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PRESIDENTE. Buongiorno, l'odierno ordine del giorno prevede, nell'ambito dell'inchiesta che abbiamo deciso di avviare per redigere una relazione sulla 'ndrangheta, l'audizione di magistrati della Direzione nazionale antimafia, i dottori Ledonne, Macrì e Cisterna.
Ricordo che la seduta è pubblica, fermo restando che la Commissione potrà riunirsi in seduta segreta ogni qual volta lo ritenga opportuno; invito pertanto gli auditi a rappresentare tale esigenza.
Do ora la parola agli auditi per le loro relazioni introduttive, sulla base delle quali i colleghi senatori e deputati potranno svolgere i propri interventi e porre le proprie domande.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Signor presidente, signori parlamentari, vorrei sottoporre all'attenzione della Commissione alcuni aspetti che ritengo possano essere di vostro interesse, precisando che sono tutti legati alla realtà del distretto di Catanzaro.
Ho predisposto uno schema mentale delle principali direttive: sistema di repressione penale, azione di contrasto patrimoniale e rapporti tra la mafia e le istituzioni locali. Se questi argomenti non fossero di vostro interesse vorrei che me lo diceste, per poter eventualmente passare ad altro.
Premetto innanzitutto che, a seguito dell'emanazione del «pacchetto sicurezza», ma prima ancora delle proposte dell'onorevole Lumia e di altri, coltiviamo la speranza concreta di un cambiamento positivo nella disciplina della prevenzione: forse qualcosa di nuovo si sta muovendo.
Le mie considerazioni partono dalla repressione penale. Non dico nulla di nuovo affermando che la sanzione penale è di per sé del tutto insufficiente a contrastare l'attività delle cosche. Noi assistiamo a condanne, per partecipazione mafiosa, inflitte in sede di giudizio, che non superano i quattro o i cinque anni; assistiamo a condannati definitivi che godono di veri e propri benefici, secondo le ipotesi previste dal sistema penitenziario; si celebrano giudizi su reati di mafia che si concludono con il patteggiamento in sede di appello; infine, abbiamo giudici della Repubblica che riconoscono le attenuanti generiche prevalenti ai trafficanti colombiani. A Catanzaro si è svolta la più grande operazione mai realizzata di sequestro di tonnellate di stupefacenti, l'operazione «Decollo», che in primo grado ha visto infliggere ai trafficanti colombiani e calabresi pene per 357 anni in sede di giudizio abbreviato, per poi vederle ridotte a 157 anni in appello, in parte per il
patteggiamento e in parte per la prevalenza delle attenuanti generiche. Questo è il quadro di insieme.
Cosa voglio dire, con tutto ciò? Signor presidente, può darsi che la sede non sia la più opportuna, ma io ho un'altissima considerazione di questo alto consesso e pertanto voglio dirlo comunque. Per diventare un pubblico ministero antimafia la legge richiede un'esperienza particolare in quel settore. L'articolo 76-bis dell'ordinamento giudiziario prevede che per assumere la qualifica di sostituto procuratore nazionale antimafia occorrano almeno dieci anni di esperienza nella trattazione di procedimenti relativi alla criminalità organizzata e analoghe doti di esperienza sono richieste ai sostituti procuratori delle DDA. Abbiamo validissimi colleghi che sono chiamati a comporre collegi della corte d'appello in un particolare momento per carenza di organico, pur avendo in gran parte esperienza esclusivamente in ambito civile, pochissima in campo penale e quasi nulla in ambito antimafia che, come voi sapete meglio di noi, comporta la valutazione di un contesto argomentativo per raccogliere quegli indizi necessari all'affermazione di responsabilità o alla sua esclusione.
Il sistema penale italiano prevede tempi lunghissimi e non infligge sanzioni adeguate, riservandoci le sorprese che vi ho descritto. Le nostre forze dell'ordine e i nostri magistrati sono impegnati per due o tre anni in attività di indagini complesse, spesso con agenti sotto copertura esposti a pericoli gravissimi, per ottenere nella repressione penale i risultati che ho descritto (parlo soprattutto di Catanzaro). Ma cosa possiamo fare? Se non impoveriamo la mafia, e credo che molti dei presenti condividano la mia idea, non arriveremo da nessuna parte e ci troveremo nella stessa situazione ancora per lunghissimo tempo.
A proposito dell'azione di contrasto, ho accolto con grande soddisfazione le proposte di legge che ho già ricordato, ma è importante anche l'attualità. Conosciamo i tempi dell'iter legislativo e non è possibile prevedere quando le leggi delega e i decreti legislativi andranno in porto. Signor presidente, la mafia incombe sempre e noi abbiamo bisogno di strumenti immediati.
Vi accingete ad approvare una relazione sui beni confiscati...
PRESIDENTE. L'abbiamo approvata la scorsa settimana.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Mi fa piacere, non ne avevo avuto notizia neanche dalla stampa, sapevo solo che era in fase di approvazione. Nel periodo tra il 1992 e il 2006 abbiamo sequestrato beni per 4 miliardi di euro circa; nello stesso periodo abbiamo confiscato beni per 700. C'è un enorme divario tra sequestro e confisca: le confische diminuiscono e i sequestri li superano di gran lunga. A mio giudizio, onorevole Lumia, abbiamo mitizzato il 12-sexies, perché esso è un utilissimo strumento normativo, ma ha come presupposto la condanna e, in assenza di questa, tutto ciò che di positivo abbiamo realizzato con le nostre forze dell'ordine va in fumo.
Vorrei fornirvi qualche indicazione: i dati statistici del 2006 in materia di condanne ci indicano circa 17 mila persone interessate dal giudizio, per le quali, nel 53 per cento dei casi, si è disposta l'archiviazione, per il 12 per cento l'assoluzione; è rimasto solo il 30, 32 per cento.
PRESIDENTE. Mi scusi, il numero di 17 mila è riferito alla Calabria?
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. No, al territorio nazionale.
PRESIDENTE. Approfondiamo il caso della Calabria, perché le questioni generali le abbiamo già affrontate con il procuratore nazionale: vorremmo incentrare il discorso sulla 'ndrangheta e sulla Calabria.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Sul piano generale io sostengo che si dovrebbe procedere con le misure di prevenzione
patrimoniali attuali, perché la Calabria soffre di questo. Noi registriamo una povertà di 30, 32, 35 misure di prevenzione l'anno sull'intero distretto calabrese, e ciò non ha alcun senso.
Le enormi difficoltà che riscontriamo sono nell'interposizione fittizia: non c'è mafioso che non intesti i suoi beni ai familiari, ai cognati o ad altri parenti. Dobbiamo destinare nuclei specializzati all'individuazione dell'appartenenza dei patrimoni illeciti e di chi ne abbia la reale disponibilità. Se un'azienda non risulta intestata al tale mafioso, dobbiamo recarci in loco per vedere chi emetta le bollette, chi ci sia alla cassa e chi rediga il bilancio, perché così sarà possibile riferire quel bene a quel mafioso. Tutto ciò manca in Calabria: noi non disponiamo di strutture qualificate e organizzate, mentre vorremmo diventare come altri Paesi e anche come altre DDA del territorio. Sento dire che Palermo dispone di investigatori della Guardia di finanza estremamente qualificati e la Calabria avrebbe diritto ad avere gli stessi qualificati investigatori a Lamezia Terme o a Vibo Valentia.
A proposito del rapporto tra la mafia e le istituzioni, si può parlare di un vero connubio. Quando devo dichiarare qualcosa mi reco direttamente dal giudice e non dal pubblico ministero, perché il grado di credibilità del giudice è certamente superiore a quello del pubblico ministero. Si parla spesso di collusione, ma non è corretto: in alcune zone della Calabria è la mafia ad essere presente nell'amministrazione.
Signor presidente, scrive il giudice dell'operazione «Odissea» del 2006 che un signor Mancuso, uno dei tanti Mancuso che affliggono la Calabria, ha convocato i sindaci di Ricadi, di Parghelia e altri ancora per far sì che venisse approvato un certo progetto urbanistico. Siamo arrivati al punto che Mancuso proponesse un candidato alla carica di sindaco e che non ci fossero liste contrapposte: altro che maggioranze bulgare! Alla fine quel candidato è stato eletto. A fronte di tutto questo c'è una popolazione rassegnata all'oppressione della mafia e che, essendo priva delle garanzie di protezione da parte dello Stato, si sposta all'altro fronte.
Il comune di cui parlavo è stato sciolto recentemente, così come ne sono stati sciolti altri, ma quando assistiamo a queste evenienze vuol dire che lo Stato è veramente assente. C'è un validissimo magistrato che lavora su Vibo Valentia, la dottoressa Manzini, che compie uno sforzo immane per non ottenere risultati: come dice la gente, «entrano ed escono dal carcere». Lei lo sa, signor presidente, che nel distretto di Catanzaro 16 persone inquisite per mafia hanno lasciato il carcere per decorrenza dei termini? La situazione è questa. Nel 2003 la Guardia di finanza mi segnalò che, in applicazione della legge n. 488 del 1992, erano state erogate percezioni illecite per centinaia di milioni di euro. Ho analizzato i dati e il 30 dicembre 2004 ho scritto una lettera al procuratore distrettuale di Catanzaro, in seguito anche a quelli di Lamezia Terme e a Vibo Valentia, in cui segnalavo una situazione «strana». La ricchezza calabrese si poteva concentrare su circa 35 società titolari di un patrimonio immobiliare di oltre 2.700 appartamenti e oltre 2.200 terreni. A fronte di questa situazione venivano svolte indagini che si concludevano negativamente perché la mole di lavoro non consentiva un'analisi penetrante, trattandosi di analizzare addirittura 50 mila conti correnti. Depositario di queste società era un unico indirizzo di Cosenza, uno soltanto, che apparteneva a un commercialista.
PRESIDENTE. Può fornirci il nome, eventualmente procedendo in seduta segreta?
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Posso fornirvi nome e indirizzo, ho solo bisogno di un po' di tempo per trovarli.
PRESIDENTE. Su questo argomento acquisiamo tutto agli atti.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia.
Le invierò tutto quello che lei ritiene utile per il lavoro della Commissione.
La Guardia di finanza mi segnalava un importo di contributi illecitamente percepiti ai sensi della legge n. 488 pari a euro 12.783.418 su Cosenza e di euro 108.658.191 su Vibo Valentia.
Attraverso la mia ricerca scopro che la ricchezza della Calabria è in mano a tre o quattro società gestite da poche persone. A fronte di una povertà che interessa quasi un quarto della popolazione e di una disoccupazione che tra i giovani raggiunge il 22, 23 per cento, abbiamo 10 mila milioni di euro depositati alla fine del 2006, 171 milioni di azioni (non so chi le possa emettere in Calabria) e 1.870 auto di cilindrata superiore a tremila che circolano nelle nostre strade. Questa è la situazione della Calabria.
Signor presidente, quando ho parlato delle misure di prevenzione e ho chiesto che si desse un colpo d'ala in attesa dell'approvazione delle nuove ottime iniziative della Commissione parlamentare antimafia mi riferivo a tutto questo. Mi riferivo inoltre alla possibilità di applicare la nuova competenza attribuita al procuratore distrettuale antimafia in materia di prevenzione per i reati transnazionali. Non si può negare il carattere transnazionale delle indagini sui traffici internazionali di stupefacenti! Se si intervenisse su questi signori che pagano in contanti i beni sequestrati (perché sia chiaro che quando avvengono i sequestri la merce è già stata pagata) e si destinano squadre particolari in territori come Lamezia o Vibo, probabilmente renderemmo un buon servizio.
Cercherò tra i miei fogli i dati e le informazioni che mi avete richiesto: se non li trovassi mi impegno a rendervi disponibile la lettera che li contiene tutti.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Quando ho ricevuto la comunicazione dell'odierna audizione mi sono rammaricato per i tempi molto stretti a disposizione, che non mi consentivano di predisporre una ricerca analitica e dettagliata su ciò che io ritengo possa interessare la Commissione. Nella fase successiva durante la quale verranno poste le domande terrò conto delle vostre richieste specifiche e cercherò di rispondere successivamente per iscritto o in altro modo.
Quello che oggi posso dire è che sul piano dell'analisi del fenomeno 'ndrangheta non ci sono novità molto rilevanti nella provincia di Reggio Calabria. L'unica cosa che ritengo di dover sottolineare è una situazione di particolare instabilità delle cosche della zona ionica della provincia di Reggio Calabria, quella che noi definiamo la Locride.
Prima di passare all'argomento vorrei ribadire una premessa che ho già fatto in passato, forse proprio davanti alla Commissione: la 'ndrangheta ha una doppia vocazione, una mercantile e una istituzionale, per così dire. La vocazione mercantile è quella che la porta a occuparsi dei traffici illeciti in una dimensione globale e internazionale, primo fra tutti il traffico della droga, ma anche quello di armi, di rifiuti, di esseri umani (sia pure in misura minore) e di tutto quello che può essere trafficato illecitamente: di tutto ciò vi parlerà in maniera più dettagliata il collega Cisterna. C'è poi una dimensione locale e stanziale che io definisco istituzionale proprio per la sua profonda strutturazione nella società e nella cultura locale. Questa dimensione è essenziale perché consente alla 'ndrangheta di esercitare il controllo sul territorio, controllo che si applica soprattutto sull'economia del territorio, sulle sue istituzioni e sulla sua amministrazione.
Questa struttura, che in Calabria permane ormai da oltre 150 anni, è soggetta a variazioni e a mutazioni. Come ho accennato, nella zona ionica da un paio d'anni a questa parte assistiamo a fenomeni di instabilità, come se il vecchio assetto fosse entrato in crisi senza che però si intravedessero i nuovi. È un'instabilità che, a mio parere, si rende visibile già con la cattura di Morabito Giuseppe, detto «Tiradritto», che avviene nel febbraio del 2004 e che determina in seguito una serie di altri fattori di instabilità, fra
i quali si riscontrano una nuova recrudescenza della faida Cordì-Cataldo nel comune di Locri e una ripresa di instabilità nella zona di Siderno, dove la vecchia lotta tra Commisso e Costa, che si era conclusa con la vittoria schiacciante della famiglia Commisso, viene ripresa da Costa Tommaso, il quale già in carcere riorganizza le proprie forze e tenta una rivincita impossibile. Altre situazioni di instabilità si registrano nell'area di Africo e nella nota vicenda che esplode nella faida di San Luca con tutti gli sviluppi successivi. Anche l'omicidio del vicepresidente del consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno a mio parere si inserisce in questo contesto, perché la situazione di Locri è soggetta a incursioni anche extraterritoriali, ma su questo torneremo successivamente.
Contrariamente alla profonda instabilità che caratterizza la regione ionica, la piana di Gioia Tauro è caratterizzata al contrario da una grande stabilità e solidità delle cosche, che al loro interno hanno certamente qualche problema, ma li risolvono facilmente e gli omicidi commessi in questi anni in quella zona sono legati a una sistemazione della zona e non a una crisi degli assetti. Le cosche di questa zona hanno un potere economico enorme, concentrato sullo sfruttamento delle risorse del territorio particolarmente ricco e, soprattutto, sullo sfruttamento delle risorse offerte dal porto di Gioia Tauro e da tutto ciò che ruota intorno al porto.
