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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca oggi, in prosecuzione del lavoro già avviato ieri in materia di confisca dei beni, dei patrimoni e delle ricchezze mafiose, l'audizione del presidente dell'Associazione Libera, don Luigi Ciotti, il quale credo sia la prima volta che viene audito in Commissione antimafia.
Proseguiamo con l'impostazione che ci siamo dati ieri, lasciando la possibilità a don Ciotti di esporre, con la propria relazione, le tematiche inerenti alla gestione dei beni confiscati ai mafiosi (Libera organizza e coordina, come sapete, molte delle cooperative che operano in questo campo o nell'ambito della gestione di tali beni); successivamente, come di consueto, i colleghi avranno la possibilità di rivolgere domande per entrare nel merito delle questioni emerse.
Do la parola a don Luigi Ciotti.
LUIGI CIOTTI, Presidente dell'Associazione Libera. Come sapete, Libera nasce dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio. Oggi ne sono parte oltre 1.300 associazioni italiane, piccole e grandi, da Corleone alla Valle d'Aosta e da Locri a Trieste; ricordo altresì che sono oltre 2.000 le scuole che aderiscono ai progetti di percorso ed educazione alla legalità che Libera ha realizzato.
In questi 12 anni sono stati raggiunti obiettivi molto precisi, primo fra tutti la confisca dei beni nella continuità della legge Rognoni-La Torre. Sono trascorsi 25 anni dalla morte di Pio La Torre e ci sembra che il miglior modo di ricordarlo sia fare in modo che vi siano delle modifiche legislative capaci di dare maggiore spinta ed efficacia alla confisca.
Libera, essendo un coordinamento di associazioni, non gestisce direttamente i beni confiscati, ma promuove, segue e compie il monitoraggio. Si tratta di un elemento molto importante: molti pensano che noi siamo gli autori di tutto questo ma, in realtà, noi promuoviamo sul territorio la gestione e la dimensione culturale, nonché l'accompagnamento di tutto il processo.
Voglio ricordare che, per sostenere quel disegno di legge, che ebbe come primo firmatario il senatore Di Lello Finuoli, oggi qui presente, raccogliemmo in Italia un milione di firme, consegnandole poi all'onorevole Irene Pivetti, per chiedere, appunto, l'introduzione di un istituto nuovo,
cioè l'uso sociale dei beni confiscati. Vi voglio parlare, quindi, di una esperienza in questo senso molto concreta.
Siamo riusciti ad ottenere tutto questo grazie ad un passaggio importante, fondamentale, rappresentato dalle prefetture e dai prefetti. All'inizio, quando ci siamo trovati a dover applicare la legge, è stata veramente molto dura e difficile. La nostra esperienza, molto onesta e molto concreta, ci dice che abbiamo trovato vari prefetti che si sono fatti carico dell'esecuzione di quelle norme e hanno costruito un tavolo di concertazione tra le varie forze e le varie competenze, battendo per così dire anche il pugno sul tavolo in tanti momenti in cui si determinavano delle fragilità. Tutto questo ci ha permesso, con Sviluppo Italia e con Italia Lavoro, di realizzare i primi passaggi. Devo, quindi, esprimere gratitudine ai prefetti.
Il primo con cui siamo riusciti ad inaugurare un pezzo di storia del nostro paese è stato il dottor Profili, allora prefetto di Palermo. Anche i suoi successori si sono fatti carico di questo, però è stato qualcuno in particolare a dare l'avvio al processo, con molta chiarezza e con molta fermezza, in un momento in cui ognuno andava per la sua strada. Voglio, dunque, esprimere riconoscenza ai prefetti perché, se si è riusciti a costituire delle cooperative di lavoro in relazione ai beni confiscati, sia ben chiaro, lo si deve a loro, ovvero alle prefetture, nella persona dei prefetti, che sono riusciti a mettere insieme i vari pezzi.
