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Seduta del 26/6/2007


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Seguito dell'audizione del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito dell'audizione del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, sulla tematica della 'ndrangheta e, più in generale, sulla situazione della criminalità organizzata in Calabria.
Ricordo che la seduta è pubblica, fermo restando che la Commissione può decidere di riunirsi in seduta segreta tutte le volte che lo ritenga opportuno. A tal fine invito il procuratore a segnalare eventuali esigenze di riservatezza.
I commissari hanno sottoposto al procuratore numerosi quesiti ai quali oggi risponderà, in modo da avere il quadro completo e conclusivo dell'audizione.
Prima di dare la parola al procuratore, desidero rivolgere i migliori auguri al funzionario responsabile della nostra Commissione, dottor Comparone, assente perché ieri è nata sua figlia, Maria Sofia, a nome mio e dell'intera Commissione, della quale credo di poter interpretare i sentimenti.
Do la parola al procuratore Grasso.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Signor presidente, inizio subito a rispondere alle domande, alcune delle quali sono state poste sullo stesso tema da più commissari e, quindi, ad esse risponderò unitariamente. Mi sembra che il tema principale, oggetto del maggior numero di quesiti, attenga alla relazione sullo stato degli atti relativi all'omicidio Fortugno, e pertanto la mia esposizione prenderà le mosse proprio dall'analisi di tale evento.
Per aggiornare gli atti della Commissione, anche se si tratta di notizie risapute, ricordo che l'11 luglio la Corte d'assise di Locri inizierà il dibattimento relativo ad una prima tranche delle indagini del procedimento a carico degli imputati che sono stati rinviati a giudizio. A tale proposito, la Corte di cassazione, con sentenza del 30 maggio 2007, ha rigettato il ricorso proposto dagli imputati Alessandro e Giuseppe Marcianò avverso l'ordinanza del tribunale del riesame che aveva confermato i provvedimenti restrittivi emessi a carico dei predetti in relazione al fatto omicidiale.
Ritengo opportuno aggiungere che, in data 31 maggio 2007, il GIP presso il tribunale di Reggio Calabria ha disposto, in favore di Novella Domenico, la sostituzione della misura della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari nella località indicata dal servizio centrale di protezione, limitatamente ai fatti per i quali lo stesso collaboratore, in data 29 marzo 2007, ha riportato sentenza di condanna all'esito di un giudizio abbreviato (per la cronaca, la DNA ha espresso parere contrario su tale istanza, mentre il giudice ha deciso in senso difforme). In data 7 giugno 2007 il GUP ha quindi definito, con giudizio abbreviato, il procedimento penale a carico di Novella Domenico, con concessione allo stesso dell'attenuante di


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cui all'articolo 8 del decreto legislativo n. 151 del 1991, in ragione dell'importanza della collaborazione prestata, e lo ha condannato alla pena di anni tredici e mesi quattro di reclusione. Per tale episodio, dunque, il Novella è tuttora detenuto, anche se agli arresti domiciliari.
Nella stessa occasione è stato definito il giudizio a carico dell'altro collaboratore di giustizia, Piccolo Bruno, con una condanna alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione. Nell'ambito dell'indagine «bis» che è in corso (le indagini sull'omicidio Fortugno, infatti, non sono terminate), la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha proceduto, a decorrere dal 26 ottobre 2006, all'escussione di alcuni politici - il consigliere Giuseppe Bova, presidente del consiglio regionale calabrese, Loris Lo Moro, assessore regionale alla sanità, Agazio Loiero, presidente della giunta regionale calabrese, e la parlamentare Angela Napoli - per cercare di raccogliere il più possibile informazioni sui contesti nei quali potrebbe essersi verificato il delitto Fortugno. Le indagini, comunque, sotto questo profilo proseguono.
Con ordinanza del 2 aprile 2007 il GIP, nell'ambito delle indagini svolte sulla gestione dell'ASL di Locri, ha emesso ordinanza di custodia in carcere nei confronti di Turano Angelo, Turano Filippo e Marchese Maurizio ed ha erogato la misura degli arresti domiciliari per Scopelliti Antonio, Milasi Antonio e Martelli Giuseppe, disponendo, al contempo, il sequestro preventivo delle quote sociali e dei compendi aziendali della società Attimed e Ti.Medical. Nell'ambito della medesima indagine sono stati approfonditi anche altri aspetti amministrativi e sono in corso ulteriori investigazioni da parte dell'ufficio della procura sulla gestione dell'ASL di Locri e sulle infiltrazioni della criminalità organizzata, anche sulla scorta dei fatti rilevati dalla commissione d'accesso del Ministero dell'interno.
Va registrato che vi sono stati numerosi atti di intimidazione in danno dell'onorevole Laganà, l'ultimo dei quali è accaduto alcuni giorni or sono; ormai è un fatto di cronaca, ma lo dico per completezza di esposizione. In relazione a una serie di precedenti gravi episodi intimidatori, proprio sotto questo profilo, la procura della Repubblica di Reggio Calabria ha disposto il fermo, convalidato in data 23 dicembre 2006 con un provvedimento di custodia cautelare, di Chiefari Francesco, residente in Roccella Jonica e indagato per una serie di delitti che vanno dalla detenzione di materiale esplodente ad attentati per il delitto di cui all'articolo 422 del codice penale, aggravato ai sensi dell'articolo 7 dello stesso codice, ossia per avere compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità, in concorso con soggetti allo stato non identificati, collocando un ordigno esplosivo contenuto in un cilindro di plastica, unitamente a polvere da sparo, in un cestino dei rifiuti posto all'ingresso della direzione sanitaria (tralascio in questa sede i particolari).
Ho voluto far riferimento a tale episodio perché tanto ha colpito l'opinione pubblica, soprattutto per la provenienza dell'attività delittuosa; ma vi sono altri reati che vengono allo stato contestati e la gravità delle contestazioni riguarda anche il quadro dei collegamenti dell'indagato Chiefari, ex poliziotto, con settori della criminalità organizzata ed altri ambienti, che possono lasciare intendere l'esistenza di una sorta di strategia intimidatrice riguardante gli stretti congiunti del defunto onorevole Fortugno e, in particolare, il dottor Domenico Fortugno.
Per completare il quadro, in questo contesto vanno menzionate le gravi intimidazioni rivolte all'onorevole Intrieri, parlamentare della Repubblica, il 12 gennaio 2007, che hanno avuto un'eco notevole anche sulla stampa locale. Il fatto è noto: l'onorevole Intrieri ha ricevuto un inquietante messaggio di minaccia, «la mafia ti ucciderà», recapitato con un proiettile tramite posta. Intorno a tale episodio si sono registrati vari commenti, anche dal punto di vista politico; il sottosegretario Li Gotti, ad esempio, ha ipotizzato di ravvisare nel fatto gli estremi di un attentato a organi costituzionali - le assemblee regionali - e minacce al corpo


