bergolis - nomi a lei sicuramente noti -, fin quando si è arrivati ad una sentenza del GUP dell'anno scorso, che praticamente assolveva gran parte di tali affiliati dall'imputazione di associazione mafiosa. È chiaro che non le chiedo di commentare e nemmeno di esprimere un giudizio su tale sentenza del GUP. Tra l'altro, è pendente un ricorso in Cassazione da parte del pubblico ministero titolare dell'inchiesta. Pur tuttavia, vorrei che mi si chiarisse un aspetto meramente tecnico, che ritengo importante, sia ai fini della sentenza emessa dal GUP, sia ai fini dell'inchiesta, per come essa proseguirà. I due carabinieri arrestati durante l'inchiesta hanno dichiarato che si arrivò all'assoluzione di molti presunti capiclan sulla base del fatto che fossero confidenti delle forze dell'ordine. Ma non risulta da nessuna parte, ad esempio, che i due carabinieri che trascrivevano le intercettazioni telefoniche e che avevano rapporti diretti con gli imputati che successivamente sono stati assolti avessero ricevuto un'autorizzazione, né da parte dei loro organi superiori, tantomeno, da parte della magistratura.
Ebbene, chi ha il potere di concedere le necessarie autorizzazioni per diventare confidente delle forze dell'ordine, o per essere definito agente provocatore (come pure è stato scritto)? Questo è un passaggio importante, che vorrei assolutamente conoscere, poiché grazie ad esso si arrivò all'assoluzione da parte del GUP. Inoltre, dopo l'assoluzione, vorrei sapere se è in corso un lavoro di monitoraggio da parte delle forze dell'ordine e, soprattutto, se ci sono segnali che vanno nella direzione secondo cui si potrebbe, da un momento all'altro, riaprire una guerra di mafia che già in passato, specialmente nel territorio del Gargano, ha provocato decine di vittime. Lo dico per una ragione molto semplice, e mi avvio alla conclusione: pochi giorni fa - ho già consegnato copia dell'articolo, apparso sulla stampa locale -, anche in maniera abbastanza evidente, è stata pubblicata una lettera inviata dal carcere da parte di un noto esponente della criminalità locale, il quale sostiene di essere in galera per colpa di coloro che passano per confidenti delle forze dell'ordine.
Ora, a parte la stranezza di dare una tale notizia con la ricordata evidenza su un giornale, lei ritiene che questa lettera - che, se vuole, le posso anche mostrare - costituisca un ordine dal carcere affinché si puniscano coloro i quali passano come confidenti delle forze dell'ordine, ossia di coloro che, grazie al fatto di avere organizzato un vertice in cui, poi, sono avvenute le intercettazioni telefoniche utilizzate in sede processuale, sono stati assolti? In altri termini, lei ritiene che attraverso questa lettera sia stato possibile, da parte del soggetto menzionato, impartire un ordine preciso? In tal caso, la situazione diventerebbe molto preoccupante, proprio sulla base di ciò che potrebbe accadere. In virtù di tutte le osservazioni


