Dirigenza – Il riordino della dirigenza statale

La “legge Frattini

La L. 145/2002[1] (c.d. “legge Frattini”, dal nome dell’allora Ministro per la Funzione pubblica proponente), apporta una pluralità di modifiche alla disciplina della dirigenza statale recata dal testo unico sul pubblico impiego di cui al D.Lgs. 165/2001[2], e introduce norme di carattere generale per favorire la mobilità tra il settore pubblico e quello privato.

Nel dettaglio, il vasto ambito materiale toccato dalla legge nei suoi 11 articoli, può essere accorpato nei settori d’intervento di seguito indicati:

Pubbliche amministrazioni

L’articolo 1 della legge include due ulteriori soggetti, ovvero:

§         le agenzie istituite dal D.Lgs.300/1999[3]

§         l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN)[4]

nel novero delle pubbliche amministrazioni elencate dall’articolo 1, comma 2, del Testo unico sul pubblico impiego.

L’inclusione nel citato elenco di amministrazioni pubbliche[5] comporta l’applicazione delle numerose norme in materia di organizzazione e disciplina del rapporto di lavoro che, nella legislazione vigente, individuano il proprio ambito di applicazione facendo riferimento alle “amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165”. Tra queste vi sono, in primo luogo, le disposizioni dello stesso D.Lgs. 165/2001.

Delega di funzioni dirigenziali

L’articolo 2, novellando l’art. 17 del D.Lgs. 165/2001 che individua le funzioni dei dirigenti, consente ad essi di delegare alcune delle proprie competenze a dipendenti del proprio ufficio.

La delega può essere disposta per un periodo di tempo determinato a favore dei dipendenti che ricoprano le posizioni funzionali più elevate ed è sottoposta a specifiche condizioni e limiti.

In primo luogo, perché la delega sia conferita è necessario che ricorrano “specifiche e comprovate ragioni di servizio” e l’atto di delega deve essere scritto e motivato.

Quanto alle competenze delegate, esse possono inerire solo alle seguenti funzioni dei dirigenti:

§         attuazione dei progetti e delle gestioni ad essi assegnati dai dirigenti generali (adozione dei relativi atti e provvedimenti amministrativi ed esercizio di poteri di spesa e di acquisizione delle entrate);

§         direzione, coordinamento e controllo dell’attività degli uffici che da essi dipendono e dei responsabili dei procedimenti amministrativi, anche con poteri sostitutivi in caso di inerzia;

§         gestione del personale e delle risorse finanziarie e strumentali assegnate ai propri uffici.

Restano, invece, escluse dalla possibilità di delega le competenze inerenti alle altre funzioni dei dirigenti indicate dall’art. 17 e, segnatamente, la formulazione di proposte e l’espressione di pareri ai dirigenti degli uffici dirigenziali generali, nonché lo svolgimento di tutti gli altri compiti ad essi delegati dai dirigenti degli uffici dirigenziali generali.

Si esclude l’applicazione dell’art. 2103 del codice civile, ai sensi del quale in caso di esercizio di mansioni superiori il dipendente ha diritto sia al trattamento corrispondente all’attività svolta, sia all’assegnazione definitiva – a certe condizioni – alle nuove mansioni.

Incarichi di funzioni dirigenziali

L’articolo 3 innova sotto una pluralità di profili la disciplina recata negli articoli 19 (incarichi di funzioni dirigenziali), 21 (responsabilità dirigenziale), 23 (ruolo dei dirigenti) e 28 (accesso alla qualifica di dirigente) del testo unico sul pubblico impiego.

Poiché le modifiche sono state – correttamente – disposte in forma di novella, per una loro migliore illustrazione si farà direttamente riferimento al nuovo contenuto dei citati articoli del T.U.

 

Con riguardo all’art. 19 e ai criteri di conferimento degli incarichi di funzioni dirigenziali ivi individuati al co. 1, si prevede ora che la valutazione del singolo dirigente ai fini dell’assegnazione dell’incarico debba tener conto, in relazione alla natura e alle caratteristiche degli obiettivi prefissati, delle sue attitudini e capacità professionali, valutate anche in considerazione dei risultati conferiti con riferimento agli obiettivi fissati dalla direttiva annuale e dagli atti di indirizzo del Ministro.

È stato soppresso il criterio della rotazione nell’attribuzione degli incarichi di funzione dirigenziale.

 

Con riguardo alle modalità e ai contenuti del conferimento (art. 19, co. 2) degli incarichi dirigenziali, il provvedimento di conferimento dell’incarico, ovvero l’apposito separato provvedimento, individua:

§         l’oggetto dell’incarico;

§         gli obiettivi da conseguire, indicati con riferimento alle priorità, ai piani ed ai programmi definiti dall’organo di vertice politico nei propri atti di indirizzo;

§         la durata, che deve essere correlata agli obiettivi prefissati e non può eccedere i tre anni per gli incarichi di grado più elevato (segretario generale, incarichi di direzione di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali, di funzione dirigenziale di livello generale) e i cinque anni per gli altri incarichi di funzione dirigenziale[6]. Il successivo D.L. 115/2005[7] ha poi ulteriormente modificato tale previsione per prevedere, per tutti gli incarichi di funzione dirigenziale, gli stessi limiti di durata minimi (tre anni) e massimi (cinque anni).

 

Per una migliore comprensione della portata dell’intervento in esame, è opportuno ricordare che il D.Lgs. 165/2001 sancisce il principio (già presente nella legislazione vigente a partire dal D.Lgs. 29/1993[8]) della separazione tra responsabilità politiche e responsabilità dirigenziali. Gli organi di governo politici definiscono gli obiettivi e i programmi da attuare e verificano i risultati della gestione amministrativa sulla base delle direttive impartite. Ai dirigenti spetta la gestione finanziaria e amministrativa, compresa l’adozione di tutti gli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane e strumentali. È anche in base ai risultati conseguiti con riferimento agli obiettivi che il dirigente viene valutato ai fini del conferimento dell’incarico.

Quanto alla forma del provvedimento di conferimento, i commi 3, 4 e 5 dell’art. 19 – in ciò non modificati dalla legge in esame – prevedono, rispettivamente:

§         che al conferimento degli incarichi di grado più elevato (incarico di Segretario generale di ministeri, di direzione di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali e di livello equivalente) si provveda con un decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro competente (co. 3);

§         che al conferimento degli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale si provveda con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro competente (co. 4);

§         che gli incarichi di direzione degli altri uffici di livello dirigenziale siano conferiti dal dirigente dell’ufficio di livello dirigenziale generale (co. 5).

