Camera dei deputati

Vai al contenuto

Sezione di navigazione

Menu di ausilio alla navigazione

MENU DI NAVIGAZIONE PRINCIPALE

Vai al contenuto

Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • T-60/06 Sentenza del Tribunale Unione europea

    Causa T-60/06
    Assegnata in data: 21/06/2016
    Commissione: XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)

    T-60/06 Sentenza del Tribunale Unione europea

    Causa T-60/06
    Assegnazione: XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
    In data: 21 Giugno 2016
    NOTA DI SINTESI: La sentenza ha per oggetto la domanda di annullamento della decisione 2006/323/CE della Commissione, del 7 dicembre 2005, relativa all'esenzione dall'accisa sugli oli minerali utilizzati come combustibile per la produzione di allumina nelle regioni di Gardanne (Francia), di Shannon (Irlanda) e in Sardegna. In Irlanda, in Italia e in Francia esiste un solo produttore di allumina. In Italia, si tratta dell'Eurallumina SpA, con sede in Sardegna. Dal 1993, l'Italia esenta dall'accisa gli oli minerali utilizzati come combustibile per la produzione di allumina in Sardegna (in prosieguo: l'«esenzione controversa»). L'esenzione controversa è stata introdotta nell'ordinamento italiano con il decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504. Il Consiglio dell'UE ha autorizzato siffatta esenzione e, con decisione del 12 marzo 2001, ha prorogato la sua efficacia fino al 31 dicembre 2006. A seguito di un'indagine formale, la Commissione ha accertato che tali misure, finanziate mediante risorse statali, conferivano un vantaggio alla società beneficiaria, erano selettive, e falsavano la concorrenza. Nel 2005, essa ha dunque adottato la citata decisione 2006/323/CE con la quale ha dichiarato che le esenzioni concesse dalla Francia, dall'Irlanda e dall'Italia sugli oli combustibili pesanti utilizzati nella produzione di allumina costituivano aiuti di Stato illegittimi. La Commissione ha tuttavia deciso che l'aiuto concesso fino al 2 febbraio 2002, benché incompatibile con il mercato comune, non dovesse essere recuperato in quanto il recupero sarebbe stato in contrasto con i principi del legittimo affidamento e della certezza del diritto. Per contro, la Commissione ha ordinato il recupero degli aiuti concessi tra il 3 febbraio 2002 e il 31 dicembre 2003 (che, in base a quanto calcolato dagli stessi Stati membri ed escludendo gli interessi, ammontavano rispettivamente a circa 786mila euro per la Francia, circa 8 milioni di euro per l'Irlanda e circa 6 milioni di euro per l'Italia): tali aiuti, infatti, sono stati considerati incompatibili con il mercato comune nei limiti in cui i beneficiari non avevano versato un'aliquota pari come minimo a 13,01 euro per 1000 kg di oli combustibili pesanti (si segnala che le aliquote applicabili in Italia erano di 63,75 euro e di 31,39 euro per 1000 kg di olio combustibile pesante con tenore di zolfo rispettivamente superiore e inferiore all'1%). Nel 2006, la Francia, l'Irlanda e l'Italia hanno proposto ricorso dinanzi al Tribunale dell'Unione europea che, nel 2007, ha annullato la decisione della Commissione del 2005, con la motivazione che quest'ultima aveva violato l'obbligo di motivazione. Su impugnazione della Commissione, nel 2009 la Corte di giustizia ha annullato la sentenza del Tribunale per violazione del principio del contraddittorio e dei diritti della difesa e ha rinviato