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La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • C-189/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 18 gennaio 2017

    Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) - Fondazione Santa Lucia contro Cassa conguaglio per il settore elettrico e altri

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato

    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2003/96/CE - Tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità - Sgravi fiscali - Ambito di applicazione ratione materiae - Incentivi relativi ai corrispettivi a copertura degli oneri generali del sistema elettrico - Articolo 17 - Imprese a forte consumo di energia - Incentivi accordati a imprese siffatte unicamente del settore manifatturiero - Ammissibilità

    Causa C-189/15
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-189/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-189/15
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 17, paragrafo 1, della direttiva 2003/96/CE del Consiglio che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità.

    Nel corso del 2014, la Fondazione Santa Lucia, operante nel settore dell'erogazione dei servizi sanitari, ha chiesto al Tar Lombardia l'annullamento degli atti con cui la Autorità nazionale per l'Energia elettrica ed il Gas le ha negato la fruizione degli incentivi fiscali previsti in tema di copertura degli oneri generali del sistema elettrico, riconoscendo tali benefici solo alle imprese c.d. "energivore" del settore manifatturiero.

    Il Tar ha dichiarato irricevibile il ricorso perché tardivo. Adito in appello, il Consiglio di Stato ha ritenuto di dover sospendere il procedimento e formulare una domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte di giustizia, chiedendo se l'articolo 17 della direttiva 2003/96/CE debba essere interpretato nel senso che rientrano nella nozione di "sgravi fiscali" gli incentivi riconosciuti, dal diritto nazionale, alle imprese a forte consumo di energia, quali definite dalla medesima disposizione, relativamente a corrispettivi, come quelli in discussione nel procedimento principale, a copertura degli oneri generali del sistema elettrico.

    In Italia la materia è disciplinata dall'art 39 del decreto-legge 2012/83 (convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134) e da un decreto ministeriale del 5 aprile 2013 che prevede, da un lato, sgravi fiscali ed agevolazioni per le imprese a forte consumo di elettricità e, dall'altro, oneri a carico dei consumatori e delle altre imprese, destinati a finanziare interessi generali, come fonti rinnovabili, messa in sicurezza del nucleare e compensazioni territoriali.

    La Fondazione lamentava l'esclusione da tali benefici, previsti soltanto per alcune tipologie di imprese.

    Il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte Ue, in via pregiudiziale:

    • se sia riconducibile al campo di applicazione della direttiva 2003/96/CE una normativa nazionale la quale, per un verso, reca una definizione di "imprese a forte consumo di energia" compatibile con quella della direttiva e che, per altro verso, riserva a tale tipologia di imprese incentivi in tema di corrispettivi a copertura degli oneri generali del sistema elettrico (e non incentivi relativi alla tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità in quanto tale);
    • se l'ordinamento dell'Unione e, segnatamente, gli articoli 11 e 17 della direttiva citata ostino a una disciplina come quella nazionale la quale, per un verso, opta per l'introduzione di un sistema di agevolazioni sul consumo di prodotti energetici da parte delle imprese "a forte consumo di energia" e, per altro verso, limita la possibilità di fruire di tali agevolazioni in favore delle sole imprese "energivore" che operano nel settore manifatturiero, escludendola nei confronti delle imprese che operano in diversi settori produttivi (e segnatamente, nel caso di specie, nel settore dei servizi sanitari).

    Per rispondere alla prima questione, a parere della Corte di giustizia, occorre accertare se i corrispettivi a copertura degli oneri generali del sistema elettrico abbiano carattere fiscale e, più specificamente, costituiscano imposte indirette di cui all'articolo 4, paragrafo 2, direttiva 2003/96/CE. Tali corrispettivi sono previsti in Italia dal citato articolo 39 del decreto legge 2012/83 e la Corte ritiene, salva diversa valutazione del giudice interno, che abbiano natura di imposta, in quanto gli enti che utilizzano i servizi della rete elettrica hanno l'obbligo giuridico di versare i corrispettivi di cui trattasi alla Cassa conguaglio per il settore elettrico. Essi, inoltre, non sono destinati a finanziare i costi di produzione e distribuzione dell'elettricità ma sono rivolti a finalità di interesse generale, andando a gravare sul consumatore finale del bene o del servizio fornito, essendo inclusi nell'importo indicato nella fattura ed essendo collegati all'elettricità consumata, in quanto risultano decrescenti in funzione dei consumi.