La città di Reggio Calabria e i suoi immediati dintorni risentono in qualche modo dell'una e dell'altra situazione, perché non godono della stabilità della piana di Gioia Tauro ma non accusano nemmeno l'instabilità della ionica: ci sono delle tensioni all'interno della 'ndrangheta di Reggio che qualche anno fa rischiavano di portare anche a conflitti aperti, ma che poi sono stati controllati. Nell'assetto della 'ndrangheta di Reggio c'è la ricerca di una nuova dimensione, tuttavia al momento prevale l'esigenza di controllare le notevoli risorse della città e fin quando permarrà la latitanza di Pasquale Condello, il più importante latitante della provincia di Reggio Calabria e forse dell'intera Calabria, non dovrebbero verificarsi grandi mutamenti.
Quanto ho appena detto mi porta ad affrontare subito il drammatico problema della cattura dei latitanti nella provincia di Reggio Calabria. Assistiamo quasi settimanalmente alla cattura di latitanti importanti nell'area di Cosa nostra di Palermo, ma vediamo che in Calabria, al contrario, pur con gli sforzi degli organi investigativi di Polizia e di Carabinieri che hanno al loro attivo decine di catture, permane uno zoccolo duro di latitanti che per numero e per qualità desta preoccupazione. La latitanza di Pasquale Condello è sintomatica da questo punto di vista; secondo quanto emerge dall'attività di indagine, sembra che non si sia allontanato dalla zona che controlla e tuttavia ci sono grosse difficoltà a individuarlo e a localizzarlo.
Il numero di latitanti nella provincia supera abbondantemente il centinaio, il che pone un problema nelle risorse da destinare alla loro cattura. Intorno alla cattura dei latitanti, inoltre, ruotano una serie di circostanze che non possono essere risolte se non con quella premessa, ad esempio i problemi delle estorsioni e del controllo del territorio. Si è visto, ad esempio, come la cattura dell'ultimo dei fratelli Bellocco sulla Piana di Gioia Tauro abbia creato dei problemi a quella famiglia. A Reggio Calabria sono ancora latitanti, oltre a Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano, uno dei figli di Paolo De Stefano, Giovanni Tegano, un nipote di De Stefano, e altri esponenti di primo piano la cui cattura è importante per far scattare un'inversione di tendenza.
Come accennavo, il nodo centrale che permane nella provincia di Reggio Calabria ruota intorno all'omicidio del vicepresidente del consiglio regionale. Ritengo che la soluzione di quella situazione ci consentirebbe di chiarire da una parte l'assetto della 'ndrangheta sul territorio e dall'altra il rapporto reale attuale della mafia con la politica e con gli altri poteri occulti. Fin quando si resterà nella dimensione degli attuali imputati, Ritorto e Marcianò, non riusciremo a comprendere il
groviglio di interessi e di spinte che ha portato a quel grave omicidio. C'è sicuramente una dimensione superiore nella quale la 'ndrangheta ha giocato un ruolo non primario, un ruolo secondario e di supporto, di agenzia di servizio e non il ruolo di chi ha deliberato l'omicidio per il proprio interesse. Non posso non ritenere che la logica che ha presieduto a quell'azione delittuosa sia la stessa che ha presieduto anche alla lunga serie di attentati al presidente della giunta regionale, al tentato omicidio dell'onorevole Saverio Zavettieri, alle continue e ripetute minacce che vengono rivolte alla vedova Fortugno, l'onorevole Laganà, e a tutte le vicende che ruotano intorno al caso Chiefari, che è forse il caso più oscuro e intricato, ma al tempo stesso più rivelatore di ciò che esiste intorno all'omicidio. Non vedo i due fatti in modo separato: Chiefari non si sovrappone alla vicenda dell'omicidio, Chiefari (o chi per lui) in qualche modo fa parte di quella vicenda fin dal suo inizio. Le indagini sono in corso e si stanno avviando verso la fase conclusiva: egli risponde di strage e di una serie di altri reati, quali detenzione e possesso di esplosivo, minacce, tentata estorsione e quant'altro, ma ancora non si sono definiti il suo ruolo, i suoi collegamenti e i suoi propositi reali.
Proprio sul terreno dei rapporti tra mafia e politica in questi anni abbiamo assistito a una stasi delle indagini. Ricordo una sola sentenza di condanna passata in giudicato nei confronti di un politico di rilevanza nazionale originario della provincia di Reggio Calabria, l'ex onorevole Paolo Romeo. I successivi processi nei confronti di parlamentari nazionali si sono tutti conclusi con sentenze di assoluzione, né se ne registrano al momento in fase dibattimentale.
Nel corso dell'indagine diretta alla cattura dell'omicida del giovane Congiusta di Siderno, indagine a carico di Costa Tommaso, è emerso un rapporto di scambio economico-monetario tra la famiglia Costa e un candidato alle elezioni europee del 2004. Tale rapporto non andò a buon fine perché il candidato non venne eletto e la famiglia Costa, come è emerso dalla corrispondenza tenuta dal Tommaso con i suoi familiari, si poneva addirittura il problema se restituire o meno i soldi ricevuti, visto che l'esito non era stato positivo e il contratto non era stato completamente onorato.
Su altre vicende ancora in fase di indagini preliminari vige il segreto investigativo.
PRESIDENTE. Con «vicende» cosa vuol dire?
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Indagini, procedimenti aperti.
Tra gli argomenti di cui si può parlare cito la recente ordinanza di misura cautelare nei confronti della cosca Giuffrè di Seminara. Essa deteneva il controllo totale dell'amministrazione comunale, determinava le candidature e addirittura le alternanze tra candidati, nel senso che stabiliva come dovessero alternarsi i diversi candidati; è giunta a impedire la candidatura di un rappresentante dello schieramento contrapposto che riteneva scomodo ed è emerso da conversazioni telefoniche che essa fosse persino arrivata a determinare il numero di voti che quel candidato avrebbe conseguito, indicandolo in 1.700. Il numero di voti ottenuti da quella lista fu di 1.708 pertanto, con un lievissimo errore per difetto, aveva indovinato l'esatto numero di voti che avrebbe potuto ricevere in quella consultazione elettorale. Certamente si tratta di un caso che non si può generalizzare, però consente di capire come, soprattutto nei centri minori, il controllo della 'ndrangheta sia totale, pervasivo e dominante.
Ancora una vicenda. Nell'indagine «Arca», relativa ai lavori di ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, il Piromalli arrivò a tracciare, quasi fosse un architetto, una variante da lui ideata del raccordo autostradale per Gioia Tauro, variante che venne poi realizzata perché si rivelò migliore di quella progettata dai tecnici dell'ANAS: in qualche modo ha contribuito ai lavori dell'autostrada.
MARIO TASSONE. Ha fatto pagare la prestazione?
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. È stata gratuita, oppure c'è stato uno scambio di altro genere.
ANGELA NAPOLI. Non è stato arrestato: questo è stato il pagamento!
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Per quanto riguarda le misure di contrasto ci sarebbe molto da dire. Alcune operazioni non sono state coronate dal successo che si sperava per problemi di procedura nelle indagini, come anche i GIP hanno sottolineato nei loro provvedimenti, che hanno inciso in maniera determinante sull'esito di queste operazioni. Voglio ricordare, ad esempio, l'omicidio del vigile urbano di Calanna, i cui autori erano stati individuati in alcuni esponenti della famiglia mafiosa dominante, la famiglia Greco. Il GIP, pur ritenendo altamente probabile la loro responsabilità, ha ritenuto di non poter accogliere la richiesta del pubblico ministero perché non si era provveduto alla richiesta di riapertura dei termini dell'indagine, pertanto i risultati conseguiti erano inutilizzabili. Per essere più precisi, un primo rapporto dei Carabinieri, sulla base di un'investigazione di tipo tradizionale, indicava come responsabili dell'omicidio alcuni esponenti della famiglia Greco; successivamente un collaboratore di giustizia aveva fornito la medesima indicazione con apporti concreti, specifici e ben determinati. Nel frattempo, però, i termini della prima indagine erano scaduti e non ne era stata richiesta la riapertura, motivo per cui non è stato possibile utilizzare le rivelazioni del collaboratore e al momento l'omicidio è ancora impunito. Altri problemi sono emersi nel corso di altre indagini, ma eventualmente ci torneremo in seguito.
La mia idea è che sia necessario il rafforzamento del coordinamento delle procure impegnate in questi fenomeni. La DDA è l'ufficio che ai sensi della legge deve realizzare il coordinamento e lo scambio delle informazioni, ma non sempre così avviene. Anche a causa dell'elevato numero di processi di cui ciascun sostituto è oberato accade spesso che ciascuno proceda separatamente dagli altri. Occorre rafforzare il momento della collegialità, che è determinante per la buona riuscita dell'attività. Probabilmente la mia opinione è frutto della logica della collegialità e del coordinamento che presiede un ufficio come quello della Direzione nazionale antimafia, ma ritengo che non si possa prescindere da questo elemento.
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Vorrei fornirvi alcune valutazioni e alcuni dati. La valutazione attiene innanzitutto ai procedimenti penali instaurati presso le procure della Repubblica di Catanzaro e soprattutto di Reggio Calabria (numericamente i dati sono precisi). Il dato riguarda invece i procedimenti penali per traffico di sostanze stupefacenti e contiene una valutazione analitica di quanto sta accadendo nel corso di tali procedimenti.
Si dice in maniera ricorrente che la 'ndrangheta vanta una posizione rilevante nel traffico internazionale della cocaina; non è una posizione dominante in senso assoluto, ma comunque di prevalenza per l'Italia e parte dell'Europa. L'analisi dei procedimenti rivela un aspetto che deve essere considerato nell'attività di repressione. Analizzando le schede biografiche e andando a vedere chi sono i soggetti coinvolti nel traffico, ci si accorge che sono sì calabresi, sono sì soggetti vicini alle cosche, ma non sempre, anzi quasi mai, sono soggetti appartenenti alla 'ndrangheta calabrese in senso stretto. L'esperienza degli anni passati, soprattutto della grande repressione avvenuta tra la metà degli anni '90 e l'inizio del 2000, ha dimostrato come la cattura di decine di capi mafia e la loro condanna a pene gravissime si leghino innanzitutto al coinvolgimento nel traffico di droga: penso per tutti a Peppe Morabito «Tiradritto» che ha subito una
condanna definitiva, o a Pino Piromalli, anch'egli condannato definitivamente, entrambi per traffico di droga.
Tutto ciò ha indotto l'organizzazione a concedere l'attività in outsourcing. Oggi i calabresi hanno i loro canali di riferimento, dispongono dei soggetti necessari e conoscono le rotte, ma impiegano altri calabresi che non sono uomini della 'ndrangheta, sfruttando quello che ormai è un vero e proprio logo: si circola come calabresi e si è accreditati come tali in Colombia, in Bolivia o in Venezuela, ma non si è uomini della 'ndrangheta. Ne potremmo arrestare cinquemila e non risolveremmo il problema della pressione che la 'ndrangheta esercita sul territorio calabrese e su tutti i comuni della regione.
Si tratta di un dato importante che rivela la divaricazione esistente rispetto alla qualità dell'intervento, che pure è straordinaria, come ricordava anche il procuratore aggiunto. Grandi sequestri e grandi arresti (si pensi soltanto al coinvolgimento nell'indagine «Decollo» di Catanzaro di Salvatore Mancuso) che tuttavia non affievoliscono di un grado la pressione che la 'ndrangheta esercita sul territorio, né fanno aumentare di un euro il prezzo della cocaina sul mercato: ciò significa che sono sostanzialmente inefficaci.
Poiché nel traffico di droga sono impegnati uomini e magistrati tra i migliori, energie tra le migliori, la sintesi di quanto ho dichiarato è che la loro è un'attività indispensabile, imprescindibile e assolutamente non revocabile; resta però il problema che essa non è in grado di liberare le popolazioni e il territorio dalla presenza della 'ndrangheta, semplicemente perché molti di quei soggetti (45 su 50, 35 su 50) non sono uomini della 'ndrangheta, sono semplici uomini calabresi che circolano nel mercato accreditati dal logo 'ndrangheta. Quindi collaboratori di giustizia non ce ne sono (il che la dice lunga) e i sequestri e le confische di denaro destinato al pagamento di questi traffici sono pochissimi, perché si riesce a sequestrare o a confiscare solo ciò che i singoli affiliati percepiscono come compenso per la transazione; dopo dieci anni di intercettazioni telefoniche, compiute soprattutto dai nuclei speciali dei Carabinieri, della Guardia di finanza e della Polizia, non si riesce a trovare traccia evidente (se ne trovano solo di marginali) dei pagamenti delle partite, perché essi circolano su un canale completamente indipendente e autonomo. I capi della 'ndrangheta hanno i riferimenti necessari, commissionano la partita, mandano i propri uomini a prelevarla e la fanno arrivare in Europa senza che gli uomini paghino o sappiano nulla del pagamento: nelle decine, centinaia di intercettazioni solo poche volte e in maniera episodica emerge traccia di questi pagamenti.
Tutto ciò è importante perché rivela le difficoltà dell'attività antiriciclaggio e del contrasto del fenomeno sul territorio. Il dato acquisito del contrasto sul territorio mostra la presenza di 155 cosche; dato altrettanto acquisito è che si celebrano procedimenti penali e si avviano indagini ogni anno in Calabria contro una quindicina di cosche, perché la maggior parte dei numeri riguarda il traffico di sostanze stupefacenti. Non si colpiscono tutti gli elementi della cosca, e dei procedimenti alcuni vanno a buon fine e altri no: occorrerebbero dieci anni soltanto per fare una prima «passata» delle 155 cosche calabresi, fermo restando che dopo altri dieci anni uscirebbero dal carcere e dovremmo iniziare tutto dal principio. Non si è aspettato il 2007 per colpire la cosca Giuffrè: è stata colpita nel 1992, nel 1993 e nel 1994, ora però ci troviamo di nuovo al punto di partenza. È un'azione sostanzialmente inefficace, data l'inconciliabilità tra la durata della pena prevista ai sensi del 416-bis e la necessità di intervenire su 155 cosche.
Lo dico per mia riflessione, non certo a lei, presidente, né alla Commissione, ma un conto è catturare Salvatore Lo Piccolo o Bernardo Provenzano e disarticolare in maniera seria Cosa nostra, un conto è catturare Piromalli il quale non è che uno dei 155 capi della 'ndrangheta e lo stesso dicasi per Pasquale Condello, un altro dei 155 capi della 'ndrangheta. La polverizzazione fa sì che anche la cattura di latitanti
importanti (ricordo quando la iniziammo a Reggio Calabria nel 1995) non porti a un risultato decisivo, perché qualunque capo, per quanto carismatico e potente, lo è nel suo territorio e nella linea di faglia che delimita il sul territorio, non oltre, e come tale non è destabilizzante.