 

Per gli incarichi di grado più elevato (Segretario generale, Capo Dipartimento ed equiparati), il provvedimento che individua i contenuti dell’incarico, qualora distinto da quello di conferimento dell’incarico stesso, assume la forma di provvedimento del Presidente del Consiglio dei ministri o del ministro competente.

La novella introduce la formale distinzione tra il provvedimento di conferimento dell’incarico e il contratto individuale tra dirigente ed amministrazione, con il quale è definito soltanto il trattamento economico. In precedenza si rimetteva alla fonte contrattuale sia la definizione del trattamento economico, sia quella dell’oggetto, degli obiettivi da raggiungere e della sua durata. Come si è visto, questi ultimi vengono invece ora rimessi al provvedimento di conferimento dell’incarico (o a quello appositamente emanato successivamente).

Lo scopo della modifica è quello di distinguere tra aspetto organizzativo-funzionale dell’incarico (afferente alla responsabilità del datore di lavoro pubblico) e disciplina del rapporto individuale, rimessa ad un atto bilaterale di natura privatistica.

 

Si ricorda in merito che la contrattualizzazione del rapporto di lavoro dei dirigenti generali è stata oggetto di impugnazione dinanzi alla Corte costituzionale, sostenendosi da parte del Tribunale amministrativo regionale rimettente che “la privatizzazione del rapporto di impiego avrebbe comportato per i dirigenti generali uno status di debolezza e precarietà che da una parte non consente loro di operare secondo i canoni di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione (artt. 97 e 98 Cost.), e dall’altra si pone in contraddizione (con conseguente intrinseca irragionevolezza) con il principio di separazione tra funzione governativa di indirizzo e controllo e funzione dirigenziale di attuazione e gestione (art. 3 Cost.)”. Da ciò deriverebbe, tra l’altro – secondo il TAR remittente – l’illegittimità dell’inquadramento dei dirigenti generali nel ruolo unico.

Con la sua ordinanza n. 11 del 30 gennaio 2002, la Corte costituzionale ha ritenuto la questione manifestamente infondata, affermando che “deve ribadirsi – come questa Corte ha già affermato (sentenza n. 313 del 1996) – che la privatizzazione del rapporto di impiego pubblico (intesa quale applicazione della disciplina giuslavoristica di diritto privato) “non rappresenta di per sé un pregiudizio per l’imparzialità del dipendente pubblico, posto che per questi (dirigente o no) non vi è – come accade per i magistrati – una garanzia costituzionale di autonomia da attuarsi necessariamente con legge attraverso uno stato giuridico particolare che assicuri, ad es., stabilità ed inamovibilità”, per cui rientra nella discrezionalità del legislatore disegnare l’ambito di estensione di tale privatizzazione, con il limite del rispetto dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione e della non irragionevolezza della disciplina differenziata”.

 

Viene elevato (art. 19, co. 4) da un terzo alla metà delle dotazioni il limite massimo di incarichi di funzione di livello dirigenziale generale attribuibili a dirigenti di prima fascia o a persone in possesso delle specifiche qualità professionali individuate al successivo co. 6 del medesimo art. 19. Si segnala che tale limite è stato successivamente ulteriormente innalzato fino al 70 per cento dei posti disponibili[9].

 

Tra i criteri per il conferimento degli incarichi di direzione generale viene introdotto (nuovo comma 4-bis) quello del rispetto delle condizioni di pari opportunità di cui all’art. 7 del testo unico, che stabilisce che “le amministrazioni pubbliche garantiscono parità e pari opportunità tra uomini e donne per l’accesso al lavoro ed il trattamento sul lavoro”. Il rispetto del medesimo criterio è richiesto dal successivo nuovo comma 5-ter, anche per il conferimento degli incarichi di direzione degli uffici di livello dirigenziale. Il rispetto delle condizioni di pari opportunità viene così richiesto per tutti gli incarichi dirigenziali, fatta eccezione quelli di grado più elevato, di cui al co. 3 dell’art. 19 (Segretario generale ed equiparati).

 

Si inserisce altresì nell’art. 19 il nuovo co. 5-bis, con il quale si consente il conferimento degli incarichi dirigenziali – di qualunque livello – anche a dirigenti non appartenenti ai ruoli dei dirigenti delle singole amministrazioni dello Stato.

Tale possibilità è limitata numericamente: ogni amministrazione può conferirli al di fuori dei ruoli della dirigenza statale, entro il limite del 10 per cento della dotazione organica dei dirigenti appartenenti alla prima fascia ed entro il limite del 5 per cento della dotazione organica di quelli appartenenti alla seconda fascia.

Gli incarichi possono essere conferiti a dirigenti non appartenenti ai ruoli della dirigenza statale, purché si tratti di dirigenti dipendenti delle amministrazioni pubbliche, come definite dal D.Lgs. 165/2001[10], ovvero di organi costituzionali, previo collocamento fuori ruolo, comando o analogo provvedimento secondo i rispettivi ordinamenti.

 

L’art. 19 viene modificato anche in relazione alla disciplina dei casi e delle modalità di conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti in possesso di idonei requisiti professionali (co. 6).

Vengono infatti innalzati i limiti massimi dei posti entro cui possono essere conferiti tali incarichi, portandoli al 10 per cento della dotazione organica dei dirigenti di prima fascia ed all’8 per cento di quella degli appartenenti alla seconda fascia, mentre in precedenza il contingente massimo era fissato nel 5 per cento per entrambi i casi.

Si ribadisce che si tratta di incarichi conferiti a tempo determinato, la cui durata è stabilita entro i limiti che il precedente co. 2 ha fissato per gli incarichi in genere: tre anni per gli incarichi di vertice e le direzioni generali, cinque anni per gli altri. Per quanto riguarda i requisiti professionali per poter essere incaricati di funzioni dirigenziali, con le modifiche introdotte si prevede che il requisito della “particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica” – che può dar titolo al conferimento stesso – desunta da concrete esperienze di lavoro, possa avere a riferimento esperienze maturate, anche presso amministrazioni statali, “in posizioni funzionali previste per l’accesso alla dirigenza” (oltre a poter essere desumibile dalla formazione universitaria e postuniversitaria o da pubblicazioni scientifiche).

