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Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 10 settembre 2014

Iraklis Haralambidis contro Calogero Casilli

Domanda di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato - Italia Rinvio pregiudiziale - Libera circolazione dei lavoratori - Articolo 45, paragrafi 1 e 4, TFUE - Nozione di lavoratore - Impieghi nella pubblica amministrazione - Carica di presidente di un'autorità portuale - Partecipazione all'esercizio dei pubblici poteri - Requisito della nazionalità

Causa C-270/13
Assegnata in data: 3 Dicembre 2014
Commissione: IX Commissione (Trasporti, poste e telecomunicazioni) - XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
NOTA DI SINTESI:

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 45 TFUE che stabilisce il diritto della libera circolazione dei lavoratori all'interno dell'UE e il divieto di discriminazioni fondate sulla nazionalità.

La domanda è stata proposta dal Consiglio di Stato nell'ambito di una controversia avente ad oggetto la nomina del presidente dell'autorità portuale di Brindisi. Nel procedimento di nomina, le autorità competenti avevano designato una terna di esperti nei settori dell'economia dei trasporti e portuale, tra i quali sig. Casilli e il sig. Haralambidis. Il primo aveva proposto ricorso innanzi al TAR Puglia avverso il decreto del 7 giugno 2011 con cui il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti aveva nominato il sig. Haralambidis, adducendo il fatto che quest'ultimo non poteva essere nominato presidente dell' autorità in quanto privo della cittadinanza italiana. A seguito di accoglimento del ricorso sul fondamento dell'articolo 51 della Costituzione italiana, il sig. Haralambidis aveva adito il Consiglio di Stato.

In particolare, il giudice del rinvio chiede alla Corte se l'articolo 45 TFUE possa essere interpretato nel senso di consentire ad uno Stato membro di riservare ai propri cittadini l'esercizio delle funzioni di presidente di un'autorità portuale, in quanto di natura pubblicistica e rivestenti carattere fiduciario.

La Corte di giustizia, sulla base della legislazione italiana (in particolare, la legge n. 84/94), ritiene che la figura del presidente di un'autorità portuale sia riconducibile alla più generale nozione di lavoratore, ricadente nell'ambito di applicazione dell'articolo 45 TFUE.

Nel caso di specie, le attività del presidente di un'autorità portuale sono esercitate sotto la direzione e il controllo del Ministro, che lo nomina e che, nei casi previsti dalla legge, lo può revocare. Inoltre, come corrispettivo per lo svolgimento dei suoi compiti, è versata al presidente una remunerazione con le caratteristiche di prevedibilità e regolarità, insite in un rapporto di lavoro subordinato. La Corte aggiunge che la natura di diritto pubblico del rapporto di lavoro è irrilevante ai fini dell'applicazione dell'articolo 45 TFUE.

In secondo luogo, la Corte precisa la portata della deroga contemplata dall'articolo 45, paragrafo 4, TFUE, per gli impieghi nella pubblica amministrazione, chiarendo che essa è applicabile nei limiti di quanto è strettamente necessario per salvaguardare gli interessi nazionali. Nel caso di specie, la Corte non rinviene, tra i compiti attribuiti al presidente di un'autorità portuale, l'esercizio dei pubblici poteri e funzioni il cui obiettivo è la tutela degli interessi generali dello Stato. I poteri di imperio ad esso attribuiti (il potere di ingiungere la rimessa in pristino dei luoghi, in caso di occupazione abusiva di zone demaniali, e il compito di assicurare la navigazione nell'ambito portuale), pur rientrando in linea di principio nella deroga alla libera circolazione dei lavoratori, non sono esercitati in via abituale e rappresentano una parte residuale dell'attività svolta, la quale presenta in generale un carattere tecnico e di gestione economica che non può essere modificato dal loro esercizio.

Per tali motivi, ad avviso della Corte, un'esclusione generale dell'accesso dei cittadini di altri Stati membri alla carica di presidente di un'autorità portuale costituisce una discriminazione fondata sulla nazionalità vietata dai paragrafi 1-3 dell'articolo 45 TFUE, e il successivo paragrafo 4 deve essere interpretato nel senso che non consente a uno Stato membro di riservare ai propri cittadini l'esercizio delle funzioni di presidente di un'autorità portuale

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