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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del prefetto di Palermo, Giosuè Marino.
Con questa audizione diamo inizio al ciclo di audizioni sul tema della confisca dei beni, uno dei filoni messi al centro della relazione programmatica dell'attività della nostra Commissione. Iniziamo dall'audizione del prefetto Marino, perché, come avrete desunto dalla lettura dei dati, le province di Palermo e di Napoli - a seguire audiremo il prefetto di Napoli, dottor Pansa - sono quelle che contano il maggior numero di beni sequestrati, confiscati, assegnati e destinati.
Rammento che la seduta è pubblica ma, qualora il prefetto Marino ritenesse di dover proseguire in seduta segreta, potrà richiederlo tutte le volte che lo riterrà necessario.
Ringrazio il prefetto per essere qui questa mattina e gli do la parola perché esponga tutte le problematiche inerenti alla materia dei beni confiscati, ovvero le difficoltà e i punti di criticità che si incontrano nell'attuazione della normativa vigente, con riguardo sia alle potenzialità sia ai limiti esistenti.
GIOSUÈ MARINO, Prefetto di Palermo. Grazie, presidente. Cercherò di fare una sintesi di tutti gli aspetti attinenti alla problematica dei beni confiscati, partendo da una quantificazione. Su Palermo sono stati confiscati oltre 2.000 beni, precisamente 2.111, fra immobili, aziende e quote societarie. Di questi, 1.443 sono beni immobili confiscati uti singuli, ovvero confiscati singolarmente, e 731 di questi sono stati destinati. Inoltre, sono state confiscate, per intero, 176 aziende. Mi pare interessante evidenziare come, su un ammontare complessivo di 176 aziende, ben 94 siano impegnate in attività di costruzione. Sono stati altresì sequestrati 66 quote societarie e 821 beni immobili intestati a società e, quindi, non direttamente e immediatamente destinabili in virtù della legge n. 109 del 1996. Si tratta, dunque, di un patrimonio estremamente consistente e cospicuo, che è il risultato di una forte attività portata avanti da forze dell'ordine e magistratura e che, anche se non in modo completo, si può evincere da brevi dati, che vorrei fornirvi, attinenti ai sequestri effettuati negli ultimi tre anni, che ammontano complessivamente alla consistente cifra di 793.828.714.
Ho fatto riferimento al particolare aspetto delle 94 aziende confiscate, operanti nel settore dell'edilizia, non fosse altro perché questo è un dato costante, non solo storicizzando il fenomeno, ma portandolo anche all'attualità. Già in un
procedimento contro Ienna, il grande costruttore palermitano, il collaboratore Mutolo, nel processo contro Riina, evidenziava come - siamo, però, tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 - si fosse venuto, finalmente, a determinare una sorta di rapporto, quasi simbiotico, tra soggetto mafioso e imprenditore che ne diventava socio. Tale rapporto consentiva, da un lato, all'organizzazione mafiosa di avere uno strumento estremamente diretto, efficace ed immediato di operatività sul campo - canalizzando ovviamente risorse che provenivano da attività illecite -, e dall'altro, all'imprenditore, di divenire punto di riferimento operativo sul territorio e quindi di entrare, come protagonista, in dinamiche più ampie e complessive, partecipando agli appalti e quant'altro (da cui discende tutta la problematica relativa al condizionamento delle amministrazioni locali in tema di appalti).
Tale rapporto simbiotico, con il tempo, è andato man mano svanendo. Le più recenti investigazioni, infatti, dimostrano come ci sia non più una differenziazione tra imprenditore e soggetto mafioso, quanto piuttosto un'immedesimazione nello stesso ruolo. Ad esempio, risale a qualche giorno fa un'operazione relativa a sequestro (ammontante a circa 30 milioni di euro) portata a compimento dalla questura di Palermo - conseguente ad un'operazione dei mesi scorsi, definita «Gotha», che ha colpito i quadri dell'organizzazione - in cui, appunto, il soggetto che è stato preso in considerazione, tale Rotolo (forse un nome non molto noto, ma che, nell'ambito della città di Palermo, ha avuto un ruolo assolutamente centrale e protagonistico), risulta titolare anche di imprese edilizie. Era una notazione che volevo fare per rammentare e sottolineare come tutto si colleghi, in buona sostanza. L'attività in questo settore non solo consente forme di riciclaggio e speculative, ma anche di combinarsi con il sistema di controllo delle amministrazioni locali.
Tornando ai dati numerici illustrati, i beni confiscati uti singuli, per numero di 731 sul totale che ho ricordato, sono stati destinati; di questi, 106 sono stati destinati, ovviamente, per esigenze di giustizia, di protezione civile, delle forze di polizia, 596 a comuni della provincia, per il perseguimento di finalità sociali. Vorrei ricordare, a questo proposito, una sorta di protocollo che ha unito prefettura e comune, in virtù del quale taluni di questi appartamenti resi liberi, non gravati da criticità e quindi immediatamente disponibili, sono stati destinati all'amministrazione comunale che li ha riservati a situazioni di particolare emergenza abitativa. Palermo, come le grandi aree metropolitane del sud, è una città che soffre di grandi problemi sul piano sia occupazionale, con gravi tassi di disoccupazione, sia della carenza abitativa.