Pag. 18

formulate, mi permetto di dirle, signor presidente, che forse sarebbe necessario, da parte della Commissione antimafia, accedere agli atti di quell'inchiesta anche per capire meglio che cosa realmente è accaduto.
In ultimo, e ho davvero concluso, mi preme sottolineare un altro aspetto. Nell'inchiesta che ho ricordato erano coinvolti due magistrati della procura di Foggia. Se si leggono le relative intercettazioni telefoniche, si capisce che esisteva un rapporto quasi affettivo tra questi magistrati e noti esponenti della criminalità organizzata locale. Poi, è accaduto che, dopo una sospensione temporanea, detti magistrati siano stati reimmessi in servizio e svolgano la loro funzione a pochissimi chilometri dalla procura nella quale lavoravano in precedenza. Anche questo è un aspetto piuttosto preoccupante.
Inoltre, rispetto a quanto è stato detto, la priorità dell'attività che dobbiamo svolgere come Commissione antimafia, concerne il patrimonio e i beni delle associazioni criminali. È noto che proprio questa è la forza che esse hanno. Ebbene, nella realtà ricordata sono molte le imprese e molti gli esercizi commerciali che notoriamente appartengono ai soggetti di cui ho parlato, esercizi commerciali avviati grazie ai proventi del contrabbando, delle estorsioni, della droga, ed altro. Le attività sono queste e tutti lo sanno. Vorrei pertanto capire se non ci sono le condizioni, oppure se sono in corso le indagini necessarie anche per arrivare alla confisca dei beni citati.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda la richiesta che lei ha avanzato, onorevole Bordo, di acquisizione degli atti, la Commissione la fa propria. Considerando che essa è prevista dal regolamento, diamo mandato agli uffici per eseguirla.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Signor procuratore, mi soffermerò soltanto su alcuni aspetti. M'interessa conoscere le sue valutazioni, ed eventualmente anche i suggerimenti che lei potrà dare a questa Commissione. In particolare, mi soffermo sull'aspetto della potenza economica e finanziaria delle associazioni criminali di stampo mafioso.
Vorrei conoscere la sua valutazione rispetto a questa potenza. Qual è il grado di penetrazione nell'economia legale e nella finanza del nostro paese? Quali sono le difficoltà a svolgere indagini di questo tipo? Esistono strumenti sufficienti? Essi vengono applicati? Diversamente, quali altri strumenti potremmo cercare di mettere in campo? Quali leggi eventualmente possiamo pensare, nel campo dell'economia e della finanza, che possano rivelarsi strumenti atti ad intervenire in alcuni settori (ad esempio, le banche, la borsa, le stesse finanziarie)? Quali suggerimenti può fornire, in particolare su alcuni settori già ricordati in precedenti interventi, quali quelli dei lavori pubblici ed anche delle società di servizio? Inoltre, nel campo della sanità, lei pensa che le leggi e gli strumenti siano adeguati anche per indagare ed eventualmente colpire in modo più preciso una serie di fenomeni del tutto inediti e nuovi che si stanno verificando? Sul versante delle forze che mettiamo in campo, quale valutazione lei dà dei mezzi, degli uomini, e delle qualità esistenti nel nostro territorio? Eventualmente, quali suggerimenti e quali questioni intende porre alla politica e a questa Commissione, perché possa anche manifestare il suo impegno in vari campi?
Infine, un'ulteriore domanda: lei pensa che occorra particolarmente insistere sul campo dell'intelligence - in cui mi pare sia anche previsto, nell'articolazione interna, un particolare settore che segue le attività economiche e finanziarie - e contare su apporti che possano, a loro volta, nel campo delle indagini dell'autorità giudiziaria fornire ulteriori elementi? O forse crede, invece, che questi siano elementi da tenere in qualche modo distinti? In alternativa, quale collegamento si può eventualmente trovare?

FRANCO MALVANO. Cercherò anch'io di essere sintetico.
Parto dalla sua relazione, signor procuratore. Lei parlava di arroganza che


