Back Forward

Seduta del 7/2/2007


Pag. 4


...
Seguito dell'audizione del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito dell'audizione del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.
Il procuratore Grasso ha seguito il nostro dibattito, che si è sviluppato in modo approfondito con gli interventi di quasi tutti i commissari sulla sua relazione. Oggi egli ha il compito di rispondere a tantissime domande.
Do, quindi, la parola al procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Vorrei, innanzitutto, ringraziarvi per gli stimolanti approfondimenti richiesti, i quali hanno comportato un lavoro di raccolta. Spero, alla fine, di dare una risposta a tutti.
Ho cercato di raggruppare gli argomenti comuni, dal momento che diversi parlamentari hanno insistito sugli stessi temi.
Innanzitutto, vorrei consegnare alla Commissione la nostra relazione annuale, che contiene molti degli argomenti che cercherò di approfondire. La relazione, però, si basa su materiale raccolto fino al 30 giugno 2006, quindi è possibile che gli


Pag. 5

appunti in mio possesso contengano dati più aggiornati. C'è anche un supporto informatico, che può consentire una migliore diffusione e distribuzione del materiale. Oltre a una parte generale, vi è una parte sintetica, in quanto è stata fatta una sintesi di quelle che riteniamo siano le grandi linee da seguire. Insomma, speriamo di fornire uno strumento utile per il lavoro della Commissione.
Fatta questa premessa, scendo immediatamente nel concreto. Il primo tema che vorrei affrontare è quello della 'ndrangheta, poiché mi è parso essere l'argomento sul quale sono state poste la maggior parte delle domande. Essendo il tema di maggiore attualità, ad esso darò precedenza nell'esposizione.
Ho già riferito come la 'ndrangheta si manifesta e si espande a livello nazionale e internazionale, tendendo a riaffermare la propria supremazia con insolita arroganza, con la consapevolezza del più forte, soprattutto sul piano delle disponibilità finanziarie, che ormai sono assai cospicue.
Le istituzioni calabresi hanno spesso subìto, e continuano a subire, l'arroganza e la supremazia criminale delle 'ndrine, che si concretizzano in una serie di azioni intimidatorie nei confronti di chiunque. Dico questo in base ad un dato che mi ha meravigliato, sorpreso: in tutta la regione Calabria, nell'anno 2006, sono stati registrati 12 mila atti criminali, tra minacce, intimidazioni e danneggiamenti Ovviamente, il dato comprende anche le minacce telefoniche, insomma tutte le denunce, ad ogni modo si tratta di un dato veramente eccezionale. Sembra quasi esservi un sistema per il quale l'intimidazione è all'ordine del giorno, poiché individuata come unico modo attraverso cui risolvere i problemi personali.
Non credo che 12 mila atti di minaccia o di intimidazione siano tutti attribuibili alla 'ndrangheta, ma certamente una buona parte di essi lo sono. Mi pare che il dato riveli una sorta di sistema secondo il quale l'intimidazione viene usata normalmente da chiunque voglia cercare di risolvere un problema costringendo una persona ad agire in maniera funzionale ai propri interessi.
Emerge comunque una 'ndrangheta sempre più orientata verso profili economico-imprenditoriali e rivolta ad un pervasivo condizionamento di tutti gli apparati amministrativi. Lo si evince proprio considerando le intimidazioni nei confronti di esponenti politici, di amministratori, di sindacalisti, di presidenti di quartiere, insomma nei confronti della politica e dell'amministrazione locale. Per non parlare, naturalmente, dei lucrosi affari di narcotraffico internazionale, che presuppongono cartelli tra cosche calabresi, cosche internazionali e altre cosche italiane.
Le intimidazioni registrate nel 2006 nell'ambito delle province di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia corrispondono a 137 denunce. Facendo un confronto con il passato, nel 2004 - purtroppo non dispongo del dato del 2005, perché non ho fatto in tempo a raccoglierlo - le denunce erano 135. Come potete notare, non c'è un sostanziale aumento, ma una situazione stabile. L'aumento si registra rispetto agli anni precedenti: nelle altre province c'era stata anche una diminuzione. Per il 2007 abbiamo già 22 denunce, sempre dello stesso tipo. Il fenomeno, dunque, continua e non è in diminuzione.
Per quanto riguarda le intimidazioni - danneggiamenti, incendi, minacce - registrate nella provincia di Reggio Calabria, nell'anno 2006 sono 50. Abbiamo un elenco che rivela una prevalenza delle intimidazioni nella fascia tirrenica, cui segue di poco il capoluogo Reggio Calabria, poi la fascia ionica della provincia di Catanzaro. Questo è il quadro delle intimidazioni ad esponenti politici, amministratori, sindacalisti e via dicendo.
Un altro dato che mi è stato richiesto riguarda le indagini nei confronti di consiglieri regionali. Per quanto riguarda la procura di Reggio Calabria, il dato registra 5 procedimenti penali a carico di consiglieri regionali per violazione della legge n. 488 del 1992 e 5 procedimenti penali a


Pag. 6

carico di consiglieri regionali per reati comuni, comunque diversi dai reati di mafia.
Per quanto riguarda Catanzaro, la situazione è diversa. Peraltro, è noto l'elenco dei consiglieri regionali rinviati a giudizio, dunque non mi pare il caso di ripeterne i nomi in questa sede. Comunque, allo stato, non c'è nessun rinviato a giudizio per reati di mafia.

ANGELA NAPOLI. Scusi, ma il presidente del consiglio regionale calabrese sostiene che nessuno fa i nomi delle persone rinviate a giudizio. Le chiedo questa cortesia, di modo che il presidente del consiglio regionale...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. I nomi sono sui giornali...

ANGELA NAPOLI. Lo dico anch'io...

PRESIDENTE. In questa sede non dobbiamo rispondere al presidente del consiglio regionale.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Non c'è problema. Certamente non posso citare i nomi degli indagati.

