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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del Ministro dell'interno, Giuliano Amato.
La seduta verterà sul «pacchetto sicurezza», sulla criminalità organizzata nel meridione e sulla relativa attività di contrasto, nonché sulla situazione dei beni confiscati, tutte materie che stanno impegnando la nostra Commissione dal suo insediamento.
Ringraziando il Ministro Amato per la sua presenza, vorrei pregarlo di comunicarci eventuali esigenze di segretezza che richiedano di procedere in seduta riservata.
Regoleremo i lavori in modo che dopo la relazione del Ministro sia possibile svolgere delle brevi domande, più che degli interventi, affinché il Ministro possa rispondere direttamente; qualora vi fosse l'esigenza di ulteriori approfondimenti, verrà prevista un'altra seduta.
In qualità di Commissione antimafia abbiamo svolto in questi mesi un lavoro di inchiesta sul territorio, con la nostra presenza oltre che con le audizioni, soprattutto in materia di beni confiscati, la cui relazione è già in discussione presso la Commissione stessa.
Come istituzione lanciamo un allarme su quanto sta avvenendo nei processi di riorganizzazione delle mafie, anche sulla base degli elementi raccolti nel corso delle nostre audizioni. Non sono pochi i problemi che si riscontrano nel contrasto alle mafie sul territorio, anche in termini di sicurezza e di adeguamento degli strumenti normativi e di adeguamento complessivo dell'azione e della presenza dello Stato. Le recenti vicende che riguardano il magistrato Piscitello, ma prima ancora Raffaele Cantone, il giornalista Saviano, la recrudescenza del racket in intere aree, l'aggressione agli imprenditori ma anche le reazioni degli imprenditori dimostrano che le mafie stanno vivendo un particolare momento di transizione. Per tale motivo poniamo grande attenzione a ciò che il Ministro ci dirà e a quanto i commissari vorranno proporre al Governo in materia di sicurezza.
Concludendo, vorrei evidenziare un rischio sorto nel dibattito che si è sviluppato nel Paese, nel Parlamento e anche nel Governo in tema di sicurezza, vale a dire che, di fronte all'emergenza sicurezza che riguarda le aree urbane settentrionali, i temi della lotta alla mafia e alla criminalità organizzata passino in secondo piano, come è accaduto in altre fasi della nostra storia, per esempio negli anni del terrorismo. Proprio in quei periodi le mafie hanno riorganizzato il proprio livello di pervasività, di presenza e di ristrutturazione in rapporto all'economia, alla società e alla politica. Non vorremmo che, per come il dibattito si è sviluppato, dietro
l'emergenza di oggi il tema della lotta alla mafia, alla 'ndrangheta, alla camorra e a Cosa nostra passi in secondo piano.
Riteniamo che anche l'azione del Governo debba tenere conto di tale esigenza; non possiamo aspettare nuove Duisburg, come il Ministro ha sostenuto, perché nell'opinione pubblica si recuperi la centralità di questi temi. Le mafie, purtroppo, vanno combattute a riflettori spenti e nella loro normalità.
Scusandomi per la premessa, cedo subito la parola al Ministro Amato.
GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Desidero innanzitutto ringraziarvi per questa audizione, che sono pronto ad articolare anche in più sedute. L'argomento è ampio e io, tra l'altro, ho la necessità imprevista di concludere l'audizione per le 15.30, poiché le vicende di Napoli si affiancano alla parola emergenza anche quando magari non lo è. Napoli è emergenza, pertanto ieri pomeriggio è stata convocata una riunione alla quale non posso mancare.
Vorrei subito rassicurarla, presidente, sul fatto che non corriamo il rischio che la lotta alla criminalità organizzata venga pretermessa in ragione di altre vicende riguardanti la sicurezza. Non sempre le priorità dell'azione che considero comune tra la Commissione che lei presiede e il Governo coincidono con le domande alle quali i politici tendono a rispondere. Chi avesse seguito il dibattito sulla sicurezza in Italia settimane fa avrebbe avuto l'impressione che la figura del lavavetri, improvvisamente emersa alla cronaca, fosse diventata il problema principale del Paese. Non credo che lo sia mai stato; devo constatare che in ragione delle domande ricevute e delle risposte date da una parte cospicua della nostra classe dirigente questa sensazione è stata erroneamente ingenerata. In ogni caso, il cosiddetto «pacchetto sicurezza» si aprirà con il capitolo che riguarda proprio la lotta alla criminalità organizzata.
Noi avremmo diversi modi per organizzare la discussione, perché i temi sono veramente tanti. Potrei immediatamente addentrarmi nelle modalità attraverso le quali le criminalità con cui da tempo abbiamo a che fare stanno cambiando o stanno vivendo una fase di relativo cambiamento. In fondo da diverso tempo si parla della mafia come di un'organizzazione capace di una lunga pax e di non turbare col ricorso alla violenza la gestione di affari che meglio vengono gestiti se non ci si rende evidenti. Qualche contraddizione rispetto a questo modulo comincia ad emergere. Si parla di rapporti non solo tra le grandi organizzazioni nazionali, ma anche ormai tra queste e organizzazioni di diversa origine nazionale che sono entrate nel nostro territorio e che hanno cominciato in parte a competere ed in parte ad allearsi con le nostre. Si parla sempre più insistentemente di legami multinazionali delle nostre organizzazioni criminali; si parla di rotte nuove, per la droga in particolare, che mettono in moto altri rapporti ed altre alleanze: penso alla rotta africana che, per la cocaina proveniente dall'America Latina, sta ormai diventando non meno importante della rotta iberica.
Di tutto questo potremmo parlare, ed è importante che si parli, ma io penso, a dire il vero, che possa essere più utile in questo momento parlare degli strumenti, perché altrimenti alla fine avremmo fatto una bella discussione che ci ha aiutato a capire meglio il fenomeno mafioso ma rimarremmo dove siamo: rimarremmo con i tempi eterni fra i sequestri e le confische dei beni; rimarremmo con amministratori giudiziari di beni che avrebbero bisogno di amministratori con altre professionalità; rimarremmo con i diritti dei terzi che creano un geroglifico intorno alla gestione del bene; rimarremmo infine con infiltrazioni mafiose o criminali dentro le amministrazioni pubbliche che gestiamo con strumenti invecchiati.
Preferirei pertanto entrare in questi temi che so essere alla vostra attenzione, meritoriamente, per vedere se possiamo insieme definire orientamenti che possano diventare rapidamente norma. Noi abbiamo veramente bisogno di agire, abbiamo un bisogno disperato di agire meglio.
In tutta la mia esperienza di ormai più di un anno percepisco la frusta continua che viene dalla capacità della criminalità di operare con una straordinaria agilità e dal fatto che io e i miei colleghi siamo sempre all'inseguimento. Credo di avere personalmente una cultura sufficientemente solida per capire che devo seguire la rule of law: io ne sono fondamentalmente convinto, loro no. Questo per certi aspetti dà loro un vantaggio competitivo; alla lunga io confido che il mio svantaggio diventi un vantaggio, perché io incarno le regole con le quali gli esseri umani dovrebbero convivere, loro incarnano le non-regole che portano la forza e la violenza a prevalere sulla dignità. Consapevole come sono di tutto questo, tuttavia penso di dover realizzare di più all'interno della mia rule of law, senza mai abbandonarla, per rendermi più efficiente e per colmare una parte del mio svantaggio.
