TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 583 di Mercoledì 8 febbraio 2012
MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE VOLTE A FAVORIRE LO SVILUPPO DELLE RETI A BANDA LARGA
La Camera,
premesso che:
la modernizzazione del settore e lo sviluppo delle reti di nuova generazione, in grado di fornire servizi d'accesso a banda larga fissa e mobile, rappresentano una priorità per le strategie di produttività, di crescita e di innovazione del Paese;
come riconosciuto recentemente dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e da numerosi studi scientifici, gli investimenti in banda larga hanno effetti considerevoli sulla crescita del reddito nazionale delle società avanzate, sia direttamente per l'attività di progettazione e impianto delle reti, che indirettamente, in virtù dell'aumento complessivo di produttività, del livello di innovazione e di base occupazionale delle attività economiche che utilizzano e beneficiano delle reti di nuova generazione per i loro processi produttivi;
una ricerca della Banca mondiale del 2009, confermata peraltro da altre analisi indipendenti, valuta come una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga possa generare un aumento di 1,21 punti percentuali di crescita del prodotto interno lordo pro capite nelle economie dei Paesi sviluppati;
secondo uno studio della Oxford Economics, un livello di investimenti in banda larga a livelli statunitensi consentirebbe all'Europa una crescita del prodotto interno lordo di circa il 5 per cento e del 7 per cento per l'Italia; sulla base delle stime del Progetto Italia digitale 2010 di Confindustria, l'attivazione delle reti di nuova generazione fisse e mobili può generare a regime risparmi di 40 miliardi di euro annui, grazie soprattutto alla possibile crescita dimensionale del telelavoro e della digitalizzazione degli adempimenti fiscali e amministrativi;
come evidenziato recentemente dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in una segnalazione al Governo, con la quale l'autorità suggerisce l'istituzione di un'agenda digitale per l'Italia sul modello di quella europea, i dati italiani «di alfabetizzazione informatica, di copertura di rete fissa e di sviluppo dei servizi on line, sia sotto il profilo di utilizzo da parte dei consumatori che delle imprese, sono nettamente al di sotto della media UE»; secondo dati Eurostat del 2011, infatti, gli utenti abituali di internet in Italia sono il 47,6 per cento contro una media europea del 65 per cento; la quota di famiglie con connessione a banda larga è il 49 per cento, contro la media dell'Unione europea del 61 per cento; le imprese che utilizzano il web per la vendita di beni e servizi sono il 4 per cento del totale, a cospetto di una media continentale del 13 per cento;
la penetrazione del servizio a banda larga in Italia – pari a fine 2010 a circa il 22 per cento della popolazione – è inferiore alla media dei membri dell'Unione europea (26,6 per cento) e al livello dei maggiori Paesi continentali (Francia e Germania, nei quali la penetrazione si attesta al 30 per cento circa); per quanto concerne la fibra ottica, nonostante gli investimenti intrapresi fin dagli anni Novanta, la copertura territoriale è pari al 10 per cento, con un numero di accessi attivi (300mila, pari appena allo 0,6 per cento della popolazione) sostanzialmente invariato negli ultimi 4 anni; intere aree del nostro Paese, per una popolazione pari a circa il 18 per cento del totale, sono soggette ad un significativo divario digitale, senza alcuna connessione a banda larga o dotate esclusivamente di connessioni a velocità inferiore a 2 megabit al secondo, compresi molti distretti industriali, con gravi asimmetrie anticompetitive per le aziende italiane rispetto ai concorrenti del nord Europa;
l'interessante sviluppo delle connessioni mobili (che porta la quota di italiani dotati di smartphone e chiavi usb al 48 per cento, contro una media europea del 39 per cento), la prospettiva di una maggiore diffusione delle reti mobili di quarta generazione – confermata dal buon esito della recente asta pubblica per le frequenze – e la costante integrazione tecnologica delle reti fisse e mobili necessitano di misure normative di semplificazione delle procedure amministrative e dei regimi di autorizzazione e concessione connessi agli investimenti delle imprese di telecomunicazioni;
secondo le stime più accreditate, gli investimenti necessari a dotare l'intera popolazione italiana delle reti di banda larga di ultima generazione assommano a circa 10-15 miliardi di euro; i vincoli di finanza pubblica e gli obiettivi pluriennali di riequilibrio fiscale rendono impraticabile il ricorso ai soli investimenti pubblici per il raggiungimento di questo risultato;
alla dotazione formale di 800 milioni di euro, prevista dall'articolo 1 della legge n. 69 del 2009, a carico del bilancio dello Stato e a valere sul fondo per le aree sottoutilizzate «per facilitare l'adeguamento delle reti di comunicazione elettronica pubbliche e private all'evoluzione tecnologica e alla fornitura dei servizi avanzati di informazione e di comunicazione del Paese», non si è accompagnata l'effettiva disponibilità delle risorse,
impegna il Governo:
ad intraprendere tutte le iniziative di carattere normativo per favorire, anche attraverso forme di incentivo fiscale, lo sviluppo delle reti fisse e mobili di nuova generazione, allo scopo di ampliare la copertura territoriale dei servizi d'accesso a banda larga, di ridurre il divario digitale tra le diverse aree del Paese, in via prioritaria nei distretti industriali, e di migliorare la competitività e la produttività del sistema economico nazionale;
a completare l'opera di semplificazione normativa e amministrativa per migliorare il quadro regolatorio, rendendo coerenti le disposizioni vigenti in materia, per incentivare gli investimenti e favorire, anche in questo settore, la piena concorrenza tra operatori di rete fissa e mobile.
(1-00828) «Della Vedova, Toto».
(26 gennaio 2011)
La Camera,
premesso che:
sia le istituzioni sovranazionali che i Governi nazionali riconoscono all'evoluzione delle infrastrutture di nuova generazione e al conseguente sviluppo dei servizi in rete un ruolo fondamentale per garantire una crescita inclusiva, sostenibile e duratura dei singoli Paesi;
sotto tale profilo, l'anno 2011 ha rappresentato uno snodo importante ed è stato caratterizzato dalla definizione degli ambiziosi obiettivi comunitari dell'agenda digitale europea (COM(2010)245) per il prossimo decennio, ma anche dagli indirizzi regolamentari per la realizzazione delle reti di accesso di nuova generazione e dal lancio delle prime offerte a 100 megabit al secondo anche in Italia;
in data 20 settembre 2010 la Commissione Europea ha, infatti, presentato un pacchetto di misure finalizzate al raggiungimento dell'obiettivo, nel quadro dell'agenda digitale europea, di fornire ai cittadini europei l'accesso alla banda larga (base per il 2013 e veloce per il 2020);
del sopra citato pacchetto sulla banda larga fa parte anche la raccomandazione relativa all'accesso regolamentato alle reti di accesso di nuova generazione (next generation networks-nga), C(2010)6223) che ha lo scopo di favorire lo sviluppo del mercato unico rafforzando la certezza del diritto e promuovendo gli investimenti, la concorrenza e l'innovazione sul mercato dei servizi a banda larga, in particolare nella transizione alle reti di accesso di nuova generazione (nga);
le reti di accesso di nuova generazione sono reti di accesso cablate costituite, in tutto o in parte, da elementi ottici e in grado di fornire servizi d'accesso a banda larga con caratteristiche più avanzate (quale una maggiore capacità di trasmissione) rispetto a quelli forniti tramite le reti in rame esistenti;
dette reti, definite anche come delle vere e proprie «autostrade informatiche» per veicolare il traffico dati a grande velocità, in sicurezza e senza strozzature, secondo quanto emerge dal secondo rapporto dell'Osservatorio I-com sulle reti di nuova generazione, potrebbero rappresentare non solo uno strumento di sviluppo e crescita dell'economia, ma anche e sopratutto una modalità di investimento per evitare il cosiddetto «sotto-sviluppo» dei Paesi;
non a caso, proprio sulle reti di nuova generazione, si sono indirizzati importanti investimenti sia di carattere pubblico, che privato nei principali Paesi del mondo e, in particolare, negli Stati Uniti, in Cina, in Corea, in India e in Australia;
anche i Paesi europei a più elevato tasso di digitalizzazione quali il Regno Unito, l'Olanda e le economie scandinave hanno recentemente investito sulle reti di accesso di nuova generazione, anche se in modo più limitato di altre realtà internazionali per via di una regolamentazione sugli aiuti di Stato che limita maggiormente l'investimento pubblico in tal senso;
ciononostante, numerosi studi di caratura nazionale e internazionale dimostrano come le reti di nuova generazione (fisse e mobili) possono promuovere la crescita almeno di un 1 punto di prodotto interno lordo ogni 10 per cento aggiuntivo di diffusione della banda larga e, al contempo, generare importanti risparmi che, a regime, per l'Italia corrisponderebbero a quasi 40 miliardi all'anno. Sul punto, si segnala come la Banca Mondiale stimi, infatti, in 1,21 per cento l'impatto per i Paesi ad alto reddito di prodotto interno lordo aggiuntivo per ogni 10 per cento di diffusione della banda larga (Qiang e Rosotto, «Economic impacts of broadband», in Information and Communication for Development 2009: Extending Reach and Increasing Impact, Word Bank). Con riferimento specifico all'Italia, inoltre, il Progetto Italia digitale 2010 di Confindustria quantifica i risparmi grazie al telelavoro (in 2 miliardi di euro), e-learning (in 1,4 miliardi di euro), e-government e impresa digitale (in 16 miliardi di euro), e-health (in 8,6 miliardi di euro), giustizia e sicurezza digitale (in 0,5 miliardi di euro), gestione energetica intelligente (in 9,5 miliardi di euro). Analoghe considerazioni sono contenute nel rapporto Oecd (2009) «Network developments in suppurt of innovation and user needs»-Directorate for science, technology and industry;
in data 12 gennaio 2012 l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha inviato una segnalazione al Governo («Un'agenda digitale per l'Italia»), nella quale si delinea un quadro di iniziative per lo sviluppo delle reti e dei servizi di nuova generazione;
nell'ambito della predetta segnalazione l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha, inoltre, rilevato che l'Europa si è dotata di un'agenda digitale che traguarda ambiziosi risultati entro il 2020 e spetta, quindi, agli Stati membri, mediante l'adozione di un'agenda digitale nazionale, di individuare e realizzare concretamente le tappe che permettano il raggiungimento degli obiettivi;
istituire un'agenda nazionale digitale in Italia appare quanto mai urgente anche per il fatto che nel nostro Paese i dati di alfabetizzazione informatica, di copertura di rete fissa e di sviluppo dei servizi on line, sia sotto il profilo di utilizzo da parte dei consumatori che delle imprese, sono nettamente al di sotto della media europea. Inoltre, ad avviso dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nel 2015, nel nord Europa il peso sul prodotto interno lordo dell'economia internet raddoppierà, mentre per l'Italia il peso dell'economia digitale rischia di rimanere modesto, qualora non si proceda rapidamente ad interventi che garantiscano una netta inversione di tendenza;
secondo quanto si apprende dalla stampa nazionale, il 17 gennaio 2012 il Presidente del Consiglio dei ministri, professor Mario Monti, ed una rappresentanza dal Governo hanno incontrato i governatori delle regioni meridionali e, fra i vari impegni assunti, è stato ribadito quello di colmare il divario digitale (digital divide) al Sud, estendendo la copertura della banda larga a tutto il territorio nazionale entro il 2013, visto che in Italia esistono ancora zone completamente prive di banda larga, dove internet viaggia alla velocità del telefono e la banda ultra larga in fibra ottica (ngn) rappresenta di fatto una chimera;
il giorno successivo a tale riunione, il 18 gennaio 2012, il presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, durante il corso di un'audizione presso la Camera dei deputati sulle prospettive in Italia delle reti di prossima generazione, ha evidenziato come nel nostro Paese la copertura territoriale risulta essere del solo 10 per cento, con poco più di 2,5 milioni di edifici passati in fibra e solo 300.000 accessi attivi, pari allo 0,6 per cento della popolazione. E, ancora, che gli attuali 300 utenti in fibra ottica rappresentano un dato che da circa quattro anni non varia;
durante tale audizione, il presidente Calabrò ha, inoltre, messo in luce come la recente esperienza di successo dell'asta per le frequenze di quarta generazione con più di quattro miliardi di euro di incasso «non sia altro che la cartina di tornasole del valore atteso dall'investimento nel radiospettro, mentre i progetti per la realizzazione della rete di accesso in fibra ottica languono». E, ancora, che il crescente sviluppo del mobile in Italia non riduce l'importanza della realizzazione di una rete in fibra, perché anche la rete mobile ha bisogno di collegamenti di rilegamento in fibra (backhauling) fra stazioni radio-base e centrali e sarà proprio la rete in fibra l'infrastruttura che permetterà di realizzare davvero la velocità di connessione che la trasmissione mobile di quarta generazione promette;
con la delibera n. 1/12/CONS, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha provveduto all'individuazione degli obblighi regolamentari per i servizi di accesso alle reti di nuova generazione con l'obiettivo, in linea con quanto espresso nella raccomandazione sulle reti di accesso di nuova generazione della Commissione europea del 20 settembre 2010: di incentivare gli operatori di ogni dimensione ad arricchire progressivamente le proprie dotazioni infrastrutturali; di riconoscere le differenze nelle condizioni concorrenziali esistenti tra le diverse aree geografiche del nostro Paese; di remunerare il rischio di investimento (risk premium); di promuovere le iniziative di coinvestimento e ripartizione del rischio imprenditoriale fra gli operatori; di valutare la possibilità di imporre obblighi di accesso simmetrici, cui eventualmente assoggettare tutti gli operatori che detengono il controllo di infrastrutture che possano costituire strozzature concorrenziali;
in base a tale delibera Telecom Italia dovrà pubblicare, entro i prossimi due mesi, la prima offerta di riferimento per tutti i servizi – attivi e passivi – di accesso all'ingrosso sulla rete di accesso di nuova generazione;
pur tuttavia, nonostante tale delibera, come per altro sottolineato in Commissione trasporti della camera dei deputati dallo stesso Presidente Calabrò, abbia costituito il frutto di un intenso lavoro teso a collocare l'Italia nel novero dei Paesi che hanno disciplinato concretamente la fornitura dei servizi all'ingrosso per le reti in fibra, alcuni organi di stampa nazionale hanno definito tale delibera come «ambigua» e, conseguentemente, non idonea a garantire il risultato atteso: ovvero quello di permettere a tutti gli operatori di offrire alla clientela i servizi innovativi consentiti dalle reti a banda ultra larga nel pieno rispetto dei principi sanciti a livello nazionale ed europeo sulla concorrenza;
si legge, infatti, in un articolo apparso sul Corriere delle Sera del 20 gennaio 2012 dal titolo «Impegno di Monti per la banda larga ma il regolamento Agcom non aiuta»: «il dossier digitale si presenta molto aggrovigliato. Basti pensare che la stessa Agcom, giorni fa, aveva varato un regolamento ambiguo sui servizi di accesso alle stesse Ngn: mentre infatti chiedeva a Telecom di garantire ai concorrenti il distacco (unbudling), a loro favore, del doppino telefonico dell'ultimo miglio, usava la formula ’ove tecnicamente possibile’, che può essere la fine dello stesso unbundling, e quindi della concorrenza. Si lascia a Telecom la scelta delle tecnologie, che guarda caso potrebbero essere proprio quelle che non garantiscono l'unbudling. Se ne occuperà l'Antitrust»;