ANGELA NAPOLI. Questo proprio no.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Posso riferire i dati: sono dodici i consiglieri regionali indagati, otto per reati comuni (non di mafia) e quattro per reati di criminalità organizzata.
Con l'occasione, potrei fornire un dato sul reato di cui all'articolo 416-ter - voto di scambio -, che però è un dato nazionale, non calabrese. In base a questo dato risultano in fase di indagine per reati di cui all'articolo 416-ter ventisei procedimenti nei confronti di ventisei soggetti: due a Catania, sette a Catanzaro, due a Messina, uno a Milano, cinque a Napoli, cinque a Palermo, due a Potenza, due a Reggio Calabria.
La differenza del dato che sto rivelando su Reggio Calabria dipende dal fatto che, evidentemente, non si tratta di consiglieri regionali, altrimenti li avremmo trovati nel dato relativo ai consiglieri regionali indagati. Comunque sia, tutte queste indagini sono destinate a concludersi con l'assoluzione, in quanto l'indulto contemplava anche l'assoluzione per i reati di cui all'articolo 416-ter. Questa è la situazione dal punto di vista delle indagini.
Tra i dati che mi sono stati richiesti relativi alla Calabria, sono interessanti quelli che riguardano la pendenza presso i GIP di Reggio Calabria e Catanzaro di richieste di custodia cautelare avanzate dalle rispettive procure, DDA e così via.
Per quanto riguarda Reggio Calabria, devo fare una precisazione generale. Si tratta di un dato oscillante, perché oggi sono state adottate delle misure, per cui dovremmo scaricare il numero delle richieste, e ieri sono state avanzate delle richieste per cui dovremmo aggiungerle al numero. Pertanto, non prendete il dato se non in maniera empirica, poiché è variabile da un giorno all'altro.
Posso dire che, a una certa data, le pendenze presso i GIP di Reggio Calabria sono tra le 200 e le 250, per indicare un ordine di misura. Dobbiamo considerare che l'ufficio GIP di Reggio Calabria è composto da un presidente e dieci giudici, che in realtà sono otto, perché uno è stato trasferito in altra sede e l'altro ha ultimato il periodo massimo di permanenza di dieci anni. Sono otto giudici contro i diciotto sostituti della procura; vedete subito la differenza nell'organizzazione del lavoro. Inoltre, bisogna fare una scelta: se non si vuole un GIP che si attesti sulle richieste, senza una valutazione critica e approfondita degli atti, allora si avrà certamente un esito più rapido della valutazione delle richieste; se, invece, si vuole un GIP che approfondisca, i tempi si allungano, anche perché il numero dei GIP, come abbiamo visto, è sproporzionato rispetto a quello dei pubblici ministeri.
Naturalmente, bisogna valutare da situazione a situazione, ma mi permetto di anticipare un discorso generale, che non vale per la Calabria. In realtà, questo sarà uno dei temi che riguardano le misure legislative da assumere, ma ne approfitto


Pag. 7

per anticipare qualche elemento. Quando si inizia un'indagine in un territorio in cui opera la criminalità organizzata, si accerta un reato - poniamo il caso di un'estorsione -, si cerca di risalire ai responsabili, poi alla cosca mafiosa, per capirne le relazioni e la composizione. Insomma, le indagini possono anche durare un anno e, nel frattempo, quel reato di estorsione continua a produrre i suoi effetti. In pratica, c'è qualcuno che continua pagare e qualcuno che continua a trarre profitto da quei reati, che nel frattempo vengono accertati.
Certamente su questo non si può fare nulla, ma c'è un altro periodo di tempo che è determinato dalla valutazione, da parte delle procure, dei risultati delle indagini preliminari condotte dalla polizia giudiziaria. E altro tempo si aggiunge. Se a questi tempi aggiungiamo, infine, quello in cui le richieste permangono al GIP, possiamo dire che tra la cognizione di un reato e un qualche provvedimento che incida sul territorio passano non meno di due anni, talvolta anche tre o quattro anni, in media. E questo a me pare un tempo enorme, in questi territori.
Penso si debba individuare un sistema per poter intervenire in maniera più rapida e la magistratura ci ha provato, attraverso il fermo. Il fermo, però, è fuori dalla regola, perché spesso si opera con i fermi per provvedere ad una situazione di emergenza, pur sapendo che non sussistono gli estremi per lo stesso. Uno dei presupposti, infatti, è il pericolo di fuga, ma spesso si tratta di persone che tranquillamente fanno i propri comodi e commettono i propri reati. Allora, mediante un artificio tecnico-giuridico, si propone il fermo, ma il giudice non lo convalida perché non ci sono gli estremi; tuttavia, è pronta la misura cautelare che sana tutta la situazione.
Mi chiedo perché dobbiamo forzare la legge per risolvere un problema e perché debba essere la magistratura a creare un marchingegno tecnico-giuridico ai limiti della legittimità, per ovviare a problemi che dovrebbe risolvere, probabilmente, una normativa diversa. Questo è un problema generale, uno dei tanti.
A Napoli, sulle estorsioni sempre più spesso si agisce con i fermi. A Palermo, in situazioni drammatiche, si è proceduto con i fermi. Pensate che ci sono cosche che fanno affari, intimidazioni, reati, e chi indaga sa che solo dopo due anni avrà la risposta dal GIP per arrestare qualcuno, e ancora non siamo nella fase del processo. Figuriamoci quanto tempo occorrerà per arrivare al processo definitivo: prima c'è il deposito degli atti, il tribunale del riesame e così via. Comunque, queste sono problematiche che mi riservo di esaminare nella fase finale.
Tornando alla Calabria, ho avuto la possibilità di mettere in risalto un problema che vale per tutta l'area del sud e per tutti i territori nei quali operano queste organizzazioni criminali.
Per quanto riguarda i dati relativi alle richieste cautelari pendenti presso il GIP distrettuale di Catanzaro, al 31 ottobre 2006 le richieste erano 309. Anticipo il dato relativo a Napoli, dove le richieste sono circa 500.
Tornando alla 'ndrangheta, abbiamo visto che nel comparto dei lavori pubblici la compartecipazione o la costituzione di società da inserire nel ciclo produttivo è fatta in modo da gestire tutte le fasi dell'appalto, dalla sua assegnazione fino alla realizzazione dell'opera e all'inserimento di attività di subappalti, forniture e quant'altro. La 'ndrangheta reinveste anche parte dei proventi illeciti in attività lecite. Questo avviene attraverso l'acquisizione di immobili, alberghi, complessi turistico-residenziali, tanto in Calabria quanto in regioni del centro e nord Italia e all'estero, attraverso imprese la cui titolarità formale risulta in capo a prestanome. Di qui la difficoltà di riuscire a dimostrare che determinati beni e investimenti siano effettivamente riconducibili alla cosca criminale. Anche questo è un discorso generale, che non vale solo per la Calabria, ma per tutte le organizzazioni criminali, che si servono sempre più dell'interposizione fittizia di prestanome.