 

Viene inoltre modificata la disciplina della revocabilità degli incarichi di vertice da parte di ogni nuovo Governo (c.d. spoils system), prevedendosi che i più elevati incarichi dirigenziali (incarico di Segretario generale di ministeri, di direzione di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali e di incarichi di livello equivalente) cessino automaticamente decorsi 90 giorni dal voto sulla fiducia (art. 19, co. 8). Tale previsione è destinata a rendere, quindi, sempre necessario l’intervento di ogni nuovo Governo sull’assetto della dirigenza di vertice esistente all’atto del suo insediamento, poiché gli incarichi dovranno comunque essere oggetto di un nuovo conferimento. La precedente disciplina prevedeva invece che entro lo stesso termine tali incarichi potessero essere confermati, modificati, revocati o rinnovati e che in assenza di determinazioni a riguardo essi dovessero ritenersi confermati sino alla loro naturale scadenza.

 

In relazione alle funzioni svolte dai dirigenti ai quali non sia affidata la titolarità di uffici dirigenziali, in aggiunta a quanto già previsto dall’art. 19, co. 10 e cioè che essi svolgono, su richiesta degli organi di vertice delle amministrazioni che ne abbiano interesse, funzioni ispettive, di consulenza, studio e ricerca o altri incarichi specifici previsti dall’ordinamento, si prevede che essi possano essere destinati a operare presso collegi di revisione degli enti pubblici in rappresentanza di amministrazioni ministeriali.

 

Al co. 12 dell’art. 19, viene precisato che le norme sulla dirigenza continuano a non estendersi ai dirigenti del Corpo nazionale dei vigili del fuoco per i quali vige una speciale disciplina sul conferimento degli incarichi di funzioni dirigenziali.

Infine, viene inserito il nuovo co. 12-bis, con il quale si sancisce l’inderogabilità delle norme di cui al medesimo articolo da parte della contrattazione collettiva.

Responsabilità dirigenziale

Con la riformulazione dell’art. 21 del Testo unico viene inoltre introdotta anche una nuova disciplina della responsabilità dirigenziale, secondo la quale il mancato raggiungimento degli obiettivi o l’inosservanza delle direttive da parte del dirigente – valutati con i sistemi e le garanzie di cui al D.Lgs. 286/1999[11] - comportano l’impossibilità di rinnovo dello stesso incarico. Resta in ogni caso ferma l’eventuale responsabilità disciplinare secondo le previsioni del contratto collettivo.

In relazione alla gravità dei casi, l’amministrazione può inoltre disporre la revoca dell’incarico, collocando il dirigente a disposizione dei ruoli, ovvero recedere dal rapporto di lavoro secondo le disposizioni del contratto collettivo.

 

Come si diceva, la valutazione del dirigente è operata ai sensi dell’art. 5 del D.Lgs. 286/1999 che definisce per l’appunto specificamente le modalità e i criteri di valutazione, con le collegate garanzie, del personale con incarico dirigenziale.

In merito si ricorda che la già citata ordinanza 11/2002 della Corte costituzionale ha sottolineato l’importanza delle garanzie offerte dalla disciplina delle ipotesi di responsabilità del dirigente – insieme ai criteri per il conferimento dell’incarico – come elemento che consente di verificare l’azione svolta ed i risultati perseguiti, al fine di assicurare il buon andamento e l’efficienza della pubblica amministrazione.

Afferma la Corte nell’ordinanza: “La disciplina del rapporto di lavoro dirigenziale nei suoi aspetti qualificanti – in particolare il conferimento degli incarichi dirigenziali (assegnati tenendo conto, tra l’altro, delle attitudini e delle capacità professionali del dirigente) e la loro eventuale revoca (per responsabilità dirigenziale), nonché la procedimentalizzazione dell’accertamento di tale responsabilità (artt. 19 e 21 del D.Lgs. 29/1993, ed ora artt. 19, 21 e 22 del D.Lgs. 165/2001) – è connotata da specifiche garanzie, mirate a presidiare il rapporto di impiego dei dirigenti generali, la cui stabilità non implica necessariamente anche stabilità dell’incarico, che, proprio al fine di assicurare il buon andamento e l’efficienza dell’amministrazione pubblica, può essere soggetto alla verifica dell’azione svolta e dei risultati perseguiti”.

Il ruolo unico dei dirigenti

Con le modifiche apportate all’art. 23 del Testo unico, l’art. 3 della L. 145/2002 sopprime il ruolo unico dei dirigenti sostituendolo con la previsione di ruoli istituiti presso le singole amministrazioni[12].

 

Le riforme della dirigenza pubblica intervenute nel corso della XIII legislatura avevano condotto all’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di un ruolo unico dei dirigenti delle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, articolato in due fasce: quella di dirigente di uffici dirigenziali generali e quella di dirigente. Nella prima fascia sono inseriti i dirigenti generali in servizio e, successivamente, i dirigenti della seconda fascia che abbiano ricoperto incarichi di direzione di uffici dirigenziali generali per almeno cinque anni; nella seconda fascia, sono inseriti gli altri dirigenti in servizio, e quelli di nuova assunzione (artt. 15 e 23 del D.Lgs. 165/2001).

Dirigenti generali e dirigenti si differenziano per il diverso livello delle funzioni di direzione ad essi attribuite: ai dirigenti generali spettano compiti di proposta al ministro sugli atti di sua competenza, di diretta attuazione dei programmi definiti in sede politica attraverso la predisposizione di appositi progetti, di esercizio dei poteri di spesa, di determinazione dei criteri generali di organizzazione degli uffici, di direzione e controllo dell’attività dei dirigenti (art. 16 del D.Lgs. 165/2001); a questi ultimi spettano, invece, compiti di gestione amministrativa di minore rilevanza, per quanto riguarda in particolare la direzione di uffici centrali e periferici, l’attuazione di progetti assegnati dai dirigenti degli uffici generali, la gestione del personale e delle risorse finanziarie ad essi assegnati (art. 17, D.Lgs. 165/2001).

