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Seduta del 17/1/2007


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Audizione del presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), avvocato Gian Paolo Sassi, sulla sostenibilità del sistema previdenziale pubblico alla luce del memorandum d'intesa sottoscritto tra Governo e parti sociali.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), avvocato Gian Paolo Sassi, sulla sostenibilità del sistema previdenziale pubblico alla luce del memorandum d'intesa sottoscritto tra Governo e parti sociali.
L'avvocato Sassi, che ringraziamo per aver accolto il nostro invito, è accompagnato dalla dottoressa Guidotti, direttore comunicazioni e relazioni esterne dell'Istituto, dal dottor Marco Ghersevich, e dalla dottoressa Luongo, rispettivamente direttore e dirigente della struttura tecnica del presidente
Do quindi la parola al presidente dell'INPS, affinché illustri la sua relazione.

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Ringrazio il presidente e gli onorevoli senatori e deputati qui riuniti, per avermi offerto l'opportunità di illustrare una serie di numeri e dati direttamente correlati ai contenuti del memorandum di intesa sottoscritto tra il Governo e le parti sociali il 26 settembre scorso.
A corredo della mia relazione - depositata, in copia scritta, presso gli uffici della Commissione - ho allegato alcune tabelle esplicative, che cercherò fra poco di illustrarvi, allo scopo di evidenziare, seppure in forma sintetica, alcuni dati che ritengo possano costituire un'introduzione più chiara e semplice ai temi in discussione. Per capire l'entità di tali numeri, sottoporrò alla vostra attenzione un quadro riassuntivo della spesa pensionistica dell'INPS negli ultimi cinque anni (si veda la tabella n. 1, allegata alla relazione): appare evidente come la spesa pensionistica, nel suo complesso, sia in questi anni progressivamente aumentata, passando da 133 miliardi di euro, nel 2002, a circa 156 miliardi di euro nel 2006, mentre, per quest'anno le previsioni iniziali dell'Istituto stimano che si attesterà attorno ai 159 miliardi di euro. Una crescita costante, dunque, che non mette certo in crisi il sistema, ma di cui occorre tener conto, anche in termini di incidenza sul prodotto interno lordo. Infatti, l'incidenza della spesa strettamente pensionistica INPS sul PIL nominale, pur oscillando, non è mai ritornata ai livelli del 2002, sebbene, per l'anno in corso, si preveda la possibilità di un suo ulteriore miglioramento rispetto al 10,54 per cento inizialmente stimato nel bilancio di previsione per il 2007.


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È anche evidente che un dato così sintetico non consenta di cogliere la specificità di alcune situazioni che, ogni anno, non solo gli organi di controllo, ma la stessa relazione di accompagnamento al bilancio non smettono di evidenziare. Mi riferisco, in particolare, alla presenza di alcuni fondi o gestioni in sofferenza, tra i quali le situazioni più difficili riguardano la gestione coltivatori diretti, coloni e mezzadri, «storicamente» e inevitabilmente in perdita; il rapporto tra entrate contributive e prestazioni erogate è, infatti, di uno a quattro, mentre i cosiddetti fondi speciali (trasporti, elettrici, telefonici e dirigenti d'azienda) sono praticamente chiusi, in quanto non ci sono nuove entrate (oggi, infatti, un lavoratore elettrico viene iscritto al fondo pensione lavoratori dipendenti): si tratta quindi di fondi destinati progressivamente ad esaurirsi. Lo stesso dicasi per i fondi dei dirigenti di azienda. Nel caso di questi ultimi, inseriti nel fondo pensioni lavoratori dipendenti (come è possibile ricavare dalla tabella n. 3), le perdite hanno inciso negativamente sull'andamento del fondo, che da solo evidenzierebbe un risultato economico di esercizio positivo fin dal 2004. Si tratta - va chiarito - di benefici che risalgono indietro nel tempo e che, ormai, ci portiamo dietro come diritti acquisiti.
Vi propongo, altresì, una tabella riassuntiva delle pensioni di anzianità (mi riferisco alla tabella numero n. 4), i cui dati meritano un ulteriore commento, anche perché, ogni volta che li diffondiamo, essi creano grande scalpore nei mass-media. Preliminarmente, segnalo che, per semplicità di esposizione, l'elaborazione riguarda solo il fondo pensione lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, che rappresentano la stragrande maggioranza delle pensioni liquidate dall'INPS.
Anche le pensioni di anzianità sono andate progressivamente aumentando. Fa eccezione il 2005 - con dati inferiori, di fatto, al 2002 -, in cui le anzianità sono diminuite essenzialmente per il fatto che, nel 2004, per effetto della riforma Dini, è aumentato di un anno il solo requisito contributivo (passato da 37 a 38 anni) e quindi, si è prodotto una sorta di effetto elastico, per il quale chi non è potuto andare in pensione nel 2005 è andato nel 2006, facendo scrivere (ai media) di «corsa all'anzianità». In realtà, mi preme sottolineare che non c'è nessuna «corsa» al pensionamento di anzianità e che, anzi, siamo qualche punto sotto le nostre previsioni. Ovviamente, questo non significa che non ce ne dobbiamo occupare, anche per il semplice fatto che, come riferirò più avanti, la vita media, per fortuna, si è allungata e quindi l'INPS paga pensioni per un numero sempre maggiore di anni.
Vorrei, a tale proposito, sottoporre un ulteriore dato che trovo particolarmente significativo: dalla tabella numero 5, che riepiloga i dati sui lavoratori dipendenti assicurati presso l'INPS per le categorie invalidità, vecchiaia e superstiti, nel corso del 2005, emerge chiaramente che gli oltre 3.100.000 lavoratori, della classe di età tra i 40 e i 49 anni, diventano circa 1.700.000 nella successiva classe di età tra i 50 e i 59 anni, per ridursi a solo 212 mila assicurati dopo i 60 anni, di cui le donne sono poco più di 55 mila. La draconiana riduzione non sta a significare altro che i lavoratori dipendenti privati del nostro paese vanno in pensione a quell'età.
Anticipo solo un dato, riferito al lavoro parasubordinato, a mio avviso indicativo del fatto che, se in buona salute, si continui a lavorare anche dopo la pensione. Tra i parasubordinati, infatti, si rileva una significativa presenza di pensionati che lavorano (pari a circa l'8 per cento del totale), mentre, tra i lavoratori dipendenti, questa percentuale è assai più ridotta (lo 0,7 per cento del totale dei lavoratori dipendenti). È ovvio che l'INPS non possa e non voglia esprimere preferenze, per questa o quell'altra riforma o eventuale «manutenzione»; anche la sola scelta di innalzare l'età pensionabile implica una molteplicità di fattori di notevole complessità - pensiamo solo a certe tipologie di lavori usuranti - nonché un forte impatto sociale ed è logico che sia la politica, cioè il Governo, di qualunque colore esso sia, in accordo con le parti sociali, a portarla avanti. Non possiamo nascondere, però,


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che ci stiamo misurando con cambiamenti demografici importanti, i cui risultati avranno inevitabilmente un impatto sul futuro pensionistico degli italiani.
La tabella numero 6 introduce il tema del tempo, cioè della durata delle pensioni strettamente legate all'aspettativa di vita, che nel nostro paese è aumentata in maniera significativa.
Al riguardo, mi limiterò a richiamare solo i dati relativi all'evoluzione della speranza di vita: nel 1972, la speranza di vita alla nascita era di 64 anni per gli uomini, e di 74,9 anni per le donne. All'età di 65 anni, per gli uomini, la speranza di vita era - sempre nel 1972 - di 13,3 anni e per le donne di 16,2 anni. Nel 2004, non soltanto gli uomini alla nascita avevano un'aspettativa di vita di 77,8 anni e le donne di 83,7, ma a 65 anni la loro aspettativa è salita di 17,4 anni per gli uomini, mentre le donne possono contare su 21,4 anni: ciò significa che, se raffrontiamo i dati del 1972 con quelli del 2004, l'istituto paga mediamente cinque anni di pensione in più. Richiamandoci all'Agenda di Lisbona e alla raccomandazione dell'Unione europea, non possiamo fermarci solo ai cambiamenti demografici, all'innalzamento dell'età pensionabile o del livello di attività delle classi di età più anziane, ma dobbiamo considerare anche le necessità di fornire trattamenti che assicurino livelli di vita dignitosi. Ecco perché mi vorrei soffermare sulla tabella numero 7: se in essa esaminiamo il complesso delle pensioni erogate ai lavoratori dipendenti, notiamo che, su un totale di oltre dieci milioni di pensioni, quasi 6 milioni hanno un importo compreso tra 250 e mille euro. Se osserviamo, invece, il complesso delle pensioni vigenti INPS nello stesso range di importo, troviamo poco più di dieci milioni di pensionati, su un totale di quasi 15 milioni. Illuminante, è anche una rapida visione degli importi delle maggiori prestazioni a carattere assistenziale per il 2007: 436 euro per il trattamento minimo, 560 euro per la pensione al milione (la cosiddetta integrazione al minimo). D'altro canto, in stretto legame con le problematiche legate all'adeguatezza dell'importo delle pensioni al tasso di copertura della pensione rispetto all'ultima retribuzione, il grafico allegato alla mia relazione (grafico n. 1) mostra come - in una proiezione fino al 2050 - le pensioni pagate con il sistema retributivo saranno ancora il 6,5 per cento del totale; quelle calcolate con il regime misto (contributivo/retributivo) saranno il 50,5 per cento; quelle infine calcolate con il sistema puramente contributivo saranno il restante 43 per cento.
Veniamo, ora, ad un altro tema di stretta attualità, che preoccupa tanto gli italiani: le future pensioni legate anche al lavoro e alla tutela dei nostri giovani. Si tratta di un tema che può mettere in discussione il patto generazionale su cui si regge il nostro sistema pensionistico a ripartizione. Su ciò vorrei esprimere solo un breve commento: la gestione previdenziale dei lavoratori subordinati è caratterizzata dalla presenza, nell'ambito degli iscritti, dei cosiddetti contribuenti, vale a dire degli iscritti che hanno effettivamente versato contributi nell'anno di riferimento e che sono, di conseguenza, considerati parasubordinati attivi. Ciò non deriva da evasione o elusione contributiva, bensì dipende sia dalle modalità di svolgimento del lavoro parasubordinato (che, per sua natura, può essere intermittente), sia dalla mancanza dell'obbligo di cancellazione da parte dei lavoratori non più attivi. Nel 2005, i lavoratori parasubordinati contribuenti sono in totale oltre un milione e mezzo, mentre gli iscritti alla gestione speciale INPS hanno ormai superato i 4 milioni. Questa enorme discrepanza nasce dal fatto che la norma non prevede attualmente che il parasubordinato che cambia lavoro, che diventa lavoratore subordinato o che smette di lavorare, sia cancellato dagli elenchi. Quindi, in pratica, questi elenchi non rispecchiano assolutamente il mondo dei parasubordinati, in quanto i lavoratori attivi, in definitiva, restano un milione e mezzo. Ai fini del calcolo abbiamo considerato come lavoratori attivi quelli che versano almeno una mensilità di contribuzione in un anno,