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politico-amministrativo, attuate da un'associazione con finalità sovversive. Credo che il sottosegretario abbia ritenuto di definire in questi termini l'episodio proprio per mettere in risalto la grave situazione in cui la regione Calabria si trova sotto il profilo delle intimidazioni. Delle intimidazioni rivolte a rappresentanti politici, amministratori e ad altri soggetti tornerò a parlare, con dati aggiornati, come mi è stato richiesto.
Per completare la disamina, che tiene conto delle vostre domande, aggiungo che l'attività di coordinamento investigativo, svolta dalla procura nazionale antimafia attraverso numerose riunioni, e riguardante soprattutto le connessioni tra le investigazioni svolte a Catanzaro dal sostituto procuratore De Magistris in materia di sanità e quelle di Locri e di Reggio Calabria, afferenti più in generale al contesto causale entro il quale poteva essere maturata la decisione di uccidere l'onorevole Fortugno, è rimasta priva di risultati investigativi. Si tratta, del resto, di uno scenario investigativo molto ampio, che va allargato e considerato nell'ambito dei fatti più recenti che hanno riguardato la politica regionale calabrese. Allo stato l'unico dato acquisito presso il tribunale di Locri - ne è apparsa notizia anche sui giornali, quindi è inutile tenerlo segreto - è che il procedimento penale a carico dell'ex assessore regionale alla sanità, dottor Giovanni Filocamo, scaturito proprio sulla scorta delle denunce presentate a quella procura della Repubblica dal defunto onorevole Fortugno, che si era snodato attraverso una richiesta di archiviazione rigettata dal GIP di quell'ufficio ex articolo 409 del codice di procedura penale, ha visto successivamente il GIP rimettere gli atti alla procura e quest'ultima, a sua volta, trasmetterli, per connessione, alla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, dove attualmente si trovano.
Per quanto riguarda l'attività della DNA, dato che, sotto un certo profilo, è stata messa in risalto quasi un'omissione nell'utilizzo dell'istituto dell'applicazione di magistrati alle indagini, devo affermare, come ho già fatto nel corso della precedente audizione, che i poteri di applicazione risultano in capo al procuratore nazionale antimafia, che però, sinora, li ha svolti sempre con il consenso del procuratore titolare delle indagini presso cui il magistrato della DNA viene applicato. Certamente tale consenso non è richiesto, però bisogna considerare che nel momento in cui un magistrato, anche della DNA, viene applicato a un'indagine di un ufficio giudiziario assume una nuova qualifica, ossia quella di magistrato che, per quanto concerne le indagini, è sottoposto alla vigilanza e al controllo del procuratore distrettuale antimafia. Le considerazioni dianzi accennate non appaiono condivisibili, tanto più che dal nostro punto di vista si è continuato a seguire pedissequamente, atto per atto, tutte le indagini e non solo sono state svolte le attività di coordinamento prima illustrate, ma addirittura sono intervenuti atti di impulso investigativi, scaturiti a seguito di colloqui investigativi effettuati in base alle competenze specifiche della procura nazionale antimafia. L'esito di tali colloqui è stato quindi trasmesso come atto d'impulso alla DDA di Reggio Calabria. Solo in caso di inerzia si può ipotizzare di impartire direttive specifiche e, qualora queste non vengano seguite, si può eventualmente procedere ad una avocazione; così è strutturato il potere del procuratore nazionale antimafia. Naturalmente vi è una piena disponibilità a disporre di un potere di avocazione allargato, almeno quanto quello dei procuratori generali della Repubblica che ne sono titolari nel caso di archiviazione degli atti, ma nemmeno sotto questo profilo la procura nazionale ha il potere di avocazione. Sui quesiti, formulati anche dall'onorevole Tassone, con riferimento ai poteri della procura nazionale e alle maggiori prerogative e competenze che essa potrebbe avere per svolgere un ruolo più incisivo, soprattutto in casi come questi, tornerò successivamente.
Per quanto riguarda l'omicidio Fortugno, credo che il panorama sia quello che ho delineato; indubbiamente la consapevolezza e l'intuizione dell'esistenza di collegamenti tra il fatto delittuoso e contesti diversi non costituiscono, da soli, elementi sufficienti per proseguire nell'azione o comunque


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per dare immediati risultati. È notorio, infatti, che il nostro sistema richiede la sussistenza di indizi gravi e di prove per poter procedere sotto il profilo dell'accertamento delle causali, dei moventi e, quindi, dei mandanti.
Le indagini sono ancora in corso e, come è stato ribadito più volte, quelle penali incontrano dei limiti costituzionalmente garantiti; forse il contesto politico può essere analizzato, senza tirar fuori risvolti di responsabilità penale, proprio da una Commissione parlamentare come questa, che potrebbe indagare anche per far luce su aspetti che non sono tali da determinare refluenze penali, ma che possono costituire elementi utili alla ricostruzione di un contesto politico e ambientale che può aiutare lo sviluppo delle indagini, soprattutto se la ricostruzione viene fatta dallo stesso organismo parlamentare e, quindi, senza esporre i magistrati all'accusa, come spesso avviene, di esorbitare dagli ambiti di competenza o di strumentalizzare le indagini per favorire o colpire questa o quella fazione politica o il singolo politico.
Certamente si può condividere la definizione data da un sostituto della mia DNA, quella di un omicidio strategico preventivo, come intuizione e come opinione su di un contesto su cui si è indagato, ma da questo poi a dimostrare moventi e mandanti esterni rispetto a chi ha materialmente compiuto tali fatti il passo non è breve. Anche il fatto di riunire in un unico contesto fatti oggettivamente intimidatori come il tentato omicidio dell'onorevole Zavettieri, le ripetute minacce al presidente Loiero, l'omicidio Fortugno, le ulteriori intimidazioni all'onorevole Laganà e alla sua famiglia, deve essere oggetto di un'attenta valutazione. Allo stesso modo, noi possiamo esprimere i nostri pareri sui collaboratori di giustizia, ma poi il giudizio finale non possono che darlo i giudici, non possiamo che registrare queste valutazioni e offrire i contributi che possiamo.
Effettivamente, per rispondere ad una domanda dell'onorevole Lumia, è stata realizzata un'indagine nelle carceri ed esiste un'informativa su eventuali elementi che possono essere stati raccolti, al momento dei fatti o successivamente, nell'ambito dei circuiti penitenziari. Naturalmente questa indagine è solo di supporto ad altri dati concreti per procedere in questo senso. Questo è il quadro generale per quanto attiene all'omicidio Fortugno. Prima di concludere sull'argomento, chiedo se vi siano altre domande.

GIUSEPPE LUMIA. Procuratore, lei ci ha informato sulla sequenza degli eventi: denuncia dell'onorevole Fortugno, assegnazione alla procura di Locri e poi vari passaggi che oggi portano quelle denunce in capo alla DDA di Reggio Calabria. Vorrei sapere se quei dati siano stati valutati dalla DNA e da lei e, al di là della rilevanza procedimentale, quale sia il vostro giudizio, a prescindere dall'utilizzo di quelle denunce in sede processuale, che in questo caso sarà compito della DDA valutare. Vorrei inoltre sapere se sia in atto, in ordine ai collaboratori di giustizia, un'attività da parte vostra, attraverso colloqui investigativi, per fare in modo che questa collaborazione sia piena, in grado di dare il contributo più ampio possibile per far luce sull'omicidio Fortugno, sull'organizzazione delle cosche e sui rapporti che, eventualmente, quelle cosche abbiano potuto intrecciare.
Infine, riguardo alle attività di intimidazione, accanto alle valutazioni di tipo indiziario, sarebbe interessante per il lavoro della Commissione approfondire il contesto nel quale le stesse sono state espresse.