Cosa fare? Io vi parlo dal lato investigativo delle idee su cui spesso ci confrontiamo in ufficio. Naturalmente le 155 cosche non sono tutte potenti e non sono tutte uguali: non esiste un'«isocrazia», ci sono le cosche più potenti e quelle meno potenti. Occorre concentrare lo sforzo sulle quindici più importanti, perché ciò che interessa la 'ndrangheta in questo momento è la stabilità e la stabilizzazione. Destabilizzare le prime 15, sciogliere le amministrazioni comunali da loro controllate, accompagnare lo scioglimento con l'azione di confisca e con opere d'intervento sociale di recupero è l'unico modo per destabilizzarle, perché attualmente ognuno marca il proprio territorio. Credo che gli 'ndranghetisti siano «psichiatricamente» afflitti dall'ossessione del controllo del territorio: hanno bisogno di marcarlo continuamente, per questo motivo sparano, uccidono, colpiscono gli amministratori locali, perché, in assenza di un centro regolatore, devono continuamente difendere il loro territorio dalle invasioni altrui. Tutti noi siamo convinti che dovremmo incidere sulla stabilizzazione che la 'ndrangheta ha imposto in Calabria, sulla sostanziale pace che consente a ognuno di marcare il proprio territorio.
Insieme ad altre persone ho collaborato (in maniera gratuita, lo voglio ricordare) con la regione Calabria alla stesura della legge sulla stazione unica appaltante, che è stata approvata pochi giorni fa. Mentre in Sicilia essa non potrebbe funzionare (il tavolo di Siino era una stazione pubblica appaltante), credo che in Calabria, per gli aspetti considerati, spostando il centro decisionale si otterrebbero dei risultati.
PRESIDENTE. In Sicilia la legge c'è!
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Sì, c'è la legge, ma come lei sa, presidente, è stata sospesa. La stazione unica appaltante realizza un obiettivo importante: toglie i centri decisionali dall'uscio di casa della 'ndrangheta. Probabilmente non in Sicilia, ma in Calabria, il decentramento fa il lavoro della 'ndrangheta, e ciò va impedito.
La legge della Calabria contiene due norme particolarmente significative: la prima è la tracciabilità finanziaria degli appalti, che prevede l'utilizzo di un unico conto corrente da parte della società, in modo tale che non sia possibile che i pagamenti avvengano per cassa o in maniera non controllata; la legge prevede inoltre che le imprese siano obbligate a denunciare le estorsioni, le concussioni e tutte le attività delittuose, pena la sospensione per cinque anni; ancora, non so se il Governo impugnerà la legge, come si teme, ma essa obbliga le imprese vincitrici di appalti a eseguire le opere di demolizione richieste dalle amministrazioni locali facendo sì che non debba intervenire il genio civile militare ma che tale onere venga posto a carico delle ditte vincitrici di appalti dello Stato, delle regioni e degli enti pubblici, cosa che fino a ora non è mai accaduta. Cuius commoda, eius et incommoda: non è pensabile che sia la ditta di fiducia ad assumere l'appalto e che poi si rifiuti di demolire le ville sul lungomare di Isola Capo Rizzuto! So quanto il collega Ledonne abbia insistito e si sia battuto per questo.
In maniera più sintetica vorrei parlare anche di altri argomenti. Innanzitutto del problema delle confische, che è un problema molto serio. Esso si connette a delle difficoltà oggettive che però la storia reggina non sempre ha conosciuto; ci sono stati anche momenti nella storia del contrasto patrimoniale (e qui è presente chi queste cose le ha fatte, il senatore Malvano, che allora era questore di Reggio) in cui l'azione di contrasto patrimoniale veniva orientata in modo importante contro le cosche e otteneva dei risultati. Il problema attuale è che la Calabria, più che di un commissario per i beni confiscati, ha bisogno di un commissario per i beni da
confiscare. Infatti, non è affatto chiaro chi abbia la responsabilità di disporre le confische. Il potere dell'autorità giudiziaria, come è noto, è concorrente con quello delle questure, pertanto il questore, che è un'autorità politica, e la DIA, che dipende direttamente dal Ministero dell'interno, dovrebbero tracciare un piano d'azione delle confische (torno alle famose 15 cosche) e cercare di dirci, a titolo di rendiconto successivo a tre anni di attività, che cosa sia stato fatto. Capisco che per il pubblico ministero ci sia un profilo di obbligatorietà dell'azione di prevenzione, ma per il questore e per il capo della DIA tale obbligatorietà non esiste e ci si potrebbe concentrare in maniera politicamente discrezionale sulle cosche più importanti.
Come accennavo, sostengo l'idea di un commissario per i beni da confiscare perché ci vuole un soggetto di riferimento che pianifichi l'impiego delle concorrenti forze di polizia e delinei gli obiettivi da realizzare, altrimenti non si riesce a garantire continuità all'azione.
Per delega del procuratore io mi occupo dei rapporti tra mafia e politica nella Procura nazionale antimafia. Se si consultasse l'elenco dei comuni sciolti per mafia in Italia ci si accorgerebbe come soltanto in pochi casi esista una corrispondenza tra il decreto scioglimento e il procedimento penale; accade infatti che il comune venga sciolto, ma che poi non venga avviato il procedimento penale. L'azione dello Stato, che dovrebbe essere convergente, di fatto non lo è. Se si agisse in maniera simultanea, secondo quanto l'ordinamento già consente di fare, molti risultati potrebbero essere conseguiti a costo normativo pari a zero.
Concludo il mio intervento ricordando che a Reggio Calabria sono pendenti in corte d'appello 22 procedimenti relativi a maxiprocessi di mafia sia per associazione di tipo mafioso sia per traffico di sostanze stupefacenti. Ho avuto un colloquio con il presidente di sezione della corte d'appello di recente nomina che mi ha chiesto di rappresentargli la situazione ed egli mi ha detto che soltanto 5 giudici celebreranno questi processi: 5 giudici per 22 procedimenti penali e centinaia di imputati, tutti condannati in primo grado, perché spesso (come è normale) la richiesta di giudizio in appello viene presentata dalle parti, non dal pubblico ministero. Indubbiamente c'è un problema di tenuta dei procedimenti in grado di appello. Se si dovesse ricorrere al sistema delle applicazioni, che consiste nell'incaricare i giudici più giovani di primo grado a celebrare questi processi, ciò che paventava il procuratore Ledonne si realizzerebbe in tutta la sua drammaticità. Un ordinamento giudiziario che vuole il giudice d'appello professionalmente più competente del giudice di primo grado verrebbe vanificato dalla necessità di sopperire alle carenze attraverso la composizione di collegi che recuperano i giudici più giovani, mandandoli a svolgere un lavoro molto più delicato e più complesso di quello che gli sarebbe proprio quale il giudizio di appello sulle sentenze impugnate in primo grado.
PRESIDENTE. Passiamo ora alle domande e ai quesiti dei commissari. Proporrei di rivolgere le domande e poi passare subito alle risposte, al fine di non rischiare di non poter concludere la seduta in giornata. Questo presuppone una capacità di sintesi dei commissari, che dovrebbero limitarsi alle domande e non inoltrarsi in riflessioni, e una capacità di risposta e di approfondimento che vi chiediamo per sviluppare un dialogo e un confronto serrato.
GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Accolgo il suo invito e rivolgo delle domande «secche», anche se mi permetto di notare che il quadro emerso dalle introduzioni è estremamente grave, poiché sono state dette cose molto importanti, specie nel rapporto tra mafia, politica e istituzioni.
La prima domanda nasce spontaneamente da quanto dichiarato dal dottor Ledonne. Le chiedo: esiste un pieno ed effettivo coordinamento investigativo tra le DDA calabresi e tra queste e la Direzione nazionale antimafia? Chiedo anche se vi
siano dei sostituti della Direzione nazionale antimafia applicati alla DDA non soltanto per il collegamento, ma anche per l'espletamento effettivo delle investigazioni.
La seconda domanda trae origine dal convegno di Palermo che si è tenuto nei giorni scorsi. È stato un momento di riflessione in cui si è evidenziato che a fronte delle oltre settemila persone indagate per concorso esterno mafioso, solo 500 sono state soggette ad azione penale. Quante di queste sono calabresi? Quale esito hanno avuto i procedimenti? Oltre al concorso esterno sono stati contestati i delitti di cui agli articoli 416-ter e 416-bis, secondo comma, ultima parte?
Infine, la terza domanda. Questa mattina è stata data notizia dell'operazione «Plutone», condotta dai Carabinieri e coordinata dalla DDA di Catania, che ha portato all'arresto di circa 70 soggetti tra i quali, per l'ennesima volta (vista la periodicità con cui entra ed esce dal carcere), Vincenzo Santapaola, figlio del boss mafioso Nitto Santapaola. Tra i reati contestati ci sono il 416-bis e l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. In relazione a questa fattispecie, pare sia stato evidenziato (le notizie delle agenzie sono ancora piuttosto sintetiche) un collegamento con la 'ndrangheta calabrese fornitrice di droga per il mercato siciliano. Il dottor Cisterna ha dichiarato oggi alcune cose molto interessanti e io vorrei chiedere: quali cosche calabresi sono al centro del controllo dell'import - export di droga e quali sono i collegamenti internazionali?
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Posso assicurare i commissari che i rapporti tra la DDA di Catanzaro e quella di Reggio Calabria con la procura nazionale sono ottimi; anzi, la procura di Catanzaro viene in genere indicata quale esempio di collaborazione istituzionale tra DDA e DNA. I rapporti sono ottimi anche con Reggio Calabria, al punto che in un processo importante come quello di Duisburg si è ricorsi a un magistrato della DNA, nella persona del qui presente dottor Vincenzo Macrì.
Vorrei invece chiedere al presidente se desidera ancora avere i dati di cui si parlava all'inizio. In tal caso, poiché non mi è noto se le indagini, di cui le farò avere ampia documentazione, compresa la mia «nota di impulso» alla DDA di Catanzaro, siano state archiviate o meno, chiedo che il mio intervento proceda in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Sulla problematica del concorso esterno abbiamo eseguito anche noi un accertamento statistico alquanto approfondito. È attualmente in corso un numero elevato di procedimenti penali con iscrizioni per 416-bis, nell'ordine di alcune centinaia; sono procedimenti aperti in tutta Italia, quindi non solo riferiti alla Calabria. Molto più basso, sempre in Italia, è il numero dei procedimenti per 416-ter relativi al cosiddetto voto di scambio in senso stretto, sia perché la norma è costruita nel modo che sappiamo, purtroppo, sia perché essendo indagini che in qualche modo presuppongono lo scambio di denaro, i casi sono naturalmente limitati, non più di 20 in Italia e non più di 5 in Calabria.
PRESIDENTE. Invece per il concorso esterno in Calabria?
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. In Calabria il dato rileva circa 98 iscrizioni per concorso esterno, numero che include
anche figure imprenditoriali o professionisti, cioè soggetti che svolgono un'attività di ausilio, secondo l'ultima giurisprudenza della Cassazione: «borghesia mafiosa», come correttamente ricorda il procuratore. I numeri sono questi, ma non è possibile riportarli a una sola categoria professionale essendo piuttosto allargati a una pletora di soggetti che svolgono le funzioni più diverse.
Del procedimento di Catania di questa mattina e del coinvolgimento dei calabresi ho parlato proprio oggi con il magistrato che ha svolto l'indagine a Catania, che è un collega applicato della Procura nazionale antimafia, in vista di questa audizione. I calabresi coinvolti sono «soltanto» soggetti che avevano svolto attività di ausilio e appoggio di gruppi criminali, di batterie di rapinatori catanesi che operavano in Calabria. Il dato è però allarmante, perché testimonia innanzitutto un fortissimo collegamento operativo, dato che la rapina è un reato particolarmente grave che richiede appoggi logistici e conoscenze molto forti in Calabria; e soprattutto questa attività di rapina è corsa lungo i canali del traffico delle sostanze stupefacenti tra catanesi e calabresi.
Sul versante internazionale i gruppi storicamente coinvolti sono sempre gli stessi. Un ruolo decisivo giocano le cosche del triangolo Platì, Africo, Natile di Careri e San Luca, le famiglie meglio accreditate. Naturalmente grosse importazioni di cocaina, nell'ordine non delle migliaia ma delle centinaia di chili, vengono realizzate anche da altre cosche spesso in accordo (per così dire) con napoletani o con siciliani. Le grosse partite vengono acquistate da famiglie non solo calabresi, ma i calabresi s'incaricano dell'acquisto per tutti per poi distribuire gli stupefacenti ai committenti.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Se interessa la Commissione, per il recente omicidio che ha visto vittime due giovani la DDA di Catanzaro ha già effettuato un fermo, ma il fermando è irreperibile.
GIUSEPPE LUMIA. Vorrei capire se ci siano delle novità nella struttura organizzativa della 'ndrangheta: oltre all'assenza di un motore regolatore c'è qualche altra novità? Infatti nei dati ricordati dal dottor Ledonne si faceva riferimento a un colletto bianco di tipo finanziario e societario. Vorrei sapere se siamo ancora fermi alla frammentazione, alla convergenza per affari o per interessi o se si riscontri qualche novità da questo punto di vista.
Ritengo che sarebbe utile per la Commissione antimafia poter disporre di una geografia delle cosche, che non abbiamo mai avuta. Essa ci potrebbe spiegare il rilievo economico e finanziario di tutte le 155 cosche, i collegamenti di tipo politico e istituzionale e quelli internazionali, perché la geografia classica che voi e la DIA ci fornite è una geografia di tipo militare, molto primitiva e semplicistica. Perché invece non tracciate un quadro di quella che voi ritenete sia la potenza di tipo economico e politico cosca per cosca, completo di nomi, cognomi, indirizzi e società, compresa la loro proiezione internazionale? Se è complicato farlo per tutte, almeno potreste farlo per le famose 15, come avete richiesto alla DIA e alle questure.
Sarebbe opportuno che si redigesse un elenco delle applicazioni di questi ultimi anni, perché ho l'impressione che l'unica applicazione che non sia stata realizzata è quella sull'omicidio Fortugno. Vorrei capire perché per tutto si procede positivamente per mezzo dell'applicazione (ad esempio, ho apprezzato il caso di Duisburg) e proprio su quel caso si è dimostrata una reticenza: sarebbe bene che la Commissione antimafia verificasse fino in fondo, senza allusioni e senza dare per scontato questo «buco» che non può essere più sottaciuto né minimizzato.
Vorrei anche avere qualche elemento di approfondimento sul rapporto con i servizi. Emerge il caso Chiefari e credo che si debba scavare di più, andarci più dentro e avere da voi una valutazione sistematica dei rapporti intercorsi negli ultimi anni con i servizi e di quali ritenete siano stati i risultati e le deviazioni, al fine di analizzare
e approfondire in modo molto concreto. In particolare, vorrei sapere se abbiate già delle prime informazioni da offrire alla Commissione e se siate pronti ad affrontare un lavoro più sistematico.
