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Seduta del 10/10/2007


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Audizione del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che verterà in modo particolare sulle recenti posizioni assunte da Confindustria relativamente alle vittime del racket.
La ringraziamo per aver accettato il nostro invito a partecipare all'incontro odierno. Avvertiamo nelle posizioni di Confindustria, soprattutto dei nuovi vertici di Confindustria Sicilia, un fatto importante, la rottura di una consuetudine, e avvertiamo tutto ciò in particolare in questa fase delicata del rapporto tra le mafie, l'economia e il sistema politico, a fronte di processi di finanziarizzazione della criminalità organizzata che rendono il potere delle mafie pervasivo nell'intero sistema delle imprese. Si tratta di un problema che ha a che fare non soltanto con una singola area del Mezzogiorno, ma complessivamente con la trasparenza del sistema economico del Paese.
Tali fatti sono stati rilevati dalla Commissione antimafia, al di là delle posizioni politiche di ognuno di noi, attraversando il Mezzogiorno per le nostre audizioni: è emerso in modo drammatico il tema dell'economia, di un sistema d'imprese che convive, silente o vittima, con la pervasività delle mafie. Nell'uno e nell'altro caso ci si pone un problema di democrazia. Abbiamo verificato in tante aree come le ASI siano ormai caratterizzate da capannoni deserti, il che vuol dire che molti dei soldi arrivati al sud (penso alla legge n. 488 del 1992) sono stati impiegati per realizzare impianti industriali la cui attività è durata il tempo dell'espletamento del processo di finanziamento. Quei capannoni «morti» però rappresentano un punto di forza per la criminalità, perché qualunque imprenditore arrivi nella zona industriale di Gioia Tauro e abbia bisogno di un'area la trova già occupata ed è costretto a trattare con chi l'aveva precedentemente occupata, quasi sempre organizzazioni criminali.
Lo stesso problema interessa gli appalti, di cui ci occupiamo molto in questa Commissione. Ormai è generalizzato un sistema di gare assolutamente controllate. Il massimo ribasso determina una condizione di alterazione del mercato e della trasparenza, per cui alla fine, soprattutto quando si presenta una cinquantina di ditte che fanno tutte la stessa offerta, si procede con sorteggio, il che penalizza le imprese sane.
Presidente Montezemolo, noi l'abbiamo invitata perché vorremmo ragionare di questo per sapere come Confindustria possa stimolare gli imprenditori per rendere trasparente il meccanismo e per rompere ogni forma e ogni pratica di convivenza, ricorrendo anche ad atti forti:


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noi lo abbiamo fatto anche proponendo un codice di autoregolamentazione della politica. Quanti imprenditori con sentenza passata in giudicato, ad esempio, sono già stati allontanati dalla categoria per rendere esplicito agli altri che l'invito si inquadra in un sistema coerente e nello stesso tempo per richiamare lo Stato alle proprie responsabilità di assistenza volta ad assicurare a quegli imprenditori non solo sicurezza personale e familiare, ma anche sicurezza del sistema di mercato e di impresa?
Oggi abbiamo letto sui giornali le ultime dichiarazioni dell'imprenditore catanese e credo che lo Stato non possa restare insensibile. La stessa forza che sta esprimendo Confindustria Sicilia però non si estende alla Calabria o alla Campania. Per tale motivo le chiediamo di dirci quale posizione si stia assumendo.
Credo che la ricostruzione di un'etica pubblica nel nostro Paese passi anche attraverso la ricostruzione di un'etica individuale e collettiva delle categorie sociali, di un'etica sociale per il ruolo che ognuno ricopre, senza la quale non si arriverà a quella riforma morale del Paese di cui abbiamo bisogno. Ma una riforma morale senza una riforma economica non regge, e per questo le abbiamo chiesto oggi di essere qui.
Dopo la sua presentazione i commissari le rivolgeranno le loro domande, che invito a formulare in maniera secca affinché il presidente possa rispondere. Ricordo che l'audizione è pubblica, fermo restando che la Commissione potrà decidere di riunirsi in seduta segreta tutte le volte che lo riterrà opportuno. Invito pertanto anche lei, presidente Montezemolo, a comunicare eventuali esigenze di riservatezza. A lei la parola.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Signore e signori della Commissione, per me è un onore, una responsabilità e un piacere essere oggi qui e ringrazio il presidente di avermi offerto la possibilità di portare alla vostra attenzione una serie di riflessioni che prima come cittadino e poi come rappresentante di tutti gli imprenditori italiani ho il dovere di fare.
È con me il vicepresidente di Confindustria per il Mezzogiorno, dottor Ettore Artioli.
Intendo richiamare la vostra attenzione innanzitutto su due argomenti a cui lei, presidente, ha fatto riferimento: il primo è un tema che riguarda il Mezzogiorno nella sua interezza, non è un ragionamento che si limita alla Sicilia, il secondo è il tema degli incentivi. Noi abbiamo offerto sia al precedente Governo sia all'attuale, in maniera molto chiara e precisa, uno scambio tra incentivi e tasse, perché riteniamo che meno intermediazione politica e più automatismi di tutti i generi si hanno e più si è vicini alla legalità: meno faccendieri, meno intermediatori, meno «amici degli amici», meno burocrazia ma semplificazione e automatismi. In questo senso mi ha fatto piacere leggere le dichiarazioni del Governatore Draghi che sottolineava, come abbiamo fatto noi, che il disegno di legge finanziaria, almeno sotto l'aspetto della semplificazione, è andato sulla strada giusta portando a più automatismi e a più semplificazione.
Non voglio dilungarmi, credo però che il tema meriti un confronto approfondito e soprattutto meriti di condividere comportamenti e seguiti: questi incontri, seppur interessanti e importanti, non devono rimanere solo all'interno di un'aula.
Guardando al nostro Paese si vedrà che almeno da dieci, se non da dodici anni, esso cresce meno del resto dell'Europa. Questo è già un primo elemento che ci deve far riflettere, perché non possiamo accettare una situazione del genere. Uno dei motivi dello scarso sviluppo economico dell'Italia rimane, in maniera sempre più evidente, il divario persistente in termini di crescita e di benessere economico tra il Mezzogiorno e il centro-nord, divario che - mi spiace doverlo dire - negli anni più recenti si è ulteriormente ampliato. Dai dati ISTAT disponibili nel 2005 emerge che il PIL del Mezzogiorno è risultato pari a meno di un terzo di quello del centro-nord, mentre nel 2000 era pari a qualche decimo di punto in più. Queste sono già


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delle cifre con cui ci dobbiamo confrontare, serenamente ma anche con determinazione. Se lo si confronta poi col totale italiano, il PIL realizzato nel Mezzogiorno è mediamente meno di un quarto di quello nazionale. Il divario esistente sembra destinato a persistere nonostante i risultati positivi in termini di crescita registrati nel 2006 per il complesso dell'economia italiana. Nel 2006, rispetto a un 2005 quasi a crescita zero, l'aumento è stato dell'1,8 per cento. Nello stesso 2006 il Mezzogiorno ha segnato una crescita dell'1,5 per cento, ma ancora qualche decimo di punto in meno del centro-nord, che ha fatto registrare un'espansione del 2 per cento.
I divari in termini di PIL si riflettono nei livelli di reddito pro capite: il PIL pro capite del centro-nord, pari a 24.738 euro nel 2005, secondo l'ultimo dato disponibile, è quasi il doppio di quello del Mezzogiorno, pari a 14.231 euro. Il divario tra il centro-nord e il sud deriva certamente da una pluralità di fattori che incidono sulla capacità competitiva delle imprese, ma soprattutto sulla capacità del Mezzogiorno di attrarre investimenti, poco rilevando che siano di provenienza nazionale o estera.
Al tema dell'attrazione degli investimenti abbiamo dedicato un'attenzione quasi scientifica nel corso degli ultimi due anni, invitando gli ambasciatori dei paesi di maggior investimento in Europa a spiegarci il divario tra noi e il resto d'Europa. Vi do una cifra: dato un valore pari a 100 agli investimenti extraeuropei che arrivano in Europa, solo il 2 per cento (ed è un valore in ulteriore calo) arriva in Italia, contro il 7 per cento della Francia, il 9 per cento dell'Inghilterra e l'8 per cento della Germania. Abbiamo chiesto agli ambasciatori di venirci a esporre i motivi per cui non si investe più in Italia, e abbiamo rilevato la presenza di tre leit motiv precisi: lentezza e funzionamento della pubblica amministrazione, tempi di risposta della giustizia civile e infrastrutture, difficoltà maggiormente sentite al sud ma che onestamente rappresentano un problema italiano nel suo complesso. Quando però si parla di sud il tema della sicurezza diventa costante. Io sono una di quelle persone che all'esterno parlava sempre poco della sicurezza per non fare del male a noi stessi, ma a questo punto è doveroso farlo, perché sta diventando un problema veramente drammatico e per molti aspetti lo sta diventando anche per il cittadino e l'imprenditore italiano del centro-nord.
Ci si interroga sulle ragioni del divario. Alcune sono legate a debolezze di sistema: normative, infrastrutture, capitale umano e presenza eccessiva dell'attore pubblico nell'economia (è al sud che c'è il maggior numero di società a maggioranza pubblica, e quindi minor concorrenza nei servizi, servizi meno cari e grande uso clientelare di queste aziende). A questi elementi di debolezza del sistema si aggiungono i condizionamenti derivanti dalla criminalità organizzata, dalla diffusa corruzione e in generale dalla «illegalità». Numerosi studi economici, compresi quelli del nostro centro studi, mettono in luce la relazione esistente tra illegalità nelle sue varie forme e sviluppo economico. L'idea di fondo è che un environment legale e sociale peggiore favorisca una riduzione della produttività e dello sviluppo economico e indebolisca il potenziale di crescita nel medio e nel lungo termine.
Provocatoriamente io dico che se negli ultimi dieci anni sempre minori sono stati gli investimenti stranieri imprenditoriali, industriali ed economici in Italia vuol dire che fare l'imprenditore nel nostro Paese per molti aspetti non è così facile, altrimenti verrebbero qui come vanno in altri paesi.
Mettendo in relazione gli indici di crescita e gli indici di legalità dei paesi dell'OCSE, l'Italia risulta essere, tra il 2000 e il 2006, il paese che più di altri si contraddistingue per una bassa crescita del PIL, un elevato grado di corruzione e la mancanza di sicurezza per le persone e i beni. Come è evidente la situazione di illegalità non è omogenea nel territorio nazionale. L'indice di criminalità espresso nella forma generalmente considerata nei confronti internazionali (numero di omicidi volontari compiuti e tentati per 100.000 abitanti) è più che doppio al sud


