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Seduta dell'11/7/2007


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Esame della proposta di relazione sullo stato di attuazione della normativa e delle prassi applicative in materia di sequestro, confisca e destinazione dei beni alla criminalità organizzata.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame della proposta di relazione sullo stato di attuazione della normativa e delle prassi applicative in materia di sequestro, confisca e destinazione dei beni alla criminalità organizzata, la cui stesura è stata affidata all'unanimità all'onorevole Lumia. La bozza della relazione è in distribuzione.
In base a quanto convenuto nella riunione dell'ufficio di presidenza integrato dai rappresentati dei gruppi tenutasi nella giornata di ieri, la discussione della proposta si svolgerà nella settimana tra il 23 del 27 luglio, dopo le missioni a Palermo e a Catania del 16 e del 17 luglio e a Reggio Calabria e Gioia Tauro del 23 e del 24 luglio. Al ritorno dalla missione a Reggio Calabria mi riservo in ogni caso di convocare l'ufficio di presidenza per la definizione del calendario, in modo da consentire la votazione della relazione, eventualmente riformulata dal relatore sulla base delle proposte di modifica che dovessero emergere dal dibattito.
Propongo di incardinare la discussione nella seduta odierna ascoltando la relazione dell'onorevole Lumia, che valuterà se leggere integralmente la proposta di relazione, il cui testo è allegato al resoconto stenografico della seduta odierna o se piuttosto esporne i contenuti, fissando il termine per la presentazione di eventuali proposte di modifica entro il 23 luglio, convocando il 25 luglio l'ufficio di presidenza per valutarle e avviando il 26 luglio la discussione sulle linee generali. In questo modo vi è il tempo necessario per i componenti della Commissione per presentare gli emendamenti e per l'ufficio di presidenza per esaminarli, per iniziare poi la discussione generale.
Ha chiesto la parola il senatore Palumbo.

ANIELLO PALUMBO. Vorrei rivolgere l'invito, al presidente ed all'ufficio di presidenza, di tener conto della concomitanza di impegni legati ai lavori sia delle Commissioni permanenti sia dell'Assemblea, per consentire la partecipazione più ampia e più larga possibile ai lavori di questa Commissione. Ad esempio, oggi alle 14,30 è convocata un'altra Commissione permanente


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e, considerata anche la situazione particolare presente in Senato, comprendete tutti l'importanza che riveste la presenza di ogni singolo senatore ai lavori di tali Commissioni.
In riferimento alla programmazione delle missioni, mi è stato detto ieri che per venerdì - ossia dopodomani - è stata fissata una missione a Napoli. Nella scorsa settimana il Presidente del Senato ci ha comunicato che il provvedimento sull'ordinamento giudiziario ci vedrà impegnati fino a venerdì, con un'eventuale coda nella giornata di sabato. Poiché questo mio invito tiene conto soprattutto di una mia valutazione sul ruolo fondamentale della Commissione antimafia, anche per evitare che l'attività da essa svolta non si riveli meramente residuale o marginale (e che quindi partecipiamo ai lavori di questa Commissione solo nei ritagli di tempo), pur nella consapevolezza che non è compito agevole conciliare gli impegni dei deputati e dei senatori nonché il lavoro della Commissione con le altre attività parlamentari, pregherei che si facesse una riflessione all'interno dell'ufficio di presidenza, semmai integrato dai rappresentanti dei gruppi, al fine di elaborare la programmazione più razionale possibile, onde così consentire - salvo casi eccezionali - ai componenti della Commissione antimafia di partecipare ai lavori di detto organo.

ANGELA NAPOLI. Signor presidente, dopo che la relazione sarà ufficiale, chiedo di farne pervenire il testo a ogni singolo componente della Commissione, possibilmente in casella, per agevolare la proposizione di eventuali emendamenti.