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presumendo che chi non versa nemmeno un mese di contribuzione, di fatto, non sia parasubordinato.
Altro fattore da evidenziare è l'eterogeneità dei soggetti che compongono l'universo dei parasubordinati; coesistono, infatti, realtà molto diverse tra loro: ci sono gli amministratori di società, di solito con un'altra attività principale o già pensionati e con redditi molto elevati, e ci sono i collaboratori senza altra occupazione, distribuiti in una vastissima gamma di attività, spesso con basse retribuzioni. La distinzione principale, quindi, è quella relativa al rapporto instaurato tra i parasubordinati e i loro committenti (collaboratore a progetto, con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, incaricato delle vendite a domicilio) o professionisti (lavoratori autonomi che esercitano la professione in modo abituale, anche se non esclusivo), come ben risulta dal grafico numero 2 allegato alla relazione.
Va anche detto che i contributi versati alla gestione non sempre permettono la copertura assicurativa di un intero anno. I periodi coperti da assicurazione sono legati al livello di reddito prodotto: se il contributo è uguale o maggiore della misura minima prevista per i commercianti (circa 13 mila euro annui), allora l'anno è assicurato per intero; altrimenti, se il contributo è inferiore, i mesi accreditati vengono ridotti in proporzione alla somma versata.
Nel 2004, ultimo dato statisticamente valutabile, solo per meno di un terzo dei collaboratori sono stati versati contributi sufficienti ad assicurare l'intero anno. Per gli altri, sono stati assicurati periodi più brevi: per il 35 per cento del totale, periodi da uno a cinque mesi; per il 19 per cento, periodi da sei ad undici mesi; per il restante 15 per cento, infine, meno di un mese. Appare chiaro che, pur nell'ambito della necessaria flessibilità all'interno del mercato del lavoro, bisogna pensare al futuro di gran parte di questi lavoratori sia in termini pensionistici, sia in termini di tutele proprie del welfare state. Alcuni correttivi sono già stati adottati in passato e con quest'ultima legge finanziaria: innalzamento dell'aliquota contributiva, che significa anche l'innalzamento del monte contributivo su cui saranno calcolate le future pensioni; estensione di alcune tutele, quali la malattia e la maternità, ad alcune categorie di lavoratori parasubordinati; possibilità, seppure con il muro dei sei anni, di totalizzare contributi di diversa gestione. Tutto ciò rappresenta sicuramente un passo molto importante per il presente e il futuro di tali lavoratori. Ritengo importanti anche le nuove norme sulla destinazione del TFR, nonché il decollo della previdenza complementare. Non spetta naturalmente a me commentare l'opportunità o meno della costituzione del fondo di tesoreria gestito dall'INPS, mi preme, però, sottolineare che l'istituto, nel corso degli ultimi anni, ha visto aumentare le proprie competenze e ha sempre saputo far fronte non solo ai nuovi compiti, ma anche alle richieste della cittadinanza. In tal senso, non posso che assicurarvi che l'Istituto saprà conservare e, nel caso, anche far fruttare, i soldi dei lavoratori utilizzando al meglio le risorse umane e il know-how tecnico.
Al di là delle polemiche che sono sorte, non posso non accompagnare con soddisfazione - cogliendone il lato positivo - il decollo della previdenza complementare, anche perché individuo per l'Istituto un ruolo di facilitatore e di garante dello sviluppo del secondo pilastro pensionistico. Il nostro patrimonio di dati e informazioni potrebbe consentirci di svolgere una funzione di servizio senza lucro in grado di abbattere i costi di start up e di gestione dei fondi, generando significativi benefici di sistema.
Altro elemento importante, nel mercato del lavoro, è rappresentato dalla flessibilità che, come dimostrano le società avanzate, non è certo precarietà, viceversa, è quest'ultima che dobbiamo combattere, quando viene mascherata sotto la prima: lotta alla precarietà significa anche lotta all'elusione, all'evasione contributiva e al lavoro sommerso.
Con la fine del 2005, l'Istituto ha concluso un biennio di attività di contrasto al


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lavoro nero e all'evasione contributiva, attuato con l'utilizzo di una nuova metodologia di indagine ispettiva. Procedure informatiche innovative, in grado di effettuare incroci tra banche dati interne ed esterne, ci hanno consentito di individuare con maggiore precisione aree, settori e aziende meritevoli di approfondimenti ispettivi; l'attività di vigilanza ha così raggiunto un'elevata capacità di lettura del contesto economico e sociale le cui risultanze, reimmesse nel sistema informativo dell'INPS, hanno consentito una mirata progettazione delle strategie generali.
Nonostante la costante diminuzione della forza ispettiva (noi abbiamo un terribile problema legato all'età del personale, che è sempre più anziano: credo che l'Istituto abbia, fra i comparti della pubblica amministrazione, il personale con l'età media più alta), il piano delle attività degli anni 2004, 2005 e 2006 è stato formulato in modo da contrastare, in primo luogo, il lavoro nero e la totale evasione contributiva, assicurando di conseguenza maggiori entrate finanziarie. Si è arrivati così ad una crescita costante dei volumi che riguardano il numero delle ispezioni - in aziende regolari e in aziende sconosciute - e soprattutto l'aumento del gettito contributivo, che è passato dai 570 milioni di euro nel 2003 ai 2 miliardi e 196 milioni del biennio 2004-2005.
Negli ultimi tempi, quindi, l'INPS ha conseguito risultati del tutto positivi, a fronte di un ulteriore aumento della percentuale delle aziende regolari - 78 per cento di quelle esaminate - e di una crescita delle aziende in nero e dei lavoratori autonomi non iscritti - più 18 per cento rispetto al 2004 -, specialmente se si considera il rapporto - rispetto al 2004 - tra il numero di ispettori in forza (diminuiti da 2083 a 1923) e la loro presenza effettiva (passata da 1639 a 1539 ispettori).
Anche con l'estensione del documento unico di regolarità contributiva, l'Istituto potrà contrastare l'evasione dei contributi. La legge n. 266 del 2002 e il decreto legislativo n. 276 del 2003 hanno stabilito che INPS, INAIL e Casse edili stipulino convenzioni al fine di rilascio di un documento unico di regolarità contributiva, cosiddetto DURC, che si è andato caratterizzando come una nuova forma di contrasto al lavoro sommerso, ma anche come uno strumento utile per l'osservazione delle dinamiche del lavoro. Fino al 31 dicembre 2005, la regolarità contributiva, oggetto del DURC, ha riguardato tutti gli appalti pubblici, nonché i lavori privati in edilizia soggetti al rilascio di concessione, ovvero di denunce di inizio di attività. Dal primo gennaio 2006, la presenza del DURC è stata resa obbligatoria nel settore agricolo, al fine di accedere ai benefici e alle sovvenzioni comunitarie; inoltre, i commi 1175 e 1176 della legge finanziaria per il 2007, prevedono l'estensione della disciplina del DURC a tutti i settori di attività, oltre che all'agricoltura e all'edilizia. I risultati rilevati dall'INPS, nel corso del 2006, sembrano confermare appieno le aspettative di notevole impatto del nuovo strumento di certificazione (i dati relativi al DURC, sono contenuti nella tabella 9, che vi invito a osservare).
Vorrei, infine, concludere con alcune brevi considerazioni. Il sistema previdenziale è un grande programma di risparmio collettivo, ma è anche un meccanismo molto complesso: deve essere vissuto dal lavoratore e da tutti noi in maniera molto semplice. La pensione è frutto del risparmio attuato nel corso della vita lavorativa. Se si conviene su questo punto, diventa evidentemente centrale spiegare agli italiani che, se ciascuno avrà la possibilità, entro certi limiti, di stabilire quando uscire dal lavoro, dovrà anche accettare che, a parità di contributi versati e ad un'età più giovane, quindi presumibilmente a un periodo più lungo di godimento della pensione, corrisponda una pensione più bassa.
Ritengo altrettanto importante salvaguardare i buoni risultati ottenuti dalla riforma del 1995, in primo luogo la definizione di un meccanismo di risparmio per l'età anziana scollegato dal legame pensione-politica. Il metodo contributivo, introdotto dalla riforma Dini, sia pure a