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rispetto alla restante parte del Paese: 5,4 omicidi e tentati omicidi ogni 100.000 abitanti contro 2, 6 del centro-nord. Emerge inoltre una criminalità diffusa associata a una crescente rilevanza delle organizzazioni di stampo mafioso: nel Mezzogiorno sono infatti consumati il 53 per cento delle rapine, il 52 per cento delle estorsioni, il 59 per cento dei reati di usura, il 48 per cento degli attentati e il 92 per cento dei reati di associazione di tipo mafioso.
Oggi nel Mezzogiorno l'attività economica illegale e quella criminale tendono, come voi certamente avrete spesso esaminato, ma vorrei sottolinearlo, a organizzarsi con tecniche tipiche del capitalismo più aggressivo e si muovono in orizzonti competitivi e operativi mondiali. L'attività mafiosa si manifesta con una spiccata efficienza operativa, sia come impresa sia come controllo del territorio. Le organizzazioni mafiose conoscono bene la governance tramite holding, quella per unità produttive di specializzazione, la contabilità per linea di business, le tecniche di outsourcing, quelle di gestione del gruppo, quelle di impresa diffusa, quelle dei mercati dei capitali, la necessità di ricorrere alle integrazioni verticali e all'utilizzo della finanza più creativa per il frutto degli investimenti fatti. L'economia illegale ha grande capacità di adattarsi rapidamente ai mutamenti delle condizioni di mercato e alle novità fiscali. Insomma, le organizzazioni criminali conoscono bene le regole del mercato e cercano di usarle per volgerle ai propri fini.
La mafia è diventata essa stessa economia e, avvalendosi delle grandi risorse finanziarie accumulate grazie ad atti illeciti, opera con gli strumenti e la mentalità di un'impresa, avvalendosi di due enormi vantaggi competitivi: non ha limiti nelle risorse finanziarie di cui dispone e può esercitare sempre il ricatto della violenza nei confronti degli altri e degli amministratori. In questo modo essa altera il funzionamento della libera concorrenza e gli imprenditori onesti vengono eliminati dalla competizione attraverso attentati, estorsioni, esclusione dai mercati e dagli appalti più redditizi, come lo stesso presidente accennava all'inizio.
In una realtà territoriale condizionata dalla mafia si crea di conseguenza un circolo vizioso: l'illegalità in quanto economia parallela e alternativa attrae risorse umane e finanziarie sottraendole all'economia legale, le cui prospettive di crescita tendono così a ridursi. La bassa crescita dell'economia legale genera, a sua volta, sottoccupazione o disoccupazione, che spinge il capitale umano ad allontanarsi negli ambiti di attività dell'economia illegale. Ciò spiega, a nostro modo di vedere, la diffusione e l'assuefazione all'illegalità che diviene talvolta, in alcuni strati della popolazione, difesa esplicita dell'illegalità in quanto riconosciuta come unica fonte possibile di reddito.
A questo proposito, se mi è consentito, dico con orgoglio e con convinzione che vediamo un forte cambiamento della cultura imprenditoriale del Mezzogiorno. Non dimentico quando non ero presidente di Confindustria e alcuni esponenti di spicco di Confindustria del meridione avevano avuto occasione di dire, anche pubblicamente, che il pagamento del pizzo è qualcosa di inevitabile, non voglio dire di doveroso, ma inevitabile se si vuole lavorare, se si vuole crescere e sopravvivere. Prendo atto con grande soddisfazione di un forte cambiamento di mentalità. È la stessa mentalità che dice no agli incentivi e sì agli automatismi, la stessa mentalità che dice no al pizzo e che dice, come previsto dal codice etico di Confindustria ormai da molti anni, «fuori chi paga il pizzo», ma anche massima assistenza a chi riceve richieste; è infatti quello il momento in cui l'imprenditore non deve sentirsi solo e all'interno della propria associazione deve sentire un humus, un'assistenza e una disponibilità all'aiuto.
L'attività imprenditoriale legale di gran lunga prevalente deve fronteggiare un rischio aggiuntivo rispetto a quello normale e tipico del settore operativo, appunto quello che molto spesso l'illegalità è riconosciuta come unica fonte possibile di reddito. Noi crediamo di condividere con


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voi la convinzione che il ripristino della sicurezza è una precondizione per lo sviluppo economico. Come sosteneva Paolo Sylos Labini, la priorità del Mezzogiorno è lo sviluppo civile, ancor prima dello sviluppo economico, attraverso il rifiuto da parte della popolazione degli strumenti di arricchimento offerti dall'economia illegale. Questo rifiuto però può essere raggiunto se, e solo se, si offrono forme di lavoro e di reddito legali e opportunità di sviluppo sufficientemente ampie e tali da rendere non più utile né conveniente l'attività illegale.
Il ripristino della legalità deve partire innanzitutto da una più forte presenza dello Stato e delle forze dell'ordine sul territorio, ma non deve essere solo una «questione di polizia»: deve essere affrontata come una parte di strategia complessiva indirizzata ad attrezzare il Mezzogiorno degli strumenti indispensabili allo sviluppo economico.
Sarebbe opportuno, come noi imprenditori siamo abituati a fare con il benchmarking per vedere cosa fanno i nostri concorrenti, fare tesoro dell'esperienza tedesca nell'ex DDR. Le risorse destinate ogni anno ai Länder orientali prevalentemente sotto forma di investimenti infrastrutturali hanno centrato l'obiettivo di ridurre il gap di sviluppo con la restante parte del paese. Oggi l'ex DDR ha raggiunto un PIL pro capite pari all'80 per cento della media dell'Europa a 27, mentre il Mezzogiorno è ancora fermo a quota 70, ancora inferiore per le quattro regioni dell'obiettivo «convergenza» (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia). È pur vero che il contesto è di sostanziale assenza di criminalità organizzata, ma è altrettanto noto che nell'ex Germania dell'est la cultura di mercato e l'iniziativa di impresa erano molto meno diffuse che nel sud d'Italia.
Veniamo adesso a considerare in particolare le iniziative di Confindustria Sicilia.
Le intimidazioni continue nei confronti degli imprenditori siciliani ad Agrigento, a Catania e a Caltanissetta e la reazione di Confindustria Sicilia testimoniano un'esasperazione senza precedenti dei nostri associati proprio quando la competizione nazionale e internazionale sta imponendo un cambio di marcia a tutta l'imprenditoria del nostro Paese. Io sono rientrato questa notte dal Kazakistan, un paese che in pratica è nato all'inizio degli anni Novanta, e sono rimasto esterrefatto dallo sviluppo di quel Paese, fortunatamente ricco di risorse, che però riesce a trasferire progetti e programmi in time to market clamorosamente rapidi, direi vicino ai ritmi cinesi. La globalizzazione è stata uno shock importante per le nostre imprese, perché noi avevamo per la gran parte un sistema di imprese fondamentalmente e culturalmente basato sull'Europa e in particolare sulla Germania. La globalizzazione però sta portando più concorrenza, più selezione, più innovazione e più attività internazionale. Pensate che ieri in Kazakistan gli imprenditori erano 200 e i grandi erano pochissimi, saranno stati 15 o 20 al massimo; tre o quattro anni fa sarebbe stato impensabile. Ricordo che quando con il Presidente della Repubblica Ciampi organizzammo la prima visita di Sistema Italia nel 2004 facemmo fatica a portare 70 imprenditori in Cina, e allora movimentammo tante grandi aziende.
La sfida della globalizzazione non solo ha costretto gli imprenditori del centro-nord a modificare le proprie strategie e i propri prodotti, ma ha positivamente interessato anche le imprese meridionali. Esse hanno avviato processi di ristrutturazione, di forte innovazione e di modernizzazione che sono incompatibili con la cultura mafiosa che tenta in tutti i modi di condizionare il territorio.
Ci sono state molte analisi negli ultimi giorni sul significato di questa recrudescenza e della reazione di Confindustria. A me preme sottolineare che si tratta non di una reazione istintiva ma di un percorso che viene da lontano, che ha le sue motivazioni nel ricambio generazionale della classe imprenditoriale del sud, nell'affermarsi di valori eticamente sani e nel consolidamento di una cultura d'impresa aperta al mercato e alla competizione. La mafia non è compatibile con il libero