PRESIDENTE. La richiesta è accolta.
Per quanto riguarda le considerazioni del senatore Palumbo, si tratta di una questione oggettiva che ormai sta evidenziando un problema organizzativo di fondo e che dovremo affrontare in modo definitivo, in quanto si protrarrà per tutta la legislatura.
Scriverò oggi ai Presidenti della Camera e del Senato - so che già è stato fatto dai presidenti di altre Commissioni bicamerali - per definire almeno due giorni durante la settimana nei quali dare uno spazio certo alle Commissioni bicamerali, senza che vi sia la concomitante riunione delle Commissioni permanenti. Già ieri in sede di ufficio di presidenza abbiamo discusso di questo problema e abbiamo deciso per esempio di tenere seduta, oltre che nei giorni centrali della settimana, anche il martedì mattina, giornata in cui certamente non si tengono votazioni alla Camera ed al Senato. Ovviamente ciò richiede un sacrificio, in quanto i commissari dovranno arrivare il martedì mattina presto.
Per quanto riguarda le missioni, invece, la questione è un poco più complicata. Avevamo inizialmente pensato di recarci a Napoli questo venerdì. Mi spiace che la notizia della missione sia pervenuta al senatore Palumbo solo due giorni fa, ma evidentemente esiste un problema di comunicazione che riguarda anche i singoli gruppi parlamentari con i relativi presidenti. In ufficio di presidenza questa missione era stata già decisa da dieci giorni. Per parte nostra, la segreteria della Commissione provvederà comunque ad una tempestiva comunicazione, però sollecito anche i gruppi parlamentari ad attivare un sistema di relazione più stringente tra i rispettivi presidenti e i componenti dei gruppi stessi.
Avevamo scelto il venerdì, dieci giorni fa, proprio perché era un giorno in cui non era prevista alcuna attività parlamentare; poi è subentrata la calendarizzazione della discussione del provvedimento sull'ordinamento giudiziario, che si estende appunto al venerdì. Rispetto a questo, nell'ufficio di presidenza della scorsa settimana, tutti i presidenti dei gruppi parlamentari hanno convenuto di confermare la missione, visto che sarebbe durata un giorno solo.
So che è convocata la Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari al Senato nel primo pomeriggio. Possiamo forse prenderci qualche ora di riflessione, perché è interesse dello stesso presidente che la Commissione non inibisca delle


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proprie potenzialità nessuno dei suoi componenti e, nello stesso tempo, non crei un problema politico, non con questo o con quello schieramento, ma con un intero ramo del Parlamento. Quindi attenderei le conclusioni della Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari al Senato e, se la Commissione concorda, chiederei un mandato per assumere una decisione sentendo telefonicamente i membri dell'ufficio di presidenza, sulla base sia dell'intervento del senatore Palumbo, sia della lettera inviatami dal senatore Novi, che è dello stesso tenore e ha gli stessi contenuti. Immagino poi che il senatore Iovene ed altri porranno la stessa questione, che già mi è stata posta oggi dalla senatrice Villecco Calipari.
Do la parola al relatore, onorevole Lumia.