alla luce di quanto precede, si ritiene auspicabile che le competenti autorità ivi richiamate chiariscano in modo definitivo la portata delle criticità sollevate dalla stampa nazionale sul punto;
in data 19 ottobre 2011, la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte destinate a favorire il completamento delle reti transeuropee di trasporto, energia e telecomunicazioni che si collocano nell'ambito delle azioni previste nel prossimo quadro finanziario 2014-2020, attraverso il nuovo «Meccanismo per collegare l'Europa» (Connecting Europe facility) con cui l'Unione europea intende promuovere il finanziamento di determinate infrastrutture prioritarie che rispettino i criteri di sviluppo sostenibile definiti dalla strategia Europa 2020;
a tale meccanismo è strettamente collegata una proposta di regolamento sugli orientamenti per le reti transeuropee di telecomunicazioni (COM(2011)657) che prevede 9,2 miliardi di euro per sostenere gli investimenti in reti a banda larga veloci e ultraveloci e in servizi digitali paneuropei. Tale proposta è finalizzata, in particolare, a raggiungere entro il 2020 gli obiettivi dell'agenda digitale europea (COM(2010)245) che prevedono la copertura universale a 30 megabit o il collegamento di almeno il 50 per cento dei nuclei familiari europei a velocità di connessione superiori a 100 megabit. E, infatti, all'articolo 2 prevede come obiettivi: a) la crescita economica e lo sviluppo del mercato unico; b) il miglioramento della vita quotidiana dei cittadini, delle imprese e delle amministrazioni mediante l'interconnessione e l'interoperabilità delle reti nazionali di telecomunicazioni e l'accesso a queste ultime; c) la diffusione di reti a banda larga veloci e superveloci; d) lo sviluppo sostenibile delle infrastrutture di servizi digitali transeuropei, la loro interoperabilità e coordinamento, nonché il funzionamento, la manutenzione e l'ammodernamento; e) la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e la protezione dell'ambiente;
a livello nazionale, in materia di realizzazione degli obiettivi indicati dalla citata agenda digitale europea, il Parlamento è intervenuto recentemente attraverso l'approvazione dell'articolo 30 del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, con il quale si prevede che, al fine del raggiungimento degli obiettivi concernenti il diritto di accesso a internet per tutti i cittadini «ad una velocità di connessione superiore a 30 Mb/s» (e almeno per il 50 per cento «al di sopra di 100 Mb/s»), il Ministero dello sviluppo economico predispone un apposito progetto strategico, nel quale vengono individuati interventi per la realizzazione di infrastrutture di telecomunicazione a banda larga e ultralarga, anche mediante la valorizzazione di infrastrutture già esistenti;
dopo l'approvazione del citato articolo 30 del decreto legge n. 98 del 2011, ha fatto seguito la pubblicazione, da parte del Ministero dello sviluppo economico, tramite Infratel Italia, del quarto bando di gara per la progettazione esecutiva e la realizzazione di infrastrutture costituite da impianti in fibra ottica per una rete a banda larga (Gazzetta Ufficiale del 29 dicembre 2011). La gara riguarda le regioni Sicilia, Basilicata, Campania, Molise, Lazio, Marche, Toscana, Sardegna e Veneto. L'importo complessivo dei lavori supera i 69 milioni di euro e si inserisce nel quarto intervento attuativo, che prevede un investimento di oltre 95 milioni di euro per l'abilitazione all'offerta dei servizi a larga banda, mediante la costruzione di circa 2000 chilometri di rete in fibra ottica in oltre 400 aree comunali e subcomunali, in prevalenza in zone ad alta intensità rurale e distretti produttivi, per un totale di oltre 358.000 cittadini;
come si evince della lettura del secondo rapporto dell'Osservatorio I-com sulle reti di nuova generazione, molti Governi hanno implementato strategie volte alla diminuzione degli ingenti costi di costruzione delle infrastrutture e a fornire, conseguentemente, incentivi sufficienti ad attrarre l'investimento privato in zone di mercato altrimenti escluse. Solitamente tali interventi sono successivi a un preliminare processo di stima della domanda potenziale e possono avere scala nazionale o, più frequentemente, essere associati a politiche regionali settoriali, indirizzate a specifiche aree geografiche, in cui il costo di fornitura privata del servizio richiesto è troppo elevato per il livello di domanda identificata;
in Europa, la predisposizione di interventi finalizzati al finanziamento delle infrastrutture deve essere effettuata nel rispetto del vincolo della disciplina degli aiuti di Stato. In particolare, è necessario che l'intervento pubblico sia conforme agli orientamenti espressi dalla Commissione europea in materia di aiuti di Stato a sostegno dell'investimento in reti a banda larga nella comunicazione del 30 settembre 2009, che precisa, con riguardo alle reti di accesso di nuova generazione, la distinzione fra «aree bianche», «aree grigie» ed «aree nere». Per «aree nere nga» si intendono quelle aree ove nessun aiuto di Stato diretto a soggetti economici è ammissibile perché potrebbe produrre una distorsione del mercato, in quanto si tratterebbe di aree in cui sono già presenti reti di accesso di nuova generazione, o verranno sviluppate nei prossimi cinque anni. Sono ritenute invece «aree bianche nga» le aree temporaneamente sprovviste di reti di questo tipo e nelle quali è improbabile che, in un futuro prossimo (5 anni), investitori privati provvederanno a svilupparle e renderle pienamente operative. In analogia a quanto previsto in generale, si ha anche il caso intermedio di aree grigie di reti di accesso di nuova generazione;
tra i meccanismi di investimento implementati a livello europeo e internazionale, uno dei metodi per canalizzare l'intervento pubblico in modo efficiente consiste:
a) nel progettare forme di partenariato, dal momento che esse permettono di controllare più facilmente i flussi di investimento pubblico e, al contempo, di valersi dell'esperienza e della professionalità del settore privato. Un famoso modello di partenariato pubblico-privato è quello adottato per il progetto Amsterdam Citynet, anche se il modello si è recentemente evoluto discostandosi dall'assetto iniziale, con la drastica riduzione della componente pubblica, in seguito al trasferimento di parte della proprietà alle società private KPN e Reggefiber;
b) nell'avviare prestiti di lungo periodo per gli operatori e programmi nazionali di finanziamento. I programmi di finanziamento vengono adottati per sostenere gli investimenti degli operatori e per agevolare la diffusione della banda larga attraverso incentivi all'entrata sul mercato. Nella maggior parte dei casi, i finanziamenti sono diretti a sovvenzionare soggetti privati, come nel caso dei programmi di finanziamento statunitensi «Rural Broadband Access Loan» e «Guarantees Program», nei quali il Governo si impegnava a concedere garanzie e prestiti agli operatori a tassi agevolati;
c) nel riconoscimento di incentivi fiscali. Tale tipologia di intervento serve a promuovere gli investimenti in ricerca e sviluppo, in modo tale che gli operatori che investono sia in nuove reti che, in alcuni casi, in nuovi contenuti abbiano incentivi sufficienti a creare ulteriore innovazione. In tale tipologia di intervento rientrano diverse agevolazioni fiscali, che variano a seconda della legislazione del Paese prescelto, e che comprendono il credito di imposta (Usa) e i sussidi elargiti agli operatori di business (Canada). Gli incentivi fiscali sono particolarmente diffusi in Danimarca e negli Stati Uniti, dove sono stati introdotti per agevolare gli investimenti dei nuovi operatori (Usa), e per sussidiare indirettamente i dipendenti di quelle imprese che adottano sistemi di gestione dei dati supportati dalle reti di prossima generazione (Danimarca);
d) nell'adottare strategie di abbattimento dei costi amministrativi legati ai processi di creazione dell'infrastruttura e ad agevolare gli investimenti in nuovi rami di business;
e) nell'adottare politiche di condivisione delle infrastrutture. La ratio di tali politiche è legata al fatto che i costi delle opere civili costituiscono di gran lunga la componente dominante dei costi di realizzazione delle reti di prossima generazione in fibra ottica. In particolare, il Giappone ha recentemente utilizzato le reti elettriche esistenti per lo sviluppo della fibra ottica, arrivando a risparmiare il 23 per cento dei costi di implementazione. La Francia, invece, ha deciso di condividere la fibra nelle aree urbane, a Parigi in particolare, aprendo il suo sistema di fognatura ai concorrenti, evitando in tal modo gran parte dei costi di ingegneria civile. Nel mese di agosto del 2008, il legislatore francese ha poi approvato una legge che impone ai costruttori dei nuovi edifici di distribuire la fibra di tutto l'edificio e di renderla disponibile a tutti gli operatori concorrenti su base non discriminatoria;
f) nell'adottare iniziative per assicurare un utilizzo efficiente dello spettro-radio. Lo sviluppo del mercato della banda larga dipenderà in misura consistente dallo sviluppo di reti di tipo wireless, come ha recentemente ribadito la Commissione europea nella comunicazione sul futuro della banda larga in Europa del 20 settembre 2010;
g) nell'implementare il cosiddetto mapping territoriale. Un altro tipo di intervento che, ad oggi, è relativamente poco diffuso è la mappatura delle zone scoperte, ossia quel procedimento di identificazione delle aree territoriali effettivamente escluse dall'accesso a servizi a banda larga mediante un catasto delle infrastrutture;
al riguardo, le analisi condotte dall'Osservatorio I-com sulle reti di nuova generazione hanno evidenziato come non tutte le tipologie di politiche pubbliche a sostegno della diffusione della banda larga e delle reti di nuova generazione sembrano esercitare un effetto positivo sulla diffusione delle linee a banda larga;
infatti, mentre l'implementazione di forme di partenariato pubblico-privato (sia con proprietà pubblica che privata della rete) risulta avere un effetto positivo e statisticamente significativo sul grado di penetrazione della banda larga sul territorio nazionale, così come la realizzazione di programmi di finanziamento e prestiti di lungo periodo per gli operatori, altre politiche quali la mappatura del territorio o il riconoscimento di incentivi fiscali sembrano esercitare un effetto debole, statisticamente non significativo;
in ogni caso, si ritiene che la questione del finanziamento e degli investimenti in banda larga e reti di nuova generazione appaia troppo importante dal punto di vista economico e sociale per essere lasciata solo nelle mani degli investitori privati, la cui disponibilità all'investimento in tempi rapidi potrebbe essere limitata dagli elevati costi di realizzazione delle nuove reti e, soprattutto, dall'incertezza circa la capacità di ottenere adeguati ritorni dall'investimento;
sotto tale profilo, si rileva inoltre, come già segnalato nelle premesse precedenti, che dal punto di vista squisitamente sociale l'Italia presenta un numero di «analfabeti digitali» (definito come numero di cittadini che non hanno mai utilizzato internet) fra i più alti d'Europa. La media europea è pari al 20 per cento. In Italia, secondo Eurostat, la percentuale è del 40 per cento. L'analfabetismo digitale è un fenomeno preoccupante che frena la crescita economica e la diffusione della cultura delle informazioni, pregiudicando in modo irreversibile il futuro delle prossime generazioni;
secondo quanto si apprende dalla stampa nazionale, nell'ambito del decreto-legge di prossima pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale sulle semplificazioni e sullo sviluppo varato dal Consiglio dei ministri il 27 gennaio 2012 (cosiddetto decreto semplifica Italia), sarebbero contenute disposizioni volte, da un lato, ad istituire un'agenda digitale italiana tesa a perseguire gli obiettivi dell'agenda digitale europea e, dall'altro, ad avviare un'apposita cabina di regia di coordinamento,
impegna il Governo:
a porre in essere ogni atto di competenza volto a garantire che l'istituenda «agenzia digitale per l'Italia» diventi al più presto uno strumento concretamente capace di perseguire con efficienza ed efficacia gli ambiziosi obiettivi sanciti a livello comunitario dall'agenda digitale europea;
a perseguire con tenacia l'obiettivo annunciato con il cosiddetto decreto semplifica Italia di promuovere la diffusione delle reti di banda larga ed ultra larga e di semplificare le procedure amministrative e gli adempimenti burocratici, con il fine di agevolare il percorso di aziende e cittadini nella produzione e nella fruizione dei contenuti digitali;
a porre in essere ogni iniziativa di competenza tesa a rafforzare la normativa di settore in tema di accesso alle infrastrutture civili in corso di realizzazione ai fini della posa di tubazioni utili alla realizzazione di reti in fibra ottica, per diminuire i costi di scavo e realizzare un'opportuna forma di condivisione dei lavori da parte dei differenti fornitori di servizi a rete (elettricità, gas, acqua);
ad adottare iniziative volte ad incentivare misure di cooperazione per reti wireless mediante promozione di accordi di roaming nazionale per aumentare la copertura del territorio;
ad adottare iniziative volte ad aumentare l'utilizzo e la diffusione delle aree wi-fi nei luoghi pubblici;
a porre in esser ogni atto di competenza volto ad assicurare un utilizzo efficiente dello spettro-radio in ossequio a quando disposto dai principi comunitari sul punto, al fine di garantire la massima valorizzazione delle risorse frequenziali attraverso la liberazione di nuove risorse per lo sviluppo delle reti wireless di ultima generazione;
ad incentivare la circolazione dei contenuti digitali, implementando nuove forme di uso sociale della tecnologia nel mercato del lavoro, affinché la pubblica amministrazione investa in progetti per sviluppare adeguate forme di telelavoro da accompagnare all'innalzamento dell'età pensionabile;
a porre in essere ogni atto di competenza, anche presso le competenti sedi europee, al fine di garantire la più efficace implementazione nell'utilizzo delle risorse europee già stanziate o in fase di programmazione per favorire gli investimenti in reti a banda larga veloci e ultraveloci;
ad adottare le più opportune iniziative, avendo riguardo alle richiamate esperienze maturate nel contesto europeo e internazionale, tese a favorire gli investimenti pubblici e privati nelle reti di nuova generazione;
a valutare con particolare attenzione l'analisi di impatto che la Commissione europea ha formulato per il raggiungimento degli obiettivi dell'agenda digitale e della strategia Europa 2020 nel campo delle telecomunicazione, dove l'opzione più indicata è quella del «finanziamento combinato» che prevede il ricorso sia a sovvenzioni sia a strumenti finanziari (come la partecipazione al capitale di fondi di investimento, il contributo finanziario alla fornitura e all'allocazione di capitali destinati al finanziamento di prestiti e/o garanzie e altri strumenti di condivisione dei rischi – comprese le obbligazioni, ma non limitati ad esse – prestiti, garanzie, controgaranzie, capitale di rischio e altri);
ad adottare, nel quadro dello sviluppo delle reti a banda larga e alla luce delle segnalazioni del presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ogni iniziativa volta a promuovere l'utilizzo della rete, specificatamente da parte delle giovani generazioni ma anche degli anziani, e a promuovere l'utilizzo della moneta elettronica e dell’e-commerce, nell'ottica di una complessiva modernizzazione del Paese.