le cause dinanzi al Tribunale. Nel 2012, il Tribunale ha nuovamente annullato la decisione della Commissione del 2005, con la motivazione che essa vanificava parzialmente gli effetti giuridici prodotti dalle decisioni anteriori del Consiglio di autorizzare le esenzioni. In particolare, il Tribunale ha rilevato che le esenzioni controverse non erano imputabili agli Stati membri, bensì al Consiglio e non costituivano dunque aiuti di Stato. Su impugnazione della Commissione, nel 2013, la Corte ha annullato la sentenza del Tribunale rilevando, da un lato, che la questione dell'imputabilità delle esenzioni non era stata sollevata dalle parti, bensì dal Tribunale stesso pur non avendone il potere e, dall'altro, che le decisioni del Consiglio che autorizzano uno Stato membro ad introdurre un'esenzione non producono l'effetto di impedire alla Commissione di esaminare se tale esenzione costituisca un aiuto di Stato. La Corte ha dunque nuovamente rinviato le cause dinanzi al Tribunale. Pronunciandosi per la terza volta, nella sentenza in oggetto, il Tribunale ritiene, contrariamente alle sue prime due sentenze del 2007 e del 2012, che la decisione della Commissione sia valida e che gli aiuti di Stato debbano essere pertanto recuperati per il periodo sopra indicato (dal 3 febbraio 2002 al 31 dicembre 2003). In particolare, il Tribunale ritiene che: • la Commissione europea era competente ad esaminare se, nonostante l'autorizzazione del Consiglio, le esenzioni concesse dai tre Stati membri costituissero un aiuto di Stato. Infatti, le decisioni di autorizzazione del Consiglio lasciano impregiudicati gli effetti delle decisioni adottate dalla Commissione nell'esercizio delle sue competenze in materia di aiuti di Stato; • la Commissione ha rispettato le norme dell'Unione in materia di aiuti di Stato. A tal riguardo, il Tribunale ritiene, tra l'altro, che la soppressione dell'accisa sugli oli minerali abbia conferito alle imprese irlandese, francese ed italiana di cui trattasi un vantaggio rispetto alle altre imprese che utilizzano a loro volta oli minerali; • la Commissione non ha violato il principio del legittimo affidamento: infatti, sebbene non abbia adottato la decisione controversa entro un termine ragionevole (sono infatti trascorsi 49 mesi tra l'avvio del procedimento e l'adozione della decisione controversa), il Tribunale ritiene che tale ritardo non costituisca una circostanza eccezionale tale da far sorgere, in capo alle imprese interessate, un legittimo affidamento quanto alla regolarità degli aiuti. Da un lato, la pubblicazione della decisione di avvio del procedimento di indagine formale ha posto fine al legittimo affidamento che l'Eurallumina poteva avere nella regolarità dell'esenzione controversa, alla luce delle decisioni di autorizzazione del Consiglio; dall'altro, i regimi di aiuto non erano stati notificati alla Commissione. Le imprese interessate non potevano dunque ragionevolmente ritenere, nonostante il ritardo accumulato nel procedimento di esame, che non sussistessero più dubbi in capo alla Commissione e che le esenzioni controverse non incontrassero alcuna obiezione. Ne consegue che la Commissione era legittimata ad ordinare il recupero degli aiuti controversi. Il Tribunale respinge quindi il ricorso e condanna le parti ricorrenti (Repubblica italiana ed Eurallumina SpA) alle spese.
  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 28 gennaio 2016