GIUSEPPE LUMIA, Relatore. Grazie, signor presidente.
Siamo a venticinque anni da quella straordinaria intuizione che portò, a costi elevatissimi, il Parlamento ad approvare la legge Rognoni-La Torre. Siamo ad undici anni da quell'altra tappa importante - mi riferisco in questo caso alla legge n. 109 del 1996 - che, sotto l'impulso della società civile (ricorderete tutti il milione di firme raccolte dall'associazione Libera), il Parlamento raggiunse, in modo pressoché unanime, come un obiettivo importante, aprendo una stagione inedita nel momento delicato ma importantissimo della gestione dei beni, e quindi del ritorno in positivo di un'attività giudiziaria che mira a colpire i patrimoni dei boss mafiosi.
Abbiamo alle spalle un'esperienza maturata concretamente sul piano sia investigativo, sia della gestione dei beni. Abbiamo potuto verificare i punti di debolezza e i punti di forza, i vuoti che esistono ancora oggi e anche le enormi potenzialità che abbiamo di fronte. Ecco perché è stato importante che la Commissione parlamentare sia riuscita - sin dall'inizio dei suoi lavori, sin dalla relazione introduttiva del presidente, quando delineò e propose i punti salienti intorno a cui trovare una forte unità della Commissione, sia poi nel dibattito concreto che si svolse - a cogliere l'importanza di fare un passo in avanti e mettere, nel migliore dei modi, le istituzioni in grado di aggredire ancor di più i patrimoni dei boss mafiosi e, nello stesso tempo, di coprire quel vuoto e superare quei punti deboli registrati in questi anni intorno alla gestione concreta e quindi all'utilizzo sociale e produttivo dei beni confiscati.
Si è fatto un lavoro prezioso che tutti conoscete all'interno della Commissione: abbiamo avuto modo di interloquire con i vertici delle istituzioni, cioè con chi all'interno delle stesse ha potuto in questi anni ottenere concretamente dei risultati nel campo sia delle indagini, sia della gestione. Abbiamo avuto interlocutori diversi, dalle prefetture alle questure, dalla Direzione nazionale antimafia alle procure più impegnate. Abbiamo avuto anche un'interlocuzione istituzionale con l'Agenzia del demanio e, nello stesso tempo, abbiamo avuto modo di raccogliere le riflessioni delle associazioni con l'audizione di don Ciotti, che ci ha permesso di acquisire anche quell'importante punto di vista.
In sostanza la Commissione, in poco tempo, ha svolto un approfondito lavoro di inchiesta, dal quale sono emerse già delle prime indicazioni, che sono contenute nella relazione in distribuzione e che aiuteranno concretamente il comitato presieduto dalla senatrice Calipari a pervenire alla formulazione di due testi di legge da offrire alla valutazione del Parlamento. Uno dei due testi dovrà, come indicato in questa relazione, consentire concretamente un salto di qualità alle misure di prevenzione patrimoniale; l'altro dovrà impegnare il Parlamento nel recepire l'esperienza maturata concretamente nel campo del riutilizzo sociale e produttivo al fine di effettuare un grande salto di qualità.
Siamo nelle condizioni migliori per dare finalmente una risposta forte da parte delle istituzioni e non fare l'errore che si fece 25 anni fa, quando la legge fu approvata, il 13 settembre 1982, dopo che l'onorevole La Torre fu colpito il 30 aprile dello stesso anno e dopo che il prefetto,