A fronte di questo numero di beni destinati, 712 sono ancora da destinare, circa 250 dei quali sono privi di particolari problemi, mentre i restanti hanno criticità di ogni genere, che non ne consentono l'immediata utilizzazione.
In effetti, questo è un aspetto che, seguendo il processo di gestione dei beni confiscati, ma soprattutto quello di effettiva destinazione all'ente comune e di concreta fruizione per le esigenze della comunità, ha caratterizzato costantemente questo andamento. All'inizio, probabilmente, ciò è avvenuto anche per un'inadeguatezza degli organici degli uffici, dal momento che si trattava di una massa cospicua di lavoro alla quale ci si doveva disporre e che evidentemente necessitava di un congruo termine per adeguare strutture e professionalità. Esistono, però, al di là di questo, altri problemi che, gravando sui beni confiscati e quindi destinabili con immediatezza, non ne consentono una celere destinazione. Molto spesso, infatti, questi beni sono gravati da mutui o da ipoteche, o, in altre circostanze, da pretese creditorie di altri soggetti; ciò significa che, sia nell'uno sia nell'altro caso, bisogna risolvere, a monte, il gravame per liberare il bene e quindi destinarlo.
Un altro caso è rappresentato dai beni confiscati per quota indivisa. È chiaro che, in quel caso, per la quota appartenente al mafioso il bene è confiscato, ma per le altre, di proprietà di parenti e affini, per
averne l'effettiva disponibilità bisogna riuscire a recuperarle. Questo è un problema estremamente difficoltoso - non sul piano giuridico - poiché la resistenza della controparte, se affine o parente, rispetto alla definizione della vicenda è molto difficile da superare. Probabilmente, anche in questo caso, bisognerebbe prevedere - la mia è un'ipotesi - un obbligo di vendita delle quote libere all'amministratore giudiziario che gestisce la parte confiscata.
Un ulteriore problema è rappresentato dalla locazione. Molto spesso, infatti, i beni sono locati e in questa particolare situazione si è ritenuto, soprattutto quando sono destinati ad ospitare attività commerciali, artigianali e aziendali, di dover rispettare il rapporto di locazione esistente fino al momento della scadenza della locazione stessa, proprio allo scopo di garantire la prosecuzione dell'attività, in tal modo però allungando i tempi per l'effettiva destinazione del bene.
Altro aspetto da considerare è quello della difficoltà di interventi sulla struttura. Spesso questi beni, quando vengono confiscati, possono anche non essere ultimati e quindi non immediatamente fruibili; talora sono invece ammalorati, perché i tempi necessari per arrivare a conclusione della confisca sono estremamente dilatati, ed anche in questo caso se ne vanifica la fruizione. La destinazione della fruizione necessiterebbe, quindi, della previsione di un sistema per interventi di tale natura, anche perché l'assegnazione ai comuni è ipotesi assai poco praticabile, dal momento che il comune non ha i soldi necessari per attuarli. Si tratta di un aspetto che non può essere trascurato.
Queste criticità di vario genere, che ho riferito ai beni confiscati uti singoli, naturalmente riguardano, a più forte ragione, i patrimoni societari confiscati. Si tratta, come dicevo, di 821 beni immobili, intestati a società, che non sono immediatamente destinabili in virtù della legge n. 109 del 1996 e che dovranno essere destinati all'affitto o alla vendita, oppure, laddove risulti più conveniente, alla liquidazione.
Le questioni più ricorrenti e significative che attengono nello specifico, oltre a quelle precedentemente individuate e menzionate per i beni singoli, riguardano, ad esempio, discrasie fra la trascrizione del sequestro e il provvedimento ablativo di confisca. Laddove si tratti di confisca di società, ove si proceda erroneamente alla confisca della società invece che a quella della quota singola, si determina la fuoriuscita, dal patrimonio della società, del bene che è confiscato uti singuli e che, a questo punto, in virtù di trascrizione, può essere immediatamente destinato, spogliando, in tal modo, l'asse patrimoniale della società e creando dei problemi preoccupanti. Inoltre, nel caso di società, va anche sottolineata la necessità di garantire la continuità dell'azienda, diversamente passerebbe il messaggio che l'azienda, sotto la gestione dell'organizzazione mafiosa, era prospera e dava occupazione, mentre, passata allo Stato, va al fallimento, accompagnata solamente da disoccupazione. Quindi si tratta, chiaramente, di un'attività estremamente complessa.
L'azienda mafiosa, che non ha avuto problemi a munirsi di risorse finanziarie, dal momento che ha utilizzato i proventi delle attività criminali, che sovente non ha rispettato la normativa, che non ha avuto problemi a proporsi in un sistema concorrenziale sul mercato, dispone di tutti gli strumenti per esserne protagonista, sia pure in modo distorto, e per condizionarlo anche negativamente. Quindi, all'atto della confisca si dovrebbero apprestare degli interventi e delle misure capaci di consentire all'azienda stessa di sopravvivere, anzi, di prosperare o comunque di conservare la stessa capacità produttiva avuta fino a quel momento.