PRESIDENTE. Ha chiesto la parola l'onorevole Napoli, ma vi inviterei a non riaprire il dibattito, in quanto abbiamo già posto le domande e il procuratore sta dando le risposte.

ANGELA NAPOLI. Non intendo riaprire il dibattito, però c'è una questione, tra le risposte del procuratore, sulla quale gradirei maggiore chiarezza.
Signor procuratore, lei ha detto che, per quanto riguarda il movente politico dell'omicidio Fortugno, questa Commissione dovrebbe farsi parte attiva per scoprirlo,


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quasi giustificando - le pongo la domanda, poi il commento è tutto mio - l'inadempienza in tal senso da parte della magistratura in quanto la stessa non si muoverebbe per paura di essere soggetta a coinvolgimenti politici...

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. No, non mi faccia dire cose che non ho detto, per carità! Io non ho assolutamente detto questo.

ANGELA NAPOLI. Così ho capito. Le chiedo di spiegare meglio, perché l'interpretazione che viene data...

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Io non ho assolutamente detto quello che lei mi attribuisce; ho detto soltanto che l'indagine penale ha dei limiti, e tutti lo sappiamo. Si può arrivare fino ad un certo punto. Ho detto che l'indagine si è svolta anche nel contesto dell'audizione di personaggi politici che possono fornire alla magistratura, non solo all'opinione pubblica e alla stampa, tutti quegli elementi che ritengono che possano essere di impulso alle indagini, per poter poi mettere i magistrati sulla strada per approfondire le indagini stesse. Per indagare in un contesto socio-economico-politico occorrono certamente persone che conoscano quel contesto, che possano fornire gli elementi, gli spunti da approfondire, su cui indagare. Certamente i collaboratori di giustizia, con tutta la completezza che possiamo richiedere a quelli che fanno parte di questa indagine, non mi pare siano ad un livello tale da poter neanche percepire il contesto, figuriamoci quindi se possano riferirlo. D'altra parte, come si fa a trovare prove ed elementi in un tale contesto, se non attraverso dichiarazioni e testimonianze? Documentazioni non ce ne sono; le intercettazioni che sono state fatte sono state utilizzate, anzi, attraverso l'attività di coordinamento, sono state messe insieme intercettazioni fatte per altre indagini e poi sono state utilizzate per l'indagine in corso. Questo è tutto quello che si poteva fare sotto questo profilo. Per passare a più alti livelli di indagine, così come lei richiedeva, penso che gli elementi si possano e si debbano cercare e trovare là dove ci siano i contesti da indagare.
Questo è il mio discorso. Non ho assolutamente parlato di alcun timore nei confronti della politica da parte di magistrati; è assolutamente lontana da me qualsiasi intenzione anche solo di accennare a qualcosa del genere. Io affermo che qualsiasi indagine trova dei limiti oltre i quali non si può andare; non dobbiamo fare la storia d'Italia per rintracciare tutte le indagini, le stragi o gli omicidi eccellenti che dopo tanti anni non sono stati ancora scoperti. Ciò è accaduto proprio perché sono ad un livello tale che le indagini comuni, attraverso mezzi e strumenti comuni, ad un certo punto si fermano. Occorre la volontà, da parte di certi ambienti, di fare trasparenza e chiarezza completa su tutto. Solo in quel caso la magistratura avrà l'indirizzo giusto per capire bene che cosa possa essere successo, quali siano i moventi ed eventualmente i mandanti. Questo intendevo dire e questo ribadisco. Niente di più.
Per quanto riguarda la domanda sulla ASL n. 8 di Vibo Valentia, gli atti saranno trasmessi alla DDA di Catanzaro quando emergeranno chiari riferimenti a contesti mafiosi; rimarranno alla procura ordinaria, naturalmente, tutti i reati di natura amministrativa che emergano dall'accesso all'azienda stessa.
Per quanto riguarda l'emergenza rifiuti in Calabria, ci sono stati procedimenti in ordine ad un vero e proprio traffico di rifiuti nell'ambito delle indagini su due distinte cosche mafiose, quella Libri e quella Imerti, in accordo tra loro nella gestione degli appalti relativi allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani attraverso estorsioni, turbative dei pubblici incanti, truffe, corruzione relativamente all'intero territorio regionale, ma con specifico riguardo ai comuni di Motta San Giovanni (cosca Libri), e Fiumara di Muro (cosca Inerti). Si tratta di un procedimento per il quale sono state richieste anche misure cautelari e, di particolare interesse per l'indagine, anche se il processo si trova già


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in fase dibattimentale, è la presenza tra gli indagati di imprenditori veneti, piemontesi e campani coinvolti perché intestatari di società colluse con le cosche citate (aspetto quest'ultimo molto comune e diffuso).
Riguardo alle infiltrazioni mafiose in agricoltura, l'indagine più recente e significativa in materia è quella a carico di esponenti della cosca Iamonte di Melito di Porto Salvo, per l'esattezza Iamonte Antonino più 26, tutti indagati in ordine a reati di cui all'articolo 416-bis, tutta una serie di reati aggravati dall'articolo 7 della legge n. 203 del 1991, vale a dire con l'aggravante di reati di mafia; nei confronti di 15 di questi indagati sono state emesse ordinanze di misura cautelare in carcere, per altri 8 misure cautelari alternative e per 13 misure interdittive. Inoltre, vi è stato il sequestro preventivo di 8 aziende. Tuttavia, l'elemento che ha fatto emergere un pericolo diffuso è l'assoluta «anestesia» morale di queste cosche mafiose nei confronti della salute pubblica, perché macellare animali infetti senza pensare ai possibili danni ai cittadini o ricavare formaggi dal latte degli stessi animali è qualcosa di veramente criminale, e sappiamo bene che danno ne può derivare. Questi sono ulteriori elementi che dimostrano la pericolosità delle cosche mafiose - che non va sottovalutata - che pur di avere un profitto non si fanno scrupolo di mettere a repentaglio la salute pubblica.
Un'altra importante operazione in materia di truffe comunitarie in agricoltura è stata compiuta dalla procura della repubblica di Palmi a carico di ben 472 persone fisiche e 83 persone giuridiche indagate per reati di falso in atto pubblico, truffa aggravata, associazione a delinquere e corruzione. Nel corso dell'indagine il GIP del tribunale di Palmi emetteva misura cautelare nei confronti di 68 indagati, con custodia cautelare in carcere per 38, detenzione domiciliare per altri 30, sequestro di decine di terreni agricoli, misure interdittive nei confronti di 42 società. Nel corso di quelle indagini, si sottolineava la strabiliante facilità, dimestichezza e arroganza mostrata dai privati nel creare dal nulla, nel breve volgere di pochi anni, aziende prive di qualsivoglia contenuto, nel modificare e riciclare la struttura delle stesse, una sorta di continua clonazione societaria illecita, usando una vasta gamma di strumenti illegali, unita all'imbarazzante e inquietante sistema di cointeressenze illecite fra alti rappresentanti del settore pubblico e privati, che ha dato vita ad una struttura delinquenziale organizzata ben oleata nei punti nodali, nei modi e nei tempi, con una rilevante serie di truffe e di falsi.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Posso chiederle il periodo in cui si è svolta questa indagine?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. L'ordinanza è del 12 aprile 2007, quindi è recente.
Inoltre, sono state svolte parecchie indagini in materia di infiltrazione mafiosa nel settore dei finanziamenti di cui alla legge n. 488 del 1992. Numerose indagini sono ancora in corso e con la Guardia di finanza abbiamo capovolto il metodo: anziché aspettare la notizia di reato, ce la siamo andata a cercare, controllando tutte le imprese che hanno ricevuto finanziamenti in Calabria e poi individuando, con un sistema informatico messo appositamente a punto, quelle con soggetti sospetti su cui approfondire le indagini. Capovolgendo il modo di indagare si spera in risultati positivi per scoprire il più possibile questo fenomeno, molto diffuso in Calabria come in altre regioni del sud.
Un'indagine che va segnalata in proposito è quella relativa alla cosca di Crea Teodoro di Gioia Tauro, là dove si erano create delle aziende assolutamente vuote per le quali erano poi stati richiesti contributi; tali contributi, senza compiere alcuna delle attività per le quali erano stati erogati, sono stati poi gestiti dalla ditta Kartek, con sede in Rizziconi, operante nel settore cartiero. Hanno ottenuto i finanziamenti previsti dalla legge n. 488 pari a euro 5.304.885, dei quali, quelli effettivamente erogati, furono 2.703.512, essendo stato il resto, fortunatamente, bloccato in relazione all'indagine. Perché, per bloccare