    Consorzio Artigiano Servizio Taxi e Autonoleggio (CASTA) e a. contro Azienda sanitaria locale di Ciriè, Chivasso e Ivrea (ASL TO4) e Regione Piemonte

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte

    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici - Articoli 49 TFUE e 56 TFUE - Direttiva 2004/18/CE - Servizi di trasporto sanitario - Normativa nazionale che autorizza le autorità sanitarie territoriali ad attribuire, mediante affidamento diretto e senza pubblicità, a fronte di un rimborso delle spese sostenute, le attività di trasporto sanitario alle associazioni di volontariato che soddisfano i requisiti di legge e sono registrate - Ammissibilità

    Causa C-50/14
    Assegnata in data: 12/04/2016
    Commissione:

    Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 28 gennaio 2016

    Causa C-50/14
    Assegnazione:
    In data: 12 Aprile 2016
    NOTA DI SINTESI: La domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia che ha opposto il Consorzio Artigiano Servizio Taxi e Autonoleggio (CASTA) e due gestori di imprese di trasporto all'Azienda sanitaria locale di Ciriè, Chivasso e Ivrea (ASLTO4) e alla Regione Piemonte in merito all'affidamento, senza procedura di gara, del servizio di trasporto dei dializzati verso varie strutture sanitarie, per il periodo compreso tra i mesi di giugno e dicembre 2013, all'Associazione Croce Bianca del Canavese e a diverse altre associazioni di volontariato. Il giudice del rinvio chiede in primo luogo se le norme del diritto dell'Unione in materia di appalti pubblici (in particolare la direttiva 2004/18) e i principi di cui al diritto di stabilimento e alla libertà di prestazione di servizi (articoli 49 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) debbano essere interpretate nel senso che ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che consente alle autorità locali di attribuire la fornitura di servizi di trasporto sanitario mediante affidamento diretto, in assenza di qualsiasi forma di pubblicità, ad associazioni di volontariato, che percepiscono, per la fornitura di detti servizi, solo il rimborso delle spese effettivamente sostenute a tal fine. La Corte ribadisce alcuni concetti affermati nella precedente sentenza Azienda sanitaria locale n. 5 Spezzino (C 113/13), nella quale si sottolinea come il divieto di ingiustificate restrizioni all'esercizio di libertà fondamentali garantite dal diritto europeo debba essere valutato tenendo conto che la salute e la vita delle persone rivestono un'importanza primaria tra i beni e gli interessi protetti dal Trattato e che spetta agli Stati membri, i quali dispongono di un potere discrezionale, di decidere il livello al quale intendono garantire la tutela della salute pubblica e il modo in cui tale livello deve essere raggiunto. Secondo tale pronuncia, peraltro, non solo un rischio di grave pregiudizio per l'equilibrio economico del sistema previdenziale può costituire, di per sé, una ragione imperativa di pubblico interesse in grado di giustificare un ostacolo alla libera prestazione dei servizi, ma, inoltre, l'obiettivo di mantenere, per ragioni di sanità pubblica, un servizio medico e ospedaliero equilibrato e accessibile a tutti può rientrare parimenti in una delle deroghe giustificate da motivi di sanità pubblica, se un siffatto obiettivo contribuisce al conseguimento di un livello elevato di tutela della salute. Vengono pertanto in rilievo le misure che, da un lato, rispondono all'obiettivo generale di assicurare, nel territorio dello Stato membro interessato, la possibilità di un accesso sufficiente e permanente a una gamma equilibrata di cure sanitarie di qualità e, dall'altro, sono espressione della volontà di garantire un controllo dei costi e di evitare, per quanto possibile, ogni spreco di risorse finanziarie, tecniche e umane. La Corte precisa che uno Stato membro può ritenere, nell'ambito del potere discrezionale di cui dispone per stabilire il livello di tutela della sanità pubblica e organizzare il proprio sistema di sicurezza sociale, che il ricorso alle associazioni di volontariato corrisponda alla finalità sociale di un servizio di trasporto sanitario e che sia idoneo a contribuire al controllo dei costi legati a tale servizio. La Corte conclude quindi che gli articoli 49 TFUE e 56 TFUE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che consente alle autorità locali di attribuire la fornitura di servizi di trasporto sanitario mediante affidamento diretto, in assenza di qualsiasi forma di pubblicità, ad associazioni di volontariato, purché il contesto normativo e convenzionale in cui si svolge l'attività delle associazioni in parola contribuisca effettivamente a una finalità sociale e al perseguimento degli obiettivi di solidarietà ed efficienza di bilancio. In secondo luogo la Corte stabilisce che, qualora uno Stato membro consenta alle autorità pubbliche di ricorrere direttamente ad associazioni di volontariato per lo svolgimento di determinati compiti, in assenza di qualsiasi forma di pubblicità, un'autorità pubblica che intenda stipulare convenzioni con associazioni siffatte non è tenuta, ai sensi del diritto dell'Unione, a una previa comparazione delle proposte di varie associazioni. La Corte infine risponde alla terza questione posta dal giudice del rinvio, stabilendo che qualora uno Stato membro, che consente alle autorità pubbliche di ricorrere direttamente ad associazioni di volontariato per lo svolgimento di determinati compiti, autorizzi dette associazioni a esercitare determinate attività commerciali, spetta a tale Stato membro fissare i limiti entro i quali le suddette attività possono essere svolte. Detti limiti devono tuttavia garantire che le menzionate attività commerciali siano marginali rispetto all'insieme delle attività di tali associazioni, e siano di sostegno al perseguimento dell'attività di volontariato di queste ultime.
  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 21 gennaio 2016

    Società per l'aeroporto civile di Bergamo-Orio al Serio SpA (SACBO SpA) contro Commissione europea e Agenzia esecutiva per l'innovazione e le reti (INEA)

    Impugnazione - Rete transeuropea di trasporto - Contributo finanziario - Chiusura - Decisione che dichiara non finanziabili taluni costi e che stabilisce il computo finale - Articolo 263, quarto comma, TFUE - Ricorso di annullamento - Atto impugnabile - Legittimazione ad agire - Soggetto diverso dal beneficiario del contributo

