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Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 13 febbraio 2014

Commissione europea contro Repubblica italiana

Inadempimento di uno Stato - Licenziamenti collettivi - Nozione di "lavoratori" - Esclusione dei "dirigenti" - Direttiva 98/59/CE - Articolo 1, paragrafi 1 e 2 - Violazione.

Causa C-596/12
Assegnata in data: 29 Maggio 2014
Commissione: XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) - XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
NOTA DI SINTESI:

La Commissione europea chiede alla Corte di giustizia di constatare che, avendo escluso la categoria dei dirigenti dall'applicazione degli articoli 4 e 24 della legge n. 223/1991, recante disposizioni in materia di licenziamenti collettivi e di recepimento della direttiva 98/59/CE, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi imposti da tale direttiva, che concerne il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi.

Sulla base della distinzione di quattro categorie di lavoratori (dirigenti, quadri, impiegati e operai), prevista dall'articolo 2095 del codice civile, il legislatore italiano ha previsto l'applicazione degli articoli 4 e 24 della legge n. 223/1991 a tutti i lavoratori, ad esclusione dei dirigenti. In particolare, mentre per le altre categorie, in caso di licenziamenti collettivi, il datore di lavoro deve seguire una procedura che prevede, in primo luogo, la consultazione delle parti sociali per esperire il tentativo di soluzioni alternative (riduzione o esclusione dei licenziamenti) e, in secondo luogo, il ricorso alle misure di accompagnamento dell'indennità di mobilità nonché dell'iscrizione alle liste di mobilità, per i dirigenti i contratti collettivi prevedono, in caso di licenziamento collettivo, una misura economica di risarcimento.

La Corte di giustizia - precisando che la nozione di «lavoratore» prevista dalla direttiva ha una portata comunitaria e non può essere definita mediante un rinvio alle legislazioni degli Stati membri - chiarisce che la categoria dei dirigenti può essere pienamente ricondotta in tale nozione, dal momento che la caratteristica essenziale del rapporto di lavoro è, al pari degli altri lavoratori, la fornitura, per un certo periodo di tempo, a favore di un altro soggetto e sotto la direzione di quest'ultimo, di prestazioni, in contropartita delle quali è prevista una retribuzione.

In secondo luogo, la Corte, richiamando lo scopo della direttiva di ravvicinare le disposizioni nazionali relative alla procedura da seguire in caso di licenziamenti collettivi, respinge l'argomento sostenuto dalla Repubblica italiana, secondo il quale la normativa e i contratti collettivi riguardanti specificamente i dirigenti rappresenterebbero norme più favorevoli ai lavoratori ai sensi dell'articolo 5 della direttiva. La Corte osserva che, non sussistendo a carico dei datori di lavoro l'obbligo di esperire tentativi per verificare la possibilità di evitare o ridurre tali licenziamenti attraverso la consultazione delle parti sociali, la direttiva 98/59/CE sarebbe parzialmente privata del suo effetto utile, a prescindere dalle misure sociali di accompagnamento previste in caso di messa in mobilità.

La Corte aggiunge che la direttiva 98/58/CE, a parte i casi tassativamente previsti dall'articolo 1 (contratti a tempo determinato, dipendenti dalle pubbliche amministrazioni, equipaggi di navi marittime), non ammette, né in modo esplicito né in modo tacito, alcuna possibilità per gli Stati membri di escludere dal suo ambito di applicazione determinate categorie di lavoratori.

Per tali motivi, la Corte, accogliendo il ricorso della Commissione, dichiara che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva 98/59/CE e la condanna alle spese.

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