Vi dirò che in un ambito diverso da quello del quale ci stiamo ora occupando, quello del terrorismo, da tempo cerco di spronare l'Europa - e devo dire che il commissario Frattini si è sintonizzato su questa lunghezza d'onda - perché si passi dalla lotta all'associazione terroristica alla lotta alla cospirazione terroristica. Il terrorismo del nostro tempo non si organizza più con i moduli stabili dell'associazione, con un'organizzazione, uno scopo e una stabilità, ma è una rete, come si suol dire, e opera attraverso la rete col massimo di leggerezza. Io ho bisogno che la figura di reato fotografi la nuova realtà e non quella delle Brigate Rosse e della Rote Armee, che è la realtà del terrorismo degli anni Settanta e non quella degli anni Duemila.
Qui abbiamo un problema analogo. Pensiamo ai comuni, che sono una delle mie angosce quotidiane. Mi trovo amministrazioni infiltrate come un terreno nel quale è entrata la diossina, e io lavoro sui pilastrini che ci sono sopra, vale a dire sugli eletti. Combattere l'infiltrazione mafiosa nelle amministrazioni disponendo soltanto di strumenti che portano alla rimozione e successiva rielezione della parte elettiva è certo una parte della soluzione, ma non basta.
Da mesi ho davanti a me una relazione, una delle prime che ho letto, scrittami dall'allora prefetto di Reggio Calabria, Luigi De Sena, un uomo che ragiona sulle cose che gli capita di fare nella vita. Egli mi diceva - e bisognava saperlo leggere, perché altrimenti poteva apparire una sorta di resa quando voleva essere il contrario, uno sprone a fare di più - quali fossero i risultati di un accesso. Su quella premessa poteva anche proporre lo scioglimento dell'amministrazione: si sarebbe insediata una commissione, poi si sarebbero svolte nuove elezioni, ma poi sarebbe stato ben possibile che tutto cominciasse un'altra volta, perché con questi mezzi non riusciamo a raggiungere le radici e le manifestazioni effettive dell'infiltrazione. Questo è un primo tema.
L'altro tema è quello dei beni, ma non perché sia una nostra fissazione. Già dal 1965, vale a dire dalla prima legge che estendeva le misure di prevenzione adattandole al fenomeno mafioso, avevamo previsto la confisca quale misura di prevenzione: fu una grande intuizione di Pio La Torre. Oggi ciò è sempre più vero e sempre più importante, perché sempre più le organizzazioni criminali non si limitano a taglieggiare l'economia ma entrano in presa diretta nell'economia stessa; pertanto, togliergli i beni e le risorse significa sconvolgere il loro gioco. Oltre al valore simbolico che abbiamo sempre attribuito al fatto di rimettere nel circuito del lecito un bene infettato dalla provenienza delle risorse con cui era stato acquistato, qui andiamo proprio al cuore e allo scopo sociale dell'attività, che consiste nell'accumulare non solo beni ma attività economiche. Occorre capire anche quali e dove cominci e dove finisca il bene legato direttamente o indirettamente all'attività mafiosa, e per fare ciò disponiamo di strumenti invecchiati.
Ferma restando la nostra consapevolezza di limiti invalicabili per ragioni che ho chiamato in genere di rule of law, credo che, come la Corte costituzionale arrivò a sancire proprio a proposito della legge del 1965 e di quelle che sono seguite, dobbiamo avere il coraggio di ammettere
una specialità del diritto di prevenzione antimafia. Persone come me hanno scritto per anni che le misure di prevenzione erano in radice contrarie con la Costituzione repubblicana, ma poi anch'io ho preso atto che la strada seguita era quella della giurisdizionalizzazione. Si è scelta la strada di dire che sono incostituzionali in quanto limitazioni di libertà, ma comunque legittime in quanto effettuate da autorità dell'esecutivo e giurisdizionalizzate in ragione anche del principio del contraddittorio. La strada è stata questa, e io da quarant'anni a questa parte non ho più detto nulla sull'argomento, prendendo atto dello svolgimento della realtà e degli argomenti della Corte costituzionale, la quale ha stabilito che quando si tratta di mafia si può fare anche un passo più in là. Infatti, in questo caso il bilanciamento degli interessi è tale che è possibile avere qualche spazio in più: non carta bianca, ma qualche spazio di più. Se è così, ci dobbiamo domandare se lo spazio in più si estenda, oltre che al diritto penale e al diritto della prevenzione, anche al diritto lato sensu amministrativo, ed entro quali limiti istituti che nella normale dialettica e dinamica del rapporto di pubblico impiego hanno determinate cadenze possano, in ragione dell'incombenza del fenomeno mafioso, averla parzialmente diversa.
Credo che il problema debba essere impostato in questi termini: a fronte di singole obiezioni che possano venire a fronte di singole modifiche, non limitarci a rilevarne il contrasto con il quadro normativo, ma cercare di definire una cornice all'interno della quale qualche passo in più - non la carta bianca - lo si possa anche ammettere. Da questo punto di vista, rispetto a infiltrazioni che riguardino non soltanto o non tanto la parte elettiva - che è quella per la quale abbiamo le armi più semplici, quelle già esistenti - è evidente che non si possa licenziare qualcuno se non a seguito di procedimento disciplinare. È inutile andare a cercare soluzioni diverse, perché non vi sarà corte, nemmeno costituzionale, che accetterà misure così drastiche; però una sospensione con allontanamento si potrà comunque prevedere, fermo restando che c'è il procedimento disciplinare e ci potrà essere poi la sentenza per le misure che vanno al di là di questo.
Come argomento di studio io vi dico che le misure di prevenzione personale sono molteplici, e un Giuliano Amato anni Sessanta vi avrebbe detto che sono tutte incostituzionali. Una volta deciso che non lo sono, purché con l'accorgimento della giurisdizionalizzazione, un'incandidabilità temporanea a talune cariche come misura di prevenzione può darsi che riesca a superare il vaglio della legittimità costituzionale. Un'incandidabilità in assenza di sentenza passata in giudicato non ci riuscirà, perché rappresenta la privazione di un diritto politico fondamentale; questo potrà essere consentito soltanto a seguito di sentenza passata in giudicato. Non dobbiamo neanche avvertirlo come un vincolo difficile da tollerare perché ce lo impone la Corte costituzionale; dobbiamo sentirlo come espressione della superiore civiltà che noi incarniamo rispetto alla mafia, e di questo sono profondamente convinto.