In più, si è riusciti anche, sotto il loro stimolo, a creare i consorzi dei comuni, altro elemento importante e fondamentale. La legge infatti stabilisce che l'uso sociale passi attraverso i comuni; di conseguenza, il fatto che non si tratti di uno solo, bensì di diversi comuni, rende più forti, tutela i sindaci e soprattutto, rappresenta un grande progetto che si allarga. Il primo consorzio ha visto coinvolta tutta la zona di San Giuseppe Jato, Monreale, San Cipirello: tutto è partito da lì e quell'esperienza ha permesso di creare altri consorzi di comuni in Italia.
Libera opera pertanto come società di diritto civile nell'ambito del consorzio dei comuni e in accordo con le prefetture. Abbiamo sempre costruito buoni rapporti con il demanio, senza mai esprimere un giudizio sul valore delle persone con cui, a livello personale, ci siamo sempre trovati molto bene. Vi è tuttavia il problema rappresentato dalla grande mole di lavoro; abbiamo altresì incontrato funzionari del demanio impauriti nella gestione del loro territorio, per via di un «clima» che certamente non li aiutava: mi riferisco a situazioni particolari, caratterizzate anche da ricatti. Abbiamo infatti ricevuto delle confidenze da parte di alcuni di loro che affermavano che avrebbero voluto aiutarci in tutti i modi, aggiungendo però che, per loro, si era venuta a creare una situazione difficile, a volte insostenibile. Abbiamo, quindi, cercato di lavorare sempre con tutti, e all'interno del tavolo che le prefetture hanno saputo gestire Libera ha svolto il suo ruolo di promozione, di educazione e di formazione delle cooperative, che poi devono camminare con le loro gambe.
Come certamente sapete, tutte le cooperative che fino ad oggi siamo riusciti a costituire sono state bruciate o vandalizzate: ettari (anche fino a dieci) di vigneti e campi di grano sono stati distrutti, in Sicilia, come anche in Calabria, Puglia e Lazio. Tuttavia, abbiamo una grande forza, che risiede nel lavorare insieme, ognuno col proprio ruolo e con le proprie competenze. E proprio in questo senso il 26 maggio, a Bologna, abbiamo voluto fortemente creare una realtà di cinquanta grandi organizzazioni italiane, da Slow Food alle Coop, al Conapi, che si sono messe insieme per accompagnare questo percorso.
Faccio presente che le cooperative vengono realizzate con bando pubblico, proprio per evitare infiltrazioni, ricatti e richieste di raccomandazioni come quelle che, appena nata l'idea delle prime cooperative, giungevano già dai vari territori. L'ultimo bando pubblico in Sicilia, proprio di questi giorni, vede interessate, fra le altre, la zona di Partinico e di Palermo, e
ha visto partecipare oltre trecento giovani. Tutte le cooperative hanno avuto gravi e seri problemi.
Il consorzio, l'idea di lavorare insieme e la cooperazione con Libera Terra sono nati perché abbiamo sentito l'esigenza di assicurare un futuro alle cooperative sorte per gestire i beni confiscati. All'inizio è necessario sostenerle, cercare i mezzi e gli strumenti, ma esse, dopo, devono avere un futuro; e per averlo bisogna che, nel giro di breve tempo, sappiano camminare con le loro gambe. Questo significa produrre ma anche commercializzare, ovvero entrare in una logica di mercato, quindi d'impresa sociale e di valore, e siccome noi non abbiamo tali competenze le abbiamo chieste a chi le ha. Abbiamo trovato, all'inizio, tre province in Italia, tra cui quelle di Asti (i viticultori) e di Siena, disposte ad aiutarci. Successivamente, abbiamo trovato altre realtà dotate di competenze e ora è nato Cooperare con Libera Terra. Cooperare con Libera Terra dà un supporto, nel senso che offre un sostegno di qualità, di qualificazione delle persone e di professionalità, dalla produzione alla commercializzazione. Le cooperative devono infatti essere in grado, nel giro di poco tempo, ripeto, di camminare con le loro gambe.