Pag. 8


Come lo si potrà accertare? Quando il fenomeno dei collaboratori di giustizia era molto più evidente ed attivo, l'input di un dato di fatto poteva ricondurre ad una cosca criminale, ad un'attività criminosa. Ricordo ancora le parole di un collaboratore: «Io non so di chi è quel supermercato, io so soltanto che mando un uomo ogni sera a prendere l'incasso, naturalmente per farlo avere al mafioso di zona». Basta questo per poter procedere al sequestro e alla confisca di un bene. È necessario, però, un dato da cui partire, altrimenti è difficile.
Proprio per questo motivo, il mio ufficio ha assunto un'iniziativa - insieme allo SCICO della Guardia di finanza - per cercare di reperire il più possibile elementi di interesse investigativo per iniziare le indagini. Uno dei campi in cui lo si è fatto è proprio quello della legge n. 488 del 1992 sui fondi comunitari, che vengono utilizzati a piene mani.
Per la Calabria si è iniziata questa sperimentazione: si sono presi gli elenchi di tutti i fondi che sono stati erogati in Calabria, si sono censite tutte le società e le persone fisiche che hanno ricevuto tali fondi, poi si sono incrociati i dati con quelli delle banche dati relative alla criminalità organizzata in possesso della Guardia di finanza, delle varie forze di polizia e della DNA.
Da questo screening e da questo incrocio sono risultati circa 50 soggetti o 50 società di interesse investigativo, su cui si è appuntato l'interesse della Guardia di finanza, che può partire da un controllo fiscale per poi passare ad approfondimenti sempre più rilevanti; tutto ciò, al fine di individuare a chi appartenga veramente una data attività imprenditoriale.
È confermato il crescente interesse delle cosche della 'ndrangheta nel remunerativo comparto dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e speciali, così come avviene anche in Campania. Un'indagine recente, conclusasi con la cattura nel marzo del 2006, ha accertato l'acquisizione di appalti e servizi nel settore dei rifiuti da parte delle cosche Libri e Condello di Reggio Calabria, anche attraverso la corruzione di amministratori locali. L'attività ha portato all'emissione di 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere. L'interesse per i rifiuti è ribadito anche da un intervento effettuato nel porto di Gioia Tauro, con il sequestro di un centinaio di container, contenenti rifiuti di varia natura destinati a Cina, India, Russia e nord Africa: materiale teoricamente da esportare per lo smaltimento, ma che invece di partire sarebbe stato lavorato, per essere reintrodotto nel territorio dell'Unione europea come merce di varia natura (compresi pezzi di ricambio a prezzo ribassato).
Abbiamo già parlato delle indagini legate alla legge n. 488 che, a parte l'attività di individuazione degli spunti investigativi fatta con lo SCICO, hanno portato anche all'arresto di dieci esponenti della cosca Crea di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, ritenuti responsabili di associazione mafiosa, truffa e quant'altro, nell'ambito della legge n. 488. Come abbiamo visto, anche dei consiglieri regionali sono indagati per questo reato.
Mi è stata rivolta una domanda - alla quale non posso rispondere con dati recenti, per carenza di informazioni - relativa al rapporto tra massoneria, imprenditoria, politica e affari in genere. Non posso rispondere perché l'ultima indagine, che si è svolta a Catania ma vedeva il coinvolgimento di personaggi calabresi, risale a diversi anni fa. Debbo dire che manca uno spunto investigativo recente per indagini su questo tema; tuttavia, qualora dovesse venir fuori qualche segnalazione o qualche tema investigativo, potremmo approfondirlo.
Mi è stato chiesto chi siede ai tavoli della criminalità. Ricordo la dichiarazione di un collaboratore di giustizia di qualche tempo fa, che faceva una distinzione, nell'ambito della gestione mafiosa - chiaramente a livelli di direzione strategica generale -, tra cosa nostra e la 'ndrangheta. Egli affermava che nella 'ndrangheta sedevano tutti allo stesso tavolo e si spartivano tutto in piena tranquillità, mentre cosa nostra voleva una supremazia e cercava di imporre la propria volontà, anche


Pag. 9

se spesso il rapporto di forza tra politica e mafia è stato altalenante. Più di questo non posso dirvi.
Naturalmente l'ipotesi non ha avuto uno sviluppo investigativo se non parziale, ma questo è un dato di conoscenza che ha bisogno di riscontri e indagini molto più approfondite.
Mi è stato chiesto di fare dei nomi delle cosche, ma ribadire la presenza, nel capoluogo reggino, dei De Stefano, dei Tegano, dei Condello e dei Serraino mi pare inutile, mi sembra di dire cose ormai notorie. È importante in Calabria la figura del boss Pasquale Condello, latitante da anni ed inserito nell'elenco dei primi trenta latitanti. Egli ha assunto una certa autorevolezza proprio perché le altre cosche - quella dei De Stefano, dei Tegano, come quelle dei Morabito e Iamonte - hanno subito parecchi arresti. Da questa attività repressiva si è avvantaggiato il latitante Pasquale Condello. Per di più, questi si è alleato anche con Alvaro Cosimo, della cosca di Sinopoli, e con questo consorzio criminale la sua forza si è accresciuta.
Naturalmente l'attività delle altre cosche non è meno rilevante, con la presenza dei Morabito, Palamara e Bruzzaniti ad Africo, quella dei Pelle-Vottari e Nirta-Strangio a San Luca, Barbaro e Trimboli a Platì, Cordì-Cataldo a Locri, Macrì, Commisso e Costa a Siderno, Coluccio-Aquino a Gioiosa Ionica, e così via.
Una circostanza che ho riscontrato in un atto di accesso di uno di questi comuni calabresi mi ha impressionato: chi ha fatto l'accesso e doveva riferire delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle amministrazioni pubbliche, ha ribaltato il concetto ed ha affermato che in certi paesi come Africo, Platì e San Luca il problema è che lo Stato deve cercare di infiltrarsi. Questo dà l'esatta misura di come si debba operare una rivoluzione copernicana per ribaltare la situazione. È necessario che tutte le istituzioni che agiscono sul territorio siano infiltrate dallo Stato.
Non vorrei generalizzare, ma ci sono posti dove il comune è al centro di una piazza e tutte le case intorno sono della cosca che ha il controllo del territorio, a cominciare dalla piazza dove è ubicato il comune; dunque la cosca controlla chi entra, chi esce, chi fa affari, chi svolge un'attività. Si può comprendere come difficile sia il contrasto in situazioni di questo genere. Devo dire, tuttavia, che la repressione continua. Le ultime azioni di questi giorni - a Vibo Valentia, ad esempio, e altrove - testimoniano che l'attenzione rimane vigile, anche nei distretti di Catanzaro, Vibo Valentia e Crotone.
Ciò che lascia riflettere è che la tregua tra alcune fazioni - nel crotonese, ad esempio, Isola Capo Rizzuto, e via dicendo - da alcune indagini è emerso essere determinata dalla comune necessità di sottrarsi alle pressioni investigative e di concentrarsi sullo sfruttamento di attività illecite e imprenditoriali dell'area, soprattutto quelle turistiche, anche al fine di meglio fronteggiare il sostentamento di tutti gli affiliati detenuti.
Vengo alle proiezioni extraregionali della 'ndrangheta. Le cito per regioni, ma poi si potrà fare qualche approfondimento, e con questo credo di rispondere anche a chi chiedeva di capire cosa succede al nord. Si registrano infiltrazioni in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Umbria e nel Lazio, e spesso si tratta di presenze locali che cercano di infiltrarsi negli appalti (rifiuti, acqua, servizi, e quant'altro). Questa è la caratteristica principale.
Per quanto riguarda il processo di verticalizzazione - vi avevo già accennato - della struttura della 'ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria, forse non sono stato molto chiaro, dunque provo a spiegarmi meglio Non cambia la struttura della 'ndrangheta, che è sempre formata da cosche che controllano il territorio in maniera sostanzialmente autonoma. Avvalendosi anche dei suggerimenti provenienti da cosa nostra siciliana, alcune delle famiglie di Reggio Calabria hanno cercato di creare degli accordi per evitare le guerre intestine e poter meglio gestire gli affari. Non si verticizza, dunque, l'organizzazione, ma si tratta di un accordo funzionale