(1-00834)
«Monai, Donadi, Borghesi, Evangelisti, Barbato, Cimadoro, Di Pietro, Di Giuseppe, Di Stanislao, Favia, Aniello Formisano, Messina, Mura, Leoluca Orlando, Paladini, Palagiano, Palomba, Piffari, Porcino, Rota, Zazzera».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
la possibilità di accesso ad internet è uno tra i servizi di natura «universale» da erogarsi all'intera collettività nazionale, alla stregua di tutti gli altri servizi considerati indispensabili, come, ad esempio, la distribuzione dell'acqua e il sistema fognario depurativo, nonché l'erogazione dell'energia elettrica e del gas. La crescita economica e sociale del Paese dipende anche dallo sviluppo della banda larga, basata su nuove infrastrutture, come le reti di nuova generazione in fibra ottica;
nel nostro Paese, in particolare nel Mezzogiorno d'Italia, ci sono intere comunità prive della possibilità di connettersi ad internet, strumento indispensabile per poter fruire dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione e di quelli a carattere commerciale;
l'Italia è 48esima nella classifica del World economic forum, che misura la capacità di incrementare la competitività tramite l’Ict (Information communication technology). La penetrazione della banda larga su rete fissa nelle famiglie è attualmente al 49 per cento, rispetto al 67 per cento della Francia e al 75 per cento della Germania. La rete in fibra ottica italiana è la più estesa d'Europa, con 2 milioni di case raggiunte, ma lo sviluppo si è praticamente arrestato;
secondo i dati Ocse, il tasso di alfabetizzazione informatica è fermo al 18 per cento, contro il 27 per cento del Regno Unito e il 32 per cento della Germania, mentre la penetrazione dei personal computer nelle famiglie è del 56 per cento, contro una media europea del 68 per cento. Solo il 17 per cento degli italiani usa il web per interagire con la pubblica amministrazione contro il 32 per cento della media dell'Unione europea;
la sola sanità digitale consentirebbe risparmi per quasi 2 miliardi di euro;
si calcola che se le imprese aumentassero solo dell'1 per cento il loro fatturato, attraverso le vendite on line, le esportazioni italiane aumenterebbero dell'8 per cento;
per le infrastrutture fisse si attendono le scelte dei singoli operatori e l'evoluzione di vari progetti. Il mobile broadband ha fatto segnare, invece, i tassi di sviluppo più vistosi, tanto è vero che in due anni gli utilizzatori sono cresciuti del 90 per cento, con un incremento del traffico per utente superiore al 30 per cento;
sia per il fisso che per il mobile, vi sono delle proposte, da parte di associazioni di categoria, che suggeriscono iniziative per favorire la realizzazione delle infrastrutture, che vanno dalle semplificazioni a una revisione della normativa sui limiti di emissione dei campi elettromagnetici, giudicata da osservatori imparziali troppo restrittiva rispetto al resto di Europa. Il broadband for all è ostacolato dal carattere frammentario dei piani regionali del 2004, che non prevedono i collegamenti tra le dorsali Nord-Sud e le penetrazioni nelle zone poco abitate,
impegna il Governo:
a prendere in considerazione la possibilità di esentare le imprese impegnate nel settore dello sviluppo delle reti fisse e mobili a banda larga dalla tassazione irap ed ires;
a proseguire quanto fatto dal precedente Governo per l'armonizzazione e la semplificazione normativa e amministrativa nel settore dello sviluppo delle reti a banda larga;
a sviluppare le reti fisse e mobili di nuova generazione in tutto il territorio nazionale, affinché il servizio di accesso alla banda larga si estenda nei territori che attualmente ne sono privi, situati in particolare nel Mezzogiorno d'Italia;
ad assumere iniziative per assicurare la funzionalità, il buono stato e il potenziamento delle reti esistenti, in vista anche di una futura possibile separazione tra rete e gestione.
(1-00835)
«Misiti, Terranova, Fallica, Grimaldi, Iapicca, Miccichè, Pugliese, Soglia, Stagno D'Alcontres, Mario Pepe (Misto-R-A)».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
la strategia Europa 2020 ha definito ambiziosi obiettivi di diffusione della banda larga e ultralarga, quali vettori per il rilancio dell'innovazione e dell'economia, tramite la cooperazione di tutti gli attori di mercato. In questo senso, occorre incentivare gli investimenti in reti in fibra ottica e non premiare la rendita delle vecchie reti in rame;
è innegabile che realizzare un'infrastruttura strategica come la banda larga e ultralarga sia una risorsa che si intreccia con lo sviluppo del territorio e che diventa improrogabile in una fase recessiva, come quella vissuta dall'Italia a causa della gravissima crisi economica;
nel corso della XVI legislatura la IX Commissione trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera dei deputati ha svolto un'accurata e approfondita indagine conoscitiva sull'assetto e le prospettive delle nuove reti del sistema delle comunicazioni e il documento conclusivo approvato il 2 dicembre 2008 ha chiesto con forza di concentrare le risorse per lo sviluppo della banda larga, che deve essere individuata come infrastruttura di base al fine di sostenere la competitività, l'innovazione e la crescita;
in tale contesto lo sviluppo della banda larga e ultralarga omogeneo su tutto il territorio nazionale è basilare anche per azzerare il gap tra le diverse aree del Paese e, in particolare, nelle aree svantaggiate, contribuendo in questo modo a sostenere le piccole e medie imprese, favorendo, altresì, sviluppi occupazionali e il miglioramento dei servizi;
i distretti industriali in una fase di crisi economica sono esposti all'aumento dei costi e ad una competitività internazionale molto aggressiva; grazie allo sviluppo della banda larga e ultralarga avrebbero la possibilità di innovarsi e accettare la sfida della competitività, anche attraverso processi di innovazione;
ancora oggi si stima che a un numero tra i 7 e i 10 milioni di italiani sia negato l'accesso alla banda larga e in questo modo ad intere aree del tessuto produttivo del nostro Paese è preclusa la possibilità di accedere alla banda larga; ciò impedisce la possibilità per quelle aree di essere competitive e limita ogni possibilità di iniziativa finalizzata alla crescita e allo sviluppo dell'Italia;
la banda larga è uno strumento essenziale che consente la possibilità di accedere oggi ai processi di indispensabili ambiti di conoscenza basilari nella nostra epoca per lo sviluppo produttivo e commerciale e per l'accesso ai mercati e all'internazionalizzazione delle nostre imprese, con particolare riguardo a quelle ubicate nel Mezzogiorno e nelle Isole;
lo sviluppo delle reti di nuova generazione non può che diventare una delle principali priorità del Governo, fornendo alle imprese e ai cittadini la possibilità di usufruire di un'adeguata ed efficiente struttura di rete in banda larga;
per il Governo è improrogabile impegnare adeguate risorse economiche che devono vedere una continuità di erogazione per non compromettere il perseguimento dell'obiettivo di garantire un accesso equo alla banda larga a tutti i cittadini e alle imprese entro il 2013,
impegna il Governo:
ad adottare iniziative affinché il finanziamento, a partire dalla velocizzazione dell'utilizzo degli 800 milioni di euro derivanti dal decreto-legge n. 78 del 2009, per la realizzazione delle infrastrutture strategiche relative alla banda larga e ultralarga sia efficace, continuativo e pluriennale;
a garantire che entro il 2013, in coerenza con l'agenda digitale europea, la banda larga copra l'intero territorio nazionale, dando la possibilità a cittadini e imprese di accedere ad un'infrastruttura strategica basilare per il sostegno alla competitività;
ad accelerare la realizzazione in tempi certi di reti di banda larga e ultralarga nelle regioni meridionali e insulari, essendo queste le aree svantaggiate che scontano un evidente e maggiore deficit, rispetto ad altre aree del Paese, di infrastrutture di telecomunicazioni efficienti ed efficaci;
ad assumere le iniziative di competenza per assicurare il pieno rispetto delle indicazioni fornite dalla Commissione europea, al fine di favorire un equo accesso, in termini di costi, alla banda larga e ultralarga, rafforzando la concorrenza nei servizi e fornendo agli attori di mercato impegnati nella costruzione delle reti in fibra ottica una corretta linea di investimento.
(1-00836)
«Moffa, Calearo Ciman, Catone, Cesario, D'Anna, Grassano, Gianni, Guzzanti, Lehner, Marmo, Milo, Mottola, Orsini, Pionati, Pisacane, Polidori, Razzi, Romano, Ruvolo, Scilipoti, Siliquini, Soglia, Stasi, Taddei».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
l'agenda digitale europea è parte essenziale della strategia Europa 2020 che la Commissione europea ha definito e messo in campo per rilanciare una crescita economica inclusiva e promuovere un'economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale;
l'obiettivo dell'agenda digitale è quello di promuovere un'economia digitale basata sullo sviluppo e sull'utilizzo dei servizi in rete come leva per aumentare la produttività delle nostre economie, ridurre i costi delle amministrazioni pubbliche e, allo stesso tempo, aumentare la qualità della vita per i cittadini e per le imprese, migliorare il funzionamento delle istituzioni, renderle più trasparenti e avvicinarle ai cittadini; tali obiettivi rivestono una particolare importanza per l'Italia, dove i tassi di crescita sono più bassi che altrove e il malfunzionamento dei servizi pubblici e gli alti tassi di corruzione scoraggiano gli investimenti esteri; di conseguenza, il perseguimento degli obiettivi dell'agenda digitale richiede la massima determinazione e sinergia tra i diversi livelli istituzionali, oltre che tra settore pubblico e privato;
peraltro, la condizione indispensabile per lo sviluppo dell'economia digitale è l'accessibilità delle reti di nuova generazione da parte di cittadini ed imprese e tale problema si presenta con particolare gravità in Italia dove – come dimostrano tutte le rilevazioni di organismi nazionali e internazionali – esiste già con riferimento alla diffusione della banda larga (connessione a 2 megabit al secondo) e si sta progressivamente allargando un divario digitale che allontana il nostro Paese dagli altri Paesi europei, minando gravemente la competitività e, al tempo stesso, accentuando il dualismo tra le diverse aree del Paese;
al fine di porre le condizioni per lo sviluppo dell'economia digitale l'Unione europea, con riferimento allo sviluppo della rete di nuova generazione e alla diffusione della connettività, ha posto obiettivi precisi e, almeno per l'Italia, molto ambiziosi e cioè che, entro il 2020, non meno del 50 per cento delle famiglie abbiano un collegamento ad internet superveloce (oltre 100 megabit al secondo) e tutti i cittadini abbiano una connessione a internet veloce a 30 megabit al secondo;
il conseguimento di tali obiettivi richiede, secondo stime attendibili, investimenti per importi tra i 10 e il 14 miliardi di euro;
la scarsità delle risorse pubbliche sarà per l'Italia un dato strutturale per l'intero decennio e, tuttavia, questo elemento non può implicare per il nostro Paese la rinuncia a perseguire gli obiettivi dell'agenda digitale poiché l'Italia sarebbe, in tal caso, condannata al declino della sua economia;
tuttavia, come emerso anche dalla consultazione pubblica promossa dal Ministero dello sviluppo economico sulla strategia dell'agenda digitale, il mercato non sarà in grado da solo di conseguire i predetti obiettivi di connessione a internet veloce e ultraveloce nei tempi previsti dall'agenda stessa;
da tutto ciò discende che è indispensabile definire e attivare con la massima urgenza una strategia capace di ottimizzare l'utilizzo delle risorse pubbliche disponibili, in particolare quelle derivanti dai fondi strutturali europei e nazionali, concentrandole nelle aree nelle quali gli investimenti privati non potrebbero avere, senza il concorso di un contributo finanziario pubblico, il necessario ritorno economico-finanziario e realizzare, attraverso un'attenta regia, ogni possibile sinergia tra investimenti pubblici e privati da orientare in funzione degli obiettivi strategici del Paese,
impegna il Governo:
a definire la mappa degli obiettivi di connettività secondo le indicazioni dell'agenda digitale;
a promuovere il coordinamento e l'interoperabilità di tutti gli interventi realizzati o in corso di realizzazione da parte di regioni ed enti locali per lo sviluppo di reti internet veloci;
ad identificare, di conseguenza, le aree nelle quali gli investimenti pubblici finanziati da risorse europee e nazionali dovranno concorrere con capitali finanziari privati ad assicurare la realizzazione della rete, a quantificare le risorse a tal fine disponibili e a definire un piano di interventi con un preciso timing operativo coerente con gli obiettivi dell'agenda digitale;
ad assumere iniziative per prevedere che i contributi pubblici a fondo perduto previsti nel predetto piano siano assegnati con procedure di evidenza pubblica ad imprese che offrano le maggiori garanzie di realizzazione della rete di nuova generazione;
a promuovere le iniziative opportune volte a realizzare la partnership tra i diversi operatori di telecomunicazioni con lo scopo di ottimizzare gli investimenti privati, dotando il territorio nazionale di un backbone per le reti di nuova generazione che assicuri accessibilità, concorrenza tra operatori e valorizzazione delle reti esistenti;
ad assumere iniziative normative per la semplificazione delle procedure autorizzative relative alla realizzazione delle reti di nuova generazione, prevedendo anche, ove necessario, l'attivazione di poteri sostitutivi dello Stato in considerazione del carattere strategico e di impegno europeo di tali interventi.