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mercato: chi fa impresa non può convivere con la mafia. Anche il favore nei confronti degli incentivi è coerente con la volontà di chiedere per il sud soltanto condizioni di competitività: pubblica amministrazione, infrastrutture, educazione, scuola e funzionamento della giustizia. Gli imprenditori vogliono essere messi nelle migliori condizioni per fare il proprio lavoro: non si fa impresa con i soldi dello Stato, si fa impresa con le proprie capacità ma con un humus, un territorio e un ambiente che permettono di farla.
Vediamo ora l'iniziativa di Confindustria a livello nazionale, perché, ripeto, non si tratta di un discorso soltanto siciliano. Ci tengo a dirvi che il codice etico di Confindustria approvato nel 1991 affida ai probiviri delle 258 organizzazioni confederate il controllo preventivo sull'ingresso di nuovi soci e la verifica dei requisiti di idoneità legale e morale dei candidati ad assumere incarichi associativi o di rappresentanza esterna. Gli stessi probiviri possono disporre la decadenza dalla carica ricoperta per motivi tali da rendere incompatibile con i principi organizzativi la permanenza nella carica stessa. Da molti anni, inoltre, il sistema associativo di Confindustria ha messo a disposizione la sua struttura organizzativa per affiancare e sostenere ogni utile iniziativa di prevenzione sul territorio in grado di ostacolare l'infiltrazione malavitosa nelle attività economiche sane; le esperienze maturate sono state certamente positive per le sinergie attivate e per i risultati concreti raggiunti su aree di particolare criticità, come la lotta al racket e all'usura.
A fine luglio 2007 abbiamo sottoscritto con il Ministero dell'interno, insieme ad altre organizzazioni datoriali e alle associazioni antiracket e antiusura, un accordo quadro per la prevenzione dell'usura e per il sostegno delle vittime del racket, dell'estorsione e dell'usura, congiuntamente alla Banca d'Italia, all'ABI, all'ANCI, all'UPI, alle altre associazioni imprenditoriali e alle associazioni e fondazioni antiracket e antiusura. Ci tenevo, al di là del codice etico, a dare un segnale forte del sistema delle imprese, non solo di Confindustria, e delle autorità preposte, a cominciare dal Ministero dell'interno e all'antiracket. L'accordo ha la finalità di contenere la diffusione dei fenomeni criminosi dell'usura, dell'estorsione e del racket e di incrementare gli strumenti di sostegno alle piccole e medie imprese in momentanea difficoltà, rendendo più proficuo il rapporto tra banche, associazioni imprenditoriali e confidi, nella prospettiva della massima operatività dei fondi di prevenzione dell'usura gestiti dai confidi stessi.
Ricordo inoltre che attraverso lo strumento dei confidi e dei fondi speciali antiusura (legge n. 108 del 1996) da essi costituiti contribuiamo attivamente alla prevenzione del fenomeno. Tali fondi facilitano la concessione di finanziamenti a quelle imprese che, sebbene economicamente sane, affrontino temporanee difficoltà e momentanee crisi di liquidità risultando particolarmente esposte al rischio di usura. Si stima che i fondi di prevenzione dell'usura abbiano concesso finanziamenti alle piccole e medie imprese per oltre 25 milioni euro, registrando tassi d'insolvenza decisamente contenuti.
Negli ultimi mesi si stanno moltiplicando le iniziative di Confindustria sul territorio volte a rafforzare l'efficacia delle azioni di prevenzione, mantenendo allo stesso tempo alta l'attenzione al sostegno di tutti gli associati che finiscono vittime di fenomeni criminali. Tali iniziative sono state rivolte all'adeguamento delle regole interne all'associazione (codice etico di Confindustria Sicilia e Confindustria Calabria); alla realizzazione di iniziative per la promozione della cultura della legalità nelle scuole (Confindustria Sicilia); alla prevenzione dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata negli investimenti del polo petrolchimico (Caltanissetta); alla videosorveglianza delle aree industriali (Agrigento); all'emersione del lavoro nero e irregolare (Caltanissetta); all'istituzione di un elenco di aziende fornitrici certificate (Catanzaro); infine, alla sottoscrizione di protocolli di legalità in materia di appalti (Napoli, Lecce, Brindisi).


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Giungendo alle conclusioni voglio richiamare la vostra attenzione su un fatto ben noto: è importante avere dei codici etici, ma è ancor più importante applicarli. Abbiamo avuto una situazione «strana» a Reggio Calabria e non abbiamo avuto esitazione ad azzerare completamente, in tutto e per tutto, i vertici (e qualcosa di più) dell'associazione industriale di Reggio Calabria. Questo è stato possibile grazie a un cambiamento di mentalità, di disponibilità e di senso di responsabilità.
La conclusione che mi permetto di portare alla vostra attenzione è duplice. Da un lato, come diceva il presidente, ognuno deve contribuire, non solo per quello che fa ma soprattutto per come lo fa, alla ricostruzione di un'etica pubblica. L'etica pubblica si ricostruisce attraverso un insieme di comportamenti di etica privata. I fenomeni non sono solo la spia di fenomeni economici distorti, ma purtroppo sono anche il frutto di una perdita del senso di responsabilità sociale, del senso civico e del senso dei beni collettivi, e di questo anche gli imprenditori hanno fatto una sana analisi.
L'impegno delle associazioni meridionali di Confindustria ha già dato un segnale forte, quello di un gruppo dirigente che vuole farsi carico non solo dei problemi specifici delle proprie aziende ma, in generale, di quelli dell'intera collettività, esercitando (speriamo nel senso più alto del termine) una reale responsabilità sociale dell'impresa. La responsabilità sociale degli imprenditori si vede in modo particolare nel rapporto con i propri collaboratori, nel rapporto col territorio, nel rapporto con i fornitori, in altre parole in quello che è un modo sano e civile di fare impresa.
Questo però non basta. Ben venga il nuovo e rinnovato senso di responsabilità civico da parte dei cittadini-imprenditori, ma abbiamo bisogno di uno Stato presente. Abbiamo bisogno di uno Stato che si assuma le sue responsabilità, che le condivida assumendosele in prima persona. Certo, il senso civico dei cittadini e degli imprenditori è importante, ma non basta: non ci si può sostituire allo Stato, alle sue responsabilità e ai suoi doveri.
Prima di rispondere a coloro che riterranno opportuno intervenire, vi ringraziamo di darci questa possibilità. Potete contare su imprenditori e su una Confindustria che su questi temi terrà la barra molto dritta, farà quello che è necessario fare e si assumerà le responsabilità che si deve assumere. Chiediamo di poterlo fare con la forte condivisione di un impegno dello Stato che non può essere solo di ordinaria amministrazione, ma che deve generare risorse, decisioni, responsabilità e autorità in funzione di questi problemi. Vi ringrazio per la vostra attenzione.

PRESIDENTE. Gli iscritti a parlare sono molti, anche perché è la prima volta che un presidente di Confindustria viene audito dalla Commissione antimafia. Questo, tra l'altro, si colloca nel solco che abbiamo voluto imprimere alla Commissione dando centralità all'aggressione del sistema economico delle mafie, dei patrimoni e delle ricchezze che vengono da loro trasformate in sistema d'imprese. In questo senso siamo coerenti con l'impostazione che ci siamo voluti dare sin dall'inizio della legislatura.
Do ora la parola ai deputati e ai senatori che intendono porre quesiti o formulare osservazioni.