Una volta preso atto che le misure di prevenzione possono essere consentite, qualcosa di temporaneo e limitato a una carica potrebbe forse essere ipotizzato e darebbe certamente un'arma in più. Trovare il modo perché la commissione possa rivedere singoli atti dipenderà dai soggetti; dovrà trattarsi di atti dell'amministrazione, e se è una società vi sono differenze che non possono essere ignorate. Ci sono dei margini che debbono essere esplorati evitando che il ginepraio delle norme che proteggono nell'insieme il pubblico impiego risulti nella sua interezza non invalicabile in presenza del rischio di infiltrazione mafiosa.
Dobbiamo avere il coraggio di porci dei limiti invalicabili e di erodere qualcosa dell'esistente. Credo di avere imparato (e credo sia positivo averlo imparato) che non ci possiamo sempre sentir dire «questo non è possibile». Io ho sentito gli americani dirmi: ma c'è il primo emendamento, la libertà di pensiero: come pretendi che chiudiamo i siti nei quali si danno istruzioni per il confezionamento di
esplosivi? Io ho risposto che questa non è libertà di pensiero. Io sono pronto a morire per la libertà di pensiero, ma non sono pronto a far morire i miei concittadini perché sia contrabbandata come libertà di pensiero la codificazione delle modalità per preparare un esplosivo. Che poi ci siano novanta avvocati pronti a sostenere il contrario lo so bene, ma devo avere il coraggio di definire le tesi che stanno dentro la rule of law e che possono anche cambiare gli orientamenti delle corti, perché non è detto che le corti debbano pensarla sempre allo stesso modo.
L'altra mattina con una nostra operazione sono stati circondati 70 tifosi di una squadra romana, la Lazio (sembra che uno ce l'abbia sempre con una squadra, ma pure l'altra ha i suoi «puncicatori» che tirano alle natiche del prossimo), radunati per suddividersi i machete e i coltelli che 4 di loro si erano portati negli zaini all'alba per potersi recare, lungo il loro percorso verso Bergamo, dove era diretta la loro squadra, in un autogrill dove avrebbero incrociato i tifosi del Napoli e dove avrebbero usato le loro armi improprie. Questo noi lo sapevamo - saremo forse troppo curiosi, ma lo sapevamo -, ed è per questo che la polizia gli è piombata addosso. A me brucia dentro che, per decisione del giudice di Roma, per il reato si dovesse procedere soltanto nei confronti di coloro che avevano nello zaino i machete e non nei confronti degli altri, quasi che fossero lì per fare un pic-nic o per decidere se andare alla messa delle 8 o delle 9!
GUIDO CALVI. Perché non contestano il reato associativo!
GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Lo so, in ogni caso io penso che ogni tanto ci si potrebbe sintonizzare nel bilanciamento degli interessi in gioco; questo è il punto chiave.
Non voglio citarvi altri casi, altrimenti cambia il senso di quello che vi dico. Questo per me è un impegno e vorrei che potessimo lavorarci insieme e rivedere l'articolo 143 e addentellati vari del decreto legislativo n. 267 del 2000, relativo allo scioglimento dei consigli comunali e provinciali; so che avete cominciato a lavorarci in I Commissione alla Camera, ma occorre agire sui metodi e sui criteri di lavoro.
Lo stesso vale per la questione dei beni, alla quale io attribuisco un'importanza cruciale che nel nuovo tempo esige una verifica di tutti i passaggi, in modo da essere in grado di affrontare ciò che di nuovo è venuto emergendo negli anni e di affrontare meglio ciò che preesisteva e che si è rivelato non funzionante.
Un punto cruciale del nuovo è mettere a fuoco le indagini: quali indagini? Quale attività? Quali beni? Quali aziende? Ciò esige un'enorme capacità di cooperazione sovranazionale, perché ormai l'attività di riciclaggio non ha confini nazionali e rientra nel territorio nazionale attraverso attività apparentemente pulite che ricadono invece sotto l'originaria definizione del bene confiscabile, quella del bene «indirettamente» legato all'attività mafiosa. Questo «indirettamente» raggiunge l'attività mafiosa attraverso i mille passaggi del riciclaggio. È la cosa più importante che ci troviamo a fronteggiare. Io che ho bisogno di ridurre le mie spese per affitti posso egoisticamente ritenere che sia importante liberare il più presto possibile dai terzi in buona o in mala fede beni confiscati nel sud che io possa poi assegnare a Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza per risparmiare; va benissimo se riesco a farlo, però devo sapere che la mia missione principale è mettere le mani su aziende apparentemente pulite che ricadono nel mio «indirettamente».
Qui opera in primo luogo - certo non solo, ma in primo luogo - la Guardia di finanza, con un'attività di indagine e di coordinamento con gli organismi similari degli altri Paesi cui dobbiamo dedicare una speciale attenzione. È un capitolo che manca, nel senso che lo diamo per scontato; la nostra disciplina interviene quando già è stato acquisito il bene che qualcuno ha identificato in sede di prevenzione o in sede giudiziaria come sequestrabile e
quindi confiscabile. Dobbiamo creare il «capitolo zero» di questa vicenda che è ancora assente, il capitolo della tipologia e della strumentazione delle indagini necessarie a identificare i beni sequestrabili.
Naturalmente non è una terra vergine, sappiamo che tali indagini vengono svolte; abbiamo però bisogno - e sarebbe utilissimo proprio in questa sede così autorevole e così focalizzata - che coloro che se ne occupano ci fornissero tutti gli elementi necessari a capire in che cosa le indagini possano essere migliorate, come si integrino quelle svolte dai Servizi con quelle elaborate più routinariamente sui libri contabili proprie dell'attività della Guardia di finanza, come si connettano le filiere di informazioni che si ottengono sapendo cosa gli esseri umani si dicono quando non resistono alla tentazione di usare il telefonino, una straordinaria invenzione che ha aiutato moltissimo tutte le Telecom del mondo, che ha aiutato moltissimo i Paesi poveri nei quali ancora non c'era il telefono fisso, ma che ha aiutato moltissimo, imprevedibilmente, anche noi. Infatti, la capacità degli esseri umani di spifferare attraverso quel «coso» ciò che essi stessi ritengono segreto è meraviglioso, perché aiuta moltissimo le indagini.
Nell'ultima riunione del Consiglio giustizia e affari interni dell'Unione europea tenutasi a Lisbona tre giorni fa ho affermato che è possibile che il mio Paese spenda troppo in intercettazioni - infatti è un capitolo sub iudice parlamentare (non certo sub iudice giudiziario) -, però è innegabile che tutto questo porti dei frutti. Pone dei problemi delicatissimi di actio finium regundorum, e sappiamo tutto del terzo in buona fede che viene colto in chiacchiere; però, dal mio unilaterale punto di vista, lasciate che parlino: ci aiutano un poco!