(1-00837)
«Lanzillotta, Fabbri, Mosella, Pisicchio, Tabacci, Vernetti, Brugger».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
il processo di digitalizzazione del nostro Paese è ancora troppo lento: dai servizi postali all'educazione, dalla sanità al fisco ed altro, esiste un netto divario con i Paesi più avanzati d'Europa. I dati di alfabetizzazione informatica, di copertura di rete fissa e di sviluppo dei servizi on line, sia sotto il profilo di utilizzo da parte dei consumatori che delle imprese, sono nettamente al di sotto della media europea. Potrebbe fare eccezione solo la diffusione della banda larga mobile, che dovrebbe svilupparsi in seguito alla recente assegnazione alle compagnie telefoniche delle frequenze per la tecnologia sviluppo della LTE;
anche il commercio elettronico nel nostro Paese è poco sviluppato. L'Italia è agli ultimi posti in Europa per la diffusione dell’e-banking, le piccole e medie imprese italiane non utilizzano internet per l’e-commerce o per la fatturazione elettronica. Pochissimi cittadini completano transazioni elettroniche con la pubblica amministrazione. Il peso di internet nel prodotto interno lordo italiano è ancora attorno al 2,5 per cento in confronto, ad esempio, al 7 per cento dell'economia inglese;
in tale contesto il 2 gennaio 2012 è stata avviata la quarta fase del piano nazionale per la banda larga. Il Ministero dello sviluppo economico, per il proseguimento della realizzazione e dell'attuazione del piano nazionale per la banda larga, ha bandito, tramite la propria società in house Infratel Italia, il quarto bando di gara per la progettazione esecutiva e la realizzazione di infrastrutture costituite da impianti in fibra ottica per una rete a banda larga. Il bando, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 29 dicembre 2011, riguarda le regioni Sicilia, Basilicata, Campania, Molise, Lazio, Marche, Toscana, Sardegna e Veneto e il piano sarà realizzato entro il 2015;
l'importo complessivo dei lavori supera i 69 milioni di euro e si inserisce nel quarto intervento attuativo che prevede un investimento di oltre 95 milioni di euro(iva inclusa) per l'abilitazione all'offerta dei servizi a larga banda, mediante la costruzione di circa 2000 chilometri di rete in fibra ottica in oltre 400 aree comunali e subcomunali, in prevalenza in zone ad alta intensità rurale e distretti produttivi, per un totale di oltre 358.000 cittadini;
in occasione del varo del decreto-legge sulle liberalizzazioni, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in una lettera indirizzata all'Esecutivo, ha auspicato l'istituzione dell'agenda digitale per l'Italia definendola documento programmatico e operativo che, attraverso precise politiche e adeguati strumenti, deve indicare una road map per raggiungere gli obiettivi dell'agenda digitale comunitaria;
l'Autorità per le garanzia nelle comunicazioni ha sottolineato che «nessun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese». Anche perché l'Italia è molto indietro rispetto agli obiettivi dell'agenda digitale europea. Inoltre, investendo in banda larga, il prodotto interno lordo pro capite potrebbe crescere di 3-4 punti percentuali;
il 27 gennaio 2012 il Governo ha previsto, nel decreto-legge «Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo», l'istituzione dell'agenda digitale per l'Italia, definendo una road map per raggiungere gli obiettivi posti dall'agenda digitale comunitaria dell'agosto 2010 (COM(2010)245 final/2). A tal fine è prevista l'istituzione di una cabina di regia per l'attuazione dell'agenda digitale, con il compito di coordinare l'azione dei vari attori istituzionali coinvolti (Governo, regioni, enti locali, authority);
quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di «divario digitale» e più di 3000 centri abitati soffrono un «deficit infrastrutturale» che rende più complessa la vita dei cittadini. Con la realizzazione della banda larga e ultra larga si intendono abbattere tali limiti ed allineare il Paese agli standard europei,
impegna il Governo:
ad attuare, nell'ambito della nuova politica di diffusione della banda larga e di digitalizzazione del Paese:
a) la circolazione dei contenuti digitali e un ambiente più concorrenziale per i media nell'accesso alle risorse;
b) la realizzazione delle reti fisse di nuova generazione (fibra ottica), con norme che regolino il mercato e ne agevolino l'introduzione nelle pubbliche amministrazioni;
c) una politica per lo spettro radio e per la liberazione di nuove risorse frequenziali e per lo sviluppo delle reti wireless a banda larga;
a promuovere, sempre nell'ambito del processo di digitalizzazione e modernizzazione del Paese, ogni iniziativa volta a favorire l'utilizzo delle reti da parte delle giovani generazioni e da parte della pubblica amministrazione – anche nei rapporti tra questa e i cittadini – nonché lo sviluppo dell’e-commerce, anche attraverso la diffusione della moneta elettronica.
(1-00838)
«Lo Monte, Commercio, Lombardo, Oliveri, Brugger».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
l'evoluzione tecnologica determina gli sviluppi economici e sociali: il XIX secolo è stato caratterizzato dalle macchine a vapore, il XX secolo dall'elettricità, il XXI secolo è il secolo digitale. L'affermarsi della digital & networks economics rende improcrastinabili le trasformazioni radicali dei modelli di sviluppo dove cultura, conoscenza e spirito innovativo sono i volani che proiettano nel futuro: a livello globale la «internet economy» supera i 10.000 miliardi di dollari (presentazione National strategy for trusted identities in cyberspace – Nstic);
nel predisporre il piano delle liberalizzazioni il Governo deve tener conto che, in questi anni, il principale settore che ha generato valore nelle economie avanzate è l'economia di internet. Per la prima volta nella storia economica mondiale la prima azienda per capitalizzazione è un'azienda che ha, come principale fattore di produzione, la conoscenza. I campi d'azione sono molteplici: dai sistemi di pagamento ai servizi postali, dall'educazione ai lavori pubblici, dalla sanità al fisco;
porre il Paese nelle condizioni di sviluppare appieno le potenzialità di internet e delle nuove tecnologie vuol dire: a) creare centinaia di migliaia di posti di lavoro, ad alto valore aggiunto; consentire allo straordinario patrimonio rappresentato dalle piccole e medie imprese italiane di essere più competitive e generare nuova ricchezza; b) migliorare la trasparenza, semplificare e rendere efficiente la pubblica amministrazione con nuovi servizi ai cittadini; c) recuperare per il nostro Paese il ruolo storico come esempio di imprenditorialità e leadership nella produzione di ricerca, sapere e innovazione; d) generare un tessuto economico e sociale capace di valorizzare il talento, il merito, la competenza e il coraggio con maggiore equità nelle opportunità e nei diritti; e) non solo garantire a tutti i cittadini l'accesso alla rete, ma anche porre «realmente» gli individui nelle condizioni di sfruttare appieno il potenziale espressivo, formativo, creativo e lavorativo fornito dalle nuove tecnologie, individuando anche forme efficaci di tutela della persona;
in Italia, le conseguenze del mancato intervento si riflettono, sia per i cittadini che per le aziende, sugli indici di digitalizzazione, che si attestano su posizioni di retrovia: i dati di alfabetizzazione informatica, di copertura di rete fissa e di sviluppo dei servizi on line, sia sotto il profilo di utilizzo da parte dei consumatori che delle imprese, sono nettamente al di sotto della media europea. Non a caso il peso di internet nel prodotto interno lordo italiano è ancora al 2,5 per cento contro, ad esempio, il 7 per cento dell'economia inglese. Questo dato da solo spiega forse meglio di tutti il differenziale di crescita fra l'economia italiana e le economie occidentali che mantengono una prospettiva di sviluppo;
i principali Paesi europei si sono da tempo dotati di piani strategici di sviluppo delle reti di nuova generazione (ngn) in linea con gli obiettivi dell'agenda digitale europea che Neelie Kroes, il Commissario per la società dell'informazione e i media della Commissione europea, considera elemento base della sostenibilità socioeconomica. Tali piani mirano a creare condizioni favorevoli allo sviluppo degli investimenti privati, favorendo la collaborazione tra i vari operatori e tra questi e le amministrazioni pubbliche;
il Governo britannico ha sviluppato il «Digital Britain» per un settore che già oggi vale il 7,2 per cento del prodotto interno lordo, più della quota riservata alla spesa sanitaria;
il Governo tedesco ha un redatto il progetto «Digital Deutschland 2015», nel quale, tra le altre cose, si stima che la banda ultra larga genererà 1 milione di nuovi posti di lavoro in Europa;
il Governo francese ha assegnato allo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ict) 4,5 miliardi di euro, 500 milioni di euro in più di quanto raccomandato dal rapporto strategico «Investir pour l'avenir»;
il Governo spagnolo si è dato come obiettivo di investire in innovazione il 4 per cento del prodotto interno lordo entro il 2015 ed arrivare a 150 brevetti annui per milione di abitanti;
nel nostro Paese le risorse pubbliche destinate al superamento del digital divide sono esigue e certamente insufficienti a fronte di un fabbisogno stimato pari a 20 miliardi di euro per passare dall'attuale penetrazione della banda larga dall'attuale 17 per cento al 23 per cento della media europea;
l'assenza di un obbligo di fornitura del servizio universale, da parte delle compagnie di telecomunicazione, ha creato un ulteriore discrimine tra i cittadini e imprese che hanno accesso alla banda larga di prima generazione e coloro che ne sono esclusi ha aumentato il già ampio divario con l'Europa, dove sono già disponibili reti a 50 megabit al secondo presto ampliate da quelle di nuova generazione fino a 100 megabit al secondo;
i finanziamenti pubblici devono essere destinati, nell'ambito delle aree sottoutilizzate, ai bacini territoriali caratterizzati da importanti insediamenti demografici ed industriali, come le aree nelle quali si collocano distretti industriali, in quanto maggiormente sollecitati nell'agone competitivo globale. In tali aree, l'assenza di un'adeguata capacità di banda costituisce un grave svantaggio competitivo che potrebbe essere colmato sviluppando una domanda di servizi innovativi che poggiano le basi sulle reti di nuova generazione a banda «ultra larga», anche per contrastare l'erosione della propria competitività attraverso innovazioni di processo;
su un universo di circa un milione di piccole e medie imprese, circa 300 mila sono dislocate in aree che necessitano di banda ultra larga, di queste, 100 mila si trovano in aree con la più elevata priorità, in quanto corrispondenti a zone ad alta densità di aziende. Sviluppare moderne infrastrutture di nuova generazione, con un'alta capacità di trasmissione nelle suddette aree, è tale da consentire l'interconnessione di tutte le 100 mila aziende in aree con una maggiore priorità mediante un'infrastruttura di rete di nuova generazione a banda ultra larga;
i distretti sono dislocati su tutto il territorio nazionale e concentrati principalmente nei centri e nelle province di media e piccola dimensione e nelle aree poste in prossimità dei grandi centri urbani. In particolare, le aree sono Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Campania, Puglia e Sicilia;
l'attuale situazione del mercato italiano vede la presenza di Telecom Italia come operatore incumbent, dominante in tutti i segmenti della catena del valore, proprietario dell'unica infrastruttura di accesso in rame necessaria a tutti gli operatori alternativi per offrire i propri servizi. In Italia, a differenza di altri Paesi europei, non esistono infrastrutture alternative, come, ad esempio, le reti via cavo, ad eccezione di Fastweb, che potrebbero consentire una competizione più efficace nella fornitura dei servizi ai clienti;
la delibera n. 731/09/CONS, in cui l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni aveva formulato alcune previsioni rivolte alle reti di nuova generazione ed alle infrastrutture atte ad ospitarle, riprende quanto previsto dagli impegni di Telecom Italia quali l'obbligo di fornire accesso alle infrastrutture civili ed alla fibra spenta (delibera 718/08/CONS) che sono stati ampiamente disattesi;
in tema di liberalizzazioni, quella sancita dalla Corte costituzionale trentacinque anni fa nel settore televisivo, ha reso possibile l'avvio dello sviluppo dell'emittenza privata consentendo alle piccole e medie imprese del Paese di accedere ai media per la promozione delle loro attività. La capacità delle televisioni locali di operare anche come aziende di telecomunicazione, oltre che editoriali, ha portato alla migliore ottimizzazione possibile nell'utilizzazione dello spettro radioelettrico dedicato alle trasmissioni televisive, consentendo lo sviluppo di una rete di aziende produttrici di apparati di trasmissione che, pur partendo da approcci spesso artigianali, costituiscono ancora oggi un comparto fra i primi cinque al mondo;
oggi come allora gli operatori di rete in ambito locale, partendo dalla migliore utilizzazione delle frequenze televisive a loro assegnate, potrebbero costituire un'importante risorsa per le centinaia di migliaia di piccole e medie imprese che, per la loro competitività, sono bisognose di accesso alla banda larga;
la recente gara per i servizi mobili di quarta generazione (4G) ha generato un introito di circa 4 miliardi di euro per le casse dello Stato. Tale incasso, principalmente dovuto alla messa a disposizione di frequenze pregiate (la cosiddetta banda Uhf) precedentemente destinate ad uso televisivo, sarà inevitabilmente destinato a salire nel caso di nuove aste, considerata la crescita esponenziale del mercato radiomobile trainato dall'introduzione degli smartphone e dai tablet, e visto il costante trend di crescita a livello mondiale del valore delle frequenze nell'ultimo decennio. Data l'imprescindibile necessità di broadband, il wireless broadband costituisce un'opportunità irrinunciabile per il Paese che, se negli anni Novanta poteva vantare una penetrazione dei servizi mobili di seconda generazione assai maggiore rispetto agli Stati Uniti, con l'avvento dei servizi mobili di terza generazione è stata ampiamente superata sia come penetrazione del servizio che come tasso di crescita. Il wireless broadband è, inoltre, di fondamentale importanza in quanto consente di fornire l'accesso ai servizi broadband, sia alle aziende che agli utenti consumer, in tempi molto più brevi rispetto alle rete fissa;
il Parlamento ha impegnato il Governo ad annullare il bando di gara per l'assegnazione dei diritto d'uso di frequenze in banda televisiva ed il conseguente disciplinare di gara, il cosiddetto beauty contest, che avrebbe aumentato, a titolo gratuito, la già rilevante dotazione di frequenze dei soggetti già operanti nel mercato televisivo. L'impetuosa crescita del wireless broadband impone la liberazione di un ulteriore spettro elettromagnetico insieme a quello del beauty contest da destinarsi ai servizi mobili di quarta generazione;