Pag. 10

all'obiettivo di evitare le guerre intestine che danneggiano le varie organizzazioni. Questo vale per Reggio Calabria, ma basta spostarsi da quel territorio per riscontrare l'esistenza di faide in corso o di faide che potrebbero scoppiare da un momento all'altro.
Subito dopo l'omicidio Fortugno, le prime analisi sviluppate in sede giudiziaria e pre-investigativa segnalavano, in modo pressoché concorde, la possibilità di leggere il grave episodio criminoso - consumato, lo ricordo, all'interno di un seggio di Locri, dove si svolgevano le primarie dell'Unione - in un contesto unitario rispetto ai precedenti fatti intimidatori che avevano riguardato nei mesi precedenti il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, di cui certamente il vicepresidente Fortugno era il soggetto politico di riferimento nella Locride e nell'intera provincia di Reggio Calabria.
A distanza di oltre un anno da quel grave episodio, tenuto conto delle indagini in corso in relazione all'identificazione degli autori, dei mandanti, o comunque degli ispiratori dell'omicidio - anche se siamo ancora in una fase dialettica, viste le pronunce della Corte di cassazione -, deve registrarsi un susseguirsi cadenzato, ma ininterrotto, di altri gesti intimidatori e di attentati nei confronti di esponenti politici di primo piano del governo regionale calabrese.
Sono notorie le telefonate minatorie e le minacce fatte pervenire al presidente Loiero, così come quelle rivolte all'onorevole Intrieri, quindi si continua in una situazione - per chi osserva dall'esterno - di sostanziale stallo.
Ne deriva la convinzione - ma bisogna dimostrarla, perché una cosa è avere un'intuizione, altra è avere le prove a sostegno della stessa - che si possa essere in presenza di un unico disegno criminale, volto a condizionare pesantemente le scelte della politica calabrese e, verosimilmente, quelle più direttamente attinenti all'enorme flusso di risorse economiche, in primo luogo comunitarie, destinate alla Calabria. Si parla di 18 miliardi di euro, se non sbaglio, comunque di somme assolutamente rilevanti.
Naturalmente si tratta di ipotesi di lavoro che vanno approfondite. Gli atti intimidatori nei confronti di soggetti di primo piano, a partire dalle competizioni elettorali regionali del 2005, confermano questa diagnosi.
Signor presidente, le chiederei di procedere in seduta segreta.

PRESIDENTE. Sta bene.
Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Per quanto riguarda i rapporti tra procure, la Procura nazionale ha un suo ruolo, un ruolo consultivo di collaborazione istituzionale, che in genere viene rispettato, ma non sempre, come nel caso che ho appreso questa mattina dal Giornale di Sicilia, che riportava che è stata integrata la DDA di Palermo. Non solo ho appreso di tale provvedimento dal giornale (che può essere comunque un utile sistema di diffusione delle notizie) ma va anche detto che l'articolo 70-bis, che è rimasto in vigore nonostante l'abrogazione di altri articoli, che pongono nel nulla le circolari del CSM sulle tabelle degli uffici e delle procure, prevede che delle eventuali variazioni nella composizione della direzione il procuratore distrettuale informi preventivamente il procuratore nazionale antimafia. Ebbene, questa forma di collaborazione istituzionale è stata saltata, perché probabilmente si riteneva che l'apporto - visto il tema in trattazione - non potesse che essere scontato, quindi non è stata applicata una norma di legge.

BENEDETTO ADRAGNA. A che si riferisce?


