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La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • C-189/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 18 gennaio 2017

    Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) - Fondazione Santa Lucia contro Cassa conguaglio per il settore elettrico e altri

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato

    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2003/96/CE - Tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità - Sgravi fiscali - Ambito di applicazione ratione materiae - Incentivi relativi ai corrispettivi a copertura degli oneri generali del sistema elettrico - Articolo 17 - Imprese a forte consumo di energia - Incentivi accordati a imprese siffatte unicamente del settore manifatturiero - Ammissibilità

    Causa C-189/15
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-189/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-189/15
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 17, paragrafo 1, della direttiva 2003/96/CE del Consiglio che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità.

    Nel corso del 2014, la Fondazione Santa Lucia, operante nel settore dell'erogazione dei servizi sanitari, ha chiesto al Tar Lombardia l'annullamento degli atti con cui la Autorità nazionale per l'Energia elettrica ed il Gas le ha negato la fruizione degli incentivi fiscali previsti in tema di copertura degli oneri generali del sistema elettrico, riconoscendo tali benefici solo alle imprese c.d. "energivore" del settore manifatturiero.

    Il Tar ha dichiarato irricevibile il ricorso perché tardivo. Adito in appello, il Consiglio di Stato ha ritenuto di dover sospendere il procedimento e formulare una domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte di giustizia, chiedendo se l'articolo 17 della direttiva 2003/96/CE debba essere interpretato nel senso che rientrano nella nozione di "sgravi fiscali" gli incentivi riconosciuti, dal diritto nazionale, alle imprese a forte consumo di energia, quali definite dalla medesima disposizione, relativamente a corrispettivi, come quelli in discussione nel procedimento principale, a copertura degli oneri generali del sistema elettrico.

    In Italia la materia è disciplinata dall'art 39 del decreto-legge 2012/83 (convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134) e da un decreto ministeriale del 5 aprile 2013 che prevede, da un lato, sgravi fiscali ed agevolazioni per le imprese a forte consumo di elettricità e, dall'altro, oneri a carico dei consumatori e delle altre imprese, destinati a finanziare interessi generali, come fonti rinnovabili, messa in sicurezza del nucleare e compensazioni territoriali.

    La Fondazione lamentava l'esclusione da tali benefici, previsti soltanto per alcune tipologie di imprese.

    Il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte Ue, in via pregiudiziale:

    • se sia riconducibile al campo di applicazione della direttiva 2003/96/CE una normativa nazionale la quale, per un verso, reca una definizione di "imprese a forte consumo di energia" compatibile con quella della direttiva e che, per altro verso, riserva a tale tipologia di imprese incentivi in tema di corrispettivi a copertura degli oneri generali del sistema elettrico (e non incentivi relativi alla tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità in quanto tale);
    • se l'ordinamento dell'Unione e, segnatamente, gli articoli 11 e 17 della direttiva citata ostino a una disciplina come quella nazionale la quale, per un verso, opta per l'introduzione di un sistema di agevolazioni sul consumo di prodotti energetici da parte delle imprese "a forte consumo di energia" e, per altro verso, limita la possibilità di fruire di tali agevolazioni in favore delle sole imprese "energivore" che operano nel settore manifatturiero, escludendola nei confronti delle imprese che operano in diversi settori produttivi (e segnatamente, nel caso di specie, nel settore dei servizi sanitari).

    Per rispondere alla prima questione, a parere della Corte di giustizia, occorre accertare se i corrispettivi a copertura degli oneri generali del sistema elettrico abbiano carattere fiscale e, più specificamente, costituiscano imposte indirette di cui all'articolo 4, paragrafo 2, direttiva 2003/96/CE. Tali corrispettivi sono previsti in Italia dal citato articolo 39 del decreto legge 2012/83 e la Corte ritiene, salva diversa valutazione del giudice interno, che abbiano natura di imposta, in quanto gli enti che utilizzano i servizi della rete elettrica hanno l'obbligo giuridico di versare i corrispettivi di cui trattasi alla Cassa conguaglio per il settore elettrico. Essi, inoltre, non sono destinati a finanziare i costi di produzione e distribuzione dell'elettricità ma sono rivolti a finalità di interesse generale, andando a gravare sul consumatore finale del bene o del servizio fornito, essendo inclusi nell'importo indicato nella fattura ed essendo collegati all'elettricità consumata, in quanto risultano decrescenti in funzione dei consumi.