proprio in questi giorni si sta svolgendo a Ginevra il World radiocommunication conference 2012 che fisserà l'agenda per la liberazione di ulteriori canali in banda Uhf (dal canale 50 al canale 60), oltre a quelli già messi a disposizione (dal canale 61 al canale 69), e di altre bande di frequenza da destinarsi al wireless broadband entro il 2015. Tali risorse dovranno essere oggetto di una nuova asta, da realizzarsi nel prossimo triennio, che dovrà essere orientata alla neutralità tecnologica, così come previsto dalla direttiva europea, in modo da riscuotere interessi anche di nuovi soggetti oltre a quelli già scontati degli operatori di telecomunicazioni mobili;
vista l'impossibilità del mercato italiano di remunerare gli investimenti necessari per la realizzazione di più reti a banda ultra larga, la via sostenibile per la realizzazione di una rete a banda larga ultra veloce, dunque, è l'identificazione di una Netco, come indicato nel memorandum of understanding firmato dagli operatori con il Ministero dello sviluppo economico nel novembre 2010, per la realizzazione di un'infrastruttura passiva, neutrale, aperta ed economica, che porti la rete in fibra al 50 per cento della popolazione italiana;
a seguito della comunicazione adottata il 20 settembre 2010 dalla Commissione europea, che presenta 16 azioni concrete intese a raddoppiare entro il 2015 la quota del commercio elettronico nelle vendite al dettaglio e quella dell'economia di internet nel prodotto interno lordo europeo, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha proposto una serie di interventi legislativi illustrati al Parlamento il 18 gennaio 2012. l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni chiede misure di semplificazione degli adempimenti burocratici e amministrativi nonché iniziative diverse dagli investimenti pubblici per facilitare la creazione di un ecosistema digitale e fluidificare il percorso di aziende e cittadini nella produzione e fruizione dei contenuti digitali. Tra i principali interventi puntuali da adottare: a) promozione delle reti di telecomunicazione di nuova generazione attraverso la semplificazione delle procedure amministrative con abolizione delle autorizzazioni, concessioni e di tutti gli altri atti amministrativi non indispensabili; b) condivisione dei lavori di scavo da parte di differenti fornitori di servizi a rete (elettricità, gas, acqua e altro); c) incentivi alla circolazione dei contenuti digitali per favorire un ambiente più concorrenziale nell'accesso alle risorse per i media; d) promozione delle transazioni on line attraverso norme pro digitalizzazione improntate alla riduzione dei costi e degli adempimenti, oltre che alla facilità di accesso ai contenuti digitali, che sono un diritto per il cittadino; e) lo sviluppo della moneta elettronica e dell’e-commerce attraverso la diffusione delle tecnologie near field communication per i pagamenti in mobilità; f) la possibilità di notifica degli atti giudiziari e delle infrazioni al codice della strada a mezzo di posta elettronica certificata; g) la nullità delle clausole contrattuali in accordi di distribuzione che vietino la vendita diretta su canale on line; h) l'alfabetizzazione digitale, utilizzando il canale scolastico e quello dei media; i) l'uso sociale della tecnologia nel mercato del lavoro e per una sanità digitale. Interventi che dovrebbero essere completati dall'adozione di una politica dello spettro radio coerente con i principi comunitari in cui siano valorizzate le risorse frequenziali, liberando più risorse per la larga banda;
è urgente e necessario prevedere un piano di migrazione completa dall'attuale rete in rame al fine di garantire una sostenibilità del progetto ed evitare l'aumento dei prezzi ai clienti finali;
le regole sui servizi di accesso delle reti di nuova generazione, che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni doveva definire, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo sono state un'occasione persa per creare le condizioni di sviluppo del mercato italiano della fibra ottica;
è necessario realizzare una rete aperta, senza sovrapposizioni, che preveda una suddivisione dei costi tra gli operatori. La presenza di un altro operatore in alcune aree non renderebbe il mercato concorrenziale, ma porterebbe ad uno sviluppo a diverse velocità della rete di nuova generazione con un aggravio di prezzi per i consumatori;
la rete è un patrimonio che va mantenuto ed implementato e l'organizzazione dei lavori non può prescindere dal coinvolgimento sistematico e strutturato degli stakeholder per garantire l'apporto delle intelligenze operative multidisciplinari necessarie e garantire il volume degli investimenti necessari a migliorare il servizio e la qualità dei contenuti;
le tecnologie digitali non sono solo un importante mezzo di comunicazione interpersonale sul quale focalizzarsi per evidenziare gli usi distorti che ne possono conseguire, ma sono anche una grande occasione, estesa ad ogni settore dell'economia e della società, per favorire profonde trasformazioni mediante la digitalizzazione;
è compito precipuo dei media, in particolare del servizio pubblico, impegnarsi in una equilibrata opera divulgativa nei confronti delle tecnologie digitali, orientando aziende e cittadini verso un loro corretto utilizzo. Solo attraverso una corretta informazione si potrà beneficiare al massimo delle grandi possibilità offerte dal mutare del contesto tecnologico,
impegna il Governo:
ad attuare un piano di infrastrutturazione tecnologica in fibra ottica per massimizzare la penetrazione dei servizi broadband per restare allineati alle principali economie, assicurando la competitività delle aziende, la continuità operativa dei servizi essenziali e l'offerta di servizi sempre più evoluti;
a perseguire l'obiettivo della creazione di un'infrastruttura di telecomunicazione capace di fronteggiare le sfide dell'innovazione idonea a permettere sempre più elevate prestazioni, vale a dire far fronte alle crescenti esigenze di nuovi e più evoluti servizi nel settore dell'informatica e delle telecomunicazioni;
a sviluppare una strategia che si dimostri adeguata a permettere ai cittadini ed alle imprese collocate in tali aree (circa 300 mila, di cui 100 mila in aree a più elevata priorità) di sviluppare rapidamente una domanda di accesso a servizi innovativi, per contrastare l'erosione della propria competitività attraverso innovazioni di processo;
a prevedere interventi per opere di modernizzazione delle infrastrutture di telecomunicazione strategiche per la crescita economica, civile e culturale con la realizzazione di una rete in fibra ottica che possa essere efficacemente strutturata negli anni, in funzione anche di significativi cambiamenti della pianificazione, delle esigenze e dell'effettiva disponibilità delle risorse;
a riservare un adeguato ruolo agli operatori di rete in ambito locale valorizzando la cospicua esperienza acquisita quali aziende di telecomunicazione in ambito televisivo e consentendo di estendere la loro capacità di impresa sul territorio, a beneficio di centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, alla fornitura – in neutralità tecnologica – dei nuovi servizi in banda larga nell'ambito delle frequenze a loro assegnate;
ad incentivare la ricerca e le applicazioni alternative come, ad esempio, la power line communication (plc) per le aree rurali o le nuove tecnologie fotoniche studiate, tra gli altri, dal Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa per quanto riguarda le reti di trasmissione dati ultra veloci via cavo e via etere;
a ritenere prioritaria, in relazione al complesso di interventi volti a sostenere il rilancio dell'economia del Paese, la finalità di assicurare, attraverso il piano di sviluppo delle nuove reti, un'alta capacità di trasmissione alle principali città ed ai distretti industriali che ancora scontano un forte divario di connettività;
a promuovere la realizzazione di one network, un'unica infrastruttura di rete a banda larga, aperta, efficiente, neutrale, economica e già pronta per evoluzioni future, garantendo il rispetto delle regole di libero mercato e concorrenza nella fornitura di accesso e servizi agli utenti finali privati ed imprese con un'unica rete all'ingrosso e concorrenza al dettaglio;
a promuovere ed incentivare una tempestiva migrazione dalla rete in rame a quella in fibra ottica alla cui realizzazione dovranno partecipare e contribuire tutti gli operatori;
a dotare con urgenza l'Italia di un'organica agenda digitale che preveda interventi nell'ambito delle infrastrutture tecnologiche, dei servizi finali e infrastrutturali, includendo i necessari standard per l’e-business e per i beni digitali (o «neobeni puri», secondo la definizione del Cnel) e di una più organica regolamentazione;
a promuovere ogni iniziativa volta alla massima diffusione dell'utilizzo delle tecnologie digitali e alla sperimentazione dei relativi vantaggi, anche con riferimento alla disciplina dei rapporti tra pubblica amministrazione e cittadini;
a prevedere la neutralità tecnologica per tutti gli operatori di rete, anche quelli televisivi, al fine di ottimizzare l'utilizzo dello spettro elettromagnetico oltre che renderlo remunerativo per lo Stato.
(1-00839)
«Dozzo, Caparini, Crosio, Pini, Montagnoli, Fedriga, Fogliato, Lussana, Desiderati, Buonanno, Di Vizia, Torazzi, Allasia, Maggioni, Dal Lago».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
lo sviluppo e la diffusione delle reti a banda larga costituiscono una priorità strategica per lo sviluppo e la crescita economica e l'eliminazione del divario digitale, indispensabile, tra l'altro, per ridurre il divario delle aree sottoutilizzate;
in Europa l'agenda digitale è una delle sette iniziative portanti della strategia Europa 2020 e mira a stabilire il ruolo chiave delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, fissando precisi obiettivi in materia di disponibilità di infrastrutture di comunicazione ad alta velocità sul territorio;
l'Italia appare in ritardo dal punto di vista infrastrutturale rispetto agli obiettivi fissati dall'agenda digitale europea. Le connessioni in adsl coprono solo il 61 per cento del territorio, come risulta dal rapporto Censis, mentre le connessioni in fibra ottica ad altissima velocità coprono solo parzialmente le grandi città;
nella relazione annuale al Parlamento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dell'estate 2011 si rileva, infatti, che «la percentuale di abitazioni connesse alla banda larga (fisso e mobile) è inferiore al 50 per cento, a fronte di una media europea del 61 per cento», «la percentuale di abitazioni connesse alla banda larga (fisso e mobile) è inferiore al 50 per cento», inoltre «esiste ancora un 4 per cento di digital divide da colmare, cui si aggiunge circa il 18 per cento della popolazione servita da adsl sotto i 2 mbit al secondo». Tutto questo, secondo il presidente Calabrò, «potrebbe anche precludere all'Italia la possibilità di estendere il servizio universale alla banda larga»;
la relazione evidenzia che, a fronte della grande diffusione della telefonia mobile, con oltre una sim e mezza per abitante e con 12 milioni di italiani che navigano dal telefonino nel 2011, «nella rete fissa, invece, la situazione è più stagnante, sebbene oltre 5 milioni di linee siano attive in unbundling e nonostante il miglioramento della qualità della rete. La penetrazione del 22 per cento della banda larga fissa migliora il dato del 20,6 per cento dello scorso anno ma rimane indietro rispetto alla media europea del 26,6 per cento». Insomma, «il modello della connessione dal computer fisso ancora non si afferma: non ci si abbona alla banda larga anche quando è disponibile e spesso anche con tariffe promozionali convenienti», anche perché «il fondamentale gap digitale dell'Italia è innanzitutto culturale e di alfabetizzazione informatica»;
secondo i dati della Commissione europea, a fronte di una percentuale di servizi pubblici di base interamente disponibili on line, che in Italia raggiunge il 100 per cento – saldamente davanti alla Germania (90,9 per cento), Francia (83,3 per cento) e Unione europea a 27 (80,9 per cento) – le abitazioni in Italia con un accesso a internet sono solo il 62 per cento, contro l'83 per cento della Germania, il 76 per cento della Francia, l'85 per cento della Gran Bretagna, l'84 per cento della Finlandia e il 91 per cento della Svezia. In pratica, quattro famiglie su dieci in Italia non hanno fisicamente la possibilità di collegarsi al web tramite rete fissa ed il 39 per cento della popolazione tra i 16 e i 74 anni non si è mai collegata alla rete né fissa né mobile, mentre solo un inglese su dieci non ha mai sperimentato una pagina web in qualunque sua forma;
il problema dello sviluppo della rete in un mercato liberalizzato richiede un quadro regolatorio chiaro e semplice che assicuri gli investimenti per lo sviluppo del servizio universale con un coinvolgimento degli operatori, a seconda delle diverse posizioni nel mercato, e con investimenti pubblici che possano assicurare lo sviluppo della rete nel mercato concorrenziale;
in particolare, con riferimento allo sviluppo delle reti in fibra ottica o new generation network (ngn) a banda ultra larga si stima congruo un investimento tra i 10 e i 15 miliardi di euro e, secondo recenti studi riportati in un articolo del Sole 24 Ore, ogni miliardo di investimenti in banda larga potrebbe generare un incremento in termini di prodotto interno lordo fino a 1,5 miliardi di euro;
come riconosciuto recentemente dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e da numerosi studi scientifici, gli investimenti in banda larga hanno effetti considerevoli sulla crescita del reddito nazionale delle società avanzate, sia direttamente per l'attività di progettazione e impianto delle reti, che indirettamente, in virtù dell'aumento complessivo di produttività, del livello di innovazione e di base occupazionale delle attività economiche che utilizzano e beneficiano delle reti di nuova generazione per i loro processi produttivi;
una ricerca della Banca mondiale del 2009, confermata, peraltro, da altre analisi indipendenti, valuta come una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga possa generare un aumento di 1,21 punti percentuali di crescita del prodotto interno lordo pro capite nelle economie dei Paesi sviluppati;
secondo uno studio della Oxford Economics, un livello di investimenti in banda larga a livelli statunitensi consentirebbe all'Europa una crescita del prodotto interno lordo di circa il 5 per cento e del 7 per cento per l'Italia; sulla base delle stime del Progetto Italia digitale 2010 di Confindustria, l'attivazione delle reti di nuova generazione fisse e mobili può generare a regime risparmi di 40 miliardi di euro annui, grazie, soprattutto, alla possibile crescita dimensionale del telelavoro e della digitalizzazione degli adempimenti fiscali e amministrativi,
impegna il Governo:
a rendere disponibili le risorse già stanziate per la banda larga nelle regioni sottoutilizzate del Paese, al fine di assicurarne la copertura anche nelle aree meno remunerative;
a rivedere il quadro programmatico strategico degli investimenti nel settore delle reti di comunicazione a larga banda, al fine di assicurare il conseguimento da parte dell'Italia degli obiettivi fissati nell'agenda digitale europea.