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prezzo di una lunghissima transizione, ha l'enorme vantaggio di legare la previdenza alla storia contributiva di ciascuno e, grazie ad alcuni automatismi, favorire uniformità di trattamento, uscite flessibili e pensioni sostenibili, sottraendole, inoltre, dalla logica di redistribuzione pubblica delle risorse.
Vi ho fatto un accenno, in questo caso, ad alcuni automatismi. Vorrei precisare il mio pensiero almeno su un punto, oggetto di grande discussione, vale a dire l'applicazione o meno dei coefficienti di trasformazione per quanto riguarda il primo decennio della riforma Dini. Come sapete, tale riforma prevedeva che, dopo dieci anni, si sarebbero dovuti rivedere i coefficienti di trasformazione, tramite una formula legata alla durata media della vita delle persone e a tutta una serie di calcoli matematici. Ebbene, se consideriamo l'avviso comune, notiamo che proprio all'articolo 9, lettera a), si parla di piena applicazione del regime contributivo. So bene che esistono molte polemiche sul punto, che buona parte dei sindacati è contraria all'applicazione - sebbene abbia notato ieri aperture da parte di alcuni a tale riguardo - e sostiene che non devono essere applicati i coefficienti di trasformazione. Su questo punto, debbo essere chiaro, diversamente mancherei nei miei doveri verso il Parlamento: in un sistema contributivo, non applicare i coefficienti di trasformazione, sarebbe come promettere alle nuove generazioni che saranno pagate con monete da tre euro. È inutile nascondersi dietro tale questione: un sistema contributivo non può essere applicato a metà; o si applica tutto, oppure non lo si applica affatto. Non utilizzare i coefficienti di trasformazione per modificare l'impatto pensionistico futuro - peraltro molto futuro, in quanto riguarda oggi praticamente nessuno - vuol dire, di fatto, promettere alle nuove generazioni che saranno pagate con monete che non ci sono: questo deve essere chiaro per tutti. Quindi, se si applica il sistema contributivo, i coefficienti di trasformazione devono essere utilizzati.
A mio avviso, è sbagliato prevedere la revisione dei coefficienti di trasformazione ogni dieci anni, poiché, così facendo, si trasforma un fatto tecnico in un fatto politico: le migliori pratiche, per quanto riguarda questo argomento, prevedono che i coefficienti di trasformazione vengano rivisti ogni tre anni, in automatico. Ad esempio, in Svezia che, come noi, ha approvato una grande riforma pensionistica, vige un sistema contributivo nel quale, ogni tre anni, in maniera automatica e senza dibattito, vengono rivisti i coefficienti di trasformazione. Aspettando dieci anni, lo ripeto, un fatto tecnico diventa un fatto politico: mi premeva segnalare questo aspetto.
La conclusione è semplice nell'enunciazione, sicuramente più difficile nella realizzazione. Le linee portanti di eventuali riforme o manutenzione del sistema non possono essere che quelle che rispettano quanto stabilito dall'Agenda di Lisbona: aumentare il livello di attività dei lavoratori più anziani, rafforzare la sostenibilità del sistema pensionistico, garantire l'adeguatezza dei trattamenti previdenziali per ottenere livelli di vita dignitosi.

PRESIDENTE. Ringraziamo il presidente Sassi che ci ha offerto questa sua riflessione. Possiamo dunque aprire il dibattito, dando la parola ai colleghi che intendano porre questioni o formulare osservazioni.

DINO TIBALDI. Vorrei porre una domanda semplice, a cui è già stata, in parte, fornita una risposta. Tra le ultime considerazioni che il presidente dell'INPS ha svolto, alcune riguardano uno dei nodi che saranno affrontati con le parti sociali in questo periodo, quello relativo alla questione dei coefficienti: al riguardo avremmo bisogno di capire alcuni aspetti, poiché «c'è molta confusione sotto il cielo» - come si suol dire - su questi problemi. Facendo un calcolo ipotetico, stante l'attuale andamento del mercato del lavoro e rimanendo inalterato il sistema contributivo, quale sarà, a pieno regime, la media delle pensioni che l'INPS erogherà, sapendo che, adesso, tale media si aggira intorno a poco più di mille euro?


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Come a molti, viene anche a me il dubbio che, senza apportare alcuni correttivi, le pensioni reali erogate attraverso l'attuale sistema rischino di risultare di gran lunga inferiori a quelle odierne. Dico ciò, anche pensando a quell'argomentazione sostenuta da taluni, secondo la quale, se va a regime il sistema pensionistico integrativo attraverso la destinazione del TFR, il nostro paese - con la riforma Dini a pieno regime e un sistema integrativo, in cui si destini la totalità del TFR - garantirebbe sostanzialmente gli attuali livelli: non sono uno studioso di questa materia e quindi non sono un esperto, personalmente, però ho seri dubbi che si arriverà a un tale risultato. In particolare, nutro forti perplessità sulla circostanza che le nuove generazioni - oggi sottoposte a nostri pesanti interventi sia sulle aliquote contributive, sia sulla copertura dei periodi scoperti -, si trovino, davvero, in futuro, in condizione di percepire una pensione adeguata, senza bisogno che lo Stato assicuri loro l'integrazione al minimo.
Il secondo quesito che vorrei porre è il seguente: lei ci ha informato del fatto che, anche in Svezia, è stato attuato il sistema a capitalizzazione e che esiste un sistema correttivo - automatico, ogni tre anni - delle aliquote di trasformazione. Ebbene, sarebbe interessante capire quali siano i coefficienti di trasformazione: infatti, se - a parità di contributi - in Svezia, il coefficiente di trasformazione è più alto, è chiaro che le pensioni erogate attraverso il sistema contributivo saranno differenti.
Infine, vorrei sapere in quali altri paesi in Europa sia già stata attuata una riforma come questa.

PRESIDENTE. Siamo stati i primi...

DINO TIBALDI. A parte il fatto che siamo stati i primi, vorrei sapere in quali altri paesi è già stata attuata, perché - con questo concludo il mio intervento, scusandomi anche per essere arrivato per ultimo - a me pare che si ponga un problema di sostenibilità della spesa.
Intanto, mi pare che se si andasse davvero ad una comparazione reale, noi ci attesteremmo poco sopra la media europea (come sul PIL), in una situazione in cui rientrano formalmente, nella spesa pensionistica, voci che dovrebbero starne fuori in modo assoluto: se noi dovessimo fare un calcolo per stabilire l'ammontare di tale spesa tenendo conto che, ad esempio, nel nostro paese i pensionati pagano le tasse allo Stato mentre in Germania no, la media potrebbe diminuire sensibilmente rispetto a quella attualmente conteggiata.

ADRIANO MUSI. Ringrazio anch'io il presidente Sassi per questa audizione, in cui ci ha fornito elementi preziosi di conoscenza. Vorrei, tuttavia, ugualmente esprimere alcune considerazioni.
La prima considerazione è legata ai costi della spesa previdenziale: il presidente ci ha presentato un dato complessivo, riferendosi alla spesa previdenziale di 156 miliardi previsti per il 2006 e di 159 miliardi per il 2007; egli esprime, inoltre, un'importante considerazione, nella sua relazione, quando parla di come il sistema previdenziale sia un sistema assicurativo di risparmio attuato nel corso della vita lavorativa. Mi pare di capire, però, che quei 159 miliardi da lui enunciati non siano tutti coperti dai contributi. Allora, sarebbe importante che il presidente ci rappresentasse quanta parte della spesa effettivamente è coperta dai contributi e quanta parte, invece, è frutto della solidarietà del paese e, dunque, di scelte politiche: si deve consapevolmente capire a chi si fa assistenza, perché e per quali tipi di necessità. In tal senso, i costi ci aiutano a capire meglio questo tipo di operazione e ci aiutano anche a capire l'incidenza della spesa previdenziale e se essa sia davvero così incomparabilmente elevata rispetto agli altri paesi europei.
La seconda considerazione - condivido quanto affermato dal presidente -, è quella relativa all'età pensionabile. Se, indubbiamente, l'allungamento pone problemi molteplici (legati sia alla libertà di scelta dell'individuo sia alla sostenibilità, nel tempo, di certe mansioni, per ragioni di usura e pesantezza, ripetitività e genericità delle stesse), è altrettanto vero che


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esso risponde, in molti casi, ad una reale esigenza di realizzazione individuale, avvertita da tutti coloro che - sentendosi ancora utili e produttivi - intendono liberamente optare per il prolungamento della propria attività, senza che ci sia la necessità di istituire un tetto massimo per l'uscita dal mondo del lavoro. Quindi, sarebbe senz'altro utile - al di là della presente discussione sui requisiti minimi - aprire una riflessione anche sul tetto massimo, superato il quale non si ha più diritto a nessun tipo di prestazione previdenziale.
L'ultima riflessione è riferita a quello che lei ha detto in ordine ai coefficienti di trasformazione. Due sono le affermazioni importanti: la prima è quella relativa al coefficiente, l'altra riguarda la garanzia dell'adeguatezza dei trattamenti previdenziali. Come si tengono insieme le due cose?

