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Seduta del 19/6/2007


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Audizione del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, sulla situazione della criminalità organizzata in Calabria.
Abbiamo già avviato il ciclo di audizioni ascoltando il prefetto De Sena sulla 'ndrangheta. È pervenuta, da più componenti, l'esigenza di una sua relazione e di un approfondimento a tale riguardo, al di là delle informazioni già fornite nell'ambito della relazione generale della procura nazionale sullo stato della criminalità organizzata.
La seduta è pubblica, fermo restando che la Commissione può decidere di riunirsi in seduta segreta ogni volta che lo ritenga opportuno. A tal fine, invito il procuratore a segnalare eventuali esigenze di riservatezza.
Do la parola al procuratore Grasso. Successivamente, i commissari potranno intervenire per porre quesiti e interrogativi, al fine di approfondire quegli aspetti che - anche in merito a quanto già esposto nella sua relazione sulla Calabria - erano rimasti temi aperti, con la necessità di essere approfonditi.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Desidero richiamarmi alla precedente audizione - svolta in più tempi - e alle risposte sui temi più rilevanti in relazione alla situazione in Calabria.
Dal febbraio 2007, data in cui sono state ultimate le audizioni presso questa Commissione, vi è stato un impulso verso ulteriori attività operative, per quanto riguarda sia la procura distrettuale di Catanzaro, sia quella di Reggio Calabria. Devo segnalare che, per quanto riguarda Reggio, la situazione presenta attualmente circa 550 richieste di misure cautelari pendenti, così suddivise: 300 a Reggio Calabria, 160 a Locri e 95 a Palmi. Dal mese di gennaio ad oggi, tuttavia, ne sono state evase un certo numero, anche se il loro accoglimento non è stato proporzionale o completo e che quindi, in questa prima fase, c'è stato uno scarto notevole tra le misure richieste e quelle accolte dal GIP.
Questo divario è evidenziato in un quadro indicativo, che ho sottomano e che vi posso lasciare, dal momento che si tratta di provvedimenti oramai pubblici. Per esempio, per i reati riconducibili agli articoli 73 e 74, ovvero l'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (legge n. 309 del 1990), abbiamo avuto le seguenti richieste, accolte nella misura che vi indico subito di seguito: 70 misure cautelari, di cui 18 accolte (l'8 gennaio 2007); 72 misure cautelari, di cui 18 accolte; 60 misure cautelari, di cui 41 accolte; altre 60 misure cautelari, di cui 5


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accolte. Sempre restando nel campo dell'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, abbiamo avuto altre richieste per 75 misure cautelari, di cui 17 accolte; 22 misure cautelari, di cui 9 accolte; sempre per quanto riguarda gli articoli 73 e 74 della legge sugli stupefacenti, una richiesta per 92 misure cautelari è stata trasmessa ad un altro ufficio per competenza. Queste indagini rimangono pendenti, quindi è meglio che l'ufficio non venga reso noto.
Quindi, relativamente al traffico di stupefacenti, anche se purtroppo non ho avuto il tempo di fare la somma, si può dire che queste cifre mostrano scarti notevoli tra le richieste e gli accoglimenti.
Sono state accolte anche altre soluzioni per quanto riguarda il reato previsto dall'articolo 416-bis del codice penale, ma sempre con un grosso divario tra richieste e accoglimenti. Comunque, ho con me un quadro con le cifre relative ai procedimenti, e posso lasciarlo alla Commissione in maniera che possa successivamente essere approfondito.
Io non sono in grado di comprendere bene il fenomeno: non so se, magari, la causa sia che le richieste non sempre hanno elementi sufficienti da giustificarne l'accoglimento da parte dei GIP, oppure se i problemi sono di altra natura: qui, però, entriamo nel merito dei provvedimenti, e io - naturalmente - non posso farlo. Indubbiamente l'attività di impulso c'è stata, sia sotto questo profilo, sia sotto quello di altre indagini di cui, tuttavia, essendo ancora pendenti non possiamo parlare. Questi sono i risultati per quanto riguarda, quindi, la provincia di Reggio Calabria.
Va segnalato, inoltre, il problema della giacenza delle richieste presso i GIP. Questo è un male comune, che riguarda non soltanto la Calabria ma quasi tutte le zone d'Italia; i tempi di trattazione delle grosse richieste concernenti la criminalità organizzata giacciono per mesi e mesi nelle stanze dei GIP, i quali non riescono ad esitarle con la necessaria prontezza. È quindi necessario valutare quali siano le cause di questi ritardi, se per esempio si tratti di un eccesso di lavoro, di un intasamento, una sorta di imbuto nel quale tutta l'attività svolta dapprima dalla Polizia giudiziaria - attraverso intercettazioni telefoniche e dichiarazioni di collaboratori (quando ci sono) - e poi dalle procure si blocca, ragione per cui, talvolta, le risposte sul territorio arrivano con notevole ritardo rispetto alle esigenze che la situazione richiederebbe.
Questo è uno dei grossi problemi che, tuttavia, coinvolge cambiamenti di natura processuale; in sostanza, bisognerebbe trovare un sistema per avere una pronta risposta, soprattutto in quelle zone dove la criminalità organizzata è così presente.
Del resto si è provato, in alcune direzioni distrettuali antimafia, ad usare lo strumento del fermo di indiziati di delitti; tuttavia, sapete bene che questa procedura ha dei requisiti che, spesso, non sono perfettamente aderenti alle situazioni per cui è possibile richiedere una attualità del pericolo di fuga che, spesso, viene a mancare; in questo caso si adotta un escamotage per cui la procura dispone i fermi, che non vengono convalidati per mancanza dei requisiti, ma si emette una misura cautelare da parte del GIP - naturalmente in tempi strettissimi, quindi spesso si tratta di una «fotocopia» delle richieste di fermo - e poi si procede con la valutazione più approfondita, da parte del tribunale del riesame, delle varie situazioni processuali.
Questo sistema è stato adottato soprattutto nel campo delle estorsioni, in alcune direzioni distrettuali come Napoli, per esempio, proprio perché è assurdo percepire la flagranza di un reato attraverso le intercettazioni telefoniche, accertarlo, constatarlo e, poi, dare una risposta sul territorio a distanza di anni; ciò vale specialmente quando c'è una denuncia da parte della vittima - caso raro, che dovremmo cercare di incrementare - la quale denuncia un'estorsione ma che poi se i soggetti accusati vengono colpiti dopo due o tre anni, può essere costretta ugualmente a continuare pagare. A me sembrano situazioni veramente intollerabili. Non si può pretendere che le vittime


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sporgano denuncia se, poi, non si garantisce loro una pronta risposta da parte degli organismi dello Stato.
Questa risposta, tuttavia, manca non per mancanza di mezzi, di elementi di prova, o altro, ma perché questo sistema ha creato un imbuto all'interno del GIP e, a mio avviso, in qualche modo è necessario risolvere questo problema sotto il profilo processuale. Una soluzione potrebbe essere quella di eliminare qualche requisito nel fermo; naturalmente, questo recherebbe un danno alle garanzie, perché un fermo effettuato in quelle condizioni avrebbe, chiaramente, una risposta pronta, ma potrebbe essere utilizzato anche nelle situazioni in cui, ad esempio, può venir meno il requisito dell'attualità del pericolo di fuga. A mio avviso, tuttavia, è necessario trovare una soluzione da un punto di vista processuale, perché non si possono dare, in quelle zone, risposte così lontane nel tempo rispetto all'accertamento dei reati: bisogna farlo proprio per dare coraggio alle vittime e per fornire loro dei punti di riferimento credibili da parte delle forze dell'ordine e della magistratura.
Quanto vi ho esposto riguarda Reggio Calabria, ma vale anche per molte altre direzioni distrettuali antimafia.
Passando alla situazione di Catanzaro, sono state effettuate tre rilevanti operazioni nel periodo di cui ci stiamo occupando, ovvero da gennaio ad oggi; per quanto riguarda le risposte a questi interventi abbiamo avuto, nella zona di Lamezia Terme - una delle aree che ha visto minor reattività rispetto all'azione di contrasto - due operazioni: una nei confronti della cosca Cerra-Torcasio di Lamezia Terme, e l'altra per estorsioni, poste in essere da appartenenti alla cosca Giampà di Lamezia Terme, ai danni di un imprenditore di quella cittadina, dove è stato incendiato un magazzino (negozio, casa) di pneumatici proprio di fronte ai locali della questura. Una terza importante misura è stata messa in atto nei confronti dei presunti responsabili del tentato omicidio dell'imprenditore Walter Aiello ad opera della cosca Torcasio. Queste sono le tre operazioni di maggior risalto: anche in questo caso sono stati usati provvedimenti di fermo, proprio per il problema che vi avevo rappresentato.
Sono state effettuate anche delle operazioni nel circondario di Vibo Valentia nei confronti della cosca Lo Bianco. Anche in questo caso sono stati operati dei fermi, cui ha fatto seguito un'ordinanza, eseguita in data 22 febbraio 2007, a carico di 23 persone indagate per delitti di associazioni mafiose e altri delitti affini.
L'attività, in questo caso, è stata condotta dalla squadra mobile della questura di Vibo Valentia. Anche nell'operazione che ha riguardato le cosche Mamone e Nesci di Fabrizia ai fermi sono seguite ordinanze, in data 6 e 7 giugno, a carico di sette persone indicate per associazione mafiosa, omicidio e tentato omicidio. In questo caso, l'attività investigativa è stata condotta dal nucleo operativo presso la compagnia Carabinieri di Serra San Bruno.
Un'altra operazione, sempre nel circondario di Vibo Valentia, è stata eseguita il 18 giugno, a carico di tre persone appartenenti alla cosca Mancuso, per delitti di usura ed estorsione aggravata (articolo 7, legge n. 203 del 1991). Anche in questo caso l'attività investigativa è stata condotta dal reparto operativo presso il comando provinciale Carabinieri di Vibo Valentia.
Un altro caso ha avuto soluzione con un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Scalese Luigi, nato a Catanzaro, indagato per omicidio premeditato e aggravato (articolo 7) per delitti di detenzione di armi.
Per quanto riguarda la situazione specifica di Catanzaro, in un primo procedimento sono stati emessi provvedimenti di misura cautelare nei confronti di otto indagati; successivamente, dalla locale di Cirò è stato emesso un altro provvedimento per violazione degli articoli 416-bis e 629, una richiesta cautelare che riguardava diciannove indagati, nei confronti di quattro dei quali è stato emesso decreto di fermo da parte della procura della Repubblica di Crotone, utilizzando esiti di altri procedimenti. L'ordinanza è stata poi confermata in sede di riesame. Altre ordinanze