(1-00840)
«Galletti, Rao, Mereu, Compagnon, Bonciani, Ciccanti, Naro Volontè».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
l'implementazione del settore delle comunicazioni elettroniche, attraverso lo sviluppo delle reti di nuova generazione (ngn), rappresenta un volano di crescita economica da considerarsi ormai prioritario anche per il nostro Paese;
come ha affermato il presidente della Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nel corso della sua audizione presso la Commissione trasporti della Camera dei deputati, il 18 gennaio 2012, le reti di nuova generazione, fisse e mobili, possono promuovere la crescita almeno di un punto di prodotto interno lordo per ogni incremento di dieci punti percentuali di diffusione della banda larga e, al contempo, generare importanti risparmi, valutati in quasi 40 miliardi di euro all'anno a regime per l'Italia;
la realizzazione delle nuove reti comporta, tuttavia, investimenti di notevole entità, che solo in parte possono essere sostenuti dalle imprese, e necessitano di un forte impegno di risorse pubbliche;
mentre in Europa i vincoli imposti dalle normative comunitarie limitano le possibilità di ricorso ad investimenti pubblici, in molti Paesi extraeuropei sono stati già avviati, o sono comunque in corso di realizzazione, vasti programmi di investimenti, sia pubblici che privati: 19 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 100 miliardi di dollari in Cina, 50 miliardi di dollari in Giappone, 40 miliardi di dollari in Corea, 30 miliardi di dollari in Australia;
l'Italia sconta ancora forti ritardi nel percorso verso la più ampia e diffusa fruizione della rete internet, con 13,3 milioni di accessi a banda larga fissa, pari a circa il 22 per cento della popolazione, contro una media europea del 26 per cento, e con una copertura territoriale di reti in fibra ottica pari al 10 per cento, con poco più di 2,5 milioni di edifici passati in fibra e solo 300.000 accessi attivi, pari allo 0,6 per cento della popolazione;
in questa prospettiva, si è proceduto nel 2011 alla gara per le frequenze destinate agli operatori di telefonia per lo sviluppo della sviluppo della long term evolution (lte), gara che si è conclusa nel settembre 2011 con un incasso per l'erario di oltre 3,9 miliardi di euro;
il citato ritardo, tuttavia, non può essere compensato dall'ampio sviluppo degli accessi ad internet attraverso gli strumenti – quali smartphone e chiavette usb – che utilizzano linee di telefonia mobile, in quanto le prestazioni garantite da questi collegamenti non sono comparabili a quelle assicurate dalla reti fisse;
infatti, la stessa rete mobile necessita di un adeguato supporto da parte della infrastruttura in fibra ottica, il cui sviluppo appare quindi un passaggio ineludibile per consentire al nostro Paese di accedere alla rete di trasmissione mobile di quarta generazione (lte);
gli obiettivi verso i quali occorre attivarsi in direzione dello sviluppo delle reti di nuova generazione, peraltro, sono indicate nell'agenda digitale europea, che prevede il 100 per cento di copertura della popolazione entro il 2013, il 100 per cento di copertura con un collegamento di velocità superiore a 30 megabit al secondo al 2020, almeno il 50 per cento degli abbonamenti a velocità superiore a 100 megabit al secondo al 2020;
in questo quadro, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con la recente segnalazione inviata il 12 gennaio 2012 al Parlamento e al Governo, ha proposto l'istituzione di un'agenda digitale per l'Italia, documento programmatico e operativo che, attraverso adeguate politiche e strumenti, deve consentire il raggiungimento degli obiettivi dell'agenda digitale europea;
fra le misure concretamente indicate dall'Autorità figurano, tra l'altro: la semplificazione ed armonizzazione delle procedure amministrative per la diffusione delle reti; il rafforzamento della normativa di settore per l'accesso alle infrastrutture civili ai fini della realizzazione di reti in fibra ottica; l'aumento dell'utilizzo e della diffusione delle aree wi-fi nei luoghi pubblici;
la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con la delibera n. 1 del 2012, ha provveduto all'individuazione degli obblighi regolamentari per i servizi di accesso alle reti di nuova generazione, predisponendo in tal modo, la cornice regolatoria necessaria al processo di realizzazione delle nuove infrastrutture,
impegna il Governo:
in coerenza con gli obiettivi indicati dall'agenda digitale europea, ad adottare le necessarie iniziative, anche di carattere normativo:
a) per assicurare lo sviluppo e la diffusione delle reti fisse e mobili di nuova generazione su tutto il territorio nazionale, anche mediante l'implementazione di un'adeguata infrastruttura in fibra ottica, favorendo in tal modo l'eliminazione del digital divide;
b) per incentivare gli investimenti nel settore delle reti di nuova generazione, anche attraverso la destinazione di adeguate risorse pubbliche;
c) per favorire la concorrenza fra operatori di rete fissa e mobile;
d) per sostenere lo sviluppo dei servizi collegati alla rete, anche con riferimento a quelli resi dalla pubblica amministrazione, in modo da sollecitare sinergicamente la diffusione della rete stessa.
(1-00841)
«Valducci, Romani, Baldelli, Biasotti, Bergamini, Cesaro, Colucci, D'Alessandro, Galati, Garofalo, Landolfi, Lupi, Nizzi, Papa, Piso, Simeoni, Testoni, Palmieri».
(30 gennaio 2012)
La Camera,
premesso che:
le reti di accesso di nuova generazione cablate costituite in tutto o in parte in fibra ottica sono in grado di fornire servizi d'accesso a banda larga molto più avanzati – grazie ad una maggiore capacità di trasmissione – rispetto alle reti in rame esistenti;
sono, quindi, vere e proprie autostrade informatiche, in grado di veicolare traffico dati a grande velocità, in sicurezza e senza strozzature;
le tecnologie dell'informazione e della comunicazione sono il settore che più di ogni altro dà impulso e sostiene la crescita e lo sviluppo di un Paese: le reti intelligenti di nuova generazione – fisse e mobili – possono promuovere la crescita, secondo la Banca mondiale – per 1,3 punti di prodotto interno lordo ogni 10 per cento in più di diffusione della banda larga; secondo il Commissario alla concorrenza Kroes un mercato unico digitale incardinato su reti di nuova generazione può portare in 10 anni ad una crescita del 4 per cento del prodotto interno lordo europeo; le sole transazioni on line tra Paesi dell'Unione europea rappresentano non meno di 2,5 miliardi di euro;
rilevanti sono i risparmi realizzabili in termini di spesa pubblica, per le imprese e per le famiglie mediante sviluppo delle reti e dei servizi digitali – quasi 40 miliardi di euro all'anno, a regime, per l'Italia, secondo le stime di Confindustria: i risparmi potrebbero essere conseguiti grazie al telelavoro (2 miliardi di euro), e-learning (1,4 miliardi di euro), e-government e impresa digitale (16 miliardi di euro), e-health (8,6 miliardi di euro), giustizia e sicurezza digitale (0,5 miliardi di euro), gestione energetica intelligente (9,5 miliardi di euro);
nell'ambito delle prestazioni mediche, il solo teleconsulto (soprattutto per i medici di base) e il monitoraggio a distanza dei pazienti cronici possono determinare una diminuzione della spesa sanitaria di circa il 7 per cento (dati Confindustria);
l'infrastruttura di nuova generazione è, dunque, una priorità di investimento: contribuisce, infatti, a sviluppare quello che è stato correttamente definito l’«ecosistema digitale» per recuperare produttività in tempi di crisi ed è una condizione essenziale per la competitività internazionale di un Paese e per creare nuova occupazione qualificata; l'economia digitale, infatti, non solo non distrugge posti di lavoro, ma ne crea di nuovi e aggiuntivi: secondo il documento su internet presentato al G8, ogni due posti di lavoro resi obsoleti dal digitale, internet ne crea 5 nuovi; inoltre, è dimostrato che il prodotto interno lordo pro capite cresce di circa 3-4 punti percentuali con investimenti nelle nuove reti a banda larga;
l'Europa nell'agenda digitale europea ha fissato ambiziosi obiettivi in termini di reti e di servizi da conseguire entro il 2020:
a) in termini di reti, il 100 per cento di copertura della popolazione entro il 2013; il 100 per cento di copertura con un collegamento di velocità superiore a 30 megabit al secondo al 2020; almeno il 50 per cento degli abbonamenti a velocità superiore a 100 megabit al secondo entro il 2020;
b) in termini di servizi, ha disposto che entro il 2020 il 50 per cento della popolazione europea dovrà avere rapporti con la pubblica amministrazione mediante il canale digitale; il 50 per cento di cittadini dovrà abitualmente utilizzare l’e-commerce e il 75 per cento dovrà «regolarmente» ricorrere a internet; almeno il 33 per cento delle piccole e medie imprese dovrà vendere i propri prodotti o servizi mediante internet;
l'Italia ha un'insufficiente dotazione di questa fondamentale infrastruttura e occorre attivare tutte le iniziative necessarie per accelerarne lo sviluppo;
l'Italia parimenti sconta un grave ritardo nella realizzazione degli obiettivi dell'agenda digitale europea;
i dati forniti dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nell'ultima audizione presso la Camera dei deputati delineano questo ritardo infrastrutturale e di servizi con molta chiarezza:
a) con 13,3 milioni di accessi a banda larga fissa, circa il 22 per cento della popolazione, l'Italia è in grande ritardo rispetto alla media europea del 26 per cento; il ritardo dell'Italia è anche maggiore rispetto all'Europa a 15; anche per il numero di imprese dotate di una connessione a banda larga è molto sotto la media;
b) le connessioni in fibra sono, parimenti, in grande ritardo: in Italia, dove pure la fibra ottica aveva cominciato ad essere posata con largo anticipo negli anni ’90, la copertura territoriale è al 10 per cento, con poco più di 2,5 milioni di edifici in fibra ottica e solo 300.000 accessi attivi, pari allo 0,6 per cento della popolazione;
secondo Eurostat, l'Italia è agli ultimi posti in Europa per la diffusione dell’e-banking; le piccole e medie imprese italiane non utilizzano internet, né per l’e-commerce, né per la fatturazione elettronica; pochissimi cittadini operano mediante transazioni elettroniche con la pubblica amministrazione;
nel nostro Paese si riscontra, altresì, una grave asimmetria tra reti mobili – in dinamico sviluppo – e reti fisse, sostanzialmente bloccate; gli italiani si stanno dotando di smartphone e chiavette usb per navigare molto più che in altri Paesi europei (48 per cento contro una media del 39 per cento): ma la rete mobile non ha le stesse performance della rete fissa; inoltre, la rete mobile, per svilupparsi, ha bisogno della rete fissa; la rete mobile, infatti, ha bisogno di collegamenti in fibra fra stazioni radio-base e centrali, ma solo la rete in fibra permetterà di realizzare la velocità di connessione attesa dalla trasmissione mobile di quarta generazione;
dal 2000 aste competitive per l'assegnazione delle frequenze hanno portato nelle casse dello Stato oltre 15 miliardi di euro;
la promozione e il sostegno alla realizzazione di nuove reti deve essere coordinata con una triplice azione mirata di politica industriale, volta ad intervenire sullo sviluppo dei servizi da veicolare su tali reti, contribuendo, altresì, a sollecitare lo sviluppo del binomio offerta-domanda (reti-servizi) mediante: incentivi alla realizzazione delle reti fisse e mobili; diffusione dei servizi digitali evoluti; formazione digitale degli insegnanti, degli studenti, delle imprese e dei consumatori;
è molto importante la regolamentazione – proposta dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – per accesso alle nuove reti in fibra, che incide sui profitti attesi e, quindi, sull'incentivo ad investire, nonché sulle regole in materia di concorrenza;
la regolamentazione sugli aiuti di Stato vigente nell'Unione europea limita oltremodo l'investimento pubblico in questo settore e occorre, pertanto, attrarre i capitali privati sugli investimenti in questo settore, adottando tutte le iniziative legislative ed amministrative necessarie per sviluppare la finanza di progetto;
la realizzazione delle infrastrutture ad alta tecnologia richiede tempo, in particolare in determinati ambiti geografici, e, come ha ricordato l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nell'audizione alla Camera dei deputati, è tanto più efficace quanto più è inserita in un contesto in cui offerta e domanda si alimentino reciprocamente: domanda e offerta di infrastrutture sono, infatti, legate da una forte interdipendenza; da un lato, l'assenza, la scarsità o l'inaccessibilità delle infrastrutture sono un vincolo rilevante allo sviluppo economico e alla domanda di infrastrutturazione; dall'altro, sono le stesse dinamiche di sviluppo che agiscono da stimolo ad ulteriore crescita che genera domanda di infrastrutturazione;
l'Italia è un Paese con molti distretti industriali già «in rete» formati da piccole e medie imprese che producono prodotti e servizi ad alto valore aggiunto, ma poche imprese vendono prodotti e servizi su internet e solo il 30 per cento delle imprese utilizza internet;
gli italiani utilizzano internet prevalentemente per ricerca, scambio di informazioni e di comunicazioni attraverso i social network, ma molto poco per acquistare merci e servizi e per dialogare con la pubblica amministrazione;
molte delle iniziative realizzabili e delle riforme da adottare sono a costo zero, ma hanno importanti ricadute in termini di benessere socioeconomico;
è possibile adottare strategie di immediata applicazione,
impegna il Governo:
a dotarsi in tempi rapidi di un'agenda digitale nazionale che individui e realizzi concretamente tutti gli interventi necessari – sulle infrastrutture e sui servizi – che consentano il raggiungimento degli obiettivi dell'agenda europea;
a favorire e sostenere gli investimenti degli investitori istituzionali, delle utilities e delle imprese di telecomunicazioni in infrastrutture di base per le reti fisse e mobili;
ad agevolare la condivisione dei lavori di scavo realizzati da differenti fornitori di servizi a rete (elettricità, gas, acqua ed altro), in modo da ridurre e razionalizzare i costi di scavo; a prevedere, altresì, la regola di comunicare gli interventi di scavo – da parte del soggetto pubblico o concessionario degli interventi di scavo – per favorire la migliore pianificazione degli interventi agli operatori che intendono posare la fibra ottica;
per favorire la posa di reti di comunicazione elettronica, a prevedere che il registro operatori censisca anche le infrastrutture atte alla posa di reti di comunicazione elettronica, siano esse in titolarità di operatori di comunicazione elettronica o di organismi pubblici e di concessionari pubblici;
ad assumere iniziative volte a semplificare le disposizioni amministrative per la realizzazione di infrastrutture digitali fisse e mobili;
a dare pieno sostegno alla diffusione della banda ultra larga nel Mezzogiorno, che non riesce ad attrarre iniziative di mercato, mediante una compiuta attuazione al «Progetto strategico» e al «Piano azione-coesione» per il Sud e con tutti i necessari interventi di politica industriale delle infrastrutture a sostegno dello sviluppo delle aree svantaggiate;
per quanto riguarda le azioni di politica industriale sui servizi:
a) ad assumere iniziative per imporre obblighi di accesso simmetrici, cui assoggettare tutti gli operatori che detengono il controllo di infrastrutture e che possano frapporre ostacoli alla libera concorrenza;
b) a garantire il livello più alto possibile di apertura della rete, in modo da permettere a tutti gli operatori – a prescindere dal loro grado di infrastrutturazione – di offrire alla clientela i servizi innovativi consentiti dalle reti a banda ultra larga;
c) a favorire lo sviluppo della domanda di servizi digitali, agevolando il ricorso a servizi on line in tutti i campi, dalla formazione ai sistemi di pagamento ai servizi postali, dall'educazione ai lavori pubblici, dalla sanità alla giustizia al fisco, promuovendo, in particolare, l'incremento dell’e-commerce e l'uso della modalità elettronica in tutte le transazioni, l'alfabetizzazione elettronica dei cittadini (foriera di opportunità di lavoro per i giovani), nonché la massima apertura all'uso delle applicazioni informatiche da parte delle pubbliche amministrazioni, soprattutto per quanto attiene ai servizi per i cittadini (certificazioni, mercato del lavoro, sanità);
d) ad adottare tutte le iniziative necessarie per dare impulso alle 101 azioni specifiche dell'agenda digitale in tutti i settori dell'economia e, in particolare, alle azioni concrete intese a raddoppiare entro il 2015 la quota del commercio elettronico nelle vendite al dettaglio e quella dell'economia di internet nel prodotto interno lordo nazionale, nel pieno rispetto delle raccomandazioni e delle comunicazioni assunte in sede europea;
e) a garantire il finanziamento di progetti per sviluppare il telelavoro – da accompagnare all'innalzamento dell'età pensionabile – per migliorare la tutela delle donne lavoratrici durante la gravidanza e le opportunità di inserimento sociale e nel lavoro dei portatori di handicap;
f) a sostenere l'informatizzazione della piccola e media impresa;
g) ad adottare le opportune iniziative normative per un programma di gestione dello spettro-radio sulla base della politica del radio-spettro adottata dall'Unione europea basata sulla valorizzazione delle risorse, la neutralità tecnologica e la promozione della concorrenza.