    Rappresentando un'imposta indiretta, i benefici riconosciuti alle imprese "energivore" possono, pertanto, essere equiparati ad uno sgravio fiscale.

    In merito alla seconda questione, la Corte rileva che l'articolo 17 della direttiva citata precisa che gli Stati membri possono prevedere limiti più stringenti alla nozione di "impresa a forte consumo di energia" rispetto al dettato europeo, relativi, ad esempio, al valore del fatturato o alle definizioni del processo produttivo del settore industriale di riferimento.

    Per tale ragione, ad avviso della Corte di giustizia, non è possibile individuare nella scelta discrezionale operata nel decreto ministeriale alcuna lesione al principio di parità di trattamento, in considerazione delle diverse scelte politiche che per tale via il Governo nazionale intende perseguire.

    Da ultimo, secondo la Corte rimane aperta la possibilità di verificare se una siffatta normativa costituisca un aiuto di Stato; ma questa è una questione che non è oggetto della suddetta causa.

  • C-378/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 14 dicembre 2016

    Mercedes Benz Italia SpA contro Agenzia delle Entrate Direzione Provinciale Roma 3

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma

    Rinvio pregiudiziale - Fiscalità - Imposta sul valore aggiunto - Direttiva 77/388/CEE - Articolo 17, paragrafo 5, terzo comma, lettera d) - Ambito di applicazione - Applicazione di un pro rata di detrazione all'imposta sul valore aggiunto che ha gravato l'acquisto della totalità dei beni e dei servizi utilizzati da un soggetto passivo - Operazioni accessorie - Utilizzo della cifra d'affari come indizio

    Causa C-378/15
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-378/15 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-378/15
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 17, paragrafo 5, e dell'articolo 19 della sesta direttiva 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme.

    Tale domanda è stata proposta nell'ambito di una controversia tra la Mercedes Benz Italia Spa e l'Agenzia delle Entrate in merito a detrazioni dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) operate dalla Mercedes Benz nell'anno d'imposta 2004.

    Nella sua dichiarazione IVA per il 2004, la Mercedes Benz ha qualificato l'erogazione di finanziamenti alle società controllate come "accessorie" rispetto alle proprie attività imponibili, circostanza che l'ha portata a escludere gli interessi maturati su tali finanziamenti dal calcolo della percentuale di detrazione di cui all'articolo 19-bis del DPR n. 633/72.

    A seguito di un controllo fiscale effettuato nel corso del 2008 e riguardante l'anno d'imposta 2004, la Mercedes Benz è stata sottoposta, con decisione dell'Agenzia delle Entrate, a un avviso di accertamento per il recupero di IVA non versata pari a 1.755.882 di euro: in particolare, si contestava proprio l'esclusione dal calcolo della percentuale di detrazione degli interessi percepiti sui finanziamenti alle società controllate, dal momento che tale erogazione costituiva una delle principali attività della Mercedes Benz, pari al 71,64% della sua cifra d'affari complessiva.

    La Mercedes Benz ha proposto un ricorso contro tale decisione dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Roma (Italia), che ha sospeso il procedimento e ha deciso di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale: se, ai fini dell'esercizio del diritto di detrazione, ostino all'interpretazione degli articoli 168, 173, 174 e 175 della direttiva 2006/112/CE, la legislazione nazionale (segnatamente, gli articoli 19, comma 5 e 19-bis, del DPR n. 633/72) e la prassi dell'Amministrazione fiscale nazionale, che prevedono l'applicazione del metodo del pro-rata.

    In Italia, infatti, per i soggetti che compiono sia operazioni imponibili sia operazioni esenti (purché non meramente accessorie alle prime), la liquidazione dell'IVA segue la regola del pro-rata matematico: l'IVA detraibile dall'impresa è computata con riferimento alla totalità degli acquisti effettuati dall'impresa stessa (anche a quelli "a monte" delle operazioni esenti), in una percentuale (percentuale di detraibilità) risultante dal rapporto tra fatturato imponibile e fatturato complessivo (quest'ultimo dato dalla somma del fatturato imponibile e di quello esente). Nel sistema del pro-rata matematico, pertanto, non si tengono distinte le operazioni esenti da quelle imponibili, perché entrambe confluiscono in un sistema "promiscuo" in cui l'imposta, con la correlativa detrazione, è determinata in modo unitario, forfettariamente e per approssimazione, in relazione a tutti gli acquisiti effettuati dall'impresa.