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tali finanziamenti, è necessario arrivare alle indagini e non ci sono, invece, a monte, i controlli amministrativi per evitarli? Perché deve essere sempre la magistratura a fare quest'opera di supplenza sul piano amministrativo? Queste truffe infatti si potrebbero evitare se ci fossero dei controlli amministrativi; sarebbe bastato un sopralluogo per accertare che l'attività per la quale il denaro era stato concesso non era stata completamente realizzata. Eppure non si fanno controlli, e sembra quasi che esista un sistema di accordi, quelle famose interessenze di cui ha parlato il prefetto De Sena, tra privati e le istituzioni pubbliche, da un lato, e con la 'ndrangheta, dall'altro, che poi inducono lo stesso prefetto ad affermare che un cittadino calabrese su due ha cointeressenze, cioè ha interesse affinché questo sistema sia mantenuto. Bisogna quindi agire soprattutto sul piano della bonifica amministrativa, anche sotto questi aspetti.

ANIELLO PALUMBO. Riguardo al finanziamento previsto dalla legge n. 488, quest'ispezione era richiesta per il finanziamento oppure no? Lei si riferisce ad un deficit della normativa o ad un deficit del controllo amministrativo?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. No, non occorre una normativa per eseguire un controllo, in quanto esiste un principio di autotutela della pubblica amministrazione: chiunque deve verificare che chi riceve dei contributi dallo Stato abbia i presupposti e i requisiti per averli. È lapalissiano. Nella specie, è stata l'indagine a scoprire il fatto, in quanto si è focalizzata sul soggetto - o comunque su persone a lui vicine - che riceveva i contributi, soggetto che, peraltro, è conosciuto nell'ambito locale; la cosca Teodoro Crea di Rizziconi è nota, anche perché non va dimenticato che il potere mafioso si esercita in quanto il mafioso viene riconosciuto e rispettato come tale dall'ambiente. Il problema è trovare le prove per poterlo condannare, per attribuirgli responsabilità. Quindi non solo il territorio, non solo i cittadini, ma spesso anche la pubblica amministrazione e i suoi funzionari possono essere a conoscenza di certe situazioni, per cui, senza arrivare ad una denuncia, sarebbe doveroso almeno un controllo più approfondito per vedere a chi si diano certi finanziamenti e che uso se ne faccia. Ma questo è un discorso molto generale, non vale solo per la Calabria.
Un'altra domanda era stata posta sui rapporti tra massoneria e 'ndrangheta. Dopo le indagini su mafia e massoneria e le dichiarazioni rese sull'argomento dal notaio Marrapodi, non risultano altre indagini specifiche sul punto. Tuttavia risultano alcune dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che accenna a rapporti intercorrenti tra un latitante, che però è ancora tale, e personaggi di presunta appartenenza massonica, tra i quali figurano imprenditori, un notaio e altri. Tuttavia, non risulta che tali dichiarazioni abbiano costituito oggetto di approfondimento investigativo, e risalgono un po' nel tempo.
Un'altra indagine svoltata sul tema, delegata al centro operativo DDA di Reggio Calabria, aveva evidenziato stretti rapporti tra personaggi appartenenti a logge massoniche ed esponenti della cosca Libri di Reggio Calabria. Anche questi elementi non hanno ricevuto adeguato approfondimento e riscontro e il procedimento è stato all'epoca smembrato in più tronconi e trasmesso per competenza a varie procure, senza risultati. L'indagine presentava un certo interesse perché taluni personaggi indagati in quel processo sono poi risultati operare nel settore della sanità anche in tempi più recenti, dimostrando in questo modo l'utilità di rivisitare le vecchie indagini. Si tratta di indagini effettuate nel 2002 che forse sarebbe il caso di riprendere, invitando eventualmente la DDA di Reggio Calabria ad effettuare approfondimenti sulle stesse.
Per quanto riguarda il porto di Gioia Tauro, da alcune intercettazioni risulta che i sindacati, che avevano inscenato una manifestazione di protesta, sarebbero stati convocati dalla 'ndrangheta per far cessare tale manifestazione e far riaprire il porto ai traffici normali. L'episodio fa riflettere sul peso che hanno le cosche della 'ndrangheta


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attorno al porto di Gioia Tauro. Attualmente tale porto ha richiamato il massimo dell'attenzione da parte sia del governo regionale sia di quello nazionale; il governo regionale ha un consulente di tutto rispetto, Angelo Pellegrini, che adesso dovrebbe essere generale dei Carabinieri, mentre il Governo nazionale ha inviato il prefetto Mori. La tematica dei porti è stata affrontata anche dalla procura nazionale, in quanto dalle indagini è emersa una moltitudine di dati sensibili, provenienti dalle attività delle capitanerie di porto, degli enti autonomi i cui posti sono organizzati, delle navi, dei passeggeri, sotto il profilo non solo del terrorismo, ma anche delle persone che possono transitare attraverso i porti. Sono tutti dati sensibili che vanno razionalizzati, messi a fattor comune e ridistribuiti dopo l'elaborazione a tutti coloro che ne possano avere bisogno, per primi gli investigatori che indagano sui tanti traffici che si svolgono attraverso i porti. Del resto, da dati forniti dalla Direzione centrale del servizio antidroga è emerso che un terzo della droga sequestrata arriva sulle coste via mare. Quindi i porti sono luoghi che vanno assolutamente controllati e proprio per questo motivo il prefetto Mori, nel corso del convegno sponsorizzato dall'Assoporti, dal comando generale delle capitanerie di porto e anche da noi, ha avanzato la proposta che in ogni porto esista un punto di raccolta delle informazioni per poterle elaborare e ridistribuire a beneficio di tutti. Pertanto, il porto di Gioia Tauro, ma non solo questo, dovrebbe essere oggetto di maggiore attenzione.
Rispondendo ad una domanda dell'onorevole Lumia, sono varie e numerose le indagini attualmente svolte dai servizi centrali SCO, SCICO e ROS in Calabria, con buoni risultati. Sono tuttora in attività reparti inviati sul territorio per approfondire determinati aspetti, soprattutto in certe zone dove potrebbe verificarsi una carenza di forze locali. L'operazione «Stupor mundi» ha sgominato un'importante associazione operante nella Locride e ha portato all'arresto di 40 affiliati all'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e al maxisequestro di 267 chilogrammi di cocaina. Analizzando lo sviluppo delle indagini patrimoniali, che si cerca di effettuare parallelamente a quelle indagini per la ricerca delle prove sui traffici, è emerso che in tutte le intercettazioni relative al traffico di stupefacenti si parla poco dei soldi, del movimento del denaro, sia per il pagamento delle varie attività, sia per il reinvestimento dei profitti. Sembra quasi che ormai il traffico vero e proprio di stupefacenti sia affidato ad una certa manovalanza dietro alla quale opera un'importante committenza che forse raggiunge i livelli più elevati. Questa è la nostra impressione ogni volta che confrontiamo i soggetti arrestati per questi traffici, constatando che sono a livelli sempre più bassi rispetto a quelli delle organizzazioni mafiose. Si ha addirittura il sospetto che esista una sorta di subappalto di questi traffici a organizzazioni straniere, per esempio albanesi o nigeriane. Come è già avvenuto in Sicilia, temo possa verificarsi anche in Calabria il finanziamento del grande traffico di stupefacenti con recupero di profitti e reinvestimenti effettuato a livelli elevati delle organizzazioni criminali.