Pag. 11


PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Mi riferisco alle variazioni. Non voglio entrare nel merito, il discorso è generale. Io stimo professionalmente tutti i colleghi chiamati a collaborare. Il problema è di organizzazione di ufficio. Su questo ho un potere consultivo che mi è offerto dall'articolo 70-bis. Si tratta di una forma di collaborazione istituzionale, che comporta l'espressione del parere del procuratore nazionale. Del resto, cambiare una direzione distrettuale e parcellizzare il territorio affidandolo a più procuratori aggiunti comporta senza dubbio dei cambiamenti, richiede una maggiore coesione, un maggior coordinamento, e via dicendo. Comunque, ribadisco che non voglio entrare nel merito. Professionalmente i colleghi sono al top della professionalità nell'attività antimafia, ma nel momento in cui non si rispetta la regola di consultare preventivamente il procuratore nazionale si viola una norma e questo, secondo il nostro codice, è suscettibile anche di procedimento disciplinare (Commenti dei senatori Adragna e Palombo)... Io l'ho saputo questa mattina dal giornale. A parte la violazione del segreto d'ufficio, che comunque non fa più notizia, non mi sembra opportuno che si cominci a non rispettare le regole.
In questa prospettiva, penso di scrivere al CSM o al ministro della giustizia, per vedere se è il caso o meno di recuperare quel controllo tabellare, che almeno dà un'uniformità di indirizzo - in relazione alle situazioni che esistono nelle varie procure - da parte del CSM. Controllo che, allo stato attuale, per quanto riguarda l'ufficio della procura, non c'è più.
Come abbiamo visto, il procuratore di Reggio Calabria alla fine ha fatto quello che credeva, adducendo una motivazione a mio avviso errata. Egli ha infatti escluso dalla valutazione alcuni colleghi parlando di carenza di legittimazione, ma questa può esistere in quanto c'è una norma; invece, non esisteva alcuna norma al riguardo. Comunque, nonostante io avessi espresso il mio parere, le cose sono andate in quel modo.
Un procuratore distrettuale, avendo messo a concorso un posto per la designazione in DDA, non avendo ricevuto alcuna domanda ha usato il criterio di scegliere il più giovane, sostenendo che quello fosse il criterio da utilizzare in quel caso. Allora, scegliere il più giovane di un ufficio di PM per andare a fare il sostituto in un territorio nel quale nessuno vuole andare, penso che voglia dire scegliere quello che si può lamentare di meno.

CARMELO LO MONTE. In Locride questo avviene da trent'anni...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Mi viene da dire che forse i procuratori distrettuali non meritano di avere riconosciuta questa capacità di organizzare il proprio ufficio al meglio, se poi i criteri che essi adottano obiettivamente non corrispondono al bene per l'ufficio, per il lavoro e per la collettività.
Prendendo spunto da questi episodi (quello di Reggio Calabria, quello di quest'altra procura e quello di Palermo), penso di proporre - nell'ambito della riforma dell'ordinamento giudiziario, ancora all'esame - di ritornare a un qualche controllo tabellare da parte del CSM, visti questi risultati.

PRESIDENTE. Mi scusi, signor procuratore, anche se siamo in seduta pubblica - se ritiene possiamo segretare -, mi viene in mente un'ultima domanda sulla Locride sui rapporti all'interno della sanità tra strutture pubbliche e strutture private. Se ritiene, segretiamo nuovamente la seduta.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sono in corso indagini per riuscire a cogliere i rapporti tra sanità privata - che, badiamo bene, è convenzionata, quindi sembra privata ma non lo è affatto - e pubblica. Ricordo che, interrogando un collaboratore, questi mi disse che c'erano degli imprenditori che volevano investire al sud, ma volevano dei contatti con i vertici regionali. Alla mia obiezione - se un imprenditore vuole investire, a che servono i contatti? - mi


Pag. 12

rispose che in mancanza di garanzia della convenzione non avrebbero investito; la garanzia della convenzione, quindi, deve essere preventiva, altrimenti non si trovano i soldi, in termini di reddito, al sud, per realizzare una sanità privata assolutamente al di fuori della sanità pubblica.
Se questo è il sistema, i rapporti tra sanità privata e organismi vari, con interessi nascosti dietro a prestanome, mogli o parenti che gestiscono società private, certamente vanno indagati.
Sto cercando di rispondere per temi, per non trascurare nessuna domanda.

PRESIDENTE. Alcune domande riguardavano i rapporti internazionali. Invito i commissari a non porre nuove domande ma soltanto a riproporre le domande già poste, nel caso in cui il procuratore non avesse risposto.

IDA D'IPPOLITO VITALE. Il mio richiamo ha già sollecitato la memoria del procuratore. Mi riferisco ai sequestri di persona e alla situazione delle famiglie delle vittime.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Per fortuna, da un po' di tempo, non vi sono sequestri di persona. Si tratta di episodi verificatisi in passato, che però non hanno trovato una soluzione dal punto di vista processuale. I processi sono rimasti contro ignoti. Purtroppo, per qualificare una vittima come «vittima di mafia», occorre che un ufficio pubblico - la procura, la polizia giudiziaria - riesca a trovare, se non i responsabili, quantomeno la prova che si tratti di soggetti inseriti nella criminalità organizzata.
Personalmente sostengo che le indagini non debbano finire mai. Ci può sempre essere un nuovo collaboratore che offra uno spunto investigativo per approfondire le questioni. Naturalmente, se non si hanno gli elementi è difficile poterle qualificare una vittima di mafia.

IDA D'IPPOLITO VITALE. Nell'ipotesi in cui le famiglie interessate continuino ad essere oggetto di vessazioni, atti intimidatori e quant'altro, ciò può costituire un elemento per questa «certificazione»?

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Non per quell'episodio. Come vittime di atti intimidatori possono eventualmente chiedere...

IDA D'IPPOLITO VITALE. Ho capito, ma quella pagina si ritiene chiusa.

MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Avevo chiesto di verificare, se eventualmente lei lo ritenesse, i rapporti di parentela tra una parte della magistratura e alcuni politici.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Per quanto riguarda tali rapporti, se emergono dalle indagini, questi rapporti producono subito il trasferimento per competenza, quando ci sono magistrati coinvolti nelle indagini, alla procura competente, ex articolo 11 del codice di procedura penale. Quindi, per fare un esempio, da Reggio Calabria si viene trasferiti a Catanzaro, da Catanzaro a Salerno, e così via. Questo avviene quando c'è il coinvolgimento nelle indagini o quando si è parti offese.
Quando ci sono situazioni di incompatibilità, queste vengono segnalate in genere al CSM, che le valuterà nella sede opportuna. La soluzione non è taumaturgica, perché spesso tali soggetti vengono trasferiti da un ufficio ad un ufficio magari vicino. Comunque, il trasferimento elimina la situazione di incompatibilità. Altre volte, qualcuno rassegna le proprie dimissioni. Su quelle situazioni di incompatibilità è il CSM che dovrebbe essere attivato per poterle mettere in risalto e adottare i relativi provvedimenti.
Sempre in tema CSM, forse c'è anche il problema della vacanza di uffici di vertice. Adesso la procura di Reggio Calabria è libera - ed io non credo che si possa tenere un ufficio del genere tanto tempo libero - ma ci sono anche quelle di Caltanissetta, di Catania, di Cosenza. Il presidente della corte d'appello di Reggio Calabria manca dal settembre 2005 mi


Pag. 13

chiedo: c'è qualche motivo per non nominare il presidente della corte d'appello di Reggio Calabria da quella data?