    Rappresentando un'imposta indiretta, i benefici riconosciuti alle imprese "energivore" possono, pertanto, essere equiparati ad uno sgravio fiscale.

    In merito alla seconda questione, la Corte rileva che l'articolo 17 della direttiva citata precisa che gli Stati membri possono prevedere limiti più stringenti alla nozione di "impresa a forte consumo di energia" rispetto al dettato europeo, relativi, ad esempio, al valore del fatturato o alle definizioni del processo produttivo del settore industriale di riferimento.

    Per tale ragione, ad avviso della Corte di giustizia, non è possibile individuare nella scelta discrezionale operata nel decreto ministeriale alcuna lesione al principio di parità di trattamento, in considerazione delle diverse scelte politiche che per tale via il Governo nazionale intende perseguire.

    Da ultimo, secondo la Corte rimane aperta la possibilità di verificare se una siffatta normativa costituisca un aiuto di Stato; ma questa è una questione che non è oggetto della suddetta causa.

  • C-378/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 14 dicembre 2016

    Mercedes Benz Italia SpA contro Agenzia delle Entrate Direzione Provinciale Roma 3

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma

    Rinvio pregiudiziale - Fiscalità - Imposta sul valore aggiunto - Direttiva 77/388/CEE - Articolo 17, paragrafo 5, terzo comma, lettera d) - Ambito di applicazione - Applicazione di un pro rata di detrazione all'imposta sul valore aggiunto che ha gravato l'acquisto della totalità dei beni e dei servizi utilizzati da un soggetto passivo - Operazioni accessorie - Utilizzo della cifra d'affari come indizio

    Causa C-378/15
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-378/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-378/15
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 17, paragrafo 5, e dell'articolo 19 della sesta direttiva 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme.

    Tale domanda è stata proposta nell'ambito di una controversia tra la Mercedes Benz Italia Spa e l'Agenzia delle Entrate in merito a detrazioni dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) operate dalla Mercedes Benz nell'anno d'imposta 2004.

    Nella sua dichiarazione IVA per il 2004, la Mercedes Benz ha qualificato l'erogazione di finanziamenti alle società controllate come "accessorie" rispetto alle proprie attività imponibili, circostanza che l'ha portata a escludere gli interessi maturati su tali finanziamenti dal calcolo della percentuale di detrazione di cui all'articolo 19-bis del DPR n. 633/72.

    A seguito di un controllo fiscale effettuato nel corso del 2008 e riguardante l'anno d'imposta 2004, la Mercedes Benz è stata sottoposta, con decisione dell'Agenzia delle Entrate, a un avviso di accertamento per il recupero di IVA non versata pari a 1.755.882 di euro: in particolare, si contestava proprio l'esclusione dal calcolo della percentuale di detrazione degli interessi percepiti sui finanziamenti alle società controllate, dal momento che tale erogazione costituiva una delle principali attività della Mercedes Benz, pari al 71,64% della sua cifra d'affari complessiva.

    La Mercedes Benz ha proposto un ricorso contro tale decisione dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Roma (Italia), che ha sospeso il procedimento e ha deciso di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale: se, ai fini dell'esercizio del diritto di detrazione, ostino all'interpretazione degli articoli 168, 173, 174 e 175 della direttiva 2006/112/CE, la legislazione nazionale (segnatamente, gli articoli 19, comma 5 e 19-bis, del DPR n. 633/72) e la prassi dell'Amministrazione fiscale nazionale, che prevedono l'applicazione del metodo del pro-rata.