    In premessa, sebbene il giudice del rinvio si sia formalmente riferito, nella sua domanda di pronuncia pregiudiziale, agli articoli 168 e da 173 a 175 della direttiva 2006/112/CE, la Corte di giustizia rileva che nell'anno d'imposta di cui al procedimento (il 2004) il diritto a detrazione dei soggetti passivi era principalmente disciplinato dagli articoli 17 e 19 della sesta direttiva 77/388/CEE.

    Nel merito, la Corte ha stabilito che il diritto dell'Unione non osta a una normativa come quella italiana, che prevede per i soggetti ad attività "mista" un trattamento omogeneo delle attività tassate e delle attività esenti, mediante applicazione di un unico pro-rata (della detrazione e della corrispondente imposta) su tutti gli acquisti.

    In particolare, la Corte ha evidenziato che, secondo la direttiva, il pro-rata di detrazione è una frazione al cui numeratore sta il fatturato delle operazioni imponibili e al cui denominatore è collocata la somma di tale fatturato e del fatturato esente. È vero che tale pro-rata di detrazione si applica, di regola, agli acquisti di beni destinati a un utilizzo promiscuo (cioè utilizzati contemporaneamente sia per attività esenti, non meramente accessorie, sia per attività assoggettate a IVA svolte dallo stesso imprenditore). Tuttavia, l'articolo 17, paragrafo 5, terzo comma, della sesta direttiva consente agli Stati membri di ricorrere a metodi di determinazione del diritto a detrazione specifici, a carattere derogatorio: in altre parole, è consentito agli Stati membri applicare il medesimo criterio del pro-rata di detrazione a tutti i beni e servizi destinati ai due tipi di operazioni, ivate o esenti; senza richiedere la promiscuità o contemporaneità della destinazione dei beni: ciò significa che la detrazione pro-rata può applicarsi, in via eccezionale, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni soggette ad IVA, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni esenti (purché non meramente accessorie all'attività imponibile). Secondo la Corte, tale eccezione, come applicata nel sistema italiano, è conforme all'obiettivo della direttiva di autorizzare criteri semplificati di calcolo dell'IVA e della detrazione.

    Circa l'esame della questione se sia consentito a uno Stato membro obbligare un soggetto passivo a riferirsi alla composizione della sua cifra di affari (articolo 19 della sesta direttiva), la Corte ha stabilito che la disciplina italiana (che per identificare le operazioni "meramente accessorie" a quelle imponibili richiede di avere riguardo al fatturato complessivo dell'impresa) è conforme al diritto dell'Unione.

  • C-601/14 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Sentenza della Corte (Grande Sezione) dell'11 ottobre 2016

    Commissione europea contro Repubblica italiana

    Inadempimento di uno Stato - Direttiva 2004/80/CE - Articolo 12, paragrafo 2 - Sistemi di indennizzo nazionali delle vittime di reati intenzionali violenti che garantiscono un indennizzo equo ed adeguato - Sistema nazionale che non copre tutti i reati intenzionali violenti commessi sul territorio nazionale

    Causa C-601/14
    Assegnata in data: 13/03/2017
    Commissione:

    C-601/14 Corte di giustizia dell'Unione europea

    Causa C-601/14
    Assegnazione:
    In data: 13 Marzo 2017
    NOTA DI SINTESI:

    Con la sentenza in oggetto, la Corte ha stabilito che la Repubblica italiana, non avendo adottato tutte le misure necessarie al fine di garantire l'esistenza, nelle situazioni transfrontaliere, di un sistema di indennizzo delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti commessi sul proprio territorio, è venuta meno all'obbligo ad essa incombente in forza dell'articolo 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80.

    La decisione interviene a seguito del procedimento precontenzioso avviato dalla Commissione con la lettera di messa in mora (procedura 2011_4147 per non corretto recepimento della direttiva 2004/80/CE relativa all'indennizzo delle vittime di reato) inviata alle autorità italiane il 25 novembre 2011. La Commissione europea aveva sin da subito contestato all'Italia il fatto di aver previsto, mediante diverse leggi speciali, un sistema di indennizzo soltanto per le vittime di alcuni reati specifici, come le azioni di terrorismo o la criminalità organizzata, mentre nessun sistema di indennizzo sarebbe stato istituito per quanto riguarda i reati intenzionali violenti che non sono coperti da tali leggi speciali, in particolare lo stupro o altre gravi aggressioni di natura sessuale.