 

Con la novella in commento, il ruolo unico è dunque soppresso prevedendosi, in sua vece, l’istituzione di un ruolo dei dirigenti in ciascuna amministrazione dello Stato – anche ad ordinamento autonomo – anch’esso (come già quello unico precedentemente esistente) articolato in due fasce. Nell’ambito di ciascuna fascia sono definite apposite sezioni, in modo da garantire l’eventuale specificità tecnica.

Per quanto riguarda l’accesso, i dirigenti della seconda fascia sono reclutati attraverso i meccanismi di cui al successivo art. 28 (v. infra), ossia attraverso le procedure concorsuali ivi previste.

Con riferimento ai requisiti per il passaggio dalla seconda alla prima fascia, la transizione può avvenire qualora i dirigenti della seconda fascia abbiano ricoperto incarichi di direzione di uffici dirigenziali generali o equivalenti per un periodo pari almeno a cinque anni senza essere incorsi nelle misure previste per le ipotesi di responsabilità dirigenziale.

È assicurata la mobilità dei dirigenti nell’ambito delle amministrazioni dello Stato, prevedendosi la possibilità del loro transito, a domanda, ad amministrazioni diverse da quelle di appartenenza[13].

Gli effetti connessi ai trasferimenti e alla mobilità sono affidati alla disciplina dei contratti o accordi collettivi nazionali, secondo il criterio della continuità dei rapporti e privilegiando la libera scelta del dirigente; tale disciplina dovrà avere a riguardo anche il mantenimento del rapporto assicurativo con l’ente di previdenza, il trattamento di fine rapporto e lo stato giuridico legato all’anzianità di servizio e al fondo di previdenza complementare.

Il Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio cura una banca dati informatica contenente i dati relativi ai ruoli delle amministrazioni dello Stato.

Accesso alla dirigenza

Come anticipato, l’art. 3 in esame ridefinisce i requisiti e le modalità di accesso alla qualifica di dirigente recate dall’art. 28 del D.Lgs. 165/2001.

 

Tale articolo dispone che l’accesso al ruolo abbia luogo esclusivamente a seguito di concorso per esami, e prevede che le amministrazioni ricorrano a tal fine a due distinte procedure concorsuali (co. 2, lett. a) e b)):

a)       alla prima sono ammessi:

-    i dipendenti di ruolo delle pubbliche amministrazioni muniti di laurea, che abbiano compiuto almeno cinque anni di servizio in posizioni per l’accesso alle quali è richiesto il possesso del diploma di laurea;

-          i soggetti in possesso della laurea e della qualifica di dirigente in altri enti e strutture pubbliche, che abbiano svolto funzioni dirigenziali per almeno due anni;

-          i soggetti che abbiano ricoperto incarichi dirigenziali o equiparati in amministrazioni pubbliche per almeno cinque anni;

b)      la seconda è aperta:

-          a tutti i laureati muniti di diploma di specializzazione, dottorato di ricerca o altro titolo post-universitario rilasciato da università italiane o straniere o da primarie istituzioni formative;

-          ai dirigenti in strutture private, laureati e con almeno cinque anni di esperienza dirigenziale.

 

La principale innovazione introdotta dalla legge di riforma consiste nella (re)introduzione[14] – in luogo del concorso di cui alla lett. b) sopra richiamata – di un corso-concorso selettivo di formazione bandito dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione.

Il corso ha la durata di dodici mesi[15], ai quali si aggiunge (previo esame) un semestre di applicazione presso amministrazioni pubbliche o private, e si conclude con un esame-concorso. Ai partecipanti è corrisposta una borsa di studio.

Si configura pertanto attualmente una doppia modalità di accesso alla dirigenza:

§         mediante il corso-concorso,

 

Ad esso possono essere ammesse, con modalità definite in successivi D.P.C.M.[16], le seguenti categorie di soggetti (co. 3 del nuovo art. 28):

-          laureati muniti laurea specialistica, diploma di specializzazione, dottorato di ricerca o altro titolo post-universitario rilasciato da università italiane o straniere o da primarie istituzioni formative;

-          dipendenti di ruolo delle pubbliche amministrazioni muniti di laurea, che abbiano compiuto almeno cinque anni di servizio in posizioni per l’accesso alle quali è richiesto il possesso del diploma di laurea;

-          dipendenti di strutture private collocati in posizioni professionali equivalenti a quelle che, nelle pubbliche amministrazioni, richiederebbero il possesso del diploma di laurea, con un’esperienza lavorativa di cinque anni di servizio[17].

 

§         mediante concorso per esami, e successiva frequenza, da parte dei vincitori, di un ciclo di formazione presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione.

 

Le categorie ammesse coincidono con quelle già previste dal co. 2 dell’art. 28, con le seguenti differenze:

-          i soggetti che abbiano ricoperto incarichi dirigenziali o equiparati in amministrazioni pubbliche per almeno cinque anni sono ammessi purché muniti di diploma di laurea; i soggetti in possesso di diploma di specializzazione conseguito secondo le modalità indicate nell’articolo, sono ammessi con tre anni di servizio[18]

-          possono partecipare cittadini italiani, forniti di idoneo titolo di studio universitario, che abbiano maturato per almeno quattro anni continuativi “esperienze lavorative in posizioni funzionali apicali” richiedenti il possesso del diploma di laurea, presso enti od organismi internazionali.

 

Con regolamento governativo[19], da adottare sentita – ma solo per la parte relativa al corso-concorso – la Scuola superiore della pubblica amministrazione, sono definite:

§         la ripartizione dei posti di dirigente disponibili tra concorso per esami e corso-concorso; la quota riservata a quest’ultimo non dev’essere inferiore al 30%. Le amministrazioni comunicano annualmente al Dipartimento della funzione pubblica il numero dei posti riservati alla selezione mediante corso-concorso;

§         la quota di posti che ciascuna amministrazione può riservare al proprio personale;

§         l’ammontare delle borse di studio relative al corso-concorso;

§         i criteri di composizione e nomina delle commissioni esaminatrici e le modalità di svolgimento delle selezioni. Dev’essere comunque prevista la valutazione delle esperienze professionali maturate.

Si fa salva la disciplina di settore per l’accesso alle qualifiche dirigenziali delle carriere diplomatiche e prefettizia, delle Forze di polizia, delle Forze armate e dei Vigili del fuoco.

Ai sensi dell’articolo 4, a coloro che sono stati ammessi con riserva ai concorsi per l’accesso alla dirigenza anteriormente alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 387/1998[20] (cioè, prima del 22 novembre 1998) si applicano i requisiti di accesso stabiliti da quel decreto legislativo.