    Causa C-281/14
    Assegnata in data: 12/04/2016
    Commissione:
    Causa C-281/14
    Assegnazione:
    In data: 12 Aprile 2016
    NOTA DI SINTESI: Con l'impugnazione proposta il 9 giugno 2014, la Società per l'aeroporto civile di Bergamo-Orio al Serio (SACBO) SpA (in prosieguo: la «SACBO») chiede l'annullamento dell'ordinanza del Tribunale dell'Unione europea del 31 marzo 2014 (T-270/13), che ha dichiarato irricevibile il ricorso della SACBO diretto all'annullamento dell'atto 18 marzo 2013 dell'Agenzia esecutiva per l'innovazione e le reti (INEA) (in prosieguo: l'«atto controverso»), relativo a taluni costi sostenuti in occasione della realizzazione di uno studio di fattibilità per lo sviluppo dell'intermodalità dell'aeroporto di Bergamo-Orio al Serio (Italia) a seguito del contributo finanziario concesso dalla Commissione europea all'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile (ENAC). La SACBO è una società di diritto privato, concessionaria della gestione e dello sviluppo dell'aeroporto di Bergamo-Orio al Serio in forza di una convenzione aeroportuale conclusa con l'ENAC. Nel maggio 2009, a seguito del bando annuale promosso dalla Commissione ai sensi del regolamento (CE) n. 680/2007, che stabilisce i principi generali per la concessione di un contributo finanziario della Comunità nel settore delle reti transeuropee dei trasporti e dell'energia, l'ENAC, su iniziativa della SACBO, ha presentato domanda di finanziamento di uno studio di fattibilità sull'intermodalità dell'aeroporto di Bergamo-Orio al Serio, ottenendo un contributo finanziario dell'UE (assegnato con la decisione C(2010)4456), pari a 800 mila euro. I rapporti giuridici tra l'ENAC e la SACBO relativi alla concessione del contributo sono stati disciplinati sulla base di una convenzione conclusa tra le due parti, che prevedeva, in particolare, che la SACBO avrebbe cofinanziato lo studio e sostenuto l'onere delle spese considerate non finanziabili dalla Commissione. Allorché lo studio di fattibilità è stato portato a termine, l'INEA ha informato l'ENAC, mediante l'atto controverso, che taluni costi sostenuti non potevano essere considerati finanziabili a causa, sostanzialmente, del mancato rispetto delle norme applicabili in materia di appalti pubblici e che, conseguentemente, la somma di 158 517,54 euro avrebbe dovuto essere rimborsata a titolo di importo pagato in eccesso. Nella sua ordinanza del 31 marzo 2014, il Tribunale dell'UE ha ritenuto che la SACBO, in quanto non direttamente interessata dall'atto controverso, non fosse legittimata a proporre ricorso di annullamento avverso il medesimo, poiché l'ENAC era il titolare del diritto al contributo finanziario e il solo beneficiario di quest'ultimo. Secondo il Tribunale, sebbene l'ENAC dovesse procedere al recupero di un importo pagato in eccesso a carico della SACBO, ciò sarebbe riconducibile non già all'applicazione dell'atto controverso, bensì all'applicazione della convenzione tra queste conclusa. La SACBO chiede di annullare l'ordinanza del Tribunale, rilevando in particolare: • la violazione dell'articolo 263, quarto comma, del Trattato su funzionamento dell'UE (TFUE), in quanto il Tribunale non avrebbe tenuto conto del fatto che la SACBO è co-destinataria formale dell'atto controverso e destinataria