ANTONINO LO PRESTI. Ringrazio anch'io il presidente Sassi per la puntuale e condivisibile relazione, soprattutto nella parte conclusiva, dove, evidentemente, egli lancia segnali precisi alla politica, chiamata a prendere atto di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo e che soprattutto deve fornire le coordinate nell'ambito delle quali il controllo e le linee di intervento possono e debbono svilupparsi.
Nella relazione, è anche contenuto un invito specifico a discutere immediatamente su un argomento che comincia a delinearsi nel dibattito politico, vale a dire l'aumento del livello di attività dei lavoratori più anziani: a tal proposito, vorrei chiedere al presidente Sassi, una sua specifica opinione sul famoso tema dello «scalone», che evidentemente rischia di far inciampare la politica in un dibattito senza una sicura via di uscita.
Inoltre, vorrei sapere se egli abbia notizie o dati da poterci fornire, in merito agli aiuti e ai benefici introdotti per incentivare i lavoratori a permanere in servizio oltre il limite di età attualmente previsto: questo è, infatti, uno degli aspetti dell'ultima riforma previdenziale, introdotta nella scorsa legislatura assieme al famoso scalone, di cui ho parlato poco fa. Al riguardo, apprezzerei conoscere l'opinione del presidente, e sapere se l'incentivo richiamato abbia prodotto effetti positivi o negativi ed abbia portato benefici all'INPS e alla gestione dello stesso.

GIOVANNI CONFALONIERI. Ringrazio il presidente Sassi, perché, nella sua relazione, ho rinvenuto un equilibrio e una riflessione pienamente aderenti al ruolo dell'INPS e ai problemi attualmente in campo. Naturalmente, ci muoviamo in un terreno difficile, che da sempre fa discutere la politica e i cittadini, quindi, non mi pare sia questa la sede dove confrontare anche le nostre posizioni. Questa è piuttosto la sede nella quale possiamo raccogliere informazioni sicché successivamente, negli ambiti preposti, ognuno abbia la possibilità di discutere con tutti i dati alla mano.
Detto ciò, le rivolgerò due domande: qual è, nel bilancio dell'INPS (magari lo ha detto, ma io non l'ho colto), l'incidenza della parte assistenziale rispetto a quella previdenziale? Mi pare che questo sia uno degli elementi necessari per capire come poter lavorare in proposito.
La seconda domanda riguarda una sua opinione, se vorrà rispondermi: mi è parso di cogliere, nella sua valutazione - in buona parte anche condivisibile - un'opinione secondo cui, rispetto alle scelte contenute nell'ultima legge finanziaria, nonché alle prospettive desumibili dai dati in vostro possesso, sarà molto difficile che venga erogata una pensione dignitosa con il solo contributo pensionistico pubblico. In sede politica, dobbiamo prendere in considerazione questo punto, non solo rispetto agli obiettivi di Lisbona, ma anche rispetto agli obiettivi che noi stessi ci stiamo dando; il mix tra previdenza pubblica (così come è data dalle leggi in evoluzione) e sistema integrativo complementare, diverrebbe dunque fondamentale ai fini della possibilità che le nuove generazioni abbiano, nel futuro, una pensione, appunto, dignitosa. Mi interessava comprendere se questa è l'opinione che lei ha,


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proprio perché mi sembra un'opinione importante, un punto davvero necessario per le scelte che dovremo compiere, riguardo al sistema previdenziale.

PRESIDENTE. Ringrazio i colleghi intervenuti sinora e do la parola al presidente Sassi per la replica a questo primo gruppo di domande.

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Cercherò di rispondere, per quanto posso in questo momento, riservandomi come sempre, presidente, col consenso suo e dell'onorevole Commissione, di fornire, eventualmente anche per iscritto, approfondimenti sulle questioni sollevate.
Partendo da quanto diceva il senatore Tibaldi, effettivamente, in questo paese eroghiamo pensioni in media piuttosto basse, inutile nascondercelo. Le pensioni che eroghiamo attualmente, tra l'altro, sono tutte legate non al sistema contributivo bensì al sistema retributivo, cioè calcolate obiettivamente con parametri più generosi rispetto a quelli che sono propri delle pensioni del sistema contributivo. Questo è uno dei problemi che il sistema pensionistico italiano si trascina dietro, tant'è vero che sono milioni le prestazioni pensionistiche addirittura al di sotto della pensione minima, sebbene a fronte di contributi versati. I motivi sono tanti, e dobbiamo anche stare attenti, perché, al di là del singolo lavoratore, in questo range si comprendono, ad esempio, le pensioni di reversibilità, che spesso si scaricano su più soggetti (si pensi al caso della madre vedova, con figli minori). Occorre, allora, esaminare anche i numeri; resta il fatto, però, che, obiettivamente, pur in presenza di un sistema retributivo (quindi di un sistema generoso nelle modalità di calcolo), vengono erogate pensioni abbastanza basse: questo, ovviamente, è collegato direttamente ai livelli contributivi del nostro paese. Il tasso di sostituzione non è dunque tra i più esaltanti e, passando al contributivo, esso è destinato a diminuire: da qui nasce l'importanza di arrivare al secondo pilastro - di cui si parlava anche nell'ultimo intervento del senatore Confalonieri - che garantisce ed integra la pensione base che, con il sistema contributivo, sarà indubbiamente più ridotta.
Credo che sia importante riflettere anche sui limiti attuali del sistema pensionistico, per quanto riguarda alcune previdenze a favore dei lavoratori. Mi riferisco, per esempio, al discorso della totalizzazione: ormai, stiamo andando verso il superamento dello stereotipo lavorativo degli anni sessanta, cioè il posto fisso nella stessa azienda per tutta la vita. L'operaio che piace all'INPS è un operaio che va a lavorare a 18 anni, che rimane per tutto il suo tempo lavorativo nella stessa azienda, che va in pensione possibilmente con una progressione di carriera non esaltante (così, non abbiamo il problema di passarlo da dipendente, a operaio e a quadro). Per noi, in questo caso, è facilissimo liquidargli la pensione. In realtà, oggi, questa figura di lavoratore è sempre più rara. Ci ritroviamo, infatti, di fronte a lavoratori caratterizzati da periodi di lavoro intermittenti tra un'azienda e l'altra, magari con tipologie diverse (a volte parasubordinati, a volte lavoratori dipendenti, a volte autonomi, alcune volte, addirittura, passano al pubblico impiego). Il discorso della totalizzazione, che una volta poteva apparire una questione non urgente, va affrontato, invece - secondo me -, in maniera decisa. La totalizzazione, sostanzialmente, è la possibilità per il lavoratore di cumulare in un'unica gestione i vari periodi contributivi maturati in differenti gestioni: ovviamente, la totalizzazione ha un costo molto elevato, pesante perché, alla fine, si scaricano su una sola gestione pezzi di gestioni separate che, magari, sono state calcolate con aliquote e coefficienti differenti: Obiettivamente, quindi, esiste un costo aggiuntivo per l'ultima cassa di previdenza, quella che finisce per totalizzare i vari periodi.
Dunque, la totalizzazione comporta costi molto elevati e necessita di una copertura. È anche vero, però, che la totalizzazione è ormai un diritto acquisito per tutti gli Stati in cui è stato proposto un sistema pensionistico di tipo contributivo,