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di custodia cautelare sono state emesse, sempre nell'ambito di processi per stupefacenti, o per la tratta di esseri umani, e in un caso per omicidio.
Questa è la risposta che stiamo cercando di dare - e che riguarda anche il profilo patrimoniale - attraverso una serie di indagini, coordinando tutti gli elementi raccolti dalle tre forze di polizia e dalla DIA, cercando di garantire la massima raccolta di elementi informativi con l'assicurazione che, alla fine, la misura di sequestro verrà eseguita di volta in volta dal questore (se l'iniziativa era della questura), dal direttore della DIA (competente a richiedere i sequestri) oppure dalla procura della Repubblica, nel caso di iniziative dei Carabinieri o della Guardia di finanza.
In questo modo si cerca di razionalizzare al massimo tutti gli elementi, suddividendosi i compiti di modo che le indagini patrimoniali siano redistribuite in maniera tale che, sapendo che un organo di polizia sta indagando su un soggetto, tutto il materiale raccolto dagli altri verrà convogliato in quella sede, per poter lavorare avendo a disposizione il massimo di elementi.
Attualmente, vengono eseguiti parecchi sequestri, soprattutto ai danni di aziende: a Reggio Calabria abbiamo avuto due sequestri preventivi per violazione dell'articolo 12-quinquies, ed altri sei sequestri preventivi penali in relazione all'articolo 416-bis; un altro processo ha comportato altri dodici sequestri preventivi, per un totale di circa venti provvedimenti di sequestro di beni, tutti collegati alla violazione penale o all'articolo 12-quinquies, e quindi non si è trattato di sequestri derivati dall'applicazione della legge per la prevenzione sotto il profilo patrimoniale.
Questo è, in linea di massima, il quadro per quanto riguarda l'attività di contrasto e repressione in Calabria. Rimango a disposizione per eventuali richieste di approfondimento e di chiarimenti.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

MARIO TASSONE. Signor procuratore, come diceva giustamente il presidente, prima della missione in Calabria la Commissione ha deciso di procedere ad una ricognizione, sia con il prefetto De Sena sia, adesso, con lei.
Anch'io prendo atto delle notizie che lei ci ha fornito, e formulo semplicemente due quesiti molto sintetici.
Al di là della definizione o dell'illustrazione della situazione calabrese, che ritengo sia fortemente monitorata anche in questi momenti, vorrei sapere qualcosa di più sul funzionamento delle direzioni distrettuali antimafia. Questa domanda era emersa anche nel corso della prima audizione, per una mia esigenza di conoscenza - lo dico con assoluta sincerità - e per un mio desiderio di capire il ruolo ed i poteri della procura nazionale antimafia rispetto alle DDA; ciò al fine di avere elementi di valutazione anche rispetto al funzionamento delle DDA e ai rapporti tra queste ultime e le procure della Repubblica, con i possibili - o gli avvenuti - sconfinamenti tra le competenze delle une e delle altre.
Passo a formulare la seconda domanda, che ricorre costantemente. Lei vive intensamente la vicenda calabrese, dal momento che il suo primo impatto è stato quello con la vicenda Fortugno. Non c'è dubbio che, anche in considerazione della programmazione di una nostra visita in Calabria, il dato più forte ed eclatante è quello della vicenda Fortugno che, in questi giorni, si è arricchito di dichiarazioni e di valutazioni anche da parte di alcuni colleghi.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Colleghi miei o colleghi suoi?

MARIO TASSONE. Colleghi miei. Non mi sarei permesso.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Lo chiedevo perché sono state fatte dichiarazioni anche da parte di colleghi miei.


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MARIO TASSONE. Non mi sarei mai permesso di chiamare «colleghi» i magistrati: per ossequio, per rispetto e, soprattutto, per la mia incolumità personale. È una misura preventiva da parte mia.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Scusi.

MARIO TASSONE. Prego.
Ritengo che la vicenda Fortugno si stia arricchendo di commenti e di valutazioni; si è alla ricerca dei mandanti, qualcuno sostiene che il disegno è conosciuto ma che non viene esplicitato. Vorremmo avere qualche dato dal procuratore nazionale antimafia, vorremmo sapere se sia stato fatto tutto sul terreno dell'indagine e della ricerca della cosiddetta verità, e dico cosiddetta perché siamo tutti umani, viviamo in questa terra e, personalmente, considero la verità assoluta fuori da questo pianeta. Sarebbe opportuno, a mio avviso, qualche elemento in più di conoscenza per evitare, procuratore Grasso, che la Commissione vada in Calabria ad ascoltare gli uffici giudiziari - dobbiamo anche capire chi sentiamo - sentendo sempre i soliti cahiers de doléance sull'insufficienza del personale, degli addetti alle procure e via dicendo. Abbiamo chiesto un'audizione con lei proprio perché auspichiamo che possa darci una mano esercitando una spinta in più, al di là dei dati statistici che ci ha voluto fornire, e di cui la ringrazio; dati che, tuttavia, avrebbero potuto essere valutati senza scomodarla: questo è un dato inconfutabile.
Rispetto all'azione che si sta portando avanti, appare molto stridente lo squilibrio tra le richieste di misure cautelari e gli accoglimenti. Questo aspetto mi lascia indubbiamente perplesso, e mi domando se non funzionino le procedure o se ci sia uno scarso rapporto tra le procure e i GIP. Ritengo che sia necessario entrare nel merito di questo dato del divario, per capire se si tratti di un malessere della giustizia o di uno squilibrio di un rapporto anomalo tra l'inquirente e colui che ne deve giudicare la proposta.
Inoltre, per quanto riguarda tutte queste iniziative - anche quelle che hanno avuto seguito da parte del GIP - bisogna anche capire quali siano state le conclusioni. Su questo non c'è dubbio: molte iniziative sono state avviate e molte sono state portate avanti, e vorremmo sapere quali siano le conclusioni. Tempo addietro avanzai una richiesta - inoltrata anche a lei - relativa al volume delle intercettazioni, tema di grande attualità, anche se il dibattito in corso in questi giorni sui giornali non mi appassiona assolutamente. Comunque le intercettazioni riguardano un mondo in ordine al quale vorrei capire il rapporto tra costi (materiali e morali) e benefici che ne trae la giustizia. Ritengo necessario conoscere e capire questo punto.
Inoltre, è importante una valutazione per quanto riguarda il tribunale del riesame, rispetto ovviamente anche agli accoglimenti delle iniziative da parte dei procuratori, da parte dei GIP, e anche rispetto al riesame, quando poi non intervengano anche provvedimenti da parte della Cassazione.
Questa vicenda della magistratura si muove con difficoltà, come appare anche chiaramente dalle sue parole, non essendo finora intervenuta alcuna riforma. Vorremmo capire meglio.
Personalmente, ho soltanto un problema, del quale ho già parlato al presidente della Commissione: è inusuale che una Commissione inizi alle dieci del mattino, e purtroppo tale orario non è compatibile con i miei impegni. Quindi, se non dovessi restare fino alla fine leggerò le risposte nel resoconto stenografico, perché le questioni di cui stiamo discutendo sono molto particolari. Mi scuso, ma non era mai capitato prima di essere convocati alle dieci: è successo proprio oggi, inavvertitamente, come accadono inavvertitamente tutte le cose di questo mondo. La mia richiesta nasce dalla necessità di sapere come muoverci, visto che il presidente ha già dichiarato - così come molti della Commissione - che la nostra visita non dovrà essere una delle tante, solite - sebbene utilissime - visite, bensì dovrà costituire un passo in avanti, rispetto sia al


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lavoro svolto nel passato sia, anche, all'acquisizione di elementi che ci aiutino a capire come muoverci.