    Si segnala tuttavia che la legge 7 luglio 2016, n. 122, sull'adempimento degli obblighi dell'Italia derivanti dall'appartenenza del nostro Paese all'Unione europea (Legge europea 2015-2016), contiene alcune disposizioni in materia di indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti, in attuazione della direttiva 2004/80/CE.

    La Corte non ha potuto valutare se la disciplina italiana sopravvenuta sia in grado di sanare la situazione di inadempimento accertata nella sentenza, in quanto, nonostante quest'ultima sia stata depositata l'11 ottobre 2016, le udienze del relativo procedimento si sono svolte il 29 febbraio 2016 ed il 19 aprile 2016, ovvero precedentemente all'adozione della Legge europea e durante l'esame del relativo disegno di legge, che non è stato invocato dal Governo italiano per dimostrare la compatibilità dell'ordinamento italiano con quello europeo.

  • T-60/06 Sentenza del Tribunale Unione europea

    Causa T-60/06
    Assegnata in data: 21/06/2016
    Commissione: XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)

    T-60/06 Sentenza del Tribunale Unione europea

    Causa T-60/06
    Assegnazione: XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
    In data: 21 Giugno 2016
    NOTA DI SINTESI: La sentenza ha per oggetto la domanda di annullamento della decisione 2006/323/CE della Commissione, del 7 dicembre 2005, relativa all'esenzione dall'accisa sugli oli minerali utilizzati come combustibile per la produzione di allumina nelle regioni di Gardanne (Francia), di Shannon (Irlanda) e in Sardegna. In Irlanda, in Italia e in Francia esiste un solo produttore di allumina. In Italia, si tratta dell'Eurallumina SpA, con sede in Sardegna. Dal 1993, l'Italia esenta dall'accisa gli oli minerali utilizzati come combustibile per la produzione di allumina in Sardegna (in prosieguo: l'«esenzione controversa»). L'esenzione controversa è stata introdotta nell'ordinamento italiano con il decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504. Il Consiglio dell'UE ha autorizzato siffatta esenzione e, con decisione del 12 marzo 2001, ha prorogato la sua efficacia fino al 31 dicembre 2006. A seguito di un'indagine formale, la Commissione ha accertato che tali misure, finanziate mediante risorse statali, conferivano un vantaggio alla società beneficiaria, erano selettive, e falsavano la concorrenza. Nel 2005, essa ha dunque adottato la citata decisione 2006/323/CE con la quale ha dichiarato che le esenzioni concesse dalla Francia, dall'Irlanda e dall'Italia sugli oli combustibili pesanti utilizzati nella produzione di allumina costituivano aiuti di Stato illegittimi. La Commissione ha tuttavia deciso che l'aiuto concesso fino al 2 febbraio 2002, benché incompatibile con il mercato comune, non dovesse essere recuperato in quanto il recupero sarebbe stato in contrasto con i principi del legittimo affidamento e della certezza del diritto. Per contro, la Commissione ha ordinato il recupero degli aiuti concessi tra il 3 febbraio 2002 e il 31 dicembre 2003 (che, in base a quanto calcolato dagli stessi Stati membri ed escludendo gli interessi, ammontavano rispettivamente a circa 786mila euro per la Francia, circa 8 milioni di euro per l'Irlanda e circa 6 milioni di euro per l'Italia): tali aiuti, infatti, sono stati considerati incompatibili con il mercato comune nei limiti in cui i beneficiari non avevano versato un'aliquota pari come minimo a 13,01 euro per 1000 kg di oli combustibili pesanti (si segnala che le aliquote applicabili in Italia erano di 63,75 euro e di 31,39 euro per 1000 kg di olio combustibile pesante con tenore di zolfo rispettivamente superiore e inferiore all'1%). Nel 2006, la Francia, l'Irlanda e l'Italia hanno proposto ricorso dinanzi al Tribunale dell'Unione