Pag. 19

promana dal potere economico ed, in particolare, faceva riferimento al potere economico che inquina la già fragile economia calabrese. Naturalmente, questo discorso, che lei ha fatto per la Calabria, vale per tutto il territorio nazionale.
Lei è convinto, come credo tutti noi, che l'aggressione ai patrimoni mafiosi sia - nella strategia di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso - uno strumento importante. Se lei è d'accordo, ritengo che poco sia stato fatto finora in tal senso. Non è una valutazione mia: mi sono procurato, e ho letto poco fa, alcuni dati. Mi soffermo, in particolare, su quelli riportati nel rapporto del CNEL relativo a un monitoraggio della legge n. 109 del 1996, da cui emerge che, nell'arco del quinquennio dal 2001 al 2005, c'è stato un calo notevole dei beni confiscati.
Ho letto, inoltre, altri dati che sono stati forniti, fra cui un estratto della relazione della DNA relativa all'anno 2005. Non so se tali dati siano esatti, ma se lo sono, essi sono, a dir poco, sconcertanti. Si tratta di proposte di sequestro, sia di questori, sia di procuratori, e leggo che, ad esempio, a Vibo Valentia non vi sono proposte per il sequestro dei beni e sei decreti; a Crotone vi è una sola proposta; a Termini Imerese non ve ne sono; a Trapani ve ne sono due; a Torre Annunziata ve n'è una, e così via. Ritengo che siano dati, forse, sbagliati. Mi preoccuperebbe il contrario.
Mi chiedo - e le chiedo - se lei si sia mai posto il problema delle ragioni per cui le indagini patrimoniali di cui tanto si parla, da decenni non vengono svolte. È una questione di carenze strutturali, di formazione e di professionalità degli organi deputati a farle, di coordinamento tra le procure? Ho fatto il questore a Reggio Calabria, a Bari, a Napoli, e ne ho viste di cotte e di crude. Comunque, non ho visto questa spinta, questa grande capacità di affrontare il problema. Ricordo un'unica indagine importante, e il suo ufficio vi ha partecipato con il dottor Laudati, che avvenne a Napoli. Credo che essa sia stata l'unica indagine seria compiuta. Un'indagine in cui si colpisce contemporaneamente l'organizzazione criminale ed i suoi beni.
Non ho mai assistito ad un grande accanimento - nel senso positivo, ovviamente - nell'aggredire i beni, mentre si fa una indagine di quelle classiche, che portano all'evidenziazione delle responsabilità in ordine a reati. Ci sono tante indagini e tanti successi: ogni giorno lo apprendiamo dalla stampa. Però, alla fine, se i risultati sono quelli che ho visto registrati prima, devo ammettere che essi sono piuttosto scadenti. Allora, vorrei sapere se lei si è fatto un convincimento e se può dare un contributo in merito alla Commissione. È una questione di carenza legislativa? Non penso sia una questione di strumenti, perché, in linea di massima, ce ne sono. Certo, non tutte le procure e le questure lavorano con uguale intensità - ve lo dice chi l'ha vissuto di persona -, né tutti i tribunali adottano adeguate misure di prevenzione. Ci sono tribunali che vanno meno per il sottile, mentre ve ne sono altri molto più fiscali, molto più precisi. Però, vi sono anche tribunali le cui sezioni sono rette da magistrati che hanno svolto il lavoro di sostituti procuratori, che presiedono i processi penali più importanti. Vi faccio l'esempio del magistrato di Bari, che si caricava dei processi più importanti e poi seguiva le misure di prevenzione. Esistono altri tribunali nelle cui sezioni lavorano magistrati che provengono dal fallimentare o dal civile. Non sarebbe il caso, eventualmente, di formare una classe apposita?
Per quanto riguarda i collaboratori di giustizia, il decreto-legge del 1991, all'articolo 12, lettera e), stabilisce precisamente che chi si sarà sottoposto a programmi di protezione si impegna, tra le altre cose, a specificare dettagliatamente tutti i beni posseduti, o controllati, direttamente, o per interposta persona. Inoltre, l'autorità giudiziaria provvede - articolo 121 del codice di procedura penale - al sequestro del danaro, dei beni e delle utilità. È stato fatto questo? Viene fatto sistematicamente? Lei ha un osservatorio privilegiato, perché segue l'attività di tutte le procure.