PRESIDENTE. Purtroppo, come sapete, la convocazione di stamattina è dipesa come sempre dai calendari delle Assemblee; anzi, abbiamo provato a tenere l'audizione martedì mattina, come più volte sollecitato, per avere più tempo, tenendo conto che alla Camera oggi si vota presto, alle 15.
Al fine di concludere l'audizione in mattinata con le risposte del procuratore, invito i colleghi a rivolgere domande rapide e precise e non interventi.

ANGELA NAPOLI. Signor presidente, cercherò di adeguarmi, anche se le situazioni sono talmente tortuose - non so come altro definirle - da richiedere un minimo di tempo.
Ringrazio il procuratore per il suo intervento, basato per lo più sulla disparità in atto tra le richieste di ordinanza cautelare pendenti e gli accoglimenti. Questa è una considerazione che avevo già svolto nella precedente audizione; come sappiamo, occorrerebbe trovare il modo per accorciare i tempi, ma credo che vada fatta anche un'attenta valutazione degli uffici dei GIP attuali. Non dimentichiamo che, per esempio, proprio presso la procura di Catanzaro abbiamo avuto GIP che hanno emesso ordinanze su richiesta e poi sono scappati a svolgere altri compiti; ci sono GIP che, quando sono estremamente preoccupati di poter coinvolgere rappresentanti di poteri forti e anche politici preferiscono abbandonare il lavoro non dedicandogli il tempo che richiederebbe. Sarebbe anche necessario verificare se gli organici dei GIP siano tutti esaustivi come sostenuto dal Ministro Mastella, il quale, ogni volta che si reca in Calabria, afferma che nelle varie procure è tutto a posto e tutto tranquillo.
Detto questo, passo alle domande specifiche; sarò più particolare, procuratore, rispetto al collega Tassone.
Per quanto riguarda il caso Fortugno, credo sia ora di smetterla di assistere ai palleggiamenti cominciati già dal momento dell'omicidio stesso. Su questo caso sono nate fortune politiche e ancora ne nascono, perché è diventato un alibi dell'intero consiglio regionale calabrese.
La DDA di Reggio ha lavorato per conto proprio e la Direzione nazionale antimafia non è intervenuta nel merito, se non per supportare determinati provvedimenti.
La scorsa settimana ho letto sulla stampa calabrese - precisamente su Calabria Ora, il cui direttore è Paolo Pollichieni - un articolo a firma di Danila Bellino che riporta alcune dichiarazioni rese durante la presentazione, avvenuta qui a Roma, del libro di Fierro sull'omicidio Fortugno. In tale articolo vengono riportate, virgolettate, le dichiarazioni del procuratore Macrì della Direzione nazionale antimafia, il quale conosce chiaramente la situazione. Dice: «Alla DNA lo abbiamo definito» (quello di Fortugno) «un omicidio strategico, o meglio preventivo: un omicidio che parte dall'attentato a Saverio Zavettieri nel 2004, che continua con le minacce a Loiero nel 2005, giunge all'omicidio Fortugno e prosegue con le minacce alla vedova». Poiché queste parole sono virgolettate e provengono da un procuratore della Direzione nazionale antimafia, chiedo alla DNA se abbia consapevolezza dei collegamenti esistenti tra l'attentato a Saverio Zavettieri, ex assessore regionale all'istruzione, le minacce al presidente della regione Loiero (ne ha ricevute tantissime, una delle quali in mia presenza), l'omicidio Fortugno e le minacce alla vedova.
Non solo: c'è qualcosa che io reputo ancora più grave, procuratore, sempre sull'omicidio e sempre sulle dichiarazioni rese, nelle quali, quindi, c'è qualcosa di vero, se sono state riportate.
Sempre il procuratore Macrì dice: «Su quanto è stato attuato fino a oggi rispetto a esecutori e possibili mandanti dell'omicidio Fortugno c'è qualcosa che sfugge, almeno due anomalie: la prima, sembra strano che in una zona come la Locride, in cui non ci sono mai stati collaboratori di giustizia, proprio per il processo Fortugno


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ce ne sono di colpo due, provenienti dalla stessa cosca e che si sono pentiti in pochi mesi; la seconda quella della grossa somma di denaro pagata ai killer». Io ne aggiungo una terza, procuratore: o la 'ndrangheta ha cambiato completamente strategia, o sarebbe la prima volta che i killer, peraltro di un omicidio così importante, sono della stessa zona e della stessa cosca del luogo dove è avvenuto l'omicidio.
Le chiedo: che cosa c'è di vero in tutto questo? Che cosa c'è, che cosa contrasta e a che punto siamo in ordine ai reali mandanti e ai reali moventi? Siamo sicuri che tutto possa derivare dal problema della sanità?
Vorrei parlare, adesso, proprio di questo problema, che vede coinvolta la 'ndrangheta e quindi non esulo dal nostro contesto e dalla nostra indagine. Che la 'ndrangheta si sia addentrata nel dipartimento sanità della regione Calabria è ormai un fatto risaputo: è da lì che provengono, tra gli altri, i maggiori finanziamenti alla 'ndrangheta stessa; è lì che si svolgono gli affari e via dicendo. Tuttavia, questo non riguarda solo l'ASL di Locri, dalla cui commissione di accesso è emerso quanto è noto e che ha portato al commissariamento.
Lei è a conoscenza della relazione che è stata elaborata dal commissario anticorruzione sull'ASL n. 8 di Vibo Valentia? Quella relazione non giustifica il motivo per cui, a tutt'oggi, l'operazione ricatto sull'ospedale di Vibo sia ancora in mano alla procura ordinaria. Basta leggerla per vedere chi ha fatto da collante nell'operazione ricatto, chi sono i funzionari, chi sono i vincitori dei concorsi, chi sono i dipendenti. Lei ha richiamato l'operazione relativa alla famiglia Lo Bianco: questa gente ce l'abbiamo lì dentro, e non ci sono solo i Lo Bianco, ci sono tutti i prestanome dei Mancuso (ai quali i Lo Bianco sono affiliati) e altri.
Dunque, perché, nonostante il lavoro su quell'area territoriale - di cui va dato atto - prodotto negli ultimi anni dalla DDA di Catanzaro e, in particolare, dal procuratore Marisa Manzini, la procura ordinaria di Vibo continua a tenere giacenti determinati carteggi che potrebbero servire alla DDA di Catanzaro e continua a occuparsi di queste operazioni e di questi processi?
Non è stato toccato il problema della situazione del commissario sull'emergenza Calabria. Dalla relazione dell'ex commissario Ruggero, sembrerebbe un discorso esclusivamente amministrativo e di pertinenza della procura ordinaria. Leggendo attentamente il tutto, ci si accorge che ci sono ben sette società miste che hanno lavorato all'interno del commissariato per l'emergenza sul problema rifiuti collegate - se non di proprietà - alla 'ndrangheta calabrese. Che cosa si sta facendo in questo settore in Calabria?
Per ciò che concerne il porto di Gioia Tauro, è immaginabile che sia completamente chiuso l'intervento della 'ndrangheta all'interno di questo porto? Cosa risulta alla DNA?
Sul tema imprese agricole e 'ndrangheta, le chiedo: che cosa, di tutto questo, è a conoscenza della Direzione nazionale antimafia (truffe, legge n. 488 e 'ndrangheta)?