    In Italia, infatti, per i soggetti che compiono sia operazioni imponibili sia operazioni esenti (purché non meramente accessorie alle prime), la liquidazione dell'IVA segue la regola del pro-rata matematico: l'IVA detraibile dall'impresa è computata con riferimento alla totalità degli acquisti effettuati dall'impresa stessa (anche a quelli "a monte" delle operazioni esenti), in una percentuale (percentuale di detraibilità) risultante dal rapporto tra fatturato imponibile e fatturato complessivo (quest'ultimo dato dalla somma del fatturato imponibile e di quello esente). Nel sistema del pro-rata matematico, pertanto, non si tengono distinte le operazioni esenti da quelle imponibili, perché entrambe confluiscono in un sistema "promiscuo" in cui l'imposta, con la correlativa detrazione, è determinata in modo unitario, forfettariamente e per approssimazione, in relazione a tutti gli acquisiti effettuati dall'impresa.

    In premessa, sebbene il giudice del rinvio si sia formalmente riferito, nella sua domanda di pronuncia pregiudiziale, agli articoli 168 e da 173 a 175 della direttiva 2006/112/CE, la Corte di giustizia rileva che nell'anno d'imposta di cui al procedimento (il 2004) il diritto a detrazione dei soggetti passivi era principalmente disciplinato dagli articoli 17 e 19 della sesta direttiva 77/388/CEE.

    Nel merito, la Corte ha stabilito che il diritto dell'Unione non osta a una normativa come quella italiana, che prevede per i soggetti ad attività "mista" un trattamento omogeneo delle attività tassate e delle attività esenti, mediante applicazione di un unico pro-rata (della detrazione e della corrispondente imposta) su tutti gli acquisti.

    In particolare, la Corte ha evidenziato che, secondo la direttiva, il pro-rata di detrazione è una frazione al cui numeratore sta il fatturato delle operazioni imponibili e al cui denominatore è collocata la somma di tale fatturato e del fatturato esente. È vero che tale pro-rata di detrazione si applica, di regola, agli acquisti di beni destinati a un utilizzo promiscuo (cioè utilizzati contemporaneamente sia per attività esenti, non meramente accessorie, sia per attività assoggettate a IVA svolte dallo stesso imprenditore). Tuttavia, l'articolo 17, paragrafo 5, terzo comma, della sesta direttiva consente agli Stati membri di ricorrere a metodi di determinazione del diritto a detrazione specifici, a carattere derogatorio: in altre parole, è consentito agli Stati membri applicare il medesimo criterio del pro-rata di detrazione a tutti i beni e servizi destinati ai due tipi di operazioni, ivate o esenti; senza richiedere la promiscuità o contemporaneità della destinazione dei beni: ciò significa che la detrazione pro-rata può applicarsi, in via eccezionale, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni soggette ad IVA, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni esenti (purché non meramente accessorie all'attività imponibile). Secondo la Corte, tale eccezione, come applicata nel sistema italiano, è conforme all'obiettivo della direttiva di autorizzare criteri semplificati di calcolo dell'IVA e della detrazione.

    Circa l'esame della questione se sia consentito a uno Stato membro obbligare un soggetto passivo a riferirsi alla composizione della sua cifra di affari (articolo 19 della sesta direttiva), la Corte ha stabilito che la disciplina italiana (che per identificare le operazioni "meramente accessorie" a quelle imponibili richiede di avere riguardo al fatturato complessivo dell'impresa) è conforme al diritto dell'Unione.

  • C-199/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 10 novembre 2016
    Ciclat Soc. Coop. contro Consip SpA e Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di lavori, servizi e forniture
    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2004/18/UE - Articolo 45 - Articoli 49 e 56 TFUE - Appalti pubblici - Condizioni di esclusione da una procedura di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi - Obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali - Documento unico di regolarità contributiva - Rettifica di irregolarità

    Causa C-199/15
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-199/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-199/15
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 45 della direttiva 2004/18/CE (abrogata e sostituita dalla direttiva 2014/24/UE), relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi. Tale domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia tra il consorzio Ciclat Soc. coop, da un lato, e la Consip Spa e l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, dall'altro, in merito a una procedura di aggiudicazione per la fornitura di servizi di pulizia e di altri servizi di manutenzione degli immobili, degli istituti scolastici e dei centri di formazione della pubblica amministrazione.

