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Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 15 ottobre 2014

Commissione europea contro Repubblica italiana.

Inadempimento di uno Stato - Ambiente - Direttive 1999/31/CE e 2008/98/CE - Piano di gestione - Rete adeguata e integrata di impianti di smaltimento - Obbligo di istituire un trattamento dei rifiuti che assicuri il miglior risultato per la salute umana e la protezione dell'ambiente.

Causa C-323/13
Assegnata in data: 3 Dicembre 2014
Commissione: VIII Commissione (Ambiente, territorio e lavori pubblici) - XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
NOTA DI SINTESI:

Con il suo ricorso, la Commissione europea chiede alla Corte di dichiarare la Repubblica italiana inadempiente in relazione agli obblighi ad essa incombenti in base al combinato disposto degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera a), della direttiva 1999/31/CE, relativa alle discariche dei rifiuti, nonché degli articoli 4, 13 e 16 della direttiva 2008/98/CE, relativa ai rifiuti.

In particolare, la direttiva 1999/31/CE ha la finalità di prevenire o ridurre le ripercussione negative sull'ambiente e i rischi per la salute umana derivanti dalle discariche e definisce il trattamento dei rifiuti come l'insieme dei processi (fisici, termici, chimici, biologici, inclusa la cernita) che modificano le caratteristiche dei rifiuti allo scopo di ridurne il volume o la natura pericolosa e di facilitarne il trasporto o favorirne il recupero (articoli 1 e 2). L'articolo 6, lettera a), dispone che gli Stati membri provvedano affinché solo i rifiuti trattati vengano posti in discarica. Anche la direttiva 2008/98/CE ha lo scopo di proteggere la salute umana e l'ambiente attraverso la riduzione della produzione dei rifiuti e la promozione dell'applicazione pratica della gerarchia dei rifiuti. Quest'ultima stabilisce un ordine di priorità nella gestione dei rifiuti, in cui lo smaltimento costituisce l'ultimo stadio (articolo 4). L'articolo 13 prevede l'obbligo per gli Stati membri di prendere le misure necessarie affinché la gestione dei rifiuti avvenga senza pregiudizio per la salute umana e per l'ambiente. L'articolo 16 prevede la creazione da parte degli Stati membri di una rete integrata di impianti per lo smaltimento e il recupero dei rifiuti urbani non differenziati.

Ad avviso della Commissione, la violazione di tali disposizioni riguarda la discarica di Malagrotta nel Lazio, che raccoglieva rifiuti non trattati (la mera triturazione e compressione dei rifiuti indifferenziati non costituisce, per la Commissione, un trattamento conforme alla normativa europea) e il deficit di capacità di trattamento meccanico-biologico (TMB) del SubATO (sub-ambito territoriale ottimale) di Roma e di quello di Latina. Nel corso della fase contenziosa (procedura di infrazione 2011/4021), le autorità italiane hanno riconosciuto la fondatezza delle contestazioni della Commissione, preannunciando l'adozione di misure volte al loro superamento entro il 2014 (la chiusura della discarica di Malagrotta, l'avvio della raccolta differenziata dei rifiuti della città di Roma, la costruzione di una discarica temporanea per lo stoccaggio dei rifiuti trattati e l'adozione di un cronoprogramma).

La Commissione, ritenendo insoddisfacenti le risposte delle autorità italiane, ha deciso di proporre il ricorso in esame.