(1-00844)
(Nuova formulazione) «Meta, Gentiloni Silveri, Zampa, Boffa, Bonavitacola, Cardinale, Gasbarra, Ginefra, Laratta, Lovelli, Pierdomenico Martino, Giorgio Merlo, Tullo, Velo, Vico, Giulietti».
(30 gennaio 2012)
INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA
BALDELLI e CENTEMERO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
nell'anno scolastico 2010-2011 sono stati avviati due progetti sperimentali «Vsq» («Valutazione per lo sviluppo delle scuole») e «Valorizza» per la valorizzazione e la valutazione del personale docente;
questi due progetti sperimentali hanno rappresentato la prima esperienza sul campo, coinvolgendo complessivamente 110 istituzioni scolastiche e circa 1000 insegnanti;
si tratta di esperienze attuate con un sistema di condivisione dalla base del sistema di istruzione e formazione;
l'Unione europea ha rivolto alcune raccomandazioni al Governo italiano con una serie di richieste, due delle quali riferite, in particolare, alle azioni da intraprendere «per valorizzare il ruolo degli insegnanti in ogni scuola» e per ovviare alla eventuale insufficienza dei risultati raggiunti da parte delle istituzioni scolastiche –:
se e come il Governo intenda proseguire le suddette sperimentazioni, al fine di pervenire alla costruzione di un sistema italiano moderno ed efficiente per la valutazione delle istituzioni scolastiche e degli insegnanti, nell'ottica di un continuo miglioramento della qualità del sistema di istruzione e formazione. (3-02081)
(7 febbraio 2012)
PIONATI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
il decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, relativo alle liberalizzazioni avrà un effetto devastante sulle imprese farmaceutiche del Paese, che deriverà dalla norma inserita nel «decreto liberalizzazioni», che di fatto – deviando la quasi totalità delle prescrizioni mediche sui soli generici – cancella ex lege uno dei settori più hi-tech della nostra economia;
la misura, di fatto, costringerebbe il medico a prescrivere e il farmacista a dispensare solo farmaci generici, innescando, in questo modo, un'inaccettabile distorsione della concorrenza a danno del prodotto con marchio;
una decisione che potrebbe causare il trasferimento delle produzioni, oggi realizzate in un sistema che conta 165 stabilimenti produttivi in Italia, in altri Paesi, con la conseguente chiusura di questi impianti, proprio ora che le imprese industriali farmaceutiche potrebbero rappresentare parte della soluzione ai problemi del Paese, in quanto motore effettivo di crescita;
le conseguenze potrebbero essere gravissime:
a) per l'occupazione di 65.000 dipendenti diretti, per il 90 per cento laureati o diplomati,
b) per i 64.000 che lavorano in un indotto di eccellenza;
c) per l’export, pari al 60 per cento della produzione e per gli investimenti annui pari a 2,4 miliardi di euro in produzione e ricerca;
le liberalizzazioni si fondano sulla trasparenza e puntano giustamente ad accrescere la competizione per migliorare l'efficienza del sistema a vantaggio dei cittadini, un obiettivo assolutamente condivisibile, che va correttamente perseguito attraverso una maggiore informazione del paziente;
quanto previsto dal decreto-legge sulle liberalizzazioni realizza ed impone, invece, trasferimenti di quote di mercato a danno di imprese che da anni investono sul territorio in innovazione, ricerca e produzione;
una conseguenza della misura, prevista dal decreto-legge sulle liberalizzazioni in materia di farmaci potrebbe essere la delocalizzazione di milioni di confezioni prodotte nei nostri stabilimenti a stabilimenti di altri Paesi, soprattutto l'India e la Cina, dove i costi di produzione sono più bassi; con un colpo di penna si rischia di trasferire le nostre produzioni alle fabbriche indiane;
negli ultimi anni si è assistito nel settore farmaceutico alla riduzione di 8.000 posti di lavoro, che il mercato del generico non è riuscito ad assorbire. In questo quadro economico si dovrebbe fare di tutto per difendere le fabbriche italiane dalle industrie che producono in Cina e India;
viene così leso il diritto del paziente di curarsi con il prodotto che già usa, a cui è abituato e di cui si fida, rendendo marginale il suo potere decisionale e di scelta;
con quanto previsto dal decreto-legge sulle liberalizzazioni si lede il diritto del medico di prescrivere in scienza e coscienza quello che ritiene utile e ciò che è il meglio per i suoi pazienti;
a causa di quanto previsto dal decreto-legge sulle liberalizzazioni in materia di farmaci non avrà più senso mandare gli informatori farmaceutici dal medico a promuovere prodotti scaduti di brevetto, perché si finirebbe per promuovere la vendita della molecola generica; il senso si limiterebbe a promuovere i prodotti ancora sotto brevetto;
non si tratta di salvare i profitti delle aziende, in quanto, ai prezzi a cui si vendono i prodotti off-patent, i margini sono quasi inesistenti. Si tratta di salvare occupazione, di mantenere in Italia una produzione di alta qualità che occupa lavoratori qualificati e crea valore aggiunto con quote di esportazione in crescita;
non bisogna dimenticare che i gruppi farmaceutici, oltre alla ricerca, hanno in Italia sia gli stabilimenti produttivi che quelli chimici per la produzione di intermedi e materie prime farmaceutiche. Mentre i genericisti producono, in buona parte, fuori dall'Italia o dall'Europa, senza fare sostanziale informazione al medico. Appare evidente che sarà ben difficile competere con loro se il prezzo sarà per legge l'unico parametro di valutazione per il medico. L'unica arma di competizione per le aziende farmaceutiche italiane sarà seguire le orme delle aziende straniere e, quindi, spostare la produzione all'estero;
la norma in materia di farmaci prevista dal decreto-legge sulle liberalizzazioni ha portato la Fimmg e lo snami a prendere posizione contro la norma, minacciando di apporre sulla ricetta la dicitura «non sostituibile» –:
se il Ministero della salute abbia svolto uno studio sulle ricadute in termini di costi-benefici derivanti dall'introduzione della norma relativa all'obbligo di prescrizione e vendita di farmaci generici di cui al decreto-legge 24 gennaio 2012, n 1, anche in relazione alle possibili ricadute occupazionali di tale norma sulle produzioni in Italia che interessano 165 stabilimenti produttivi. (3-02082)
(7 febbraio 2012)
MURO. — Al Ministro per i rapporti con il Parlamento. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 35 del decreto-legge cosiddetto salva-Italia attribuisce all'Autorità garante della concorrenza e del mercato la facoltà di esprimere un parere sugli atti «di qualsivoglia amministrazione pubblica» cui la pubblica amministrazione dovrà necessariamente adeguarsi; in caso contrario l'Autorità garante della concorrenza e del mercato potrà ricorrere al giudice amministrativo impugnando l'atto in presunto contrasto con le norme sulla concorrenza;
l'Autorità garante della concorrenza e del mercato potrà esercitare tale controllo rispetto a tutti gli atti della pubblica amministrazione, ivi compresi i regolamenti, che non sono atti normativi in senso stretto;
inoltre, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato potrà avvalersi per la proposizione del ricorso dell'Avvocatura dello Stato, il che potrebbe portare a situazioni di incompatibilità, tenuto conto che è sempre la stessa Avvocatura dello Stato che viene chiamata a patrocinare in giudizio la pubblica amministrazione;
tale previsione normativa contrasta col principio costituzionale di razionalità e ragionevolezza, anche perché la norma non è limitata alla problematica dei cosiddetti affidamenti in house degli enti locali, ma, come testualmente riportato, si riferisce a tutti gli atti di tutte le pubbliche amministrazioni;
peraltro, proprio il riferimento agli affidamenti in house rende evidente la grave sovrapposizione con l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture: è, infatti, questa l'autorità indipendente che ha competenza in tale settore, al fine di verificare il rispetto della normativa in materia di appalti, in primo luogo di derivazione comunitaria, e il cui obiettivo è proprio quello di assicurare la concorrenza nel settore dei lavori pubblici;
se veramente si vuole incidere sulla cattiva prassi degli enti locali in materia di affidamento in house, sarebbe molto più logico restringere le norme a tali enti e riconoscere il potere di impugnazione all'autorità competente in materia;
infine, la norma è amplissima, tanto da diventare generica, in quanto, stando al tenore letterale della norma, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato potrà contestare i provvedimenti anche dei ministeri, delle altre autorità indipendenti, persino di enti di rilevanza costituzionale, creando in tal modo e de facto un vincolo di dipendenza quasi gerarchica, anche rispetto ad enti di pari importanza istituzionale o addirittura di rilevanza costituzionale;
altro profilo che evidenzia la genericità del potere dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, così come indicato nella citata norma, è la circostanza che tale autorità diventerebbe, ancorché indirettamente, organo consultivo del Governo nell'esercizio della sua attività normativa, potendo dare pareri anche sui regolamenti, cioè su atti normativi a tutti gli effetti;
in tal modo l'attività dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato si porrebbe al di fuori dalla logica dei confini costituzionali relativamente ai rapporti tra autorità amministrative, di cui è parte l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, autorità giurisdizionali e, soprattutto, autorità politiche, così come denunciato, tra l'altro, da autorevoli organi di stampa con articoli e commenti pubblicati a più riprese –:
se il Governo, preso atto di quanto innanzi, intenda adottare provvedimenti correttivi al fine di evitare interventi in evidente contrasto con le dichiarate finalità degli stessi e con il complesso del quadro normativo vigente. (3-02083)
(7 febbraio 2012)
MARIANI, MARAN, LENZI, META, LULLI, QUARTIANI, GIACHETTI, BENAMATI, BOCCI, BRAGA, BRATTI, ESPOSITO, GINOBLE, IANNUZZI, MARANTELLI, MARGIOTTA, MORASSUT, MOTTA, REALACCI e VIOLA. — Al Ministro per i rapporti con il Parlamento. — Per sapere – premesso che:
un forte, quanto previsto peggioramento delle condizioni climatiche, accompagnato da consistenti precipitazioni nevose, ha messo in ginocchio molta parte del nostro Paese, evidenziando gravi carenze organizzative a tutti i livelli, quelle di molte amministrazioni pubbliche locali e nazionali, ma soprattutto quelle di gran parte delle società che gestiscono servizi essenziali e le relative infrastrutture: quali l’Enel, con l'interruzione della distribuzione dell'energia elettrica per diversi giorni, le Ferrovie dello Stato, con ritardi, sospensioni e annullamenti di tratte nazionali e locali, le concessionarie autostradali, con inefficienze, ritardi nella rimozione della neve, caos informativo e chiusure di intere tratte (si veda il caso dell'A24 e dell'A25), l'Anas, con una gestione inefficiente di molte tratte stradali di primaria importanza, le società Eni e Snam, con la sospensione dell'erogazione del servizio, ed altre ancora;
in queste drammatiche condizioni si deve, purtroppo, registrare un numero consistente di vittime;
anche queste condizioni rappresentano uno spread sociale ed economico inaccettabile e insostenibile per una nazione che vuole competere con le principali economie mondiali e che vuole tornare ad essere attrattiva per gli investimenti stranieri;
l'emergenza neve di questi giorni è solo l'ultimo evento che ha determinato una calamità per il nostro territorio. Solo tre mesi fa un capoluogo importante come Genova è stato travolto da un nubifragio e da una massa di acqua, fango e detriti, che ha provocato 7 morti e danni ingentissimi. Poche settimane prima era toccato alla Lunigiana e alle Cinque Terre di essere stravolte da inondazioni e nubifragi;
certamente si tratta di fenomeni atmosferici fuori della norma, ma che diventano devastanti per colpa dell'uomo, per la corsa sfrenata alla cementificazione, per l'abbandono delle terre e di ogni forma di politica di cura e prevenzione del territorio, per la superficialità di organizzazione in casi straordinari, per l'inefficienza di piani di emergenza. Per di più nel corso degli ultimi due anni, si è registrato il quasi totale azzeramento degli stanziamenti per le politiche di gestione del territorio;
come è evidente, si tratta di errori strategici che risalgono a lungo negli anni passati, ma che appaiono ineludibili e ci si augura possano essere seriamente affrontati e corretti, pur nella consapevolezza della difficile congiuntura economica;
anche sul piano della ripartizioni delle responsabilità e delle competenze per la gestione delle situazioni di emergenza appare necessaria una verifica e un ripensamento funzionale e normativo. In tali circostanze di emergenza, le regioni colpite devono anche gravare i cittadini di un'ulteriore tassa per far fronte agli eventuali oneri finanziari conseguenti –:
quali urgenti iniziative il Governo intenda assumere per ripristinare le condizioni minime di vivibilità per le popolazioni delle tante aree ancora in estrema difficoltà per il gelo, per la mancanza di elettricità, di acqua e di generi alimentari, in vista di più significativi interventi volti ad invertire le fallimentari politiche di gestione del territorio sin qui seguite.