europea che, nel 2007, ha annullato la decisione della Commissione del 2005, con la motivazione che quest'ultima aveva violato l'obbligo di motivazione. Su impugnazione della Commissione, nel 2009 la Corte di giustizia ha annullato la sentenza del Tribunale per violazione del principio del contraddittorio e dei diritti della difesa e ha rinviato le cause dinanzi al Tribunale. Nel 2012, il Tribunale ha nuovamente annullato la decisione della Commissione del 2005, con la motivazione che essa vanificava parzialmente gli effetti giuridici prodotti dalle decisioni anteriori del Consiglio di autorizzare le esenzioni. In particolare, il Tribunale ha rilevato che le esenzioni controverse non erano imputabili agli Stati membri, bensì al Consiglio e non costituivano dunque aiuti di Stato. Su impugnazione della Commissione, nel 2013, la Corte ha annullato la sentenza del Tribunale rilevando, da un lato, che la questione dell'imputabilità delle esenzioni non era stata sollevata dalle parti, bensì dal Tribunale stesso pur non avendone il potere e, dall'altro, che le decisioni del Consiglio che autorizzano uno Stato membro ad introdurre un'esenzione non producono l'effetto di impedire alla Commissione di esaminare se tale esenzione costituisca un aiuto di Stato. La Corte ha dunque nuovamente rinviato le cause dinanzi al Tribunale. Pronunciandosi per la terza volta, nella sentenza in oggetto, il Tribunale ritiene, contrariamente alle sue prime due sentenze del 2007 e del 2012, che la decisione della Commissione sia valida e che gli aiuti di Stato debbano essere pertanto recuperati per il periodo sopra indicato (dal 3 febbraio 2002 al 31 dicembre 2003). In particolare, il Tribunale ritiene che: • la Commissione europea era competente ad esaminare se, nonostante l'autorizzazione del Consiglio, le esenzioni concesse dai tre Stati membri costituissero un aiuto di Stato. Infatti, le decisioni di autorizzazione del Consiglio lasciano impregiudicati gli effetti delle decisioni adottate dalla Commissione nell'esercizio delle sue competenze in materia di aiuti di Stato; • la Commissione ha rispettato le norme dell'Unione in materia di aiuti di Stato. A tal riguardo, il Tribunale ritiene, tra l'altro, che la soppressione dell'accisa sugli oli minerali abbia conferito alle imprese irlandese, francese ed italiana di cui trattasi un vantaggio rispetto alle altre imprese che utilizzano a loro volta oli minerali; • la Commissione non ha violato il principio del legittimo affidamento: infatti, sebbene non abbia adottato la decisione controversa entro un termine ragionevole (sono infatti trascorsi 49 mesi tra l'avvio del procedimento e l'adozione della decisione controversa), il Tribunale ritiene che tale ritardo non costituisca una circostanza eccezionale tale da far sorgere, in capo alle imprese interessate, un legittimo affidamento quanto alla regolarità degli aiuti. Da un lato, la pubblicazione della decisione di avvio del procedimento di indagine formale ha posto fine al legittimo affidamento che l'Eurallumina poteva avere nella regolarità dell'esenzione controversa, alla luce delle decisioni di autorizzazione del Consiglio; dall'altro, i regimi di aiuto non erano stati notificati alla Commissione. Le imprese interessate non potevano dunque ragionevolmente ritenere, nonostante il ritardo accumulato nel procedimento di esame, che non sussistessero più dubbi in capo alla Commissione e che le esenzioni controverse non incontrassero alcuna obiezione. Ne consegue che la Commissione era legittimata ad ordinare il recupero degli aiuti controversi. Il Tribunale respinge quindi il ricorso e condanna le parti ricorrenti (Repubblica italiana ed Eurallumina SpA) alle spese.
  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 28 gennaio 2016