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generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, anche lui grande sostenitore di una stagione di aggressione ai patrimoni, fu colpito, il 3 settembre dello stesso anno. In altre parole, ritengo che non si debba fare l'errore che il Parlamento arrivi dopo; occorre invece che la politica arrivi prima, che abbia la forza, l'energia e la capacità progettuale di inserire all'interno della lotta alla mafia, come una grande priorità, l'aggressione alle ricchezze di quest'ultima. Occorre evitare di fare anche l'altro errore commesso in questi anni quando, di fronte a segnalazioni serie e obiettive non si è saputo coprire tempestivamente quel lasso di tempo insopportabilmente lungo tra il momento del sequestro, attraverso tutta una serie di passaggi, al momento della confisca e poi, attraverso tutta un'altra serie di passaggi, alla destinazione e al riutilizzo concretamente sociale e produttivo di quel bene. Tempi lunghissimi, tempi insopportabili, tempi che consentono ai beni di essere manipolati, rovinati, occupati, in molti casi, come abbiamo potuto constatare qui in Commissione, a partire da quello casertano, tempi che hanno consentito ai boss mafiosi di mantenere il sostanziale possesso o il controllo dei beni che lo Stato aveva loro sequestrato, in molti casi addirittura confiscato.
Ecco perché, anche di fronte a questa macroscopica negatività che ci è stata segnalata, dobbiamo recuperare un autorevole intervento da parte del Parlamento e della politica per riuscire, anche in quel campo, a dare una risposta ferma e diretta. I beni confiscati devono diventare un punto di forza della lotta alla mafia, devono diventare una grande stagione in cui la maggioranza degli italiani possa dare un contributo diretto e obiettivo attraverso l'accesso e la gestione di questi beni. Occorre fare in modo, in sostanza, che tutti i cittadini italiani possano dare il loro contributo - e questo sarebbe un fatto inedito e positivo per la storia del nostro Paese - comprando quei beni e partecipando così in modo diretto e non più passivo a una lotta alla mafia che spesso abbiamo delegato esclusivamente all'apparato repressivo giudiziario.
Certo, nell'ottica della relazione le due cose vanno insieme, in quanto l'apparato repressivo e giudiziario ha ancora una funzione importante e in essa proponiamo delle indicazioni positive che vanno in tale direzione; nello stesso tempo, riteniamo che altre forme di intervento sul piano sociale ed economico debbano avere la stessa rilevanza, perché da esse deriva la capacità di dimostrare che intorno a quel bene lo Stato e la società civile sono migliori e più capaci delle mafie nel gestire quell'azienda agricola, quel terreno o quell'attività produttiva.
Segnalo - e di ciò si parla nella relazione, che sarà anche aggiornata al momento in cui l'approveremo - che nel frattempo in Calabria, in Puglia e in Sicilia abbiamo delle inedite forme di reazione da parte delle organizzazioni mafiose. In una prima fase, i boss pensavano di risolvere il problema dei beni confiscati con una sorta di intimidazione indiretta; pensavano che il fatto che si trattasse di beni collegati alla mafia potesse tenere lontano automaticamente lo Stato, i cittadini, le associazioni, i comuni dal gestire e mettere a reddito questi beni, trasferendoli sul versante educativo in una posizione di forza nell'esempio da dare ai cittadini. Quando hanno capito che questa strategia non dava frutti, hanno iniziato a provare a bloccarne il meccanismo, trovando mille e mille cavilli per interferire, sia sul versante repressivo-giudiziario, durante il processo che ha riguardato la realtà delle misure di prevenzione patrimoniale, sia tentando anche di interferire con l'altro strumento, l'articolo 12-sexies, che disciplina la misura più specifica di tipo penale, nel colpire i patrimoni, sia poi sul versante della concreta gestione. Qualche risultato lo hanno ottenuto.
Vorrei evidenziare che negli ultimi anni abbiamo avuto un calo, registrato anche in modo documentale in questa Commissione, dell'aggressione ai patrimoni. La Direzione nazionale antimafia ci ha consegnato una geografia delle procure che si occupano dei beni confiscati; nel nostro Paese, nei confronti di organizzazioni mafiose che hanno nell'accumulazione economica,