materiale dello stesso, in quanto co-finanziatrice, responsabile dell'intero investimento e soggetto attuatore dello stesso, che subisce perciò tutti gli effetti della decisione impugnata, sia per mancato recupero degli investimenti operati, sia in rapporto alle somme da restituire; • la violazione degli articoli 107 e 108 TFUE, avendo il Tribunale omesso di considerare che la ripetizione da parte di ENAC del cofinanziamento è atto dovuto in forza del diritto UE, costituendo la mancata restituzione un illegittimo aiuto di Stato; • il vizio dell'ordinanza al punto in cui non ha considerato che il provvedimento stabilisce già in modo chiaro e definitivo l'entità del finanziamento e le somme da restituire, sicché costituisce di per sé l'obbligo di restituzione, senza alcuna possibilità di valutazione discrezionale da parte dell'ENAC. Nella sentenza, la Corte di giustizia rileva quanto segue: • il Tribunale ha enunciato, senza incorrere in alcun errore di diritto, le due condizioni cumulative che un soggetto deve soddisfare per essere considerato direttamente interessato da un atto oggetto di un ricorso, ai sensi dell'articolo 263, quarto comma, TFUE, vale a dire, in primo luogo, che tale atto produca effetti direttamente sulla situazione giuridica di detto soggetto e, in secondo luogo, che esso non lasci alcun potere discrezionale ai destinatari dello stesso incaricati della sua applicazione, la quale deve avere carattere meramente automatico e derivare dalla sola normativa dell'Unione, senza intervento di altre norme intermedie; • nel caso di specie, il Tribunale ha legittimamente considerato che, nel caso in cui l'ENAC richiedesse dalla SACBO la restituzione di una somma equivalente a quanto percepito in eccesso, tale restituzione dipenderebbe dalla convenzione conclusa tra dette due parti, ma non costituirebbe un effetto giuridico immediato dell'atto controverso; • con riferimento alla condizione che l'atto non lasci alcun potere discrezionale ai destinatari del medesimo incaricati della sua applicazione, la Corte osserva che, nell'ipotesi in cui l'ENAC decidesse di non richiedere alla SACBO la restituzione della somma di cui trattasi, il fatto che tale somma possa essere qualificata quale aiuto di Stato non significa che tale aiuto sia necessariamente incompatibile con il mercato interno e, dunque, non consente, di per sé solo, di escludere la possibilità di una rinuncia dell'ENAC a richiederne il rimborso. Ciò vale a maggior ragione in quanto la somma di cui trattasi è inferiore al limite massimo di 200 mila euro stabilito dai regolamenti (CE) n. 1998/2006 e (UE) n. 1407/2013, relativo all'applicazione degli articoli 107 e 108 del TFUE europea agli aiuti «de minimis». In secondo luogo, la ripetizione di tale somma non sarebbe inevitabile, posto che nella propria giurisprudenza la Corte ha ammesso che i giudici nazionali possano non ingiungere la ripetizione di un aiuto di Stato versato illegittimamente allorché tale ripetizione è inopportuna a motivo di circostanze eccezionali. Sulla base di queste motivazioni, la Corte di giustizia dichiara che: • l'impugnazione è respinta; • la Società per l'aeroporto civile di Bergamo-Orio al Serio (SACBO) SpA è condannata alle spese.
  • Sentenza del Tribunale (Nona Sezione) del 6 luglio 2015.