ANTONIO GENTILE. In quali settori?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Per conoscere i settori di investimento, bisogna fare le indagini.
Il presidente Forgione ha posto una domanda sullo sviluppo della 'ndrangheta su tutto il territorio nazionale: non c'è regione del centro o del nord dove non troviamo calabresi che svolgano attività commerciali o imprenditoriali di ogni genere; hanno investito dovunque e hanno comunità ben rappresentate, che continuano a mantenere rapporti con la terra di origine. Proprio questo è il grave dramma della Calabria, così come di altre regioni del Sud: i soldi che si producono, anche sotto il profilo dell'illecito, non vengono reinvestiti economicamente nello stesso territorio. Questa situazione produce un doppio danno, in quanto, a ben riflettere, sotto il profilo dell'economia,


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questo fatto è assolutamente irrilevante, anzi sembra favorevole a far girare l'economia. Il problema è che questo regime altera la libera concorrenza. Per esempio, riflettendo sul racket delle estorsioni, anche l'economia, tutto sommato, registra con questi reati una forma di redistribuzione a diverse fasce sociali di quote di reddito. Quindi, che questo reddito lo percepisca il commerciante o, a livelli diversi, l'esattore del pizzo o il mafioso, da un punto di vista cinico dell'economia, non sposta molto; bisogna riflettere su questo e intervenire su questi campi proprio perché il denaro proveniente da queste attività non costa niente e, quindi, inquina - questo sì - la libera concorrenza, il mercato e tutta l'economia. Sotto questo profilo, se ce ne sarà il tempo, parleremo anche di misure concernenti gli aspetti patrimoniali del crimine.
Riguardo all'operazione che ha coinvolto il boss Mancuso e alla sua posizione attuale, ricordo che si tratta del capo di una formazione paramilitare colombiana, Autodefensas unidas de Colombia, e si trova attualmente agli arresti domiciliari (dorati, a quanto pare); la procura di Catanzaro, in relazione all'operazione «Decollo», ha chiesto la sua estradizione. Anche gli Stati Uniti l'hanno richiesta, ma essendo stata varata in Colombia una normativa sulla cosiddetta pacificazione generale e la restituzione, da parte di queste unità paramilitari, di tutte le armi, con ammissione dei reati, sembra che nei vari accordi possa essere valutata la possibilità che Mancuso non sia estradato né agli Stati uniti, né agli altri eventuali Stati che lo richiedano.
Per quanto riguarda le operazioni più recenti, un milione di euro sono stati sequestrati in banca alla cosca dei Condello. In relazione alle misure di prevenzione patrimoniali, purtroppo non ci sono condizioni favorevoli per metterle in campo. A Reggio Calabria, ad esempio, il collegio che irroga le misure di prevenzione ha part-time anche la carica di presidente della Corte di assise. Quindi la possibilità d'integrare accertamenti d'ufficio o ulteriori indagini è sminuita da questa mancanza di funzione dedicata alle misure di prevenzione patrimoniale.
Circa i dati, spesso non si percorre la strada delle misure di prevenzione patrimoniale ex legge antimafia, che poi, nel caso di confisca, è di difficile attuazione, soprattutto sul piano internazionale; infatti si tratta un tipo di reato indiziario che non è riconosciuto all'estero. Alcune procure hanno quindi preferito l'applicazione dell'articolo 12-sexies, che prevede il sequestro di tutti quei beni di cui l'indagato per mafia non è in grado di giustificare la provenienza. Naturalmente questo presuppone la condanna per mafia, non essendoci la quale, i beni sono restituiti, mentre il vantaggio delle misure di prevenzione è che anche semplici indizi possono tenere fermo il sequestro e quindi la confisca. Ogni procura, discrezionalmente, può scegliere l'una o l'altra via; io personalmente quando ero a Palermo, le eseguivo entrambe e cercavo di ottenere il massimo risultato in maniera tale che, operando due sequestri di diversa natura sullo stesso bene, alla fine, se il procedimento fosse andato a buon fine, si sarebbe potuto portare avanti il sequestro ex articolo 12-sexies del decreto-legge n. 306 del 1992, se fosse andato male, si sarebbero potuti cercare elementi indiziari per mantenere sequestro e confisca. Questa è una strategia, ma naturalmente tutto ciò richiede uomini, mezzi, magistrati che vi si dedichino a tempo pieno. Proprio per questo a Palermo, negli ultimi tempi, sono state addirittura create due sezioni che lavoravano a tempo pieno sulle misure di prevenzione. Invece in altri tribunali il personale, magistrati e cancellieri, non consente, secondo le valutazioni dei vari presidenti, una destinazione a questo tipo di attività che possa consentire un buon risultato.
Riguardo alla proposta dell'onorevole Lumia di cercare di ottenere indicatori di ricchezza non proporzionati al reddito per poter poi iniziare le indagini, ritengo che sia senz'altro da incrementare il rapporto con il fisco, incentivando la reciprocità, sia in entrata sia in uscita, nel senso che spesso tante indagini patrimoniali non si possono concludere felicemente e tuttavia