Pag. 20

Ebbene, viene interrogato il pentito, specialmente se di elevato spessore, anzitutto chiedendogli quali beni abbia? Ci sono pentiti di piccolo spessore, che non so quanto valga la pena ascoltare, ma non è un problema che mi riguarda. Ai pentiti di grande spessore, ripeto, lo si chiede? Quando si ascolta un pentito ci si accerta effettivamente dei beni che possiedono lui, la sua famiglia, i suoi amici, gli affiliati alla sua organizzazione ed anche i clan che l'hanno contrastato, poiché anche su quest'ultimo dato potrebbe fornire utili informazioni.
Per quanto riguarda la questione rifiuti, anche con riferimento a ciò che hanno detto altri colleghi, vorrei aggiungere che, poiché si è letto sulla stampa di moltissime indagini in corso - un giornale, addirittura, scriveva di quaranta indagini sui rifiuti e poiché a Napoli il problema dei rifiuti è di una drammaticità evidente e c'è l'implicazione non solo di amministratori pubblici, ma anche di criminalità organizzata (anche non campana), non ritiene lei - a meno che non sia stato già fatto - che il suo ufficio si debba interessare di tutto ciò, anche per trarne le dovute conclusioni? Ho fatto l'investigatore quando ero più giovane e so che potrebbe essere utile unire le indagini condotte sui molti filoni di un fenomeno che, comunque, è unico.
Alcuni mesi fa, ho letto di un contrasto fra la procura di Napoli e l'ufficio del giudice per le indagini preliminari. Si trattava di molte centinaia di provvedimenti richiesti dalla procura, che il GIP non ha avuto la possibilità di valutare, per emettere i relativi provvedimenti. Lei sa se siano stati adottati provvedimenti con riferimento a tale situazione, o se essa sia rimasta ancora in stand-by?

GIACOMO MANCINI. Signor procuratore, sono tra coloro i quali hanno sempre apprezzato, fin dal momento in cui lei ha iniziato a ricoprire questo prestigioso incarico, il suo equilibrio e la sua serenità, che mi sembra abbiano preso il posto di una faziosità che ha contraddistinto le gestioni passate. Ho apprezzato anche la serenità con la quale lei ha guidato e commentato indagini e operazioni delicate. Si tratta di quella serenità che ritengo debba contraddistinguere sempre l'azione della magistratura inquirente. Ho fatto questa breve premessa per introdurre due considerazioni, dalle quali nascono le domande che sto per porre, una di carattere generale, l'altra di carattere particolare e riguardante la Calabria.
Per quanto riguarda la considerazione di carattere generale, credo che la lotta alla criminalità, la più penetrante, la più pericolosa, debba essere sempre condotta mantenendo un rispetto intoccabile dei diritti e delle garanzie individuali.
Lei, signor procuratore, ha evidenziato nella sua relazione la drammaticità e la pervasività, soprattutto in alcune regioni del nostro paese, della criminalità organizzata. Questo dato oggettivo, che lei riconosce con grande onestà, ritengo debba portare a valutazioni anche critiche, rispetto agli strumenti messi in campo, alla gestione che, in passato, ha improntato la vostra attività. Quindi, è evidente che, se le cose oggi sono così gravi, qualcosa non ha funzionato.
Le chiedo pertanto se - alla luce dell'attuale situazione drammatica - non sia necessario fare una lettura - ed anche una rilettura - critica rispetto ad alcune normative, alcune impostazioni ed al loro carattere «liberticida». Le chiedo, inoltre, se esiste un monitoraggio sullo strumento dei collaboratori di giustizia, sull'esito che tale mezzo di prova ha condotto nella lotta alla criminalità organizzata e sulla sua efficacia nel consentire di arrivare ad una conclusione dei procedimenti in corso. Esiste un monitoraggio rispetto alle propalazioni dei pentiti? Ricordo che in passato fu chiesto un monitoraggio, in tal senso, rispetto ad alcune sentenze emesse da un importante ed esimio magistrato della Corte di cassazione, che a breve riprenderà servizio.
Desidero, poi, affrontare il tema - che ritengo sia mio diritto ed anche mio dovere, sollevare - del carcere duro. Sull'articolo 41-bis esistono studi certi ed inoppugnabili circa l'utilità di tale strumento,