    Repubblica italiana contro Commissione europea.

    FEAOG - Sezione "Garanzia" - FEAGA e FEASR - Spese escluse dal finanziamento - Aiuti alla produzione del latte scremato in polvere - Irregolarità o negligenze imputabili alle amministrazioni o agli organismi degli Stati membri - Proporzionalità - Obbligo di motivazione - Principio del ne bis in idem - Termine ragionevole.

    Assegnata in data: 29/09/2015
    Commissione:

    Sentenza del Tribunale (Nona Sezione) del 6 luglio 2015.

    Assegnazione:
    In data: 29 Settembre 2015
    NOTA DI SINTESI: Con atto depositato nella cancelleria del Tribunale il 17 gennaio 2011, l'Italia ha proposto un ricorso avente ad oggetto l'annullamento parziale della decisione 2010/668/UE della Commissione europea, nella parte in cui esclude dal finanziamento dell'Unione europea talune spese effettuate dall'Italia nell'ambito del Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG), sezione Garanzia, del Fondo europeo agricolo di garanzia (FEAGA) e del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR). In particolare, l'Italia chiede al Tribunale di annullare la decisione impugnata nella parte in cui le ha inflitto: • per gli esercizi finanziari 2004, 2005 e 2006, una rettifica finanziaria puntuale e forfettaria (2%), per un totale di 1,6 milioni di euro, relativa a diverse carenze nel settore dell'aiuto per il latte scremato in polvere; • una rettifica finanziaria specifica per l'esercizio finanziario 2009, per un totale di 14,2 milioni di euro, relativa all'organizzazione del sistema di recupero degli organismi pagatori Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) e Servizio autonomo interventi nel settore agricolo (SAISA). In via preliminare, il Tribunale rileva che il FEAOG finanzia solo gli interventi nei mercati agricoli eseguiti in conformità con le norme dell'Unione (regolamento (CE) 729/70, art. 5, par. 2, lett. c), e regolamento (CE) 1258/99, art. 7, par. 4). Spetta alla Commissione europea l'onere di provare l'esistenza di eventuali violazioni, ma non è tenuta a dimostrare esaurientemente l'insufficienza dei controlli effettuati dalle amministrazioni nazionali o l'inesattezza dei dati trasmessi; al contrario, sono gli Stati membri interessati che devono dimostrare la sussistenza dei presupposti per ottenere il finanziamento negato dalla Commissione. A sostegno del proprio ricorso, l'Italia adduce, tra gli altri, i seguenti argomenti: • un difetto di motivazione della decisione impugnata: a tale riguardo, il Tribunale osserva che la motivazione richiesta dall'articolo 296 del Trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE) deve fare apparire in forma chiara e non equivoca l'iter logico seguito dall'Istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e al giudice dell'Unione di esercitare il proprio controllo. Nel caso in questione, la decisione è stata adottata sulla base di una relazione di sintesi nonché di una corrispondenza tra la Commissione e lo Stato membro interessato, che pertanto è stato strettamente associato al processo di elaborazione della decisione stessa. Inoltre, sulla base di una giurisprudenza consolidata, spettava all'Italia fornire la prova più circostanziata ed esauriente possibile della veridicità dei propri dati o controlli nonché, eventualmente, dell'inesattezza delle affermazioni della Commissione per quanto concerne le carenze del suo sistema di recupero degli aiuti indebitamente percepiti dai beneficiari; • una violazione del principio di proporzionalità: tale principio, sancito all'articolo 5, paragrafo 4, TUE, è parte integrante dei principi generali del diritto dell'Unione ed esige che gli strumenti istituiti da una disposizione del diritto dell'Unione siano idonei a realizzare i legittimi obiettivi perseguiti e non vadano oltre quanto è necessario per raggiungerli. Nel caso di specie, con riferimento al primo punto (carenze nel settore dell'aiuto per il latte scremato in polvere), il Tribunale osserva che le carenze constatate riguardavano controlli essenziali relativi alla qualità del latte in polvere, il che autorizzava l'applicazione di una rettifica forfettaria del 5%: tuttavia, i servizi della Commissione hanno fissato un tasso forfettario inferiore (2%), che pertanto non può essere considerato sproporzionato. Con riguardo al secondo punto (sistema di recupero dei organismi pagatori), il Tribunale sottolinea che la Commissione può giungere fino a rifiutare la presa in carico da parte del FEAOG di tutte le spese sostenute se constata che non sussistono meccanismi di controllo sufficienti; • un'applicazione retroattiva del regolamento (CE) 1290/2005, relativo al finanziamento della politica agricola comune: ad avviso dell'Italia, poiché' il regolamento si applica a decorrere dall'esercizio finanziario 2007, non è applicabile retroattivamente per sanzionare situazioni anteriori. Ad avviso del Tribunale, invece, la decisione impugnata non si basa sulle disposizioni del regolamento citato, bensì su quelle del regolamento (CE) 1258/1999, applicabili all'epoca dei fatti; • l'assenza di irregolarità o negligenze: l'Italia sostiene che, nel corso del procedimento amministrativo, è stata dimostrata la diligenza delle autorità italiane nel trattamento delle situazioni oggetto della rettifica in questione, e che le azioni di recupero dei crediti si sono protratte per molti anni per ragioni di carattere esclusivamente processuale, conformemente all'ordinamento giuridico nazionale e alle procedure esistenti. A tale riguardo, il Tribunale rileva che, a norma dei regolamenti citati, gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per assicurare l'effettività delle