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contengono elementi di evasione fiscale che sarebbe opportuno trasmettere al fisco stesso, così come ci possono essere elementi che emergono dalle indagini fiscali che si rivelano utili per approfondire le indagini su determinati soggetti.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Che tipo di scambio di informazioni avviene con il fisco?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Non esiste un canale continuo ed istituzionale.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Non c'è un canale definito, una procedura?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Noi auspichiamo che si crei. In seguito parlerò dei rapporti con la Banca d'Italia sotto il profilo anche internazionale.
Per quanto riguarda le intimidazioni dei pubblici amministratori, abbiamo controllato i dati attinenti al distretto di Catanzaro che non avevo potuto fornire durante la scorsa audizione, dai quali risulta che, negli anni dal 2004 al 2007, si sono verificati 275 episodi di intimidazioni nei confronti di pubblici amministratori, così suddivisi: 109 nella provincia di Catanzaro, 89 a Crotone, 77 a Vibo Valentia e così via. Per quanto riguarda l'ultimo periodo del 2007, la situazione dei primi cinque mesi dell'anno lascia prevedere un superamento del trend dei primi anni. Per fare un esempio, nella provincia di Crotone nel 2004 si sono registrati 20 episodi intimidatori, 15 nel 2005, 26 nel 2006, e ad oggi siamo già a 28, superando così il totale dell'ultimo anno.
È stato chiesto se siamo o meno in presenza di una nuova guerra di mafia in Calabria. In realtà, è avvenuto qualche omicidio importante, però non tale da determinare un allarme sotto questo profilo. Si è verificato un episodio che probabilmente genererà una vera e propria faida, come tante altre già registrate: è stata uccisa la moglie di Nirta Francesco, e questo ha già provocato un altro omicidio e, presumibilmente, ne provocherà altri, anche se si cerca di evitarli attraverso le indagini. Si tratta di una faida tra due cosche locali e quindi è da escludere l'allarme su una nuova guerra di mafia.
Per quanto riguarda le pendenze presso l'ufficio GIP di Reggio Calabria, abbiamo ricevuto dati più precisi rispetto all'ultima audizione e, in effetti, risultano pendenti, dal dicembre 2006, 3 richieste di custodia cautelare e 11 nell'anno 2007. Naturalmente alcune sono del mese di giugno, quindi è da vedere da quanto sono pendenti. Per quanto concerne Catanzaro, abbiamo 3 richieste pendenti del 2006 e 6 del 2007. Naturalmente si dovrebbe procedere ad un calcolo di tutte le richieste accolte nel frattempo per dare il giusto merito ai magistrati che, comunque, hanno una mole enorme di lavoro, soprattutto i GIP, che via via vanno evadendo le richieste. Si tratta di un lavoro impegnativo e molto delicato. Tra queste naturalmente vi sono anche richieste non accolte e che richiedono ulteriori approfondimenti di indagine. Questo anche per rispondere alla domanda del presidente Forgione che mi chiedeva una valutazione circa il motivo per cui certe richieste non trovano un pronto accoglimento: i tempi sono quelli che sono e i GIP alle volte non ritengono sufficienti gli elementi prospettati dagli uffici del pubblico ministero.

NUCCIO IOVENE. Mi scusi procuratore, questo punto è molto delicato. Nel corso dell'audizione lei ha affermato che nel solo distretto di Reggio Calabria c'erano 550 richieste e che mancavano i dati del distretto di Catanzaro. Adesso ci dice che solo nel distretto di Reggio Calabria si hanno 14 richieste inevase e 9 nel distretto di Catanzaro. Vorrei capire.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Mi scusi, ha ragione. Si tratta di dati non omologhi perché in questa seconda fase ho riferito il numero delle richieste e non il numero degli indagati, mentre nel corso dell'audizione ho dato il numero degli indagati. La somma delle richieste per soggetto dà quella cifra,


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mentre il numero delle richieste è diverso da quello degli indagati per i quali sono state avanzate. È questo il motivo della differenza.

GIUSEPPE LUMIA. Anche a Catanzaro?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. A Catanzaro, secondo quell'indagine, ci sono 150 indagati in attesa di valutazione della loro posizione.

ANTONIO GENTILE. Sono richieste di custodia cautelare?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sì, poi si vedrà se saranno accolte e in che misura.

FRANCO MALVANO. Sa se, con riguardo alle richieste non accolte, si è proceduto a utilizzare questo materiale per le misure di prevenzione?

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. No, non sono in possesso di questo dato, però sarebbe interessante ottenerlo. Ho un quadro da cui risultano i tempi di attesa, in giorni, delle ordinanze di custodia cautelare; tuttavia, questo quadro contiene anche quelle pendenti, quindi, purtroppo, devo ripulirlo da queste ultime per poter fornire quelle per cui è già intervenuta la richiesta di custodia cautelare. Quindi, nessun problema a fornirlo, ma per quelle già conosciute.
L'onorevole Mancini ha posto una domanda sui protocolli di legalità - se siano strumenti utili o meno - e sui vari patti che vengono concordati. Si tratta indubbiamente di strumenti utili da un punto di vista formale, che impongono determinati comportamenti; se poi dietro vi siano imprese che abbiano a loro volta altri soggetti o altre imprese che poi ottengono subappalti o, di fatto, la gestione di opere pubbliche o di appalti, è un fatto diverso. Il dato formale va distinto da quello sostanziale, ma questo si scopre, in seguito, con le indagini.
L'onorevole Incostante mi ha chiesto dei rapporti intercorrenti tra magistratura e prefettura con riferimento agli elementi necessari per l'accesso e quindi le indagini amministrative. Durante la mia esperienza palermitana esisteva un canale diretto e riservato per dare al prefetto quegli input per avviare quanto meno un'attività che è molto utile, di ritorno, anche per le stesse indagini. Spesso, infatti, attraverso un oculato studio degli atti amministrativi da parte di persone competenti, si può arrivare a comprendere determinati aspetti che le sole indagini non sono in grado di chiarire. Quindi ritengo sia molto utile questo raccordo istituzionale tra le prefetture, soprattutto per prevenire le infiltrazioni in organismi come le ASL e i consigli comunali, dove sono frequenti elementi di collegamento e di collusione tra dipendenti e cosche locali.
Il senatore Garraffa ha chiesto se, con riguardo alle estorsioni, sia possibile accelerare i risarcimenti per le vittime delle stesse. Esistono già circolari emanate soprattutto ad uso dei prefetti, i quali tuttavia hanno bisogno degli elementi forniti dalla magistratura; di conseguenza, ci siamo fatti carico anche noi di sollecitare le varie procure a fornire gli elementi disponibili in relazione alle indagini in corso, soprattutto per stabilire se il soggetto che potrà beneficiare del risarcimento sia o meno inserito in certi contesti che dovrebbero escluderlo da queste forme di ristoro patrimoniale. Sotto il profilo dei tempi necessari, anche il commissario straordinario antiracket sta cercando di accelerare le procedure. È tutto un sistema che deve veicolare le informazioni; il problema è poi la deliberazione.

COSTANTINO GARRAFFA. Mi scusi, ma la mia domanda era riferita non ai tempi dell'erogazione dei risarcimenti, bensì a quelli intercorrenti tra la denuncia e l'arresto e poi l'eventuale condanna. Ho fatto l'esempio di quella vicenda che abbiamo rivisto in televisione dell'attack e dei lucchetti, avvenuta due anni fa.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Di quella avevo già parlato; lei non era presente, ma, poiché avevo già