CARLO VIZZINI. Ringrazio il presidente Montezemolo perché, come è stato ricordato, è la prima volta che abbiamo la possibilità di confrontarci con il mondo delle imprese. Spero che questo possa essere l'inizio di un patto tra la politica, l'imprenditoria e le organizzazioni dei lavoratori che si danno delle regole, che le rispettano e che decretano quando arrivare all'espulsione di chi viola il patto, altrimenti i patti non servono a nulla: ma questo voi avete già cominciato a farlo.
Le chiedo: possiamo lavorare insieme per comprendere quale sia il limite della presenza dello Stato compatibile con l'esigenza dello sviluppo? Quando parliamo, ad esempio, di vigilanza sul territorio, dell'impiego dell'esercito o di obiettivi fissi


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si sviluppa un dibattito molto acceso con chi sostiene che ricorrendo a certi mezzi si mettono in cattiva luce alcune regioni e non si consente alle imprese di andare avanti. Io credo che occorrerà trovare un equilibrio e rendere compatibile la presenza dello Stato con misure che non scoraggino chi vuole fare impresa in quei territori.
Vorrei inoltre conoscere l'opinione del presidente di Confindustria sul comportamento del sistema bancario italiano in ordine alle segnalazioni delle operazioni sospette e a tutti i comportamenti prodromici che servono a fermare il riciclaggio. Il denaro si muove alla velocità di Internet, e faccio un esempio: oggi in Italia è possibile aprire un conto corrente utilizzando Internet, fare una sola operazione di trasferimento per poi chiudere il conto senza che nessun magistrato potrà mai andare a controllare quell'operazione. Credo che per chi lavora alla luce del sole, con capitale pulito, tali possibilità rappresentino drammatiche e imbattibili forme di concorrenza sleale.
Infine, se ritiene che questa possa essere la sede appropriata, vorrei sapere se le imprese italiane che operano all'estero riscontrino problemi specifici in ordine a fenomeni di criminalità organizzata transnazionale in grado di condizionare i mercati, che ormai non si limitano più al nostro Paese, poiché le mafie sono un fenomeno non regionale ma transnazionale.

PRESIDENTE. Sarà per il suo nuovo incarico, per il quale le rivolgo ufficialmente i miei auguri, ma ha mantenuto tempi europei, a differenza della precedente seduta dov'era ancora in una dimensione nazionale e ha parlato almeno per il triplo del tempo!

GIOVANNI PISTORIO. Tenterò di imitare il senatore Vizzini. Presidente Montezemolo, io ho molto apprezzato la sua scelta di confermare l'indirizzo, che due anni fa ebbe modo di descrivere in Sicilia, volto ad abolire i meccanismi incentivanti a favore degli automatismi. La battaglia sulla fiscalità compensativa (non chiamiamola di vantaggio) come elemento strutturale per innescare progressi di sviluppo nel Mezzogiorno deve essere ripresa, aprendo anche un fronte tra sistema politico-economico e sistema europeo, che spesso viene opposto come ostativo a tale ipotesi, l'unica in grado di innescare questi meccanismi.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. D'accordissimo.

GIOVANNI PISTORIO. Guardi, se lo dice un movimento politico autonomista non lo ascolta nessuno, se lo dice Confindustria conta molto di più. Lei lo disse a Taormina nel corso di un'assemblea.

MARIO TASSONE. Questo è vero!

GIOVANNI PISTORIO. C'eravamo tutti quel giorno e da lì dobbiamo partire.
Lei ha fatto una ricostruzione molto approfondita e anche molto inquietante della mafia imprenditrice. Ma quando ci sono meccanismi di tale invasività nel sistema voi non ve ne accorgete? Non ci sono i competitori che si rendono conto direttamente, non attraverso le intimidazioni, dell'infiltrazione mafiosa nell'attività economica? In tal caso, la denunciate?
Io considero l'esempio siciliano una grande occasione e oggi vorrei esprimere pubblicamente il mio apprezzamento per gli imprenditori siciliani - alcuni dei quali, come lo stesso Artioli, sono amici personali - per l'innesto positivo che hanno impresso alla reazione alla mafia. Ad esempio a Catania da un'indagine sull'intimidazione si è determinata una reazione fortissima delle forze dell'ordine e della magistratura, che ha colpito anche famiglie importanti quali i Santapaola. Ora però dobbiamo individuare sedi e occasioni per garantire agli imprenditori condizioni di agibilità e di sostegno nella denuncia. Si parla di fondi di garanzia (qualcuno li sta già attivando) e la legge antiracket funziona: si parla anche di testimoni coperti, i magistrati ce lo chiedono.


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Io voglio dare un suggerimento, provocatoriamente: meccanismi che rendano conveniente la denuncia anche sotto l'aspetto fiscale. Per fare una battuta, è possibile prevedere per l'imprenditore che fa delle denunce l'esonero dal pagamento dell'IRAP, ovviamente sanzionando pesantemente chi utilizza in modo fraudolento questa opportunità?
L'elemento meramente economico come incoraggiamento alla denuncia è un'ipotesi che Confindustria si sente di sostenere, oppure viola la concorrenza?

MARIA CELESTE NARDINI. Considero il confronto odierno davvero utilissimo e ho apprezzato che il presidente Montezemolo sia partito dall'analisi del Mezzogiorno. Condivido interamente l'ultima parte del suo intervento, in cui sottolinea le carenze dello Stato, quindi capisco che le domande andrebbero poste non qui ma in altra sede, e altri dovrebbero essere gli interlocutori. Proprio perché condivido quella parte del suo intervento ritengo che ancor più dobbiamo essere preoccupati, in quanto sentiamo che nel Mezzogiorno c'è meno Stato, ma è necessario che si guardino anche le cause di tutto ciò. Non potremo fare un dibattito sul Mezzogiorno (e non lo faremo), e forse su questo ci troveremmo distanti.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Forse...

MARIA CELESTE NARDINI. Non lo so, non abbiamo la possibilità di un confronto sulle cause che hanno portato e hanno lasciato il Mezzogiorno in quello stato, pertanto non ci è dato saperlo. Io che sono una donna del Mezzogiorno e che ho seguito moltissimo le imprese e le sorti del nostro sud non mi sento di dire che gli imprenditori non abbiano avuto la loro parte. Mi chiedo e le chiedo come sia stato possibile che tanti imprenditori siano venuti al sud utilizzando risorse dello Stato e abbiano poi lasciato simulacri di imprese, qualche volta fantasmi d'imprese, mettendo i lavoratori - o ipotetici lavoratori - «in mutande». Lei deve poterci rassicurare che Confindustria svolgerà un ruolo forte, perché se è vero che alcune cose sono cambiate io non credo che la situazione sia mutata del tutto.
Un'altra domanda riguarda le banche. Il collega Vizzini ha posto la questione in un modo, io voglio porla in un altro. Che interlocuzione avete con le banche? Come affrontate con loro il problema quando le aziende, soprattutto le piccole aziende, rischiano di cadere nelle mani dell'usura? Si tratta di un rischio continuo, per combattere il quale io ho presentato al Senato un'interrogazione parlamentare sull'anatocismo; infatti molte imprese vengono «strangolate» dagli interessi quando attraversano fasi di difficoltà. Qual è il ruolo di Confindustria in tali frangenti?
La terza questione è stata accennata dal presidente nella sua introduzione. Si sta verificando in Sicilia, non so se anche altrove, l'assegnazione di gare d'appalto attraverso sorteggi. È del tutto evidente, presidente Montezemolo, che esiste un problema, particolarmente sentito in questo momento, nel settore dei beni culturali. Le chiedo come intendiate agire al riguardo.

EUPREPIO CURTO. Presidente Montezemolo, innanzitutto vorrei il suo giudizio sul connubio banche-industria-informazione che oggi sostanzialmente regge le sorti dell'intero Paese.
La seconda domanda trae spunto dalla parte del suo intervento in cui lei fa riferimento al PIL del Mezzogiorno, che ammonterebbe a un terzo rispetto a quello del nord d'Italia. Credo che si parli di PIL nominale, perché non c'è dubbio che nel Mezzogiorno vi sia una parte rilevantissima di economia sommersa. Le pongo quindi una domanda precisa e secca: rispetto alle possibilità di emersione del fenomeno quali sono le iniziative e le idee di Confindustria, con particolare riguardo ai cosiddetti salari differenziati?
Voi costituite una grande associazione, con un ruolo importantissimo all'interno del Paese, e non a caso un collega che mi ha preceduto ha detto che quando interviene un parlamentare o un movimento


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politico, al di là delle dimensioni, la cassa di risonanza è sicuramente inferiore rispetto a quella che si ha quando interviene il presidente di Confindustria. Ciò determina, soprattutto in alcune particolari realtà territoriali, una sorta di rendita di posizione, che determina di fatto delle situazioni monopolistiche (senza specificare dove, ma potrebbe trattarsi di un fatto abbastanza diffuso), che è tutto il contrario di ciò di cui il mercato avrebbe bisogno. È a conoscenza di questa situazione? Cosa fate perché una posizione importante come la vostra, che ha e deve avere degli obiettivi anche di natura economico-sociale, non comporti situazioni non in linea con il vostro obiettivo finale?
Infine, all'inizio del mese di settembre, a seguito di alcuni fatti gravi accaduti nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, lei ha assunto una posizione chiarissima nei confronti dei suoi associati, invocando una norma antipizzo e prevedendo l'espulsione dall'associazione per gli imprenditori che pagano e che non si ribellano alla criminalità organizzata. Devo dire che ho condiviso la sua posizione, che d'altro canto è stata unanimemente accolta con favore da larghissimi strati dell'opinione pubblica meridionale; in particolare faccio riferimento alla mia area territoriale, la zona del Salento. La sua posizione nei confronti degli imprenditori è stata però smentita da un presidente di Confindustria provinciale, il quale ha affermato che «il peggior modo per contraccambiare la stima e la fiducia che loro ripongono nei nostri confronti è proprio quello di farli uscire fuori da Confindustria». Tali dichiarazioni hanno creato disorientamento. Poiché sono convinto che lei non abbia parlato a titolo personale, sebbene abbia l'autorevolezza per farlo, ma che abbia rappresentato la linea politica di Confindustria, vorrei conoscere la sua posizione.