CARMELO LO MONTE. Dipende dalle correnti della magistratura, lo dico per esperienza.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. La procura di Sciacca, la procura di Santa Maria Capua Vetere, la procura di Sant'Angelo dei Lombardi, il presidente del tribunale di Patti, il presidente del tribunale di Mistretta, il procuratore della Repubblica di Mistretta, il presidente del tribunale di Messina, il presidente del tribunale di Lamezia Terme, la procura della Repubblica di Enna, la procura della Repubblica di Cosenza, il procuratore generale d'appello di Catanzaro, la procura di Catania, il procuratore di Casale Monferrato (anche se da pochi giorni), la procura di Caltanissetta: queste sono le procure senza vertice.

PRESIDENTE. Secondo i programmi dei lavori della Camera e del Senato, oggi le votazioni inizieranno alle ore 16,30, quindi dovremmo chiudere alle ore 16,15. È chiaro che il procuratore Grasso, che sta dando risposte ampie e articolate - tant'è vero che abbiamo appena esaurito l'argomento Calabria - ha bisogno del tempo necessario. Pertanto, possiamo proseguire sino alle ore 16,15 e concordare un'altra seduta per le conclusioni, eventualmente martedì prossimo.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Passiamo all'area di Napoli e all'argomento camorra. Nell'area della città di Napoli la situazione della criminalità mafiosa viene caratterizzata dalla più marcata instabilità. Non dico nulla di assolutamente nuovo, basta leggere le cronache.
L'analisi, però, porta a dire che il clan Di Lauro risulta scisso in due organizzazioni distinte, una facente capo al boss detenuto Di Lauro Paolo e l'altra capeggiata da Amato Raffaele. Purtroppo, sono state numerose le scarcerazioni di elementi appartenenti ad entrambe le fazioni, tra le quali spiccano quelle di Di Lauro Vincenzo e Amato Raffaele (questo dal carcere di Madrid, per decorrenza dei termini di custodia cautelare), e del suo braccio destro Migliaccio Giacomo, posto agli arresti domiciliari per motivi di salute.
È possibile, quindi, che riprenda una certa tensione fra queste cosche criminali. Purtroppo, qualcuna delle scarcerazioni di camorristi, che avevano scontato una parte della pena, è avvenuta per l'indulto. I giudici dell'esecuzione, operando uno scioglimento del cumulo delle pene, hanno frazionato ritenendo scontate le pene più gravi, e le pene residue sono rientrate nell'indulto.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Potevano anche non farlo!

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. No, c'è una sentenza della Cassazione che lo consente. Forse - ma ne parleremo successivamente - sarebbe meglio creare un regime sulla valutazione del cumulo delle pene in fase di esecuzione, proprio per evitare situazioni del genere. In ogni caso, probabilmente si doveva pensare a questo nel provvedimento di indulto, ancorando a criteri soggettivi l'esclusione dallo stesso, piuttosto che soltanto ai reati. Ma ormai è un'esperienza di cui dobbiamo prendere atto.
Una situazione precaria si registra nel quartiere Sanità, nei Quartieri spagnoli e in altre zone. La caratteristica della provincia di Caserta è che la stabilità degli equilibri criminali è garantita dal clan dei Casalesi, nelle sue due componenti, Schiavone e Bidognetti, a cui fanno capo numerose articolazioni criminali che operano in uno stato di sostanziale non belligeranza. Fanno eccezione le zone di Cesa e Maddaloni, dove ci sono contrapposizioni tra famiglie locali che possono generare problemi.
Va ribadita la spiccata capacità di infiltrazione nel tessuto economico e imprenditoriale, anche attraverso il reinvestimento dei proventi illeciti nel settore dei lavori pubblici. Proprio il depotenziamento


Pag. 14

di storiche articolazioni, soprattutto nell'area compresa tra Castel Volturno e Mondragone, ha favorito l'emergere di gruppi criminali di matrice albanese, nigeriana e nordafricana, da tempo presenti nell'area e con ramificazioni in altre regioni italiane, attivi nel narcotraffico e nella tratta di esseri umani. Purtroppo - e al sud questo fenomeno si può riscontrare - laddove c'è una presenza forte della criminalità organizzata, le organizzazioni criminali straniere non attecchiscono, ma appena si allenta questa presenza (anche attraverso l'azione di repressione e di arresto da parte delle forze dell'ordine), il territorio rimane libero e diventa preda delle organizzazioni criminali straniere.
Nelle province di Benevento e Salerno c'è una situazione di stasi, ma si è notato un significativo aumento degli atti intimidatori, non solo in danno di imprenditori e commercianti, ma anche nei confronti di esponenti delle amministrazioni locali. Si sono registrati casi di incendi dolosi, esplosioni di colpi d'arma da fuoco, danneggiamenti, a conferma di una rinnovata aggressività dell'area e di un rapporto organico tra le organizzazioni che operano nel salernitano e quelle che operano nel napoletano. Per questi motivi ho creato un gruppo di magistrati che si occupa di seguire questi rapporti, questi collegamenti, questi reciproci scambi di favori e di inserimento nei territori.
Nella provincia irpina c'è una situazione di sostanziale stasi, sotto questo profilo, e sono in corso ulteriori approfondimenti su cosche locali che rimangono comunque sotto osservazione, i Graziano e i Cava.
In ogni caso, le infiltrazioni nelle amministrazioni pubbliche ai fini del loro condizionamento mafioso in Campania trovano un importante indicatore nei quindici accessi ispettivi disposti dal Ministero dell'interno nel corso dell'anno: si tratta degli accessi nei comuni di Pimonte, Castel Volturno, Casandrino, San Gennaro Vesuviano, Casaluce, Sant'Antonio Abate, Quarto, Giugliano, Arzano, Casapesenna, Sant'Antimo, Castello di Cisterna, Marcianise e San Cipriano d'Aversa, nonché presso il consorzio del bacino NA3 di Casamarciano, preposto alle attività di gestione, raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti.
È evidente che, se ci sono gli accessi, è perché si rivelano delle possibilità di infiltrazioni che devono essere verificate, appunto, attraverso l'accesso. Rimaniamo in attesa di vedere che cosa produrrà questa raffica di accessi nel territorio campano.
Rimane marcato l'interesse della camorra nel settore della raccolta, trasporto e smaltimento illecito dei rifiuti, per il quale le organizzazioni criminali casertane sembrano avere una particolare vocazione, forse favorite dalle numerosissime cave abusive esistenti in quel territorio. Sulle cave presenti nel territorio la DNA ha avviato una serie di accertamenti, con la collaborazione dei prefetti, perché attraverso i sensori che possono venire dalla gestione delle cave è possibile risalire alla gestione delle forniture, del materiale da cava e quant'altro. Stiamo cercando di capire alcuni elementi, per avere sempre più spunti investigativi da fornire alle procure sul territorio.
A Napoli abbiamo una quarantina di indagini in corso sui rifiuti. Abbiamo registrato circa 7 procedimenti per associazione finalizzata al traffico dei rifiuti, in base all'articolo 53-bis del decreto Ronchi, oggi articolo 260 del testo unico sull'ambiente.
Per quanto riguarda i rifiuti, disponiamo anche del dato di altre sedi. Si tratta di un centinaio di indagati per un totale di circa 17 procedimenti, sempre per il reato di associazione finalizzata al traffico di rifiuti, in tutta Italia: Potenza, Reggio Calabria, Campobasso, Messina, Genova, Lecce, Napoli.
Come dicevo, permane il controllo da parte dei Casalesi. Abbiamo attivato uno studio e una collaborazione con il Comando carabinieri per la tutela dell'ambiente. Abbiamo acquisito i dati più rilevanti riguardanti le indagini operate da tale Comando e li abbiamo incrociati con quelli della banca dati del nostro ufficio.