Disposizioni sul personale di ruoli ad esaurimento

L’articolo 5 consente l’inquadramento di alcuni dipendenti appartenenti a ruoli ad esaurimento, nei ruoli della dirigenza di seconda fascia.

Si tratta del personale appartenente ad una delle due seguenti categorie, individuate nell’art. 69, co. 3, del D.Lgs. 165/2001:

§         personale in possesso delle qualifiche di ispettore generale e di direttore di divisione, o equiparate (art. 60, D.P.R. 748/1972[21]), nonché impiegati delle carriere direttive non inquadrati nella corrispondente carriera dei dirigenti (art. 61 D.P.R. 748/1972);

§      personale degli enti pubblici in possesso della qualifica di direttore o consigliere capo ed equiparate, ovvero delle qualifiche inferiori della ex-categoria direttiva.

L’inquadramento di questi dipendenti nei ruoli della dirigenza delle amministrazioni dello Stato è operato dall’articolo in esame nei limiti del 50% dei posti disponibili nell’ambito della dotazione organica dei dirigenti di seconda fascia dei ruoli di ciascuna amministrazione.

È richiesto il previo superamento di un concorso riservato per titoli di servizio e professionali, cui è ammesso il personale appartenente alle categorie di cui sopra che sia in servizio alla data di entrata in vigore della legge. Il concorso deve svolgersi entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame.

Norme in materia di incarichi presso enti, società e agenzie

L’articolo 6 introduce un meccanismo che consente al Governo, all’inizio di una nuova legislatura, di sottoporre a revisione (conferma, revoca, modifica o rinnovo) le nomine di competenza governativa – in strutture esterne ai Ministeri – operate precedentemente, in modo non dissimile da quanto attualmente previsto per il rinnovo o la revoca delle nomine di vertice della dirigenza pubblica (c.d. spoils system).

Si tratta delle nomine degli organi di vertice e dei membri dei consigli di amministrazione o degli organi equiparati delle seguenti strutture[22]:

§         enti pubblici;

§         società controllate o partecipate dallo Stato;

§         agenzie;

§         altri organismi comunque denominati.

Per rafforzare ulteriormente la generale rinnovabilità di tutte le nomine di spettanza del Governo o dei ministri, vengono inserite nell’ambito di applicazione della norma altre due tipologie:

§         i rappresentanti del Governo e dei ministri in ogni organismo e a qualsiasi livello;

§         i componenti di comitati, commissioni e organismi ministeriali e interministeriali.

Qualora le nomine siano intervenute nei sei mesi antecedenti la scadenza naturale della legislatura (computata espressamente con decorrenza dalla data della prima riunione delle Camere) o, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, nel mese antecedente a questo, possono essere confermate o modificate dal nuovo Governo entro sei mesi dalla data del voto parlamentare che conferisce ad esso la fiducia. Decorso il termine in assenza di interventi, gli incarichi si intendono confermati sino alla loro naturale scadenza.

La norma quindi individua un duplice arco temporale di riferimento:

§         il primo è quello entro cui il Governo può revocare o rinnovare le nomine, pari a sei mesi a partire dal voto sulla fiducia al Governo;

§         il secondo individua gli incarichi soggetti a revisione: si tratta di quelli attribuiti a partire da sei mesi prima della scadenza naturale della legislatura e sino a tale data, ovvero nel solo mese antecedente lo scioglimento, in caso di scioglimento anticipato.

L’articolo 6, reca anche una disposizione di carattere transitorio secondo la quale le nomine effettuate negli ultimi sei mesi della XIII legislatura o nel corso della XIV legislatura fino alla data di insediamento del nuovo Governo, possono essere modificate, revocate o confermate entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

Mobilità tra pubblico e privato

L’articolo 7 reca alcune novelle al D.Lgs. 165/2001 e al Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali[23] in materia di mobilità tra pubblico e privato.

Nel D.Lgs. 165/2001 viene, in primo luogo, introdotto un nuovo articolo 23-bis, che stabilisce, in favore dei dipendenti pubblici di seguito indicati, la possibilità di chiedere il collocamento in aspettativa senza assegni per svolgere attività presso “soggetti e organismi, pubblici o privati, anche operanti in sede internazionale”.

L’ambito soggettivo di applicazione della norma comprende: dirigenti pubblici; appartenenti alla carriera diplomatica e prefettizia; magistrati ordinari, amministrativi e contabili; avvocati e procuratori dello Stato.

Dall’ambito soggettivo di applicazione sono, invece, esclusi gli appartenenti al personale militare, alle Forze di polizia e al Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

Per quanto concerne gli enti presso i quali è possibile richiedere di svolgere la propria attività, individuati genericamente dalla norma nei “soggetti e organismi, pubblici o privati, anche operanti in sede internazionale”, la loro individuazione è rimessa ad un successivo regolamento di attuazione.

È tenuta ferma la disciplina del collocamento fuori ruolo, ove prevista, e viene garantito il mantenimento della qualifica posseduta.

È inoltre garantito a coloro i quali usufruiranno dell’aspettativa in questione la ricongiunzione dei periodi contributivi a domanda dell’interessato, ai sensi della L. 29/1979[24], presso una qualsiasi delle forme assicurative nelle quali abbia maturato gli anni di contribuzione. La ricongiunzione è sempre ammessa ed è a carico dell’interessato se l’incarico è espletato presso organismi operanti in sede internazionale, salvo che l’ordinamento di questi ultimi non disponga diversamente.

La disciplina sull’aspettativa può applicarsi ai dirigenti ai quali non sia affidata la titolarità di uffici dirigenziali[25] “salvo motivato diniego dell’amministrazione di appartenenza”.

Per il personale di magistratura ed equiparato ivi indicato, gli organi competenti devono valutare se sussistano eventuali ragioni ostative all’accoglimento della domanda di collocamento in aspettativa.

La durata massima del collocamento in aspettativa per lo svolgimento di attività presso soggetti diversi dalle amministrazioni pubbliche è fissata in cinque anni, mentre non sono stabiliti limiti per il collocamento fuori ruolo per svolgere attività presso amministrazioni pubbliche. Tale periodo non è computabile ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza.