Questo aspetto è molto importante, come lo è il valore delle prefetture. E proprio in questo senso abbiamo trovato, negli ultimi tempi, un po' di confusione, precisamente da quando, il 23 dicembre 2003, è stato cancellato l'istituto del commissario nazionale, che in quel momento rappresentava un punto di riferimento. Bisognava, quindi, se questa era la necessità, conservarlo almeno fino alla modifica della legge e non eliminarlo, perché si è determinato un vuoto. In questo modo ci sono mancati punti di chiarezza e di riferimento, ripeto, senza alcun giudizio sulle persone, poiché di gente impegnata ed onesta ne abbiamo trovata in tutte le istituzioni.
Si è creato un vuoto laddove, invece, bisognava dare un sostegno con il ruolo del commissario fino al giorno in cui, qui o in altre sedi, verranno definite le modifiche della legge, che pure deve essere modificata. Abbiamo toccato con mano questo vuoto, l'abbiamo concretamente sentito - ve lo dico con grande sincerità - in quanto proprio chi opera sul territorio, ovvero le cooperative, i giovani, i ragazzi, sente e avverte che mancano i riferimenti, le opportunità e le possibilità. Abbiamo dunque accompagnato tutto questo lavorando con i sindaci dei vari territori. Del resto, le cooperative che abbiamo aperto, o aggregato, arrivano da territori di grande trasversalità. Ad esempio, l'ultima cooperativa aggregata è costituita da giovani che appartengono - lo hanno dichiarato - ad Alleanza Nazionale, ovvero la cooperativa Il Gabbiano di Latina, che ci ha chiesto di poter avere un punto di riferimento nel marchio Libera Terra. Per noi, se ci sono i criteri, se vi sono chiarezza e trasparenza, sono tutti benvenuti in questo marchio, che vuole rappresentare un servizio che si definisce attraverso un certo motto.
Per noi questa è stata una cosa estremamente importante, fondamentale, ed altrettanto importante e fondamentale è stato che la Valle del Marro, sulla piana di Gioia Tauro, sia stata paradossalmente - ma anche questo è un segno importante - la prima cooperativa, in Calabria, sorta su un bene confiscato. Naturalmente esistono altre cooperative, ma il loro territorio è in affitto oppure esse prevedono altre modalità e forme di intervento. Non è stato facile costituire questa cooperativa proprio a causa del tipo di territorio che la Calabria, e tutto quello che significa, rappresenta.
Sottolineo inoltre il grande valore del fatto che, mentre si aprono le cooperative, si attivano, contemporaneamente, il mondo della scuola, le associazioni, i gruppi, proprio per non lasciare sola quella realtà. Per fare crescere il senso di consapevolezza, quindi, occorre una promozione culturale e sociale non indifferente. E così, ad esempio, a Latina, sui territori confiscati al noto Sandokan - che ha conquistato ampiamente questo litorale, come voi ben sapete -, quando alla vigilia della vendemmia, annunciata anche come un momento pubblico di partecipazione,
la mattina si sono trovati tutti i vigneti a terra, perché erano stati tagliati durante la notte con le cesoie, con l'uva che marciva sotto la pioggia, si è andati a chiedere aiuto nelle scuole e l'indomani oltre mille studenti, insieme con i loro insegnanti, raccoglievano l'uva sotto la pioggia. È stato molto bello.
Lo stesso è avvenuto anche in Puglia, quando, a Mesagne e a Torchiarolo, sui territori della Sacra corona unita, sono stati bruciati molti ettari di grano: le scuole sono venute a dare una mano, a mettersi in gioco. Questo è pertanto il grande valore aggiunto che si è creato nel mondo, e dico nel mondo perché la scorsa estate più di mille giovani provenienti da ogni parte del mondo hanno partecipato, dopo averli rintracciati su vari siti Internet, ai campi di lavoro promossi sui beni confiscati.
La confisca ha dunque creato veramente un valore aggiunto, uno spessore culturale e una dimensione etica non indifferenti. Proprio l'etica, che è la ricerca dell'autenticamente umano e che implica la responsabilità e corresponsabilità degli uni verso gli altri, ha creato questa corresponsabilità tra pubblico e privato, tra le istituzioni, il mondo della scuola e le associazioni. Questo è un aspetto che mi premeva sottolineare con forza.