    L'articolo 45 della direttiva 2004/18/CE prevede che può essere escluso dalla partecipazione all'appalto ogni operatore economico che non sia in regola con gli obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali secondo la legislazione del paese dove è stabilito o del paese dell'amministrazione aggiudicatrice e che le amministrazioni aggiudicatrici accettano come prova sufficiente, che attesta che l'operatore economico non si trova in nessuna delle situazioni di irregolarità previste, un certificato rilasciato dall'autorità competente dello Stato membro in questione. L'articolo 51 della citata direttiva stabilisce, inoltre, che l'amministrazione aggiudicatrice può invitare gli operatori economici a integrare o chiarire i certificati e i documenti presentati. L'articolo 38 del decreto legislativo n. 163 del 2006 stabilisce che sono esclusi dalla partecipazione alle procedure di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi, né possono essere affidatari di subappalti, e non possono stipulare i relativi contratti, i soggetti che hanno commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali e assistenziali, secondo la legislazione italiana o dello Stato in cui sono stabiliti. Le violazioni ostative al rilascio del documento unico di regolarità contributiva (DURC) sono invece definite dal decreto del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, del 24 ottobre 2007 (articoli 7e 8).

    La Consip ha indetto la procedura di gara in oggetto il 14 luglio 2012 con un bando che imponeva espressamente a ciascun offerente, a pena di esclusione, di dichiarare il possesso dei requisiti di ordine generale per la partecipazione alla gara stabiliti dall'articolo 38 del decreto legislativo n. 163 del 2006. La data limite per la presentazione delle offerte era fissata al 26 settembre 2012. Il consorzio Ciclat, ha indicato, in sede di offerta, tra le cooperative esecutrici per il caso di aggiudicazione dell'appalto, l'Ancora Soc. coop. Arl, la quale, il 10 settembre 2012, ha dichiarato di non avere commesso violazioni gravi, ovvero ostative al rilascio del DURC, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali ed assistenziali. All'esito della procedura di gara, il consorzio Ciclat ha ottenuto il primo posto nella graduatoria provvisoria per il lotto n. 7 e il secondo posto per il lotto n. 12. Su richiesta della Consip, l'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) ha accertato che, alla data della sua dichiarazione, l'Ancora Soc. coop. Arl non era in regola, in materia di contributi previdenziali ed assistenziali, con il pagamento dei premi assicurativi avendo omesso il versamento della terza rata di tali premi alla scadenza del 16 agosto 2012. Tale terza rata è stata poi versata, unitamente alla quarta e ultima rata, il 5 dicembre 2012, ossia prima che fossero svolti detti controlli o si sapesse dell'esito della gara. La Consip ha deciso di escludere il Ciclat dalla procedura di gara e quest'ultimo ha proposto ricorso dinanzi al TAR Lazio, che lo ha respinto. Il Ciclat ha impugnato tale decisione dinanzi al Consiglio di Stato, facendo valere che il mancato pagamento, entro il termine stabilito, di una delle rate di un premio in regime di autoliquidazione non può essere qualificato come violazione grave e definitivamente accertata, atteso, tra l'altro, lo spontaneo adempimento del rateo contributivo unitamente alla quarta e ultima rata.

    Il Consiglio di Stato ha sospeso il procedimento chiedendo alla Corte se l'articolo 45 della direttiva 2004/18/CE, nonché gli articoli 49 e 56 del TFUE, debbano essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale che obbliga l'amministrazione aggiudicatrice a considerare quale motivo di esclusione una violazione in materia di versamento di contributi previdenziali ed assistenziali, risultante da un certificato richiesto d'ufficio dall'amministrazione aggiudicatrice e rilasciato dagli istituti previdenziali, qualora tale violazione, esistente alla data della partecipazione ad una gara d'appalto, non sussisteva più alla data dell'aggiudicazione o della verifica d'ufficio da parte dell'amministrazione aggiudicatrice.