Pag. 15

Sono emersi molteplici collegamenti tra soggetti fisici e giuridici interessati al fenomeno della criminalità organizzata.
Siamo riusciti a selezionare, nell'attività di smaltimento dei rifiuti, addirittura 377 società, di cui 45 appartenenti alla categoria degli smaltitori dei rifiuti, 166 riciclatori e 166 trasportatori, nonché 2.893 soggetti collegati alle stesse società. Tutti questi dati sono risultati presenti nel sistema della Direzione nazionale antimafia: 257 soggetti fisici e 28 società su cui bisognerà approfondire le indagini. Questi sono sistemi utilizzati per cercare, in mancanza di altri spunti investigativi sul territorio, di individuare soggetti a rischio criminale, a cui tuttavia vanno rivolte le indagini delle procure territoriali e delle forze di polizia.

GIUSEPPE LUMIA. Sono dati solo della Campania?

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sono dati generali, non solo della Campania. Abbiamo trovato, sempre nell'ambito dei rifiuti, cellule della 'ndrangheta e della camorra che esercitano la loro attività al di fuori del loro paese che, soprattutto in Liguria, Umbria e Basilicata - posti dove c'è poca attenzione per certi fenomeni - si sono infiltrati nel settore dei rifiuti.

GIUSEPPE LUMIA. Anche i Casalesi...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sì, anche i Casalesi. Abbiamo indagini aperte sui rifiuti in varie parti d'Italia, a Benevento, Santa Maria Capua Vetere, Busto Arsizio, Gorizia, Napoli, Palmi, e via elencando. Naturalmente c'è un collegamento, una fitta rete di imprese che agiscono in perfetta sinergia per la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti, spesso tossici e altamente nocivi.
Per quanto riguarda la Calabria, a proposito della salute pubblica, ho omesso di riferire un dato emerso nell'ultima operazione, nel corso della quale abbiamo verificato che alcuni mafiosi utilizzavano delle bestie di provenienza ignota, aggirando tutti i controlli sanitari, addirittura sostituendo i marchi auricolari, il che comporta un grave pericolo, a mio avviso, per la salute pubblica. Questi mafiosi, pur di perseguire il loro interesse, non guardano assolutamente all'eventuale danno per la salute pubblica. La pericolosità, insomma, non è data soltanto dagli omicidi, dalle violenze, dalle intimidazioni, ma dalla circostanza che, pur di guadagnare, questa gente è pronta a ricorrere a qualsiasi mezzo.
Basti pensare che la necessità di certificazione di questi animali - con tutte le regole che sono state imposte nel periodo dell'epidemia cosiddetta della «mucca pazza» - veniva aggirata creandone una in maniera assolutamente autonoma rispetto al capo di bestiame: nel più completo disprezzo delle leggi, questa gente cambiava i marchi auricolari in relazione alla certificazione che era riuscita artatamente a creare. Così, nei registri di carico e scarico delle aziende di allevamento, venivano inseriti i dati corrispondenti non al vero, ma ad un animale qualsiasi, di cui non si conosceva la provenienza. Probabilmente questi animali - di cui, lo ribadisco, non si conosce la provenienza - non sono stati sottoposti ai prescritti controlli sanitari e, come tali, non sarebbero destinabili al consumo umano, invece vengono ugualmente macellati e commercializzati.
Stessa situazione a Salerno, dove si è scoperta un'industria casearia dove le bufale venivano (Commenti del deputato Incostante)... Nella relazione su Salerno troverà il dato relativo a questa indagine. In quel caso, però, si trattava di truffa: animali colpiti da malattie venivano comunque abbattuti per poter ricevere il contributo dalla Comunità europea per l'abbattimento dei capi.
Intendo dire che la nostra salute viene messa costantemente a rischio dalla criminalità organizzata, non solo nell'ambito dei rifiuti, ma anche nell'ambito del consumo alimentare.

ALFREDO VITO. Sui passaggi di proprietà delle cave ci sono indagini?


Pag. 16


PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Intanto cerchiamo di capire di chi sono, prima di passare ad altro. In questo caso, più che un'indagine è un accertamento amministrativo tramite i prefetti. Siccome le cave devono ricevere un'autorizzazione, in quanto utilizzano molto spesso esplosivo (quindi hanno anche disponibilità di dinamite ed altro), sono sottoposte ad un certo controllo; pertanto, attraverso le prefetture stiamo cercando di creare un circuito informativo per avere un quadro del mondo delle cave, soprattutto in questi territori.
Per quanto riguarda gli scontri che si sono verificati, a Marano, tra un assessore e il sindaco, sono talmente noti, per cui si è anche appreso dalla stampa che essi sono oggetto di indagini.
Si è parlato dello spostamento della criminalità, nella città di Napoli, in quartieri che prima non ne erano toccati, come il Vomero, dove la presenza criminale ha messo in pericolo la sicurezza dei cittadini ed ha creato l'allarme. L'elemento che ha creato maggiore allarme sociale è il coinvolgimento di persone assolutamente innocenti e il compimento degli atti in luoghi dove prima non c'era nessuna presenza violenta delle organizzazioni criminali.
Certo, l'attività preventiva sul territorio è importantissima, come anche l'azione di controllo di tutte le attività che vi si svolgono. Sotto il profilo amministrativo si possono controllare le licenze, le discoteche, i night club e tutte quelle attività che possono essere fonte di presenza criminale sul territorio, che determinano un circuito criminale di supporto e di appoggio e creano l'infiltrazione e, quindi, il degrado di una zona che prima non era a rischio.
Purtroppo, in quei casi si può usare solo la prevenzione, sotto il profilo dei controlli amministrativi.

