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Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 6 marzo 2014

Loredana Napoli contro Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria

Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale amministrativo regionale per il Lazio - Italia. Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Direttiva 2006/54/CE ˗˗ Parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego - Corso di formazione per il conseguimento della nomina come dipendente pubblico di ruolo - Esclusione per assenza prolungata - Assenza dovuta a un congedo di maternità.

Causa C-595/12
Assegnata in data: 4 Settembre 2014
Commissione: XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) - XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
NOTA DI SINTESI:

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione degli articoli 2, paragrafo 2, lettera c), 14, paragrafo 2, e 15 della direttiva 2006/54/CE, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

L'articolo 2, par. 2, lett. c), considera discriminazione qualsiasi trattamento meno favorevole riservato ad una donna per ragioni collegate alla gravidanza o al congedo per maternità. L'articolo 14, par. 1, lett. c), vieta qualsiasi discriminazione, diretta o indiretta, fondata sul sesso, anche con riferimento agli enti di diritto privato, per quanto riguarda l'occupazione e le condizioni di lavoro. Con riferimento all'accesso al lavoro, compresa la formazione, il successivo paragrafo 2 prevede che gli Stati membri possano stabilire una differenza di trattamento solo in relazione alla specifica natura dell'attività lavorativa, purché l'obiettivo sia legittimo e il requisito proporzionato. L'articolo 15 prevede che, al rientro dal congedo per maternità, la lavoratrice ha diritto a riprendere il proprio lavoro o un posto equivalente e di beneficiare dei miglioramenti eventualmente intervenuti.

La domanda è stata presentata dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio nell'ambito di una controversia avente ad oggetto l'esclusione di una dipendente dell'Amministrazione penitenziaria da un corso di formazione per la qualifica di vicecommissario di polizia penitenziaria a seguito della sua assenza per un congedo obbligatorio di maternità. In particolare, tale Amministrazione ha comunicato alla dipendente la sua dimissione dal corso, con perdita della retribuzione, e l'ammissione a frequentare il corso successivamente organizzato.

Sulla base dell'articolo 9 del decreto legislativo n. 146/2000, i vincitori del concorso per vice commissario penitenziario, nominati in prova, devono frequentare un corso di formazione di dodici mesi al termine del quale devono sostenere un esame. L'articolo 10 dispone che, in caso di assenza per giustificato motivo per più di trenta giorni, anche se determinata dal congedo per maternità, il dipendente è ammesso a frequentare il corso successivo.

Ad avviso del giudice amministrativo, tale ultima norma comporterebbe un pregiudizio per la ricorrente la quale, a causa della maternità, si troverebbe in condizioni svantaggiate rispetto ai colleghi maschi, vincitori del medesimo concorso e ammessi al corso di formazione. Ciò anche perché la ricorrente perderebbe la retribuzione e i contributi previdenziali di cui avrebbe beneficiato se avesse potuto seguire il corso iniziale. Inoltre, il diritto della lavoratrice a frequentare il corso successivo non obbliga l'amministrazione interessata a organizzare tale corso, che potrebbe tenersi, a discrezione dell'amministrazione stessa, anche dopo molti anni dal precedente.

Alla luce di tali premesse, il giudice amministrativo regionale ha sospeso il procedimento e sottoposto alla Corte di giustizia le seguenti questioni pregiudiziali:

1) se l'articolo 15 della direttiva sia, in primo luogo, applicabile alla frequenza di un corso di formazione professionale e se, sulla base della sua interpretazione, la lavoratrice ha il diritto di essere riammessa al medesimo corso interrotto per maternità o se, al contrario, possa essere iscritta la corso successivo, la cui effettuazione è incerta;

2) se l'articolo 2, par. 2, lett. c), della direttiva debba essere interpretato nel senso di assicurare alla lavoratrice una protezione assoluta tale da non potere essere compressa nemmeno da una norma nazionale che persegue l'obiettivo di assicurare un'adeguata formazione professionale ma le impedisce di accedere al medesimo corso frequentato dai colleghi vincitori dello stesso concorso;

3) se l'articolo 14, par. 2, della direttiva debba essere interpretato nel senso di consentire allo Stato membro di ritardare l'accesso al lavoro in danno della lavoratrice che non abbia potuto godere di una formazione completa a causa della maternità;

4) se tale ultima disposizione, unitamente al principio di proporzionalità, possa essere interpretato nel senso di non consentire che una normativa nazionale preveda le dimissioni dal corso di formazione di una lavoratrice in maternità piuttosto che assicurare corsi paralleli di recupero;

5) se la direttiva 2006/54 rechi norme direttamente applicabili dal giudice nazionale.

Con riferimento alle prime due questioni, ad avviso della Corte di Giustizia, sulla base di una corretta interpretazione dell'articolo 15 della direttiva, una normativa nazionale non può, neanche per motivi di interesse pubblico, escludere una donna in congedo per maternità da un corso di formazione professionale, pur garantendole il diritto a partecipare ad un corso successivo, la cui effettuazione rimane incerta.

Infatti, la norma nazionale, comportando la perdita dell'opportunità di beneficiare di migliori condizioni di lavoro, configura un trattamento sfavorevole ai sensi dell'articolo 15 della direttiva. Inoltre, l'interesse pubblico di fare accedere ai livelli superiori personale adeguatamente formato non risulta perseguito dalla normativa italiana nel rispetto del principio di proporzionalità. Infatti, da un lato, l'esclusione dal corso è automatica a causa dell'assenza per maternità e non è prevista la possibilità per la lavoratrice di sostenere l'esame finale per la verifica della preparazione comunque acquisita, dall'altro, non è previsto un obbligo per le autorità competenti di organizzare corsi a scadenze predeterminate.

Con riferimento alla terza e alla quarta questione, ad avviso della Corte, l'articolo 14, par. 2, della direttiva non può essere applicato al caso in esame dal momento che non è prevista l'applicazione di disposizioni che riservano una particolare attività ai soli lavoratori di sesso maschile.

Infine, con riferimento all'ultima questione, la Corte richiama consolidata giurisprudenza, secondo la quale in tutti i casi in cui le disposizioni di una direttiva appaiono, dal punto di vista sostanziale, incondizionate e sufficientemente precise, esse possono essere invocate dai singoli dinanzi al giudice nazionale nei confronti dello Stato membro. Secondo la Corte, le disposizioni degli articoli 14, paragrafo 1, lett. c), e 15 della direttiva soddisfano tali requisiti, per cui sono tali da produrre un effetto diretto. Esse pertanto possono essere applicate dal giudice nazionale, il quale avrà l'obbligo di disapplicare all'occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi contraria disposizione della legislazione nazionale, senza doverne chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale.

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