    La Corte rileva che l'articolo 45 della citata direttiva:

    • in combinato disposto con l'articolo 51, lascia agli Stati membri il compito di determinare entro quale termine gli interessati devono mettersi in regola con i propri obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali e possono procedere a eventuali regolarizzazioni a-posteriori, anche se l'amministrazione aggiudicatrice non può ammettere qualsiasi rettifica a omissioni che, secondo le espresse disposizioni dei documenti dell'appalto, debbono portare all'esclusione dell'offerente;
    • permette agli Stati membri di escludere dalla partecipazione a un appalto pubblico ogni operatore economico che non sia in regola con gli obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali e non vieta alle autorità competenti di richiedere d'ufficio agli istituti previdenziali i certificati prescritti. Inoltre, l'operatore economico non può fondarsi su un certificato rilasciato dagli istituti previdenziali, ottenuto prima della presentazione della sua offerta e attestante che esso era in regola con i propri obblighi contributivi in un periodo anteriore a tale presentazione, pur sapendo di non essere più in regola con siffatti obblighi alla data della presentazione della sua offerta;
    • non prevede un'uniformità di applicazione a livello dell'Unione delle cause di esclusione, in quanto gli Stati membri hanno la facoltà di non applicare affatto queste cause di esclusione o di inserirle nella normativa nazionale con un grado di rigore che potrebbe variare a seconda dei casi, in funzione di considerazioni di ordine giuridico, economico o sociale prevalenti a livello nazionale. Tale disposizione non obbliga, quindi, gli Stati membri a lasciare un margine di discrezionalità alle amministrazioni aggiudicatrici a tale riguardo.

    Alla luce delle considerazioni che precedono, la Corte dichiara che l'articolo 45 della direttiva 2004/18/CE deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale, come quella di cui trattasi, che obbliga l'amministrazione aggiudicatrice a considerare quale motivo di esclusione una violazione in materia di versamento di contributi previdenziali ed assistenziali risultante da un certificato richiesto d'ufficio dall'amministrazione aggiudicatrice e rilasciato dagli istituti previdenziali, qualora tale violazione sussistesse alla data della partecipazione ad una gara d'appalto, anche se non sussisteva più alla data dell'aggiudicazione o della verifica d'ufficio da parte dell'amministrazione aggiudicatrice.

  • C-601/14 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Grande Sezione) dell'11 ottobre 2016

    Commissione europea contro Repubblica italiana

    Inadempimento di uno Stato - Direttiva 2004/80/CE - Articolo 12, paragrafo 2 - Sistemi di indennizzo nazionali delle vittime di reati intenzionali violenti che garantiscono un indennizzo equo ed adeguato - Sistema nazionale che non copre tutti i reati intenzionali violenti commessi sul territorio nazionale

    Causa C-601/14
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-601/14 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-601/14
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    Con la sentenza in oggetto, la Corte ha stabilito che la Repubblica italiana, non avendo adottato tutte le misure necessarie al fine di garantire l'esistenza, nelle situazioni transfrontaliere, di un sistema di indennizzo delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti commessi sul proprio territorio, è venuta meno all'obbligo ad essa incombente in forza dell'articolo 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80.

    La decisione interviene a seguito del procedimento precontenzioso avviato dalla Commissione con la lettera di messa in mora (procedura 2011_4147 per non corretto recepimento della direttiva 2004/80/CE relativa all'indennizzo delle vittime di reato) inviata alle autorità italiane il 25 novembre 2011. La Commissione europea aveva sin da subito contestato all'Italia il fatto di aver previsto, mediante diverse leggi speciali, un sistema di indennizzo soltanto per le vittime di alcuni reati specifici, come le azioni di terrorismo o la criminalità organizzata, mentre nessun sistema di indennizzo sarebbe stato istituito per quanto riguarda i reati intenzionali violenti che non sono coperti da tali leggi speciali, in particolare lo stupro o altre gravi aggressioni di natura sessuale.