(3-02084)
(7 febbraio 2012)
DI PIETRO, PALOMBA, CIMADORO e PALADINI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
l’Alcoa è una multinazionale americana ed è il maggiore produttore mondiale di alluminio primario e semilavorato. In Italia è presente dal 1967 e nel corso degli anni ha sempre ricevuto ingenti fondi pubblici dallo Stato. Anche nell'ultima legislatura, Alcoa ha beneficiato di diversi provvedimenti che prevedevano misure di sostegno a favore di tutte le aziende energetiche italiane, facendo impennare i costi a carico del bilancio dello Stato;
solo grazie a questi provvedimenti, l’Alcoa ritirò la minaccia di chiudere i suoi stabilimenti in Sardegna, avviando, nel maggio 2010, un piano di investimenti triennale, per gli anni 2010-2012, recepito negli accordi allora sottoscritti con Governo e sindacato, finalizzato al miglioramento della posizione competitiva attraverso il pieno recupero della capacità produttiva ed il miglioramento di efficienza;
oggi l'azienda ritiene inevitabile la cessazione della produzione, come unica possibilità di limitare le perdite economiche che nelle loro previsioni sul 2012 appaiono esagerate; infatti, la società nel 2011 a bilancio ha dichiarato una perdita per 6 milioni di euro, mentre per il 2012 ha previsto una perdita pari a 46 milioni;
il 10 gennaio 2012 è stato comunicato alle organizzazioni sindacali la chiusura di Alcoa trasformazioni srl di Portovesme. Con una nota, infatti, la società ha annunciato l'avvio di un progetto di riorganizzazione delle proprie attività produttive di alluminio primario, al fine di migliorarne la posizione competitiva e la struttura dei costi. Tale progetto include l'intenzione di cessare la produzione di alluminio a Portovesme;
da un comunicato aziendale sembrerebbe che l’Alcoa, da sempre finanziata con soldi pubblici, abbia deciso di chiudere, eludendo il fatto che all'Alta Corte di giustizia dell'Unione europea di Lussemburgo pende un provvedimento che potrebbe costare all’Alcoa circa 300 milioni di euro, come risarcimento per aver ottenuto sussidi negli anni precedenti. Ad avviso degli interroganti, sembra sorprendente la coincidenza per cui Alcoa abbandona la Sardegna proprio nel 2012, quando finisce il regime di sussidi deciso nel 2010, violando gli accordi sottoscritti;
in un incontro successivo al 10 gennaio 2012, l'azienda ha comunicato ai rappresentanti sindacali e a Confindustria della Sardegna meridionale di dover procedere alla dismissione dell'impianto, alla risoluzione del rapporto di lavoro e alla collocazione in mobilità nei confronti di tutti i lavoratori occupati presso lo stabilimento di Portovesme in numero di 502 dipendenti, di cui 3 dirigenti;
alla data odierna, l'organico complessivo dei dipendenti in Italia della Alcoa trasformazioni srl comprende 803 dipendenti, di cui 8 dirigenti, dislocati presso i due stabilimenti di Portovesme in Sardegna, attivo nella produzione di alluminio primario tramite processo elettrolitico, e di Fusina in Veneto, attivo nella produzione di laminati di alluminio;
lo stabilimento di Portovesme ha una capacità produttiva di circa 145.000 tonnellate annue di alluminio primario. La tipologia dei prodotti è costituita da: billette (destinate all'industria dell'estrusione), placche (destinate all'industria della laminazione), pani in lega (destinati all'industria dei getti) e tbars (destinati alla rifusione). Si tratta dell'unico impianto di produzione di alluminio primario attualmente in esercizio in Italia e copre il 13 per cento della domanda di mercato italiana;
l’Alcoa definisce la propria decisione irreversibile e definitiva e non consente l'adozione di misure alternative idonee a porre rimedio alla predetta situazione di eccedenza occupazionale, escludendo la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione guadagni sia nella forma ordinaria che straordinaria, sia di ricorrere a qualsiasi altro tipo di ammortizzatore sociale, in quanto, non trattandosi di un evento temporaneo, non vi sarà ripresa dell'attività produttiva. Al termine delle fasi di consultazione e di trattativa con le organizzazioni sindacali, si procederà alla fermata dell'impianto in condizioni di sicurezza;
la chiusura dell’Alcoa, a parere degli interroganti, metterà un intero territorio in ginocchio: grandissimi problemi di tipo sociale. Anche altre realtà come Eurallumina spa, Ila, Sms e persino Enel subiranno pesanti contraccolpi; le prime perché vedranno dissolversi le residue speranze di riavvio dei loro impianti ed Enel perché perderà un importantissimo cliente quale Alcoa;
già il 19 gennaio 2012 il gruppo parlamentare dell'Italia dei Valori aveva denunciato l'annosa situazione in cui versa attualmente l’Alcoa attraverso la presentazione di un'interrogazione a risposta scritta, e segnatamente la n. 4-14548 –:
quali iniziative urgenti intenda assumere il Governo al fine di confermare la rilevanza strategica della produzione di alluminio in Italia e di affrontare con fermezza i problemi che ostacolano la continuazione della produzione dello stabilimento Alcoa di Portovesme, anche per salvaguardare i posti di lavoro nell'area, chiedendo ad Alcoa la sospensione immediata della procedura di mobilità del personale annunciata il 10 gennaio 2012 e comunque esplorando qualsiasi possibilità tesa a favorire la continuazione dell'attività dello stabilimento di Portovesme.
(3-02085)
(7 febbraio 2012)
TASSONE, GALLETTI, MEREU, COMPAGNON, BONCIANI, CICCANTI, NARO e VOLONTÈ. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
a seguito dell'entrata in vigore, dal 1o gennaio 2012, degli adeguamenti tariffari previsti dallo schema dalla convenzione unica, si registra un significativo incremento dei pedaggi autostradali delle società concessionarie;
nel dettaglio gli aumenti interesseranno la quasi totalità delle tratte a pedaggiamento presenti nel territorio nazionale e saranno pari a: Ativa + 6,66 per cento; Autostrade per l'Italia + 3,51 per cento; Autostrada del Brennero + 1,22 per cento; Autovie Venete + 12,93 per cento; Brescia-Padova + 7,45 per cento; Centro Padane + 5,62 per cento; Autocamionale della Cisa + 8,17 per cento; Autostrada dei Fiori + 5,22 per cento; Milano Serravalle Milano Tangenziali + 1,85 per cento; Tangenziale di Napoli + 3,49 per cento; Rav + 14,17 per cento; Salt + 5,68 per cento; Sat + 4,82 per cento; Autostrade Meridionali (Sam) + 0,31 per cento; Satap tronco A4 (Novara Est-Milano + 6,80 per cento; Torino-Novara Est + 6,32 per cento); Satap tronco A21 + 9,70 Satap tronco; Sav + 11,75 Satap tronco; Sitaf (Barriera di Bruere + 4,15 per cento; Barriera di Avigliana + 5,62 per cento; Barriera di Salbertrand + 5,12 per cento); Torino-Savona + 1,47 per cento; Strada dei Parchi + 8,06 per cento;
l'Anas ha fatto presente che l'istruttoria che ha portato agli aumenti ha tenuto conto, oltre che dell'incidenza dell'inflazione, per ciascuna società concessionaria anche della relativa situazione giuridica, con particolare riferimento al rispetto degli impegni assunti, nonché agli investimenti realizzati ed alle attività di manutenzione effettuate sulla rete, precisando che nel 2010 le società concessionarie hanno realizzato investimenti per oltre 2 miliardi di euro, con un incremento di quasi l'11 per cento in un anno;
al di là degli aspetti puramente tecnici, appare quantomeno poco chiaro un aumento così diffuso ed elevato dei coefficienti di calcolo, in particolare sulle tratte tangenziali e sulle bretelle di raccordo alle grandi città;
a seconda dei tratti e delle varie società che gestiscono le autostrade, infatti, si assiste ad un aumento al di fuori di ogni criterio logico che si ripercuote sui bilanci dei cittadini, soprattutto dei numerosissimi, già vessati dall'incremento del costo del carburante e delle assicurazioni, che giornalmente utilizzano le autostrade e le bretelle autostradali per raggiungere i luoghi di lavoro, di studio o di interesse generale presenti nelle città;
in considerazione di quanto sopra esposto, appare opportuno un intervento volto a definire un controllo più chiaro sulle modalità da adottare per il calcolo degli incrementi delle tariffe di pedaggio, che, pur tenendo conto dei motivati adeguamenti o dalla necessità di fronteggiare la crisi, non possono non seguire una logica anche in funzione di un reale calmieramento che vada incontro ai bisogni dei cittadini, che vedono sempre più come un lusso l'utilizzo dell'auto per svolgere le proprie attività quotidiane –:
se il Ministro interrogato non ritenga, stante il rilevato incremento delle tariffe di pedaggio sulle tratte autostradali delle società concessionarie, di adottare iniziative volte a rivedere il meccanismo di adeguamento tariffario tale da consentire un calmieramento delle tariffe. (3-02086)
(7 febbraio 2012)
DOZZO, BOSSI, LUSSANA, FOGLIATO, MONTAGNOLI, FEDRIGA, FUGATTI, ALESSANDRI, ALLASIA, BITONCI, BONINO, BRAGANTINI, BUONANNO, CALLEGARI, CAPARINI, CAVALLOTTO, CHIAPPORI, COMAROLI, CONSIGLIO, CROSIO, D'AMICO, DAL LAGO, DESIDERATI, DI VIZIA, DUSSIN, FABI, FAVA, FOLLEGOT, FORCOLIN, GIDONI, GIANCARLO GIORGETTI, GOISIS, GRIMOLDI, ISIDORI, LANZARIN, MAGGIONI, MARONI, MARTINI, MERONI, MOLGORA, LAURA MOLTENI, NICOLA MOLTENI, MUNERATO, NEGRO, PAOLINI, PASTORE, PINI, POLLEDRI, RAINIERI, REGUZZONI, RIVOLTA, RONDINI, SIMONETTI, STEFANI, STUCCHI, TOGNI, TORAZZI, VANALLI e VOLPI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
gli esercizi commerciali rappresentano uno dei punti di forza dell'economia italiana, sia per il flusso economico che ogni anno generano, sia perché nei piccoli centri storici sono parte integrante, da sempre, del tessuto urbano ed economico delle città italiane;
la grave crisi internazionale che negli ultimi anni si è manifestata in tutti Paesi, ma, soprattutto, in Europa, ha avuto ripercussioni sull'intero sistema economico nazionale italiano, colpendo, quindi, anche il settore del commercio, in particolar modo di quello operato dalla distribuzione medio-piccola, che da molti mesi manifesta ormai segnali evidenti di diminuzione del volume di fatturato;
il Governo attuale, attraverso l'approvazione dell'articolo 31 del decreto-legge n. 201 del 2011, che prevede la liberalizzazione degli orari per gli esercizi commerciali, mette a repentaglio la sopravvivenza dei negozi al dettaglio, che rischiano di scomparire perché schiacciati dagli operatori della grande distribuzione, in grado, a differenza dei piccoli negozi a conduzione famigliare, di usufruire del turn-over del personale;
alcune regioni italiane, come il Veneto, hanno impugnato il provvedimento governativo, sulla base del fatto che la Costituzione italiana, all'articolo 117, delega alle regioni stesse il commercio interno come materia di competenza esclusiva delle regioni medesime;
la regione Veneto, dopo aver preventivamente consultato le associazioni di categoria, ha approvato nel mese di dicembre 2011, quasi contemporaneamente all'emanazione del decreto-legge n. 201 del 2011, la legge regionale n. 30 del 2011, che all'articolo 3, comma 4, stabilisce come: «Le attività di commercio al dettaglio derogano all'obbligo di chiusura domenicale e festiva di cui al comma 2 nel mese di dicembre, nonché, in via sperimentale, in ulteriori sedici giornate nel corso dell'anno, scelte dai comuni interessati entro il 30 novembre dell'anno precedente, sentite le organizzazioni di cui al comma 1 e favorendo la promozione di iniziative di marketing territoriale concertate con la piccola, media e grande distribuzione, finalizzate alla valorizzazione del tessuto commerciale urbano»;
numerosi comuni del Veneto, come anche riportato dai quotidiani locali di Padova (Il Mattino e Gazzettino), hanno recepito la normativa regionale, emanando così apposite ordinanze sindacali per regolamentare il commercio fisso nel proprio territorio comunale ed andando incontro alle istanze delle associazioni di categoria, come Ascom e Confesercenti, che, da tempo, sostengono la necessità di rivedere la normativa;
organi di stampa locali (Gazzettino di Padova del 17 gennaio 2012) riportano anche la notizia secondo cui l'associazione Comres, associazione di commercianti del centro storico di Padova, ha raccolto oltre trecento firme di operatori commerciali per chiedere al Governo di rivedere l'attuale disposizione governativa in materia di liberalizzazioni;
la norma, così come concepita, rischia, pertanto, di creare un grave danno proprio al principio della libera concorrenza, principio che intenderebbe invece sostenere, danneggiando i piccoli esercizi commerciali e la loro pluralità di offerta di servizio, che rappresentano, invece, una ricchezza, ed avvantaggiando così la sola grande distribuzione –:
se il Ministro interrogato non ritenga opportuno, alla luce della grave crisi internazionale e del quadro normativo venutosi a creare, assumere iniziative, nell'ambito delle proprie competenze, per rivedere la disposizione della liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, così come oggi prevista dalla legge statale.
(3-02087)
(7 febbraio 2012)
MELCHIORRE e TANONI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
come noto, dal 1o gennaio 2012 Rai international ha sospeso tutte le produzioni radio-tv;
tale decisione è stata assunta nella seduta del consiglio di amministrazione della Rai del 29 novembre 2011, a seguito della dichiarata progressiva riduzione degli stanziamenti all'editoria operati dal Governo ed in relazione alla grave crisi economica attraversata dal Paese;
ad oggi, pertanto, la programmazione di Rai international è, di fatto, rappresentata solo da sintesi e registrazioni dei programmi e delle trasmissioni andati in onda sulle varie reti Rai e non più da una programmazione che potremmo definire «viva», nel senso di trasmissioni realizzate specificamente per le esigenze degli italiani all'estero;
va detto che Rai international ha fornito, fino a pochi mesi or sono, un servizio dedicato agli italiani residenti all'estero di grande valore, attraverso la programmazione di trasmissioni quali «Italia chiama Italia», che dà voce alle comunità italiane residenti all'estero, «Sportello Italia», che informa sui servizi offerti ai connazionali iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, e «Cristianità», che commenta l'Angelus del Papa e offre contenuti religiosi dedicati specificamente alle comunità italiane che vivono nei cinque continenti;
si tratta, dunque, di una programmazione articolata fatta di comunicazioni sociali, di partecipazione religiosa, di approfondimenti e di promozione turistica e commerciale del nostro Paese, che ha il preciso compito di mantenere intatto il vincolo tra madrepatria e suoi cittadini residenti in ogni parte del globo;
è fondamentale garantire a tutti i cittadini la capacità di essere aggiornati sui più i portanti fenomeni sociali, economici, religiosi del Paese, così come del resto espressamente previsto dal contratto di servizio in essere tra il Ministro dello sviluppo economico e la Rai –:
se e quali interventi il Ministro interrogato, nel caso in cui Rai international non dovesse riprendere la propria produzione autonoma, intenderà assumere, nell'ambito delle proprie competenze, per garantire il diritto ad un'informazione approfondita e di qualità del nostro sistema Paese, contestualmente ad un veicolo privilegiato di promozione del made in Italy e dell'intera imprenditoria italiana nel Mondo. (3-02088)
(7 febbraio 2012)