GIUSEPPE LUMIA. Signor procuratore, vorrei iniziare dalla questione 'ndrangheta straricca/rilievo internazionale: avete condotto un monitoraggio su quante indagini e procedimenti esistano su questo livello della 'ndrangheta, sul lavoro svolto dai servizi centrali e quello di coordinamento della DNA? Le chiedo questo perché è importante, finalmente, non solo procedere ad un'analisi in merito ma anche capire il livello di intervento dello Stato su tale dimensione.
In particolare, vorrei capire bene quanto si stia facendo con i «cartelli colombiani» e, in modo ancor più particolare, la vostra valutazione su quel procedimento che è in corso in Colombia in ordine al ruolo del cosiddetto grande boss Mancuso, di quel paramilitare che controlla una parte del territorio colombiano e che sta instaurando un rapporto ambiguo, strano, non so se virtuoso o controproducente, con le rivelazioni che di volta in volta propina. Vorrei quindi sapere se lo stiate monitorando, quale sia


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il ruolo della DNA, che contatti abbiate con i vostri colleghi sul posto e che valutazioni facciate.
Per quanto riguarda, invece, la macchina giustizia, lei ci ha fornito un quadro preoccupante ed allarmante; tuttavia in questo caso mi interessa avere notizie sulla DDA di Catanzaro e capire, come è avvenuto nel caso dello specchietto che ci ha fornito sulle misure cautelari e i procedimenti della DDA di Reggio Calabria, cosa succeda in parallelo per la DDA di Catanzaro.
Le chiedo se, al più presto, ci possa fornire dati anche su questo argomento e altri due dati, a monte e a valle: a monte, quante informative siano oggi alla valutazione dei pubblici ministeri di Reggio Calabria e di Catanzaro; a valle, quanti risultati abbiano prodotto in sede di dibattimento e di sentenza processuale, quei procedimenti che sono stati instaurati in questi ultimi otto anni. Sarebbe infatti interessante conoscere i risultati concreti ottenuti rispetto all'allarme che, da anni, si è sollevato sulla 'ndrangheta.
Su un altro versante, c'è un'altra vicenda di cui si parla molto e che fa capolino, di tanto in tanto, sui giornali di oggi: la massoneria. Chiedo se sia possibile entrare nel merito un po' più dettagliatamente, in modo tale che questa Commissione possa fare una valutazione del problema. Violiamo questa loro storica caratteristica di segretezza - naturalmente mi riferisco a quella deviata - in modo tale che possiamo avere, anche in questo caso, una percezione reale del connubio esistente in Calabria e in altri territori del nostro Paese, del rapporto tra massoneria e 'ndrangheta, il tipo di filiazione, gli interessi comuni, il grado di integrazione tra queste due importanti realtà e i risvolti economici e politici di tale connubio. Sarebbe interessante, per il tipo di notizie e per le professionalità che ha la DNA, avere finalmente, anche da questo punto di vista, un quadro un po' più dettagliato (se è il caso, anche da secretare). Su questo argomento dobbiamo fare un sostanzioso passo in avanti per la successiva valutazione della Commissione.
In altre audizioni ci sono stati forniti, sulla Calabria, alcuni indicatori di ricchezza sproporzionati rispetto alla capacità di produzione di reddito. A tal proposito chiedo non una valutazione moralistica sulla Calabria, bensì se quegli indicatori di ricchezza, di status symbol, di finanziarie e di società, che non corrispondono alla produzione di ricchezza esistente in Calabria, siano stati aggiornati dalla Direzione nazionale antimafia negli ultimi anni e negli ultimi mesi; anche questo per noi è un indicatore molto importante, che ci aiuta a capire il contesto in cui agisce la 'ndrangheta e come poter «affondare» sul versante dei patrimoni e delle ricchezze.
Lei ci ha detto in questa sede che è in atto un lavoro per colpire i patrimoni; tuttavia, sarebbe interessante capire, anche sul versante delle misure di prevenzione patrimoniali, di quali dati disponiamo e se sia possibile avere un quadro più completo anche in riferimento alla DDA di Catanzaro. Noi vorremmo, quindi, un quadro ben chiaro di quanto è stato fatto e si sta facendo nell'aggressione dei patrimoni, sia per quelli che riguardano, naturalmente, la ricaduta territoriale (in particolare ci preme capire bene le società, le imprese, quali siano i settori più a rischio, gli ipermercati o quale altro tipo di società), sia per quelli relativi alle banche (anche qui bisogna procedere ad un affondo molto particolare e profondo), sia per quel che concerne il risvolto internazionale; torniamo alla richiesta fatta all'inizio per evitare, appunto, che si concordi sull'analisi ma poi non si riesca, complessivamente, ad affondare il colpo.
Sull'omicidio Fortugno, le chiedo: è stato superato il latente contrasto fra la Direzione nazionale antimafia e la DDA di Reggio Calabria? Dopo il pensionamento del procuratore Catanese, è migliorato il rapporto con la DDA di Reggio? Sarebbe importante per noi anche acquisire le valutazioni che spettano - seppur sul piano «consultivo» - per i subentri che si sono verificati all'interno della DDA negli ultimi due anni. Vorrei sapere quali siano le valutazioni che la procura nazionale


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antimafia ha offerto circa i pubblici ministeri che sono stati inseriti all'interno della DDA di Reggio Calabria, e se siano stati rimossi quegli impedimenti che hanno portato ad un ruolo oggettivamente strano, anche se non per sua colpa, della Direzione nazionale antimafia.
In tutta Italia, di fronte a procedimenti complessi e seri, la Direzione nazionale antimafia interviene spesso con delle applicazioni; è strano che, sull'omicidio-chiave della Calabria, la procura nazionale antimafia non abbia potuto svolgere questa funzione. Pertanto, le chiedo se, alla luce delle novità nella gestione della DDA di Reggio Calabria, sia stato fatto un passo in avanti e se quindi vi sia un ruolo più diretto da parte della Direzione nazionale antimafia.
Io vorrei che la DNA ci delineasse un quadro certo della situazione, perché non l'abbiamo. È utile, per la Commissione, sapere che fine realmente abbiano fatto le denunce dell'onorevole Fortugno, quanti procedimenti penali siano stati aperti in base a quelle denunce, se Fortugno sia stato isolato, oltre che dalla politica, anche dall'autorità giudiziaria, e quante siano state le archiviazioni, quante di quelle denunce siano state trasmesse dalle procure ordinarie alle DDA di competenza e che fine abbiano fatto.
Inoltre, procuratore, quando vengono commessi degli omicidi di personaggi importanti, nelle organizzazioni di mafia, - visto il peso preponderante che hanno i boss all'interno delle carceri -, c'è sempre uno scambio di informazioni, una sorta di consultazione. Vorrei sapere se a voi risulti che, anche per l'omicidio Fortugno, sia avvenuto questo scambio; se, all'interno delle carceri, tra i grandi boss della 'ndrangheta, ci sia stata una sorta di informazione, conoscenza, consultazione, codecisione.
Ancora, le chiedo che ruolo abbiano avuto le altre 'ndrine - oltre a quella Cordì, e, naturalmente, Cataldo, della Locride - in particolare quelle più potenti, quelle che, comunque, nell'evoluzione degli affari della 'ndrangheta, stanno sempre più integrandosi in una funzione, non dico gerarchica, alla Cosa nostra, ma sicuramente codecisionale rispetto all'orientamento da seguire. Di conseguenza, vorrei capire che funzione abbiano avuto la cosca di San Luca e le altre cosche della piana.
Inoltre, le chiedo la sua valutazione del duo Piccolo-Novella; si tratta di una collaborazione parziale - e allora diciamolo con molta onestà - oppure è piena o c'è un indirizzo a renderla tale? Oltre alla valutazione di attendibilità processuale, che spetta ad altri vostri organismi, le chiedo se, attraverso colloqui investigativi, stiate implementando questo tipo di collaborazione per fare in modo che si abbia un pieno coinvolgimento.
Vorrei sapere, rispetto alla sanità, se esista un monitoraggio delle aziende «private» ma accreditate automaticamente nella Locride ed in Calabria e che assetto societario abbiano, quali prestanome, quali coinvolgimenti con gli apparati delle istituzioni - sia di tipo politico, sia all'interno del mondo giudiziario - e, naturalmente, che ruolo stiano svolgendo nel rapporto con la 'ndrangheta. Sarebbe importante, anche da questo punto di vista, procedere a un affondo finalmente vero e reale, in modo tale che la Commissione parlamentare antimafia possa venire a capo - questo lo chiedo in modo particolare - di questo stillicidio di minacce che, ancora, in Calabria, sono rivolte agli apparati istituzionali, in un modo senza precedenti; vorrei sapere che cosa, realmente, in modo particolare e specifico, stia avvenendo in ordine alle ripetute minacce nei confronti dell'onorevole Laganà.
Vorrei capire come sia possibile che avvengano questi fatti, che valutazione diate, che lavoro investigativo si stia svolgendo, quali eventuali apparati deviati siano coinvolti in questo stillicidio. È importante saperlo perché non è ammissibile che succeda, in Italia, una cosa simile e che non si riesca a ancora a venirne a capo.