Tutto questo va ricostruito, messo insieme e organizzato, e vanno bene organizzati i rapporti con gli altri Paesi che cominciano ad avere anche loro la preoccupazione legata alle nostre stesse criminalità. L'episodio di Duisburg non ha rappresentato lo sbarco della 'ndrangheta in Germania, i tedeschi lo sanno benissimo e lo sapevano anche prima; è stato l'episodio che ha fatto esplodere davanti all'opinione tedesca la presenza preesistente di organizzazioni criminali anche sul loro territorio. Il Tesoro inglese esprime quasi ogni volta che incontra noi delle amministrazioni dell'interno la sua preoccupazione per le frodi di cui Sua maestà britannica (intendendosi per tale non la Regina ma la Corona istituzione) è vittima a causa di infiniti imbrogli che la criminalità organizzata combina sotto la copertura di società ora esistenti ora inesistenti. C'è quindi tutto un lavoro che dobbiamo fare. È da notare che noi abbiamo ormai un'esperienza, proprio attraverso la tematica delle attività inesistenti confiscate, con le difficoltà derivanti dalla gestione di aziende inesistenti ma che magari hanno dei dipendenti, fenomeno che si sta ora presentando in tutta Europa.
Il secondo punto sul quale lavorare, seguendo sempre l'indice di un ideale manuale che è nelle vostre teste, perché vi occupate di questa materia non meno di me, è come gestire il doppio binario, per intenderci prevenzione e giudiziale. Io sono convinto che sia bene mantenerlo, non c'è dubbio però che le modalità debbano essere omogeneizzate: non posso trovarmi un bene che in base a una delle due procedure viene sottratto alla disponibilità dell'interessato e un bene analogo che, seguendo un'altra procedura, è pignorato presso il medesimo e quindi rimane nella sua disponibilità. Siamo ormai abituati ad avere il doppio binario, però armonizziamo le procedure! Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo seguire quella del codice di procedura civile, basta cambiare la normativa di riferimento.
Condivido fortemente la separazione tra misure di prevenzione personale e misure di prevenzione patrimoniale, dobbiamo soltanto deciderci a farla. Credo che ormai non trovi più obiezione da parte di alcuno: il bene deve rimanere sottratto al circuito qualunque sia la sorte delle persone, una volta escluse le ragioni probanti per dire che era tutto sbagliato. Nella misura in cui permangano le ragioni che collegano il bene all'attività criminale,
se dalla stessa risulterà sconnessa la persona ma non il bene, non vi è ragione che il bene segua le sorti della persona. Ciò, tra l'altro, semplifica molto le cose e dà forza e anche maggiore rapidità alla procedura.
Vi è poi l'importanza di una chiara indicazione in legge, ma anche di una capacità di presenza legale forte, in relazione ai diritti dei terzi. Se analizzassimo i giustissimi dati forniti dall'onorevole Lumia nella sua relazione di luglio (quindi molto recente) vedremmo che l'alta percentuale di beni non destinati è legata alla presenza delle più disparate situazioni giuridiche: ci sono i dipendenti, i locatari, i comproprietari, i creditori, la massa fallimentare, tutte situazioni diverse tra loro. Per essere sintetico, da una parte io vedo una carenza assoluta nel fronteggiare tali situazioni, che poi diventano paralizzanti (un po' come il ginepraio della disciplina del pubblico impiego sul fronte precedente); dall'altra parte c'è la questione della gestione effettiva dei beni. Allo stato attuale nessuna delle due funziona. Come voi sapete, io ho sempre sostenuto la necessità di una soluzione diversa, ma non vorrei mitizzare la soluzione diversa se prima non sono in grado di dire che attraverso di essa potrò risolvere i miei problemi. Non è passando da un'agenzia A un'agenzia B che ottengo il risultato di saper fronteggiare con professionalità e rapidità le trappole giuridiche che mi trovo davanti a proposito di ciascuno dei beni e che ormai sono trappole preparate e che non sono lì per caso. Il comproprietario viene predisposto appositamente, a volte anche il creditore o il diritto reale di godimento.
Mi avete segnalato opportunamente la situazione paradossale del palazzo di Casal di Principe, dove c'era una porta sola dalla quale si poteva uscire dai diversi appartamenti; poiché noi avevamo acquisito, in ragione delle leggi, solo uno degli appartamenti, e negli altri ci stavano i familiari del camorrista, che con una porta sola dovevano necessariamente passare di lì, cosa si poteva fare? Alla fine, dopo la segnalazione del presidente della Commissione antimafia, ho fornito io il denaro al comune per aprire la seconda porta e abbiamo potuto separare gli appartamenti. Ma deve intervenire il presidente dell'antimafia che lo comunica al Ministro per risolvere un problema del genere?
Si vede bene come esista una difficoltà oggettiva di gestione, e noi dobbiamo studiare i modi per intervenire: sono necessarie una professionalità manageriale e una «professionalgiuridica» che oggi non ci sono. L'Agenzia del demanio lascia i beni in mano agli amministratori giudiziari perché non ha un corpo di amministratori, e queste brave persone fanno quello che sanno fare. Il corpo di professionisti della gestione del bene e della gestione delle grane che incombono sul bene è assente, e allora dobbiamo pensare a una soluzione che ci doti di questi due ingredienti che oggi mancano. È questo che rende credibile l'altra soluzione, perché accusare di non aver risolto i problemi e quindi spostarli da un'altra parte non è sufficiente se non dimostro che da questa nuova parte avrò in dotazione strumenti che chi ha fallito in ragione delle sue caratteristiche e dei suoi compiti istituzionali non poteva avere. In tal modo do anche forza alla mia scelta, perché non posso pretendere dall'attuale agenzia che abbia professionalità diverse da quelle che la caratterizzano con notevole efficacia.
Vi è anche il problema del rapporto tra amministrazione nazionale e locale, che dobbiamo meglio mettere a punto. Io ho imparato attraverso l'esperienza che è giustissimo ciò che propone l'onorevole Lumia nella sua relazione, vale a dire che quando il bene deve essere assegnato per la gestione sarà in grado di farlo al massimo un organismo provinciale. Il prefetto può avere una voce utilissima al riguardo, ma certo non è né un'agenzia nazionale né una brava persona che fa l'amministratore giudiziario, che può mancare degli elementi necessari. Naturalmente possono essere portati aggiustamenti procedurali per ridurre la tempistica.
Non tutte sono cose facili da fare, però se abbiamo chiaro il quadro delle domande alle quali dobbiamo rispondere è anche possibile che troviamo le risposte adatte, e lo dobbiamo fare al più presto.
PRESIDENTE. Grazie, signor Ministro. Do la parola ai deputati e senatori che intendono porre quesiti.