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riferito sull'argomento, pensavo che ne fosse informato. Esiste un problema dei tempi intercorrenti tra la conoscenza da parte della magistratura nel corso di indagini sulle estorsioni e le risposte, che intervengono spesso dopo due anni, tanto è vero che a Napoli si opera piuttosto con i fermi per cercare di bloccare tempestivamente il fenomeno. Dalle ultime indagini palermitane si è rilevato un fenomeno interessante: l'indulto ha messo in crisi l'industria del racket. Dalle intercettazioni telefoniche è emerso che i mafiosi si lamentavano di questo procedimento di indulto perché tutti coloro che erano stati liberati avevano cominciato indiscriminatamente a compiere furti dove non dovevano, nei confronti di persone che praticavano il pizzo, e i commercianti e gli imprenditori si lamentavano perché non avevano quella protezione per la quale pagavano. Si vede, quindi, come l'industria del racket possa essere messa in crisi. I mafiosi pensavano di risolvere la crisi non con la rieducazione che viene dalla pena, ma con un mezzo molto più spiccio, cioè uccidendone uno per educarne cento. Certamente i metodi a disposizione dello Stato e delle organizzazioni mafiose sono diversi, soprattutto sotto il profilo rieducativo della pena.
Per quanto riguarda le estorsioni, ritengo che i pool antiestorsione delle varie procure possano dare quel supporto, quel valido punto di riferimento in quanto, come ho potuto constatare, ogni volta che ci si è rivolti alla magistratura e alla polizia specializzata in materia i cittadini hanno potuto constatare risultati positivi.
Secondo l'onorevole Lumia, la DNA dovrebbe fornire alla Commissione rapporti sui coinvolgimenti delle istituzioni che non abbiano rilevanza penale. Tutte queste cose derivano dalle indagini: se tutto viene tenuto riservato, va bene. Il problema è la pubblicità. Adesso siamo sui giornali per quelli che hanno rilevanza penale, figuriamoci per quelli che non ne hanno! Se si comincia a riferire sui rapporti tra politica, impresa e altro... Mi pongo un problema generale. Naturalmente tutta la piena collaborazione sotto questo profilo, però il metodo migliore rimane sempre, secondo me, l'indagine penale che può approfondire e poi, eventualmente, la pubblicità nel momento in cui ci siano gli elementi.
Il presidente Forgione aveva posto una domanda con riguardo all'inamovibilità dei magistrati e agli effetti della stessa. La materia è regolata, mi sembra in modo soddisfacente, dal nuovo ordinamento giudiziario; è addirittura previsto una variazione di distretto nel caso di cambio di funzione ed è previsto un certo numero di anni nel corso dei quali non si possa più esercitare la stessa funzione.
Per quanto riguarda le strutture preposte alle misure patrimoniali, le competenze della DDA e della DNA costituiscono un buco nel sistema di repressione. La mancanza di competenza della direzione distrettuale antimafia e della direzione nazionale antimafia nelle indagini patrimoniali che possono portare alle misure di prevenzione patrimoniali, sono, a mio avviso, un vulnus in tutto il sistema sanzionatorio. Del resto, ho vissuto personalmente il momento in cui è uscita dal Ministero, insieme a Falcone, la proposta per l'istituzione della direzione distrettuale antimafia e della direzione nazionale antimafia, e ricordo che, quando a quell'epoca è stato proposto di inserire nella competenza di cui all'articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, anche le misure di prevenzione, viste le polemiche di quel tempo, quasi tutta la magistratura era contro l'istituzione della DNA. Tra l'altro, sono stati necessari un decreto-legge e un voto di fiducia per l'approvazione di questo nuovo ufficio della procura nazionale. L'inserimento di queste misure è stato procrastinato di qualche anno; è poi intervenuto qualche tentativo, passato anche dalle aule parlamentari, che però è abortito in più occasioni. Anche il mio predecessore ha sempre richiesto questa specifica, ulteriore competenza e attribuzione: se c'è la volontà politica, noi siamo disponibili, altrimenti continuiamo così, fermo restando che non ci si possono addebitare carenze


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di intervento in assenza dei mezzi giuridici e degli strumenti legislativi per intervenire efficacemente in questi campi.
Non è, tuttavia, solo questo il problema delle competenze della procura nazionale antimafia; esistono infatti altri accorgimenti che si potrebbero adottare, delle nuove attribuzioni per un miglior contrasto alla criminalità organizzata. Innanzitutto si potrebbe richiedere una norma chiara sull'acquisizione di atti d'indagine che, attualmente, non esiste nel nostro ordinamento. Noi abbiamo le funzioni di coordinamento, ed è chiaro che, induttivamente, non si può coordinare se non si conosce; però non esiste un'espressa previsione normativa che stabilisca il potere, per il procuratore nazionale antimafia, di richiedere gli atti alle procure della Repubblica distrettuali ordinarie senza che possano opporre il segreto. Attualmente questa facoltà è esercitata con le forme dell'articolo 371-bis del codice di procedura penale, sempre al fine di rendere effettivo il coordinamento, però basterebbe l'inserimento della parola «atti» nell'articolo 117, comma 3-bis, oppure negli articoli 51 o 371-bis per risolvere il problema.
Un altro aspetto che potrebbe essere di competenza della procura nazionale è rappresentato dalle intercettazioni preventive. Attribuire alla DNA le intercettazioni preventive sarebbe un corollario di attività informative e preventive che integrerebbe i colloqui investigativi, i quali hanno lo stesso scopo e sono uno strumento che produce gli stessi effetti, vale a dire la mancanza della possibilità di utilizzazione delle intercettazioni sotto il profilo processuale, ma molto utile ai fini del coordinamento e dell'impulso delle attività investigative e soprattutto della prevenzione. Attualmente, soprattutto sotto il profilo del terrorismo, è stata affidata alle procure generali la possibilità di effettuare le intercettazioni preventive su richiesta dei Servizi SISMI e SISDE. Ciò fuoriesce da tutto il sistema delle procure distrettuali e della procura nazionale antimafia; sembra un ibrido che, tra l'altro, non trova alcuna attuazione. Allora, se questa norma è stata istituita per non essere poi attuata, tanto vale abrogarla, in quanto non sembra presentare alcuna produttività.
Per quanto riguarda i reati ambientali, è già stato predisposto, dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, un progetto di legge che prevederebbe una competenza, sotto il profilo dell'associazione finalizzata al reato ambientale, della direzione distrettuale antimafia e quindi della procura nazionale sotto il profilo del coordinamento, così come il delitto di associazione finalizzata all'immigrazione.
In riferimento al riciclaggio, è stata posta una domanda specifica sulle misure patrimoniali. È stato richiesto l'accesso all'anagrafe dei rapporti di conto e di deposito, non per fare indagini patrimoniali, che non potremmo fare, ma per controllare l'esistenza di rapporti. Bisogna chiarire che l'anagrafe dei conti non approfondisce direttamente l'indagine, dà solo la notizia dell'esistenza di un rapporto; questo rapporto potrebbe poi essere girato alle varie procure competenti, distrettuali o ordinarie, per approfondire l'indagine secondo le varie esigenze. Questa disposizione appare necessaria, tanto più che l'ufficio del procuratore nazionale antimafia è il destinatario delle segnalazioni e delle operazioni finanziarie sospette che hanno ad oggetto denaro, beni e altre utilità provenienti dai delitti di riciclaggio e reimpiego speculativo, riconducibili proprio alla criminalità organizzata. L'accesso alle informazioni dell'anagrafe appare logicamente indispensabile per consentire l'analisi, l'elaborazione e la valutazione in vista delle funzioni d'impulso e di coordinamento investigativo.
Sotto il profilo delle misure di prevenzione patrimoniale, fra i tanti temi possibili, mi limito ad indicare la necessità di una certa razionalizzazione delle misure di prevenzione patrimoniali, non solo con l'attribuzione alla DDA e alla DNA della legittimazione a proporre l'applicazione delle misure, ma soprattutto con la rottura del nesso di pregiudizialità tra misure personali e misure patrimoniali, così da rendere possibili il sequestro e la confisca


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dei beni di provenienza delittuosa anche quando sia cessata la pericolosità del soggetto che ne abbia la disponibilità. Si configurerebbe una sorta di bene oggettivamente pericoloso, indipendentemente dalla personalità, per evitare, così come ho dovuto fare io, di restituire agli eredi, in caso di morte del soggetto mafioso o presunto tale, tutti i beni che ha accumulato, i quali ritornano così nel circuito economico. Durante il maxiprocesso è accaduto con Nino Salvo.