Sono stati effettuati dei grossi investimenti in Calabria, cito l'esempio di Europaradiso a Crotone. Avete indagato sul presunto finanziatore di origine israeliana? Quali collegamenti sono emersi? Cosa aveva promesso? Quali impegni erano stati assunti? Come è svanito questo grande affare? Le chiedo tutto ciò affinché sia possibile, anche qui, uscire dall'astrattezza per entrare in profondità nella materia.
Stessa cosa a proposito della sanità. Chi c'è dietro ogni clinica privata? Chi sono i veri proprietari? Quali i colletti bianchi coinvolti? Ci sono apparati della magistratura o delle istituzioni coinvolti? Siamo in grado di scavare e di uscire fuori dalla genericità cui dobbiamo spesso attestarci per segnalare un fenomeno oltre al quale non siamo in grado di svolgere inchieste?
Ho altre due questioni da sottoporre, per una delle quali vorrei che si procedesse in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
GIUSEPPE LUMIA. L'ultima mia domanda riguarda il caso di Salvatore Mancuso in Colombia e di Deodato in Bolivia. Come procedete e che rapporti avete con le autorità di quegli Stati? Che assistenza state fornendo e quale attività è in corso? Avete analizzato le dichiarazioni di Mancuso? Che risvolti presentano? Quale supporto state dando alla ricerca in Bolivia di Deodato, che è latitante? Ci sono dei risvolti internazionali? In quali ambienti? In quali circuiti finanziari?
Tutto ciò mi aiuta a introdurre il tema delle indagini patrimoniali e finanziarie internazionali. Ce ne sono, non ce ne sono? Chi le sta portando avanti? Se non ci sono, cosa proponete perché finalmente ci siano?
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Risponderò innanzitutto alle domande sulla struttura organizzativa e sulle novità.
L'onorevole Lumia chiede se siamo ancora nella fase di frammentazione e di suddivisione in senso orizzontale. No; già all'epoca del processo «Olimpia», e successivamente con ulteriori acquisizioni investigative, si era capito che poco dopo la pace seguita alla guerra di mafia del periodo 1985-1991 la 'ndrangheta calabrese aveva tentato di darsi una struttura di vertice che alcuni definivano la «cosa nuova». In effetti, soprattutto attraverso le indagini dell'operazione «Armonia», si è capito che tale struttura era stata modellata come una sorta di commissione alla palermitana. Essa prevedeva la formazione di tre grandi mandamenti: il mandamento della montagna, vale a dire quello della Ionica (la montagna è quella di Platì e San Luca); il mandamento della Piana, cioè quella della Piana di Gioia Tauro; infine, quello della città. Sopra i tre mandamenti si pone una commissione, che non ha una formazione cristallizzata e istituzionalizzata, ma che è composta dagli esponenti più importanti delle cosche della provincia. La commissione così intesa non ha una funzione direttiva di affari (è bene precisarlo), non ha una funzione di consiglio di amministrazione di una società, pertanto non gestisce né traffici di droga, né estorsioni, né altro sotto il profilo economico: essa ha esclusivamente la funzione di evitare e prevenire future guerre interne, quelle che periodicamente percorrono la 'ndrangheta di Reggio Calabria in maniera particolarmente cruenta e sanguinosa.
La prima avvisaglia dell'esistenza della commissione si ebbe intorno al 1993, subito dopo la conclusione della guerra di mafia di Reggio, quando, da intercettazioni
ambientali disposte allora nei confronti di Carmine De Stefano, si ebbe la prova che un esponente della famiglia Nirta si fosse recato a Reggio per parlare con un giovane esponente (molto più giovane di lui) in occasione delle prime manifestazioni, avvenute tra il 1991 e il 1993, degli scontri interni alla faida di San Luca. In quell'occasione il Nirta, ricordando il precedente aiuto prestato per uscire dalla guerra reggina, chiese che l'aiuto gli venisse contraccambiato per affrontare il difficile momento. Tutto ciò fa capire come in qualche modo si chiedesse il contributo dei vertici della 'ndrangheta della provincia di Reggio per risolvere il rischio di guerre incipienti su quel territorio.
In effetti, qualche intervento in quell'occasione dovette esserci, perché nel 1993 i focolai di guerra a San Luca furono domati e non se ne ebbero ulteriori manifestazioni fino al 2005; per dodici anni, quindi, quella metodologia fornì una sorta di soluzione.
Devo tuttavia rilevare come, in realtà, tale struttura non sia riuscita a controllare tutto. Ci furono intanto dei focolai di guerra locale che sfuggirono dal controllo, anche per la loro dimensione ridotta; ma soprattutto la faida di San Luca esplosa tra il 2005 e il 2007 dimostrò come il meccanismo non potesse reggere. I motivi del mancato funzionamento furono l'incapacità, nonostante l'intervento diretto dei vecchi e dei capi (i vari Barbaro o Pelle, che vennero raggiunti anche in carcere perché spiegassero il loro contributo), di evitare che la faida esplodesse fino alle cruente vicende del Ferragosto di quest'anno.
Possiamo ora sostenere con una certa tranquillità che qualche accordo sia stato raggiunto; non parlerei di pace, ma di un semplice accordo. Emerge da misure cautelari, come nell'ordinanza di misura cautelare emessa proprio a carico di Giuffrè, e anche da altri elementi che una qualche forma di armistizio e di tregua sia stata raggiunta.
PRESIDENTE. Ce ne può chiarire i particolari, eventualmente segretando?
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Sì. Chiedo di segretare.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Per quanto riguarda la geografia «ragionata» e analitica delle mappe, è un'attività che abbiamo difficoltà a gestire, perché non disponiamo né dei mezzi tecnici, né degli analisti in numero sufficiente né di strutture che lavorino per noi. Certamente possiamo aiutare chi si occupa della stesura delle mappe ad arricchirle e a completarle tenendo conto dei dati giudiziari ed economici che emergono dalle indagini. Quanto l'onorevole Lumia ci chiede, pertanto, può essere realizzato soltanto attraverso una serie di interventi. Abbiamo avuto a disposizione un programma informatico di redazione delle mappe che abbiamo usato per redigere delle mappe per il Piemonte, la Lombardia e la Liguria riguardanti la composizione delle cosche, sulla base non di atti di polizia ma di atti giudiziari.
GIUSEPPE LUMIA. Sarebbe importante avere, oltre a questo lavoro su ciò che è avvenuto dal punto di vista giudiziario, anche le nostre valutazioni di tipo indiziario sui collegamenti.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. La nostra è una banca dati giudiziaria.
GIUSEPPE LUMIA. Sì, però dovreste fornirci, in collaborazione con le forze dell'ordine e con le DDA di competenza, del materiale giudiziario e indiziario che ci consenta di capire la vera pericolosità delle cosche sul piano economico, politico e finanziario. Sarebbe un salto di qualità, se vogliamo fare un lavoro approfondito.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Si può tentare di impostare, anche con il collega che presiede il servizio informatico. È un lavoro impegnativo, ma ne considereremo la fattibilità: da parte nostra c'è la massima disponibilità.
Circa l'elenco delle applicazioni di cui lei mi chiedeva, è vero che l'ultima applicazione della DNA alla DDA di Reggio risale al 1999, l'applicazione dei colleghi Palma e Zuccarelli. Successivamente, per un periodo di sei o sette anni, non si registra alcuna applicazione; so che avete già chiesto al procuratore Grasso le vicende della mancata applicazione per l'omicidio Fortugno a cui non devo aggiungere nulla. Quest'anno, in occasione della vicenda di Duisburg, è stato il procuratore nazionale a prendere l'iniziativa e a garantire la sua disponibilità a un'applicazione. Essa è stata recepita dalla DDA di Reggio Calabria, pertanto vi è stata la mia applicazione che al momento in particolare riguarda la vicenda di Duisburg, con riferimento sia all'eccidio del 15 agosto (reato che si presenta con le caratteristiche del reato transnazionale, con tutto ciò che ne consegue), sia alle indagini sulle attività economiche dei gruppi interessati alla faida in Italia, in Germania e anche in altri Paesi esteri. Queste attività sono state avviate e richiederanno un certo tempo per essere risolte, ma speriamo che portino a risultati positivi.
Recentemente è stata richiesta dalla DDA una nuova applicazione di un magistrato della DNA a proposito di processi relativi all'area di Gioia Tauro, che quindi ruotano intorno al porto e agli interessi delle cosche sul porto. Ritengo che tale applicazione verrà disposta prossimamente dal procuratore nazionale.
Non vi sono indagini in corso circa il ruolo dei servizi, anche se la mia impressione personale è che in questi anni la presenza dei servizi di sicurezza in Calabria sia stata forte, anche sotto il profilo dell'influenza su alcune indagini giudiziarie. Personalmente sono molto contrario alla pratica in atto negli uffici giudiziari di frequentazione di funzionari e di ufficiali dei servizi. Ritengo che tra la magistratura inquirente e gli appartenenti ai servizi non si dovrebbero tenere collegamenti né rapporti di sorta. In maniera indiretta i rapporti sono previsti attraverso le informative che i servizi inviano agli organi di polizia giudiziaria e che gli organi di polizia giudiziaria sviluppano, ove si riscontrino elementi interessanti sotto il profilo investigativo, per poi farle confluire in informative di reato vere a proprie.
Il caso Chiefari consente di capire che c'è una reale presenza dei servizi, non a livello investigativo ma a livello criminale, e questo è un dato preoccupante. Chiefari certamente non è un ufficiale, ma un personaggio marginale che ruota intorno ai servizi, non sappiamo con quale ruolo, se con ruolo di profittatore o con ruolo di pedina manovrata da altri. Vorrei richiamare l'attenzione su questo aspetto, che a mio parere andrebbe sviluppato, anche in una successiva fase di indagini rispetto a quella attuale che vede Chiefari imputato: le indagini preliminari si sono concluse (anche perché si avvicina la scadenza del termine) ed esse si esauriscono nella sua persona. Ritengo sia necessario un supplemento di indagini che consideri un contesto più ampio.
Chiedo che il punto successivo venga segretato.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Salvatore Mancuso è indagato presso la DDA di Reggio in un solo processo. È stato indagato in «Decollo» e adesso anche in un processo in corso presso la DDA di Roma. Sono state inviate delle richieste di estradizione sulle quali però non nutriamo grandi speranze, perché io credo che negli accordi raggiunti da Salvatore Mancuso con il Governo colombiano ci sia anche il patto di non essere consegnato alle autorità straniere, compresi gli Stati Uniti.
GIUSEPPE LUMIA. State studiando le sue dichiarazioni e i rilievi che possono assumere?
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Sono intercorsi molti rapporti e vi sono state anche recenti visite del procuratore nazionale in Colombia. Allo stesso modo vi sono state visite del procuratore generale colombiano in Italia e riunioni di coordinamento in DNA con i magistrati colombiani sul processo «Decollo», con esito positivo sotto il profilo delle indagini. Non mi risulta però che vi siano state promesse in merito alla consegna di Salvatore Mancuso; anzi, non è stato nemmeno interrogato.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Signor presidente, chiedo che venga segretato quanto sto per dire perché si tratta di attività in fieri.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Vorrei parlare delle indagini finanziarie condotte all'estero e chiedo che il mio intervento abbia luogo in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
ANTONIO GENTILE. Chiedo anch'io che il mio intervento abbia luogo in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
MARIO TASSONE. Io vorrei rivolgere qualche domanda accompagnata da qualche riflessione. Noi abbiamo ascoltato, ma abbiamo anche esperienza di racconti che assumono la dignità di audizioni pur non essendole, pur essendo semplici commenti a notizie che già abbiamo. Io ritengo che l'audizione che stiamo svolgendo in questo momento presenti invece degli aspetti interessanti.
Vorrei sapere: ritenete idonei gli strumenti di cui disponiamo per un contrasto efficace e reale alla criminalità riorganizzata? Esiste una catena di comando e di controllo? Io ho sempre definito la DNA un ente inutile, ed è un giudizio che confermo ufficialmente anche in questa sede. Dalle notizie emerse anche nell'intervento
del procuratore aggiunto Ledonne si evince un grande lavoro, che però manca di un chiaro quadro di riferimento. Che tipo di coordinamento esiste? Ritenete che sia efficace il rapporto fra la DNA, le DDA e la DIA? Non voglio ripetere ciò che ho già detto, consultando i verbali della Commissione si può capire quale sia il mio giudizio. Secondo voi ci sono un coordinamento e un clima di operatività all'interno delle forze dell'ordine, oppure lo «sfilacciamento» continuo tra le strutture speciali delle forze dell'ordine crea un buco dove si possono inserire interessi diversi? C'è una variopinta platea di soggetti che certamente far venir meno la catena di comando e di controllo e fa sì che ognuno sia in sé una centrale operativa.
Non riuscirò mai a capire come in questa Calabria si conoscano uomini, cose e famiglie, eppure tali famiglie riescano a rimanere in piedi come i castelli. Loro restano lì e noi non facciamo altro che commentare, non abbiamo capacità di smantellamento. Perché?
Per quanto riguarda il delitto Fortugno, sono convinto che i mandanti non siano quelli, ma che esista un altro livello. E quale è? Che ci sia un altro livello l'avete sempre sostenuto voi investigatori, non l'ho inventato io. Il procuratore nazionale antimafia qualche tempo fa, in un'intervista su La Stampa - non faccio riferimento al suo paragone con il delitto Moro, lascio ai posteri ogni commento sull'acutezza dell'interpretazione - ha detto che si è voluto bloccare il cambiamento. Secondo voi con il delitto Fortugno si è voluto bloccare il cambiamento? E se davvero si è voluto bloccare il cambiamento, quali sono le forze che l'hanno voluto e perché non si va a individuare la matrice? Secondo voi il processo che si sta svolgendo a Locri si inserisce in un quadro di certezze, considerato che si è aperto un clima elettorale, pre-elettorale delle candidature e così via? Io sono convinto che se non veniamo a capo del delitto Fortugno la Calabria non avrà pace, perché questa è una situazione che ci pone in una grande debolezza.
L'ultima considerazione la svolgo riallacciandomi alle cose che diceva prima il senatore Gentile. Siete a conoscenza, come Direzione nazionale antimafia, di situazioni in cui le indagini sono andate avanti e poi si sono bloccate per intervento di qualcuno, o di situazioni che sono state perse di vista? Quest'ultimo è un problema che era stato già evidenziato dal dottor Ledonne e che ha una responsabilità ben chiara. In questo ambito c'è senz'altro qualcosa, per esempio la legge n. 488 del 1992: 12 milioni lì, 180 lì, 120 lì, 183 nella nostra città, anche se lei è di periferia. Vorrei capire se questo tipo distribuzione sia stato archiviato e perché non siano state delineate le responsabilità. Che cosa è mancato?