CARLO VIZZINI. Ho alcune domande da porre molto brevemente, non prima di dire che ho apprezzato gli aspetti di contenimento del sistema giuridico presenti nel discorso del Ministro. Il sistema in quanto tale ha una sua elasticità, che però a un certo punto può venir meno, facendo sì che determinati provvedimenti finiscano per provocarne la rottura. Vorrei però far presente (lo dico innanzitutto a me stesso) che se è evidente che una legge non può negare il diritto alla candidatura di soggetti ai quali spetta ai sensi della Costituzione, purtroppo spesso si dimentica la funzione dei partiti politici, che in qualità di tramite tra la società e le istituzioni devono sapersi assumere la responsabilità di evitare la candidatura di persone che, pur non avendo a loro carico una condanna definitiva, non vengono ritenute adeguate per rappresentare il resto della società. Sino a quando ciò non avverrà l'argomento sarà trattato così com'è ora trattato nelle piazze, con il rischio che la gente si convinca che l'unica soluzione è quella che lì viene proposta. I partiti devono assumersi le loro responsabilità, e noi abbiamo tentato di predisporre una sorta di codice di comportamento alla vigilia delle elezioni amministrative. Credo che l'effetto non sia stato eccezionale.
PRESIDENTE. Lo stiamo monitorando.
CARLO VIZZINI. Io mi sono dovuto presentare alla procura della Repubblica per aver stracciato in faccia al figlio di un mafioso la sua candidatura elettorale, negandogliela. Poi però mi assumo i rischi che ne conseguono, anche se non mi pento di averlo fatto (e lo rifarei).
Vorrei sapere dal Ministro, sul tema del riciclaggio e dei comportamenti degli istituti di credito in questo Paese, se consideri appropriata l'organizzazione, che a me pare ancora informata al criterio storico pecunia non olet, per cui le operazioni sospette spesso non vengono segnalate. Lo stesso Governatore della Banca d'Italia da noi ascoltato propone un controllo in house, che io vedrei meglio affidato a un soggetto terzo, se vogliamo parlare seriamente di queste cose.
Io considero la sua, Ministro, un'attività di coordinamento rispetto alla lotta alla criminalità organizzata; pertanto, sebbene non sia argomento di sua specifica competenza, vorrei sapere come possa accadere che, nelle carceri italiane, persone soggette al regime dell'articolo 41-bis sappiano preventivamente a quale cella di quale carcere verranno trasferiti e contemporaneamente chi verrà trasferito nella loro. Se così non fosse il signor Santapaola, detenuto in regime di 41-bis, non avrebbe potuto lasciare la propria fede nuziale nella cella che ha abbandonato e nella quale è stato poi trasferito un altro mafioso palermitano, Bagarella, che aveva a sua volta lasciato la fede nuziale nella cella dalla quale proveniva. Tutto ciò avviene attraverso un chiromante oppure attraverso il sistema penitenziario. È bene comprendere che, se l'articolo 41-bis ha il fine di impedire che dalle carceri si possano dare segnali di potenza sul territorio, episodi del genere dimostrano la nostra attuale sconfitta su questo terreno.
Per restare sul terreno delle cose da fare, in questo momento è sorto nuovamente il dibattito sull'uso dell'esercito. Lei ricorderà di aver fatto un'esperienza di questo tipo quando era Presidente del Consiglio dei Ministri.
GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. L'operazione «Vespri siciliani».
CARLO VIZZINI. Forse non è chiaro il senso del dibattito, che è quello di dire: abbiamo una task force che in periodi di particolare acutezza e recrudescenza dei fenomeni possa vigilare gli obiettivi sensibili
fissi, consentendo alla Polizia, ai Carabinieri e alla Guardia di finanza di continuare a svolgere il loro ruolo di investigazione sul territorio senza stare a presidiare i tribunali o le procure della Repubblica, senza sottrarre uomini e mezzi al territorio e all'investigazione. Credo che il dibattito debba ridursi a questo, senza dare la sensazione che si voglia militarizzare il territorio, ma sapendo che se domani mattina cinquanta imprenditori siciliani decidessero di collaborare contemporaneamente forse non saremmo nelle condizioni di fronteggiare la reazione nei confronti delle loro aziende.
PRESIDENTE. Senatore Vizzini, andiamo all'essenza, per favore. Ci sono molti altri colleghi iscritti a parlare.
CARLO VIZZINI. Presidente, una volta che mi capita di parlare per primo mi faccia fare la parte del primo iscritto! Pongo solo altre due domande, alle quali peraltro desidero avere delle risposte.
Sui beni confiscati vorrei dire che troppo spesso le aziende sono state sottoposte al regime di conduzione del codice fallimentare. Le aziende dei mafiosi sono ricche, produttive di redditi e con dei lavoratori e non possiamo distruggerle affidandole a commissari giudiziari che le amministrano come se fossero curatori fallimentari.
Da ultimo (le risparmio la domanda sull'armonizzazione della legislazione, gliela porrò in Commissione affari costituzionali al Senato, dove è in corso un analogo dibattito), non mi dispiacerebbe se lei fosse in grado di fornirci notizie sugli sviluppi della relazione tra Cosa nostra americana e Cosa nostra siciliana alla luce dei rapporti dello SCO e di quello che sino a una certa parte dell'anno abbiamo potuto ascoltare dialogando con gli inquirenti palermitani, nella convinzione che ci siano sviluppi molto preoccupanti e che nella città dove vivo in questo momento ci siano alcuni morti che camminano.
GIUSEPPE LUMIA. Signor Ministro, abbiamo la necessità di passare da quella che io chiamo l'antimafia del giorno dopo all'antimafia del giorno prima. In parte dovremo restare nell'antimafia del giorno dopo, ma dobbiamo almeno provare a spostare verso l'antimafia del giorno prima energie, strumenti, leggi e operatività, prima che le mafie colpiscano.
Vorrei sentire la sua opinione e le sue valutazioni sui nuovi pericoli che incombono su interi pezzi di società. Si parlava poc'anzi di giornalisti come Saviano e Lirio Abbate, ma si parla anche di rappresentanti delle istituzioni che possono diventare di nuovo oggetto di mira delle associazioni mafiose. È necessario spostare la nostra attenzione prima che loro colpiscano, ma anche prima che si organizzino e che si definiscano le nuove gerarchie e i nuovi assetti all'interno delle organizzazioni mafiose, da quelle siciliane con Matteo Messina Denaro e Lo Piccolo, a quelle calabresi e campane con i ruoli all'interno delle organizzazioni dei casalesi, che ci sono stati indicati anche nel corso dell'ultima missione.
Le chiedo se lo spazio antimafia europeo cui alludeva sia all'ordine del giorno negli incontri con i suoi colleghi e se abbia una sua road map, delle tappe, degli strumenti e delle fasi con cui finalmente concretizzarsi.
Signor Ministro, volevo dirle con molta lealtà che ho l'impressione che allo stato attuale possiamo al massimo contenere il fenomeno, mentre se vogliamo colpire e affondare le mafie dobbiamo con urgenza attuare alcune leggi e cambiarne altre. Faccio velocemente riferimento a tre leggi da attuare ormai già da anni, delle quali due la riguardano indirettamente e una direttamente. Di quelle che la interessano indirettamente la prima è riferita all'anagrafe dei conti e dei depositi. Come si può fare una moderna lotta al riciclaggio se si impiegano due anni per scrivere a tutti gli istituti di credito, a tutte le filiali e si chiede di informare tutti che su un certo soggetto è in corso un'indagine? In nome della privacy si critica la possibilità di realizzare l'anagrafe, che pure è prevista dalla legge da più di 14 anni, invece con un accesso giurisdizionalizzato la privacy è
più tutelata che non adesso. Altrettanto posso dire a proposito dell'albo degli intermediari finanziari, che attende di essere realizzato dal 1996. Nel frattempo tutti prestano danaro con i tassi che vogliono, come vogliono e con pochi controlli.