In merito al primo rilievo della Commissione (la triturazione o compressione dei rifiuti indifferenziati destinati a discarica non evita o riduce gli effetti negativi a carico dell'ambiente e della salute umana, in violazione degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera), della direttiva 1999/31/CE nonché degli articoli 4 e 13 della direttiva 2008/98/CE), le autorità italiane contestano il ritardo con cui la Commissione, pur essendo a conoscenza dei dati fin dal 2009 (anno in cui è iniziata la fase precontenziosa di EU-Pilot), ha deciso la costituzione in mora dell'Italia (2011) e affermano che, in ogni caso, il termine concesso per conformarsi al diritto europeo non può essere inferiore al ritardo della comunicazione dell'avvio della procedura di infrazione. Quanto al secondo motivo del ricorso (il deficit di capacità di TMB nei SubAto di Roma e di Latina), le autorità italiane ricordano, da un lato, di avere riconosciuto l'esistenza di tale deficit e, dall'altro, di averne previsto il superamento a decorrere dal 2014. Il ritardo nella realizzazione delle misure preannunciate sarebbe da addebitarsi non solo all'incapacità delle autorità nazionali di adattare velocemente la disciplina in vigore alle direttive europee ma anche ai comportamenti fraudolenti di alcuni gestori delle discariche nel frattempo condannati penalmente. Pertanto, ad avviso delle autorità italiane, il ricorso in esame costituirebbe un processo alle intenzioni da parte della Commissione, essendo quest'ultima informata del fatto che sono state adottate nuove disposizioni nazionali e che la situazione riguardante il trattamento dei rifiuti sarebbe nettamente migliorata.

Con riferimento alle posizioni delle parti, la Corte afferma che la fondatezza dell'inadempimento degli obblighi di trattamento dei rifiuti contestato dalla Commissione all'Italia è ammessa dalle stesse autorità italiane e che, secondo una costante giurisprudenza, l'esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato (nel caso di specie due mesi dalla ricezione del medesimo, inviato con lettera del 1^ giugno 2012), non potendosi prendere in considerazione dalla Corte le modifiche successivamente intervenute. Inoltre, uno Stato membro non può eccepire disposizioni, prassi o situazioni (per esempio, la presenza di organizzazioni criminali) del proprio ordinamento giuridico interno per giustificare l'inosservanza degli obblighi e dei termini previsti da una direttiva. Infine, spetta alla Commissione, sulla base dell'articolo 258 TFUE, valutare l'opportunità di agire contro uno Stato membro che si ritiene abbia violato le disposizioni del Trattato, scegliendo anche il momento in cui iniziare il procedimento per inadempimento. La Corte, dal canto suo, è tenuta ad accertare se l'inadempimento contestato sussiste o no, senza che le spetti pronunciarsi sull'esercizio del potere discrezionale della Commissione.

Sulla base di tali argomentazioni, pertanto, la Corte ritiene fondata la censura della Commissione, che rileva la violazione da parte dell'Italia degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera a), della direttiva 1999/31/CE nonché degli articoli 4 e 13 della direttiva 2008/98/CE, non avendo adottato le misure necessarie a che la gestione dei rifiuti urbani avvenga senza pregiudizio per l'ambiente e la salute umana.

Quanto al secondo rilievo (violazione dell'articolo 16 della direttiva 2008/98/CE in relazione al deficit di capacità di TMB), la Corte sottolinea che la mancanza di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti urbani è stata riconosciuta dalle stesse autorità italiane nel luglio 2012. Gli ulteriori elementi dedotti dall'Italia riguardano misure adottate successivamente alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato. Inoltre, le affermazioni italiane sull'utilizzo di altri impianti nella regione Lazio sarebbero state smentite sia da provvedimenti amministrativi sia da notizie di stampa sulla formalizzazione di accordi nel 2013 per portare i rifiuti fuori dalla regione. Pertanto, ad avviso della Corte, dato che l'esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato e dato che è incontestato che, alla scadenza di tale termine, la situazione nella regione Lazio non era conforme alle prescrizioni dell'articolo 16 della direttiva 2008/98/CE, anche il secondo rilievo sollevato dalla Commissione è fondato.

Per tali motivi, la Corte dichiara che la Repubblica italiana, non avendo adottato le misure necessarie per assicurare che il trattamento dei rifiuti urbani conferite nelle discariche dei SubAto di Roma (ad esclusione di quella di Cecchina) e di Latina avvenga in modo da limitare gli effetti negativi a carico dell'ambiente e della salute umana, è venuta meno agli obblighi posti degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera), della direttiva 1999/31/CE nonché degli articoli 4 e 13 della direttiva 2008/98/CE. Inoltre, non avendo creato una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione dei rifiuti, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi previsti dall'articolo 16 della direttiva 2008/98/CE. La Corte condanna quindi l'Italia al pagamento delle spese.

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