Tra gli altri problemi riscontrati sul piano della confisca di beni immobili intestati a società, vi è, ad esempio, quello concernente l'esigenza - ed anche la difficoltà - di individuare soci occulti o fittizi, e non è un problema di poco conto; o quello di affrontare, da parte dell'amministratore, la proposta di aumento di capitale sociale, con il rischio di esporre
l'Erario ad «approfittamenti», da parte dei soci di maggioranza, che possono ovviamente lavorare per altre strategie; esiste anche il problema, non secondario, dovuto al fatto che l'amministratore giudiziario è, spesso, anche amministratore della società, con i connessi problemi di incompatibilità (e, quindi, la necessità di responsabilità che ne deriva rispetto alla stessa posizione di incompatibilità).
Per quanto concerne il rapporto tra fallimento e confisca, vige il principio prior in tempore, potior in iure, indubbiamente un principio acclarato, e non so se prevedere ciò normativamente possa sgombrare il dubbio a interpretazioni che possono essere divergenti rispetto ad una giurisprudenza che tuttavia mi pare consolidata.
Il problema più forte che si presenta per i beni complessivamente considerati uti singuli e confiscati è chiaramente in relazione, soprattutto, alla sussistenza di garanzie reali sugli immobili confiscati alla mafia e sulle pretese creditizie avanzate da privati nei confronti del soggetto confiscato. In quel caso, è senz'altro necessaria un'analisi estremamente mirata sul processo che ha portato, ad esempio, all'erogazione di un fido bancario, di un mutuo o di quant'altro.
Esistono degli elementi di anomalia che l'esperienza consente di individuare. Tra questi si possono segnalare: la concessione di affidamento a persona non imprenditrice, che sia titolare però di quota societaria, ma che, non avendo liquidità, ha enormi difficoltà nella gestione della situazione; la concessione di un fido con garanzia reale, senza tener conto dell'ipoteca di primo grado gravante su immobili offerti in garanzia; fidi consentiti su conti intestati ad altre persone, su cui opera lo stesso soggetto, finché, con grandi problemi, va sostanzialmente in sofferenza; infine, fidi concessi senza prendere in esame l'analisi dei bilanci societari. Gli elementi di anomalia sono molteplici e si possono inoltre riscontrare nella movimentazione e nella gestione dei conti correnti bancari, laddove, per esempio, vi sono grandi movimenti, soprattutto in contanti, o anche versamenti frazionati tra gli affini e consanguinei del personaggio principale.
Non vorrei gravare questa relazione con una casistica estremamente ampia, ma dico tutto questo perché, secondo noi, esistono tutti i presupposti per verificare l'attendibilità e la credibilità di un terzo che, poi, può far valere la propria pretesa nei confronti della confisca. Sappiamo perfettamente che la confisca risponde ad una funzione spoliativa rispetto ad una funzione acquisitiva all'erario. Questo consente di ritenere soddisfatto lo Stato nel togliere al mafioso il bene, e poi destinarlo; di per sé ciò significa che la pretesa del terzo creditore, evidentemente, può essere soddisfatta. Quindi, bisogna evitare che il mafioso si precostituisca creditore di comodo, perché è lì il meccanismo più delicato. E ciò vale per le attività di credito a sostegno dell'attività imprenditoriale, ma anche, ovviamente, nell'erogazione dei mutui.
Credo che questo sia uno degli aspetti centrali, non fosse altro perché su molta parte di questi beni gravano pegni ed ipoteche consistenti. Dico questo sulla base di un'esperienza personale che ho vissuto a Palermo per un bene, confiscato ad un soggetto mafioso, che a me interessava per adibirlo a sede del commissariato. Sono riuscito, grazie anche ad un parere dell'Avvocatura dello Stato, a promuovere un incidente di esecuzione; il giudice delle misure, valutando nel particolare la questione prospettata, ha emesso una sentenza che ha premiato l'iniziativa portata avanti. L'incidente di esecuzione ha consentito di verificare che, in quella determinata situazione, la tutela della buona fede, ove fosse stata osservata, sarebbe stata un errore formidabile, perché in realtà era alla base di un meccanismo di tutt'altra ragione. Credo che su questo bisogna porre particolare attenzione, perché il fatto che si possa promuovere procedimento di esecuzione davanti al giudice della sezione di misura di prevenzione serve ovviamente per verificare la tutela dei terzi in buona fede, ma questo si può fare anche davanti al giudice fallimentare
o davanti al giudice civile. Si badi, però, che il giudice della prevenzione dispone di polizia giudiziaria e ha poteri inquisitori più penetranti del giudice civile. Ovviamente, il giudice dell'esecuzione, in questo modo, ha la possibilità di conoscere più a fondo, in maniera più dettagliata, e di arricchire il quadro probatorio. Inoltre, mentre in sede civile la buona fede si presume, il giudice di prevenzione invita la parte a fornire la prova, il che è una cosa di non poco rilievo in questo genere di valutazioni e di approfondimenti.