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oltre che nella collusione politica, il loro punto di forza, non sono stati assolutamente ottenuti dei risultati. Abbiamo anche delle procure all'interno di territori tradizionalmente presenti con organizzazioni mafiose potentissime, anche sul piano economico, ma i risultati che si ottengono sono miseri. È intervenuto anche un rallentamento nella concreta gestione dei beni confiscati.
L'Agenzia del demanio ci ha consegnato un documento che deve far riflettere tutti noi. Vi sono oggi in Italia circa 7.200 beni confiscati, pronti ad essere destinati, a dare dei risultati; di questi, solo per 3.200 è stato già raggiunto l'obiettivo di porli in destinazione sociale e produttiva. Vi è dunque un «vuoto» di 4.000 beni, e noi non possiamo assolutamente tollerare che questi possano ancora languire lì e non diventare invece una leva straordinaria su tanti versanti: per delegittimare la forza economica delle mafie, per attivare percorsi di fiducia nei confronti delle istituzioni da parte dei territori, per quanto concerne il versante simbolico ed educativo, e per dimostrare che il rapporto tra legalità e sviluppo è l'unica dimensione che può far crescere un territorio e che può dare al nostro Paese quella forza per rispondere in modo efficace e sconfiggere definitivamente le organizzazioni mafiose.
Ecco perché abbiamo avanzato delle proposte che troverete in modo articolato nel nostro documento, il quale in sostanza chiede un grande salto di qualità sul versante delle misure di prevenzione patrimoniale. Occorre che lo Stato passi dalla considerazione della pericolosità del soggetto boss alla considerazione della pericolosità del bene, che in qualche caso può prescindere dalla pericolosità del boss come persona, il quale viene raggiunto dalla misura di prevenzione personale. In sostanza, la misura di prevenzione patrimoniale può «camminare con le proprie gambe», può avere un suo binario su cui colpire le trasformazioni delle ricchezze che nel frattempo sono intervenute nella società e che non consegnano più allo Stato - che deve colpire le organizzazioni mafiose - solo il boss, titolare esso stesso dei beni (o in qualche caso la moglie o i familiari). Ci troviamo di fronte anche dei veri e propri schemi societari che formalmente eliminano il rapporto diretto del boss, ma che nella sostanza ne fanno il vero proprietario, il vero titolare, il vero padrone assoluto di quel bene o di quella società. È quindi necessario organizzare una forma repressiva giudiziaria per raggiungere quel bene a seconda anche dell'articolazione societaria e anche - riteniamo - a seconda della sua presenza, sia nel nostro contesto territoriale, sia nel più ampio contesto della cosiddetta «globalizzazione».
Ricordo a tutti che l'Unione europea si sta finalmente misurando con una direttiva che riguarda in modo specifico proprio i beni confiscati: con il mandato di cattura europeo, che ha iniziato a prefigurare uno spazio giuridico comune in Europa proprio in relazione ai beni confiscati, si può fare anche un passo in avanti notevole per prefigurare quanto in Commissione abbiamo sempre chiesto, vale a dire uno spazio giuridico europeo specificamente volto al contrasto del fenomeno mafioso.
È questo il motivo per cui intorno a questa scelta di fondo si dà anche una risposta a tutta un'altra serie di punti, che ci sono stati segnalati sul campo repressivo-giudiziario. Ricordo a tutti la possibilità di utilizzare anche le intercettazioni telefoniche, di accettare sicuramente quel grado di giurisdizionalizzazione avvenuto all'interno del processo di prevenzione, senza però far perdere le caratteristiche tipiche per cui nacque, ossia il carattere indiziario, l'inversione dell'onere della prova, la possibilità di aggredire quel bene proprio perché si tiene conto della sua pericolosità, al di là di quel grado probatorio che - giustamente - si deve raggiungere quando invece si procede con la leva più direttamente penale.
Mettiamo l'apparato repressivo-giudiziario nelle condizioni di colpire questi beni anche quando quell'attività viene meno, cioè con la morte del boss. Abbiamo ancora in corso delle questioni molto delicate, vi è il confronto con la stessa