Sono individuati alcuni limiti per la concessione dell’aspettativa ai fini dello svolgimento delle attività in questione, delineando casi che possono essere qualificati come “incompatibilità” volte ad evitare l’insorgere di posizioni di conflitto di interessi intese lato sensu. L’aspettativa, infatti, non può essere concessa ove ricorra una delle seguenti due ipotesi:

§         il personale, nei due anni precedenti, è stato addetto a funzioni di vigilanza, di controllo o, nello stesso periodo, ha stipulato contratti o formulato pareri o avvisi su contratti o concesso autorizzazioni a favore di soggetti presso i quali intende svolgere l’attività. Nel caso in cui l’aspettativa sia richiesta al fine di svolgere la propria attività presso una impresa, il divieto per il personale si estende anche al caso in cui le predette attività istituzionali di vigilanza o di controllo abbiano interessato imprese che, anche indirettamente, la controllano o ne sono controllate, ai sensi dell’art. 2359 del codice civile;

§         il personale intende svolgere attività in organismi e imprese private la cui natura o attività, in relazione all’attività precedentemente svolta (dal personale stesso), possa cagionare “nocumento all’immagine dell’amministrazione o comprometterne il normale funzionamento o l’imparzialità”.

Il dirigente che abbia usufruito dell’aspettativa in questione, nei due anni successivi non può ricoprire incarichi che comportino l’esercizio di attività istituzionali di vigilanza, di controllo o di stipula di contratti.

 

Si prevede un’ulteriore possibilità di mobilità tra pubblico e privato, questa volta destinata potenzialmente a coinvolgere personale delle pubbliche amministrazioni indipendentemente dalla sua qualifica: le amministrazioni pubbliche possono disporre, per singoli progetti di interesse specifico dell’amministrazione e con il consenso dell’interessato, l’assegnazione temporanea di personale presso le imprese private. La norma non limita la possibilità di applicazione della suddetta assegnazione temporanea a specifiche figure professionali, stante l’adozione del generico termine “personale”. Anche in questo caso sono esclusi dall’applicabilità delle disposizioni gli appartenenti al personale militare, alle Forze di polizia e al Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

Ai dipendenti che abbiano prestato servizio durante il periodo di assegnazione temporanea è riconosciuta la valutabilità del servizio ai fini della progressione in carriera.

 

L’articolo in questione, come si diceva, novella anche il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali per estendere anche ai segretari comunali e provinciali l’applicabilità del nuovo art. 23-bis del D.Lgs. 165/2001, sopra illustrato, in materia di mobilità tra pubblico e privato. Si ricorda, in merito, che i segretari comunali e provinciali per effetto del contratto collettivo nazionale di lavoro sono equiparati ai dirigenti statali ai fini delle procedure di mobilità.

 

Infine, l’articolo 7 inserisce nel D.Lgs. 165/2001 il nuovo art. 17-bis che affida alla contrattazione collettiva del comparto Ministeri la disciplina dell’istituzione di un’apposita area contrattuale riservata alla vicedirigenza e provvede all’istituzione di un’area contrattuale autonoma dedicata ai professionisti degli enti pubblici, già appartenenti alla X qualifica funzionale, nonché ai ricercatori e ai tecnologi degli enti di ricerca (ivi compreso l’ENEA). Questo personale costituisce un’area contrattuale unitamente alla dirigenza, ma in specifica separata sezione, nel rispetto della distinzione di ruolo e funzioni.

Semplificazione delle procedure di collocamento fuori ruolo

L’articolo 8 modifica, con finalità di semplificazione, la disciplina del collocamento temporaneo di impiegati civili dello Stato presso enti od organismi internazionali, ovvero Stati esteri, dettata dall’art. 1 della L. 1114/1962[26].

L’ambito di applicazione della norme è esteso a tutto il personale dipendente delle Amministrazioni pubbliche, di cui all’art. 1, co. 2, del D.Lgs. 165/2001 (v. supra).

La novella abolisce la distinzione di procedura precedentemente prevista in ragione della qualifica del dipendente pubblico: infatti, viene ora previsto che il collocamento avvenga in tutti i casi con decreto dell’amministrazione interessata, previa autorizzazione del Dipartimento della funzione pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei ministri; il decreto è emanato d’intesa con il Ministero degli affari esteri e con il Ministero dell’economia e delle finanze.

Il collocamento fuori ruolo ha ad oggetto un impiego o un incarico temporaneo la cui durata non deve essere inferiore a sei mesi; è comunque disposto per un tempo determinato e può essere soggetto a revoca anticipata o a rinnovo alla scadenza.

Le amministrazioni “di destinazione” sono individuate in “enti o organismi internazionali”, ovvero Stati esteri.

Viene inoltre fissato un contingente dei collocamenti fuori ruolo in questione, che non può superare complessivamente il limite di 500 unità.

È comunque fatto salvo quanto disposto dall’art. 32 del D.Lgs. 165/2001 ai sensi del quale i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, a seguito di accordi di reciprocità stipulati tra le amministrazioni interessate, possono essere destinati a prestare temporaneamente servizio presso amministrazioni pubbliche di Stati membri dell’Unione europea, di Stati candidati all’adesione e di altri Stati con cui l’Italia intrattiene rapporti di collaborazione, nonché presso gli organismi dell’Unione europea e le organizzazioni ed enti internazionali cui l’Italia aderisce.

II personale che presta temporaneo servizio all’estero resta a tutti gli effetti dipendente dell’amministrazione di appartenenza e l’esperienza maturata all’estero è valutata ai fini dello sviluppo professionale.

Nelle more dell’emanazione del decreto di collocamento fuori ruolo, l’amministrazione di appartenenza può autorizzare l’immediato impiego del dipendente presso l’ente o l’organismo internazionale che abbia richiesto il collocamento stesso.

Per i cittadini italiani collocati fuori ruolo ai sensi delle precedenti disposizioni, fatto salvo il regime di maggior favore eventualmente previsto dalle amministrazioni di appartenenza, il servizio presso organizzazioni internazionali o Stati esteri è computato interamente ai fini tanto della progressione di carriera e degli aumenti periodici di stipendio, quanto del trattamento previdenziale e della valutazione dei titoli.

Accesso di dipendenti privati allo svolgimento di incarichi e attività internazionali

L’articolo 9 introduce la possibilità che personale di cittadinanza italiana operante in imprese private vada a ricoprire posti o incarichi in seno ad organizzazioni internazionali.