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. L'accertamento delle responsabilità, onorevole Tassone, c'è stato perché le procure ordinarie hanno proceduto, a norma dell'articolo 640 del codice penale, per truffa e ci sono state parecchie condanne su questo. Il problema è cominciato quando il tutto è andato a finire nelle mani della criminalità organizzata. Onorevole Tassone, signor presidente, la mia adesso è un'invocazione. Dotateci delle professionalità necessarie per compiere le indagini.
Rispetto alla sua domanda se siamo a conoscenza di qualcuno che abbia bloccato le indagini, io le rispondo che ci oppongono sempre la stessa risposta: la carenza dell'organico. Il GICO della Guardia di finanza di Catanzaro, che ha una giurisdizione abbastanza ampia e deve decidere sulle misure di prevenzione, fino all'altro ieri era composto da 30 persone. Ci vogliamo prendere in giro? Questo è il problema di fondo. In attesa di queste iniziative legislative, che apprezzo moltissimo sotto tutti i profili (finalmente, dopo una battaglia di tre anni, è stato raggiunto quell'obiettivo, di cui le ho parlato spesso, di togliere ai mafiosi il patrocinio gratuito: il processo Galassi a Catanzaro è costato allo Stato 180 miliardi per pagare gli
onorari dei difensori), bisogna che qualcuno ci dia le strutture necessarie. Parlo di miliardi; udienze dibattimentali durate per due anni. Gli avvocati, puntuali con la cravatta alle 8, erano presenti lì tutte le mattine e non hanno perso un'udienza. È chiaro? Parlo di gente che poi è stata condannata all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio.
Signor presidente, onorevole Lumia, quando dico che ci sono 2.479 fabbricati e 2.260 terreni (così distribuiti: Cosenza, 727 fabbricati e 802 terreni; Lamezia Terme, 606 fabbricati e 252 terreni; Vibo Valentia, 1.146), c'è qualcuno che mi dice perché una piccola società artigianale ha 120-130 di questi appartamenti. Come li ha fatti? C'è qualcuno che può andare in giro per verificarlo? Scusate il linguaggio semplice, ma penso che riesca a rappresentare bene questo aspetto.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. In ordine agli strumenti della Direzione nazionale antimafia e della direzione investigativa antimafia, prendo atto della valutazione di ente inutile. Finiremo anche noi come la Cassa del mezzogiorno, come ente inutile da sopprimere.
MARIO TASSONE. Non voleva suonare offensivo.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Infatti. È una valutazione politica.
MARIO TASSONE. La mia valutazione politica si riferirebbe a diverse cose, riguarderebbe gli uomini e le cose.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Ma non faccio polemiche, prendo atto.
MARIO TASSONE. Volevo chiarire, poiché il dottor Ledonne parlava di un'invocazione, quanto avete detto: prendete la mia come un'invocazione per poteri più pregnanti. L'ho chiesto anche nella relazione sui beni confiscati, è stata introdotto dal relatore e approvato dalla Commissione.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Ho citato la sua affermazione solo per prendere lo spunto per fare un discorso di questo genere. Voi mi insegnate - siete una classe politica e queste cose le conoscete molto meglio di me - come le istituzioni, al di là del quadro normativo in cui si inseriscono, vivono anche di rapporti di forza che sono extranormativi. Questi rapporti di forza si determinano sulla base di valutazioni di altro genere, di effetti anche politici. Ora nell'articolo 371-bis del codice di procedura penale, che disciplina i poteri della Direzione nazionale antimafia, è detto espressamente che il procuratore nazionale antimafia dispone della direzione investigativa antimafia e degli altri organismi investigativi centrali. Questa norma lascerebbe intendere poteri di grandissima ampiezza. Il termine «dispone» è impiegato per dire che può utilizzare e disporre l'impiego di queste forze; addirittura per dire che è chiamato a dare indicazioni sull'impiego nelle indagini. In teoria potrebbe dire che in questo momento il ROS serve di più in Calabria piuttosto che in Campania e così via. Tutto questo non si è di fatto concretizzato perché i rapporti di forza sono tali che alcuni organismi non si fanno disporre. Questo è il punto. Ricordo che, già negli anni 1994 e 1995, con il collega Maritati avevamo fatto una serie di deleghe alla DIA per attività di preinvestigazione, ma abbiamo avuto risultati deludenti perché non c'era questa disponibilità. Questi poteri sono rimasti anche in gran parte inutilizzati. Il coordinamento delle indagini è affidato, è inutile dirlo, alla buona volontà dei colleghi. Se un collega fa resistenza, non vuole cooperare, non vuole rivelare gli atti, non mi vuole aggiornare in tempo reale sullo stato delle indagini, non ho strumenti coercitivi per imporre questa cooperazione. Lo spirito della collegialità ancora non è entrato in maniera uguale e conforme in tutte le direzioni distrettuali.
Ci sono ancora delle isole di individualità esasperata. Alla luce di tutti i fatti che sono avvenuti in questi mesi, ritengo che il pericolo maggiore da contrastare con ogni mezzo sia l'individualismo nelle indagini giudiziarie. È la collegialità che ci salva. Non a caso i momenti più alti nella lotta antimafia si sono avuti quando c'è stata collegialità nelle indagini, e Palermo ce lo insegna. Il coordinamento fra le forze dell'ordine si può realizzare se c'è una buona guida del magistrato che conduce le indagini e che sa dare i tempi, sa dare le indicazioni, sa imporre un coordinamento effettivo dell'indagine, altrimenti ognuno cerca di portare a casa il maggior risultato possibile. Il senatore Malvano ce lo può dire, perché allora si realizzava una buona collaborazione. C'era, per fortuna, un comandante del gruppo Carabinieri come Gennaro Miglio e avevamo, in quel momento, la fortuna di avere i vertici investigativi che assicuravano questa collaborazione. Non sempre però è così.
Un'altra domanda che è stata posta riguarda il motivo per cui le famiglie mafiose durino oltre le indagini. Io più volte mi sono attardato in questa riflessione: perché le cosche risultano insensibili alla repressione poliziesca e giudiziaria? C'è poco da fare. Le condanne sono tante; tutti i capimafia, o almeno il 90 per cento, sono in carcere con pene detentive anche pesanti. I processi si celebrano, arrivano molto spesso a condanna, l'esito dei processi è più che soddisfacente per le prospettive accusatorie. Sono ormai in magistratura dagli anni '70 e quando sono entrato sentivo parlare di Piromalli, De Stefano, Mammoliti e Morabito. Oggi mi ritrovo sempre con gli stessi nomi.
Quando ho fatto riferimento al carattere istituzionale della mafia intendevo dire proprio questo. Non si tratta di gruppi che vivono occasionalmente, ma che hanno una struttura che persiste nel tempo. D'altra parte, il motivo secondo me è semplice. Dire che sono delle istituzioni significa che sono degli interlocutori istituzionali del potere, quasi necessari, imprescindibili. Se è così, possono essere irrogate anche le condanne più pesanti, ma se poi a ogni consultazione elettorale sono regolarmente sentiti per avere il loro appoggio, se l'offerta di beni e soprattutto di servizi che loro sono in grado di prestare è ormai monopolistica, perché hanno eliminato la concorrenza, se - per scendere in concreto - l'ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria si può fare solo con le loro ditte perché non ce ne sono altre, perché le altre sono sparite, allora diventano interlocutori, attori e protagonisti necessari e ineliminabili. Questo consente la loro sopravvivenza in eterno. Possono essere condannati quanto si vuole, ma se poi continuano a fare le imprese, si aggiudicano i contributi della legge n. 488, si aggiudicano i posti nei consigli comunali, tutto questo garantisce e assicura la loro permanenza al di là del livello repressivo, che può essere anche più elevato, ma che su questa interlocuzione purtroppo non può incidere. Questa è la dissociazione dell'azione dello Stato, che da una parte si presenta come repressore, dall'altra parte come interlocutore. C'è poco da fare. È un'istituzione tra le istituzioni che dialoga permanentemente con lo Stato. D'altra parte la storia della mafia, scusate se mi permetto di fare osservazioni di carattere generale, è una storia di dialogo e non di altro.
Per quanto riguarda l'omicidio Fortugno, sono perfettamente convinto che anche qui esista un problema di opposizione al cambiamento. Condivido pienamente questa analisi. L'omicidio Fortugno nasce da un'opposizione al cambiamento, ma bisogna intendersi su cosa significa cambiamento.
A questo punto, signor presidente, chiedo che il mio intervento prosegua in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la
riattivazione del circuito audiovisivo interno.
Poiché due senatori, la senatrice Calipari e il senatore Iovene, sono stati costretti ad andare via - devono votare, sapete qual è la condizione del Senato - e tenevano comunque a porvi alcune domande, se siamo tutti d'accordo, poiché dovrete comunque fornirci degli approfondimenti, vi faremo pervenire per iscritto le domande che vi avrebbero voluto rivolgere.
ANGELA NAPOLI. Ringrazio innanzitutto i procuratori Ledonne, Macrì e Cisterna perché oggi credo abbiano aperto uno squarcio importantissimo per il lavoro che questa Commissione si è accinta a fare, uno squarcio che forse ha meravigliato soprattutto i non addetti ai lavori e i non residenti in Calabria. Li ringrazio di cuore perché hanno di fatto suggellato la preoccupazione che una Commissione come questa ritengo debba nutrire sulla 'ndrangheta.
Il procuratore Ledonne, nel fare il giusto riferimento all'insufficienza della sanzione penale nella lotta per il contrasto della mafia, richiamava in particolare i due fenomeni delle pene ridotte e degli eccessivi benefici. Qualcosa su questo è stato già accennato prima dal procuratore Cisterna. Cosa pensate del tribunale del riesame di Catanzaro, che a mio avviso con eccessiva facilità scarcera importanti boss, come a esempio Muto, e sblocca i conti correnti di determinati personaggi che potrebbero essere coinvolti nell'acquisizione di patrimoni illeciti legati ai fondi europei e nazionali della legge n. 488 e che difficilmente, come il procuratore Ledonne ha segnalato, riescono a essere individuati? Non ritenete che ci sia un'eccessiva superficialità nella trattazione di determinati interventi da parte del tribunale del riesame di Catanzaro e che questo abbia anche delle gravi responsabilità in merito al connubio, emerso anche dai vostri interventi, esistente in Calabria tra 'ndrangheta e politica?
È stato anche fatto riferimento alla situazione del consiglio regionale, sulla quale gradirei informative più puntuali rispetto alle notizie che sono a conoscenza della Direzione nazionale antimafia. Ad esempio ieri il tribunale del riesame di Catanzaro si è espresso contro un ricorso della DDA di Catanzaro per l'arresto di un consigliere regionale e di un consigliere provinciale calabresi. Vorrei conoscere il vostro parere, e vi spiego anche perché. Ho presentato più di un'interrogazione parlamentare per chiedere una verifica, una visita ispettiva al tribunale di riesame di Catanzaro. Oggi, a distanza di un mese dall'ultima mia interpellanza, in coincidenza con quel decreto di annullamento del ricorso della DDA di Catanzaro, Magistratura indipendente catanzarese mi attacca affermando che inciderei su questa situazione. Dal vostro punto di vista il tribunale del riesame di Catanzaro ha delle responsabilità nell'effettivo contrasto alla lotta al crimine e al connubio tra 'ndrangheta e politica?
Vorrei poi sapere se, in ordine alle truffe della legge n. 488, pur con le difficoltà dovute alla non definizione delle indagini evidenziate dal procuratore Ledonne, vi risulti l'esistenza di possibili implicazioni - emergenti appunto dalla fase investigativa - tra rappresentanti del Ministero delle attività produttive, chiamato a elargire i fondi, e rappresentanti politici regionali e criminalità organizzata calabrese. Siete in grado di dire qualcosa sul rapporto tra 'ndrangheta, politica e massoneria deviata? Questo è un argomento che viene troppo sottaciuto - non viene mai presa in considerazione la massoneria deviata - e che invece, secondo me, per vicende abbastanza note in Calabria, domina molto la vita della Calabria.
Riguardo alla stazione unica appaltante ho letto, dottor Cisterna, le sue valutazioni positive sul varo della stessa da parte del consiglio regionale calabrese. Ferma restando la bontà del provvedimento, è realmente convinto che la stazione unica appaltante riuscirà a bloccare l'ingresso e le possibilità di inserimento nella gestione degli appalti da parte della 'ndrangheta? Esistono, nel deliberato del consiglio, forme di controllo e di intervento immediati per bloccare queste infiltrazioni che,
peraltro, come è ormai comprovato, avvengono attraverso i subappalti, ma non solo?
Il collega Lumia ha prima ricordato come la sanità calabrese sia inquinata e impregnata dalla 'ndrangheta: non solo le strutture private, ma anche quelle pubbliche. Ci sono stati fatti che hanno portato al commissariamento dell'ASL di Locri; all'invio, finalmente, nei giorni scorsi, della commissione d'accesso alla vecchia ASL di Palmi; che hanno visto la commissione di accesso nell'ASL di Melito e altro. Il procuratore Ledonne ha fatto riferimento all'intervento dei rappresentanti della cosca Lo Bianco nel presidio ospedaliero di Vibo Valentia, per il quale ho chiesto il commissariamento alla luce della relazione del commissario sulla prevenzione anticorruzione. In quell'ASL, in quel territorio, è partita da tempo l'operazione «Ricatto», operazione tutt'oggi in mano alla procura ordinaria di Vibo Valentia, relativa alla costruzione del nuovo ospedale, dalla quale è emerso un intervento - non di poco conto - sempre da parte di rappresentanti della cosca Lo Bianco. Come mai, e in tal senso chiedo se come procura nazionale antimafia possiate attuare qualche intervento, la procura ordinaria non ha ritenuto fino a oggi di trasmettere alla DDA di Catanzaro quel procedimento e quell'operazione che, ribadisco, vede la collusione della criminalità organizzata locale e delle cosche?
Nei giorni scorsi c'è stata l'operazione «Topa», quella di Seminara, che ha evidenziato in maniera estremamente preoccupante la supremazia e la volontà della 'ndrangheta sull'attività politica locale. Da quell'operazione emergono un rapporto e una potenzialità della cosca Giuffrè di Seminara, paese apparentemente piccolo nell'ambito della stessa Piana, ma che forse attraverso qualche parentela con uomini della cosca Piromalli di Gioia potrebbe avere esteso il suo dominio anche su altre amministrazioni comunali nell'ambito della Piana di Gioia Tauro? L'anno scorso è avvenuta la creazione di una società per la raccolta tributi, la Gioseta, coordinata tra i comuni di Gioia Tauro, Seminara e Taurianova, città nella quale risiedo. Visto che i personaggi che si sono aggirati nell'amministrazione di Seminara, quindi anche nella società Gioseta, sono stati coinvolti nell'operazione «Topa», emerge dalle indagini qualche collegamento con le cosche della Piana di Gioia Tauro? Qual è l'importanza della cosca Giuffrè nell'ambito della cosiddetta «pax mafiosa»? Quali altri rappresentanti delle cosche della provincia di Reggio avrebbero partecipato al summit che si sarebbe svolto a Polsi - personalmente ritengo estremamente grave che alcune autorità, anche ecclesiastiche, abbiano affermato che Polsi non era più il sito dei summit mafiosi - per raggiungere questa «pax mafiosa»? Se si riuscisse a sapere si potrebbe facilmente capire quali siano le cosche più importanti e individuare quelle in posizione di supremazia. Si diceva di puntare su 15 cosche, però bisognerebbe sapere quali siano potenzialmente le più importanti da seguire.