ANTONIO GENTILE. Procuratore Grasso, da calabrese vorrei dirle che nella nostra regione viviamo in un clima surreale, in un clima quasi sudamericano.


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Non intendo certo «sparare sulla Croce rossa», tuttavia i problemi si accavallano e si intrecciano giorno dopo giorno; quindi, non solo con la sua presenza in questa sede ma soprattutto per il lavoro che sta svolgendo, lei potrebbe scuotere le coscienze, anche grazie all'esperienza che sta dimostrando di avere e alle capacità di cui ha dato prova anche in Sicilia. Sono convinto che, grazie al suo background, sarà in grado di dare una scossa alla Calabria. Occorre togliere gli omissis su questa regione, e ricercare la verità su quanto sta avvenendo.
In Calabria - le chiedo scusa per questa introduzione - abbiamo delle istituzioni deboli, debolissime: abbiamo una regione che è sotto tiro da tutti i versanti, e non è da escludere che al suo interno vi siano infiltrazioni di tipo mafioso. Avendo delle istituzioni deboli, non riusciamo neppure a contrastare i fenomeni malavitosi, perché tutto ruota intorno a quelle attività legislative ed economiche che si svolgono attorno ai grandi «polmoni» che vivono ancora nel terziario tradizionale, nella sanità e nella regione Calabria.
Vorrei porle due quesiti, per non perdere tempo, perché alla fine ripetiamo le stesse cose, correndo il rischio di tediarla. Lei ha proceduto a una disamina molto scrupolosa su Reggio Calabria, ma non ho ritenuto altrettanto scrupolosa quella sulla procura distrettuale di Catanzaro. Infatti, stando alle informazioni fornite nell'audizione che si è tenuta a febbraio, a Catanzaro vi erano centinaia di richieste di custodia cautelare inevase per la ragione alla quale faceva prima riferimento, ovvero l'imbuto che strozza un po' tutto e che, alla fine, si è completamente ostruito; non riesce più a passare nulla, a Catanzaro, a causa delle diatribe, permanenti e palesi, esistenti all'interno della magistratura, ma anche per ragioni organizzative. Si procede con il gossip: ogni giorno si annunciano iniziative clamorose che coinvolgerebbero imprenditori, politici e via dicendo. Noi vorremmo sapere esattamente se vi siano queste richieste di custodia cautelare, quante siano e in quanto tempo potrebbero essere espletate, per dare finalmente corso alla giustizia.
In secondo luogo, vorrei porle una domanda in ordine al delitto Fortugno: forse stiamo ripetendo le stesse cose, tuttavia ho recentemente sentito il superprefetto De Sena formulare, anche in questa Commissione, delle dichiarazioni abbastanza dure, affermando che, a Reggio Calabria, quasi un cittadino su due ha legami, connivenze o cointeressenze con il mondo della 'ndrangheta. Questa affermazione è stata ripetuta in occasione della celebrazione della fine dei restauri di un palazzo di Cosenza e anche da alcune emittenti private. Lei ha anche annunciato che, nei mesi precedenti, si era consumato un delitto eccellente, a causa del quale poteva scaturire una nuova guerra di mafia. Le domando se queste notizie così allarmanti e particolari siano in possesso anche dell'osservatorio nazionale antimafia, perché allora c'è da restare esterrefatti e da rimboccarci tutti quanti le maniche.
La ringrazio per quanto sta facendo per tutti noi, per le istituzioni statali ma, soprattutto, per quanto è riuscito a fare in Sicilia. Usando dei termini sportivi, le voglio dire di far sognare anche noi calabresi, perché abbiamo bisogno di istituzioni forti e lei potrà dare un grande contributo per far risalire la nostra regione in serie A.

NUCCIO IOVENE. Signor procuratore, non torno sulle richieste di chiarimenti già avanzate dai miei colleghi, ma intendo soffermarmi velocemente su cinque punti.
Nel rispondere agli interventi dei commissari nella sua prima audizione - quella generale - lei ha citato un dato molto significativo e inquietante, relativo alle intimidazioni in corso in Calabria: ha parlato di circa dodici mila intimidazioni nel 2006, un dato clamoroso. Vorrei capire se, secondo i dati a sua disposizione, a distanza di mesi da quella dichiarazione il trend inquietante e preoccupante del 2006 si stia riproponendo nel 2007, oppure se


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siano intervenute modifiche significative e sostanziali ed, eventualmente, in quale direzione.
La seconda questione riguarda il tema, da lei richiamato anche oggi, delle richieste di ordinanza di custodia cautelare inevase. Anch'io mi associo per quanto concerne la necessità di avere un quadro sulla zona di Catanzaro; rilevo tuttavia, dalle cifre che lei ci ha fornito (attualmente, 550 ordinanze pendenti per la procura distrettuale di Reggio Calabria), che questo dato è esattamente doppio rispetto a quello di qualche mese fa. Lei disse, nella seduta del 7 febbraio, che le pendenze presso il GIP di Reggio Calabria erano tra le 200 e le 250, per indicare un ordine di misura: significa quindi che sono praticamente raddoppiate nel giro di pochi mesi, nonostante quanto è stato fatto e che lei ha citato in relazione all'esame delle richieste portate avanti. Ciò testimonia una situazione che permane grave e preoccupante. Lei ha fatto riferimento alla necessità di un intervento di carattere anche legislativo e normativo, per risolvere il problema dell'imbuto, e questo richiederà, ovviamente, i tempi necessari e le adeguate valutazioni del Parlamento. Tuttavia, a legislazione vigente, siamo condannati a mantenere la situazione in questi termini (ovvero ad avere mesi e mesi di attesa e richieste che rimangono inevase) oppure si può operare - e in che modo, attraverso quali meccanismi - per ridurre questo gap, che rimane eclatante e rischia, appunto, di essere addirittura in crescita esponenziale? Quali sono, inoltre, i tempi medi che intercorrono tra la richiesta avanzata e l'esecuzione o, comunque, l'esame da parte del GIP?
La terza questione riguarda lo stato delle procure. Nei giorni scorsi, il sottosegretario Li Gotti, rispondendo al Senato ad alcune interrogazioni parlamentari, si è espresso, con parole molto severe e preoccupanti, sullo stato e sui rapporti tra i magistrati all'interno delle procure, in particolare quella di Catanzaro (ma credo che la situazione non sia molto differente a Reggio Calabria). Vorrei una sua valutazione della situazione e, soprattutto, sapere cosa ritenga si possa fare, perché nel momento in cui vengano meno la serenità - come pare accada, dalle parole che abbiamo ascoltato - e la credibilità di un'istituzione così fondamentale e importante nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata, a farne le spese sono, ovviamente, tutti coloro i quali vogliono e devono impegnarsi in un'azione di contrasto seria e approfondita nei confronti della criminalità organizzata.
Il prefetto De Sena, all'inizio della sua audizione di qualche giorno fa, ha posto un tema che reputo molto rilevante: quello della qualità, dell'affidabilità e della permeabilità della pubblica amministrazione in Calabria che, in maniera assai significativa, si affianca a quella della politica. In merito alla permeabilità della politica abbiamo discusso, sono intervenute delle iniziative, ci sono proposte di legge, ed è giusto che si tenga alta la guardia. Sul fronte della pubblica amministrazione, invece, a mio avviso non è ancora stato fatto tutto quanto sarebbe necessario, e non c'è dubbio che questo sia uno dei problemi. Ad esempio, quando si affronta il tema dello scioglimento dei consigli comunali o delle ASL si è visto che vengono mandati a casa, ovviamente, gli amministratori pubblici - i politici - ma che restano al loro posto molti dirigenti e funzionari, alcuni dei quali sono oggetto delle richieste di scioglimento dei consigli comunali medesimi o delle stesse aziende sanitarie. Sono in corso delle indagini a tal proposito? Viene monitorata la pubblica amministrazione, viste la sottolineatura effettuata dal prefetto De Sena e le indicazioni emerse nei lavori di questa Commissione?
L'ultimo punto riguarda l'esperienza del commissariamento per i rifiuti e la depurazione delle acque in Calabria. Da dieci anni questi settori sono sottoposti al commissario straordinario. Come lei sa, le ecomafie sono parte significativa dell'azione della criminalità organizzata. Il prefetto Ruggiero ha elaborato una relazione molto significativa, richiamata nel rassegnare le dimissioni, nella quale ha sottolineato alcune questioni assai gravi, sul fronte sia strettamente amministrativo