Tale innovazione è resa possibile mediante la predisposizione, presso il Ministero degli affari esteri, di un elenco delle imprese che si candidano a fornire proprio personale di cittadinanza italiana per gli impieghi internazionali.

Il Ministero stila l’elenco sulla scorta di richieste che le imprese interessate gli indirizzano, contenenti le seguenti indicazioni:

§         l’area di attività dell’impresa;

§         gli enti od organismi internazionali di interesse;

§         i settori professionali ed il numero massimo di dipendenti che intendono fornire;

§         l’impegno a conservare il posto di lavoro – senza diritto al trattamento economico – al proprio personale per il periodo dell’utilizzazione esterna all’impresa, indicando anche eventualmente la durata massima dell’aspettativa.

L’effettiva nomina dei candidati avviene, nei limiti dei posti vacanti, sulla base dei requisiti di professionalità, esperienza e delle conoscenze tecnico-scientifiche del dipendente. La nomina, che deve essere motivata con la carenza di analoghe figure professionali nei ruoli della pubblica amministrazione, è disposta sempre a tempo determinato – per una durata non superiore a tre anni – e non è rinnovabile.

Si precisa che gli incarichi e le attività internazionali svolte da dipendenti di imprese private ai sensi dell’articolo in esame non comportano l’attribuzione di alcun tipo di indennità o emolumento a carico delle amministrazioni pubbliche italiane.

Disposizioni di attuazione e finali

L’articolo 10, reca le disposizioni di attuazione[27].

 

L’articolo 11 reca una disposizione di coordinamento formale, derivante dalla soppressione del ruolo unico dei dirigenti operata dalla legge in esame e dalla conseguente istituzione dei ruoli dei dirigenti nelle singole amministrazioni.

L’articolo dispone, conseguentemente, che in tutte le disposizioni di legge, di regolamento e contrattuali nelle quali è espressamente o implicitamente richiamato il ruolo unico dei dirigenti, tale richiamo vada inteso come effettuato ai ruoli dei dirigenti delle singole amministrazioni.

Ulteriori provvedimenti

Nel corso della legislatura, alcuni ulteriori interventi normativi hanno inciso sulla disciplina della dirigenza statale.

Innanzitutto, la legge finanziaria per il 2003 (L. 289/2002) è intervenuta sulle disposizioni in materia di accesso alla qualifica di dirigente recate dall’art. 28 del D.Lgs. 165/2001.

In dettaglio, l’art. 34, comma 25, della L. 289/2002 sostituisce il comma 7 dell’art. 28 per introdurre disposizioni coerenti con quanto disposto dall’art. 39 ella L. 449/1997[28], che al fine di assicurare le esigenze di funzionalità e di ottimizzare le risorse per il migliore funzionamento dei servizi della P.A. compatibilmente con le disponibilità finanziarie e di bilancio, impone ai suoi organi di vertice l’obbligo di attenersi alla regola della programmazione triennale del fabbisogno di personale.

Con queste finalità, il nuovo comma 7 dell’art. 28 prevede che le amministrazioni statali, anche a ordinamento autonomo e gli enti pubblici non economici, comunichino entro il 30 giugno di ciascun anno, al Dipartimento per la funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il numero dei posti che si renderanno vacanti nei propri ruoli dei dirigenti. Il Dipartimento della funzione pubblica, entro il 31 luglio di ciascun anno, comunica quindi alla Scuola superiore della pubblica amministrazione i posti da coprire mediante corso-concorso. Quest’ultimo, viene bandito dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione entro il 31 dicembre di ciascun anno.

L’art. 3-bis del D.L. 136/2004[29] ha poi aggiunto allo stesso articolo 28 un nuovo comma 7-bis per effetto del quale le amministrazioni statali, anche ad ordinamento autonomo, e gli enti pubblici non economici comunicano, altresì, entro il 30 giugno di ciascun anno alla Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento della funzione pubblica i dati complessivi e riepilogativi relativi ai ruoli, alla dotazione organica, agli incarichi dirigenziali conferiti, nonché alle posizioni di comando, fuori ruolo, aspettativa e mobilità, con indicazione della decorrenza e del termine di scadenza.

Le informazioni sono comunicate e tempestivamente aggiornate per via telematica a cura delle amministrazioni interessate, con inserimento nella banca dati informatica contenente i dati relativi ai ruoli delle amministrazioni dello Stato gestita dal Dipartimento della funzione pubblica.

Successivamente, il citato D.L. 115/2005 novella il Testo unico sul pubblico impiego per prevedere, per tutti gli incarichi di funzione dirigenziale, gli stessi limiti di durata minimi (tre anni) e massimi (cinque anni), laddove la L. 145 aveva invece introdotto termini differenziati (tre anni, per gli incarichi di vertice e cinque per tutti gli altri incarichi dirigenziali, senza indicare un termine minimo).

Per effetto dell’intervento, inoltre, possono ora ricevere incarichi dirigenziali extra dotazione organica anche dipendenti della stessa amministrazione statale, e risulta modificato un requisito per il passaggio dei dirigenti dalla seconda fascia alla prima, con la riduzione da cinque a tre anni del periodo durante il quale essi devono aver ricoperto incarichi di direzione di uffici dirigenziali generali o equivalenti.

Infine, in relazione all’area contrattuale della vicedirigenza la cui istituzione è demandata dalla L. 145/2002 alla contrattazione collettiva, il decreto-legge, per rafforzarne il carattere autonomo, prevede che essa non debba più definirsi “apposita”, bensì “separata”.



[1]     L.15 luglio 2002, n. 145, Disposizioni per il riordino della dirigenza statale e per favorire lo scambio di esperienze e l’interazione tra pubblico e privato.

[2]     Di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.

[3]     Va qui brevemente ricordato che il D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, Riforma dell’organizzazione del Governo, a norma dell’articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59, ha istituito un certo numero di agenzie e ha dettato una disciplina generale in materia, configurando le agenzie stesse come strutture con carattere tecnico operativo, incardinate nella organizzazione ministeriale, provviste di una parziale autonomia.