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proprio perché ci si è resi conto della questione: anche il nostro paese dovrà, pertanto, cercare di rivedere le attuali norme sulla totalizzazione, piuttosto penalizzanti. Faccio un esempio: se oggi, a normativa vigente, un lavoratore è stato tre anni nella gestione co.co.pro., poi è passato come lavoratore dipendente, perde quei tre anni di co.co.pro., che non vengono sommati al suo monte contributivo nella gestione lavoratori dipendenti. Questo è chiaramente un danno per siffatta tipologia di lavoratori. Se invece supera i 5-6 anni può, in questo caso, cumulare.
Per quanto riguarda l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL - ma questo l'ho già detto, anche riguardo al dato del 10,54 per cento, comunicato alla Commissione nel corso del mio intervento -, ritengo che i costi della spesa pensionistica italiana siano assolutamente in linea con quelli della spesa previdenziale negli altri paesi: ciò che ci confonde - ho ascoltato due interventi su questo argomento - è semmai il mix che siamo riusciti a determinare tra spesa pensionistica e spesa assistenziale. In buona sostanza, nelle uscite complessive dell'INPS c'è una miscela di spesa pensionistica e assistenziale, che spesso è molto difficile separare. Infatti, mentre è facile definire la spesa pensionistica, come quella coperta da contribuzione, e la spesa assistenziale, come quella che non è coperta da contribuzione - quindi la definizione in sé è semplice -, è altrettanto vero che esiste una serie di istituti abbastanza ibridi che rendono poi molto difficile una distinzione netta e matematica. Riporto un esempio banale, in proposito: osservando la tabella n. 1 allegata alla mia relazione, è facile dire che le pensioni erogate per conto dello Stato nel 2006, pari a 12,352 miliardi di euro, sono tutta spesa assistenziale, e come tale debbono essere depurate dai costi di pensione. Tuttavia, esiste anche una serie di istituti ibridi, uno classico, ad esempio, è quello della Cassa integrazione e mobilità: la mobilità, per un certo verso, è pagata da contribuzione; se si prolunga oltre un certo periodo, invece, non ha copertura contributiva. Andare, però, a scindere per ogni singolo lavoratore il pezzo di mobilità pagata da contribuzione da quello pagato dall'assistenza, non è impresa da poco: il legislatore si è posto più volte la questione di dividere la spesa previdenziale da quella assistenziale ma, per il momento, non ne siamo venuti a capo. Quindi, la distinzione che operiamo è per alcuni versi certa, per altri, invece, leggermente arbitraria: in qualche modo, usiamo l'accetta per determinare questi numeri, mancando norme precise che regolino la questione. Sarebbe bene che il legislatore operasse questa distinzione; tuttavia, in sua assenza, posso assicurare che tutti gli indicatori a nostra disposizione ci dicono che la spesa previdenziale è assolutamente in linea con quella di tutti i paesi europei: quindi, non siamo spendaccioni, dal punto di vista previdenziale. Torno però a ripetere che se il legislatore si facesse carico di determinare con esattezza il limite tra l'una e l'altra, sarebbe ottimo.
L'onorevole Musi - procedo con il mio intervento sulla base degli appunti che ho scritto - parlava, poi, del tema della propensione al lavoro. In merito, credo che la propensione al lavoro, oltre l'età pensionabile, si possa determinare verificando che l'8 per cento dei co.co.pro. è, di fatto, costituita da pensionati. Quindi, esiste una propensione non solo al lavoro subordinato, ma anche a quello autonomo, che nel nostro paese è estremamente elevata (parliamo, infatti, di centinaia di migliaia di persone, non di poche unità). Come notava l'onorevole Lo Presti, rileviamo che esiste un'alta propensione al lavoro da parte degli anziani. Peraltro, credo che l'onorevole Lo Presti, per quanto riguarda i benefici, si riferisse al famoso bonus previdenziale: quest'ultimo ha suscitato alcune polemiche, anche interne all'Istituto, che hanno visto, ad esempio, il CIV dire che il bonus non ha portato alcun miglioramento. Personalmente, ho evitato di replicare, perché non mi sembrava il caso; ad ogni modo, il bonus previdenziale, a nostro avviso, ha prodotto un buon risultato economico, seppure non straordinario. Le domande


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presentate sono state circa 74 mila e quelle accolte 63 mila, con una distribuzione abbastanza omogenea sul territorio nazionale. Certo, quello che è emerso dall'analisi delle domande del bonus è stato che la propensione ad utilizzarlo si è avuta nelle professionalità medio-alte (molti sono stati i dirigenti e i quadri, cioè persone caratterizzate da redditi di lavoro alti): ora, affermare che tutti questi soggetti sarebbero comunque rimasti a lavorare - a prescindere dal bonus - è una scommessa che nessuno può andare a verificare. Riteniamo, invece, che circa un miliardo di euro, ma anche qualcosa di più, sia stato risparmiato con il bonus: non è, nel monte della spesa pensionistica, una grande cifra, però, resta comunque una cifra significativa. Crediamo che più della metà di quanti hanno usufruito del bonus sarebbero comunque andati in pensione e non l'hanno fatto grazie a quella misura. Però, ripeto, che è interamente da verificare quale fosse realmente la propensione a restare al lavoro. Il bonus, certamente, ci ha fatto risparmiare dei soldi: non è possibile dire esattamente quanti, poiché non sappiamo quanti lavoratori sarebbero rimasti al lavoro, ma sfido chiunque a dire che tutti i 74 mila che hanno presentato la domanda sarebbero rimasti.
Credo, sul discorso dell'assistenza e della previdenza, di avere risposto anche al senatore Confalonieri.
Per quanto riguarda il mix tra primo e secondo pilastro che si va a delineare nel nostro ordinamento, direi che questa è una tendenza comune a tutti i paesi in cui si è sviluppato il sistema contributivo. Purtroppo, ho dimenticato di portare con me il nostro rapporto annuale, relativo al 2005, ma ve ne farò avere alcune copie, dal momento che esso contiene una parte iniziale in cui sono riportate tutte le tabelle di confronto tra la spesa pensionistica italiana e la spesa pensionistica europea e soprattutto le modalità di determinazione del calcolo della pensione sia in Italia, sia in Europa. Rimane il fatto, però, che, in un sistema contributivo, la dignità delle prestazioni pensionistiche è quasi sempre garantita dalla miscela tra pensione obbligatoria (cosiddetto primo pilastro) e pensione complementare (cosiddetto secondo pilastro), questo perché il sistema contributivo, oggettivamente, abbassa il tasso di sostituzione delle pensioni: è un fatto scientifico. Questa è la ragione per cui, quando si parla e si continua a parlare di riforma pensionistica, il vero parametro di riferimento è rappresentato dalla riforma Dini (senza nulla togliere a chi lo ha preceduto e a chi lo ha seguito), perché è stata questa a cambiare il metodo di determinazione delle pensioni: con essa si pone la reale discontinuità rispetto al passato; tutte le altre riforme sono aggiustamenti, o manutenzioni.
Per quanto riguarda lo «scalone», questione sollevata, in particolare, dall'onorevole Lo Presti, chiaramente mi tengo bene alla larga dall'esprimere un giudizio al riguardo. Lo «scalone», di fatto, determina un grossissimo risparmio previdenziale, destinato a spalmarsi su diverse annualità (mi pare si arrivi fino al 2043 o comunque - mi scuso, ma sto andando a memoria, non avendo le tabelle sottomano -, ad una scadenza molto lontana): mandandolo da subito a regime, naturalmente, esso comporterebbe risparmi notevoli. Il primo impatto dello scalone riguarderebbe circa 180 mila lavoratori e credo sia equo prevedere, (se si dovesse mantenerlo, ma è la politica che deve compie le proprie scelte), quantomeno un'eccezione per quanto riguarda i lavoratori cosiddetti usuranti, dei quali si parla molto, e i lavoratori precoci, dei quali, invece, si discute assai meno: credo sia necessario rivolgere un'adeguata attenzione a questi ultimi, giacché esistono ancora classi di lavoratori, quelli nati fino al 1958-1959, precocemente entrati nel mondo del lavoro (dai 15-16 anni di età fino ai 18, soglia limite raggiunta la quale si esce da questa casistica). Insieme ai lavoratori usuranti, che vanno definiti nella loro qualifica, esistono, dunque, anche i lavoratori precoci, che sarebbe veramente ingiusto sottoporre ad un aumento secco di durata della vita lavorativa. I lavoratori precoci, andati a lavorare a 15 anni, con


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l'adozione dello «scalone» andrebbero in pensione dopo 42 anni di lavoro: voi capite che 7 anni sono tanti. Quindi, se lo scalone dovesse essere mantenuto, bisognerebbe, quanto meno, vedere di salvaguardare le posizioni di questi lavoratori: gli usuranti e i precoci.
Mi rendo conto di non aver fornito interamente le risposte desiderate, pertanto manifesto sin d'ora la mia disponibilità a rispondere ad eventuali, future, richieste di approfondimento.

PRESIDENTE. Prima di passare la parola agli altri colleghi iscritti a parlare, vorrei porle anch'io alcune questioni.
Mi sembra sia stato chiarito che la spesa previdenziale italiana è in linea con i dati di riferimento europeo, quindi non stiamo più discutendo di questo, bensì della capacità del nostro sistema di rimanere, nel tempo, in equilibrio finanziario, non soltanto nell'immediato futuro. Per farlo, però, credo sarebbe necessario anche per noi acquisire maggiori dati: non ho ancora avuto modo di esaminare la documentazione da lei prodotta - può anche darsi che quelle informazioni siano contenute o allegate alla sua relazione, presidente, ed in tal caso la ringrazio in anticipo -, ad ogni modo, sarebbe utile cominciare ad avere dati (non so se l'INPS possa fornirli) sulla proiezione del sistema contributivo, sia per quanto riguarda il pro rata, sia per quanto riguarda il pieno regime. É vero che, sostanzialmente - partendo dal 1995, e considerando almeno 30 anni di lavoro - gli effetti della riforma cominceranno ad essere visibili nel 2030, tuttavia, per alcuni soggetti, quelli per cui si applica il sistema misto, cioè quelli sotto i 18 anni ed altri ancora, che forse cominciano ad avvicinarsi un po' di più alle fasce di pensionamento, sarebbe forse plausibile fare delle previsioni. Se fossimo in grado di avere alcune proiezioni, limitatamente ai dati in nostro possesso, almeno per tipologie di figure (l'operaio, l'impiegato, la figura mista, il lavoro autonomo, il commerciante, non limitandosi al solo lavoro dipendente), forse molte delle nostre discussioni sarebbero più sicure e partirebbero da dati certi: oggi, in tutti i giornali e in tutti i consessi, si sente dire di tutto e di più, su questa vicenda. Ricordo, quando fu varata la riforma Dini, alcune proiezioni fatte dal servizio studi della Camera dei deputati: forse, dopo 12 anni, sarebbe molto utile ripeterle, anche alla luce delle modifiche intervenute nel mercato del lavoro.
L'altra questione che credo sarebbe ulteriormente utile sottolineare (le avevo già posto, in forma personale alcune domande) riguarda la necessità di cominciare a declinare i dati che iniziano ad arrivarci in materia di pensioni, anche per genere e non solo per generazione. Ad esempio, lei ha fatto riferimento all'importanza dello strumento della totalizzazione che il Parlamento ha voluto con forza, proprio perché esistevano percorsi lavorativi diversi e c'era gente che arrivava all'età del pensionamento, pur avendo lavorato tutta la vita, senza prendere nemmeno una lira di pensione, solo perché non aveva raggiunto il minimo in nessuna delle forme pensionistiche. Non so se lei abbia aggiunto altri elementi, ma comunque la totalizzazione sottrae a tutti i fondi posizioni che, fino a ieri, costituivano posizioni cosiddette «silenti», che contribuivano a tenere in equilibrio certi tipi di fondo (al riguardo, penso anche alle casse privatizzate, non soltanto all'INPS): per quello che è a mia conoscenza (ecco perché ci servono i dati) nell'INPS esistono molte posizioni silenti che neanche la totalizzazione sarà in grado di affrontare. Penso prevalentemente alla realtà femminile: per una certa fase della vita del paese, storicamente, abbiamo avuto donne che andavano a lavorare e che poi si ritiravano dal lavoro. Si tratta di donne che, se non riusciranno ad avere i vent'anni di contributi previsti dalla riforma Amato - qui stiamo parlando di livelli alti e non bassi - resteranno tutte escluse dal livello pensionistico, nonostante i contributi versati per 18, 17, 15 o 14 anni. Quindi, sarebbe importante, anche per la politica che deve decidere, conoscere questo tipo di fotografia del sistema pensionistico; sarebbe utile che