    Consorzio Artigiano Servizio Taxi e Autonoleggio (CASTA) e a. contro Azienda sanitaria locale di Ciriè, Chivasso e Ivrea (ASL TO4) e Regione Piemonte

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte

    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici - Articoli 49 TFUE e 56 TFUE - Direttiva 2004/18/CE - Servizi di trasporto sanitario - Normativa nazionale che autorizza le autorità sanitarie territoriali ad attribuire, mediante affidamento diretto e senza pubblicità, a fronte di un rimborso delle spese sostenute, le attività di trasporto sanitario alle associazioni di volontariato che soddisfano i requisiti di legge e sono registrate - Ammissibilità

    Causa C-50/14
    Assegnata in data: 12/04/2016
    Commissione:

    Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 28 gennaio 2016

    Causa C-50/14
    Assegnazione:
    In data: 12 Aprile 2016
    NOTA DI SINTESI: La domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia che ha opposto il Consorzio Artigiano Servizio Taxi e Autonoleggio (CASTA) e due gestori di imprese di trasporto all'Azienda sanitaria locale di Ciriè, Chivasso e Ivrea (ASLTO4) e alla Regione Piemonte in merito all'affidamento, senza procedura di gara, del servizio di trasporto dei dializzati verso varie strutture sanitarie, per il periodo compreso tra i mesi di giugno e dicembre 2013, all'Associazione Croce Bianca del Canavese e a diverse altre associazioni di volontariato. Il giudice del rinvio chiede in primo luogo se le norme del diritto dell'Unione in materia di appalti pubblici (in particolare la direttiva 2004/18) e i principi di cui al diritto di stabilimento e alla libertà di prestazione di servizi (articoli 49 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) debbano essere interpretate nel senso che ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che consente alle autorità locali di attribuire la fornitura di servizi di trasporto sanitario mediante affidamento diretto, in assenza di qualsiasi forma di pubblicità, ad associazioni di volontariato, che percepiscono, per la fornitura di detti servizi, solo il rimborso delle spese effettivamente sostenute a tal fine. La Corte ribadisce alcuni concetti affermati nella precedente sentenza Azienda sanitaria locale n. 5 Spezzino (C 113/13), nella quale si sottolinea come il divieto di ingiustificate restrizioni all'esercizio di libertà fondamentali garantite dal diritto europeo debba essere valutato tenendo conto che la salute e la vita delle persone rivestono un'importanza primaria tra i beni e gli interessi protetti dal Trattato e che spetta agli Stati membri, i quali dispongono di un potere discrezionale, di decidere il livello al quale intendono garantire la tutela della salute pubblica e il modo in cui tale livello deve essere raggiunto. Secondo tale pronuncia, peraltro, non solo un rischio di grave pregiudizio per l'equilibrio economico del sistema previdenziale può costituire, di per sé, una ragione imperativa di pubblico interesse in grado di giustificare un ostacolo alla libera prestazione dei servizi, ma, inoltre, l'obiettivo di mantenere, per ragioni di sanità pubblica, un servizio medico e ospedaliero equilibrato e accessibile a tutti può rientrare parimenti in una delle deroghe giustificate da motivi di sanità pubblica, se un siffatto obiettivo contribuisce al conseguimento di un livello elevato di tutela della salute. Vengono pertanto in rilievo le misure che, da un lato, rispondono all'obiettivo generale di assicurare, nel territorio dello Stato membro interessato, la possibilità di un accesso sufficiente e permanente a una gamma equilibrata di cure sanitarie di qualità e, dall'altro, sono espressione della volontà di garantire un controllo dei costi e di evitare, per quanto possibile, ogni spreco di risorse finanziarie, tecniche e umane. La Corte precisa che uno Stato membro può ritenere, nell'ambito del potere discrezionale di cui dispone per stabilire il livello di tutela della sanità pubblica e organizzare il proprio sistema di sicurezza sociale, che il ricorso alle associazioni di volontariato corrisponda alla finalità sociale di un servizio di trasporto sanitario e che sia idoneo a contribuire al controllo dei costi legati a tale servizio. La Corte conclude quindi che gli articoli 49 TFUE e 56 TFUE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che consente alle autorità locali di attribuire la fornitura di servizi di trasporto sanitario mediante affidamento diretto, in assenza di qualsiasi forma di pubblicità, ad associazioni di volontariato, purché il contesto normativo e convenzionale in cui si svolge l'attività delle associazioni in parola contribuisca effettivamente a una finalità sociale e al perseguimento degli obiettivi di solidarietà ed efficienza di bilancio. In secondo luogo la Corte stabilisce che, qualora uno Stato membro consenta alle autorità pubbliche di ricorrere direttamente ad associazioni di volontariato per lo svolgimento di determinati compiti, in assenza di qualsiasi forma di pubblicità, un'autorità pubblica che intenda stipulare convenzioni con associazioni siffatte non è tenuta, ai sensi del diritto dell'Unione, a una previa comparazione delle proposte di varie associazioni. La Corte infine risponde alla terza questione posta dal giudice del rinvio, stabilendo che qualora uno Stato membro, che consente alle autorità pubbliche di ricorrere direttamente ad associazioni di volontariato per lo svolgimento di determinati compiti, autorizzi dette associazioni a esercitare determinate attività commerciali, spetta a tale Stato membro fissare i limiti entro i quali le suddette attività possono essere svolte. Detti limiti devono tuttavia garantire che le menzionate attività commerciali siano marginali rispetto all'insieme delle attività di tali associazioni, e siano di sostegno al perseguimento dell'attività di volontariato di queste ultime.
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