Credo, dunque, che il ricorso all'incidente di esecuzione, per verificare l'effettiva buona fede del terzo, debba essere un passaggio non eventuale, ma di sistema. Infatti, al di là di quei problemi che prima ponevo all'attenzione, è esattamente questa ipotesi che è un fatto condizionante e paralizzante della destinazione del bene in concreto. So che l'agenzia del demanio si muove in funzione di processi di transazione con i più grandi creditori, che naturalmente sono le banche. È certamente una strategia, ma ritengo altresì che, dato che il panorama, nella realtà, è estremamente variegato, forse non andrebbe trascurata questa mia riflessione, dal momento che il ricorso a questo strumento del codice di procedura consentirebbe di evitare allo Stato di prendersi carico di situazioni frutto di un'azione predisposta dal soggetto mafioso, il quale, su un bene di cui dispone, può chiedere anche un mutuo, riuscire ad averlo e, con questo, comprare un altro bene. In tal modo, si avrebbe da una parte uno sdebitamento e dall'altra una somma surrettizia di riciclaggio. Spero di essere riuscito a rendere l'idea. È una situazione, quindi, che non può essere trascurata. Pertanto ritengo che, ove ce ne sia la possibilità, sul piano di una valutazione tecnica e sul piano di una valutazione politica, l'esperimento dell'incidente di esecuzione dovrebbe essere valutato come un rimedio non straordinario, non eventuale, ma sistemico.
Quanto ai problemi riscontrati nella gestione dei singoli beni, essi sono indubbiamente di varia natura. È necessario curare molto la professionalità degli operatori addetti, siano essi del demanio o di altra amministrazione, ed è necessario garantire l'assoluta professionalità e managerialità degli amministratori giudiziari. Ciò perché le aziende di particolare spessore e capacità, che si misurano su un mercato ampio e di concorrenza e che hanno magari un'attività di settore particolarmente specialistica, non possono essere condotte, quando passano alla gestione dell'amministratore giudiziario, in modo squisitamente commerciale, ragionieristico. Si deve pertanto necessariamente presupporre un background di professionalità che consenta che tali aziende vadano avanti. Un esempio - mi rivolgo a chi mi sta accanto in quanto conosce la realtà palermitana - è rappresentato da quella struttura d'eccellenza sequestrata a Bagheria e che, gestita in maniera accorta e avveduta, ha consentito non solo la prosecuzione dell'attività, ma anche l'individuazione di una strategia che garantisce da una parte un servizio pubblico di primo livello, dall'altra il mantenimento dell'occupazione, dimostrando che la confisca premia e non è un motivo di crisi aziendale.
È poi necessario sottolineare che la gestione di questi beni non è una gestione condominiale. L'amministratore dei beni, un soggetto chiamato a gestirli come qualsiasi altro bene, pubblico o privato, deve avere un animus particolare. Si tratta infatti di beni che hanno una natura specifica, che rispondono ad una finalità - perseguita dal legislatore - assolutamente prioritaria, poiché essi sono il recupero del maltolto e la destinazione dello stesso a finalità sociali. Per far questo bisogna che chi gestisce i beni abbia un'attenzione speciale alla loro natura, e questa attenzione si deve prestare in ogni momento di questo lungo e articolato processo che va dal sequestro fino alla confisca e alla destinazione; infatti, in presenza di una qualsiasi distrazione, il mafioso è lì in agguato. Non è un'immagine romanzata, perché il mafioso mette in conto la possibilità di finire in prigione, ma non considera assolutamente l'ipotesi di essere spogliato dei propri beni, sia per un fatto
di interesse, dal momento che la sua attività è incentrata a questo obiettivo, sia per una questione di prestigio nell'ambito della sua stessa organizzazione. Una volta che ne è spogliato, il tentativo di recuperarlo è sempre presente.
Sono a Palermo dal 2003 e quando ho assunto l'incarico ho trovato molti beni già confiscati, e tuttavia ancora occupati dai prevenuti. Ho costituito un gruppo interforze coordinato da un viceprefetto che ha verificato le situazioni e ho liberato oltre 60 di questi beni dagli occupanti, personaggi assolutamente non secondari. Per chi conosce le cose palermitane, ma non soltanto palermitane, si tratta di immobili recuperati a Bonura, Cannella, Genovese, Madonia, Marchese, Sorce, Spadaro, Rotolo, Lo Piccolo, Provenzano, ovvero a personaggi di primo livello dell'attività. È un'attività che io ho svolto perché me ne sono voluto far carico, ma che non è prevista da nessuna parte. Ho fatto la stessa cosa quando ho visto che i tempi che scandivano formalmente il momento del recupero del bene già confiscato per destinarlo erano dilatati: infatti si procedeva, in primo luogo, da parte dell'agenzia del demanio, con un termine - mi pare - di trenta giorni, all'intimazione e al rilascio, cui seguivano un successivo termine e un successivo sfratto, e quindi, finalmente, un'azione di recupero del bene. Si tratta quindi di un tempo estremamente dilatato ma, soprattutto, scandito da adempimenti di tipo amministrativo, suscettibili ovviamente di impugnativa.
Il mio convincimento, peraltro asseverato dal giudice delle misure, ma anche dall'Avvocatura, è che il bene, una volta confiscato, sia immediatamente recuperabile. Se questo fosse detto in maniera esplicita, diretta ed inequivoca, eviterebbe, nella prospettiva, la possibilità che si possano determinare situazioni di pesantezza, alle quali ho cercato di far fronte con fantasia, buona volontà e grande determinazione.
Credo di aver effettuato, anche se in sintesi, una rassegna delle criticità che gravano sui beni. Credo altresì di avere, in qualche modo, sottolineato o rappresentato come i beni soverchiati da criticità sono in misura maggiore rispetto a quelli immediatamente disponibili.