PRESIDENTE. Anche con Badalamenti.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Sarebbe anche utile una nuova disciplina a tutela dei terzi di buona fede e dei loro diritti sui beni oggetto di sequestro e confisca per fare chiarezza una volta per tutte in questa materia. Ci sono tante proposte in proposito, non le cito in quanto le conoscete bene.
Un altro punto essenziale, sotto questo profilo, è la necessità dell'abbandono del principio di non punibilità a titolo di riciclaggio e di reimpiego degli autori del reato fonte dei proventi illeciti. In parole più semplici, per quanto attiene al reato di riciclaggio, negli articoli 648-bis e 648-ter del codice penale vi è l'inciso «fuori dei casi di concorso nel reato», cioè il reato precedente; ciò significa che, se un soggetto ha partecipato al reato, come per esempio il traffico di stupefacenti, non può essere punito per riciclaggio. Bisogna saperlo, affinché poi non ci si lamenti dell'esiguità dell'indagine sul riciclaggio: un soggetto, per essere punito per riciclaggio, deve essere al di fuori del concorso con altri reati. L'ipotesi più semplice sarebbe l'eliminazione di tale inciso.
Per poter controllare e adottare le migliori misure di prevenzione sotto il profilo patrimoniale è essenziale la limitazione dell'uso del contante e la trasparenza dell'uso dello stesso, entrambi essenziali per un sistema di controllo. Quanto agli obblighi di identificazione, oggi è previsto un importo uguale o superiore ai 12.500 euro, che potrebbe essere ridotto per garantire una maggiore trasparenza e soprattutto una traccia che si possa seguire per qualsiasi operazione di un certo rilievo. Altro espediente potrebbe essere costituito dalla previsione dell'obbligatorietà dell'indicazione, sull'assegno come mezzo di pagamento non trasferibile, nel caso di girata, del codice fiscale; ciò consentirebbe una migliore trasparenza dei rapporti economici. Bisognerebbe, inoltre, prevedere una limitazione delle operazioni di money transfert con un limite per persona e per operazione, in modo da ridurre fenomeni assurdi come quello che abbiamo notato nel corso di un'indagine in collaborazione con la Guardia di finanza e che continua su tutto il territorio nazionale. Nel corso della suddetta indagine si è scoperta la creazione di una subagenzia di money transfert: nel tempo necessario ad ottenere le autorizzazioni, aveva operato per sei mesi ed aveva trasferito, con varie operazioni tutte frazionate, un milione di dollari nella Repubblica Dominicana come contropartita di un carico di stupefacenti. Tutto ciò è reso possibile dalla legislazione vigente.
Un evento importantissimo - avete sentito il Governatore della Banca d'Italia riferire riguardo ai nostri contatti con l'istituzione - è stato il trasferimento dell'Ufficio italiano cambi all'interno della Banca d'Italia; si tratta di una decisione assolutamente positiva, ma va mantenuta così come è, con una forma di autonomia funzionale e di indirizzo, requisito ormai richiesto a livello internazionale, piuttosto indipendente rispetto al variare delle politiche e dei governi. Ritengo che questo possa rappresentare un primo passo per misure di cooperazione, con canali di collegamento che sono sempre esistiti, ma che debbono essere molto più continui e funzionali, tra la Banca d'Italia e la DNA al fine di fornire un reciproco scambio di informazioni utili.
Alla diffusione della 'ndrangheta sul territorio nazionale ho già accennato: possiamo approfondire l'argomento con elementi più specifici sulla presenza dell'organizzazione nei vari territori; abbiamo svolto delle indagini e possiamo fornirvi ulteriori elementi.


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PRESIDENTE. Li possiamo acquisire in Commissione.

PIETRO GRASSO, Procuratore nazionale antimafia. Gli ultimi due argomenti prospettati dall'onorevole Tassone sono quelli relativi alle intercettazioni e ai collaboratori di giustizia. Sulle intercettazioni, il problema è di trovare il giusto equilibrio tra le esigenze di contrasto alla criminalità organizzata e le garanzie per i cittadini: non dico niente di nuovo, ma il problema è questo, evitando di produrre dinanzi all'opinione pubblica contenuti di intercettazione che nulla hanno a che fare con le indagini. Purtroppo, in un sistema accusatorio come il nostro, per contrastare efficacemente la criminalità organizzata gli strumenti indispensabili sono due, visto che nelle indagini di mafia mancano i testimoni, i documenti, tutti quegli elementi probatori che si possono trovare in un'indagine normale e mancano spesso le tracce su cui ricostruire gli eventi delittuosi: si può contare sui collaboratori di giustizia e sulle intercettazioni telefoniche. È questo l'unico modo per ottenere, dall'interno delle organizzazioni, delle informazioni utili che poi reggano, stante il nostro sistema accusatorio, che richiede il mantenimento e la formazione della prova fino al dibattimento dinanzi al giudice; deve trattarsi di prove che, acquisite nelle fasi d'indagine, abbiano una graniticità probatoria che resista al tempo intercorrente tra l'indagine e il dibattimento e che reggano a tutti gli attacchi della criminalità organizzata volti a distruggere le prove faticosamente costruite nella fase delle indagini. Il collaboratore di giustizia - protetto, certamente - deve ripetere tutto quello che sa dinanzi al giudice, ma deve trovarsi in una situazione di massima protezione e assistenza che lo porti ad essere il teste della Corona, come nel processo anglosassone, dal quale abbiamo in fondo copiato il rito accusatorio. Allo stesso modo le intercettazioni, con tutti i distinguo e tutte le necessità di garantire la privacy di persone estranee alle indagini, non possono che rappresentare, soprattutto quando vengano meno, per varie ragioni, i contributi dei collaboratori di giustizia, quegli elementi che, uniti alle dichiarazioni, se ci sono, dei collaboratori, sono incontrovertibili, riguardo a quanto è stato riferito e si può riprodurre in un'aula di dibattimento. I due strumenti spesso sono intercambiabili come rapporto causa-effetto, perché spesso dalle intercettazioni si hanno gli spunti per avere chiarimenti dai collaboratori di giustizia su vicende che appaiono oscure all'ascolto, così come da dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che di per sé non può costituire elemento di prova, si può iniziare un'intercettazione nei confronti di soggetti sospettati che poi possono dare conferma e riscontro alle varie indagini.
Con questo concludo e ringrazio la Commissione per l'attenzione e la pazienza.

PRESIDENTE. Ringrazio il procuratore Grasso per le sue risposte e per la sua disponibilità. È così terminata l'audizione sulla Calabria e la 'ndrangheta.
Ricordo che domani, alle 14.30, si svolgerà l'audizione del Viceministro dell'interno, Marco Minniti.
Dichiaro conclusa la seduta.

La seduta termina alle 13.50.

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