operazioni finanziate dal FEAOG, per prevenire e perseguire le irregolarità e per recuperare le somme perse in seguito a irregolarità o negligenze. La libertà di scegliere le misure e rimedi giurisdizionali non deve tuttavia pregiudicare la rapidità, la buona organizzazione e la completezza dei controlli e delle indagini richieste a tal fine. Pertanto, l'Italia non può giustificare l'inadempimento dell'obbligo di rettificare con celerità le irregolarità commesse facendo valere lungaggini dei procedimenti amministrativi o giudiziari. Peraltro, la gravità delle carenze riscontrate dalla Commissione ha trovato conferma nella circostanze che, per l'AGEA, soltanto il 2% dei crediti iscritti risultanti da irregolarità è stato effettivamente recuperato nel periodo dal 2002 al 2006. Per quanto riguarda il SAISA, nello stesso periodo, la percentuale di recupero è stata del 7%; • una violazione del principio ne bis in idem: l'Italia rileva che la rettifica finanziaria imposta dalla Commissione violerebbe il principio del ne bis in idem in quanto essa sarebbe già stata sanzionata una volta, con la rettifica finanziaria forfettaria pari al 50% dei crediti non riscossi imposta dalla decisione 2007/327/CE. A tale riguardo, il Tribunale osserva che, anche ammettendo una parziale coincidenza tra i casi di irregolarità oggetto della decisione 2007/327 e i casi di irregolarità oggetto della decisione impugnata, la prima è fondata sull'articolo 32, paragrafo 5, dal regolamento n. 1290/2005, mentre la seconda è fondata sull'articolo 8, paragrafo 2, del regolamento n. 1258/1999, nonché sull'articolo 32, paragrafo 8, del regolamento n. 1290/2005. Ne consegue che le due rettifiche non sono fondate sulla stessa base giuridica; • estinzione del potere sanzionatorio della Commissione e superamento del termine ragionevole: secondo l'Italia, in base all'art. 3 del regolamento (CE, Euratom) 2988/95, relativo alla tutela degli interessi finanziari della Comunità, le sanzioni amministrative destinate a tutelare il bilancio dell'Unione avrebbero un termine di prescrizione di quattro anni; inoltre, le rettifiche finanziarie sarebbero illegittime a causa del superamento del termine ragionevole per la conclusioni delle indagini. Sotto questi profili, il Tribunale rileva, in primo luogo, che il regolamento citato non è applicabile alla fattispecie in questione, dato che esso riguarda le violazioni di una disposizione del diritto dell'Unione derivanti da un atto o da un'omissione di un operatore economico e non di uno Stato membro. In secondo luogo, i regolamenti (CE) 1258/1999 e 1290/2005 non prevedono un termine specifico che la Commissione deve rispettare per adottare una decisione che impone una rettifica finanziaria; tuttavia, in forza di un principio generale del diritto dell'Unione, la Commissione è tenuta ad osservare un termine ragionevole nell'ambito dei suoi procedimenti amministrativi, la cui entità va valutata alla luce delle circostanze proprie di ciascun caso e, in particolare, del contesto in cui esso si inserisce, delle varie fasi procedurali espletate, della complessità del caso nonché degli interessi delle diverse parti interessate. Nel caso in questione, i procedimenti amministrativi si sono protratti per un periodo di circa sette anni (dal 2003 al 2010), nel corso dei quali, tuttavia, le parti hanno tentato di giungere ad un accordo per mezzo di riunioni bilaterali e facendo ricorso all'organo di conciliazione. Peraltro, spettava alle autorità italiane garantire il regolare svolgimento del processo di liquidazione dei conti, e dunque il ritardo della Commissione nel trattamento del caso deve essere imputato, in una certa misura, all'Italia. Inoltre, il superamento del termine ragionevole può costituire un motivo di annullamento di una decisione della Commissione solo qualora sia stato dimostrato che ha pregiudicato le garanzie richieste dallo Stato membro per esprimere il proprio punto di vista o qualora l'eccessivo periodo di tempo decorso possa avere influenza sul contenuto stesso della decisione adottata in esito al procedimento amministrativo; entrambe le circostanze, secondo il Tribunale non ricorrono nella fattispecie in oggetto; • una violazione del principio della tutela del legittimo affidamento: tale principio costituisce uno dei principi fondamentali del diritto dell'Unione, e si estende a chiunque si trovi in una situazione dalla quale risulti che l'amministrazione dell'Unione, avendogli fornito assicurazioni precise, ha suscitato in lui aspettative fondate. A tale proposito, il Tribunale constata che, nel suo ricorso, l'Italia non determina minimamente i fatti che avrebbero potuto far sorgere in essa un legittimo affidamento e che dal fascicolo non emerge che la Commissione abbia, in qualche maniera, agito in modo tale da far sorgere siffatto legittimo affidamento. Sulla base di questa argomentazioni il Tribunale respinge il ricorso e condanna l'Italia al pagamento delle proprie spese, nonché di quelle sostenute dalla Commissione europea.
  • Sentenza della Corte (Grande sezione) del 16 giugno 2015. Presidenza del Consiglio dei ministri e altri contro Rina Services Spa e altri. Domanda di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato. Rinvio pregiudiziale - Articoli 49, 51 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea - Libertà di stabilimento - Partecipazione all'esercizio di poteri pubblici - Direttiva 2006/123/CE - Articolo 14 - Organismi incaricati di verificare e di certificare il rispetto delle condizioni poste dalla legge per le imprese che eseguono lavori pubblici - Normativa nazionale che impone che la sede legale di tali organismi sia ubicata in Italia