L'agenzia del demanio si sta muovendo, attraverso progetti mirati per regione, che prevedono protocolli di intesa con i prefetti, che svolgono funzione di coordinamento dei soggetti a livello locale. In un primo momento a me è sembrato che questa iniziativa riguardasse tanto i beni liberi quanto quelli gravati da criticità. Rispetto a questa prospettiva ho manifestato la mia preoccupazione, perché trasferire la problematicità della situazione da un soggetto ad un altro, come quando questa problematicità si trasferisce ad una amministrazione comunale, significa, a mio personale avviso, correre fortemente il rischio che essa non si risolva, e non per mancanza di volontà dell'amministrazione comunale. Poniamo infatti l'ipotesi di un comune grande come Palermo, o di uno piccolo come Corleone: le dimensioni del problema per Palermo e la indisponibilità economico-finanziaria per Corleone impediranno che quelle criticità, legate alle problematiche di tipo giudiziario o civilistico, vengano affrontate; non potranno essere affrontate comunque con quell'attenzione che, viceversa, secondo me, merita il processo di utilizzazione del bene confiscato. È per tale ragione che ho espresso questa mia personale preoccupazione, e devo dire che successivamente l'agenzia ha ritenuto opportuno ridurre, nell'attualità, il progetto ai beni immediatamente disponibili.
Abbiamo, dunque, un meccanismo estremamente complesso, una fase processuale che porta alla confisca estremamente dilatata, un'ulteriore fase di ampia problematicità sul piano civilistico, e finalmente la possibilità della destinazione del bene. Nel momento in cui il bene è destinato, la questione, però, non si chiude. Se, infatti, il bene ha la natura che ho più volte ripetuto, ritengo che sia necessario che continui ad avere la destinazione primordiale impressagli, ovvero, sempre viva e presente, la ragione di fondo che ne ha motivato il recupero. In altre parole, sostengo che, quando il comune -
ora anche la provincia e la regione - destina il bene ad una società o ad una cooperativa, è necessario verificare, così come io faccio, chi siano i componenti della società e della cooperativa e quale attività svolgano.
Bisogna altresì verificare successivamente, come io ho fatto e faccio, nel corso del tempo, se questa attività sia realmente quella dichiarata o sia invece diversa. Infatti, è chiaro ed evidente che quello può essere il sistema attraverso il quale, alla fine, il soggetto mafioso recupera l'utilizzazione dello stesso bene. Ma questo vale anche per i beni locati o assegnati per esigenze di marginalità abitativa. Non dico queste cose a caso, ma lo faccio perché vorrei trasmettere la necessità di porre un'attenzione assolutamente forte a tutte le fasi di questo processo estremamente composito e articolato. La vicenda, se crediamo veramente nell'istituto della confisca e ne facciamo nostre le ragioni forti che hanno indotto il legislatore ad adottarlo - perché quelle devono essere tenute da conto -, non si conclude con la sentenza di confisca.
Bisognerebbe trovare il modo - a parte quei rimedi che, punto per punto, ho cercato, come mia ipotesi, di prospettare - di guardare anche all'organizzazione di questo processo. Certamente le regioni del sud sono quelle, più di altre, gravate da questa fenomenologia criminale e, ovviamente, il numero e lo spessore dell'istituto della confisca è altrettanto più significativo che in altre regioni, ma, senza dubbio, le problematiche di fondo sono analoghe ed esistono delle specificità gestionali che possono essere meglio affrontate attraverso una visione ampia delle possibilità di intervento, invece che perifericamente.
Ritengo allora che ci debba essere una sorta di cabina di regia centrale che proceda al monitoraggio della situazione, che possieda la capacità, la possibilità e la disponibilità di dotarsi di professionalità particolarmente qualificate, o interne all'amministrazione, o, attraverso convenzionamento, esterne; che abbia la possibilità di unire, in questo processo estremamente difficile, soggetti con grandi capacità imprenditoriali e aziendali; e che, infine, si articoli sul territorio facendo riferimento ai prefetti, ma non perché questi debbano essere - essi e soltanto essi - i gestori di tale processo. Il prefetto non deve infatti governare il processo amministrativo, ma deve avere una funzione di coordinamento di quanti siano chiamati a fare la propria parte, a vario titolo, nel territorio ove egli opera. Ciò innanzitutto perché questa funzione è assolutamente coerente con un quadro ordinamentale che vede nel prefetto, e nell'organismo che egli gestisce come coordinamento delle amministrazioni statali, un luogo deputato a mettere insieme le energie degli uffici statali al servizio della comunità locale; in secondo luogo, perché il prefetto è, e continua ad essere, rappresentante del Governo, e come tale, può chiaramente essere il riferimento sul territorio di un organismo centrale che, assieme al monitoraggio e alla strategia complessiva di gestione dell'intero patrimonio, consenta poi, nel territorio, di avere delle articolazioni idonee a risolvere i singoli problemi.
Non credo di dover aggiungere altro. In conclusione, vorrei semplicemente dire, se me lo consentite, che al di là delle difficoltà, dei problemi, delle carenze normative, Palermo porta il vanto di talune iniziative che sono davvero di grande valenza. Fra queste cito, una per tutte, quella del Consorzio sviluppo e legalità, che raggruppa otto comuni nella zona che si estende da San Giuseppe Jato in su, consorziati insieme per gestire i terreni confiscati alla mafia e destinarli ad attività produttive, impiegando cooperative di giovani, opportunamente selezionati, in tutti i sensi, non solo consentendo così il perseguimento dell'obiettivo primario della confisca, ma anche creando occupazione e quindi un ritorno estremamente utile e proficuo.