EMIDDIO NOVI. Presidente Montezemolo, gli anni Ottanta sono alle nostre spalle, gli anni in cui al tavolo presieduto da Siino, che era il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, sedevano un po' tutti: Lega delle cooperative, FIAT, Impregilo, gruppo Ferruzzi. Poi, provvidenzialmente, la magistratura palermitana e catanese insabbiò tutto, compreso il famoso rapporto del capitano De Donno. Quegli anni sono ormai alle nostre spalle.
Vediamo qual è ora la situazione dell'imprenditoria nel sud. Presidente, l'impresa meridionale si trova in una condizione di isolamento totale. Quando lei parla di 25 milioni di euro di interventi per fronteggiare la crisi di liquidità delle imprese sane ci dà la dimensione della tragedia che gli imprenditori del sud stanno vivendo. Il sistema bancario è stato dissolto, ormai il sud è colonizzato al sistema bancario e non esiste più rapporto tra banca e territorio. Il Mezzogiorno ha subìto un attacco drammatico all'industria leggera tra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni 2000. Il meccanismo imposto da Bruxelles all'epoca in cui la Commissione era presieduta dall'attuale Presidente del Consiglio Prodi ha letteralmente fatto aggredire l'industria leggera meridionale dalle cosiddette tigri asiatiche: ecco perché nel 2005 la sua produzione è diminuita rispetto agli anni precedenti.
La fiscalità di vantaggio è stata chiesta dal Governo italiano per tutti gli anni 2000. Le vorrei chiedere: perché Confindustria non pone questo tema al centro della sua politica nazionale e perché non chiede al Governo di aprire un confronto serrato e serio con Bruxelles su questo tema? Alle buone intenzioni, si sa, sono assegnate le vie che portano all'inferno e con le buone intenzioni, e anche col moralismo, non si conclude niente. L'imprenditore meridionale continua a pagare il pizzo e il prezzo delle diseconomie che il sud si porta sulle spalle.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Voglio esprimere il mio apprezzamento per il modo ed il tono con cui lei, presidente, a suo nome ha precisato l'impegno dell'associazione che rappresenta. Mi sembra che ci siano già segnali tangibili, come è doveroso nel momento in cui si chiede all'impresa una responsabilità etica e sociale perché ognuno possa dare il proprio contributo.


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Detto questo, vorrei porle alcune domande. Lei ha fatto riferimento ai confidi in relazione alle risorse erogate. Ritiene che si tratti di una misura sufficiente? Ci sono elementi normativi che andrebbero migliorati? Se e come, rispetto al sistema bancario, la stessa Confindustria può tentare di intervenire, naturalmente in un partenariato con gli altri attori sul territorio?
Ancora, lei afferma che la mafia deprime e uccide il mercato reale e l'economia sana. Lei però sa bene che la mafia e la camorra hanno due facce, una è quella del Mezzogiorno e l'altra è quella degli investimenti, come lei stesso ha ricordato, non soltanto all'estero ma anche al centro-nord del Paese. Le inchieste giudiziarie rivelano che la 'ndrangheta è uno dei maggiori investitori in regioni quali l'Emilia-Romagna e la Lombardia. Qual è la sua percezione rispetto alla capacità di riciclaggio? Ritengo che il fenomeno meriti una rilettura - non so se lei sia della stessa opinione - che faccia luce sui fatti del Mezzogiorno ma anche su quelli del centro-nord in materia di economia e di imprese. Come ritiene si possa mettere in atto un partenariato reale con altri soggetti istituzionali e sociali su questi temi?

MARIO TASSONE. Le domande da porre sarebbero molte ed è necessario selezionarle, pertanto mi limito a riferirmi a ciò che ho ascoltato. Il presidente di Confindustria, come è stato rilevato dai colleghi che sono intervenuti, ha fatto riferimento a cambiamenti e a nuove sensibilità diffuse anche all'interno dell'associazione degli industriali. Rispetto a cosa si è rilevato questo cambiamento? Cosa c'era nel passato? Il riferimento è esteso alla legislazione intervenuta, anche in seguito alle sollecitazioni provenienti dal mondo degli industriali? Quando parliamo di Confindustria abbiamo ben chiaro che esistono varie situazioni all'interno della stessa categoria, dai piccoli ai grandi industriali.
Vorrei avere qualche approfondimento sulla situazione di Reggio Calabria, cui il presidente Montezemolo ha fatto riferimento, soprattutto sull'ASI di Gioia Tauro, di competenza di Reggio Calabria. Il presidente dell'ASI denunciò a suo tempo un'infiltrazione mafiosa e criminale sul porto di Gioia Tauro per il 90 per cento della sua realtà.
Sul rapporto mafia-industria è stata sottolineata la resistenza di alcuni industriali. La vittima deve resistere e voi fate uscire dall'associazione chi paga il pizzo. Ritengo che questo comporti un problema di normativa che dovremmo prevedere, di un confine che dovrebbe essere definito tra chi compie l'estorsione e chi ne è vittima. Vorrei conoscere l'autorevole pensiero del presidente di Confindustria sull'argomento.

MARCELLO TAGLIALATELA. Comprendo le esigenze di Confindustria e apprezzo l'atteggiamento nei confronti degli imprenditori che pagano le tangenti, costretti o meno. Immagino però che sia possibile da parte vostra (non so se la procedura sia già stata posta in essere) espellere gli iscritti a Confindustria o non ammettere coloro che ne chiedono l'iscrizione in assenza della certificazione antimafia. La certificazione non dovrà essere quella della camera di commercio che, per intenderci, non serve praticamente a nulla, ma dal mio punto di vista, con l'esperienza che ho del mio territorio, il napoletano, dovrà prevedere gli accertamenti che la legge pone a carico dei prefetti. Mi rendo conto che il sistema richiederebbe una collaborazione tra Confindustria e prefetture, ma questo consentirebbe, insieme ad altre misure, ovviamente, di dare un segnale preciso che si potrebbe estendere anche ai subappalti, prevedendo in maniera precisa e normata che anche ciò che passa attraverso le aziende vincitrici di appalti in regime di subappalto debba essere selezionato attraverso precise disposizioni sull'antimafia. Vorrei avere un suo parere sulla mia proposta.
È stata già richiamata la questione della fiscalità di vantaggio. Far passare - come mi pare di aver capito - l'abbassamento delle tasse come elemento positivo


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se attuato in regime di automatismo in cambio dell'eliminazione dei regimi di aiuto porterebbe alla penalizzazione del sud, a meno che non ci sia contemporaneamente una presa di posizione precisa sulla fiscalità di vantaggio. Se così non fosse, considerando che l'abbattimento dell'IRES al sud interesserebbe solo poche persone, avremmo un grande problema. Anche l'allargamento delle aree franche non solo al sud ma ad altre zone determinerebbe un pericolo per lo sviluppo del Mezzogiorno.
Infine, una domanda sulle ASI. Presidente, io non le chiedo delle infiltrazioni camorristiche: le pongo una questione per la quale lei non ha specifica competenza, ma l'autorevolezza sua personale e dell'associazione che rappresenta è tale che metterebbe l'argomento in primo piano. Lei sa che all'interno dei consigli di amministrazione delle ASI su 30 componenti 29 sono di nomina politica e uno solo è nominato dalla camera di commercio che, ovviamente, segue anche questioni di ordine politico? Il problema del funzionamento delle ASI è la totale assenza del regime delle imprese all'interno dei meccanismi di funzionamento.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Se le abolissimo saremmo tutti più felici!

