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Causa C-430/11
Assegnata in data: 19 Dicembre 2012
Commissione: XIV COMMISSIONE (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA)
NOTA DI SINTESI:

La Corte si è pronunciata in via pregiudiziale sulla compatibilità di alcune disposizioni del decreto legislativo n. 286/1998, recante il testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina sull'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (come modificato dalla legge n. 94 2009 e dal decreto legge n. 89 del 2011 convertito dalla legge n. 129 del 2011, e alla luce di alcune disposizioni del decreto legislativo n. 274 del 2000 in materia di obbligo di permanenza domiciliare, quale sanzione in esito alla conversione di una pena pecuniaria), con il diritto europeo, segnatamente la direttiva 2008/115/CE recante norme e procedure applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini terzi il cui soggiorno è irregolare.

In sostanza, il giudice del rinvio chiedeva alla Corte se la direttiva citata dovesse considerarsi ostativa ad una normativa come quella italiana, nella parte in cui il soggiorno irregolare di cittadini di paesi terzi è sanzionato con una pena pecuniaria sostituibile con la pena dell'espulsione o con l'obbligo di permanenza domiciliare.

La Corte di giustizia ha stabilito che la direttiva in questione:

  • non osta alla normativa di uno Stato membro (come quella oggetto del procedimento principale), che sanziona il soggiorno irregolare di cittadini di paesi terzi con una pena pecuniaria sostituibile con la pena dell'espulsione;

Circa tale aspetto, la Corte precisa che la direttiva 2008/115 verte unicamente sul rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare e, pertanto, non si prefigge l'obiettivo di armonizzare integralmente le norme degli Stati membri sul soggiorno degli stranieri. Tale direttiva, quindi, non vieta che il diritto di uno Stato membro qualifichi il soggiorno irregolare alla stregua di reato e preveda sanzioni penali per scoraggiare e reprimere la commissione di siffatta infrazione.

  • osta alla normativa di uno Stato membro che consente di reprimere il soggiorno irregolare di cittadini di paesi terzi con l'obbligo di permanenza domiciliare, senza garantire che l'esecuzione di tale pena debba cessare a partire dal momento in cui sia possibile il trasferimento fisico dell'interessato fuori di tale Stato membro.

A tal proposito, la Corte precisa che (nonostante la facoltà di qualificare penalmente il soggiorno irregolare) uno Stato non può applicare una disciplina penale idonea a compromettere l'applicazione delle norme e delle procedure comuni sancite dalla direttiva 2008/115, privando così quest'ultima del suo effetto utile; ribadisce, inoltre, che dette norme e procedure sarebbero compromesse se lo Stato membro interessato, dopo aver accertato il soggiorno irregolare del cittadino di un paese terzo, anteponesse all'esecuzione della decisione di rimpatrio, o addirittura alla sua stessa adozione, un procedimento penale idoneo a condurre alla reclusione nel corso della procedura di rimpatrio. Tale modo di procedere rischierebbe infatti di ritardare l'allontanamento. In particolare, secondo la Corte, laddove la disciplina del predetto obbligo di permanenza domiciliare non ne preveda la cessazione a partire dal momento in cui sia possibile eseguire l'allontanamento dello straniero, ciò pregiudicherebbe l'effetto utile della direttiva consistente, appunto, nell'allontanamento del cittadino di un Paese terzo in condizioni di soggiorno irregolare.

La sentenza in esame ha altresì fornito indicazioni circa la questione della compatibilità tra quanto previsto dall'articolo 16 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (Espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla sanzione) e le omologhe disposizioni contenute nella direttiva citata.

In sintesi, secondo quanto previsto dalla disciplina italiana richiamata, il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna per ingresso o soggiorno illegale nel territorio dello Stato, qualora non ricorrano le cause ostative (specificate dal decreto stesso, all'articolo 14), che impediscono l'esecuzione immediata dell'espulsione con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica, può sostituire la medesima pena con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni.

L'articolo 11, paragrafo 2, della direttiva citata, prevede che la durata del divieto d'ingresso (come misura accessoria, obbligatoria o facoltativa a seconda dei casi previsti dalla medesima direttiva, di una decisione di rimpatrio) sia determinata tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ciascun caso e che non superi di norma i cinque anni; il superamento di tale limite temporale è invece ammesso dalla direttiva ove il cittadino di un paese terzo costituisca una grave minaccia per l'ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale.

Al riguardo, la Corte ha osservato che, perché una disposizione formulata secondo i termini dell'articolo 16 del decreto legislativo n. 286/1998 sia conforme alla direttiva 2008/115, occorre che essa sia applicata in modo tale che la durata del divieto di ingresso da essa imposto corrisponda a quella prevista dall'articolo 11, paragrafo 2, di tale direttiva.

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