Potrei menzionarvi molti altri progetti finanziati ovviamente sul PON sicurezza, sul POR e quant'altro, ma abuserei eccessivamente della vostra pazienza.
PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto Marino per la sua ampia esposizione.
Colleghi, dato che il prefetto Pansa è già arrivato e poiché nelle Assemblee della Camera e del Senato si voterà dalle 16,30, direi di procedere dedicando un altro quarto d'ora all'audizione del prefetto Marino, in modo da garantire, in una sorta di par condicio, ad entrambi gli auditi di avere un'ora e un quarto a disposizione.
È possibile, a questo punto, porre delle domande o delle questioni, ma non svolgere interventi, perché si terrà un'apposita riunione della Commissione per procedere alla valutazione complessiva di quanto emerso nelle audizioni e per decidere come concludere questa fase di ascolto dei problemi relativi alla confisca dei beni. Per il 27 febbraio è, tra l'altro, già annunciata la presenza della dottoressa Elisabetta Spitz, direttore generale dell'agenzia del demanio, che concluderà il giro delle audizioni programmate.
EMIDDIO NOVI. Dottor Marino, dopo la confisca c'è l'affidamento dei beni a cooperative, a strutture e quant'altro. È possibile avere una «mappatura» degli utenti dei beni confiscati, in maniera tale da verificare il tipo di gestione che si è avuta di tali beni e se per caso venga affidata ad una cooperativa che non è in grado di gestirli in termini di competitività sul mercato? Sarebbe opportuno, in sostanza, conoscere le fasi successive dell'affidamento del bene confiscato.
ANGELA NAPOLI. Vorrei porre due rapidissime domande. Concordando sulla necessità del coordinamento centrale, prefetto, in capo a quale organismo, secondo lei, questo dovrebbe essere posto - Presidenza del Consiglio, Ministero dell'interno o Ministero della giustizia -, al di là della sua composizione? Se n'era già parlato, ed era emersa qualche problematica in merito.
In secondo luogo, non ritiene che l'ampliamento avvenuto rispetto al possibile affidamento dei beni confiscati a comuni, province e regioni, abbia complicato ulteriormente le cose, o che comunque necessiti, anche in questo caso, di una figura che decida a chi, dell'ente territoriale, debba essere affidato? Infatti, se è un bene confiscato sul territorio di un determinato comune o se si tratta di bene territoriale della provincia, in base a cosa ci sarà la gara - ammesso che ci sia, poiché questa dipende sempre dal bene, dalla situazione e dalle condizioni - ovvero chi decide a chi deve essere assegnato?
GIUSEPPE LUMIA. Prefetto Marino, lei ci ha dipinto un quadro molto chiaro, preciso e utile. Nella legge c'è una forte accentuazione della destinazione sociale dei beni, come anche del dato produttivo. Alla luce della sua esperienza e degli elementi che ci potrà fornire (adesso o successivamente), quanti sono destinati a fini di tipo più istituzionale, e quindi per strutture dello Stato o dei comuni, per uffici o caserme? Tali elementi sono, naturalmente, importanti - in alcuni casi del resto è meglio indirizzarli proprio su questo tipo di attività -, ma ho l'impressione che la destinazione sociale e produttiva, in qualche caso, soffra oltremodo. Qual è la situazione da questo punto di vista? Per quegli 800 milioni di euro di beni disponibili, ma che presentano ancora difficoltà, esiste una strategia mirata a sbloccarli in tempi veloci?
Infine, nella gestione sociale e produttiva di questi beni, ci sono state esperienze di revoca? Lei ha mai dovuto assumere atti o provvedimenti che vanno in questa direzione, e nel caso, che tipo di difficoltà ha incontrato e perché si sono prodotte queste revoche?
MARIO TASSONE. Signor prefetto, lei ci ha fatto un quadro puntuale, ci ha confermato l'esistenza di una realtà economica molto forte, che si difende attraverso un'articolazione di sistemi e di poteri, ovvero con tutti gli strumenti esistenti nel commento e nell'utilizzo della legge. Ha delineato, inoltre, delle proposte di rivisitazione della normativa ed ha parlato di cabina di regia. In primo luogo le domando, dunque, se la cabina di regia sia un'agenzia o un'azienda.
Inoltre, lei ha fatto un elenco delle famiglie forti. Le chiedo se ci possa dire
qualcosa che emerge dal sequestro e dalla confisca, se queste famiglie siano in piedi nella loro potenza economica e operativa, se sia invece intervenuto un loro indebolimento o smantellamento, ovvero se se si abbia un'acquisizione di beni con un potere economico ed operativo che perdura.
COSTANTINO GARRAFFA. Signor prefetto, lei ha fatto un'analisi che dimostra l'esigenza di migliorare la legislazione. Si hanno infatti dei beni che sono stati prima confiscati e poi assegnati, dopodiché sono intervenuti istituti di credito che hanno dimostrato come quei beni, anche in minima parte, siano gravati da mutuo. Le chiedo se le amministrazioni comunali che hanno gestito questi beni abbiano mai fatto opposizione, perché so che molto spesso il bene, attraverso il tribunale, viene consegnato immediatamente alla banca senza alcuna opposizione da parte dei comuni, in quanto questi ultimi preferiscono così in considerazione del fatto che molto spesso sono stati confiscati scheletri e non beni finiti e definiti. Rispetto a questo, credo che bisognerebbe intervenire già da subito, prima che la legge venga modificata.