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tutti i dati, anche i futuri bilanci, fossero costruiti sulla base di questo elemento: esso ci farebbe capire se, rispetto al sistema pensionistico, sussista solo un problema generazionale o anche uno di genere (uomini e donne).
In più, credo che sia importante avere informazioni sul cambiamento delle tabelle di proiezione della spesa di fronte allo scalone. È quanto lei ci richiamava a memoria e che sarebbe importante avere per scritto: un'indicazione sul risparmio dato dallo scalone nel tempo, dal momento che stiamo parlando di questo e non soltanto del 2007 (ho visto girare alcune tabelle, quindi i dati sono stati effettivamente proiettati).
Si dice che la pensione sia il frutto del risparmio attuato nel corso della vita: io la definisco come il frutto dei contributi che i datori di lavoro versano. Il risparmio è un elemento soggettivo, che presuppone il mettere da parte dei soldi, mentre qui esistono le regole riguardanti il rapporto di lavoro, nonché altri elementi quali il nero e le irregolarità. È un elemento di «aspirazione», quello presente anche nella riforma Dini: una capacità dei lavoratori di pretendere maggiormente che i propri contributi, nell'arco della vita, corrispondano effettivamente - e non parzialmente - al lavoro che svolgono.
Nelle sue conclusioni ho notato che, della riforma Dini, salva il sistema, ma salva anche l'elemento di flessibilità che introduceva. Fra l'altro, essa era capace di superare la differenza di età tra uomo e donna, proprio per l'introduzione di questo minimo e massimo che avrebbe permesso alle persone una maggiore libertà, anche in considerazione della propria vita e delle proprie esigenze. Ora, noi sappiamo di essere di fronte ad una legge - la Maroni - che non ha solo lo scalone ma che, di fatto, ha definitivamente tolto la flessibilità dal sistema Dini: se così rimanesse, si andrebbe in pensione a 63-65 anni anche nel sistema contributivo, non solo nel sistema transitorio.
Personalmente, ritengo che il principio della flessibilità sia interamente da recuperare. Fra l'altro, nella riforma Dini erano previste anche forme di incentivo e disincentivo, quindi tutto quello che oggi sembra essere oggetto del dibattito «pro» o «contro». L'età di 62 anni (57 per le donne) era il punto di equilibrio assunto, che ci permetteva, forse, di far fronte anche ad esigenze sociali, che possono rilevarsi nella vita delle persone, mettendo queste ultime nella condizione di usare gli strumenti con molta autonomia.
La domanda che le pongo, in conclusione di intervento, è la seguente: nel dibattito politico stiamo ragionando sulla necessità di applicare la riforma Dini, nella parte relativa ai coefficienti di trasformazione, quindi, di applicarla interamente così com'era stata pensata, poiché il sistema regge se ciò avviene. Da settimane mi pongo una domanda, a cui non so se l'INPS sia in grado di rispondere, sul piano tecnico e non politico. Se è necessario applicare il coefficiente di trasformazione - nel presupposto che in questi dieci anni si è verificato un notevole allungamento della vita media delle persone (anche se nell'anno del forte caldo estivo, ci dicono i demografi, questa media si è fortemente abbassata) - dal momento che siamo di fronte alla legge Maroni (parto dal quadro normativo dato, non da quello che potrebbe essere in futuro), la quale ha comunque spostato a sessant'anni l'età pensionabile, da domani, nel sistema contributivo, nessuno potrà usufruire dei requisiti di anzianità anagrafica (57, 58 o 59 anni), poiché le donne dovranno andare in pensione a partire dai 60 anni, e gli uomini da 65. È dunque già previsto uno spostamento in avanti dell'età pensionabile: è possibile, allora, che questi due elementi non siano in relazione? Se una delle ragioni dell'applicazione dei coefficienti di trasformazione è quella dell'allungamento della vita, di fatto, con il provvedimento Maroni - sono per tornare al vecchio sistema, ma voglio capire tecnicamente questa discussione - non ci troviamo più alla soglia dei 57 anni. In altri termini, abbiamo spostato in avanti l'età del pensionamento: 60 e non più 57. L'età di 65 anni rimane tale, ma il punto di equilibrio prima era fissato a 62 anni,


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mentre adesso si è verificato uno spostamento a 65 anni, almeno per gli uomini. Mi chiedo se questi due elementi siano mai stati presi in considerazione nel valutare la necessità e l'obbligatorietà dell'applicazione dei coefficienti di trasformazione: è una questione che neanche sui giornali viene mai affrontata e discussa. Domando al presidente dell'INPS se questa analisi sia stata condotta, perché credo che essa sarebbe utile ai fini della discussione che stiamo svolgendo.
Do quindi la parola ai colleghi non ancora intervenuti, nell'ordine delle iscrizioni a parlare.

LUCIANO CIOCCHETTI. Ringrazio il presidente dell'INPS per la sua relazione puntuale ed equilibrata. Vorrei porre solamente alcuni quesiti; mi scuso sin d'ora perché dovrò assentarmi subito dopo, a causa di concomitanti ed urgenti impegni parlamentari.
Vengo, dunque, al problema dell'età pensionabile: non voglio affrontare la questione dello scalone alla quale è stato già risposto, né chiedo alcuna valutazione politica; domando, invece, una valutazione tecnica su uno degli aspetti al nostro esame. Lei ha fornito alcune cifre in rapporto alle tabelle che, in qualche modo, si configurano con la situazione delle partite gestite dall'INPS; le chiedo, quindi, anche dal punto di vista del futuro attuariale del pagamento e dell'equilibrio del sistema, di farci capire meglio quale sviluppo ci sarà, anche in rapporto al percorso dell'età pensionabile.
L'altra questione che vorrei sottoporle è la seguente: parliamo sempre di lavori usuranti e lei, oggi, ha aggiunto giustamente anche i lavoratori precoci. Tuttavia, probabilmente, dal punto di vista tecnico bisognerà, una volta per tutte, definire quali siano i lavori usuranti; altrimenti, continueremo a parlarne in maniera assolutamente generica e senza mai definirne esattamente i termini. Dico questo perché nell'ordinamento, nelle norme attualmente esistenti, credo manchi la definizione di quali siano tali tipologie di lavoro e perché ritengo che su questo percorso anche la nostra Commissione possa dare delle indicazioni di merito.
La terza questione, che vorrei porre alla sua attenzione, credo sia drammatica. Probabilmente, la spesa pensionistica italiana è in linea con quella degli altri paesi europei; il problema, però, è che le nostre pensioni sono sicuramente più basse, come media, rispetto a quelle di quei paesi. Vi sono due questioni rilevanti in questo quadro: la perdita del potere d'acquisto delle pensioni e le difficoltà previdenziali del mondo giovanile. Questi sono due nodi centrali; se non li si affronta in maniera seria, contemporaneamente alla questione dell'equilibrio del sistema e dell'età pensionabile, credo che non riusciremo a dare una risposta adeguata. Abbiamo visto - e lei ha fornito alcuni dati in proposito - che la media delle pensioni erogate dall'INPS è assolutamente al di sotto della soglia della povertà: quindi, certamente, questo è un tema che deve essere affrontato. Ci si pone il problema di assicurare pensioni più alte, soprattutto quelle minime, che diano un po' di dignità in più; allo stesso tempo, dobbiamo cercare di dare risposte efficaci contro il possibile rischio di conflitto generazionale.
In questo quadro, riguardo al tema dei lavori cosiddetti flessibili, precari, crede lei che sia possibile - recuperando risorse con interventi di vario tipo -, individuare un percorso di contributi figurativi in grado di coprire alcuni anni di contribuzione, superando il problema della mancata copertura contributiva delle pensioni dei co.co.co., co.co.pro. e simili?
L'ultima questione riguarda la necessità di rafforzare la previdenza complementare, ovvero l'altra grande partita su cui il sistema può assicurarsi un futuro. Ritengo che, da questo punto di vista, il problema consista nell'eliminare la tassazione prevista: se non togliamo la tassazione dell'11 per cento sulla previdenza complementare - e ciò incide pochissimo sul bilancio statale - sarà realmente difficile trovare una soluzione, in un sistema che deve subire alcuni ritocchi, nonché una manutenzione. Dico questo non per tornare indietro, ma, semmai, per cercare di assicurare


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un equilibrio tra le generazioni, offrire maggiore dignità alle persone che sono in pensione con cifre troppo basse e, infine, garantire un futuro (anche attraverso meccanismi quali la previdenza complementare) a pensioni che, con il sistema contributivo, vedranno una riduzione media del 50 per cento rispetto all'ultimo stipendio percepito dal lavoratore.
Queste sono alcune questioni su cui chiedo soltanto riflessioni tecniche, non certamente politiche.

