Tutela dagli abusi familiari

 L’articolo unico della legge 6 novembre 2003, n. 304 ha operato un intervento di tipo soppressivo sul dettato dell’articolo 342-bis del codice civile, in materia di ordini di protezione contro gli abusi familiari.

L’articolo 342-bis c.c. è stato inserito nell’ordinamento dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, Misure contro la violenza nelle relazioni familiari, approvata nel corso della XIII legislatura, che ha introdotto un sistema di tutela contro il fenomeno della violenza domestica basato sull’impiego di strumenti penalistici e civilistici.

 

In sede penale, la legge 154/2001 ha introdotto la nuova misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis c.p.c.): chi subisce la misura (coniuge, convivente o altro componente del nucleo familiare) deve lasciare immediatamente la casa e solo il giudice può concedere l'autorizzazione al rientro. Con lo stesso provvedimento il giudice può vietare di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa (il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia d'origine o dei congiunti più prossimi). L’applicazione della nuova misura cautelare si pone come un’alternativa alla custodia in carcere ma non la esclude: nei casi più gravi, infatti, può anche essere disposta la misura coercitiva privativa della libertà. La norma è applicabile ai procedimenti per delitti puniti con pena superiore, nel massimo, a tre anni: di fatto, oltre che per la violenza sessuale, se commessa in famiglia, anche per i delitti di maltrattamento, lesioni personali gravi e gravissime. Restano escluse le minacce, le ingiurie e le lesioni lievi, se non ripetute fino a diventare maltrattamenti. Come tutte le misure cautelari anche questa richiede l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza, il pericolo di reiterazione di delitti, il criterio della proporzionalità tra gravità del fatto e misura prescelta.

In sede civile sono stati introdotti nel codice civile gli articoli 342-bis (Ordini di protezione contro gli abusi familiari) e 342-ter (Contenuto degli ordini di protezione) per ottenere la tutela della vittima anche quando sussista soltanto una accertata situazione di tensione e non necessariamente un reato. Diversamente dalla misura penalistica, le cui condizioni di applicabilità sono fissate in via generale per tutte le misure cautelari, il presupposto positivo che legittima l’adozione dell’ordine in sede civile consiste nel “grave pregiudizio all’integrità fisica e morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente” mentre il presupposto negativo è che “il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio”. L'ordine di protezione è un provvedimento d’urgenza che il giudice adotta con decreto su istanza di parte, per una durata massima di 6 mesi prorogabili in presenza di gravi motivi, con cui sono ordinati la cessazione della condotta e l'allontanamento dalla casa familiare con eventuale ordine di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante; sono altresì dettate le specifiche modalità di adempimento ed è eventualmente disposto l'intervento dei servizi sociali o di un centro di mediazione familiare nonché il pagamento periodico di un assegno (art. 342-ter c.c.). Chiunque violi l’ordine di protezione (ma anche analoghi provvedimenti assunti nei procedimenti di separazione e di divorzio) è soggetto alla pena della reclusione fino a 3 anni o della multa da lire 200.000 a 2 milioni.

 

Prima dell’intervento normativo in commento, in relazione al tipo di abuso familiare, potevano scattare diverse modalità di tutela ai sensi della legge n. 154/2001. In particolare, la tutela civile era attivabile soltanto:

§      qualora la condotta non costituisse reato (su istanza di parte attraverso l’ordine di protezione contro gli abusi familiari se la condotta è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale, ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente)

§      qualora la condotta costituisse reato perseguibile su istanza di parte (se la condotta è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, sempre su istanza di parte, attraverso l’ordine di protezione contro gli abusi familiari). In questo caso, se il delitto è punito con pena superiore nel massimo a 3 anni è possibile anche l’applicazione della misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare.

 

In caso di condotta che costituisse reato perseguibile d’ufficio la tutela civile attraverso l’ordine di protezione era comunque esclusa e si potevano verificare le seguenti due ipotesi:

§      per delitto punito con pena superiore nel massimo a 3 anni, possibilità di applicazione della misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare;

§      per delitto punito con pena inferiore nel massimo a 3 anni, impossibilità di disporre alcun tipo di misura.

La legge 304/2003 ha, dunque, ovviato a queste due ultime ipotesi scongiurando ogni possibile esclusione della tutela civile, non ragionevole in particolare in occasione delle forme di abuso più gravi, e ogni applicazione di tipo alternativo degli strumenti civilistici o penalistici di tutela, peraltro non giustificabile alla luce della diversa funzione assolta da essi (misura cautelare per quelli penalistici, tutela della persona offesa per quelli civilistici).