Inoltre, rispetto all'ultima parte del suo intervento, quanto alla costituzione di un organismo all'interno della prefettura che gestisca anche l'assegnazione, crede che questa sua idea possa essere osteggiata dai comuni?
MARIA CELESTE NARDINI. Signor prefetto, tra le tante cose che ha detto, ha raccomandato l'attenzione a tutte le fasi delle confische.
Recentemente una trasmissione, Report, ha molto sottolineato il malessere e quindi le difficoltà esistenti. Personalmente ho rivolto un'interrogazione al ministro, che ha risposto oggi; non ho avuto ancora il tempo, tuttavia, di leggere la risposta; sarò contenta di capire che cosa il ministro pensa di quelle difficoltà. Allora, proprio a proposito di queste, le chiedo, secondo lei, quale sia la fase più critica di questo processo. Ho letto, nel suo intervento, una serie di criticità, che noi abbiamo annotato, ma vorrei sapere, secondo lei, quale sia il passaggio più delicato che dovremmo, necessariamente, modificare con la legge.
PRESIDENTE. Do la parola al prefetto Marino per le risposte.
GIOSUÈ MARINO, Prefetto di Palermo. Cercherò di essere sintetico. Il senatore Novi ha domandato se si effettui un controllo sulla gestione. Il bene è destinato al comune e il comune lo può gestire per proprie esigenze, oppure può destinarlo a finalità sociali, che vengono perseguite attraverso strumenti come le cooperative, le associazioni e quant'altro. Secondo questa ricostruzione il controllo dovrebbe essere effettuato, a lume di logica, dallo stesso comune che è destinatario del bene, perché dovrebbe, esso stesso, verificare che non ci siano delle utilizzazioni ultronee o comunque non corrette. In realtà, anche se ciò non è previsto da nessuna parte, ho fatto sovente il controllo, in ragione di situazioni rappresentate dagli organi di polizia e in ragione di esposti e quant'altro.
Proprio in ragione di queste verifiche, in due o tre casi sono intervenuto, onorevole Lumia, perché si procedesse alla revoca da parte del comune della destinazione del bene a quell'associazione o quella cooperativa. Se mi chiede se, concretamente, sia possibile effettuare una sorta di censimento, le rispondo che si può certamente fare; ma, ripeto, questo è un compito che, alla luce della normativa vigente, incombe sull'amministrazione comunale. Si tratta, quindi, di un aspetto di cui tener conto in virtù di tutte quelle considerazioni che prima ho svolto in un'ipotesi di normativa che cerchi di colmare le lacune o correggerne la limitatezza.
Quanto alla domanda dell'onorevole Napoli, io ho parlato di cabina di regia per le ragioni che ho evidenziato. È chiaro che si tratta di questioni che, in un modo o nell'altro, finiscono col coinvolgere la competenza di più settori di amministrazione e di più ministeri. Ciò che mi viene da considerare, adesso, sulla base della sua
domanda, è immaginare che questa cabina di regia possa essere incardinata per esempio nella Presidenza del Consiglio. Poiché il prefetto è rappresentante del Governo, ci sarebbe un collegamento assolutamente fisiologico.
Badi bene, senatore Garraffa, non parlo di costituire un organismo a livello periferico all'interno della prefettura. Dico semplicemente che il prefetto, in questa circostanza - per queste situazioni, così come per altre ancora -, ha una funzione di coordinamento nelle amministrazioni statali superstiti nell'attività di servizio a sostegno degli enti locali. Questa attività di coordinamento che egli svolge per l'affermazione sia dei diritti fondamentali, sia dei diritti di cittadinanza, e per fare in modo che l'interazione complessiva della rete istituzionale produca i suoi effetti, anche in questa circostanza può essere utilmente portata avanti in questo ipotetico meccanismo organizzativo.
Quanto all'ampliamento ad altri soggetti - province e regioni - non credo che esso complichi la destinazione, perché l'ente regione è indubbiamente quello che dispone di maggiori risorse economiche. Poiché l'esperienza mi dice che sovente questi beni necessitano di interventi di varia natura, forse intestarli alla regione - che poi li possa destinare a questa o a quell'altra attività - consentirebbe di superare questo problema che non è da poco, ma che è del comune, come anche della provincia. Mi chiedo, infatti, come la provincia riuscirebbe a trovare risorse adeguate. Viceversa, sono d'accordo sul fatto che è opportuna una figura che decida, altrimenti si verifica una sorta di corsa o ad accaparrarsi il bene o a defilarsi e fuggire per la tangente rispetto alla necessità di intervenire. Il bene può restare sempre, ovviamente, all'erario.
Rispetto all'obiettivo che il legislatore si prefigge con la confisca, credo che ci sia un dovere di risposta, da parte non soltanto dello Stato, ma di tutti gli enti che, a vario titolo, sono ormai sullo stesso piano, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (comuni, province, regioni, Stato). Ebbene, anche gli altri enti devono onorare questo impegno rispetto all'obbligo normativo del perseguimento dell'obiettivo della confisca. Passando rapidamente...