PRESIDENTE. Dal momento che erano state poste varie domande sulla camorra in Campania, chiedo ai colleghi se tutte hanno ricevuto risposta.

TOMMASO PELLEGRINO. Avevo posto una domanda sui rapporti tra criminalità salernitana e napoletana. Lei ha detto che è stato attivato un nucleo specifico di magistrati, ma quali sono i reati che coinvolgono maggiormente questi rapporti?

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sono principalmente investimenti in attività imprenditoriali, quindi scambi di favori da un territorio all'altro e contatti associativi anche per il traffico di stupefacenti.

GIUSEPPE LUMIA. Signor procuratore, quello dei Casalesi è un clan che ci viene segnalato da anni con le stesse caratteristiche di altre mafie, quindi con molti rapporti con la politica e con l'economia. Sappiamo che si tratta di un clan molto verticalizzato. Può dirci qualcosa su questo?

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. La vicinanza al modello mafioso siciliano è ben nota da tempo. Gli arresti che sono stati eseguiti hanno falcidiato i soggetti appartenenti al clan. L'ultima operazione risale a qualche mese fa. Tuttavia, non si riesce completamente ad eliminare il fenomeno perché ci sono infiltrazioni e investimenti non conosciuti, proprio perché fatti attraverso interposizioni fittizie di persone assolutamente incensurate, che continuano a produrre quei profitti che alimentano l'organizzazione. Finché non si riesce a colpire il patrimonio, non si riuscirà a fare terra bruciata intorno a questa organizzazione.
L'attenzione, comunque, è massima. Addirittura, nella DDA di Napoli c'è un gruppo di magistrati che si occupa solo e soltanto dei Casalesi. Vi è poi il mio procuratore aggiunto, Di Pietro, il quale, avendo istruito molti processi nei loro confronti segue costantemente la situazione e dà impulso, elementi di conoscenza e memoria storica relativamente a tutto quello che concerne questa organizzazione.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Signor procuratore, vorrei chiederle qualche


Pag. 17

dettaglio e qualche sua valutazione per quanto riguarda alcuni luoghi di attività criminose di incrocio con le mafie straniere. Ad esempio, la stampa ha riportato notizie sul porto di Napoli. Vorrei conoscere la sua valutazione e la sua percezione - anche senza fare riferimento a modelli o a situazioni che sono state alquanto romanzate - rispetto alla diffusione e alla penetrazione del fenomeno.
Lei diceva che, dal punto di vista delittuoso, persino la faida di Scampia, così enfatizzata, ha raggiunto dei livelli che pure in altri periodi (ricordo, nel 1998) erano state abbastanza alte. Tuttavia, c'è un allarme che non è soltanto l'allarme sociale che è stato enfatizzato dai media. Vorrei conoscere la sua valutazione sulla pervasività e sullo stato strutturale del fenomeno.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Questo fenomeno è caratterizzato da un pulviscolo di organizzazioni, tutte trasversali rispetto al territorio e continuamente in lotta per conquistare addirittura pezzi di marciapiede della città di Napoli dove fare lo spaccio di stupefacenti.
Bisogna distinguere questo diverso atteggiarsi delle gang metropolitane giovanili, che esercitano una violenza a volte anche così gratuita, da altre situazioni criminali, come quella dei Casalesi, che hanno un modo di gestire le attività criminali, cercando di fare affari piuttosto che scontrarsi con i rivali.
Questa è la caratterizzazione generale.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Lei sostiene che la camorra napoletana è dispersiva...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. No, non ho detto questo, assolutamente. Ci sono manifestazioni criminali diverse, ugualmente pericolose e violente, soprattutto per la sicurezza dei cittadini. La mafia che non uccide, che non compie attentati, non si vede ma è ugualmente pericolosa. Questo lo sappiamo da tempo e lo diciamo da sempre.
Purtroppo, in questo caso abbiamo i due fenomeni contestualmente: la mafia che ingenera insicurezza nei cittadini e quella che fa gli affari. È un cocktail esplosivo, che produce ulteriore insicurezza nei cittadini. I modi per risolvere il problema sono vari, dalla prevenzione, alla repressione, all'intervento nel sociale. Stiamo cercando di aggredire il fenomeno sotto tutti questi aspetti e abbiamo buone prospettive.

PRESIDENTE. Procuratore, vista la portata dei problemi legati a Cosa nostra e alla Sicilia, penso che non sia opportuno aprire l'argomento per poi doverlo interrompere tra cinque minuti, non avrebbe senso. Propongo pertanto di rinviare l'argomento ad altra seduta, che potrebbe avere carattere conclusivo.

ALFREDO VITO. Avevo posto una domanda sui clan Alfieri e Galasso.

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. I patrimoni dei clan Alfieri e Galasso sono stati tutti sequestrati e confiscati.

ALFREDO VITO. La loro entità?

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. All'epoca si trattava di migliaia di miliardi delle vecchie lire, quindi sono di entità notevole. Con la destinazione dei beni confiscati affronteremo in generale il problema dei beni confiscati.

ALFREDO VITO. Nella sua relazione è scritta l'entità di questi patrimoni? Sui giornali si dice che si tratta di pochi milioni. Vorrei capire...

PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Se vuole posso fare una ricerca specifica. Peraltro, Alfieri e Galasso hanno collaborato e hanno dato tutte le indicazioni.

ALFREDO VITO. Ma hanno dato anche il patrimonio...


Pag. 18


PIERO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sì, anche il patrimonio.

ALFREDO VITO. Si tratta di capire quanto hanno dato.

PIERO GRASSO. Va bene. Se vuole le risponderò poi.

PRESIDENTE. Sta bene, proseguiremo l'audizione del procuratore nella prossima seduta.

Back Forward