Vorrei sapere anche quante siano le richieste relative a ordinanze di custodia cautelare che coinvolgono la criminalità organizzata che vi risultano giacenti presso i GIP calabresi. Sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria, l'ultima operazione - operazione «Arca» - ha colpito la criminalità organizzata interessata al tratto Mileto-Villa San Giovanni. In considerazione di un'iniziale attenzione anche sul tratto a nord da parte della DDA, questa attenzione permane? Sono in corso indagini? Sono concluse? E come si sono concluse?
Infine, in relazione al delitto Fortugno, anche io sono convinta, questa è una premessa che devo fare, che la 'ndrangheta, come ha detto il dottor Macrì, vi abbia avuto una parte secondaria e che quella principale sia tutta da attribuire al terzo livello. Anche alla luce del colloquio intervenuto con l'onorevole Zavettieri, la DNA ha ritenuto di fare un monitoraggio sui flussi elettorali per verificare se tra gli stessi potessero emergere responsabilità che esulano dal settore legato alla sanità?
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Per quanto riguarda l'omicidio Fortugno si è ritenuto di procedere a un monitoraggio, effettuato dalla DDA di Reggio Calabria, e che rientra nella parte del processo che è stata stralciata, quella relativa ai mandanti occulti, tanto per intenderci. Si tratta di un'indagine fatta seggio per seggio, e posso assicurare che l'inchiesta è stata svolta tempestivamente.
Per ciò che concerne le richieste giacenti attualmente presso la DDA di Reggio Calabria, esse riguardano 196 indagati. È una dimensione fisiologica, è un numero normale. Almeno due misure - non posso anticipare quali - dovrebbero essere esaurite entro l'anno e altre saranno esaminate nei primi mesi del prossimo anno. Esiste certamente una difficoltà, il famoso collo di bottiglia, ma devo dire che la sezione GIP a Reggio lavora con un certo impegno, assicurando risultati soddisfacenti. Anche la percentuale di accoglimento delle richieste è elevatissima.
In riferimento a Seminara, escluderei l'esistenza di rapporto di prevalenza della cosca Giuffrè anche su altri territori. Questo infatti creerebbe problemi di non poco conto con le cosche circostanti, che non sono certo disposte a concedere spazi a nessuno. C'è un sistema di alleanze. La cosca Giuffrè è integrata in un sistema di alleanze di cui fa parte Gioia Tauro e tutta la Piana. Anche se Seminara, relativamente agli altri, è un piccolo centro, entra comunque a far parte di questo sistema di potere. Ecco perché io all'inizio parlavo di un sistema stabile integrato e molto solido, costituito di alleanze molto stabili.
Al momento mi sentirei di escludere collegamenti con la Gioseta. Si può sempre vedere se emergeranno successivamente, e mi riservo anche di verificare meglio se qualcosa sia già emerso; se lei, onorevole Napoli, ha fatto la domanda evidentemente dispone di qualche informazione.
Per quanto riguarda in generale il tribunale del riesame, il potere giurisdizionale è un potere autonomo che nell'esercizio delle sue funzioni non risponde a input di tipo disciplinare. Non è valutabile in termini disciplinari, a meno che non ci siano delle irregolarità gravissime, delle anomalie abnormi. Una tale valutazione, per di più di un organo collegiale, è esente dal sindacato disciplinare. Può invece riguardare questo aspetto il problema della completezza delle investigazioni perché, in presenza di simili pronunce, si pensa sempre a qualche possibile lacuna di tipo investigativo. Questo è un problema che ci dobbiamo porre e poi ne esiste anche uno più complessivo, cui aveva accennato il collega Ledonne, della preparazione, della specializzazione e dell'esperienza dei magistrati in un settore delicato, che richiede una particolare professionalità.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Onorevole Napoli, deve sapere che tutti i tribunali del riesame d'Italia hanno un grandissimo problema: devono decidere entro dieci giorni da quando gli atti pervengono loro per confermare l'arresto avvenuto oppure decidere la scarcerazione. Di fronte a ordinanze di custodia cautelare che in media sono di tremila pagine, ogni sforzo di conoscenza, per quanto rilevante, non sempre è completo. Questo non significa che ho risposto alla sua domanda. Ho voluto fare questa premessa di carattere generale per chiarire le difficoltà che si incontrano. Non incontrano le stesse difficoltà i GIP, che si lamentano per lo scarso organico rispetto a quello dei procuratori (sono infatti quasi un terzo dei procuratori). Se i sostituti procuratori sono nove, loro sono tre, un numero estremamente basso.
Sulle pendenze va detto che presso la DDA di Catanzaro abbiamo nove richieste di misura cautelare pendenti depositate purtroppo nel 2006, e 19 depositate nel 2007. Di confortante, se così si può dire, c'è che non si tratta di grossissime inchieste. La più rilevante mi sembra riguardi 26 o 27 persone. Però sono tante, soprattutto per quanto riguarda i tempi. Questa è la realtà.
Quanto al rapporto 'ndrangheta-politica, il tribunale del riesame, questa volta in sede di appello, ha depositato solo il
dispositivo e quindi non conosciamo le motivazioni. Per i consiglieri regionali mi pare che le misure richieste siano state tre, ma nessuna ha avuto buon esito; mi sembra, se non erro, perché non conosco l'ultima, che siano state rigettate per la mancanza di esigenze cautelari al momento della richiesta. Questo so riguardo ai nostri consiglieri regionali; dico nostri perché opero nel consiglio regionale di Catanzaro.
Sulla legge n. 488 le otto procure del distretto di Catanzaro hanno incontrato serie difficoltà a individuare i percorsi della criminalità organizzata e gli inserimenti nelle truffe. Tutti i colleghi procuratori distrettuali che hanno condotto le inchieste - in particolare quello di Rossano, che ha prodotto due inchieste terminate con l'arresto di alcuni imprenditori falsi - mi hanno detto che c'è la percezione del collegamento con organizzazioni criminali locali ma che non si dispone di dati sufficienti per far trasferire, come loro dovere, il processo dalla procura ordinaria alla DDA di Catanzaro.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Qualche meccanismo c'è in questi casi, perché la DDA, se è convinta, può richiedere gli atti. Evidentemente se c'è intenzione di farlo.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Per quanto riguarda l'operazione «Ricatto» - mi riferisco a quanto diceva prima il collega - si tratta di un processo che sta gestendo ormai da tempo la procura ordinaria di Vibo Valentia. Tuttavia non è stato opposto alcun contrasto da parte né del procuratore distrettuale, che potrebbe sentirsi leso nelle sue prerogative distrettuali (nel senso che i procuratori ordinari amministrano una materia sua) né del procuratore di Vibo Valentia, che a questo punto si è magari convinto che quella assegnazione sia ordinaria e se la tiene.
In riferimento all'autostrada Salerno-Reggio Calabria vi do dei dati, questa volta della procura nazionale. C'è un vecchio detto secondo cui le idee camminano con le gambe degli uomini. Noi diciamo che non ci sarà mai una legge - questa volta sposo il pessimismo del mio collega Cisterna - se non prendiamo consapevolezza che questo fenomeno ormai attanaglia la Calabria. Noi abbiamo i nuclei interforze che vigilano sui cantieri, abbiamo le imprese che firmano i protocolli di legalità, che contengono l'obbligo - lasciamo stare se la norma sia legittima o contra legem - secondo il quale chi riceve minacce di carattere mafioso può arrivare persino alla rescissione del contratto; abbiamo i signori direttori dei lavori dei cantieri, i capocantieri, i capioperai che discutono amorevolmente con altissimi mafiosi. Secondo lei di che cosa discutono? Di aria fritta o di pagare il pizzo? Ha ragione il GIP di Vibo Valentia quando chiede dove erano prima. Una classe imprenditoriale asservita alla criminalità.
PRESIDENTE. Lo sta dicendo al passato o al presente?
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Mi riferisco ad oggi. Per quanto riguarda la mia esperienza antimafia - sono 15 anni - i nostri imprenditori si lamentano sempre che non hanno sistema di protezione adeguato, vogliono un carabiniere per ogni imprenditore dalla mattina alla sera. Però quando si tratta delle condotte che devono assumere, del coraggio che devono avere, della partecipazione da dare, allora è zero, il nulla totale. Non lo dico io che sono un pubblico ministero, lo dice un giudice della Repubblica, e lo dice più volte.
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. La vicenda della Salerno-Reggio Calabria - aspettiamo di vedere anche come si concluderanno le indagini in corso - è la dimostrazione di quello che accade. Le imprese sono arrivate lì; hanno trattato tutte, nessuna si è opposta; gli accordi sono stati spesso preventivi. Ancora prima di aprire il cantiere sono stati presi accordi
su come dividere i lotti e i lavori. Chi deve denunciare, chi ha preso accordi prima? Si è tutto deciso prima. Anche le poche imprese sane che ci sono devono immettersi nel meccanismo, altrimenti restano completamente fuori. Ci sono imprenditori che hanno denunciato e che sono stati esclusi dai subappalti, imprenditori che hanno collaborato con la procura della Repubblica, denunciando addirittura, o che sono sotto protezione con il programma speciale e che non hanno preso nulla in questi subappalti perché - si commenta così nelle intercettazioni ambientali - non è conveniente trattare con chi ha denunciato. Quelle che hanno vinto gli appalti sono grosse imprese con una presenza diffusa sul territorio; non si tratta certo di piccoli imprenditori.
Passando alla stazione unica appaltante, vorrei dire soltanto due cose. In primo luogo, esiste un sistema di fornitori delle ASL e degli ospedali parcellizzato sul territorio in Calabria, in Sicilia, ovunque; si tratta di ditte di riferimento dell'amministrazione, spesso sono ditte fiduciarie, piccole ditte di mafiosi che operano sapendo che sono tutte forniture sotto i 150 mila euro, tutte sotto la soglia (oppure le frazionano) e che eludono la certificazione antimafia. La legge finanziaria per il 2007, con i suoi 700 commi dell'articolo 1, prevedeva per le regioni la possibilità di creare consorzi tra di esse per acquisti integrati di materiale sanitario. Non so chi lo abbia fatto, ma la legge prevedeva che la stazione unica appaltante potesse stringere questi accordi e comprare insieme alla regione Emilia-Romagna, al di là dei rapporti delle solidarietà politiche tra presidenti e giunte, farmaci, protesi e tutto ciò che parcellizza il mercato e lo porta vicino alla 'ndrangheta. Io non capisco. C'è una legge dello Stato che lo prevede, ma vorrei sapere quante regioni vi abbiano aderito.
In secondo luogo, il problema dell'infungibilità delle prestazioni. Quella legge, sulla consapevolezza di quanto accade, prevede che il primario non possa più semplicemente dichiarare infungibile la prestazione e scegliersi la ditta - perché lui opera soltanto con le protesi o con le valvole cardiache di quella particolare società in quanto ritiene che siano le migliori - ma che si passi per un comitato tecnico di valutazione. Non è la legge migliore, lo so, però quanto meno tenta di evitare che ci siano, in sede di aggiudicazione, la parcellizzazione e il frazionamento delle gare, nonché che imprese di cartello partecipino in cinque alla gara per l'ASL di Reggio e una vinca, e le stesse cinque si presentino a Locri, dove vince l'altra. Sappiamo come funzionano le ASL; lo abbiamo capito e stiamo cercando di ostacolare il fenomeno. Certo rimane aperto il problema accennato dal procuratore Ledonne del controllo sul territorio, ma chi potrà assicurare che la ditta che ha vinto di fatto non lasci? E qui, purtroppo, è un circuito.
Chiudo, onorevole Lumia, dicendo che se l'attività di vigilanza fiscale in questo paese funzionasse veramente saremmo un passo avanti. Sa cosa vuol dire controllare telematicamente i magazzini delle ditte? O la merce entra, ce l'hai e la vendi, oppure non è mai entrata e l'hai fatturata falsamente. È tutto controllabile. Non servono 500 mila finanzieri, occorre un sistema, che già esiste, di banche dati coordinate che permetta di procedere a questi accertamenti. Infatti i magazzini sono tutti computerizzati; le ditte fornitrici in Italia sono solo dieci. Siamo noi ad abdicare troppo facilmente all'idea di vincere.
TOMMASO PELLEGRINO. Sarò rapidissimo perché molte delle domande sono state già poste e pertanto mi limiterò a quelle essenziali. Rispetto allo scioglimento dei comuni, il rapporto politica-'ndrangheta e mafia in genere rappresenta uno dei temi principali. Vorrei fare una considerazione su quanto si diceva poco fa a proposito di quanto succede purtroppo un po' in tutte le regioni, vale a dire che al numero degli scioglimenti dei comuni non corrisponde poi il numero dei procedimenti penali. Questi sono pochissimi, se non addirittura assenti. Si faceva riferimento anche a una serie di processi riguardanti la classe politica, la maggior parte dei quali sono finiti con sentenze di
non accoglimento. Vorrei sapere se lo stesso valga anche per quanto riguarda gli amministratori locali, visto che esiste un livello di coinvolgimento notevole rispetto agli amministratori locali. Anche per gli amministratori locali non ci sono delle condanne o comunque dei procedimenti? Esiste una situazione diversa per quanto riguarda gli amministratori locali in Calabria rispetto ai politici nazionali?
Sempre a questo proposito si è fatto prima riferimento a una persona appoggiata dalla famiglia Costa nelle ultime elezioni per il Parlamento europeo. Vorrei conoscerne il nome e sapere, visto che noi abbiamo predisposto un codice di autoregolamentazione e stiamo molto insistendo, come Commissione antimafia, per un processo di responsabilizzazione da parte dei partiti (che è l'unico modo per portare un po' di etica in politica), anche a quale formazione politica appartenesse.
Altro punto critico, sempre rispetto allo scioglimento dei comuni, è l'attività dei commissari prefettizi. Mi è pervenuta e mi perviene continuamente una serie di segnalazioni in merito a casi di scioglimento dei comuni, dove resta, anche nel caso dell'esistenza di un commissario prefettizio, una situazione pressoché immutata rispetto sia a quanto riguarda gli appalti, sia al motivo che ha portato poi allo scioglimento. Avviene anche in Calabria un monitoraggio dei commissari prefettizi, o comunque esistono degli elementi che evidenzino se con l'intervento del commissario vengano effettivamente rimosse alcune cause che hanno portato allo scioglimento? Dico questo perché ho seguito direttamente molte vicende concernenti la Campania, che come sappiamo è una delle aree, soprattutto la provincia di Napoli, in cui si è verificato il più alto numero di scioglimenti per infiltrazioni della criminalità organizzata.