PRESIDENTE. Ci scusiamo per la fretta che le stiamo mettendo, signor prefetto. È davvero un peccato strozzare una discussione di questa natura, ma siamo costretti a farlo. L'esperienza che stiamo maturando sul campo ci insegna che, per quanto riguarda alcuni temi, è meglio non prevedere due audizioni in un'unica seduta, vista la ristrettezza dei tempi. Ci scusiamo ancora.
GIOSUÈ MARINO, Prefetto di Palermo. A differenza di quel che accade nella terra in cui sono nato e in cui opero, anziché parlare poco parlo molto...
Passo subito alla domanda postami dall'onorevole Lumia, cioè se sia più rilevante la destinazione a finalità sociali o produttive: sicuramente quella a finalità sociali, anche perché, nel caso di specie, noi abbiamo utilizzato beni confiscati uti singuli che sono unità immobiliari molto limitate e, quindi, non si prestano ad un uso produttivo. Molti beni sono stati destinati ad alloggi per le forze di polizia. Nell'ultimo periodo, giovandomi anche del programma operativo regionale e dell'accordo di programma quadro (APQ) «Carlo Alberto Dalla Chiesa», ho previsto di finanziare la ristrutturazione di beni confiscati, destinati poi a sedi dell'Arma e della Polizia di Stato. Sicuramente la destinazione sociale è prevalente. Devo dire che, guardando al percorso di utilizzazione, in un primo momento c'è stata una preponderante utilizzazione dei beni per esigenze delle forze di polizia. Superato questo primo impatto - che aveva pure una valenza particolare, perché il bene era occupato da chi si era prodigato per recuperarlo - si è passati, in maniera significativa, alla destinazione dei beni per finalità sociali.
L'onorevole Tassone ha chiesto: cabina di regia o agenzia? Credo di aver risposto implicitamente quando ho replicato all'onorevole Napoli. Mi ha chiesto, altresì,
dell'indebolimento delle famiglie mafiose: le operazioni effettuate a Palermo, che hanno portato in carcere, al di là di Provenzano, anche altri capi storici della mafia palermitana, sono sicuramente un risultato importante. A mio personale avviso, però, è ancora più importante aver colpito i quadri dell'organizzazione; questo è un fatto assolutamente significativo, a tal punto che, da intercettazioni fatte, risulta che un personaggio di spicco dell'organizzazione, parlando con un altro, afferma che sono stati arrestati i gregari dei gregari. È un fatto inconfutabile. Sul piano operativo si sono ottenuti dei risultati, ma mi pare di poter osservare che questo non significa assolutamente che la mafia sia stata sconfitta, né che sia stata indebolita strutturalmente e definitivamente.
L'inabissamento di cui tanto si è parlato significa un mutamento di strategia. Chiusa la parentesi dell'attacco stragista, si è ritornati ai sistemi antichi della mafia: quello del condizionamento silente, quello dell'infiltrazione nelle amministrazioni comunali, quello dell'occupazione di tutti i luoghi di gestione del denaro, siano essi pubblici o privati. Ecco perché è una mafia molto pericolosa, tanto quanto quella aggressiva che ha prodotto stragi e omicidi.
Senatore Garraffa, lei ha posto una domanda sui beni assegnati gravati da mutui. Quando il bene è gravato da mutuo, il comune non lo accetta, e in quel caso bisogna trovare una soluzione. Si può prendere in considerazione, se lo ritenete, ciò di cui parlavo prima a proposito dell'incidente di esecuzione, ossia la verifica della pretesa del terzo. Per carità, ci sono anche terzi in buona fede, che tali sono e rimangono.
Senatrice Nardini, lei mi ha posto una domanda sulla fase critica. La fase più critica rispetto all'obiettivo della norma è quella dal momento del sequestro fino al momento della confisca. Si tratta di procedimenti che durano mediamente dieci anni; dall'atto della confisca a quello della destinazione possono trascorrere altri anni, ma non in misura uguale alla prima (due o tre anni circa). Io credo che tutto vada ripensato. O si immagina che il giudice della confisca, in virtù di innovazioni normative, diventi egli stesso il giudice che definisce in maniera conclusiva tutti gli aspetti di criticità che gravano sui beni, e la partita si chiude, oppure, dopo aver guardato alle singole criticità, bisogna trovare, per ciascuna di queste - dove abbiano forte spessore -, il modo di accorciare i tempi. Non esiste altra possibilità.
PRESIDENTE. La ringrazio, prefetto Marino. Se riterrà di lasciarci copia della sua relazione o di inviarci successivamente delle integrazioni, le accoglieremo volentieri e le metteremo agli atti della Commissione. Saranno utili ai fini della relazione che i consulenti e l'apposito comitato redigeranno su tutta questa materia.
Mi scuso ancora per avere ristretto i tempi e, di conseguenza, le informazioni che ci avrebbe potuto fornire. La ringrazio per il contributo, ritengo utilissimo - lo deduco anche dalla quantità di domande poste dai commissari -, che lei ha offerto a questa Commissione.
GIOSUÈ MARINO, Prefetto di Palermo. Vi ringrazio per l'attenzione che avete ritenuto di riservarmi e vi auguro buon lavoro.
PRESIDENTE. Dichiaro conclusa l'audizione.
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