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Sentenza del Tribunale (Nona Sezione) del 6 luglio 2015.

Repubblica italiana contro Commissione europea.

FEAOG - Sezione "Garanzia" - FEAGA e FEASR - Spese escluse dal finanziamento - Aiuti alla produzione del latte scremato in polvere - Irregolarità o negligenze imputabili alle amministrazioni o agli organismi degli Stati membri - Proporzionalità - Obbligo di motivazione - Principio del ne bis in idem - Termine ragionevole.

Assegnata in data: 29 Settembre 2015
Commissione:
NOTA DI SINTESI: Con atto depositato nella cancelleria del Tribunale il 17 gennaio 2011, l'Italia ha proposto un ricorso avente ad oggetto l'annullamento parziale della decisione 2010/668/UE della Commissione europea, nella parte in cui esclude dal finanziamento dell'Unione europea talune spese effettuate dall'Italia nell'ambito del Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG), sezione Garanzia, del Fondo europeo agricolo di garanzia (FEAGA) e del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR). In particolare, l'Italia chiede al Tribunale di annullare la decisione impugnata nella parte in cui le ha inflitto: • per gli esercizi finanziari 2004, 2005 e 2006, una rettifica finanziaria puntuale e forfettaria (2%), per un totale di 1,6 milioni di euro, relativa a diverse carenze nel settore dell'aiuto per il latte scremato in polvere; • una rettifica finanziaria specifica per l'esercizio finanziario 2009, per un totale di 14,2 milioni di euro, relativa all'organizzazione del sistema di recupero degli organismi pagatori Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) e Servizio autonomo interventi nel settore agricolo (SAISA). In via preliminare, il Tribunale rileva che il FEAOG finanzia solo gli interventi nei mercati agricoli eseguiti in conformità con le norme dell'Unione (regolamento (CE) 729/70, art. 5, par. 2, lett. c), e regolamento (CE) 1258/99, art. 7, par. 4). Spetta alla Commissione europea l'onere di provare l'esistenza di eventuali violazioni, ma non è tenuta a dimostrare esaurientemente l'insufficienza dei controlli effettuati dalle amministrazioni nazionali o l'inesattezza dei dati trasmessi; al contrario, sono gli Stati membri interessati che devono dimostrare la sussistenza dei presupposti per ottenere il finanziamento negato dalla Commissione. A sostegno del proprio ricorso, l'Italia adduce, tra gli altri, i seguenti argomenti: • un difetto di motivazione della decisione impugnata: a tale riguardo, il Tribunale osserva che la motivazione richiesta dall'articolo 296 del Trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE) deve fare apparire in forma chiara e non equivoca l'iter logico seguito dall'Istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e al giudice dell'Unione di esercitare il proprio controllo. Nel caso in questione, la decisione è stata adottata sulla base di una relazione di sintesi nonché di una corrispondenza tra la Commissione e lo Stato membro interessato, che pertanto è stato strettamente associato al processo di elaborazione della decisione stessa. Inoltre, sulla base di una giurisprudenza consolidata, spettava all'Italia fornire la prova più circostanziata ed esauriente possibile della veridicità dei propri dati o controlli nonché, eventualmente, dell'inesattezza delle affermazioni della Commissione per quanto concerne le carenze del suo sistema di recupero degli aiuti indebitamente percepiti dai beneficiari; • una violazione del principio di proporzionalità: tale principio, sancito all'articolo 5, paragrafo 4, TUE, è parte integrante dei principi generali del diritto dell'Unione ed esige che gli strumenti istituiti da una disposizione del diritto dell'Unione siano idonei a realizzare i legittimi obiettivi perseguiti e non vadano oltre quanto è necessario per raggiungerli. Nel caso di specie, con riferimento al primo punto (carenze nel settore dell'aiuto per il latte scremato in polvere), il Tribunale osserva che le carenze constatate riguardavano controlli essenziali relativi alla qualità del latte in polvere, il che autorizzava l'applicazione di una rettifica forfettaria del 5%: tuttavia, i servizi della Commissione hanno fissato un tasso forfettario inferiore (2%), che pertanto non può essere considerato sproporzionato. Con riguardo al secondo punto (sistema di recupero dei organismi pagatori), il Tribunale sottolinea che la Commissione può giungere fino a rifiutare la presa in carico da parte del FEAOG di tutte le spese sostenute se constata che non sussistono meccanismi di controllo sufficienti; • un'applicazione retroattiva del regolamento (CE) 1290/2005, relativo al finanziamento della politica agricola comune: ad avviso dell'Italia, poiché' il regolamento si applica a decorrere dall'esercizio finanziario 2007, non è applicabile retroattivamente per sanzionare situazioni anteriori. Ad avviso del Tribunale, invece, la decisione impugnata non si basa sulle disposizioni del regolamento citato, bensì su quelle del regolamento (CE) 1258/1999, applicabili all'epoca dei fatti; • l'assenza di irregolarità o negligenze: l'Italia sostiene che, nel corso del procedimento amministrativo, è stata dimostrata la diligenza delle autorità italiane nel trattamento delle situazioni oggetto della rettifica in questione, e che le azioni di recupero dei crediti si sono protratte per molti anni per