Pag. 21

che comprime, o addirittura cancella, diritti che, invece, dovrebbero essere inviolabili in base al disposto costituzionale. Esistono dati certi rispetto alle intercettazioni telefoniche ed ambientali, di cui gli uffici che lei dirige dispongono?
Passo ora ad una considerazione di carattere particolare, che, come ho detto in premessa, riguarda la Calabria. Ho ascoltato l'esposizione della sua relazione ed ho letto - da quando mi è stata messa a disposizione - la parte scritta che lei ha depositato. Ho apprezzato la forza con la quale lei ha descritto la pervasività della 'ndrangheta nel territorio calabrese. Ebbene, ritengo che questa pervasività sia anche causata dalla debolezza con la quale le istituzioni rispondono all'avanzata incessante dei sodalizi criminali. Su questo aspetto mi sia consentito di esprimere qualche dubbio rispetto a quanto scritto nella relazione. Difatti, ritengo sia giusto e doveroso soffermarsi sulle ragioni per cui le istituzioni non garantiscono una risposta forte ed incisiva al problema. A mio modo di vedere, le ragioni risiedono nel fatto che molte istituzioni sono deboli, sono compromesse, sono poco credibili.
Signor procuratore, lei fa bene a porre l'attenzione sui molti amministratori che in Calabria sono stati, e continuano ad essere, vittime di intimidazioni e di atti di violenza. È giusto soffermarsi su questo aspetto, e ritengo che sia - oltre che giusto - nostro dovere offrire loro protezione e garantire che i colpevoli di tali atti inqualificabili vengano garantiti alla giustizia. Però, ritengo sia nostro dovere anche concentrare la nostra attenzione su quegli amministratori dei vari governi locali che, in qualche modo, hanno uno stretto rapporto con la criminalità organizzata. Ritengo che in Calabria esista una collusione profonda tra criminalità organizzata e istituzioni.
Le chiedo, pertanto, se lei è a conoscenza di come realtà economiche che riguardano i settori importanti della sanità, dell'informatica e dei rifiuti siano gestiti da comitati di affari che hanno addentellamenti stretti all'interno dei partiti, nonché collusioni profonde con la criminalità organizzata.
Le chiedo se esiste un ufficio che studi i dati elettorali. Analizzando i dati elettorali è semplice scoprire i livelli di collusione: è sufficiente considerare i singoli paesi e le preferenze da essi espresse; poi, analizzare le decisioni adottate dai soggetti nel corso del loro mandato, nonché le assunzioni dei beneficiati delle ricordate preferenze. È a conoscenza dell'esistenza di un tale ufficio? È volontà del suo ufficio soffermarsi su questo tema? È a conoscenza di quanti, purtroppo, affiliati della criminalità organizzata, delle cosche della 'ndrangheta siano assunti all'interno delle istituzioni?
Inoltre - e concludo, dato che oltretutto si tratta di un aspetto già evidenziato da altri colleghi -, è a conoscenza delle dinamiche interne alla magistratura, soprattutto inquirente, in Calabria, che rallentano il positivo dipanarsi delle indagini difficili in corso?
Sono queste, le sollecitazioni, che mi permetto di farle, signor procuratore, ribadendo ancora la fiducia nei confronti del suo operato e della sua azione.

MAINO MARCHI. Sarò telegrafico, presidente.
Signor procuratore, vorrei chiedere una sua valutazione sull'insediamento mafioso nei territori non tradizionali, in modo particolare al nord; sui rischi e sulle potenzialità di estensione di questi insediamenti e su quali ritiene possano essere gli interventi, di carattere normativo, ma anche di contrasto in termini più generali, per fare in modo che questa possibile estensione trovi un forte contrasto e risultati positivi da parte delle istituzioni.

PRESIDENTE. Aggiorniamo l'audizione alla prossima settimana, compatibilmente con i lavori dell'Assemblea e con la disponibilità del procuratore nazionale antimafia, in modo da concludere in un'unica seduta tutti gli interventi e dare la possibilità al procuratore Grasso di prepararsi a rispondere in modo articolato,


Pag. 22

nella seduta successiva, alle questioni poste.
Se il procuratore Grasso è disponibile, potremmo convocare l'audizione per martedì prossimo, 6 febbraio, dalle 13,30 alle 15, a conclusione dei lavori dell'Assemblea, salvo ovviamente verifica e conferma, per concludere mercoledì prossimo, 7 febbraio, quando vi sarebbe una disponibilità di almeno due ore, sia per la pausa del question time alla Camera, sia per la pausa dei lavori dell'Assemblea del Senato, dando così la possibilità al procuratore Grasso di rispondere.
Il seguito dell'audizione è pertanto rinviato ad altra seduta.

La seduta termina alle 16,15.

Back