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vicenda Badalamenti - che la Commissione parlamentare antimafia seguì, ricorderete tutti, con quella particolare relazione che ha segnato la storia recente dei lavori della stessa Commissione - ed esiste il rischio che questi beni possano essere ripristinati e riportati nelle mani delle famiglie del boss Badalamenti, quando sappiamo tutti che in Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia, in tutte le organizzazioni mafiose, senza una rottura esplicita e determinata delle famiglie vi è una sostanziale continuità, una sostanziale solidarietà omertosa e gestionale, che li porta ad avere un ruolo determinante in continuità, anche quando viene meno con la morte - per mano criminale o per decesso naturale - di quello o di quell'altro boss. Abbiamo quindi, anche da questo punto di vista, la possibilità di fare un salto in avanti.
Chiediamo inoltre, sul versante repressivo-giudiziario, di valutare la possibilità che le direzioni distrettuali antimafia abbiano una titolarità diretta nel promuovere la misura di prevenzione patrimoniale e, nello steso tempo, di attribuire finalmente un ruolo più immediato alla stessa direzione nazionale antimafia, che sul versante della misura di prevenzione personale ha una funzione diretta, ma stranamente sulla misura di prevenzione patrimoniale non ha invece lo stesso potere. Se tutti diciamo che oggi l'aggressione ai patrimoni è decisiva, se tutti constatiamo che l'aggressione ai patrimoni travalica il contesto territoriale e si fa contesto nazionale e globalizzato, non possiamo sfuggire alla necessità di dare più potere alla direzione nazionale antimafia, un potere coordinato con le direzioni distrettuali territoriali.
Ecco perché, anche da questo punto di vista, nella relazione si chiede un passo in avanti, un vero e proprio salto di qualità. Questo ci mette nelle migliori condizioni per dare concretezza alla sfida che rimane aperta, su cui la Commissione si vuole impegnare e vuole dare una risposta, ossia quella del testo unico. Senza questi passaggi difficilmente si può addivenire ad un testo unico che abbia la possibilità di migliorare e di «disboscare» la copiosa legislazione - spesso contraddittoria e irta di sovrapposizioni - nel campo della lotta alla mafia, dandoci così finalmente un testo veramente operativo, moderno, realmente in grado di fornire strumenti efficaci per combattere il fenomeno.
Vi è il secondo versante, come dicevamo, relativo alla destinazione e all'utilizzo sociale e produttivo. In questo ambito si è sofferto molto e anche la stessa Commissione in questi mesi ha dato un contributo prezioso affinché si possa finalmente imboccare la strada giusta. Tutti insieme abbiamo individuato che la strada giusta si potrebbe imboccare qualora finalmente prendesse il via un'agenzia nazionale. Abbiamo avuto da tutti i nostri interlocutori una segnalazione unanime della difficoltà, da parte dell'Agenzia del demanio, di svolgere questa funzione. Al di là dei casi di collusione che ci sono stati segnalati, esiste una difficoltà oggettiva, istituzionale, di una realtà che non ha le conoscenze, le professionalità, gli strumenti per poter, ad esempio, liberare con facilità un bene quando è occupato da boss mafiosi, di mettere in condizione gli enti locali ed il mondo associativo di prendere immediatamente possesso di questi beni e farli diventare ad alto valore produttivo, sociale ed educativo. In sostanza, all'unanimità si è ritenuta necessaria, non essendo beni tradizionalmente demaniali - per i quali è necessario prevedere un certo utilizzo e quindi un certo ruolo istituzionale da parte di chi ha questa funzione, ha la sua storia, la sua dignità, ha le conoscenze e le professionalità adatte per gestirlo al meglio -, ma trattandosi al contrario di beni particolari, che vanno al di fuori della classica configurazione demaniale, facendo di ciò un punto di forza da parte dello Stato nel colpire, la costituzione di un'agenzia nazionale veloce, snella, non burocratizzata, e di agenzie provinciali, come tutti abbiamo insieme individuato, in capo ai prefetti. Queste ultime ci metterebbero nelle condizioni di utilizzare i beni immediatamente, anche in fase di sequestro, per fare in modo che la stagione dei beni