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sia delle possibilità che la cattiva gestione amministrativa possa lasciare varchi significativi all'azione della criminalità organizzata delle ecomafie. Vorrei capire se su questo fronte siano in corso delle indagini e se vi sia un'azione adeguata da parte della procura.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor procuratore, nella prima parte della sua relazione lei ha posto l'accento sul rapporto tra 'ndrangheta e traffico internazionale degli stupefacenti, un business enorme che interessa questa potente organizzazione criminale.
Il collega Lumia ha fatto riferimento a Salvatore Mancuso, boss di origine italiana, che è uno dei capi delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC), e al rapporto fra tale organizzazione paramilitare e la 'ndrangheta. Oltre che ribadire la domanda del collega Lumia, vorrei chiederle, in merito a questo rapporto, anche il ruolo della cosca Iamonte, che è al centro del traffico internazionale di stupefacenti.
L'altra questione riguarda il rapporto tra la parte della 'ndrangheta ionica e le cosche della Sicilia orientale, in modo particolare quelle catanesi. Vorrei sapere se questo rapporto storico esista ancora, con quale parte e se siano intervenute ulteriori evoluzioni. Il collega Lumia, tra l'altro, ha ribadito anche l'esigenza di capire meglio i rapporti tra massoneria e 'ndrangheta: in passato, c'era la figura emergente del notaio Marrapodi, e vorrei chiederle chi ne abbia preso il posto.
Infine, signor procuratore, nella relazione del prefetto De Sena è emersa, in maniera molto pesante e, sotto certi aspetti, anche molto dolorosa, la mancanza di denuncia delle estorsioni. Il prefetto ha sottolineato l'esistenza di una fortissima omertà: io non tocco questo discorso, perché torneremo a parlarne con il prefetto, ma vorrei riprendere il discorso dei collaboratori di giustizia. È stato rilevato, giustamente, che in occasione dell'omicidio Fortugno ci sono stati dei soggetti che hanno collaborato. Le chiedo quanti siano attualmente i collaboratori di giustizia, quale contributo abbiano dato all'autorità giudiziaria e fino a quale periodo abbiano fornito informazioni. Infine, vorrei sapere quanti siano i testimoni di giustizia.

GIACOMO MANCINI. Signor procuratore, l'emergenza criminalità in Calabria rappresenta, a mio avviso, una grande questione nazionale che, per essere affrontata con possibilità di vittoria, deve necessariamente vedere non soltanto il contributo dei dirigenti eletti in Calabria, ma anche uno stimolo, uno sforzo da parte di tutte le istituzioni democratiche del nostro Paese.
Da questo punto di vista - pur complimentandomi per la sua presenza, per le sue osservazioni e per il suo contributo, come sempre importante - non posso che notare con amarezza il fatto che i commissari qui presenti sono quasi esclusivamente deputati e senatori eletti in Calabria, quasi a dire che è un problema che dobbiamo cercare di risolvere da soli. Ritengo che un messaggio del genere, oltre ad essere sbagliato, sia l'inizio di un percorso non certo costellato di vittorie. Ritengo che la vittoria sia difficile e complessa da ottenere perché l'emergenza Calabria poggia sul combinato disposto di due emergenze.
La prima riguarda la pervasività delle cosche, tema che anche oggi lei ha trattato. Non intendo aggiungere alcunché al suo intervento, ci mancherebbe altro; tuttavia noto come la pervasività delle cosche in Calabria non riguardi solo i territori e le province storicamente più toccati da questa negatività, ma si stia purtroppo allargando. Ad esempio, la zona del cosentino è stata spesso - e giustamente - indicata come un'isola felice, ma oggi tocchiamo con mano che alcune realtà stanno diventando veramente drammatiche. Potrei portarvi l'esempio della città di Cassano allo Ionio dove, da alcune settimane, è tornato in libertà un pericoloso boss del clan dei ROM, Francesco Abbruzzese, detto «Dentuzzo», liberato per decorrenza dei termini della custodia cautelare. La sua presenza in libertà rappresenta


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un problema non soltanto per la situazione di quella importante città, ma per tutto il circondario, e problemi analoghi esistono nella costa tirrenica del cosentino. Inoltre, nella città capoluogo, a Cosenza, è ripresa una presenza dei clan che desta non poca preoccupazione.
Il primo punto quindi, è rappresentato dalla pervasività delle cosche, che si allarga a territori che, fino a poco tempo fa, si ritenevano esclusi, mentre il secondo è l'elevato grado di collusione tra le strutture criminali - le cosche intese dal punto di vista della vecchia mafia, delle vecchie organizzazioni, ma anche con i nuovi strumenti - e i responsabili delle istituzioni democratiche. È questo il grande problema che rende oggi difficile e drammatica la sfida che noi tutti vorremmo che venisse affrontata e vinta.
Lei, signor procuratore, con l'eleganza che contraddistingue non solo i suoi modi ma anche il suo lavoro, ci ha fatto notare, nella parte iniziale della sua esposizione odierna, l'esistenza di oggettive difficoltà da parte della magistratura, inquirente ma non solo: lei stesso ha riferito il difficile funzionamento dell'ufficio dei GIP, soprattutto a Catanzaro e a Reggio Calabria. È evidente che le difficoltà non sono solo queste, perché una delle cause per cui non si pone rimedio alla pervasività delle cosche e alla collusione, così evidente e così drammatica, è il fatto che la magistratura inquirente è scossa da scontri interni, da conflitti dilanianti, da veri e propri verminai, di cui lascio parlare coloro che ne sono coinvolti e sono oggetto di indagine sotto la lente di ingrandimento di un corpo dello Stato che, tuttavia, non merita né credibilità né rispetto e il cui lavoro, per definizione, viene in qualche modo messo in discussione.
Da questo punto di vista solleciterei una sua riflessione meno «elegante» - consentitemi l'espressione - ma volta a capire i problemi esistenti all'interno della magistratura inquirente; le chiedo se, dal suo osservatorio privilegiato, vi sia l'intenzione di tentare di risolvere dei limiti che rallentano l'azione delle forze positive nel difficile tessuto calabrese.
Le chiedo, inoltre, se esista, da parte del suo ufficio e della magistratura inquirente, un monitoraggio della collusione tra istituzioni democratiche, loro rappresentanti e cosche mafiose, tema che, spesso, nelle nostre discussioni non è toccato come prima voce, ma che io ritengo essere centrale; vorrei sapere se vengano monitorati soprattutto quegli aspetti più drammatici - penso ai fondi comunitari - che quotidianamente appaiono essere sempre più il punto dove si concretizza la collusione tra coloro i quali sono chiamati a gestirli per tentare di creare uno sviluppo collettivo e le cosche, la criminalità organizzata, i loro rappresentanti, che vedono invece in quei fondi un utile strumento per allargare i propri interessi e il proprio ambito di influenza. Le chiedo, quindi, se esista da parte dei suoi uffici centrali, degli altri magistrati della procura distrettuale antimafia calabrese, uno studio, un'equipe che monitori l'erogazione di tali fondi. Su questo punto che, leggendo le cronache e osservando quanto accade, risulta essere il vero core business della criminalità, esiste, da parte vostra, uno studio approfondito e meticoloso rispetto alla dinamica dell'erogazione e della gestione di tali strumenti?
Stante il quadro di allarmante collusione, come giudica questi strumenti? Non li cito, tuttavia mi riferisco a quelli che si racchiudono nei vari patti che sono stati stipulati tra diverse istituzioni nazionali e locali nella lotta alla criminalità. C'è, da parte vostra, un giudizio positivo rispetto a tali strumenti, oppure il fatto che essi siano anche stipulati e sottoscritti da rappresentanti di istituzioni che, al proprio interno, presentano una vera e propria collusione evidente, comporta dei limiti nella lotta contro il crimine?
Questi sono i punti in merito ai quali vorrei chiederle chiarimenti, e su cui vorrei sollecitare la sua riflessione, facendole notare che, anche rispetto ai fondi europei - chiedo scusa se faccio un passaggio indietro - non sempre nelle indagini che si svolgono viene fatta presente l'aggravante dell'associazione di tipo mafioso.


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Questo rappresenta per voi un limite, un'anomalia? Come commenta questo elemento ormai evidente e palese?