Ho ascoltato con attenzione la parte in cui si è parlato di tre o quattro società che erano un po' quelle leader, maggiormente osservate e coinvolte nella gestione della 'ndrangheta. Rispetto a queste società c'è un minimo di attenzione da parte delle forze di polizia, la Guardia di finanza nel caso specifico? Che cosa si sta facendo rispetto a queste società? Mi rendo conto che ancora esistono problemi rispetto a una serie di verifiche dei flussi economici, ma un minimo di attenzione occorre anche perché in Calabria, come in tutte le regioni d'Italia, ci sono dei nuclei che dovrebbero occuparsi di questo. Premetto che sono assolutamente d'accordo con il potenziare gli organi investigativi, perché altrimenti non si va da nessuna parte: possiamo evocare eserciti, ma non risolviamo assolutamente nulla se non insistiamo di più sulle professionalità.
Vorrei poi porre una domanda rispetto ai rapporti emersi, soprattutto nell'ultimo periodo, tra la 'ndrangheta e la camorra, soprattutto in riferimento allo smaltimento dei rifiuti illeciti. Recenti operazioni - anche particolarmente importanti, come l'operazione «Matrix», ma anche altre - hanno messo in evidenza proprio un rapporto diretto tra organizzazioni criminali appartenenti ad alcune cosche della 'ndrangheta e organizzazioni camorriste. Vorrei sapere qualcosa sullo stato di questi rapporti di intercriminalità, se così possiamo definirli, e quale sia la situazione.
Nelle audizioni che stiamo svolgendo, in particolare sul fenomeno della 'ndrangheta, in qualche relazione è emersa una sorta di struttura verticistica che la 'ndrangheta sta iniziando a darsi. Invece nella relazione che ho ascoltato oggi le 155 cosche sono perfettamente autonome, e giustamente, perché la situazione è diversa da quella siciliana, e che anche se si vanno a colpire i capi di queste cosche alla fine gli uomini si sostituiscono facilmente. Quindi è chiaro che non si risolve assolutamente nulla. Vorrei capire rispetto a questo argomento, visto che io ritengo che la DNA si possa esprimere su ciò in modo autorevole, se realmente esistano ancora cosche autonome, ognuna operante nei propri territori, o se questo processo verticistico sia realmente in atto.
Un'altra considerazione riguarda le attività connesse all'immigrazione. Anche qui è emersa l'esistenza di alcune cosche che si sono dedicate nell'ultimo periodo in modo particolare al traffico di esseri
umani, e soprattutto a quello dovuto all'immigrazione. A questo proposito quali sono le informazioni in possesso della DNA?
Un altro elemento, che emerge in più di un'occasione e che vorrei sottolineare, riguarda la possibilità che hanno alcuni capi di varie cosche di organizzare e anzi molte volte rafforzare le proprie cosche anche in presenza di un regime di carcere duro. La Direzione nazionale antimafia dispone di informazioni riguardo a questo meccanismo attraverso il quale si riescono a rafforzare, nonostante siano sottoposti molte volte a un regime di carcere duro?
L'ultima domanda riguarda il porto di Gioia Tauro, sul quale ovviamente c'è una grande attenzione da parte della criminalità organizzata e della 'ndrangheta in modo particolare. Vorrei sapere due cose: in primo luogo, se esistano oggi, rispetto alle numerose indagini che si stanno portando avanti sul porto di Gioia Tauro, rapporti con altri porti italiani rispetto ai traffici illegali e che vengono comunque gestiti da parte della criminalità organizzata e se ci sia un monitoraggio rispetto ai flussi e ai finanziamenti - tra l'altro cospicui negli ultimi anni - proprio per il porto di Gioia Tauro; in secondo luogo, vorrei capire, rispetto a questi fondi, se sia intervenuto un monitoraggio per verificare se e come questi fondi sono stati spesi o gestiti, in alcuni casi, proprio dalla 'ndrangheta.
NUCCIO IOVENE. Vorrei innanzitutto ringraziare i magistrati che hanno reso possibile questa audizione di estrema importanza e interesse e poi sottolineare la conferma della gravità della situazione in cui versa la Calabria. Sono d'accordo su molte delle osservazioni che sono state fatte dai colleghi e sulle quali non ritorno. Vorrei invece toccare brevemente tre punti.
In primo luogo, mi pare che le cose dette dai procuratori, ribadite peraltro anche in altre audizioni (per esempio sui benefici concessi in appello che hanno ridotto drasticamente le condanne, sulla decorrenza dei termini che ha provocato la liberazione di una serie di detenuti, sullo scioglimento delle amministrazioni locali cui non seguono procedimenti penali, sul permanere in sospeso delle richieste di custodia cautelare per centinaia di indagati per periodi più o meno lunghi, sulla difficoltà sui beni da confiscare e così via), mettono in evidenza un problema macroscopico nella nostra regione: una delle falle sta nel funzionamento della magistratura, sia per carenze di organico, sia per qualità, in quanto spesso ad essere chiamati a svolgere compiti così delicati e difficili sono magistrati alle primissime armi e che non hanno esperienza e conoscenza di tali cose. Vorrei capire quale sia, se esiste, a legislazione vigente, un rapporto positivo tra la Direzione nazionale antimafia e il CSM affinché questi nodi, che si presentano costantemente e che rappresentano falle drammatiche nel funzionamento dell'azione di contrasto e repressione, vengano affrontati, risolti e indirizzati in maniera tale che le cose non rimangano così a lungo in queste condizioni, oppure se su questo esistono problemi e difficoltà. Io credo, presidente, che su questo punto dovremmo fare un passo nei confronti del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, perché la questione va affrontata in maniera radicale.
La seconda questione riguarda l'altro elemento che è emerso, vale a dire il ruolo, ancorché marginale, di personaggi legati ai Servizi. Anche qui vorrei capire di più, poiché sono state fatte osservazioni e valutazioni a mio avviso assai preoccupanti. Ho colto benissimo la sottolineatura e la preoccupazione del dottor Macrì sul fatto che sarebbe meglio che non si frequentassero determinati ambienti in ambito giudiziario, ma su questo punto c'è una relazione con i vertici e una collaborazione tali da determinare un chiarimento, una bonifica, una messa a punto. Anche su questo io credo che, come Commissione, dovremmo procedere a un ulteriore approfondimento.
L'ultima questione riguarda il rapporto con la politica, e mi riallaccio in tutta la sua gravità e drammaticità alla questione
dell'omicidio Fortugno. Prima, se non ricordo male lo ricordava Vincenzo Macri, è stato detto che esisterebbe un legame o comunque una continuità con altri episodi di questo genere nell'ambito politico: l'attentato a Zavettieri, le continue minacce all'onorevole Laganà, le minacce al presidente della regione. C'è l'idea di un unico filo conduttore tra tali diverse questioni?
PRESIDENTE. Vorrei aggiungere alcune domande, in modo che poi possiate rispondere complessivamente. In quali settori - economico, finanziario - e in quali attività e realtà, dal Lazio fino alla Lombardia, al Piemonte, alla Liguria, si rintracciano i rapporti tra le 'ndrine al nord?
Sul tema del porto di Gioia Tauro, richiamato prima dall'onorevole Pellegrino, vorrei procedere in seduta segreta.
Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
È poi passato in secondo piano, in tutta l'audizione di oggi, il ruolo della massoneria. L'onorevole Napoli ne ha accennato, però vorrei che ci spiegaste qualcosa, al di là di quello che conosciamo, della nascita di una struttura comunque di compensazione diversa oltre la 'ndrangheta; in quali campi di attività concreta si sia solidificato questo rapporto; per che tipo di relazioni; quali modalità di relazione abbia con il potere politico.
Vorrei poi domandarvi se vi risulti un'attività riguardante i fondi europei. Sulla gestione dei fondi europei, che è un po' l'altra faccia della legge n. 488, per intenderci, al di là delle cose pubbliche che conosciamo, mi interessa molto conoscere i rapporti e la gestione diretta delle società legate alla 'ndrangheta in questa materia. Ad esempio, l'esplosione di costruzioni di centri commerciali sull'asse Lamezia Terme-Catanzaro che relazione ha con questo? Ogni volta che torno a casa ne trovo uno nuovo. C'è un'attività particolare riguardante proprio l'analisi di quanto sta avvenendo sul piano di questi tipi di investimenti?
Un'altra questione concerne il monitoraggio sui funzionari della pubblica amministrazione. Quante inchieste, processi, attività per reati contro la pubblica amministrazione esistono in Calabria, stando alla vostra conoscenza? Ritengo che sia difficile gestire gli appalti, gestire la legge n. 488, gestire flussi di denaro pubblico e flussi di denaro europeo senza un rapporto diretto o senza punti di contatto e di gestione diretta con funzionari o dipendenti della pubblica amministrazione.
Infine, e questo non è un tema secondario, quali strutture dedicate a chi cura particolarmente la caccia ai latitanti? Abbiamo visto che a Palermo, quando si sono finalizzati uno sforzo, una struttura, un investimento anche nelle strutture nazionali volte a questa attività si è verificato un salto di qualità. Esiste una forma di coordinamento? E quali sono le strutture dedicate a questo problema?
ALBERTO CISTERNA, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Presidente, svolgerò rapidamente due o tre passaggi. Il primo è il rapporto con i Servizi di sicurezza. Faccio solo un'osservazione sulla legge n. 124 del 2007, che come sappiamo bene su questo tema prevede sostanzialmente dei contatti istituzionali; infatti se guardiamo all'autorizzazione alle intercettazioni, se guardiamo a tutte le attività sotto copertura, le attività discriminate, perfino come è stata regolamentata la materia delle intercettazioni in cui figurino soggetti appartenenti servizi risulta chiaro che la magistratura inquirente - anche in Calabria - più volte si è imbattuta in funzionari dei Servizi in contatto con la criminalità. È chiaro, tuttavia, che sono contatti spesso di natura istituzionale e quasi sempre volti ad acquisire informazioni da parte di soggetti che fanno parte di quel mondo. Credo che il collega Macrì si riferisse a contatti non ortodossi, cioè fuori di questo spettro di
valutazioni, perché l'esistenza di questi contatti è prevista ed essi avvengono, anche periodicamente, per procedere a delle valutazioni e a delle informative su quanto accade. Su questo versante credo che, tranne l'esperienza concreta di quel procedimento penale cui si è fatto prima riferimento, cose macroscopiche o comunque evidenti non ci sono. Io stesso ricordo che si intercettavano gli appartenenti ai Servizi che erano in contatto con gli stessi soggetti intercettati per le nostre attività di indagine. Chiaramente si è poi verificato che erano tutti contatti istituzionali, cioè avvenuti nell'ambito di acquisizione di informazioni; parlo di quelli di cui ho avuto conoscenza in Calabria in quel periodo.
Sulla massoneria bisogna capire bene che cosa è accaduto - certo, ci sono state anche attività che andrebbero riviste, soprattutto in alcuni settori - nel tempo nello svolgimento di questi contatti e di queste relazioni. Vorrei esprimere una mia valutazione: la massoneria è stata sicuramente il carrozzone su cui la 'ndrangheta è salita in certo periodo. Secondo me purtroppo non ne ha più bisogno, e dico purtroppo perché erano comunque dei colletti bianchi e delle persone su cui si poteva indagare meglio. In Calabria, in questo momento, non c'è interesse a entrare in rapporto con le istituzioni attraverso la massoneria. Tutte le dichiarazioni rese dai collaboratori e le intercettazioni effettuate nel 1995, 1996 e 1997, durante l'operazione «Olimpia» - quella parte curata proprio dal collega Macrì - hanno fatto emergere proprio questa problematica. Dopo quella data, tuttavia, non ci sono più state significative coincidenze e corrispondenze, segno che la massoneria non serve neanche più tanto. Oramai hanno i loro uomini dentro le amministrazioni, riescono ad eleggere, se vogliono, persino il sindaco; in alcune zone la giunta la precompongono: quale motivo avrebbero di pagare il dazio a una massoneria fatta poi di soggetti non così affidabili? Certamente qualcuno se ne è servito. Non so se allo stato sia ancora così, ma è una mia valutazione, perché si tratta di dati processuali che non possiamo ricavare da fonti certe. Non credo però che in questo momento ci sia ancora tutto questo interesse.
Il porto di Gioia Tauro è certamente un porto di transhipment, e come tale pone in correlazione il mondo - perché lì passa il mondo, milioni di container - con l'Italia e con tutto il Mediterraneo. È un porto nel quale, come lei sa, arrivano i container che poi vengono smistati su navi più piccole che li porteranno nei porti minori. Ho stilato un breve elenco sui traffici: naturalmente ci sono tonnellate di sigarette, milioni di euro di merci contraffatte, droga. Ricordo il sequestro di una tonnellata e mezza di cocaina proveniente dall'America del Sud; ce ne sono stati altri durante i quali - se non sbaglio era l'operazione «Decollo» - furono trovati stupefacenti in blocchi di cemento armato e in blocchi di marmo provenienti sempre dall'America del Sud. Ricordo un'intera vagonata di fucili e mitragliatori. Una volta hanno trovato anche un terrorista, nascosto dentro un container dove erano stati praticati dei fori, con documenti di accesso a aeroporti dell'America del Nord. Insomma, a Gioia Tauro c'è un po' di tutto. È chiaro che la pressione investigativa è enorme ed è noto che tale pressione sia esercitata anche in virtù delle verifiche dell'ufficio delle dogane. Sottolineo che questo è un settore dove siamo praticamente carenti. Molte segnalazioni arrivano dall'intelligence inglese perché i customer inglesi hanno il miglior sistema di monitoraggio del traffico container. Il nostro Paese negli anni ha voluto costruire dei porti container, ma non si è dotato di alcuna struttura sofisticata di intelligence per potere svolgere controlli in base alla provenienza, agli armatori, agli spedizionieri, alle bolle di accompagnamento. Tutto questo in automatico, come sempre, perché nessuno ha tanti uomini da poterlo fare a mano; chiunque oggi esegua dei controlli li fa in automatico, mentre noi non siamo riusciti a dotarci di un sistema di vigilanza sull'ingresso delle merci e degli uomini nei nostri porti.
Ancona è sicuramente un porto di riferimento. Pochi giorni fa è avvenuto un sequestro di quattro tonnellate di sigarette; si tratta del più importante sequestro fatto in Italia e di uno tra i più importanti fatti in Europa. Vorrei segnalare che questa volta le sigarette contraffatte avevano il marchio dei Monopoli di Stato, segno che le sigarette sarebbero entrate nel circuito delle tabaccherie e dei grandi distributori di tabacchi: questo finora non era mai accaduto, perché erano sigarette in parte destinate al mercato inglese.