MARCELLO TAGLIALATELA. Io credo che non si debba gettare il bambino con l'acqua sporca, credo che bisogna gettare l'acqua sporca della politica che all'interno delle ASI in determinati territori è condizionata e inquinata. Chiedo un suo preciso intervento nei confronti delle regioni perché eliminino la vergogna dei consigli di amministrazione delle ASI.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Se il presidente mi consente, vorrei rispondere brevemente a tre concetti emersi trasversalmente: ASI, fiscalità compensativa (non mi piace molto chiamarla di vantaggio) e il tema di «chi non ha peccato scagli la prima pietra».
Il piacere di essere con voi oggi è in funzione di condividere degli obiettivi importanti per il futuro su un tema fondamentale quale la sicurezza per operare in certe aree d'Italia, in particolare al sud. Prendo atto con soddisfazione, e lo dico in particolare alla senatrice Nardini, che questo cambiamento di mentalità è importante per guardare avanti. Sia ben chiaro, non ci piace guardare indietro, ma se dovessimo farlo sarebbe assurdo pensare che nessuno abbia qualcosa da recriminare, nella maniera più assoluta: dobbiamo guardare avanti.
Sulla fiscalità comparativa: non mi aspetto che abbiate seguito tutto ciò che abbiamo fatto, ma più di un anno fa abbiamo tenuto una riunione con tutti i presidenti delle regioni e abbiamo detto al passato Governo, e lo ripetiamo: andiamo tutti insieme a Bruxelles a parlare come Sistema Paese di questo tema. Il sud d'Italia è una zona d'Europa, chiamiamola così, depressa, come lo era l'Irlanda e come lo erano altre regioni. Non vogliamo incentivi, vogliamo ripristinare lo Stato e vogliamo infrastrutture, ma dobbiamo renderci conto della necessità di automatismi per favorire la crescita del sud. L'abbiamo ottenuto, perché ho avuto molti incontri col commissario Kroes per la concorrenza ottenendo il credito d'imposta per i nuovi assunti. Dobbiamo andare in questa direzione e cercare di trovare con Bruxelles tutte le strade possibili.
Circa la questione delle ASI, sono molto categorico. Fare il discorso dell'acqua e del bambino sarebbe teoricamente giusto, ma forse non lo vedrebbero i nostri nipoti. Io dico: attenzione, facciamo tutto quello che possiamo per eliminare i consigli di amministrazione pletorici (sappiamo chi ci va), ragioniamo sui successi dei distretti al nord Italia e verifichiamo sul territorio la possibilità di creare dei distretti che non siano necessariamente industriali, ma che possano essere di vari tipi (servizi, turismo e quant'altro). Credo che sia questa la strada da percorrere.

COSTANTINO GARRAFFA. Presidente Montezemolo, lei è qui per la prima volta


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perché per la prima volta Confindustria parla questo linguaggio e per la prima volta ha preso una posizione significativa e importante, soprattutto per il Mezzogiorno e per la Sicilia. Di questo va dato atto, così come della presenza ai vertici della sua associazione di uomini, quali il dottor Artioli, che conoscono profondamente la nostra terra.
Nel suo intervento lei ha confermato l'attualità della questione meridionale: negli ultimi cinque anni in Sicilia abbiamo subìto l'emigrazione intellettuale di 200 mila giovani partiti dalla nostra terra; non sono sottoculturati, molti di loro sono laureati e hanno un master, non sono partiti con la valigia di cartone ma con un computer e con tanta voglia di accrescere le loro conoscenze e di aiutare altri Paesi, che li hanno accolti a braccia aperte.
Lei dice di non guardare indietro. Quando Confindustria ha preso posizione contro la mafia io mi sono detto che se lo avesse fatto nel 1991 Libero Grassi sarebbe ancora vivo. Lei ha parlato di responsabilità sociale dell'impresa: se oggi l'impresa si smarca rispetto al meccanismo «pizzo uguale convenienza, uguale affari, uguale mafia e uguale politica» riuscirà anche a liberare la politica di determinate presenze. Prima dell'uccisione di Libero Grassi in Sicilia sono state assassinati circa 15 imprenditori a molti sconosciuti, la maggior parte dei quali aveva deciso di non pagare il pizzo e di non fare più affari con la mafia. Nel periodo in cui la grande impresa era la grande impresa, la piccola era l'impresa mafiosa che viveva dei subappalti; poi la grande impresa si è resa conto che la piccola impresa poteva essere il viatico per entrare in politica, una politica fatta, purtroppo ancora adesso, di rapporti con la criminalità organizzata.
Lei ha parlato di distretti: quali altre iniziative di promozione imprenditoriale possono essere assunte nella nostra terra alla luce di quanto le ho detto? Le aree industriali in Sicilia sono soprattutto aree di stoccaggio merci e aree trasformate in supermercati; raramente si trova un'area industriale dove sia prevalente la presenza delle industrie. Sono convinto della valenza dei distretti e mi auguro che il percorso del ricambio generazionale coinvolga tutta la Sicilia, presidente Montezemolo, perché se ci sono episodi come quelli di Lo Bello, di Montante o di Vecchio è opportuno che questo meccanismo coinvolga tutti e senza dissensi, e più che espulsioni ci saranno autoallontanamenti.

GIUSEPPE LUMIA. Anch'io sottolineo la novità delle decisioni assunte, sia in sede locale sia in sede nazionale, dalla Confindustria: la mafia non è compatibile con il libero mercato, l'impresa non può convivere con la mafia. Basta con l'intermediazione, avanti con gli automatismi. Scelta di rottura. La Commissione parlamentare antimafia, in molte occasioni, in diverse audizioni, constatava invece: «la mafia non esiste», «la mafia non pone problemi al mercato né alla sicurezza degli imprenditori». Una grande novità. Come accompagnarla?
Presidente, anzitutto una valutazione sul sistema degli appalti dei grandi gruppi del nord, che quando organizzano appalti nel sud il più delle volte la Commissione parlamentare antimafia ha visto risorgere un'intermediazione, un rapporto con le organizzazioni mafiose. E ciò sia in Sicilia sia in Calabria, in Campania e in Puglia.
Seconda questione: il pizzo. Ritenete opportuno, accanto alla scelta anche culturale che avete operato, non chiedere prima allo Stato cosa deve fare per le imprese, ma cosa le imprese fanno autorganizzandosi, con appunto questa idea di espellere chi paga il pizzo? Ritenete maturo il tempo per una legge che imponga dei disincentivi, con delle penalità magari di tipo non strettamente penale ma amministrativo, ad esempio sospendendo quelle imprese che nell'esecuzione degli appalti pagano il pizzo, destinando così di fatto una parte del denaro pubblico a finanziare la mafia, piuttosto che realizzare un porto o un'autostrada o una scuola o un ospedale? In quel caso si potrebbe prevedere per legge una penalità di tipo amministrativo, come una rescissione


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o la sospensione della licenza per un determinato periodo. Pensate che questa vostra scelta di autoregolamentazione possa essere accompagnata anche da un dato normativo con le caratteristiche che dicevo prima?
Presidente, come valutate la sicurezza degli imprenditori che in questi mesi hanno fatto questa importante scelta? Come valutate l'intervento da parte dello Stato a sostegno delle scelte di denuncia, con nome e cognome, che si sono consumate in diverse aree in particolare della Sicilia? La reazione complessiva della vostra base qual è stata? Quali difficoltà sta incontrando e invece quali sostegni state maturando?
A livello internazionale, ha denunciato la vicenda del riciclaggio. Voi fate parte anche di organismi internazionali. Come state sollevando - almeno su scala europea - il tema del riciclaggio, che rischia di bloccare quel processo positivo di globalizzazione cui ha fatto riferimento? Esiste anche - da parte sua - un'iniziativa su tale scala per affrontare questo nodo devastante, che rischia di confondere l'economia legale con quella illegale?

NUCCIO IOVENE. Non vi è dubbio che è stato molto positivo il messaggio lanciato dalla Confindustria siciliana in questa occasione, così come sono apprezzabili le dichiarazioni, le iniziative che ha qui annunciato ed illustrato nel suo intervento.
In gran parte del Mezzogiorno gli imprenditori sono vittime della criminalità organizzata, della presenza di organizzazioni che intervengono attraverso il racket, il pizzo, il condizionamento. Però sappiamo benissimo che oramai le organizzazioni criminali del nostro Paese - in modo particolare la 'ndrangheta, ma anche tutte le altre - hanno accumulato, grazie all'economia illegale, risorse immense, di cui la gran parte viene trasferita direttamente nell'economia legale. Ciò non sono altera il mercato e la libera concorrenza, ma pone un problema ancora più di fondo. Quali meccanismi possono mettersi in campo per monitorare, per denunciare? Confindustria può farsi, ovviamente per la sua parte di competenza, carico di un'osservazione permanente nella denuncia dei casi di infiltrazione e di passaggio dall'economia illegale all'economia legale?
L'altra questione che volevo porle - e concludo - è la seguente. Nel suo fortunatissimo libro Gomorra, Saviano ha descritto la situazione della camorra in tutti i suoi aspetti e in modo molto efficace. Una delle questioni che ha sollevato, e che ci ha raccontato, è che parte dei marchi del made in Italy sono in qualche modo soggetti attivi nel mercato del falso, ossia della camorra. Non vi è dunque solo un problema di deontologia professionale, di etica della responsabilità di impresa: si tratta anche di capire che alcuni settori economici e alcuni comportamenti alimentano direttamente l'illegalità nel Mezzogiorno. Quindi vi è l'altro lato della medaglia del quale è necessario tenere conto e sul quale occorre intervenire.