Riteniamo dunque che ci debba essere una cabina di regia unica, ovvero un punto di riferimento molto chiaro che accompagni, a partire dal sequestro, la confisca, la destinazione e l'utilizzo del bene; che metta, attorno a un tavolo, tutte le parti e sappia coordinarle con forza; che abbia competenza e professionalità. Riteniamo tutto questo molto importante: l'abbiamo sentito e lo sentiamo ancora oggi come una forte esigenza perché, ripeto, al di là della generosità e dell'impegno di chi sta operando oggi - penso al demanio, come ad altri -, sentiamo che la confisca dei beni (che piaccia o no a qualcuno) ha tuttora uno spessore di straordinarietà. Non possiamo quindi ridurla ad una dimensione di ordinarietà all'interno di un meccanismo più ampio, proprio di una realtà che fa bene molteplici cose, ma che si è trovata sommersa in una dimensione non facile come quella della confisca.
Il Parlamento europeo, tra le sue direttive, ha indicato anche - noi l'abbiamo sollecitata - la confisca dei beni a livello europeo. Come voi ben sapete - e altri meglio di me vi hanno riferito in proposito -, le nostre mafie, ma non solo, comprano ormai in maniera grandiosa. In Romania con 50 euro si compra un ettaro di terra. C'è, dunque, un'invasione delle nostre mafie che investono denaro anche nel settore agricolo. Siamo stati al Parlamento europeo e abbiamo incontrato l'onorevole Frattini, il Presidente del Consiglio d'Europa e altre personalità, con l'intento di costruire, insieme, dei percorsi, e abbiamo chiesto di aggiungere, in quel dispositivo, l'uso sociale di tali beni. Dobbiamo prepararci ad aiutare molti giovani - nei paesi dell'est dove le nostre mafie, ma non solo le nostre, hanno investito denaro - ad aprire cooperative di lavoro in modo che non siano costretti a venire qui; di conseguenza, occorre creare condizioni di lavoro e di dignità per le persone, come è accaduto nella vicenda che desidero illustrarvi.
A Roma è stata aperta la «Bottega dei sapori della legalità», cui circa cinquemila persone hanno aderito nell'arco di poco tempo. Non è grande, ma ha un grande significato, come lo ha il fatto che quei prodotti, ormai, si trovano nei supermercati. Avrete letto sicuramente su qualche giornale - è stato trasmesso anche dalle agenzie - che la famiglia imperiale del Giappone ha gradito questi prodotti. Queste esperienze hanno un grande valore, soprattutto perché danno speranza alle persone e hanno una dimensione ancora straordinaria. Bisogna pertanto aggredire maggiormente questi beni. I tempi sono lunghissimi e voi lo sapete, non devo certo spiegarvelo io: abbiamo visto territori devastati perché, quando si è arrivati a prenderne possesso, erano passati talmente tanti anni che i vigneti dovevano essere completamente rifatti. Bisogna quindi accorciare i tempi, avere competenza, testa e professionalità; per questo è necessario che ci sia una regia - noi siamo
per un'agenzia, ma ognuno la può chiamare come vuole - chiara e ferma. Lo chiediamo sulla base dell'esperienza, come chiediamo anche che finalmente si faccia un po' di chiarezza sulla confisca.
A parole nel 1996 si è detto che questi beni non potevano essere venduti, perché diversamente sarebbero stati comprati proprio dai mafiosi; ma successivamente sono state varate delle leggi relative alle vittime dei reati di mafia, estorsione ed usura, che permettono, per reperire dei fondi, di vendere i beni immobili confiscati. Da una parte abbiamo affermato un principio con chiarezza e con fermezza e dall'altra abbiamo creato delle leggi, come la n. 512 del 1999 e la n. 44 del 1999 - che sono state approvate non si sa bene in quale modo - che riguardano temi certamente di grande rispetto (perché le vittime di mafia devono avere il massimo rispetto), ma con le quali il principio di non porre in vendita i beni immobili confiscati è saltato.