ragioni di carattere esclusivamente processuale, conformemente all'ordinamento giuridico nazionale e alle procedure esistenti. A tale riguardo, il Tribunale rileva che, a norma dei regolamenti citati, gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per assicurare l'effettività delle operazioni finanziate dal FEAOG, per prevenire e perseguire le irregolarità e per recuperare le somme perse in seguito a irregolarità o negligenze. La libertà di scegliere le misure e rimedi giurisdizionali non deve tuttavia pregiudicare la rapidità, la buona organizzazione e la completezza dei controlli e delle indagini richieste a tal fine. Pertanto, l'Italia non può giustificare l'inadempimento dell'obbligo di rettificare con celerità le irregolarità commesse facendo valere lungaggini dei procedimenti amministrativi o giudiziari. Peraltro, la gravità delle carenze riscontrate dalla Commissione ha trovato conferma nella circostanze che, per l'AGEA, soltanto il 2% dei crediti iscritti risultanti da irregolarità è stato effettivamente recuperato nel periodo dal 2002 al 2006. Per quanto riguarda il SAISA, nello stesso periodo, la percentuale di recupero è stata del 7%; • una violazione del principio ne bis in idem: l'Italia rileva che la rettifica finanziaria imposta dalla Commissione violerebbe il principio del ne bis in idem in quanto essa sarebbe già stata sanzionata una volta, con la rettifica finanziaria forfettaria pari al 50% dei crediti non riscossi imposta dalla decisione 2007/327/CE. A tale riguardo, il Tribunale osserva che, anche ammettendo una parziale coincidenza tra i casi di irregolarità oggetto della decisione 2007/327 e i casi di irregolarità oggetto della decisione impugnata, la prima è fondata sull'articolo 32, paragrafo 5, dal regolamento n. 1290/2005, mentre la seconda è fondata sull'articolo 8, paragrafo 2, del regolamento n. 1258/1999, nonché sull'articolo 32, paragrafo 8, del regolamento n. 1290/2005. Ne consegue che le due rettifiche non sono fondate sulla stessa base giuridica; • estinzione del potere sanzionatorio della Commissione e superamento del termine ragionevole: secondo l'Italia, in base all'art. 3 del regolamento (CE, Euratom) 2988/95, relativo alla tutela degli interessi finanziari della Comunità, le sanzioni amministrative destinate a tutelare il bilancio dell'Unione avrebbero un termine di prescrizione di quattro anni; inoltre, le rettifiche finanziarie sarebbero illegittime a causa del superamento del termine ragionevole per la conclusioni delle indagini. Sotto questi profili, il Tribunale rileva, in primo luogo, che il regolamento citato non è applicabile alla fattispecie in questione, dato che esso riguarda le violazioni di una disposizione del diritto dell'Unione derivanti da un atto o da un'omissione di un operatore economico e non di uno Stato membro. In secondo luogo, i regolamenti (CE) 1258/1999 e 1290/2005 non prevedono un termine specifico che la Commissione deve rispettare per adottare una decisione che impone una rettifica finanziaria; tuttavia, in forza di un principio generale del diritto dell'Unione, la Commissione è tenuta ad osservare un termine ragionevole nell'ambito dei suoi procedimenti amministrativi, la cui entità va valutata alla luce delle circostanze proprie di ciascun caso e, in particolare, del contesto in cui esso si inserisce, delle varie fasi procedurali espletate, della complessità del caso nonché degli interessi delle diverse parti interessate. Nel caso in questione, i procedimenti amministrativi si sono protratti per un periodo di circa sette anni (dal 2003 al 2010), nel corso dei quali, tuttavia, le parti hanno tentato di giungere ad un accordo per mezzo di riunioni bilaterali e facendo ricorso all'organo di conciliazione. Peraltro, spettava alle autorità italiane garantire il regolare svolgimento del processo di liquidazione dei conti, e dunque il ritardo della Commissione nel trattamento del caso deve essere imputato, in una certa misura, all'Italia. Inoltre, il superamento del termine ragionevole può costituire un motivo di annullamento di una decisione della Commissione solo qualora sia stato dimostrato che ha pregiudicato le garanzie richieste dallo Stato membro per esprimere il proprio punto di vista o qualora l'eccessivo periodo di tempo decorso possa avere influenza sul contenuto stesso della decisione adottata in esito al procedimento amministrativo; entrambe le circostanze, secondo il Tribunale non ricorrono nella fattispecie in oggetto; • una violazione del principio della tutela del legittimo affidamento: tale principio costituisce uno dei principi fondamentali del diritto dell'Unione, e si estende a chiunque si trovi in una situazione dalla quale risulti che l'amministrazione dell'Unione, avendogli fornito assicurazioni precise, ha suscitato in lui aspettative fondate. A tale proposito, il Tribunale constata che, nel suo ricorso, l'Italia non determina minimamente i fatti che avrebbero potuto far sorgere in essa un legittimo affidamento e che dal fascicolo non emerge che la Commissione abbia, in qualche maniera, agito in modo tale da far sorgere siffatto legittimo affidamento. Sulla base di questa argomentazioni il Tribunale respinge il ricorso e condanna l'Italia al pagamento delle proprie spese, nonché di quelle sostenute dalla Commissione europea.
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