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Nella mia qualità di coordinatore del comitato enti locali e rapporti con la criminalità organizzata, vorrei farle una richiesta. Immagino che presso le procure distrettuali antimafia esista del materiale utile relativo ai rapporti tra criminalità organizzata e infiltrazione negli enti locali; mi domando se, senza violare naturalmente il segreto istruttorio - quindi senza fornire elementi di conoscenza delle indagini in corso - non si possa segnalare, almeno dal punto di vista generale, magari al prefetto, di mettere in moto anche qualche strumento, come per esempio quello delle commissioni di accesso, su determinati comuni sui quali, magari, ci sono materiali e notizie; oppure se non si possa avviare anche per altro fronte un'indagine amministrativa che possa intervenire sul fenomeno, almeno per quanto riguarda l'azione degli enti locali, che magari rimane inalterata fino al buon esito delle indagini.

COSTANTINO GARRAFFA. Mi scuso per il ritardo. So che il procuratore ha già parlato, in riferimento alle estorsioni, degli anni che trascorrono fra l'arrivo della denuncia, le intercettazioni e il momento in cui i malavitosi vengono assicurati alla giustizia. Non è sicuramente una bella pubblicità, visto che si dice alla gente: «Denunciate, lo Stato è pronto». È giusto comunque che venga detto questo: lo diciamo anche noi, come associazione antiracket. Nei giorni scorsi a Palermo è stata condotta un'operazione che ha portato all'arresto di un presunto estortore, dopo la denuncia di un imprenditore del borgo vecchio. Non è la prima volta che accade una cosa del genere, ma ogni volta viene considerata una specie di novità. La volta precedente, prima che le persone venissero assicurate alla giustizia, sono trascorsi circa tre anni. Solo in questi giorni il commissario Profili, già prefetto di Palermo, ha preso positivamente in considerazione la domanda per il risarcimento previsto per le vittime di questi reati.
Secondo lei cosa si può fare per abbreviare i tempi? È possibile che nelle procure - a Palermo esiste, ma a quanto pare per le ultime operazioni del catenaccio, dell'attack e via dicendo, le immagini erano state viste già tre anni fa e ora sono stati arrestati...

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Chiedo scusa, cosa è previsto nelle procure?

COSTANTINO GARRAFFA. Nelle procure è previsto un pool che si occupi, soprattutto nel sud, dei problemi delle estorsioni. Vi sono magistrati capaci di avviare un processo perché, a mio avviso, conoscono la tematica, altri che stentano perché non hanno la dovuta preparazione per trattare questa materia.
Cosa potremmo fare noi, anche dal punto di vista legislativo, per stringere il più possibile i tempi? Lei sa cosa accade prima dell'incidente probatorio agli imprenditori palermitani che decidono di denunciare: davanti al loro negozio passeggiano gli amici dell'estortore, e poi si presentano, con le intere famiglie, in tribunale. Per evitare questo e per garantire maggiormente gli imprenditori cosa occorrerebbe fare, secondo lei?

GIACOMO MANCINI. Scusi, presidente, vorrei porre solo un altro quesito al procuratore: rispetto al tema toccato in merito al racket e all'usura, il legislatore ha previsto lo stanziamento di alcuni fondi che vengono erogati a coloro che collaborano. Procuratore, lei ha contezza del buon funzionamento di questa legislazione, oppure sono stati rintracciati degli errori o dei sistemi distorti, tali da non seguire la ratio del provvedimento adottato?

GIUSEPPE LUMIA. Mi scusi, presidente, se riprendo la parola, ma vorrei avanzare una richiesta. La procura nazionale antimafia ci può fornire dei rapporti sul coinvolgimento di uomini delle istituzioni


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con la 'ndrangheta, sia quelli di rilevanza penale, sia quelli che non ne hanno ma che testimoniano dei contatti consapevoli e ripetuti tra uomini delle istituzioni e uomini della 'ndrangheta? Chiedo se sia possibile un rapporto articolato per rappresentanti della politica e dell'apparato dello Stato, in senso lato, sul piano giudiziario e del mondo delle imprese economiche.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola al procuratore, vorrei porre solo alcune questioni. Innanzitutto, vorrei tornare sul divario tra le richieste e i provvedimenti dei GIP. Il suo ufficio si è posto l'esigenza di accertarne le ragioni (richieste mal formulate, l'imbuto provocato dall'attuale sistema o altro)? Credo che uno degli elementi della missione della Direzione nazionale sia di verificare l'efficacia dell'azione investigativa e dell'azione repressiva. Questo sarebbe un elemento di valutazione interessante per noi.
Vorrei inoltre conoscere il suo parere sull'inamovibilità di alcune direzioni in alcuni uffici giudiziari, e sapere se, secondo lei, in contesti ambientali piccoli (città medie, che non superano i centomila abitanti), questo ponga un problema di autonomia degli uffici, delle funzioni dirigenti, della stessa magistratura; mi riferisco a magistrati che, cambiando di ruolo, rimangono nella stessa città e nello stesso ufficio per decenni, in contesti nei quali l'ambiente non muta. Questo problema riguarda la magistratura così come gli apparati investigativi, le forze di polizia operanti sul territorio. In contesti a forte egemonia di presenza mafiosa, anche nel rapporto con la società, con l'economia e con i ceti dirigenti in senso ampio, questo è un problema oppure no?
Le risulta che gli uffici giudiziari siano dotati di strutture ormai preposte esclusivamente alle misure di prevenzione patrimoniale? Si stanno riorganizzando molti uffici in questo senso, e vorrei sapere se in Calabria ci sia o meno un input del genere.
Sulla base delle sue conoscenze, delle inchieste e delle attività svolte, qual è livello di pervasività della 'ndrangheta fuori dalla Calabria, sul territorio nazionale? Mi riferisco agli insediamenti al nord, soprattutto in Lombardia. Abbiamo visto le ultime operazioni effettuate anche tra Civitavecchia e la riviera laziale, il lavoro svolto da magistrati come De Ficchy, la pervasività, la presenza e la forza della 'ndrangheta al nord. Ho visto anche l'ultima inchiesta sul mercato agroalimentare di Milano. Si è insistito molto sul ruolo internazionale della 'ndrangheta, ma sarebbe interessante capire il peso che questa organizzazione criminale ha assunto nel nord.
Quanto, poi, al traffico degli stupefacenti, il prefetto De Sena ci ha fornito una «quantificazione» del ruolo della 'ndrangheta in materia, partendo dalla quantità di droga sequestrata, sostenendo che sia possibile fare una proiezione in base al dato certo dei sequestri effettuati in tonnellate. Poiché nei convegni si parla sempre del ruolo della 'ndrangheta come principale organizzazione, anche sul piano internazionale, nella gestione del traffico e, soprattutto, delle porte di accesso della cocaina, in particolare quella sudamericana, è possibile avere un quadro più preciso in merito e una quantificazione dalla forza economica che la 'ndrangheta riesce a muovere?
Abbiamo parlato molto della gestione dei flussi, del livello di controllo dei flussi economico-finanziari, dei finanziamenti europei, della legge n. 488. Sul sistema degli appalti in Calabria, anche rispetto alle ultime questioni ora sollevate dall'onorevole Lumia in merito ai settori deviati della politica e della pubblica amministrazione, che ruolo gioca la 'ndrangheta nel livello di pervasività all'interno del sistema economico e imprenditoriale?
Infine, una domanda sul porto di Gioia Tauro: esiste un monitoraggio effettivo di quanto avviene dentro e attorno a quel porto, a livello sia di penetrazione delle cosche nel porto e in quell'area, sia di trasparenza dei traffici e delle attività legate al porto? Del resto, se il Governo ha avvertito l'esigenza di nominare commissario del porto di Gioia Tauro una figura


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come il generale Mori significa che si individua in quell'area un punto di sensibilità, non solo per le potenzialità di relazioni commerciali ed economiche nell'intero sistema dei trasporti del Mediterraneo, ma anche per il livello di potenziale penetrazione e inquinamento dell'area del porto.
Ho voluto aggiungere queste domande: forse non avrei dovuto, perché il presidente deve dare solo la parola, ma stimolato dalle questioni poste dai commissari e da questa mia doppia appartenenza calabro-sicula non me la sono sentita di non porre alcune questioni di approfondimento.
Procuratore, se lei vuole possiamo procedere con una prima tranche di risposte, quelle che può fornirci sin da ora senza il supporto di ulteriori elementi, rimandando le altre ad una prossima seduta. In alternativa potrebbe farci pervenire una risposta complessiva per iscritto.
L'ufficio di presidenza oggi metterà in calendario, per la metà di luglio, la missione in Calabria, e sicuramente i commissari vorranno conoscere gli elementi sui quali hanno posto le domande prima di tale missione.
Forse la cosa più utile è che lei torni nuovamente in questa sede, oppure potrebbe inviare un approfondimento scritto; magari potrebbe fare entrambe le cose, un approfondimento scritto e una sintesi verbale. Se procediamo in questo modo, è inutile cominciare a dare risposte parziali ai quesiti posti da ognuno di noi.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor presidente, mi scuso se intervengo dopo le sue precisazioni; tuttavia lei sa, come già le avevo preannunciato nella telefonata intercorsa tra di noi, che volevamo cogliere l'opportunità di avere alcune informazioni inerenti agli ultimi omicidi verificatisi a Palermo e a Catania. Chiederei al procuratore di darci, la prossima volta, alcune indicazioni a tal riguardo.