C'è invece una legge che la riguarda direttamente, ed è la legge Mancino sul trasferimento ai questori delle competenze sul territorio in termini di passaggi di proprietà, di nuove licenze e nuove attività. Qui in Commissione risulta che tutte queste informazioni sono accumulate negli scantinati delle questure. Come è possibile invece informatizzare i dati trasferiti dai segretari comunali e dai notai per consentire una moderna lettura del territorio?
In tema di leggi che andrebbero cambiate, sono d'accordo su quanto lei ha sostenuto in merito all'agenzia. Penso che le prefetture locali debbano avere un ruolo maggiore, perché sono le uniche strutture in grado di intervenire efficacemente e rapidamente sui beni ancora in possesso degli inquisiti. Esse hanno anche la possibilità di velocizzare, d'intesa con le autorità giudiziarie e con gli amministratori specializzati che lei ha definito, quel percorso utilissimo per tutti in grado di darci dei risultati immediati. Ci sono ancora 4 mila beni che potremmo utilizzare da subito mettendoli al servizio positivo del territorio.
Sui testimoni di giustizia chiedo se vi sia la disponibilità di recepire, magari anche nel «pacchetto sicurezza», lo strumento dell'assunzione nella pubblica amministrazione, che li aiuterebbe a evitare l'emarginazione in cui versano (con l'onorevole Napoli, che coordina il comitato testimoni, abbiamo avuto modo di parlarne spesso). Sono meno di 70 le realtà che potrebbero non essere più abbandonate a se stesse, come spesso avviene: attraverso il lavoro queste persone avrebbero la possibilità di reinserirsi socialmente.
Per quanto riguarda il controllo del territorio, se a Gela agli 80 imprenditori che già stanno presentando le loro denunce se ne aggiungessero anche solo 20 il sistema andrebbe in crisi, sul piano sia investigativo sia della sicurezza e della protezione fisica dei denuncianti. La questione è stata già posta dal senatore Vizzini: come garantiamo lì, a Casal di Principe, nella Locride e in altri territori particolari, un controllo del territorio reale, che dia alla democrazia e allo Stato la sua vera sovranità, piuttosto che dilaniarci ideologicamente «esercito sì, esercito no»? Se guardiamo la questione in termini funzionali la risposta deve essere veloce e immediata, e non dibattuta e trascurata, poiché vi è un'urgenza di controllo del territorio cui ancora dobbiamo dare una risposta.
L'ultima questione riguarda la cattura dei latitanti. Nonostante si continui a ottenere risultati (ieri ad esempio ne è stato catturato un altro in Sicilia), vorrei sapere se per la cattura dei grossi latitanti vi sia un investimento in energie che consenta di abbreviarne i lunghi tempi e di fare in modo che l'impunità diventi un loro punto debole su cui colpire e intervenire velocemente.
PRESIDENTE. Vi chiedo brevità nei vostri interventi: vorrei almeno che tutti avessero la possibilità di porre le proprie domande, affinché il Ministro in un incontro successivo possa rispondere approfonditamente a tutti i quesiti.
EUPREPIO CURTO. Devo confessare che mi sarei aspettato, oltre alla brillante relazione del Ministro Amato, qualche elemento in più per la lettura del fenomeno mafioso. Vorrei pertanto porre alcune domande al Ministro, alle quali spero lui voglia rispondere, in un momento successivo.
NICOLA EMILIO BUCCICO. Ha parlato solo degli strumenti. Se ci fossimo attenuti al tema avremmo potuto fare domande.
GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Ho detto in premessa che rinunciavo all'analisi.
EUPREPIO CURTO. Sto dicendo quello che mi sarei aspettato. Il tema può proporlo
il Ministro e lo possono proporre anche i componenti della Commissione. Io mi sarei aspettato altro, ad esempio che il Ministro, dopo le iniziative assunte negli ultimi tempi in tema di sicurezza, ci desse il suo parere sul disegno di legge finanziaria e sulle risorse che il Governo ha ritenuto con quel provvedimento di assegnare al Ministero dell'interno per l'azione di contrasto al fenomeno mafioso. Nella passata legislatura, proprio in questa Commissione, si è parlato molto spesso di adottare dei veri e propri piani Marshall per Napoli per cercare di sradicare il fenomeno criminale, ma ciò non è mai stato realizzato. Spesso la causa è stata la mancanza di risorse. Vorrei sapere quale azione il Ministro abbia esercitato all'interno del suo Governo per reperire le risorse necessarie per una linea forte di contrasto.
Altra questione sulla quale avrei voluto avere qualche informazione in più: il Ministro ha parlato dell'ipotesi di sospensione della candidabilità (che noi vorremmo si traducesse in atti concreti) e degli interventi legislativi volti a creare le condizioni per liberare gli enti locali dalle infiltrazioni della criminalità organizzata. Come già è stato ribadito, nei mesi scorsi abbiamo sottoscritto e adottato con grande senso di responsabilità una sorta di protocollo di intesa su tale argomento, ma credo che le iniziative del Ministro dell'interno al riguardo debbano essere ben precise e non generiche, altrimenti nel campo della sospensione delle candidabilità si potranno verificare fatti assolutamente devastanti di tutt'altra natura, come quello di giungere a quel risultato al solo fine di eliminare un avversario politico (e non sarebbe la prima volta). L'analisi - lo chiederemo al Ministro della giustizia quando verrà - sui risultati effettivi ottenuti rispetto a coloro che, pur facendo politica, sono stati indagati sono sicuramente confermative della mia tesi; pertanto chiedo non solamente prudenza ma anche puntualità nell'esame di tale aspetto.
Per la mia personale impostazione mi sarei aspettato una lettura del fenomeno criminale nel sud che prendesse atto della sua natura, che non è più quella del passato, che è cangiante e sta assumendo connotazioni diverse. Mi auguro che nella prossima occasione voglia fornirci queste risposte.
Infine, evitando la questione del coordinamento delle forze dell'ordine, su cui pure dovremmo parlare, visto che ancora oggi assistiamo al fatto assolutamente incomprensibile che settori dello Stato e delle forze dell'ordine vanno ognuno per conto proprio, impedendo un adeguato contrasto (oltretutto a costo zero) del fenomeno mafioso, vorrei sottolineare che il Ministro non ha accennato neanche per un attimo al fenomeno della criminalità straniera.
GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Veramente per un attimo sì, anzi due.
EUPREPIO CURTO. Mi è sfuggito, allora. Sono stato talmente affascinato dal suo eloquio da aver perso l'attimo fuggente! Comunque, per l'incidenza che oggi la criminalità straniera ha sul territorio probabilmente né un attimo né due sono sufficienti; sarebbe necessario qualche attimo in più che io spero vorrà riservarci alla prossima occasione.