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diventi una grande stagione, capillare, con tanti punti organizzati sul nostro territorio che ci ponga in grado di dire: finalmente lo Stato fa sul serio contro le ricchezze della mafia.
Abbiamo bisogno di questo salto di qualità: ecco perché prevediamo un'agenzia, e la scelta operata in queste settimane di un nuovo commissario di Governo - scelta che finalmente responsabilizza una figura come quella del dottor Mariuccia, che ha un'esperienza che ha potuto costruire qui, in questa Commissione - è solo una tappa, non è la risposta. Infatti la proposta contenuta nel documento è l'istituzione, in tempi veloci, di un'agenzia nazionale e di agenzie provinciali, come dicevo prima, in capo alle prefetture, con tutti gli organismi, a partire dalle procure, con gli stessi soggetti della società civile e con gli enti, che nel frattempo si sono arricchiti, i quali possono gestire questi beni, senza tuttavia perdere la caratteristica di finalità sociale e produttiva.
Ricordo, infine, che prevediamo anche la possibilità di avere un fondo, già previsto dalla legge n. 109 del 1996, che gestisca anche la parte mobile dei beni, in concreto i denari e i titoli, poiché, dopo tre anni dalla legge n. 109 quel meccanismo decadde e non fu più ripristinato. Si tratta di un fatto grave che non ha consentito allo Stato di disporre di quelle risorse economiche e finanziarie per ristrutturare i beni e per consentirne l'avvio. Un'azienda, per essere ricollocata al meglio sul mercato e superare quel differenziale a vantaggio delle imprese mafiose che, non ponendosi il problema della concorrenza leale, hanno potuto godere di vantaggi, necessita di fondi, di risorse che ne consentano la ristrutturazione e un buon avviamento, superando così le difficoltà che ci sono state segnalate. Infatti, trattandosi di beni dei quali le associazioni, anche quando sono assegnati, non sono titolari, quelle aziende nuove, quelle cooperative o quei consorzi che vengono creati non possono accedere al credito con alcune banche le quali, come abbiamo potuto notare, spesso non sono pronte a superare queste difficoltà, non concedono mutui e non mettono gli assegnatari nelle condizioni di disporre del credito necessario per fare investimenti e avviare attività produttive. In sostanza, anche su questo tema occorrerà riflettere e, al fine di superare tali ostacoli, sarà necessario - come proponiamo - un intervento diretto sul piano legislativo.
Questi sono in sintesi i temi contenuti nella relazione. Abbiamo a disposizione in questo momento tre consulenti - li ringrazio per il contributo prezioso che hanno dato nella stesura della relazione - che possono aiutarci ad addivenire a una proposta seria, fattibile, efficace, in grado realmente di farci dire di essere pronti a fare un salto di qualità, a colpire al cuore le organizzazioni mafiose e a fare di questo un grande momento unitario che qualifichi il lavoro di avvio della Commissione parlamentare antimafia e del Parlamento.

PRESIDENTE. Ringrazio il vicepresidente Lumia per la relazione nel merito e anche per la sintesi della sua esposizione. La relazione approfondita, tecnicamente più articolata, come ha chiesto l'onorevole Napoli sarà distribuita in casella a tutti i componenti della Commissione, in modo da svolgere assieme il lavoro di approfondimento e per presentare eventuali proposte di modifica. Tali proposte dovranno essere consegnate entro le 18 del 23 luglio. Come ho detto all'inizio, il 25 si terrà l'ufficio di presidenza che le valuterà e il 26 terremo la seduta plenaria. Lo stesso relatore ha rimarcato come sia intenzione dell'intera Commissione giungere a un testo ampiamente condiviso; di conseguenza, anche eventuali emendamenti verranno valutati e apprezzati perché credo che in questa materia, come dichiarato dall'onorevole Lumia, sarebbe importante un segnale forte, unitario, unanime da parte della Commissione, tale da investire il Parlamento di un'assunzione di responsabilità collettiva e unitaria di tutte le forze politiche. La relazione illustrata dal vicepresidente Lumia va esattamente in questa direzione.


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Per quanto riguarda la missione a Napoli, attendiamo le decisioni della Conferenza dei capigruppo del Senato, che si terrà alle 16 di oggi, per valutare l'eventualità di effettuarla nella giornata di sabato 14. Lunedì 16 saremo a Palermo, martedì 17 a Catania, mentre lunedì 23 e martedì 24 ci recheremo a Reggio Calabria.
Per i senatori e i deputati interessati, è prevista la missione a Palermo il 19 luglio per l'anniversario della strage di via d'Amelio. Dato che il convegno previsto per lo stesso giorno dall'Associazione nazionale magistrati alla presenza del Presidente del Senato Marini comincerà presto, alle 9,30, per i componenti della Commissione che lo richiedano prevediamo la missione già per la seduta pomeridiana e serale del 18 luglio.
Dichiaro conclusa la seduta.

La seduta termina alle 15.

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