FILIPPO MISURACA. Presidente Montezemolo, ho seguito il suo intervento e devo dire che francamente lo ho anche atteso. Ho letto infatti le sue dichiarazioni sulla stampa, dopo le note vicende che sono partite da Caltanissetta: lei l'ha citata più volte anche in termini positivi - è la mia città - e le devo dire che Assindustria di Caltanissetta ha fatto delle cose egregie sia a Gela sia a Caltanissetta stessa. Però non posso dimenticare che il 28 agosto un esponente di Assindustria ha subìto, rispetto a quello di Catania ed a quello di Agrigento, qualche cosa di più grave, perché due proiettili avanti alla porta hanno un significato diverso per gli investigatori. A lui va tutta la nostra solidarietà. Però vede, presidente, da quel momento sono passati 43 giorni e sono state dette tante cose. Opinionisti, politici, tutti abbiamo preso posizione. Oggi però lei è stato illuminante, e mi riferisco a due aspetti in modo particolare. Anzitutto l'allontanamento da Confindustria Sicilia di quelli che hanno pagato il pizzo e, in secondo luogo, l'assistenza - cui fa riferimento - invece agli industriali che vogliono collaborare.


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Presidente, è ovvio che imprenditore in Sicilia e nel Mezzogiorno (ma anche in Italia) si è anche per generazione: le imprese, le aziende che vivono sono anche ereditate dai genitori e vi è questo cambiamento culturale cui lei ha fatto riferimento, ossia di non voler collaborare e cambiare la Sicilia e tutto il Mezzogiorno. Ma se dovesse emergere dalle indagini che gli stessi imprenditori, o i loro genitori, hanno pagato il pizzo, lei cosa farebbe: espellerebbe queste aziende? Perché questo è un tema che evidentemente riguarda anche la politica: nel 1992 si è posta la questione di chi ha pagato le tangenti, e ovviamente la politica ha preso posizione. Allo stesso modo lei - immagino - si deve porre questo problema.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Scusi, solo perché non ho capito: hanno pagato il pizzo e non lo hanno denunciato, logicamente...

FILIPPO MISURACA. Certamente. Lei ha detto che, nel passato, pagare il pizzo non era un fatto normale, ma si era costretti, così come nel passato la politica doveva prendere le tangenti. Adesso vi è questo cambio culturale...

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Adesso, se vi è un imprenditore che... non possiamo andare a fare... non siano mica l'autorità giudiziaria...

FILIPPO MISURACA. Eh no, presidente: le indagini sono in corso. Se ciò dovesse emergere? Le pongo questa domanda.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Se dovesse ciò emergere. Guardi che qualunque iscritto a Confindustria giungesse al termine del processo penale verrebbe automaticamente espulso. Le ho risposto?

FILIPPO MISURACA. Perfetto, presidente: già mi ha risposto.
Quanto al controllo del territorio, ha detto una cosa che condividiamo e, devo dire, meno male che l'ha detta! Ha detto che occorre più presenza dello Stato, nei termini in cui ha riferito. Si era aperta invece una fase di dibattito sulla presenza o meno dei militari: porremo la questione domani al Ministro Amato e con lui discuteremo di cosa il Governo intenda fare.
Un'ultima domanda, presidente. Perché solo Confindustria compie questo «salto culturale»? Lo dico in termini positivi e non negativi: così come fa il leader di un partito, essendo lei il leader di una grossa organizzazione che capillarmente rappresenta tutto il territorio, non ritiene che questo «salto» debba essere spiccato assieme agli altri, ai commercianti, agli agricoltori? Perché non basta, caro presidente.
È stato illuminante anche su un'altra cosa, presidente Montezemolo, e credo abbia dato degli spunti al presidente Forgione, il quale la prossima settimana sarà a Caltanissetta. La ringrazio. Ha detto che bisogna abolire le ASI. Io ero per dire che bisogna modificarle. Ma non può capire, in terra di Sicilia, quanta serenità porta questa sua frase: non vi sarà più la lotta alle presidenze delle ASI e su di ciò, evidentemente, non vi è solo la politica ma vi è anche l'imprenditoria. Grazie.

PRESIDENTE. Prima bisogna scioglierle, indipendentemente da quanto dice il presidente.

TOMMASO PELLEGRINO. Anch'io voglio anzitutto ringraziare il presidente Montezemolo per l'attenta analisi che ha svolto e per la sua conoscenza del rapporto fra criminalità organizzata e impresa.
Mi ha fatto piacere un passaggio fondamentale, ossia quello dell'etica sociale degli imprenditori. Penso che dobbiamo partire proprio da questo. Più volte abbiamo parlato di quanto sia importante questo recupero sociale per cercare di fare dei passi avanti rispetto alla problematica della criminalità organizzata. Penso che Confindustria, da questo punto di vista,


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possa svolgere un ruolo importante. Mi farebbe piacere avere il suo parere. Penso soprattutto alla collaborazione che Confindustria deve dare allo Stato: concordo infatti con lei quando parla di una mancanza di autorevolezza da parte dello Stato, ma ritengo anche che lo Stato abbia dato in passato: molte volte sono state destinate le risorse, ma sono state utilizzate male o dalla criminalità organizzata. Sono state adottate anche delle decisioni da parte dello Stato, e molte volte anche queste sono state disattese. Il vero problema è che lo Stato non è riuscito a far sì che quelle decisioni e quelle risorse venissero investite in un modo corretto. In questo senso è mancata l'autorevolezza da parte dello Stato. Ritengo che Confindustria possa aiutare, da questo punto di vista: vi può essere un corretto rapporto di sinergia con lo Stato, cercando innanzitutto di condurre una vera e seria lotta all'evasione.
Voglio infatti ricordare che, se riuscissimo a recuperare quei 200 miliardi di euro (se non oltre), frutto di evasione fiscale, potremmo investirli per i lavoratori e per i problemi sociali del nostro Paese. Potremmo diventare quindi più competitivi nei confronti della criminalità organizzata. Ritengo inoltre che dobbiamo fare un passo in più anche per quanto concerne la condizione dei lavoratori, perché molte volte si viene a creare una sorta di competizione tra l'economia legale da una parte e quella gestita dalla criminalità organizzata dall'altra parte, che molte volte è più vantaggiosa e riesce a dare delle risposte maggiori e più convenienti.
Diceva prima che Confindustria ha preso delle posizioni molto dure nei confronti dei condannati per reati di mafia. Le risulta che vi siano, ad oggi, in Confindustria degli imprenditori che hanno avuto delle condanne per reati di mafia? Ciò è importante perché, nel dibattito di questi giorni, più di una volta è emerso questo tema. Inoltre vorrei sapere, visto che anche recentemente si è parlato dei grandi investimenti da parte di alcuni clan (come ad esempio i casalesi) nell'economia legale, soprattutto in alcuni territori nel nord del nostro Paese (penso a Parma, a Milano, soprattutto nel settore dell'edilizia), se queste società siano monitorate o se comunque Confindustria sia a conoscenza dei cospicui investimenti di queste organizzazioni criminali che, pur partendo dal meridione, infiltrano notevolmente l'economia settentrionale.

ANIELLO PALUMBO. Presidente, anzitutto vorrei dirle che mi ha fatto molto piacere cogliere, nel suo discorso tenuto a Capri, la conferma di una mia forte convinzione relativa all'utilità dell'impiego dell'esercito. Questo tuttavia è un tema del quale ci occuperemo in altra sede, ma credo che in questo modo lei abbia già indirettamente risposto alla mia domanda. Infatti le avrei chiesto cosa pensa dell'impiego dell'esercito nell'azione di controllo del territorio per il contrasto alla criminalità organizzata.
La domanda che le vorrei porre si riaggancia ad alcune riflessioni che sono già state svolte da alcuni commissari. Poiché la sua analisi si è soffermata prevalentemente sui rapporti fra criminalità ed impresa nelle regioni del sud, con riferimento invece al distinto tema del riciclaggio e quindi dell'investimento di capitali mafiosi e di provenienza illecita nelle altre regioni, mi interesserebbe sapere quale sia il livello di collaborazione delle associazioni degli industriali. Rispetto a dinamiche imprenditoriali e finanziarie anomale, che possono in qualche modo rappresentare un indizio abbastanza evidente dell'impiego di capitali di provenienza illecita in attività imprenditoriali, qual è - se vi è - il livello di collaborazione da parte appunto delle organizzazioni degli industriali?

ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. Condivido profondamente quanto ha detto il presidente della Federazione antiracket Tano Grasso quando ha definito una «rivoluzione copernicana» l'atteggiamento e il cambiamento delle posizioni di Confindustria, con ciò riferendosi ovviamente a quanto anche altri colleghi hanno sottolineato, ossia all'obbligo imposto agli associati


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di Confindustria di denunciare le richieste di pizzo. Qual è stata la reazione? Come è stata accolta questa «linea dura» adottata dai vertici di Confindustria? Mi sembra che Confindustria Calabria non condivida pienamente questa posizione, e che anzi ritenga che questa possa comportare l'esposizione a un rischio dell'imprenditore, che in questo caso verrebbe penalizzato due volte. Vi sono anche altre posizioni similari a quelle di Confindustria Calabria?
Lei ha fatto cenno all'accordo-quadro, ritengo il progetto «Tutor antiracket», siglato con il Governo il 12 settembre. Questo tutoraggio dovrebbe partire in via sperimentale in sei località del sud. Lamezia Terme è una di queste: sono calabrese ed ovviamente sottolineo il fatto. Vi sono Gela, Napoli, poi vi è un'area della provincia di Caserta, Messina e Siracusa. Su questo punto, ha accennato al sostegno: ma quali sono le effettive e concrete misure di sostegno antiracket all'impresa previste dall'accordo?
Pongo una domanda al vicepresidente Artioli in relazione ai finanziamenti pubblici e agli incentivi non automatici alle imprese del Mezzogiorno. Su Il Sole 24 Ore, credo un mese fa, ha detto che nel sud arrivano troppi soldi pubblici e che ciò costituisce un «motore viziato» che alimenta la presenza del racket. Quali interventi occorrerebbe approntare al fine di rendere più trasparente il rapporto tra impresa, mercato e committenti pubblici? Come potenziare il controllo della diretta corrispondenza tra soldi pubblici erogati e risultati ottenuti? Infine, come vede la costituzione della stazione unica appaltante, già avvenuta a Crotone, a Reggio Calabria e che sta partendo anche a Catanzaro? È possibile, secondo lei, estenderla al territorio nazionale?
Infine, un'ultima domanda al presidente Montezemolo. Ritiene che Confindustria possa adottare o proporre accorgimenti o strumenti per far sì che, da parte delle imprese, l'utilizzo dello strumento contrattuale del project financing non si riveli un mezzo anche per riciclare capitali illeciti?

PRESIDENTE. Non ho altri iscritti a parlare. Ovviamente abbiamo lavorato per quasi due ore e ritengo che il presidente Montezemolo debba tornare, concordando una data, insieme al vicepresidente Artioli, per approfondire le numerose questioni poste, che meritano tutte una risposta che non può essere data senza un approfondimento.
Vorrei porre solo alcune questioni. La prima riguarda l'infiltrazione nel tessuto imprenditoriale e legale, che avviene attraverso l'acquisizione e il controllo di attività legali da parte della criminalità organizzata e del suo sistema di imprese. Di quali strumenti disponete per creare meccanismi di tutoraggio e di monitoraggio di quanto avviene nella trasformazione delle imprese illegali in imprese legali, oppure attraverso l'acquisizione di imprese legali attraverso il riciclaggio da parte delle organizzazioni criminali? Questo è un tema diffusissimo, ormai, perché non modifica più la struttura economica di questa o di quell'area, ma entra nel cuore della cittadella finanziaria e imprenditoriale del Paese: il nord. Se, come Stato, arrestiamo una 'ndrina a san Luca e sequestriamo le relative società, le troviamo tra Milano, la Germania e così via.
Sul sistema strategico: lei è tornato oggi dal Kazakistan. Il tema del gas è un tema centrale. Ha detto che è la prima volta che siete andati in tanti. Però alcuni avevano già preso contatti, perché la 'ndrina che ha compiuto la strage di Duisburg - come lei sa - era in trattativa per l'acquisto di quote di Gazprom. E se si ricostruisce il tesoro del figlio del signor Ciancimino, si vede che anche quel tesoro era investito in meccanismi societari. Siamo di fronte anche a un processo di infiltrazione in tutto il sistema degli assetti societari e imprenditoriali, che pone un problema di trasparenza complessiva. Quindi su questo cosa si può fare? Vi è un problema di nuovi meccanismi di trasparenza dell'economia, dentro i processi di finanziarizzazione che in questi ultimi anni hanno attraversato anche dei processi economici?
Altra questione. Accompagniamo molto - lo faccio anche individualmente, glielo


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garantisco - il processo di Confindustria nel sud, degli imprenditori siciliani. Ritengo sia un'occasione da non perdere. Anche per questo le mafie stanno reagendo con una nuova ondata di intimidazioni, perché hanno capito che si può aprire una nuova stagione. Però quando parliamo di questo, parliamo di ancora pochi imprenditori. Lei diceva - e, su ciò, un paio di volte abbiamo interloquito anche pubblicamente - che alla fine del processo penale l'imprenditore verrà espulso. Ma non ritenete di farlo anche graduando - come avviene pure nella pubblica amministrazione - dal momento del rinvio a giudizio, al momento del primo grado, al momento del secondo grado? Infatti bisogna dare un segnale: se un imprenditore è già sotto processo per associazione mafiosa o reati collegati alla mafia bisogna dare subito un segnale chiaro per incentivare gli altri imprenditori alla denuncia, senza aspettare i tempi di un processo penale che può durare - come, del resto, ben sa - dieci anni.
Due ultime questioni. Il sistema degli appalti. Anche nella vostra interlocuzione con il Governo, non ritenete che occorra rivedere la normativa sul sistema degli appalti? Con il criterio del massimo ribasso si giunge infatti a un meccanismo fuori controllo, per cui alla fine possono realizzare quella data opera (parliamo soprattutto di lavori pubblici) imprese che vivono con capitali illegali o praticando in modo diffuso e regolare il lavoro nero e l'evasione del sistema contributivo, spesso l'uno e l'altro. Allora è utile intervenire e proporre assieme un patto anche al sindacato, per dire che trasparenza degli appalti significa favorire, dare pari opportunità, soprattutto alle imprese «pulite», e nello stesso tempo però promuovere un'assunzione di responsabilità in termini di lavoro nero, di evasione ed elusione contributiva, insomma stringere un patto che ci parli della legalità complessiva delle imprese e del lavoro.
Un'ultima questione riguarda l'accordo sottoscritto con il Ministro dell'interno. Nella seduta di domani ascolteremo il Ministro Amato. Penso che occorra stringere i tempi su quella vostra iniziativa che può riguardare anche una nuova stagione di attrazione di capitali legali nel Mezzogiorno, nei termini che diceva lei, senza ripercorrere le vecchie strade. Però è già passato un mese. Domani chiederemo al Ministro Amato se esista davvero la volontà anche del Governo su questo punto, o se al di là degli annunci non si riesca a concretizzare - fuori dalla propaganda - iniziative che invece ci parlano di un altro livello dello sviluppo del Mezzogiorno.
Dottor Montezemolo, spero che abbia trovato utili le questioni poste dai commissari in ordine alle riflessioni che, come organizzazione, state sviluppando.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, Presidente di Confindustria. Presidente, vorrei esprimere un ringraziamento per le domande e per come sono state formulate. Logicamente do la mia totale disponibilità a tornare in questa sede per rispondere: mi sono appuntato tutto, ma credo che sarà disponibile il resoconto stenografico contenente il testo delle domande.
Vorrei dire solo due cose. In primo luogo, diverse volte è emerso il tema della condanna penale o meno. Presso di noi vige, ed è anche in funzione, la sospensione o l'autosospensione, in certi momenti; ciò è avvenuto diverse volte. Ho sentito parlare spessissimo del tema del riciclaggio. È quanto abbiamo detto nella nostra relazione: gli strumenti capitalistici più innovativi e più sofisticati sono a disposizione della malavita, soprattutto quando è in grado di reperire e investire in tutto il mondo risorse particolarmente ingenti. Pertanto è molto difficile il nostro ruolo in questo senso, ma ne parleremo.
Poi vorrei dire che non sta a noi parlare della presenza o meno dell'esercito, anche se l'abbiamo detto. Anche in vista del vostro incontro di domani con il Ministro Amato, ciò che ci interessa come cittadini è il controllo del territorio, è la sicurezza. Prima di diventare presidente di Confindustria - il dottor Artioli lo sa - andai per la prima volta in Sicilia; il mio primo viaggio è stato in Sicilia per dare un segnale di attenzione. E un vecchio presidente


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dell'associazione degli industriali, una persona fantastica di novant'anni che si chiama Mimì La Cavera, mi prese da parte e mi disse: «Se tu riuscirai a riportare al centro dell'attenzione un certo tipo di comportamento, farai il bene». Non dimentico che questo signore, in epoche non sospette, combatté una grande battaglia contro il pizzo. Quindi guardiamo avanti, ma non dimentichiamoci anche di qualcuno del passato.
Per quanto riguarda il controllo del territorio, possiamo fare tutto quello che dobbiamo e lo faremo. Credo sia un fatto positivo. Abbiamo bisogno di più Stato, abbiamo bisogno del ruolo dello Stato, abbiamo bisogno che si metta in azione tutto quanto è necessario fare. E la necessità di reperire risorse in questo senso è fondamentale, perché quando sentiamo il Ministro dell'interno dire che non vi sono i soldi per le auto della Polizia, ci preoccupiamo moltissimo del fatto che lo Stato non riesca ad esercitare uno dei suoi ruoli più importanti, ossia quello di garantire la sicurezza dei cittadini e non solo degli imprenditori.

PRESIDENTE. Di questo discuteremo domani con il Ministro dell'interno. La ringrazio e dichiaro conclusa l'audizione, il cui seguito avrà luogo in una data che sarà concordata successivamente.

La seduta termina alle 16.

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