GIUSEPPE DI LELLO FINUOLI. Signor Ministro, intervengo molto brevemente e per flash.
Molte delle cose sulle quali ha disquisito, specialmente in tema di misure di prevenzione, sono state studiate e ristudiate. La commissione Fiandaca sin dal 2002 ha depositato un testo unico pronto per l'uso. Basta qualche modifica. Speriamo quindi che questa Commissione possa, nel giro di pochissimo tempo, varare questo testo unico che contiene tutte quelle indicazioni.
In secondo luogo, centrale del riciclaggio è l'Ufficio italiano cambi. State facendo un disastro con la nuova legge sulle «scatole cinesi» - il riciclaggio, quindi - e state creando un'agenzia separata per accontentare qualcuno (ossia bisogna costituire
un'agenzia cui preporre qualcuno, di cui già si conosce il nome ed il cognome). Ciò inciderà pesantemente nelle indagini sul riciclaggio ed anche sul fenomeno mafioso. Credo invece sia necessario potenziare la grande professionalità dell'Ufficio italiano cambi e non spezzettare addirittura l'azione antiriciclaggio.
In terzo luogo, il Consiglio superiore della magistratura, per sue beghe interne - correntizie e clientelari - ritarda di anni la nomina in uffici giudiziari di primissima importanza: Reggio Calabria, Catania e altro. Come Governo, volete intervenire su questo sconcio, su questa vergogna, che porta a coprire tali posti dopo anni ed è una cosa intollerabile?
In quarto luogo, il sistema bancario in alcuni casi è quasi di supporto oggettivo all'azione della mafia. Infatti l'imprenditore usurato o vittima del racket che denuncia tali reati vede ergersi avanti a sé come prima barriera proprio il sistema bancario che, dichiarandolo cliente a rischio, gli toglie immediatamente il credito. Come Governo volete fare qualcosa?
Ed ancora, il vicepresidente Lumia le ha ricordato alcune leggi. Abbiamo cominciato a parlare della legge che istituisce l'archivio unico dei conti all'allora Ministro Napolitano e al Ministro Flick, ricordando loro come fosse una legge del 1991. Perché diavolo non lo fate, quando ritarda anche di un anno le indagini? Perché non informatizzate la «legge Mancino»? A che serve, se non la informatizzate? È intervenuto un decreto, credo del precedente Governo, che ne ha anche cancellato una parte. Vogliamo incidere su questi strumenti. Come dice bene lei, le analisi sul fenomeno mafioso non servono se non predisponiamo gli strumenti per combattere la mafia.
EMIDDIO NOVI. Signor Ministro, lei ha accennato all'emergenza Napoli. Vorrei soffermarmi un momento su quell'emergenza.
A Napoli, signor Ministro - non so se i funzionari e il prefetto glielo abbiano chiarito bene - è in atto processo di «favelizzazione» «a macchia di leopardo». Cosa intendo per «favelizzazione»? Vi sono parti del territorio urbano che non sono più controllate dallo Stato, oppure parti del territorio urbano che erano totalmente estranee all'infiltrazione criminale e che ora iniziano a essere inquinate. Porto un esempio. Il Vomero era un quartiere del ceto medio e della borghesia. Per due giorni la settimana quel quartiere è diventato infrequentabile, perché bande di gangster di 14 o 15 anni - come a Los Angeles - ormai lo dominano e lo presidiano militarmente. Scrivono persino sui muri i vari club, i vari gruppi che controllano quella zona.
Allora, signor Ministro, in una città come Napoli, dove la crisi, dovuta anche alla depressione delle tradizionali famiglie camorristiche, ha portato alla polverizzazione del fenomeno camorristico (ossia dove vi era un clan ora ve ne sono dieci), il crearsi di questa nuova situazione - che da ben un anno e mezzo, se non da due anni, viene da alcuni denunciata e da altri ignorata del tutto - mi porta a chiedere se in quella città sia possibile assistere indifferenti e incapaci a questa forma di degrado civile e sociale nonché della stessa tenuta dello Stato. Basterebbero dieci - e dico dieci! - uomini delle forze dell'ordine in borghese per normalizzare un'intera isola pedonale. Ciò non avviene. Mi domando perché, visto poi che quel fenomeno si sta estendendo anche ad altre aree della città. Il degrado porta con sé il cambiamento della proprietà dei negozi, il riciclaggio e tante altre cose. È in atto un'emergenza, vi è la «favelizzazione» selvaggia della città: perché non intervenire?
PAOLO CIRINO POMICINO. Signor Ministro, lei ci ha indicato in maniera intelligente una serie di strumenti sui quali incentrare la nostra discussione. La affronteremo nelle prossime giornate con tutta una serie di indicazioni che i colleghi hanno già maturato rispetto alla mia prolungata assenza.
Più che inventarne uno nuovo, voglio indicare un altro strumento sul quale bisognerebbe compiere una verifica per
conoscere i risultati che esso - adottato quindici anni fa da lei, da me e da altri amici che in quell'epoca erano in Parlamento - ha determinato; credo infatti necessario verificare fino in fondo quanto è accaduto. Mi riferisco alla legge sui pentiti e alla legislazione premiale.
Il Ministro ricorda che l'ho chiamato anche telefonicamente dall'ospedale per sollecitare una risposta a un'interrogazione presentata un anno fa. Le posso dire ciò che mi ha riferito il Ministero della giustizia nella risposta: dal 1993 al 2005 i detenuti per i reati di cui agli articoli 416-bis e 630 del codice penale e di cui all'articolo 74 del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, sempre aggravati con la connessione ad attività mafiose, sono stati 15 mila (posso sbagliare di qualche decina, nell'operare la somma), e ne sono stati liberati 15 mila. Attualmente sono detenute, per gli stessi reati, 8.300 persone. Naturalmente, cifre così grosse non dicono nulla, per il semplice fatto che qualcuno può aver terminato l'espiazione della pena. Avevo chiesto - e le chiedo nuovamente - di sapere quanti siano stati liberati per il programma di protezione; quali; quali siano state le somme investite; quali siano stati i risultati singolarmente ottenuti dalla liberazione di personaggi camorristici, con sulle spalle spesso condanne a 20 o 30 anni di reclusione o addirittura all'ergastolo, che sono oggi fuori dalle carceri italiane e della cui attività, in verità, conosciamo poco.
Le sarei grato se ci potesse fornire questa indicazione di quanti, quali e delle somme investite. Diversamente ci troveremmo dinanzi a un'intollerabile reticenza, intollerabile soprattutto da parte sua, che non potrebbe tollerare la reticenza dei suoi uffici.