    Si segnala tuttavia che la legge 7 luglio 2016, n. 122, sull'adempimento degli obblighi dell'Italia derivanti dall'appartenenza del nostro Paese all'Unione europea (Legge europea 2015-2016), contiene alcune disposizioni in materia di indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti, in attuazione della direttiva 2004/80/CE.

    La Corte non ha potuto valutare se la disciplina italiana sopravvenuta sia in grado di sanare la situazione di inadempimento accertata nella sentenza, in quanto, nonostante quest'ultima sia stata depositata l'11 ottobre 2016, le udienze del relativo procedimento si sono svolte il 29 febbraio 2016 ed il 19 aprile 2016, ovvero precedentemente all'adozione della Legge europea e durante l'esame del relativo disegno di legge, che non è stato invocato dal Governo italiano per dimostrare la compatibilità dell'ordinamento italiano con quello europeo.

  • C-318/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 6 ottobre 2016
    Tecnoedi Costruzioni Srl contro Comune di Fossano
    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici di lavori - Direttiva 2004/18/UE - Articolo 7, lettera c) - Importi delle soglie degli appalti pubblici - Soglia non raggiunta - Offerte anormalmente basse - Esclusione automatica - Facoltà dell'amministrazione aggiudicatrice - Obblighi dell'amministrazione aggiudicatrice derivanti dalla libertà di stabilimento, dalla libera prestazione dei servizi e dal principio generale di non discriminazione - Appalti tali da presentare un interesse transfrontaliero certo

    Causa C-318/15
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-318/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-318/15
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    La domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte dal Tribunale amministrativo regionale per il Piemonte verte sull'interpretazione degli articoli 49 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), riguardanti, rispettivamente, la libertà di stabilimento e la libera prestazione dei servizi, nonché dei principi generali di parità di trattamento, di non discriminazione e di proporzionalità. Tale domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia tra la Tecnoedi Costruzioni Srl e il comune di Fossano (Cuneo) avente ad oggetto la regolarità dell'aggiudicazione definitiva, da parte di tale comune, di un appalto pubblico di lavori alla Ge.Co. Italia Spa.

    Il considerando 2 della direttiva 2004/18/CE (abrogata e sostituita dalla direttiva 2014/24/UE) stabilisce che l'aggiudicazione degli appalti negli Stati membri per conto dello Stato, degli enti pubblici territoriali e di altri organismi di diritto pubblico è subordinata al rispetto dei principi del Trattato ed in particolare ai principi della libera circolazione delle merci, della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi, nonché ai principi che ne derivano, quali i principi di parità di trattamento, di non discriminazione, di riconoscimento reciproco, di proporzionalità e di trasparenza. Ai sensi dell'articolo 7, lettera c), della citata direttiva, come modificato dal regolamento (UE) n. 1251/2011, applicabile ratione temporis al procedimento principale, tale direttiva si applica agli appalti pubblici di lavori il cui valore stimato al netto dell'imposta sul valore aggiunto sia pari o superiore a 5 milioni di euro. L'articolo 122, comma 9, del decreto legislativo n. 163 del 2006 stabilisce che, per i lavori d'importo inferiore o pari a 1 milione di euro, quando il criterio di aggiudicazione è quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando l'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia (determinata dall'articolo 86 del medesimo decreto). La facoltà di esclusione automatica non è esercitabile quando il numero delle offerte ammesse è inferiore a dieci; tuttavia, in ogni caso le stazioni appaltanti possono valutare la congruità di ogni altra offerta che, in base ad elementi specifici, appaia anormalmente bassa. In base all'articolo 253 del medesimo decreto, le stazioni appaltanti possono applicare fino al 31 dicembre 2015 le disposizioni di cui all'articolo 122, comma 9, per i contratti di importo inferiore alle soglie di applicazione della direttiva 2004/18/CE.