PRESIDENTE. Considerato che intendiamo rinviare la risposta complessiva sulle questioni relative alla Calabria ad una data che concorderemo immediatamente, inviterei il procuratore Grasso ad esporci le sue valutazioni su quanto sta avvenendo in Sicilia, utilizzando il tempo ancora a nostra disposizione.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. È chiaro che le valutazioni che si danno sono sempre da prendere sullo stato delle indagini e sullo stato degli atti.
Sono sempre stato restio a formulare ipotesi che possano poi essere smentite dall'acquisizione di un qualche dato; preferisco costruire analisi e ipotesi su dati certi, dai quali partire per poi dedurre determinate situazioni. Tuttavia, ci sono delle cose talmente chiare ed evidenti nella situazione di Cosa nostra per cui si può tentare di fare un'analisi anche sulla scorta dei semplici fatti di cui siamo a conoscenza.
È indubbio che la cattura di Bernardo Provenzano, avvenuta l'11 aprile 2006, ha creato problemi all'interno dell'organizzazione di Cosa nostra in Sicilia. In realtà, se valutiamo attentamente gli atti delle indagini, notiamo che questi problemi risalgono a tempi più lontani, tanto è vero che Provenzano già cercava di mediare e frenare questa situazione. L'abbiamo anche percepito dalle intercettazioni effettuate nel corso dell'indagine «Gotha», dove si percepiva palpitante ed attuale uno scontro che stava per verificarsi fra due fazioni assolutamente spaccate all'interno della città di Palermo e, quindi, fra le stesse famiglie palermitane.
L'operazione, di poco successiva alla cattura di Provenzano, oltre ad aver avuto il vantaggio di arrestare tanti capi mandamenti o famiglie in piena operatività, ha avuto anche il merito di bloccare sul nascere qualsiasi possibilità di scontro esteso fra famiglie mafiose palermitane. Purtroppo, avendo arrestato soltanto una parte dei mafiosi - ossia quelli sotto indagine - ed essendocene altri che restano tuttora diretti da latitanti, si è evitato un evento più esteso, ovvero un vero e proprio scontro armato, ma non si sono


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potute evitare, evidentemente - e lo dimostrano i fatti - talune «operazioni chirurgiche» di assestamento, derivanti proprio dal fatto che, ad esempio, l'uomo che è stato ucciso, Nicolò Ingarao, era stato officiato, anche al di fuori delle regole formali, da uno dei capi mandamento arrestati, già facente parte della vecchia commissione, di prendere in mano le redini, soprattutto per le estorsioni, di alcuni territori della città di Palermo.

COSTANTINO GARRAFFA. Perché era libero Ingarao?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Ci sono dei latitanti piuttosto importanti, nel processo «Gotha», che possono correre anche dei pericoli di vita, ma è impensabile fare loro degli appelli per convincerli a consegnarsi in modo da risparmiarsi la vita. Ancora non siamo arrivati a queste forme di «pubblicità».
Ingarao era stato arrestato durante l'operazione «Gotha»; tuttavia, un'istanza difensiva aveva rappresentato il fatto che si era trattato di un mandato di cattura a catena e che Ingarao era stato precedentemente condannato per associazione mafiosa; ebbene, ci sono stati dei giudici, che sono stati investiti della questione, che hanno valutato questi elementi - in possesso della procura in periodi antecedenti rispetto all'attualità, e messi insieme proprio per dare elementi di riscontro rispetto a quella telefonata intercettata che gli dava l'operatività - decidendo che si trattava di un mandato di cattura a catena, secondo una giurisprudenza della Corte di cassazione, che è preminente, e questa valutazione ha portato alla scarcerazione di Ingarao.

COSTANTINO GARRAFFA. E di altri.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. E anche di altri.
Questa è la situazione; forse, ai tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino questi problemi dei mandati di cattura a catena non c'erano. Adesso ci siamo posti tutti questi problemi garantistici per un grave problema per l'ordine pubblico; tuttavia, le garanzie che nascono dal regime di incompatibilità per i giudici, dal regime di mandati di cattura a catena - tutte valutazioni, sotto il profilo garantistico, assolutamente ineccepibili - comportano queste conseguenze.
Allo stesso modo, ad esempio, il patteggiamento in corte d'appello evita soltanto la scrittura di una motivazione di una sentenza d'appello; ma qual è il vantaggio per la giustizia? Vorrei capire perché sia stata inserita una norma del genere, della quale non è stata assolutamente evitata l'applicazione ai contesti delle associazioni mafiose e ai mafiosi. Ho voluto effettuare un monitoraggio sull'articolo 599, comma 4, del codice di procedura penale; ebbene, tante procure generali non mi hanno nemmeno saputo fornire i dati. Si trattava di un fenomeno talmente fuori dal controllo dei procuratori generali che ogni singolo sostituto procuratore patteggiava le pene con ulteriori sconti, anche per reati piuttosto gravi. Non si può recriminare che non ci siano più collaboratori di giustizia quando le norme ordinarie consentono sconti tali da non rendere più convenienti i benefici penitenziari della collaborazione; si ha infatti un'attenuante per cui si sconta solo un quarto della pena in carcere ma, se facciamo i conti, tra rito abbreviato, impugnazione del rito abbreviato e patteggiamento allargato in sede di appello, una persona che dovrebbe essere condannata per traffico di stupefacenti a ventiquattro anni di reclusione ne sconta solo otto, molti meno di quanti ne avrebbe presi se avesse collaborato. È chiaro che, avvalendoci di questi sistemi e queste norme, la collaborazione non è più conveniente. Pertanto, prima di chiederci «perché non si risolvono i problemi della criminalità» dobbiamo farci un esame di coscienza su quali siano le norme che devono contrastare la criminalità organizzata.
Una delle prime domande che mi sono state rivolte è cosa fa la DNA, e perché non interviene. Io non voglio anticipare la risposta, che sarà data relativamente alla


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domanda del senatore Tassone. Quante volte è stato richiesto dalla DNA e dalla procura nazionale di avere maggiori poteri per un contrasto più efficace alla criminalità organizzata? Quante volte sono stati negati? Ci sono relazioni della Commissione parlamentare antimafia predisposte negli anni (le potete riscontrare), ci sono decreti legislativi, ci sono progetti di legge, approvati da una Camera ma non dall'altra, con cui si richiedevano e si ottenevano maggiori poteri per le procure distrettuali antimafia per cercare di influenzare un po' di più l'attività di contrasto alla criminalità organizzata, ma non si è mai giunti ad alcun risultato.
Anche nelle ultime leggi, che hanno dato alle direzioni distrettuali antimafia il potere delle misure di prevenzione patrimoniale, ad esempio nel caso di reato transnazionale, il legislatore non ha voluto concedere lo stesso potere alla procura nazionale neppure nei casi di reati transnazionali. Se questa è la volontà politica, e se ad essa non si contrappongono progetti che cerchino di risolvere i problemi di contrasto alla criminalità organizzata - e ce ne sono tanti giacenti, molti a firma di deputati presenti - noi dobbiamo andare avanti così. Giustamente qualcuno mi ha chiesto: «Ma con i mezzi che abbiamo, non potendo contare su alcuna riforma legislativa, cosa possiamo fare?». Ebbene: si può fare ben poco, anche perché i mezzi giuridici sono quelli che sono, e li conosciamo, anche se chiediamo sempre ulteriori strumenti per contrastare. Abbiamo una certa esperienza in materia: all'estero siamo la massima autorità competente, e potremmo fare molto di più, ma siamo bloccati dalla mancanza di riforme legislative in merito.
Non ho parlato dei mezzi materiali perché non è il caso di fare, ogni volta, il «pianto greco» sulla loro inadeguatezza; stendo, però, un velo pietoso sugli altri problemi e sui modi con cui i magistrati e la Polizia giudiziaria devono agire in questi territori.
I punti di riferimento delle organizzazioni criminali sono molto più forti di quelli dello Stato: purtroppo la realtà è questa, e spero di poterla illustrare molto più approfonditamente nella prossima audizione.

PRESIDENTE. Ringrazio il procuratore Grasso. Concorderemo con gli Uffici la data della seduta dedicata alle risposte, da effettuare se possibile entro la fine del mese.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 12.15.

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