LUIGI BOBBA. Desidero riferirmi alla questione posta dalla presidente, in quanto ieri il ministro del lavoro, parlando ai gruppi de L'Ulivo, ha detto che va benissimo applicare la riforma Dini e, dunque, i coefficienti, ma che dobbiamo tenere presenti anche due cose: in primo luogo, l'andamento delle retribuzioni, perché questo prevedeva la riforma Dini; in secondo luogo, l'esigenza di mettere mano alle totalizzazioni, perché altrimenti a pagare il costo generale del cambiamento, come giustamente ha detto il presidente, non sarà chi andrà in pensione tra poco, ma chi lo farà nel corso dei prossimi anni. A questo punto, sarebbe possibile disporre di un dato più preciso sulle posizioni silenti, in termini di numeri assoluti e di quantità di contribuzione, rispetto alla totalità delle posizioni che l'Istituto gestisce?
Una seconda domanda: lei ha fornito dati puntuali sull'attività ispettiva (nonché indicazioni relative al successo della stessa), che ha consentito di conseguire - negli anni 2004 e 2005 -, un introito praticamente quasi doppio rispetto a quello conseguito fino al 2003. Per quale ragione, dunque, visti gli straordinari risultati raggiunti, non c'è stato un rafforzamento del numero degli ispettori e dunque dell'intensità e dell'efficacia dei controlli?

VALTER ZANETTA. Ho apprezzato l'equilibrio e la serietà della sua relazione e soprattutto il fatto di avere lasciato l'attualità al dibattito politico: lei ha fornito qualche precisazione sullo scalone, solo dal punto di vista tecnico, e la ringrazio per questo. Sempre per quel rispetto - da lei dimostrato in questa sede -, delle decisioni politiche, forse, potremmo anche rinvenire, nel suo intervento, qualche riflessione sul tema dei disincentivi, magari un poco edulcorata; anche per tale ragione, vorrei chiederle se possa aggiungere qualche considerazione su questo tema: le sarei particolarmente grato.
Lei ha poi trattato il tema dei parasubordinati. Il limite dei 13 mila euro è stato già oggetto di altre riflessioni: è chiaro che, se tale soglia potesse essere abbassata, andrebbe a favore di chi oggi, come lavoratore, si trova obiettivamente in grande difficoltà.
Inoltre, per quanto riguarda il tema della totalizzazione - lo hanno già detto altri colleghi e il presidente - credo sia stato un grande risultato l'aver raggiunto l'obiettivo della totalizzazione nel limite dei cinque anni. Dalla sua riflessione, tuttavia, emerge anche una grande massa di lavoratori, che sono chiaramente quelli più in difficoltà. Anche di questa sua riflessione noi faremo tesoro nel dibattito politico e quindi la ringrazio nuovamente perché oggi, nella difficoltà della discussione, lei ha svolto una relazione che ci ha soddisfatto molto.

DINO TIBALDI. Si sente molto parlare della perdita del potere d'acquisto delle pensioni che ci sarebbe stata a seguito della prima riforma, mi pare del 1992, responsabile di aver tolto l'aggancio delle pensioni alla dinamica salariale e di aver ridotto il meccanismo di incentivazione: al riguardo, vorrei sapere se esistano dati certi, già elaborati dall'INPS che quantifichino il fenomeno, in quanto ho sentito parlare di cifre che vanno dal 20 al 40 per cento di perdita del potere d'acquisto.

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Innanzitutto, mi fa molto piacere vedere che una Commissione si appassiona a certi temi, fonte, per me, di quotidiani mal di testa: d'altra parte, stiamo veramente parlando


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di quale sia la sostanza dello stato sociale di questo paese. Lei, presidente, chiedeva una serie di dati: prenderemo diligentemente nota di tutte le richieste che, non solo dal presidente, ma anche dai signori commissari sono pervenute, e cercheremo di fornire tutti gli elementi tecnici, le tabelle e i dati di confronto, di cui disponiamo.
Evitando di entrare nel tecnico, premetto che lei ha perfettamente ragione quando afferma che dobbiamo cominciare a guardare anche i generi, poiché le distinzioni che abbiamo tra uomini e donne (nel sistema previdenziale, ma anche nel mondo del lavoro), sono veramente impressionanti. Abbiamo elaborato dati che dimostrano come, mentre la retribuzione media, per esempio degli operai di terzo livello (operai generici qualificati), sia attorno ai 20 mila euro l'anno per le donne l'ammontare sia di 14 mila euro: c'è, dunque, una differenza abissale e assolutamente ingiustificabile. Questa differenza tra la retribuzione maschile e la retribuzione femminile è una cosa solo italiana che - dobbiamo dircelo - non ha giustificazione. O meglio, essa risale a questioni contrattualistiche che affondano nella notte dei tempi e che, evidentemente, anche il sindacato - devo dirlo senza polemica - non ha mai affrontato con decisione: se si arriva a 6 mila euro di differenza, evidentemente, c'è qualcosa che non funziona.
Dobbiamo tener conto di una altro dato, e cioè che le donne non usufruiscono quasi mai delle pensioni di anzianità: su cento pensionati di anzianità, novantanove sono uomini e uno è una donna. Questo avviene perché le donne hanno periodi di assenza, di intermittenza nel lavoro molto più alti degli uomini, ma rimane il fatto che il pensionamento di anzianità è una cosa tipicamente maschile: questa è un'altra ingiustizia, in quanto le donne vanno in pensione di vecchiaia.
Non ho parlato di una questione abbastanza esplosiva e spero di non suscitare la riprovazione del presidente se lo farò ora: in altri termini, credo che a questo discorso sia legato anche quello dell'età pensionabile delle donne. L'Italia è l'ultimo paese in Europa a prevedere, a regime - si applichi la Maroni o meno, non ha importanza da questo punto di vista - ...

PRESIDENTE. Se la Maroni non si applica, non esiste più per le future generazioni una fase transitoria come per le pensioni di anzianità...

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Esattamente, ma in questo momento a normativa vigente, la differenza di età anagrafica per il pensionamento, tra uomini e donne, è di cinque anni. Questo è il range più alto che esiste in Europa. Siamo di fronte a un paradosso, in quanto le donne, vivendo più a lungo, dovrebbero andare in pensione a 68 anni e gli uomini a 65, se volessimo parlare dal punto di vista della sostenibilità del sistema previdenziale. Questo paradosso viene giustificato in diversi modi, assolutamente comprensibili e condivisibili, quali il carico delle famiglie e altri fattori. Personalmente, metto la questione sul piano opposto e dico che, forse, non si tratta di un grande vantaggio per le donne, poiché limita loro le carriere. Ci lamentiamo spesso che ci sono poche donne nei posti dirigenziali e che fanno i quadri: questo è vero, però, con questo range è ben difficile che possano arrivare ad occupare le posizioni di vertice che spettano loro per capacità e impegno. Il fatto che le donne possano, a regime, con la normativa vigente andare in pensione cinque anni prima degli uomini, forse, non è per loro un grandissimo vantaggio, sul piano della carriera: ci sono fior di sociologi che la pensano come me. Forse tutti noi sbagliamo, certamente, stiamo parlando di alti livelli professionali.
La presidente poneva una questione molto delicata, a cui francamente mi trovo in imbarazzo a rispondere, cioè il nesso tra coefficiente di trasformazione e allungamento dell'età pensionabile: credo non ci sia un nesso così automatico, anche se mi riservo di verificarlo con i miei collaboratori


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e di fornirle una risposta, possibilmente tecnica. Obiettivamente, ha ragione lei: nessuno ne ha mai parlato ma, effettivamente se si alza di tre anni l'età pensionabile, dovrebbe esserci un nesso tra questo e il coefficiente di trasformazione. È un aspetto molto interessante, che sicuramente verificheremo.
L'onorevole Ciocchetti parlava del discorso dei lavori usuranti, di cui abbiamo già parlato. Siamo assolutamente d'accordo sul fatto che vadano definiti.

PRESIDENTE. Quelli particolarmente usuranti sono stati già definiti...