MARIO TASSONE. Vorrei tornare su un problema che è stato posto, ossia quello del coordinamento. Poiché stiamo discutendo anche degli strumenti, vorrei capire se si ritengano sufficienti, adeguati e idonei anche gli strumenti messi in atto per quanto riguarda il contrasto alla criminalità organizzata. Abbiamo varie forze di polizia, quantitativamente consistenti - per dire la verità - anche in rapporto ad altre nazioni e alla popolazione. Vi sono i Carabinieri, la Polizia di Stato, il Corpo forestale dello Stato, la Guardia di finanza e una serie di varie polizie: Polizia penitenziaria, polizia locale e quant'altro. Ritengo che vi sia assenza di quel coordinamento, che era stato previsto o quantomeno auspicato nel 1981 con la legge n. 121, che aveva disciplinato il nuovo ordinamento dell'amministrazione della pubblica sicurezza. Ma soprattutto viene meno, insieme al coordinamento, quell'azione di intelligence e di investigazione che aveva caratterizzato e un poco animato quella stagione. Questo è un giudizio, a mio avviso, che bisogna pur fare anche per trovare delle conseguenze.
Le cose che ha detto, signor Ministro, certamente trovano l'attenzione anche della Commissione rispetto ad alcuni «aggiustamenti» normativi che andremo a proporre al Parlamento. Ad esempio la proposta relativa al consiglio comunale, assegnata alla I Commissione, credo sia un nodo da sciogliere. A suo tempo votai contro, quando fu approvata quella legge. Certamente bisogna adeguarla.
Poi vi è la DIA. E come giudizio sulla DIA, ritengo che grande coordinamento e grande specificità non esista. Poi vi è il discorso sul ruolo dei Servizi segreti nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata. Un mio giudizio, che pongo ovviamente all'attenzione della Commissione, per quanto riguarda la DNA (non esprimo alcun giudizio sul piano personale nei confronti di nessuno, come è mio costume) è che questa, con i poteri di cui dispone, rischia di essere un ente inutile. Detto con estrema chiarezza: bisogna porre mano anche qui ad un aggiustamento di carattere normativo, altrimenti abbiamo un procuratore nazionale, i procuratori aggiunti, i sostituti, con un coordinamento generico, senza un potere effettivo e senza una grande efficacia.
Altri due elementi sui quali voglio richiamare l'attenzione: in primo luogo, il terrorismo. Lei, signor Ministro, parlava di
esso non come associazione, ma come cospirazione (questo è il passaggio) che si lega anche a una tutela dei problemi sociali e, molte volte, anche a una difesa rispetto ad un malessere diffuso, alimentato e quindi anche enfatizzato. Anche la vicenda di Duisburg certamente ha colpito tutti quanti profondamente. Vorremmo avere un aggiornamento per quanto riguarda il rapporto con l'estero: manca l'area giuridica europea. Sembra che in Puglia vi sia un accordo fra le varie criminalità legato alla prostituzione e all'immigrazione, accordo che è venuto al centro anche di una certa attività.
Un'ultima battuta per quanto riguarda anche l'insoddisfazione e l'insofferenza che emerge da parte della Polizia di Stato, dei Carabinieri e quant'altro: parliamo di tutti perché manca il coordinamento. Fra le altre cose, il coordinamento ha conosciuto un blocco dopo l'elevazione al rango di forza armata dei Carabinieri, tanto per capirci. Potremmo parlare anche lungamente di quella vicenda. La titolarità dell'indagine è su tutti i poteri della Polizia rispetto ai procuratori o ai sostituti procuratori della Repubblica. Si tratta di un malessere profondo che crea anche un indebolimento in termini di slanci di generosità e quant'altro. Sono contro, naturalmente, la militarizzazione, abbiamo avuto l'esercito già negli anni Settanta in Calabria.
Per quanto riguarda la vicenda De Sena, per la verità sono rimasto male del suo trasferimento in piena attività d'indagine della Commissione antimafia. Non si è capito il perché, anche se è stato sostituito da una persona per bene, molto brava, che conosco da tempo. Signor Ministro, lei ha fatto questo mestiere ad altissimo livello; qualcuno di noi, magari a basso livello, lo ha fatto molte volte. De Sena ha avuto l'incarico speciale, in una situazione di emergenza. Musolino - che è persona che merita, per carità - ha avuto questo incarico speciale. Ma questo è ad personam o è legato alla prefettura? E questo è un dato su cui voglio richiamare la sua attenzione, perché si rischia di burocratizzare tutto, di legare tutto ad un «pennacchio», e si tratta di capire quali siano i veri poteri, perché è soltanto il potere di una presidenza di una conferenza sulla sicurezza.
ANTONIO GENTILE. Signor Ministro, la ringrazio per l'attenzione che sta dedicando a questo fenomeno, ma volevo solo sottolineare - seccamente, come dice il presidente - le ragioni del trasferimento o della promozione del «superprefetto» De Sena, atteso che egli venne nominato dal precedente Governo con una specifica missione. Questa nomina avvenne dopo il delitto Fortugno; dopo un anno e mezzo, il dottor De Sena è stato trasferito. In Calabria si stava lavorando bene. In effetti, in quella provincia, che rimane il cuore del fenomeno 'ndranghetistico (ad oggi uno dei più forti del nostro Paese), probabilmente il dottor De Sena aveva toccato - secondo me facendo un ottimo lavoro - anche gli interessi «alti» presenti in quella regione. E le ragioni del trasferimento, se anche passa per una promozione, non sono da tutti accettate, soprattutto nella nostra regione.
Vorrei porre un'altra domanda, l'ultima, perché a me piace parlare poco ma capire i fenomeni e dare anche delle risposte.
A questo punto, signor presidente, chiedo che il mio intervento prosegua in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
ANTONIO GENTILE. Vorrei capire, senza iattanza ma con umiltà, se effettivamente vi possa essere anche qualche ritardo dello Stato e soprattutto se vi sia ancora la possibilità di recuperare il terreno
perduto, perché in Calabria - purtroppo - l'anti-Stato sta vincendo la battaglia.
MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Poiché probabilmente non sarò presente alla prossima seduta (sarò altrove per motivi personali), volevo semplicemente porre - in un attimo solo - una domanda, se il presidente mi dà la parola.
PRESIDENTE. Onorevole Laganà, una domanda secca, perché il Ministro ha un impegno.
MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Signor Ministro, lei stesso, nella relazione, ha ricordato l'operato e la funzione - ho voluto porre ora la domanda per riallacciarmi agli interventi sia dell'onorevole Tassone sia del senatore Gentile - svolti in Calabria dal prefetto De Sena, il quale era stato inviato con poteri speciali per il contrasto alla 'ndrangheta. A lui si era chiesto di tracciare un bilancio per la verifica dell'azione effettiva oltre che per il marketing. Il prefetto De Sena aveva ottenuto dei risultati e stava lavorando bene. Perché è stato sostituito? Non crede che possa apparire un segnale di normalizzazione in Calabria, in questo momento, soprattutto in provincia di Reggio Calabria, dove certamente la situazione non è poi così normale?
PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Amato per la sua partecipazione e rinvio il seguito dell'audizione ad altra seduta.
La seduta termina alle 15,35.
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