In questo ambito, dunque, è estremamente importante, secondo noi, che si faccia chiarezza, ovvero che un testo unico in materia di confisca - diciamo così - rimetta a posto tutta la materia, perché non si dia luogo a delle schizofrenie e delle ambiguità.
Libera, attualmente, sta seguendo progetti nelle province di Agrigento, Trapani, Palermo, Siracusa, Napoli, Caserta, Salerno e Brindisi. Ha inoltre creato tavoli di lavoro con varie prefetture, tra le quali quelle di Latina, Roma, Milano e Torino.
Domani sera si svolgerà un dibattito in un paese dove una famiglia non vuole lasciare i beni confiscati. Questo problema della 'ndrangheta, per essere più chiaro, riguarda i Belfiore, coloro i quali diedero il benestare ad uccidere Caccia, il procuratore capo della Repubblica di Torino. Con il prefetto Sottile, che aveva già avuto un'esperienza in Calabria - e prima a Caserta -, si è proceduto alla confisca del bene, che la famiglia non intende lasciare. Sono sorti dei problemi, vi sono stati degli attacchi, e si è arrivati a raccogliere le firme per un referendum. Vi lascio immaginare chi possa aver firmato e in che clima. In prima battuta non è stato raggiunto il numero necessario, ma subito è cominciata una seconda raccolta di firme, poi sospesa. Domani vi sarà un incontro con la cittadinanza perché venga sancito che i beni devono essere confiscati, liberati e restituiti alla collettività.
Certamente non è un problema che riguarda solo il sud. Quando, ad esempio, Cosa nostra ha saputo che le Olimpiadi invernali si sarebbero svolte in Piemonte, la prima cosa che ha fatto è stata investire soldi sui siti olimpici. Ma dico con gioia che sono stati confiscati ed una cooperativa di giovani ha già cominciato a lavorare nella zona di Cesana e del Sestriere, cioè in una zona olimpica.
Davanti a questa capacità imprenditoriale, di intuizione e di investimento, tutti noi dobbiamo impegnarci. In questo senso sentiamo l'importanza di un coordinamento forte, chiaro e capace di accompagnare tale elemento di straordinarietà che, in questo momento, merita sicuramente un investimento. Perciò vi prego - voi fate quello che potete, evidentemente - di accorciare i tempi, perché è passato troppo tempo e non possiamo permetterci ulteriori ritardi.
È qui con me una cara persona, Davide Patti, che è in un certo senso la mente di tutti i progetti che abbiamo per l'Italia e di tutto il lavoro svolto. Tra gli ultimi, il POR Sicurezza ci ha affidato, per appalto pubblico - ma per noi era importante farlo insieme al Ministero dell'interno -, la formazione dei sindaci, dei consigli comunali e delle strutture amministrative ed associative territoriali. Ha dunque inizio in Italia questo progetto di formazione, che ha lo scopo di creare, nelle persone, una maggiore coscienza e sensibilità.
Mi fermo qui per lasciare spazio ad eventuali domande.
PRESIDENTE. Grazie, don Ciotti. Passiamo agli interventi dei colleghi.
ANGELA NAPOLI. Innanzitutto un ringraziamento sentito, don Luigi, per il suo lavoro e per l'impegno quotidiano e costante che questo settore sta mettendo in
atto. Il suo impegno, oltretutto, incoraggia tutta la società civile a guardare verso questo problema che, a mio avviso, è estremamente indicativo in termini di prevenzione, per il contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta dunque di un ruolo di grande importanza che, fortunatamente, sta ricevendo un supporto sempre più ampio da parte della stessa società civile.
Vorrei porre due domande. In primo luogo le chiedo, in base alla conoscenza che lei ha di tutto il territorio nazionale, qual è la regione in cui l'attacco ai patrimoni illegittimi è più efficiente, cioè dove si arriva più facilmente alla confisca dei beni e quindi al loro utilizzo per scopi sociali.