    Con bando pubblicato il 26 giugno 2013, il comune di Fossano ha indetto una procedura aperta di gara, con il criterio di aggiudicazione del prezzo più basso, per l'affidamento di lavori di ampliamento e riqualificazione energetica della scuola d'infanzia «Gianni Rodari» d'importo complessivo a base di gara pari a 1.158.899,97 euro. Il disciplinare di gara prevedeva che la presenza di offerte anomale sarebbe stata individuata in modo automatico qualora il numero delle offerte valide fosse stato pari o superiore a dieci. Il 24 luglio 2013 la commissione di gara ha escluso in via automatica le offerte contenenti un ribasso superiore alla soglia di anomalia, dichiarando la Tecnoedi Costruzioni aggiudicataria provvisoria, con un ribasso del 25,397%; successivamente, il 30 luglio 2013 ha riammesso d'ufficio le associazioni temporanee di imprese Niccoli Costruzioni Srl e Selva Mercurio Srl e ha aggiudicato l'appalto in via provvisoria alla Ge.Co. Italia, alla quale, poi, con decisione del 5 settembre 2013, ha aggiudicato l'appalto in via definitiva, con un'offerta al ribasso del 25,427%.

    La Tecnoedi Costruzioni ha presentato ricorso per chiedere l'annullamento delle suddette decisioni e, in via subordinata, del disciplinare di gara per violazione del citato articolo 122, comma 9, ritenendo non consentita l'esclusione automatica delle offerte anormalmente basse per i lavori di importo superiore a un milione di euro. Il giudice del rinvio ha quindi sospeso il giudizio per chiedere alla Corte se gli articoli 49 e 56 e i principi generali del TFUE debbano essere interpretati in senso ostativo alla normativa vigente in Italia che prevede l'esclusione automatica delle offerte anormalmente basse nelle gare per l'aggiudicazione di appalti di lavori sotto soglia che presentino un interesse transfrontaliero. Il giudice del rinvio ha osservato che, sebbene l'appalto in oggetto avesse un importo stimato pari a 1.158.899,97 euro, non è possibile escludere l'esistenza di un interesse transfrontaliero certo poiché il comune di Fossano si trova a meno di 200 Km dal confine con la Francia e, tra le concorrenti ammesse alla gara, vi erano imprese italiane con sedi distanti anche 800 Km da Fossano.

    La Corte afferma che l'aggiudicazione degli appalti che, in considerazione del loro valore, non rientrano nell'ambito di applicazione delle direttive in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici è comunque soggetta alle norme fondamentali e ai principi generali del TFUE e all'obbligo di trasparenza, purché tali appalti presentino criteri oggettivi atti a indicare l'esistenza di un interesse transfrontaliero certo. Tale circostanza non può essere ricavata in via ipotetica da taluni elementi che, considerati in astratto, potrebbero costituire indizi in tal senso, ma deve risultare in modo chiaro da una valutazione concreta delle circostanze dell'appalto in questione. Nel caso di specie, l'appalto di lavori non presenta un interesse transfrontaliero certo soltanto perchè un determinato numero di offerte sono state presentate da imprese aventi sede nello Stato membro considerato e ubicate a una distanza notevole dal luogo di esecuzione dei lavori. Tale elemento, infatti, alla luce delle circostanze proprie della fattispecie, è del tutto insufficiente e, in ogni caso, non può essere il solo di cui si debba tener conto, dato che i potenziali offerenti provenienti da altri Stati membri sono soggetti a vincoli ed oneri supplementari connessi, in particolare, all'obbligo di adeguarsi al quadro giuridico ed amministrativo dello Stato membro di esecuzione nonché ad esigenze linguistiche.

    Per questi motivi, la Corte dichiara irricevibile la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal TAR Piemonte.

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