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Sono già stati definiti, però, quando si va alla trattativa per chiudere il discorso, inizia la battaglia del «più uno». Pertanto, una classificazione rigida, in un mercato del lavoro che cambia e che crea nuovi lavori e nuove professionalità, è un po' difficile. Oggi possiamo pensare che ci sono cento tipologie di lavoro usurante, ma domani ne potrebbe nascere una centounesima: occorre quindi un minimo di elasticità.
Sui lavoratori precoci abbiamo già detto tutto. Una cosa che non abbiamo detto e che va considerata è il fatto che abbiamo una demografia tra le peggiori del mondo: i tassi di invecchiamento della nostra popolazione sono tra i più ripidi, i peggiori. Invecchiamo di più rispetto alle altre popolazioni e facciamo pochi figli; il nostro tasso demografico è stato per anni il più basso del mondo; oggi siamo penultimi, perché la Spagna ci ha raggiunto e superato in questa poco invidiabile classifica. Resta il fatto che la nostra società, come tutta la società europea, è destinata inevitabilmente ad un invecchiamento da cui non si può prescindere, almeno fin quando i bambini si fanno in nove mesi. La demografia ha di bello che è una scienza più o meno esatta, perché parte da un dato di fatto, cioè quanto tempo ci vuole per fare un bambino. Abbiamo tassi demografici assolutamente negativi sul piano previdenziale e pensionistico, elemento questo che ci deve indurre alla cautela quando facciamo i conti sulle pensioni. Faccio notare che il rapporto attuale tra lavoratori attivi e pensionati è di 100 a 81 (100 lavoratori attivi per ogni 81 pensionati), rapporto che, nel giro di venticinque anni, è destinato a ribaltarsi (104 pensionati per ogni 100 lavoratori, citando a memoria): si tratta di un quadro demografico che prescinde dall'economia.
Noi abbiamo la grande possibilità di aumentare il tasso di occupazione: oggi siamo 20 punti sotto la media dei paesi europei più avanzati (Olanda, Svezia e Irlanda), ma è chiaro che aumentando i tassi di occupazione questo rapporto si altera. Tuttavia, a tassi di occupazione vigenti, in meno di vent'anni, ci saranno più pensionati che lavoratori attivi. Oltre a ciò, dobbiamo considerare che la piramide, che in questo momento si configura come ho detto, si presenterà rovesciata.
Inoltre, è da chiarire una questione che mi capita di affrontare quando parlo con i miei amici operai, i quali dicono «di affidarmi» il loro denaro per la pensione. In realtà, il lavoratore che oggi versa i contributi mensilmente, non sta pagando la sua propria pensione, ma quella di una persona che è andata in pensione prima di lui, nella ragionevole speranza che domani ci sia un altro che paghi la pensione per lui. Nel momento in cui questa piramide si riduce, e ci si trova di fronte a lavoratori che non hanno più il posto fisso, che quindi non hanno più una continuità contributiva standard, come quella a cui siamo abituati, è evidente che non solo ci sono meno persone che lavorano per più pensionati, ma è molto probabile che questo minor numero di persone - almeno gran parte di loro - abbia dei periodi di lavoro a intermittenza, a contribuzione ridotta, come quella dei co.co.pro., ancora ridotta di dieci punti rispetto a quella dei lavoratori subordinati. Quindi, il problema della sostenibilità del sistema è dato anche, e soprattutto, da questo impatto demografico. In ogni caso, anche scontando tutto quello che ho detto, il sistema è in equilibrio e, a normativa vigente, fino al 2050 e


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oltre, non ci dobbiamo preoccupare dei conti della previdenza: una volta si diceva che un sistema previdenziale era in equilibrio se garantiva trent'anni di pagamenti a normativa vigente. Oggi, i demografi, con l'allungamento della vita, tendono a portare a 40 o 50 anni questo punto di equilibrio, e noi rientriamo perfettamente nei limiti. A normativa vigente, come ho detto, il nostro sistema, da un punto di vista tecnico, è in equilibrio. Questo è un dato assodato. Il sistema, dunque, è già in grado di scontare anche questi impatti demografici negativi.
Della contribuzione figurativa di cui parlava l'onorevole Ciocchetti, dico che essa esiste già per alcune tipologie di lavoratori, quali ad esempio i lavoratori dell'amianto: tale tipo di contribuzione costa moltissimo. È evidente che significa regalare soldi, per accantonare una contribuzione previdenziale a chi i contributi non li ha versati, quindi si tratta di un provvedimento che va utilizzato con molta cautela. Già i conti dell'amianto hanno rischiato diverse volte di mettere in crisi il sistema. Sono d'accordo sul fatto che andrebbe rivisto il discorso della tassazione della previdenza complementare, ma questo è un discorso che lascio alla politica e ai conti del Ministero dell'economia.
Il senatore Bobba, come la presidente, ha parlato dei lavoratori silenti: sui silenti, disponiamo di alcuni dati, che abbiamo già fornito, in parte, al presidente, ma possiamo trasmettere nuovamente alla Commissione, anche in maniera più dettagliata. Eventualmente, siamo a disposizione per approfondire questo aspetto e renderlo noto ai signori commissari.
Quanto all'attività ispettiva, abbiamo sempre meno ispettori a causa del fatto che da noi c'è il blocco delle assunzioni. Aggiriamo tale fenomeno, come fa tutta la pubblica amministrazione coinvolta in questo problema, con le mobilità inter-enti, cioè le mobilità interne alla pubblica amministrazione. Tuttavia, non possiamo fare un concorso per assumere gli ispettori del lavoro. Ogni anno, quindi, qualche ispettore va in pensione...

ANTONINO LO PRESTI. Non è possibile formarli dall'interno?

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Sì, ma se si investe in formazione si creano aspettative nelle persone coinvolte e, prima o poi, qualcuno verrà a presentare il conto di queste aspettative: «mi avete fatto fare il corso per ispettore, adesso mi fate fare l'ispettore». L'ispettore ha un ruolo specifico, quindi, se non possiamo fare i concorsi (come per gli avvocati e i medici), perdiamo tutte le professionalità. Non è un problema solo nostro, ma anche dell'INAIL e dell'INPDAP. Abbiamo uno staff medico-legale estremamente qualificato, di cui sono riconosciute a livello scientifico la competenza e la qualità, che ogni anno perde pezzi in quanto non possiamo fare concorsi per assumere. O meglio, possiamo farli, ma non possiamo assumere i vincitori. Lo stesso dicasi per gli avvocati. Noi abbiamo il più grande contenzioso della pubblica amministrazione, generato, tra l'altro, da una serie di normative assurde e in parte contraddittorie (quali ad esempio quelle sull'invalidità civile), ma non possiamo assumere avvocati, di cui abbiamo un bisogno disperato, specialmente in alcune zone e per alcune criticità: sono convinto che se avessimo più medici legali, ispettori e avvocati faremmo risparmiare parecchi miliardi di euro ai contribuenti, perché potremmo essere più incisivi nelle analisi, nelle verifiche e nei controlli.
Proseguendo in questo modo, a normativa vigente, ben presto l'ultimo dipendente dell'INPS che andrà in pensione spegnerà la luce e chiuderà la porta: ormai il nostro livello medio di età dei dipendenti è altissimo (siamo oltre i 56-57 anni).
La nostra dirigenza, ad eccezione dei pochi dirigenti che sono qui con me e di qualcun altro che ieri è stato definito giovane, ma che ha la mia età...

ANTONINO LO PRESTI. A 54 anni si è forse vecchi...?

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale.


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No, ma non posso neppure dire che si è giovani dirigenti. Per me, un giovane dirigente ha 36 anni. Dire che sono giovane a 54 anni mi lusinga, ma capisce bene che questo è in realtà un problema enorme che rischia, se non si fa qualcosa, di diventare drammatico.
Quello che si è perfezionato nell'attività ispettiva è la capacità di mirare al possibile evasore: disponiamo di indicatori estremamente sofisticati che, più o meno, ci dicono quali sono le aree a rischio su cui concentrarci. Tuttavia, se noi dovessimo andare a fare le ispezioni a caso, sarebbe un disastro. Ormai, sappiamo, più o meno, dove andare a colpire, perché le aree di elusione e di evasione sono state con gli anni identificate: disponiamo, comunque, di indicatori abbastanza sensibili Il nostro dato nasce da indagini mirate. Se noi andassimo in giro a fare ispezioni dove capita e trovassimo un 78 per cento di evasione, sarebbe una situazione da suicidio: questo dato, lo ripeto, nasce da indagini mirate, fatte su settori dove noi possiamo andare a colpire.
L'onorevole Tibaldi ha affrontato il discorso del 2 per cento sulla perdita del potere d'acquisto delle pensioni. La rivalutazione, questo è vero, è stata del 2 per cento: quindi il potere d'acquisto dei pensionati viene aumentato in tale percentuale.

DINO TIBALDI. Del 2 per cento per quelli fino a tre volte il minimo?

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Certo.

PRESIDENTE. Esistono dei dati dal 1992 ad oggi?

GIAN PAOLO SASSI, Presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Sul potere d'acquisto delle pensioni? Non credo. Chiederò, comunque, ai miei giovanissimi dirigenti se abbiamo mai fatto questo conto, ma non mi pare.
Venendo al discorso dell'onorevole Zanetta sugli incentivi e disincentivi, ripeto che voglio stare lontano da qualunque risposta che possa minimamente far ipotizzare, da parte nostra, una interferenza con la politica. Così come lei lo chiede brutalmente, le do una risposta altrettanto brutale: non credo né negli incentivi, né nei disincentivi. Il bonus ha funzionato perché era estremamente appetibile, ma era il 33 per cento in più in busta paga. Io non credo agli incentivi, non è una mia affermazione: è la storia che ce lo dimostra. Gli operai di Mirafiori hanno perfettamente ragione, sotto questo punto di vista.

PRESIDENTE. Ringrazio il presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale per il prezioso contributo: accogliamo con favore la sua disponibilità a farci pervenire i dati e le ulteriori elaborazioni che possono esserci utili e che metterò a disposizione della Commissione.
Informo infine i commissari che, nelle prossime due settimane si terrà almeno un ufficio di presidenza della Commissione e che proseguiremo il ciclo di audizioni programmate.
Dichiaro quindi conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 10,15.

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