In secondo luogo, domando se, secondo lei, nell'ambito di una revisione della normativa che è necessaria, fermo restando che la stessa non potrà non trovare le forme per abbreviare i tempi tra la fase del sequestro e quella della confisca dei beni, si possa ragionare se, costituzionalmente, sia possibile cominciare ad assegnare un bene per scopo sociale fin dalla fase del sequestro.
GIUSEPPE DI LELLO FINUOLI. Mi associo anche io ai ringraziamenti per quanto Libera sta facendo. Rivolgo alcune domande molto semplici che si collocano proprio nella prospettiva della revisione della legge.
In primo luogo le chiedo se non crede che si debba restringere, innanzitutto, la platea delle persone o degli enti che attingono a questa legge, nel senso di destinare ciò che rimane veramente ad uso sociale, dal momento che, se si allarga molto la platea, e vi si attinge per le spese legali, le parti civili, le caserme e quant'altro, le somme per la spesa sociale vengono ad essere molto ridotte.
In secondo luogo, e questa era anche l'intuizione iniziale, secondo me questa è una legge che va finanziata, ed in questo senso si prevedeva un apposito fondo presso le prefetture. Ad esempio, sarei d'accordo sulla vendita di alcuni beni assolutamente non gestibili: se, per esempio, c'è una quota indivisa di un appartamento, si vende e si accantona la somma. A prescindere da questo, sono però d'accordo che di norma non si debba vendere e che il bene vada restituito alla collettività. È necessario ritornare all'idea originale che questa legge va finanziata perché se, per esempio, diamo una villa ad un piccolo comune della Calabria, può accadere che quest'ultimo non sappia cosa farne perché non ha i soldi per gestirla; per farne una scuola, infatti, sarebbe necessario un finanziamento adeguato, e questo per il comune non è semplice, dal momento che un plesso scolastico ha bisogno non solo dei banchi, ma anche, tra le altre cose, del personale.
In terzo luogo, l'agenzia. Ci vuole, certo, un punto di riferimento, un'agenzia tecnica, per la quale, però, non vedo ora un grande futuro. Infatti nella legge sull'Alto commissariato antiracket e antiusura avevamo stabilito dei criteri perché essa fosse assegnata a persone con determinati requisiti, ma alla fine - sicuramente contro la legge - questa agenzia è stata affidata quasi sempre ai prefetti, sostenendo che essi, per il fatto stesso di essere tali, rispecchiavano determinate caratteristiche, che invece non erano quelle indicate dalla legge. Quindi bisogna assicurarsi che essa venga affidata veramente ad un certo tipo di persone, perché, diversamente, sarebbe la solita agenzia, data al solito prefetto - al quale bisogna comunque dare un incarico - e si sarebbe di nuovo al punto di partenza, come è successo più volte con l'ufficio dei beni per l'antiracket e per l'antiusura.
Infine, ed è l'ultimo punto, concordo sull'esigenza di una revisione, di un testo unico che elimini l'attribuzione dei fondi di questa legge a tanti altri ambiti non propri e che, comunque, stabilisca che la legge antimafia debba essere davvero la legge antimafia. Per esempio, il Governo ha emanato un decreto-legge sulla violenza negli stadi che applica le misure di prevenzione mafiosa al calcio violento. Non solo, mentre ai mafiosi si applica la misura di prevenzione personale quando ci sono indizi, denunzie, riscontri e condanne, al calcio violento verrà applicata
sic et simpliciter, cioè sulla base di un semplice indizio, quindi, con una sorta di regressione dal punto di vista giuridico. Le domando se non creda che sia necessario fare chiarezza attraverso un testo unico che ricollochi le leggi antimafia sul binario giusto e le applichi ai mafiosi e non ad altri ambiti estranei.
GIUSEPPE LUMIA. Anch'io ringrazio don Luigi e l'associazione Libera per questa stupenda esperienza, sofferta e coraggiosa, ma molto feconda.