[4]     Ai sensi dell’art. 46 del medesimo D.Lgs. 165/2001, L’ARAN ha la rappresentanza legale delle pubbliche amministrazioni agli effetti della contrattazione collettiva nazionale ed esercita a livello nazionale, in base agli indirizzi ricevuti, ogni attività relativa alle relazioni sindacali, alla negoziazione dei contratti collettivi e all’assistenza delle pubbliche amministrazioni ai fini dell’uniforme applicazione dei contratti collettivi. Le stesse amministrazioni possono avvalersi dell’assistenza dell’ARAN ai fini della contrattazione integrativa. L’ARAN cura inoltre le attività di studio, monitoraggio e documentazione necessarie all’esercizio della contrattazione collettiva.

      L’ARAN ha personalità giuridica di diritto pubblico e autonomia organizzativa e contabile nei limiti del proprio bilancio. Essa definisce con propri regolamenti le norme concernenti l’organizzazione interna, il funzionamento e la gestione finanziaria.

[5]     Del quale fanno parte, ai sensi del citato art. 1, co. 2: “tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane. e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale”.

[6]     La disciplina previgente prevedeva una durata non inferiore a due anni e non superiore a sette, salvo rinnovo.

[7]     D.L. 30 giugno 2005, n. 115, Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione, conv. con mod. in L. 17 agosto 2005, n. 168, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione. Disposizioni in materia di organico del personale della carriera diplomatica, delega al Governo per l’attuazione della direttiva 2000/53/CE in materia di veicoli fuori uso e proroghe di termini per l’esercizio di deleghe legislative.

[8]     D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, Razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell’articolo 2 della L. 23 ottobre 1992, n. 421.

[9]     Ad opera dell’art. 3, co. 147, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2004).

[10] Si veda supra, in riferimento all’art. 1.

[11]    D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 286, Riordino e potenziamento dei meccanismi e strumenti di monitoraggio e valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell’attività svolta dalle amministrazioni pubbliche, a norma dell’articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59.

[12]    In materia, è intervenuto D.P.R. 23 aprile 2204, n. 108, Regolamento sui ruoli della dirigenza delle Amministrazioni dello Stato.

[13]    Al fine di agevolare le procedure di mobilità, l’art. 3-bis del D.L. 28 maggio 2004, n. 136, Disposizioni urgenti per garantire al funzionalità di taluni settori della pubblica amministrazione, conv. con mod. in L. 186/2004, ha soppresso da tale disciplina il riferimento ai decreti con i quali il ministro per la funzione pubblica, sentite l’amministrazione di provenienza e quella di destinazione, avrebbe dovuto disporre il suddetto transito.

[14]    Si ricorda che il meccanismo del corso-concorso, già previsto in materia dall’art. 28 del D.Lgs. 29/1993, era stato soppresso dall’art. 10 del D.Lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, Ulteriori disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, e del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80.

[15]    La durata del corso (prima fissata in quindici mesi) è stata modificata dall’art. 34, co. 25 della L. 27 dicembre 2002, n. 289, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003).

[16]    In materia sono intervenuti il D.P.C.M. 29 settembre 2004, n. 295 Regolamento recante modalità di riconoscimento dei titoli post-universitari considerati utili ai fini dell’accesso al corso-concorso selettivo di formazione dirigenziale, ai sensi dell’articolo 28, comma 3, del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e il D.P.C.M. 11 febbraio 2005, n. 118, Regolamento recante modalità di individuazione delle posizioni professionali di dipendenti privati, equivalenti a quelle di dipendenti pubblici, per l’ammissione al corso-concorso selettivo di formazione dirigenziale, bandito dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione.

[17]    Quest’ultima specificazione è stata introdotta dall’art. 5-ter del D.L. 31 gennaio 2005, n. 7, Disposizioni urgenti per l’università e la ricerca, per i beni e le attività culturali, per il completamento di grandi opere strategiche, per la mobilità dei pubblici dipendenti, e per semplificare gli adempimenti relativi a imposte di bollo e tasse di concessione, nonché altre misure urgenti, convertito con modificazioni dalla L. 43/2005.

[18]    Quest’ultima indicazione è stata introdotta dall’art. 14, co. 1, della L. 29 luglio 2003, n. 229, Interventi in materia di qualità della regolazione, riassetto normativo e codificazione. Legge di semplificazione 2001.

[19]    In attuazione della disposizione è stato adottato il D.P.R. 24 settembre 2004, n. 272, Regolamento di disciplina in materia di accesso alla qualifica di dirigente ai sensi dell’art. 28, comma 5, del D.Lgs. 31 marzo 2001, n. 165.

[20]    D.Lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, “Ulteriori disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, e del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80”.

[21]    D.P.R. 30 giugno 1972, n. 748, Disciplina delle funzioni dirigenziali nella Amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo.

[22]    Si segnala che l’art. 1, co. 309, della L. 266/2005 (legge finanziaria 2006) ha disposto la disapplicazione delle disposizioni in commento con riferimento ai dirigenti dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali (di cui al D.Lgs. 115/1998). L’intervento, motivato con l’esigenza di assicurare con carattere di continuità la realizzazione del programma di attività connessa allo svolgimento dei compiti per la riduzione delle liste di attesa, è limitato agli anni 2006, 2007, 2008.

[23]    Di cui al D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267.

[24]    Legge 7 febbraio 1979, n. 29, Ricongiunzione dei periodi assicurativi dei lavoratori a fini previdenziali.

[25]    Si tratta dei dirigenti di cui all’art. 19, co. 10, del D.Lgs. 165/2001 i quali, secondo il testo del co. 10 riformulato dall’art. 3 della legge in esame, possono essere chiamati a svolgere funzioni ispettive, di consulenza, studio e ricerca o altri incarichi specifici previsti dall’ordinamento, ivi compresi quelli presso i collegi di revisione degli enti pubblici in rappresentanza di amministrazioni ministeriali.

[26]    L. 27 luglio 1962, n. 1114, Disciplina della posizione giuridica ed economica dei dipendenti statali autorizzati ad assumere un impiego presso Enti od organismi internazionali o ad esercitare funzioni presso Stati esteri.

[27]    Per le disposizioni di attuazione già adottate, si rinvia all’illustrazione degli articoli.

[28]    L. 27 dicembre 1997, n. 449, Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica.

[29]    D.L. 28 maggio 2004, n. 136, Disposizioni urgenti per garantire al funzionalità di taluni settori della pubblica amministrazione, conv. con mod. in L. 186/2004.