    Causa C-593/13
    Assegnata in data: 21/07/2015
    Commissione:

    Sentenza della Corte (Grande sezione) del 16 giugno 2015. Presidenza del Consiglio dei ministri e altri contro Rina Services Spa e altri. Domanda di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato. Rinvio pregiudiziale - Articoli 49, 51 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea - Libertà di stabilimento - Partecipazione all'esercizio di poteri pubblici - Direttiva 2006/123/CE - Articolo 14 - Organismi incaricati di verificare e di certificare il rispetto delle condizioni poste dalla legge per le imprese che eseguono lavori pubblici - Normativa nazionale che impone che la sede legale di tali organismi sia ubicata in Italia

    Causa C-593/13
    Assegnazione:
    In data: 21 Luglio 2015
    NOTA DI SINTESI:

    Il Consiglio di Stato ha sottoposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali vertenti sull'interpretazione degli articoli 49, 51 e 56 TFUE e degli articoli 14 e 16 della direttiva 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno. Il giudice del rinvio chiede: se i principi del Trattato sulla libertà di stabilimento (articolo 49 TFUE) e sulla libera prestazione di servizi (articolo 56 TFUE), nonché quelli di cui alla direttiva 2006/123, ostino all'adozione e all' applicazione di una normativa nazionale che sancisce che per le Società organismi di attestazione (SOA), costituite nella forma delle società per azioni, "la sede legale deve essere nel territorio della Repubblica italiana"; se la deroga di cui all'articolo 51 TFUE, relativa alle attività che partecipino, sia pure occasionalmente, all'esercizio dei pubblici poteri, debba essere interpretata nel senso di ricomprendere un'attività come quella di attestazione svolta da organismi di diritto privato, i quali per un verso, devono essere costituiti nella forma delle società per azioni ed operano in un mercato concorrenziale, e, per altro verso, partecipano dell'esercizio di pubblici poteri e, per questo, sono sottoposti ad autorizzazione e a stringenti controlli da parte dell'Autorità di vigilanza.

    Le questioni pregiudiziali sono state sollevate nell'ambito di una controversia instaurata a seguito di ricorso al TAR Lazio presentato dalle società Rina Services SpA, Rina SpA, SOA Rina Organismo di Attestazione SpA, volto a contestare la legittimità dell'articolo 64, paragrafo 1, del decreto del Presidente della Repubblica 207/2010, recante esecuzione ed attuazione del decreto legislativo 163/2006, là dove prevede che la sede legale delle SOA deve essere ubicata nel territorio della Repubblica italiana. Il TAR Lazio ha accolto il ricorso giudicando tale requisito contrario agli articoli 14 e 16 della direttiva 2006/123. La Presidenza del Consiglio dei Ministri e gli altri resistenti hanno quindi proposto appello dinanzi al Consiglio di Stato, facendo valere che l'attività svolta dalle SOA partecipa all'esercizio di poteri pubblici ai sensi dell'articolo 51 TFUE e che, di conseguenza, è sottratta all'ambito di applicazione sia della direttiva servizi, che degli articoli 49 e 56 TFUE.

    Con riferimento alla seconda questione, la Corte richiama la sua precedente decisione SOA Nazionale Costruttori (C-327/12), nella quale aveva concluso che la verifica ad opera delle SOA non può essere considerata un'attività riconducibile all'autonomia decisionale propria dell'esercizio di prerogative dei pubblici poteri, dato che siffatta verifica è definita in tutti i suoi aspetti dal quadro normativo nazionale ed è eseguita sotto una vigilanza statale diretta. Nel caso in discussione, non avendo il giudice del rinvio menzionato nella domanda pregiudiziale alcuna modifica nella natura delle attività esercitate dalle SOA, la Corte conferma che l'articolo 51, primo comma, TFUE deve essere interpretato nel senso che l'eccezione al diritto di stabilimento prevista da tale disposizione non si applica alle attività di attestazione esercitate dalle società aventi la qualità di organismi di attestazione.

    Riguardo all'altra questione sollevata, la Corte osserva che la disciplina italiana, nella parte in cui obbliga le SOA ad avere la loro sede legale nel territorio nazionale, limita la libertà di queste ultime di scegliere tra essere stabilite a titolo principale o a titolo secondario. La Corte respinge inoltre l'argomento addotto dalla Repubblica italiana secondo cui l'obbligatorietà della sede legale delle SOA nel territorio nazionale sarebbe giustificata dalla necessità del controllo da parte delle amministrazione pubbliche sulle attività delle predette società, posto che la formulazione dell'articolo 14 non contiene alcun elemento atto ad indicare che gli Stati membri dispongano della facoltà di giustificare il mantenimento dei requisiti vietati nelle loro normative nazionali.

    La Corte dichiara quindi che l'articolo 51, primo comma, TFUE deve essere interpretato nel senso che l'eccezione al diritto di stabilimento prevista da tale disposizione non si applica alle attività di attestazione esercitate dalle società aventi la qualità di organismi di attestazione e che l'articolo 14 della direttiva 2006/123 deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa di uno Stato membro in forza della quale è imposto alle SOA di avere la loro sede legale nel proprio territorio.

VEDI ANCHE