In prima istanza, relativamente all'uso sociale - che è stato, appunto, la sua prima espressione e che era l'anima della legge che poc'anzi si commentava -, vorrei capire se, dalla vostra esperienza sul territorio, sia adottata un'assegnazione realmente sociale oppure un'assegnazione talvolta utile ma un po' squilibrata verso destinazioni più istituzionali. Questo, certo, in qualche caso è utile e in qualche caso è doveroso, ma desidero sapere che impressione vi siete fatti, ed in particolare se vi sia un'accentuazione di questo uso istituzionale a danno di quello sociale.
In seconda istanza vorrei capire se, per particolari attività produttive, ad esempio quella dell'edilizia, vi siete imbattuti in esperienze come quella, se non ricordo male, della Calcestruzzi Ericina della provincia di Trapani, dove è necessaria una particolare strategia, ovvero che lo Stato, inizialmente, si faccia carico della riconversione di tale attività non per chiuderla, ma per rilanciarla e dimostrare che, anche in questo difficilissimo settore, pieno di infiltrazioni, la legalità può prendere il sopravvento.
Vorrei inoltre capire dalla vostra esperienza quali sono le difficoltà iniziali che si incontrano quando bisogna mettere il bene, il servizio, la casa-famiglia, il centro sociale o l'azienda agricola in attività, ovvero quali sono le prime difficoltà che possiamo rimuovere per facilitare un avvio veloce e nello stesso tempo positivo, forte, e non debole e fragile.
Infine, vorrei che ci dicesse, seppure in poche battute, qual è l'atteggiamento delle organizzazioni mafiose da voi registrato rispetto a questa strategia. In parte vi ha già accennato parlando degli atti di intimidazione, ma desidero sapere se avete fatto una riflessione su come le organizzazioni mafiose, oggi, si rapportano con questa presenza che comincia ad avere un certo peso in molti territori.
NICOLA BONO. Signor presidente, nel porgere i miei complimenti a don Luigi Ciotti per la sua attività, intervengo sull'ordine dei lavori per ricordare che alle 15 alla Camera inizieranno le votazioni. Le chiedo, quindi, come si intenda procedere, dal momento che sono passate le 14,50 e credo che i colleghi debbano ancora rivolgere delle domande, alle quali don Luigi dovrà poi rispondere.
PRESIDENTE. È il motivo per cui alcuni colleghi non sono ora presenti.
NICOLA BONO. Personalmente, devo andare via...
PRESIDENTE. In effetti credo che si ponga un problema, perché al Senato sono in corso i lavori delle Commissioni ed alla Camera sono previste votazioni sulla legge di riforma dei servizi segreti. Potremmo tuttavia proseguire ancora per un po', poiché diversamente potrebbero sorgere difficoltà relative al calendario dei nostri lavori.
NICOLA BONO. Credo che questo non appartenga alla correttezza parlamentare. Quando sono in corso votazioni in Assemblea, le Commissioni non possono riunirsi: pertanto, per cortesia, non facciamo forzature.
GIUSEPPE LUMIA. La questione è semplice: il regolamento impone che, se in una delle due Assemblee si vota, non si possa continuare a lavorare. Ho, tuttavia, qualche dubbio sul fatto che si inizi a votare alle 15 in punto. Prego pertanto di accertare se abbiamo ancora a disposizione dieci minuti, piuttosto che bloccare...
PRESIDENTE. Chiedo scusa. Gli uffici confermano che le votazioni avranno luogo a partire dalle 15, quindi non possiamo impedire ai parlamentari...
NICOLA BONO. Le regole vanno rispettate...
PRESIDENTE. Ci dispiace, naturalmente, interrompere l'audizione di don Luigi Ciotti, però l'esercizio del voto costituisce la priorità per qualunque parlamentare e il regolamento della Camera ci impone di sconvocare le Commissioni al momento in cui iniziano le votazioni.
Il seguito dell'audizione è pertanto rinviato ad altra seduta.
Dichiaro conclusa la seduta.
La seduta termina alle 14,55.
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