Sono stati trovati stupefacenti riconducibili ai traffici delle cosche calabresi anche a Livorno e a Salerno. Questi porti sono stati utilizzati per gli sbarchi in alternativa a Gioia Tauro perché, per esempio, c'erano quei sodalizi di calabresi, napoletani e soprattutto salernitani, per acquistare grosse partite e poi dividersele in loco piuttosto che a Gioia Tauro, dove maggiore sono il monitoraggio e la pressione. Io di porti me ne intendo per altri motivi, però basta entrare in quelli di Salerno o Napoli per notare la differenza con il porto di Gioia Tauro: mentre i primi sono porti di mare nel senso classico, cioè aperti, Gioia Tauro è un porto completamente recintato e monitorato. Ciò rende più difficili, ma come ho detto non esclude, i traffici illeciti, che anzi ci sono, visti i volumi enormi di container che arrivano. Il problema è come riuscire a tenere sotto controllo tutta la merce che arriva e che parte.
Sul processo verticistico fornisco una risposta parziale, lasciando ai colleghi le ulteriori precisazioni. Personalmente ritengo che tutto quello che sta accadendo in Calabria in questo momento testimoni come probabilmente esista, per cose molto gravi, una comunicazione preventiva, una sorta di verifica. Ciò che accade per le questioni che riguardano le estorsioni, gli appalti, la droga - come ricordava prima il collega Macrì -, l'usura: ognuno gestisce il proprio traffico con una forte spartizione territoriale. Questi accordi si stringono per risparmiare, ad esempio su una grossa partita di droga in cui una famiglia leader - una delle 15 - attrae a sé altri tre o quattro gruppi per procedere all'acquisto e poi smista gli stupefacenti a chi ha i collegamenti per poterlo fare.
Lo scioglimento dei comuni, ovviamente, è un problema molto delicato. C'è ancora quella discrasia che ricordavamo: penso a Seminara, che è stato già sciolto, commissariato immediatamente, ma lì le decisioni sono nate da un input della procura. Altre volte è la stessa prefettura che scioglie i comuni; anche San Gregorio d'Ippona è stato sciolto su input della procura. Però il problema è che, mancando un monitoraggio costante, una costante vigilanza, delle attività di questi comuni, non è neanche facile governare le assunzioni, le forniture e tutto ciò che accade. Spesso sono comuni poveri dove si amministra il nulla, ma che la 'ndrangheta occupa perché vuole anche quel potere. Non pensiamo che i soldi passino da lì. Talvolta nei comuni di San Luca o di Seminara o via dicendo non passa proprio niente.
Sui commissari prefettizi cito soltanto un dato. A questo punto, signor presidente, chiedo che il mio intervento prosegua in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Signor presidente, chiedo che il mio intervento si svolga in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Cominciamo con il problema della tratta delle persone e dell'immigrazione clandestina. Devo dire che fino a pochi anni fa la presenza di mafie straniere in Calabria era molto ridotta, proprio perché la presenza di un'organizzazione come la 'ndrangheta faceva un po' da tappo all'ingresso di mafie straniere. Col tempo questo fenomeno si è un po' ridotto (questo avviene anche in Campania con la camorra), perché le mafie hanno trovato convenienza a creare delle sinergie con le mafie straniere in alcune attività.
Per quanto riguarda la tratta devo dire che ci sono già da due o tre anni a questa parte alcuni processi che farebbero pensare a un interesse della 'ndrangheta verso questo tipo di reati. Però non mi sentirei di dire che c'è un ingresso della 'ndrangheta in questo settore in maniera forte, massiccia, impegnata soprattutto con i suoi uomini migliori. Si tratta di piccole frange di persone che operano in contesto mafioso e che sfruttano delle attività delle mafie straniere soprattutto per quanto riguarda il traffico della prostituzione e del lavoro nero. C'è un'indagine importante a Catanzaro, che mi pare sia già arrivata a dibattimento, definita «Balkan gate», che forse è la più grossa di questo genere, l'indagine «Taxi driver» a Reggio Emilia e altre. Non si tratta però di un rilevante impegno, né troviamo mai grossi personaggi e esponenti della criminalità organizzata, anche perché, per una tradizione diciamo culturale, la 'ndrangheta ha sempre disdegnato lo sfruttamento della prostituzione, ritenuta da sempre un'attività infamante. Se vi si accosta lo fa solo per sfruttare. Nell'indagine di Reggio ci sono personaggi legati alla cosca Degano, anche se non c'è alcun imputato di questo nome, che sfrutta gli sfruttatori. Gli sfruttatori albanesi infatti organizzano un giro di prostituzione; gli italiani si limitano a imporre la scelta dei marciapiedi, la scelta dei taxi che devono accompagnare le prostitute dal luogo di residenza a quello in cui lavorano, a dirimere i contrasti sorti tra gli sfruttatori e naturalmente lucrano su queste attività. Non esercitano invece direttamente lo sfruttamento.
Sulla materia dell'articolo 41-bis c'è tutto un impegno della Direzione nazionale antimafia. Anche a livello ministeriale e parlamentare è stato riconosciuto che la tenuta di questo istituto è dovuta anche all'apporto della DNA. È chiaro che nessun regime detentivo può impedire i rapporti con l'esterno. Non c'è regime; solo a Guantanamo ci riescono, e forse neppure lì. Però non c'è regime che possa impedirlo, soprattutto perché ci sono gli espedienti per farlo. Per esempio la corrispondenza degli imputati o dei detenuti con i propri avvocati non può essere sottoposta a censura; quindi basta intestare una lettera all'avvocato e, in quanto corrispondenza giudiziaria, la stessa passa (ed è anche giusto che sia così). Ci sono i rapporti con i parenti, sia pure una volta al mese, e anche questi passano messaggi; ci sono i rapporti con le infermerie, con i cappellani, con il personale di custodia: insomma i rapporti possono essere i più diversi. L'articolo 41-bis può limitare i rapporti, ma non può eliminarli completamente. D'altra parte in alcune di quelle attività di cui parlavo questi contatti - attualmente, nelle carceri italiane - avvengono proprio tra detenuti sottoposti al 41-bis. Ogni tanto queste cose emergono dalle indagini giudiziarie e allora vengono presi provvedimenti anche nei confronti degli agenti di custodia che forniscono il telefonino o cose di questo genere. Il sistema può essere perfezionato. Su questo noi abbiamo lavorato moltissimo: non so se questa sia la sede per parlarne, però abbiamo creato un sistema di comunicazione in quanto spesso accadeva che, in sede di reclamo avverso la proroga del decreto di applicazione del 41-bis, i tribunali di sorveglianza annullassero i provvedimenti e i procuratori generali, che sono quelli che vanno in udienza davanti al tribunale di sorveglianza, non proponessero ricorso per Cassazione. E allora
abbiamo creato un sistema informativo per cui forniamo agli uffici della procura generale le schede dei detenuti con le nostre valutazioni e tutti i dati che sono a nostra conoscenza, in modo tale che possano utilizzarli sia in sede di udienza (anche nei tribunali di sorveglianza) sia in sede di ricorso per Cassazione. Infatti, quando c'è un ricorso in Cassazione, questa adotta una linea abbastanza dura che tiene conto delle esigenze e soprattutto del dettato abbastanza rigoroso della legge. Il problema era a livello interpretativo da parte di alcuni tribunali di sorveglianza, che erano un po' dappertutto e in maggioranza al centro-nord, Perugia, Spoleto, Cuneo, Sulmona, Udine e Napoli. Ma abbiamo avuto un caso, quello del tribunale di sorveglianza di Udine, che ha praticamente rigettato tutti i reclami, per questo fra l'altro ha avuto problemi di minaccia da parte dei detenuti, tant'è vero che ci sono anche delle misure di tutela a favore di questi magistrati. Ebbene, tutti i provvedimenti emessi dal tribunale di sorveglianza di Udine che rigettano i ricorsi mantenendo il regime sono stati confermati dalla Cassazione; non ce n'è uno che sia stato riformato, il che dimostra che quando si motiva bene su una certa linea, i provvedimenti tengono.
Ora c'è un problema di competenza, e su questo punto è stata sollevata anche l'esigenza di un'eventuale riforma. Difatti succede spesso che ci siano dei trasferimenti che sembrano strumentali al fatto di scegliersi il tribunale più disponibile eventualmente a una giurisprudenza un po' più elastica. Questo pone dei problemi.
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Ora si sta studiando da parte del DAP una riforma che dovrebbe far ruotare i detenuti periodicamente per le carceri e per i tribunali. Un'altra proposta è quella di istituire un unico tribunale competente sulla base del modello in vigore per i collaboratori di giustizia. Per questi è competente solo il tribunale di sorveglianza di Roma perché i detenuti, i collaboratori, sono domiciliati presso la commissione centrale, che ha sede a Roma. Visto che il provvedimento di applicazione del regime del 41-bis è emesso dal Ministero, dal DAP che ha sede a Roma, si è detto che i ricorsi vanno presentati tutti davanti al tribunale di sorveglianza di Roma. Se questo dovesse passare creerà problemi perché poi il tribunale di sorveglianza di Roma sarà ingolfato da centinaia e centinaia di reclami e si creerà scontento nei tribunali di sorveglianza che si sentono delegittimati anche quando operano bene. Al momento queste sono le prospettive di riforma che vanno esaminate.
Sulla massoneria è vero che non ci sono in questo momento delle indagini significative sui collegamenti con la 'ndrangheta. Il motivo potrebbe essere proprio quello che dice il collega, la mancanza di grossi contratti, oppure potrebbe essere che questo tema è un po' sottovalutato. In alcune indagini qualcosa è emerso - non molto - ma, secondo me, non è stato sufficientemente approfondito. Io vedo che questo rapporto potrebbe esserci in alcune materie: in materia proprio di sanità, in materia di traffico di rifiuti e in qualche altro settore dove in effetti potrebbero esistere collegamenti di questo genere.
Per quanto riguarda poi gli interessi della 'ndrangheta al nord Italia, questi sono veramente tanti; qualunque elencazione io possa fare sarebbe riduttiva. Posso dire che su Milano, soprattutto, ma anche sulla costa romagnola o su Torino l'interesse maggiore tradizionalmente è quello nel settore della ristorazione, del turismo, dei mercati ortofrutticoli, dei
grossi centri commerciali, però non escludo anche interessi in settori di investimenti mobiliari, discoteche, sale e bische clandestine; questo è scontato. Vi ricordo un dato che è apparso sulla stampa, vale a dire che gli investimenti della 'ndrangheta si trovano in Germania, però non abbiamo una certezza su questo, abbiamo chiesto conferma. Anche nelle strutture sanitarie c'è un investimento e in tanti altri settori. Laddove c'è la possibilità di trarre profitto c'è anche questo.
Per quanto riguarda i latitanti, presso le squadre mobili esistono speciali sezioni; anche i ROS hanno un settore dedicato a questo. C'è una divisione di massima, almeno per quanto riguarda Reggio. Lì si sono divisi un po' i compiti, si sono ripartiti i latitanti: la squadra mobile cura la cattura e la ricerca di alcuni latitanti, i ROS stanno lavorando su altri. Alcuni non li cerca nessuno, perché sfuggono alla divisione, invece dovrebbero cercarli tutti.
TOMMASO PELLEGRINO. Intervengo soltanto per sapere a quale formazione politica apparteneva la persona appoggiata dalla famiglia Costa.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. A questo punto, signor presidente, chiedo che il mio intervento prosegua in seduta segreta.
PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.
(La Commissione procede in seduta segreta).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Ringrazio i giudici della DNA, oggi qui con noi, per la puntuale esposizione. Sono soddisfatta di quanto ho potuto ascoltare. Però vorrei fare un'ultima domanda sull'usura in Calabria. Non so se sia stato affrontato questo problema quando ero assente: sono in corso indagini? Siete a conoscenza di qualcosa di più sull'usura, sulle persone che la praticano, sui collegamenti - perché molto spesso sono colletti bianchi - con le banche in Calabria, soprattutto con quelle minori, locali e rurali?
Vorrei sapere qualcosa anche su eventuali collegamenti tra le banche e i cosiddetti mediatori finanziari: esiste una sorta di agenzia? Che giri ci sono? Questo problema, per il momento, è sommerso in Calabria, ma è diffuso, perché conosco molte persone che se ne lamentano. Esiste qualche rapporto, qualche indagine?
MARIO TASSONE. Sapete qualcosa del grande collegamento esistente tra le mafie che hanno appalti in Molise? Se ne sta parlando anche nel campo della sanità. Credo che questo sia un filone molto delicato.
VINCENZO MACRÌ, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. Per quanto riguarda l'usura, ci sono due nuovi collaboratori che stanno fornendo informazioni sulla zona di Reggio Calabria, mentre un altro ne sta fornendo sulla zona della Piana di Gioia Tauro. Gli uni e gli altri asseriscono che le cosche del territorio sono interessate direttamente a reati di usura. Le indagini sono appena agli inizi e per questo preferirei, se non è necessario, limitarmi a queste indicazioni. Ci sono questi filoni che si preannunciano interessanti.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Vorrei fornire alcune integrazioni sulle domande dell'onorevole Laganà. Nel distretto di Catanzaro molte grandi operazioni hanno avuto implicazioni con l'usura. A Cosenza in tutte le operazioni viene contestato l'articolo 644 del codice penale: per l'operazione «Domino» e per le operazioni «Omnia 1» e «Omnia 2». È quasi una lotta naturale della delinquenza organizzata, soprattutto quella cosentina e
anche in parte vibonese, cui viene contestato questo reato quasi sempre. Lì l'usura la praticano alla grande e investano denari provenienti da altri traffici, mischiandoli. Si può dire che questa è un'attività tipica. Se lei prende i riferimenti di Eurispes o di qualsiasi agenzia, Catanzaro, Vibo Valentia, Cosenza sono nei primi posti delle cittadine che praticano l'usura. Se ha interesse vi sono sia indagini in corso sia indagini concluse. Quattro o cinque anni fa abbiamo svolto con alcuni colleghi tre indagini - «Streak 1», «Streak 2» e «Streak 3», che hanno trattato quasi esclusivamente l'usura. Le posso aggiungere che le imputazioni sono state confermate in sede definitiva dalla Cassazione e parecchie persone sono andate in prigione e hanno anche scontato la pena.
MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Volevo capire se ci fosse un collegamento con le banche.
EMILIO LEDONNE, Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Posso dire che sulle banche nella Piana di Sibari, non ricordo se dalla procura di Castrovillari o di Rossano, è stata aperta un'inchiesta che ha portato all'incriminazione di bancari la cui condotta aveva queste modalità: il soggetto andava alla banca e questa, pur rispondendo che non poteva concedere prestiti perché non c'erano garanzie, lo tranquillizzava dicendo «vai a mio nome».
PRESIDENTE. Vi ringraziamo e vi chiediamo di farci pervenire tutta la documentazione che avete citato e di risponderci sulle questioni che vi abbiamo posto.
Dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 16,50.
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